Wunderkammer Reborn – Parte I

Come mai il nuovo millennio ha visto risvegliarsi l’interesse per le “camere delle meraviglie”? Perché un genere di collezionismo così antico, tipico del periodo compreso tra Cinquecento e Settecento, mantiene il suo fascino nell’epoca di internet e della virtualità? E quali sono le differenze fra le wunderkammer classiche e le neo-wunderkammer attuali?

Mi sono recentemente trovato ad affrontare questi argomenti in due contesti diametralmente opposti.
Il primo, un seriosissimo convegno sulle discipline della conoscenza nella prima Età moderna, presso l’Università di Padova; il secondo, un festival di illusionismo e meraviglia organizzato a Fontanellato da un mentalista e da un wonder injector. In quest’ultima occasione ho allestito un tavolino con una micro-wunderkammer (davvero minima, ma è quello che mi stava in valigia!) in modo che, dopo la conferenza, il pubblico potesse vedere e toccare con mano qualche oggetto curioso.

Due ambiti tradizionalmente piuttosto distanti fra loro – il milieu accademico e il mondo dell’intrattenimento (anche se pensato con l’intento di “fare cultura”, come nel caso di Stupire) – hanno entrambi dedicato spazio alla discussione del fenomeno, il che mi sembra indicativo di una sua rilevanza.
Ho pensato dunque di riassumere a grandi linee, per chi non è potuto venire agli appuntamenti, i miei interventi sul tema.

Per motivi pratici dividerò il tutto in due post.
In questo, cercherò di delineare quelle che a mio avviso sono le principali caratteristiche delle wunderkammer storiche – o, meglio, i concetti su cui vale la pena riflettere.
Nel prossimo post affronterò invece le neo-wunderkammer del Ventunesimo Secolo, per provare a individuare quali possano essere i motivi di questa peculiare “rinascita”.

Mirabilia

Ovviamente il concetto fondamentale delle wunderkammer, fin dal loro nome, era quello di meraviglia; dai “gabinetti” nobiliari di Ferdinando II d’Austria o Rodolfo II fino alle collezioni più marcatamente scientifiche come quelle di Aldrovandi, Cospi, o Kircher, il fine delle wunderkammer antiche era prima di tutto stupire il visitatore.

Si trattava di un modo per impressionare gli ospiti di corte, ostentando l’opulenza e la fastosa ricchezza di chi assemblava la wunderkammer: in effetti la camera delle meraviglie deriva dall’evoluzione delle camere del tesoro (schatzkammer) e delle grandi collezioni d’arte del Quattrocento (kunstkammer).

Questa predilezione per gli oggetti costosi e rari finì per generare un fiorente mercato internazionale di articoli naturalistici ed etnologici provenienti dalle colonie.

Il teatro del mondo

La wunderkammer, però, aspirava anche a essere una sorta di microcosmo capace di rappresentare la totalità dell’universo conosciuto, o perlomeno di rimandare all’incredibile assortimento di creature e di forme presenti nella natura. Samuel Quiccheberg, nel suo trattato sull’allestimento di un utopico museo, utilizzò per primo la parola “teatro”, ma in realtà – come si vedrà più avanti – quella della rappresentazione teatrale è una delle idee cardine delle collezioni classiche.

In virtù di questa sua qualità di rappresentazione del mondo, la wunderkammer era anche intesa come un vero e proprio strumento di conoscenza, uno spazio d’indagine per i cosiddetti filosofi naturali.

Il sistema della conoscenza

Per quanto riguarda l’organizzazione dell’enorme quantità di materiale, inizialmente non si seguiva alcun ordine preciso, assecondando piuttosto i gusti e l’estro del collezionista stesso. Poco a poco, però, cominciò a farsi strada l’idea della catalogazione, implicando una prima distinzione fra tre macro-categorie conosciute come naturalia, artificialia e mirabilia, le quali si sarebbero in seguito perfezionate e ampliate in diverse altre classi (medicalia, exotica, scientifica, ecc.).

Naturalia

Artificialia

Artificialia

Mirabilia

Mirabilia

Medicalia, exotica, scientifica

Da questa sempre crescente necessità di distinguere, etichettare e catalogare prenderanno le mosse la tassonomia di Linneo, le dispute con Buffon, via via fino a Lamarck, Cuvier e infine la fondazione del Louvre, che sancisce la nascita del museo moderno come lo intendiamo oggi.

