Laboratorio di crocifissione

Vedo lì vicino delle croci, non di un solo tipo,
ma costruite da chi in un modo da chi in un altro:
alcuni li levarono in alto rivolti con la testa verso la terra,
ad altri infilano un palo per il retto,
alcuni allungano le braccia sul patibolo;
vedo i cavalletti, vedo le percosse
e vedo macchine specifiche per ogni membro:
ma vedo anche la morte.
(Seneca, Consolatio ad Marciam)

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La Pasqua è ormai alle porte, e come ogni anno il Venerdì Santo i fedeli rievocheranno la Passione di Gesù, crocifisso al legno del Golgota. Ma siamo davvero sicuri che la raffigurazione classica del Cristo sulla croce sia realistica? Dopotutto, anche nelle infinite variazioni della scena del supplizio che la storia dell’arte ci ha proposto per lunghi secoli, sembra esserci sempre qualche discrepanza: talvolta il Redentore viene mostrato con i chiodi infissi nelle mani e nei piedi, altre volte i chiodi trapassano i suoi polsi. La confusione viene da lontano, dalle prime, approssimative, traduzioni del Vangelo di Giovanni in cui si fraintendeva il termine greco “arto” con “mano“.

Ma qual era la prassi reale della crocifissione? E di cosa moriva esattamente il condannato?
Sia gli storici che gli scienziati hanno provato a rispondere a queste domande.

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Le fonti coeve ci fanno supporre che il termine “crocifissione” in latino e greco si riferisse in realtà a diversi metodi di esecuzione capitale, dall’impalamento fino alla messa alle corde su un semplice albero, e molto probabilmente le tecniche variavano a seconda del tempo e del luogo.
L’unica certezza è che si trattava della pena più umiliante, lunga e dolorosa prevista dal sistema giudiziario dell’epoca (perlomeno nel bacino del Mediterraneo). Cicerone stesso lo definisce “il supplizio più crudele e più tetro“: le pene del condannato, appeso nudo ed esposto al pubblico ludibrio, venivano prolungate il più possibile mediante bevande drogate (mirra e vino) o miscele d’acqua e aceto che avevano lo scopo di dissetare, tamponare le emorragie, far riprendere i sensi e via dicendo.
Soltanto in rari casi si ricorreva all’accelerazione della morte. Questo avveniva per motivi d’ordine pubblico, per interventi di amici e parenti del condannato, o per specifiche usanze locali: i due metodi più usati per porre fine alle sofferenze del crocifisso erano il colpo di lancia al cuore, che secondo la tradizione venne usato anche per Gesù, e il cosiddetto crucifragium, che consisteva nello spezzare le gambe con dei martelli o dei bastoni, privando così di ogni appoggio il condannato, che soffocava a causa dell’iperestensione della cassa toracica.

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Le croci usate dai Romani per le pene giudiziarie all’epoca di Gesù erano di tre tipi: la crux decussata, o croce di Sant’Andrea, era formata da due pali fissati a forma di X; la crux commissa, con i pali disposti a T; e infine c’era la crux immissa, quella più celebre, in cui la trave orizzontale (patibulum) veniva posta a due terzi dell’altezza di quella verticale (stipes). Quest’ultimo assetto permetteva di affiggere sul prolungamento sopra al capo del condannato il cosiddetto titulus, un cartello recante le generalità dell’accusato, la condanna e la sentenza.

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Altro dettaglio piuttosto certo è la presenza di un sostegno a metà dello stipes, chiamato in latino sedile, che offriva al condannato un punto d’appoggio, per sostenere il peso del corpo senza crollare a terra, impedendogli così di morire troppo in fretta. Da sedile deriverebbe l’espressione “sedere sulla croce”. Più controverso l’utilizzo del suppedaneum, il supporto su cui forse poggiavano ed erano inchiodati i piedi, spesso raffigurato nei dipinti della crocifissione ma di cui non si fa alcun accenno nei manoscritti antichi.