L’estetica dell’accumulo

L’aspetto forse più iconico e conosciuto delle wunderkammer era lo straordinario affollamento, quell’horror vacui che spingeva a non lasciare il minimo spazio vuoto nell’esposizione delle curiosità e delle bizzarrie raccolte in giro per il mondo.
Non soltanto, come dicevamo all’inizio, quest’estetica eccessiva era uno sfoggio di ricchezza, ma mirava anche a sbalordire e frastornare il visitatore. E lo stordimento era un momento essenziale: la meraviglia per l’universo, quel sentimento che era chiamato thauma, passa sì dallo stupore ma è inscindibile da un senso di inquietudine. Per accedere a questo stato di coscienza, da cui parte ogni filosofia, dobbiamo uscire dalla nostra zona di comfort.

Trovarsi confrontati di colpo con l’incredibile fantasia delle forme naturali, visivamente “aggrediti” dalla moltitudine impensabile degli oggetti, era un’esperienza che non poteva lasciare indifferenti. Estetica del Sublime, più ancora che del Bello; questa vertigine enciclopedica è il motivo per cui ad esempio Umberto Eco inserisce le wunderkammer fra gli esempi di “liste visive”.

Conservazione e rappresentazione

Uno degli scopi fondamentali di qualsiasi collezione era (ed è ancora) la conservazione degli esemplari e degli oggetti, ai fini di studio o per la posterità. Eppure ogni conservazione è già rappresentazione.

Quando entriamo in un museo, non ci rendiamo conto delle decisioni che sono state fatte a monte: eppure sono proprio queste che creano la narrativa del museo, il racconto che ci viene esposto sala dopo sala.

Le opzioni sono molteplici: quali esemplari conservare, quale tecnica utilizzare per conservarli (il risultato sarà differente a seconda che un campione biologico venga essiccato, tassidermizzato, o immerso in liquido), come raggrupparli, come allestire la loro esposizione?
Si tratta in definitiva di scegliere quali saranno gli attori, i costumi di scena, le scenografie, lo script interno del museo.

L’esempio più illuminante è senza dubbio la tassidermia, il simulacro per eccellenza: dell’animale non resta altro che la pelle, stesa su un manichino che mima le fattezze e la postura della bestia. Vengono applicati occhi di vetro per renderlo più convincente. Insomma, gli animali imbalsamati recitano la parte degli animali vivi. E non c’è, a ben vedere, più “realtà” in un elefante tassidermizzato che in uno dei moderni prop animatronici che vediamo nei musei di storia naturale.

Ma perché abbiamo bisogno di tutto questo teatro? La risposta sta nel concetto di domesticazione.

Domesticazione: Natura vs. Cultura

La natura si oppone alla cultura fin dai tempi degli antichi Greci. L’uomo occidentale ha sempre sentito la necessità di prendere le distanze da quella parte di sé che avvertiva come primordiale, caotica, incontrollabile, bestiale. I muri della polis chiudevano fuori la natura, mantenendo all’interno la cultura; non a caso i Barbari – esseri per metà uomini e per metà belve – erano etimologicamente coloro che “balbettavano”, che stavano fuori dal logos.

Il teatro, forma evoluta di rappresentazione, nasce ad Atene come sostituto degli antichi sacrifici umani (cfr. Réné Girard), e assolve ai medesimi compiti sacri: sublimare il desiderio animale di crudeltà e violenza. L’eroe tragico assume il ruolo di vittima sacrificale, e infatti il valore sacro delle tragedie è dimostrato dal fatto che assistervi era inizialmente obbligatorio per legge per ogni cittadino.

Il teatro è dunque il primo tentativo di domesticazione degli istinti naturali, di portarli letteralmente “dentro casa”, di includerli nel logos per disinnescarne la potenza antisociale. La natura diventa davvero piacevole e innocua solo se la raccontiamo, se la scenografiamo.

Ecco allora che un leone impagliato (cioè raccontato attraverso la finzione della tassidermia) è qualcosa che possiamo metterci in salotto senza timori. Tutto lo studio della natura, così come concepita nelle wunderkammer, era essenzialmente lo studio della sua rappresentazione.

Mettendola in scena, era possibile esercitare sulla natura un controllo altrimenti impossibile. Di conseguenza il simbolo delle wunderkammer, quel pezzo che non poteva mancare in alcuna collezione, era proprio il coccodrillo incatenato — imbrigliato e incapace di nuocere grazie ai legacci della Ragione, del logos, della conoscenza.

È interessante, in chiusura di questa prima parte, notare come la simbologia del coccodrillo fosse anch’essa in realtà mutuata dalla sfera del sacro. Questi rettili in catene apparvero inizialmente nelle chiese, e se ne possono ancora vedere diversi esemplari in Europa: in quel caso si trattava ovviamente di rimarcare la potenza e la gloria del Cristo che sconfigge Satana (e di impressionare i fedeli, che con ogni probabilità non avevano mai visto una simile bestia).
Esempio perfetto di tassidermia sacra; domesticazione come argine contro l’inconscio animalesco, peccaminoso; barriera fra gli istinti naturali e quelli sociali.

(Continua nella seconda parte)

Stupire! – Il Festival delle Meraviglie

Vi sono luoghi in cui i sedimenti del Tempo si sono venuti a depositare, con il fluire dei secoli, e che assumono un’atmosfera densa, stratificata anch’essa come le architetture di cui è possibile leggere le successive rielaborazioni: sembra quasi che in simili luoghi il passato non sia mai veramente passato, ma sopravviva ancora — o perlomeno ci immaginiamo di avvertire una sua impronta vestigiale.

La Rocca Sanvitale a Fontanellato (Parma) è uno di questi maestosi luoghi della meraviglia: teatro di congiure, battaglie, assedi, così come — certamente — di risate, amori, feste e spensieratezza; luogo d’arte (il Parmigianino fu chiamato ad affrescare le lunette della Saletta di Diana e Atteone nel 1523) e di scienza (a fine ‘800 il conte Giovanni Sanvitale installò nella torre sud una incredibile camera ottica, ancora oggi funzionante).
Qui la Storia si respira. Non ci si stupirebbe, insomma, nell’incontrare fra le stanze della Rocca uno di quei sbiaditi fantasmi che ripetono sempre lo stesso gesto, intrappolati all’infinito in una mestizia più profonda della morte stessa.

Ed è proprio fra le mura e le torri di questo castello che si terrà la prima edizione di Stupire!, il Festival delle Meraviglie: tre giorni ricchi di sorprese fra spettacoli, laboratori, esperimenti, incontri con mentalisti e scienziati pazzi. L’intento è quello di trasmettere cultura in modo divertente e inaspettato, impiegando gli strumenti dell’illusionismo.

Dietro all’iniziativa, sostenuta dal Comune di Fontanellato e organizzata in collaborazione con il Circolo Amici della Magia di Torino, ci sono due menti assolutamente fuori dall’ordinario: Mariano Tomatis e Francesco Busani.

Se seguite Bizzarro Bazar li conoscete già: sono entrambi apparsi su queste pagine, oltre a essere stati ospiti della mia Accademia dell’Incanto.
Mariano Tomatis (uno dei miei eroi personali) è il vulcanico wonder injector che sta rivoluzionando il mondo della magia restandone, per così dire, a margine. Per metà storico dell’illusionismo, per metà teorico della meraviglia, e per l’altra metà attivista dell’incanto, Mariano scandaglia le implicazioni psicologiche, sociologiche e politiche dell’arte magica riuscendo così a spostarne il baricentro verso nuovi e fecondi equilibri(smi). Da quest’anno il suo Blog of Wonders è gemellato con Bizzarro Bazar.
Se Mariano è il “teorico” del duo, il fidentino Francesco Busani è il mentalista vero e proprio, esperto di bizarre magick, indagatore dell’occulto e impareggiabile cantastorie. Come ha raccontato nell’intervista che mi ha concesso qualche mese fa, è anche stato fra i primi in Italia a proporre esperienze di mentalismo one-to-one. Dal sodalizio di questi due artisti è già nato il Progetto Mesmer, un laboratorio di illusionismo che sta riscuotendo ottimo successo. Il festival Stupire! è il coronamento di questa collaborazione, forse la loro impresa più visionaria.

Avrò l’onore di aprire le danze, venerdì 19 maggio, assieme a Mariano.
Durante l’incontro parlerò di collezionismo di curiosità, di oggetti macabri, di camere delle meraviglie antiche e di neo-wunderkammer. Porterò anche qualche pezzo interessante, direttamente dai miei armadietti aperti per l’occasione.