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Nonostante le informazioni pervenuteci sulla croce in sé siano piuttosto dettagliate, l’effettiva tecnica di fissaggio rimase dibattuta per molto tempo. L’unico scheletro mai ritrovato di un condannato alla crocifissione (scoperto nel 1968 nei dintorni di Gerusalemme) aveva le gambe fratturate, e un chiodo ancora piantato sull’esterno della caviglia, il che fa supporre che i piedi fossero stati fissati ai lati della croce. Ma questo non risolve i molti dubbi che per secoli attanagliarono teologi e fedeli.
Dove venivano piantati esattamente i chiodi? Nelle mani o nei polsi? I piedi erano inchiodati davanti o sui lati dello stipes? Le gambe si flettevano al ginocchio o rimanevano dritte?

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Può sembrare strano, ma anche in ambito scientifico la questione venne dibattuta a lungo, soprattutto verso la fine del XIX secolo. I ricercatori medici potevano contare su un approvvigionamento costante di cadaveri, e di braccia e gambe amputate, per vagliare le diverse ipotesi.

La teoria che vedeva i chiodi inseriti nel polso, esattamente fra carpo e radio, aveva il vantaggio che con una simile tecnica sarebbero probabilmente stati parzialmente recisi nervo mediano e flessore lungo del pollice, ma senza toccare le arterie e senza fratturare le ossa.
Dall’altra parte, l’idea che il Redentore fosse stato crocifisso per i polsi era considerata, se non proprio eretica, perlomeno azzardata da una parte degli scienziati cristiani: certo, significava smentire la maggioranza delle raffigurazioni classiche, ma in realtà c’era molto di più in ballo. Il vero problema teologico erano le stigmate.
Se Gesù fosse stato inchiodato ai polsi, come si spiegavano le ferite che invariabilmente apparivano sui palmi delle persone in odore di santità? Forse che proprio Nostro Signore (che inviava le stigmate come penitenza, ma anche come dimostrazione di beatitudine) non sapeva bene dove erano passati i chiodi? Accettare la teoria dei polsi significava ammettere che gli stigmatizzati erano stati più o meno inconsciamente influenzati da un’iconografia errata, e che quindi l’origine delle piaghe era tutt’altro che ultraterrena…

Per rintuzzare queste supposizioni ignominiose, intorno al 1900, Marie Louis Adolphe Donnadieu, professore alla facoltà cattolica di Scienze di Lione, decise di sperimentare una volta per tutte una vera crocifissione. Inchiodò un cadavere a un asse di legno, e addirittura per una sola mano.

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La crudele fotografia del morto appeso per il braccio, pubblicata nel suo Le Saint Suaire de Turin devant la Science (1904), secondo il professore dimostrava senza ombra di dubbio che le mani di Gesù sarebbero state in grado di sostenere il suo corpo sulla croce. Gli altri scienziati avrebbero dovuto rimangiarsi le loro teorie una volta per tutte; l’unico rimpianto di Donnadieu non era di ordine morale, ma relativo al fatto che “la luce nella foto non offriva le migliori condizioni estetiche“.

Peccato però che la sua drammatica dimostrazione non mise affatto a tacere gli oppositori, nemmeno fra le fila dei cattolici. Trent’anni più tardi il dottor Pierre Barbet, primo chirurgo all’Ospedale Saint Joseph di Parigi, nel suo testo La passion de Jésus Christ selon le chirurgien (1936), criticava l’esperimento di Donnadieu: “la foto mostra un corpo patetico, piccolo, ossuto ed emaciato. […] Il cadavere che io ho crocifisso, invece […] era assolutamente fresco e in carne“. Sì, perché anche Barbet si era messo ad inchiodare cadaveri, ma in maniera molto più seria e programmatica di Donnadieu.

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La meticolosa ricerca di Pierre Barbet lo pone senza dubbio fra i pionieri (pochi, a voler essere pignoli) degli studi medici sulla Crocifissione, in particolare riguardo anche alle ferite riportate sulla Sacra Sindone. Le ipotesi a cui arriva Barbet sono che l’uomo raffigurato nella Sindone sia stato inchiodato attraverso i polsi e non sui palmi; che la mancanza del pollice nell’impronta della Sindone sia dovuta alla recisione del nervo mediano al passare del chiodo; che l’uomo della Sindone morì di asfissia, una volta che le gambe e le braccia non furono più in grado di sostenerlo.