Nei giorni successivi, oltre alle conferenze e agli spettacoli di Busani e Tomatis (vanno davvero visti per comprendere la profondità che raggiungono attraverso la magia), il programma prevede: l’arte manipolatoria e le ombre cinesi di Diego Allegri, la street magic di Hyde, il Professor Alchemist e i suoi folli esperimenti; chiude il festival Gianfranco Preverino,  tra i massimi esperti mondiali sulle tecniche dei bari nel gioco d’azzardo.
Ma l’evento non è soltanto limitato al castello. Sabato e domenica saranno le strade di Fontanellato a farsi teatro delle imprevedibili azioni di guerrilla magic del collettivo Double Joker Face: esibizioni a sorpresa in spazi pubblici, progettate per creare sconcerto tra i passanti.
Se ancora non bastasse, sabato e domenica per tutto il giorno fuori dalla Rocca chi è alla ricerca di qualche piccola stranezza dimenticata potrà setacciare le bancarelle del mercatino magico e dell’antiquariato.

Infine, lo slogan di Mariano Tomatis “la Magia al popolo!” si incarna in un ultimo, gradito abracadabra: tutti gli eventi di cui avete letto qui sopra sono assolutamente gratuiti, fino a esaurimento posti.
Tre giorni di cultura, illusionismo e meraviglia in un luogo in cui, come dicevamo all’inizio, la Storia è tutta attorno. Un week-end che probailmente lascerà i partecipanti con occhi più inclini all’incanto.
Perché non è al mondo che va restituita la magia, ma al nostro sguardo.

Qui potete trovare il programma dettagliato, assieme ai link per prenotare gratuitamente i posti a sedere.

Gesù Cristo in Giappone

christ_grave_panel

Tutti conosciamo la storia ufficiale: Gesù di Nazaret visse 33 anni, morì crocifisso sul Calvario, giustiziato dai Romani sotto pressioni delle autorità ebraiche e, per chi è credente, risorse dalla tomba dopo tre giorni.
In seguito vennero gli immaginifici Baigent, Leigh e Lincoln che nel loro saggio Il santo Graal raccontavano di come Cristo fosse in realtà sfuggito alla condanna, fosse emigrato in Francia, avesse sposato Maria Maddalena e fondato la stirpe dei Merovingi (“la loro malafede è così evidente che il lettore vaccinato può divertirsi come se facesse un gioco di ruolo“, ebbe a dire al riguardo Umberto Eco). Se conoscete anche questa versione, ci sono buone possibilità che l’abbiate scoperta grazie al best-seller di Dan Brown, Il Codice Da Vinci, che pescava a piene mani dal controverso saggio fantastorico dei tre autori inglesi.

Ma la nostra variante preferita della storia del Messia è quella che lo vede sbarcare sulle coste giapponesi e ritirarsi con moglie e figli in uno sperduto villaggio montano, a coltivare aglio fino all’età di 118 anni.

montagne_herai

shingo_paysage

Il pittoresco paesino di Shingo (prefettura di Aomori), meno di 3.000 anime, è immerso nella natura, ed è conosciuto soltanto per tre specialità: lo yogurt, il delizioso aglio locale e la tomba di Gesù Cristo.

Il Nazareno, infatti, secondo la leggenda sarebbe arrivato in Giappone quando aveva 21 anni, per completare la sua formazione teologica (era evidentemente interessato allo studio delle religioni comparate); tornato a Gerusalemme, all’età di 33 anni… riuscì a far crocifiggere suo fratello al suo posto.
Per inciso, anche suo fratello Isukuri (traducibile in italiano all’incirca come “Esù Cri“) è sepolto a Shingo, o almeno il suo orecchio.
Confusi? Procediamo per ordine.

herai

La tomba di Gesù.

deux_tombes

La tomba di Esù.

danse

Il Festival di Cristo.