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Quest’ultima teoria, rimasta quella più accreditata per molti decenni, venne smentita dall’ultimo grande esperto di crocifissione, il famoso patologo e antropologo forense americano Frederick Zugibe. I suoi studi principali si svolsero fra la fine degli anni ’90 e l’inizio di questo secolo, e non avendo a disposizione salme da inchiodare nel suo garage (come potete certo immaginare, la moda di crocifiggere cadaveri per indagare simili questioni era decisamente tramontata) Zugibe portò avanti le ricerche grazie a un’équipe di volontari. Volontari che, detto per inciso, furono più facili da trovare del previsto, dato che i membri di una congregazione cristiana vicino a casa sua facevano la fila per interpretare il ruolo del Salvatore.
Zubige costruì una croce artigianale su cui legava le sue cavie, misurandone costantemente le funzioni corporee, la pressione, il battito, la respirazione, eccetera. La sua conclusione è che Gesù non sarebbe morto di asfissia, ma a causa di shock traumatico e ipovolemia.

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Per completare il quadro, altri studiosi hanno indicato diverse possibili cause di morte in una persona crocifissa: infarto, acidosi, aritmia, embolia polmonare, ma anche infezioni, disidratazione, ferite inferte da animali, o una combinazione di questi fattori. Quale che fosse la causa finale, era chiaro che c’era soltanto un modo di scendere dalla croce.

Riguardo i famigerati chiodi e il loro punto di entrata, Zugibe era convinto che la parte più alta del palmo fosse perfettamente in grado di sostenere il peso del corpo, senza causare fratture ossee. Dimostrò più volte il suo teorema, durante alcune dissezioni in laboratorio.

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Dopodiché, molti decenni più tardi, “un incredibile e inatteso evento di significato monumentale si è svolto nell’ufficio del coroner, che conferma l’esistenza di questo percorso [all’interno della mano]. Una giovane donna era stata brutalmente pugnalata su tutto il corpo. Trovai una ferita da difesa nella sua mano, poiché aveva alzato la mano nel tentativo di proteggere il volto dalla feroce aggressione. L’esame di questa ferita sulla mano rivelò che […] la lama era passata attraverso l’area “Z” e la punta era uscita sul retro del polso esattamente come si vede nella Sindone. Una radiografia dell’area mostrò l’assenza di qualsiasi frattura!“.

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Che un medico legale si ecciti fino a usare il punto esclamativo, di fronte a un’autopsia per omicidio, pensando alle correlazioni fra una pugnalata, la Sindone di Torino e la crocifissione di Gesù Cristo… be’, non deve stupire troppo. In fin dei conti sono in gioco duemila anni di immaginario religioso.

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La riedizione inglese del testo di Pierre Barbet è A Doctor at Calvary. Le conclusioni di Zubige sono riassunte nel suo saggio Pierre Barbet Revisited, consultabile online.

Jenny Saville

Diamo il benvenuto alla nostra nuova guestblogger, Marialuisa, che ha curato il seguente articolo.

La deformità, la carne, il sangue, sono tutti elementi che ci spingono in qualche modo a entrare in contatto con il lato puramente fisico del nostro essere.

Abituati a crearci un’immagine di noi che spesso dipende da elementi astratti e artificiosi quali status sociale, moda, potere, spesso dimentichiamo che siamo corpi di ossa e sangue. Ecco allora che la deformità – di una ferita, della putrefazione, della malattia – entra nei nostri occhi a ricordarci cosa siamo, quanto siamo fragili e in fondo semplici, spogliati dei nostri trucchi.

Jenny Saville, pittrice inglese nata nel 1970, estrapola con i suoi quadri il fascino cruento della deformità, espone corpi oscenamente grassi, feriti, tumefatti e ci lascia entrare nelle vite di questi personaggi bidimensionali. Ci permette di vederli davvero umani in quanto imperfetti; e non possiamo fare a meno di continuare a fissarli perché queste ferite, questi cumuli di adipe, questi sessi in mostra che non rispecchiano il viso di chi li possiede, sono qualcosa di nuovo, di reale e così vivo da essere più bello delle immagini, sterili e patinate, che quotidianamente definiamo “perfette”. L’artista, interessata a quella che chiama “patologia della pittura”, dipinge quadri enormi, le cui dimensioni permettono quasi di sentire la porosità della pelle, di perdersi fra le pieghe e i tagli di questi corpi violati. I nostri occhi vengono indirizzati, dalla composizione dell’immagine e dal sapiente uso dei colori, attraverso un preciso percorso dello sguardo.

Così, Jenny Saville ci rende partecipi di qualcosa che è successo, di un atto. Ci porta a immaginare ciò che è realmente osceno (e che appunto rimane fuori scena): una vita passata a ingozzarsi per sconfiggere la tristezza, o il pugno che si è abbattuto sul viso di un ragazzino, le angosce di chi si sente prigioniero di un corpo sbagliato. La violenza, autoinferta o subìta, è il tema primario – i corpi sono i veri protagonisti, a ricordarci che in fondo è questo che siamo.

Ecco il profilo dell’artista sul sito (in inglese) della Gagosian Gallery di New York. Sempre in inglese, ma più completa della versione italiana, la pagina di Wikipedia dedicata all’artista.

Gueules cassées

La Prima Guerra Mondiale fu un vero e proprio massacro. Ma il peggio non venne per chi restò sotto il fuoco delle prime mitragliatrici, o per chi rimase vittima dei gas o delle bombe. Molti furono così fortunati da salvarsi, e così sfortunati da tornare a casa con ferite assolutamente agghiaccianti. I ritardi nei soccorsi non fecero che peggiorare la situazione dei feriti, che spesso non si ripresero più integralmente.

Una categoria particolare di reduci con ferite di guerra è costituito dalle cosiddette gueules cassées, termine francese che significa pressappoco “facce fracassate”. Erano i militari che avevano riportato estese ferite al volto, e che erano per così dire “impresentabili” e dunque difficilmente reintegrabili nella società. Per la prima volta nella storia, però, la medicina aveva i mezzi per cercare di ovviare a questi incidenti. Stiamo parlando, qui, degli esordi pionieristici della chirurgia plastica ricostruttiva del maxillo-facciale. Sulla base di queste prime esperienze i chirurghi furono in grado di sviluppare un’esperienza che, affinatasi nel tempo, permette oggi di restituire una vita quasi normale a persone sfigurate. (È triste ammetterlo, ma questi soldati fecero anche inconsapevolmente da cavia per quelle tecniche che successivamente portarono alla chirurgia estetica vera e propria, quella delle labbra al silicone, del lifting o dei seni rifatti).

In questo blog abbiamo già parlato di terapie piuttosto crudeli relative agli albori della medicina. Quello che colpisce sempre nel riesaminare a distanza di quasi un secolo queste tecniche mediche primitive, è la scarsa considerazione che i medici sembravano avere della sofferenza del paziente. Confrontate i tentativi odierni di essere sempre meno invasivi, delicati, poco intrusivi, con queste tecniche antiquate: il dolore era qualcosa che andava sopportato, punto e basta, mentre i dottori cercavano di salvarti la pelle o migliorarti la vita.

Prendiamo ad esempio i sistemi per aprire la bocca del paziente. Molto spesso, dopo un trauma facciale, i muscoli della mascella rimanevano tirati e in tensione e aprire la bocca risultava impossibile. A seconda del grado di gravità, venivano utilizzati diversi sistemi. L’apri-bocca più comune era questo:

Si trattava di una sorta di morsa “al contrario” che veniva aperta gradualmente per allentare la tensione dei muscoli. Aveva effetti poco rilevanti nel tempo. Altri metodi, però, erano ancora più drastici e dolorosi.