La tomba esiste, e attira ogni anno circa 10.000 visitatori. Vi si tiene perfino un Festival di Cristo – anche se, a onor del vero, si tratta di una cerimonia shintoista a “tema” cristiano. Vicino alla tomba di Gesù (e di suo fratello Esù) c’è un piccolo museo che chiarisce la vicenda. Nelle brochure turistiche si può leggere l’intera storia:

Quando aveva 21 anni, Gesù Cristo venne in Giappone e studiò teologia per 12 anni. Tornò in Giudea all’età di 33 anni per predicare, ma la gente di laggiù rifiutò i Suoi insegnamenti e Lo arrestò per crocifiggerlo.
Nonostante questo, fu Suo fratello minore Isukuri (イスキリ) che casualmente prese il Suo posto e finì la sua vita in croce. Gesù Cristo, essendo sfuggito alla crocifissione, ricominciò i Suoi viaggi e finalmente tornò in Giappone, e si stabilì in questo villaggio, Herai, dove visse fino all’età di 106 anni (Nota: altre versioni fanno menzione dell’età di 118 anni e del nome di sua moglie, Miyu).
In questo sacro luogo, la tomba sulla destra è dedicata a Gesù Cristo, mentre la tomba a sinistra commemora suo fratello, Isukuri. Tutto questo è scritto nel testamento di Gesù Cristo.

cocacola

Enjoy Coca-Cola.

musee_denshoukan

Interno del museo.

testament_christ

Il testamento giapponese di Gesù.

Il testamento, redatto di suo pugno dal Messia stesso, è consultabile nel museo, anche se si tratta di una copia dato che l’originale è andato purtroppo perduto in un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale. Fa parte della serie di antichi documenti che il famoso ricercatore Kyomaro Takeuchi ha scoperto nel 1935: da queste carte risulta inoltre che i proprietari del terreno su cui sorge la tomba, la famiglia Sawaguchi, sono i veri e propri discendenti di Gesù Cristo.

D’altronde, i Sawaguchi non sono forse più alti della media, con il naso più allungato della media, e con la pelle più chiara della media? Lo stemma dei Sawaguchi non ricorda forse una stella di David a cui manca una punta? E il signor Sawaguchi non ha un profilo particolarmente occidentale, e anche piuttosto familiare?

photo_sawaguchi_senior

Il signor Sawaguchi in posa romana.

embleme_sawaguchi

Lo stemma araldico dei Sawaguchi.

maison_sawaguchi

Esterno del museo con stemma.

Ci sono altri lampanti indizi che indicano la presenza storica di Gesù Cristo in questi luoghi. Per esempio, l’usanza di disegnare una croce sulla fronte dei neonati in segno di buon augurio. E, ancora, una filastrocca che tuttora si canta in paese, ma di cui nessuno conosce il senso:

Naniyaa dorayayo (ナニヤアドラヤヨ)
Naniyaa donasare inokie (ナニヤアドナサレイノキエ)
Naniyaa doyarayo (ナニヤアドラヤヨ)

Visto che questo non è giapponese, si è perso il significato originario delle parole. Ma quel nasare al centro del secondo verso ricorda in maniera sospetta il nome della città di Nazaret.
Altri indizi: il villaggio di Shingo un tempo si chiamava Herai, che forse deriva da Hebrai, quindi probabilmente l’insediamento originale era costituito da ebrei. Se questo non bastasse, il costume tradizionale locale presenta una sconvolgente somiglianza con il tipico completo ebraico.

mannequin_jesus

Insomma, la faccenda è seria, e con tutta questa abbondanza di prove inconfutabili risulta evidente che la tomba di Gesù Cristo è davvero autentica. Qualche dubbio rimane su quella di suo fratello, ma secondo alcune fonti lì sarebbe sepolto soltanto il suo orecchio, tagliato dalle guardie romane e conservato da Gesù come souvenir.

E, come souvenir, i visitatori del gift shop del museo possono portarsi a casa una tazza da tè con le parole della misteriosa canzoncina locale.
O un barattolo di gelato all’aglio per scacciare i vampiri.
O il sakè di Cristo.
O una foto ricordo nei panni della Sacra Famiglia, versione nipponica.

chawan_jesus

Chawan (tazza da tè) di Gesù.

glace_dracula

Gelato all’aglio “Dracula”.

sake_de_jesus

Sakè di Cristo.

panneau

Cheese! Alleluja!

Incredibile come, anche di fronte all’evidenza, non manchino i soliti scettici, impegnati a sostenere che si tratti solo di una bufala messa in piedi dalla famiglia Sawaguchi con il consenso del Comune, al fine di attirare un po’ di turismo.

Alcuni cinici arrivano perfino a mettere in discussione il ritrovamento, a 3 chilometri dalla tomba di Gesù Cristo, di due piramidi più antiche di quelle egiziane o messicane, scoperte sempre nel 1935, sempre dal famoso ricercatore Kyomaro Takeuchi, e sempre sul terreno di proprietà dei Sawaguchi.