Il “procedimento del sacco”, esposto dal dottor Pitsch nel 1916, è un esempio di terapia davvero brutale. Una volta trovato un interstizio tra i denti, due assicelle venivano inserite nella mascella del paziente.

Appena dischiuse le due pareti dentarie, un uncino veniva attaccato alla mascella inferiore e a questo veniva attaccato un sacco pieno di sassi o carbone il cui peso veniva velocemente aumentato per consentire l’apertura della bocca.

Il procedimento era dolorosissimo e non aveva effetti notevoli a lungo termine, perché i muscoli, troppo bruscamente e violentemente stirati, si ricontraevano poco dopo. Anche se la trazione veniva bilanciata da una banda che tratteneva il capo del paziente, le vertebre della nuca risentivano comunque dello stress.

Più complesso ancora era il caso dei volti sottoposti a un vero e proprio trauma che li aveva lasciati a brandelli e con ferite aperte. La protesi immediata veniva effettuata mediante maschere di contenimento che riportassero assieme i vari frammenti di volto, in modo che non si allontanassero ma anzi si fondessero assieme. L’idea era quella di cicatrizzare l’area più grande possibile, favorendo il consolidamento in buona posizione delle fratture, per permettere in seguito la riparazione delle parti lese. Il casco di Darcissac teneva insieme i diversi “pezzi” di faccia finché non si fossero riattaccati e cicatrizzati. L’intera procedura durava due o tre settimane, di immobilizzazione assoluta.

Passarono alcuni anni, prima che nel 1918 si arrivasse alla rivoluzionaria tecnica di Dufourmentel. Egli scoprì infatti che la pelle del cuoio capelluto reagiva meglio ed era più solida rispetto a quella del braccio. Tagliando quindi ampi lembi di pelle dal cranio dei pazienti, Dufourmentel riuscì a ricostruire elementi fino ad allora inapprocciabili della ricostruizione facciale. Ecco una mandibola “rimodellata” a partire dal cuio capelluto.

Anche gli italiani ebbero una parte in questa “corsa” alla ricostruzione dei volti dei reduci. I medici, infatti, provarono anche a ricorrere a una metodologia già inventata e spiegata addirittura nel XVI secolo dal chirurgo italiano Tagliacozzi, modificando qua e là il procedimento e le indicazioni di questo storico precursore. Questa tecnica si applicava soprattutto alle perdite moderate di tessuto nell’area nasale e del mento.

L’idea era quella di “rialzare” un lembo di pelle dal braccio, connetterlo al tessuto mancante del volto e lasciare che la pelle facesse il suo lavoro, “ricucendosi” con le parti mancanti. Ovviamente bisognava assicurarsi che il braccio fosse immobilizzato, per due o tre settimane, al fine di permettere la vascolarizzazione dei nuovi tessuti. Questa tecnica era stata, nei secoli precedenti, violentemente ostracizzata dalla Chiesa, a motivo della presunta interferenza con i piani del Creatore, e la Santa Sede dispose addirittura la riesumazione del Tagliacozzi e la sua sepoltura in terra non consacrata.

Infine la tecnica di ricostruzione prevedeva degli esperti dentisti che, a partire dai calchi del volto dei pazienti, progettavano e scolpivano protesi che potessero ridare loro la fisionomia perduta.

Le protesi alle volte includevano occhiali per dissimulare l’artificio.

Infine, ecco un raro filmato della Croce Rossa, datato 1918, in cui alcuni dottori e infermiere posizionano e controllano l’efficacia delle protesi facciali su alcuni reduci.

Le tecnologie di ricostruzione del maxillo-facciale hanno da allora fatto un passo in avanti decisivo, e ad oggi costituiscono la fortuna di chirurghi plastici proprietari di atolli e isolotti, così come di onesti medici che cercano di ridare il sorriso e un’integrazione maggiore alle vittime di incidenti terribili.

Per ironia della sorte, la chirurgia estetica è nata proprio da uno dei più grandi e sanguinosi confilitti che il mondo abbia mai conosciuto.