Ma, si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

shingo_plan_pyramides

La Piramide del Dio della Grande Roccia, e la Piramide Superiore del Dio della Grande Roccia.

kagami_ishi

Una roccia recante delle antichissime e misteriose iscrizioni. Il cartello spiega che purtroppo la roccia è caduta proprio sul lato delle incisioni, che quindi non si possono ammirare.

shingo_pyramide

L’incredibile Piramide di Shingo.

Shen Dzu: i Maiali di Dio

15184779-ff1e-4231-b302-6ccc4791293e_640#640

Ogni anno all’incirca a metà di luglio del calendario cinese, a Taipei sull’isola di Taiwan, si svolge il Festival Yimin. Si tratta di una ricorrenza religiosa in cui si commemorano i duecento guerrieri di etnia hakka che persero la vita, verso la fine del ‘700, durante una ribellione: parate festose, colorate, con musica e danze.
Si tratta anche di un evento che da qualche anno è vivacemente contestato da alcuni gruppi di animalisti taiwanesi, che stanno cercando di sensibilizzare anche il resto del mondo sulla crudeltà di una particolare gara che si compie all’interno del festival: lo Shen Dzu Contest, ovvero la competizione dei Maiali di Dio.

I Maiali di Dio, protagonisti di questa gara, sono dei suini che fra i 15 e i 24 mesi di età hanno avuto la sfortuna di essere selezionati per diventare vittime sacrificali. Per prima cosa vengono castrati, senza anestesia, nella convinzione che questo aumenti la robustezza della loro costituzione. Dopodiché, per un periodo che può durare anche un paio d’anni, sono confinati in spazi angusti affinché non possano muoversi, e nutriti a forza con un tubo di gomma infilato direttamente nell’esofago. La tecnica del gavage, ritenuta non etica e quindi vietata in Italia, è tuttora utilizzata in Francia, Spagna, Stati Uniti, Bulgaria, Ungheria e Belgio per la produzione di foie gras. Nel caso degli Shen Dzu, però, il risultato è ancora più impressionante: i maiali vengono alimentati di continuo fino ad assumere una mole spaventosa, arrivando a pesare quasi una tonnellata – mentre gli esemplari domestici normalmente non superano i 2-300 kg. Incapaci di camminare o anche soltanto di reggersi sulle gambe, spesso con organi interni completamente deformati, la pelle piagata dal forzato decubito, i colossali animali devono essere portati in piazza a forza di braccia, anche da una ventina di persone ciascuno.
Si dice che, per barare ed aumentare il peso del maiale, alcuni allevatori con pochi scrupoli somministrino agli animali, nei giorni precedenti alla gara, dei cibi “speciali”: al posto del solito riso, della frutta o delle patate, questi ultimi pasti sono a base di sabbia, piombo, o qualsiasi materiale pesante.

maiali-cinesi_O4

20060809204738

Una volta sul palco della competizione, il maiale più grasso otterrà la vittoria. Ma questo non gli risparmierà di finire, come tutti gli altri concorrenti, sgozzato e macellato di fronte alla folla festante, in sacrificio ai 200 valorosi martiri Yimin.

A worshipper prepares to insert a knife into the throat of a fattened pig for a sacrifice as part of the Hakka Yimin Festival in Hsinchu

P02-110811-a2

Lo Shen Dzu Contest è anche un business, poiché la carne viene venduta al miglior offerente. Una vittima sacrificale di 600 kg può fruttare, in media, circa 4.500 €, mentre un esemplare di 900 kg arriva anche al costo di 67.500 €.

Una volta macellati i Maiali di Dio, la loro pelle viene stesa, dipinta con motivi tradizionali, e montata su grandi carri da parata per essere ammirati dalla folla.

0023ae606e660de4649c0e

0023ae606e660de4649d10

0023ae606e660de4649d0f

6076242763_61f169e7f9_z

6076204199_f35cf75309_b

Come ultima nota ironica, va notato che nutrire a forza gli animali, e macellarli in pubblico, è ufficialmente vietato dalla legge taiwanese; ma, secondo le associazioni animaliste, il governo non farebbe nulla per impedire lo svolgersi dello Shen Dzu Contest, per paura di rappresaglie da parte dei numerosi gruppi religiosi che lo rivendicano come parte della loro tradizione culturale.

9594727123_a5c955a6ff_z

Worshippers look at fattened sacrificial pigs as part of the Hakka Yimin Festival in Hsinchu

pigs-of-god-festival7

pigs-of-god-festival8

pigs-of-god-festival2-550x418

pigs-of-god-festival-550x363

pigs-of-god-festival6-550x356

pigs-of-god-festival10

Ecco il sito ufficiale del festival Yimin, contente molte informazioni sulla cultura hakka.

(Grazie, Fabio!)

Reportage Bizarre

Quest’anno al Festival di Cannes il cinema italiano emergente è stato ben rappresentato da un cortometraggio intitolato Lievito madre, che si è aggiudicato il terzo premio fra i sedici corti presenti nella sezione Cinéfondation, dedicata alle scuole di cinema del mondo. Si tratta del saggio di diploma del giovane regista e fumettista romano Fulvio Risuleo, 23 anni, realizzato all’interno del prestigioso Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.

Lievito madre racconta il più classico dei triangoli – lui, lei, l’altro; eppure la vicenda acquista toni fantastici e grotteschi in quanto l'”altro” non è in questo caso umano, bensì fatto di acqua, farina e lievito… e dotato di una sua particolare “vitalità”.

Prima di Lievito madre, Risuleo aveva diretto nel 2013 il cortometraggio Ghigno sardonico, che prende spunto dalle tecniche di ascolto della presunta “voce delle piante” negli anni ’70 (ne avevamo parlato in questo articolo) per arrivare a un violento e comico climax.

ghigno sardonico
Se già questi primi cortometraggi dimostrano uno spiccato gusto per il surrealismo, Fulvio Risuleo conferma la propria idea di cinema con il suo ultimo lavoro, intitolato Reportage Bizarre.

[vimeo https://vimeo.com/95174388]

Si tratta di un progetto cinematografico per il web, girato nella più totale indipendenza produttiva e creativa, che si propone di esplorare una Parigi inconsueta e sconosciuta. Reportage Bizarre è composto di 20 diversi video-frammenti che lo spettatore seleziona “alla cieca”: il percorso casuale può inizialmente far sembrare il tutto una sorta di disorganico archivio di found footage, finché non si cominciano a notare alcuni personaggi ed oggetti che ricorrono con frequenza sempre maggiore, costruendo diverse, intriganti linee narrative.
Un misterioso uomo claudicante che compare in diversi punti della città, un investigatore alla ricerca di un assassino, una ragazza con un cerotto blu sulla fronte che si ritrova alla fine di una relazione sentimentale, l’onnipresenza del durian (frutto esotico di cui avevamo parlato qui), strani dinosauri-giocattolo di plastica rosa che spuntano nei momenti più inaspettati, una setta di artisti underground con un’ossessione segreta… a poco a poco si delinea un affresco misterioso e per certi versi lynchiano, in cui Parigi disvela il suo volto simbolico sommerso.

Ecco la nostra intervista a Fulvio Risuleo.

Innanzitutto, com’è andata a Cannes?

I francesi mi hanno accolto bene. È stato bello vedere centinaia di persone alle proiezioni e rispondere alle domande dei curiosi. Cannes è un gran festival perché ha in sé la cultura ufficiale e le ricercatezze di nicchia; il tutto presentato con la stessa importanza e visibilità.

Quale tipo di cinema ti interessa?

A me interessa il cinema con delle idee in grado di mostrare la realtà in maniera diversa. Se per realtà si intende la vita di tutti i giorni. Quando mi capita di pensare una storia, alla fine succede che contiene sempre qualche elemento surreale o strano. Non ci posso fare nulla. Quello che mi sforzo di fare è renderlo più credibile possibile per poter arrivare meglio nella testa dello spettatore.

Puoi parlarci dei tuoi referenti (letterari, artistici, cinematografici)?

Le idee sono alimentate per lo più dal quotidiano. La lingua italiana è piena di elementi figurati che sono miniere di storie. Aprono molto la testa… ecco, per esempio, già la frase “aprono molto la testa” dimostra come un’espressione figurata possa suggerire un’idea splatter. Altre ispirazioni me le danno i mostri, quelli dentro di noi e quelli che ci sono da sempre e vivono liberi nel mondo esterno. In più, tutte le volte che qualcuno mi dice “non sai che mi è successo oggi”, oppure “ma lo sai cosa ho letto ieri”, ecco, tutti i racconti che seguono mi ispirano molto.
Credo che anche Roland Topor ragionasse così, e lui è un artista che stimo e studio.

Da dove nasce il tuo evidente interesse per l’assurdo e il bizzarro? Come lo coltivi?

Ignoro da dove nasca. Quello che so è che spesso con un’idea bizzarra, assurda, si possono affrontare questioni difficili da mostrare realisticamente. Spesso si riesce ad essere anche meno retorici con un’immagine o un suono che appartiene al mondo dell’insolito. Sicuramente è un bel modo per essere universali, perché tutti sognano, tutti hanno fobie, tutti hanno dei feticci. A patto che anche nell’idea più strana si possa trovare intimità e calore.

Come è nata l’idea di Reportage Bizarre? E come sei riuscito a realizzarlo?

Dopo tre anni di Centro Sperimentale di Cinematografia passati a esercitarmi con corti cinematografici professionali, ma dal processo creativo abbastanza lento, volevo fare qualcosa di completamente diverso. Tanti motivi mi attiravano verso Parigi, molti dei quali inconsci. L’idea era quello di fare un reportage mostrando le miei sensazioni in quella città che conoscevo solo per il riflesso della sua fama. Per poco più di un mese ho vagato a caso per i quartieri, tanta gente mi ha aiutato consigliandomi le cose più strane da vedere. Ho trattato questo progetto come un taccuino di appunti filmati, esplorando Parigi come fosse un paese esotico. Atmosfere, idee a cuore aperto, pezzi di film, scene scartate e visioni varie. Poi tornato a Roma un gruppo di fidati collaboratori mi ha aiutato a dare una forma a tutto ciò.

Questo progetto, libero e sperimentale come solo un lavoro indipendente si può permettere d’essere, mostra insieme ai tuoi due corti una linea definita, un progetto ben preciso – insomma, una tua “missione” cinematografica e artistica.

Personalmente mi interessa continuare una ricerca sul linguaggio e sui diversi modi per narrare. Ma mi interessa anche che qualcosa possa cambiare in un futuro prossimo nel nostro paese. Mi piacerebbe contribuire a far ritornare il fermento in Italia. Questo, al di là di essere un momento di crisi economico, è un momento di crisi degli umani: i registi, i produttori e tanti artisti in generale sono diventati egoisti, poco interessati alla ricerca di strade meno facili, e soprattutto poco curiosi. Personalmente non mi riesce di stare fermo, e certe volte è proprio una dannazione.

Cattura2

Ecco il sito ufficiale di Reportage Bizarre.
Fulvio Risuleo, in qualità di illustratore, ha partecipato anche al progetto Parade.

Holi

[vimeo http://vimeo.com/40123818]

In India, fra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, i colori esplodono nelle strade. Si tratta della festa tradizionale chiamata Holi; due giorni in cui, in modo vagamente simile al nostro carnevale, le regole sociali e le distanze fra le varie caste vengono abolite (entro certi ragionevoli limiti).

I significati simbolici di Holi sono molteplici. Originariamente la festa commemorava un episodio dei Purāṇa, in cui Prahlada resiste alle imposizioni di suo padre Hiranyakashipu e, contro la volontà di quest’ultimo, continua ad essere fedele a Vishnu; a farne le spese è però sua sorella, Holika, che morirà bruciata sulla pira. Al di là delle scritture tradizionali, Holi simboleggia principalmente la fine della stagione invernale e l’inizio della primavera: la terra diviene fertile, si riempie di colori e la vita rifiorisce.


Nel tempo, la festa ha addolcito i suoi tratti religiosi in favore di celebrazioni più popolari, gioiose e spensierate. Nel giorno centrale del Holi, si allestiscono enormi falò di fronte a cui si prega e si canta; in seguito polveri profumate e colorate, e tinozze di acqua similmente tinta e aromatizzata, vengono distribuiti fra la gente. Comincia allora una vera e propria battaglia, folle e selvaggia, in cui gli eccitati partecipanti vengono bersagliati di nuvole variopinte e sgargianti.


E’ davvero un ritorno alla vita, liberatasi dal tetro spettro dell’inverno; e il colore si fa veicolo di allegria, essenza stessa del ringraziamento alla divinità che ci ha donato di godere delle mille sfumature della realtà.


Ecco la pagina (inglese) di Wikipedia sul Holi.