Link, curiosità & meraviglie assortite – 9

Iniziamo con qualche veloce aggiornamento.

Mancano soltanto tre giorni alla fine del Bizzarro Bazar Contest. Sono arrivati moltissimi contributi fantastici, che scoprirete la settimana prossima quando saranno annunciati i vincitori. Quindi se siete fra i ritardatari dateci dentro, senza dimenticare una ripassatina alle linee guida: questo blog deve essere esplicitamente menzionato/raffigurato nel vostro lavoro.

Il 1 ottobre sarò al Teatro Bonci di Cesena nell’ambito nel CICAP Fest 2017. Visto che l’edizione di quest’anno è tutta incentrata sul tema delle bufale e della post-verità, l’amico Massimo Polidoro mi ha chiesto di portare un po’ di meraviglie dalla mia wunderkammer — nello specifico alcuni oggetti che si situano sul confine tra vero e falso, tra realtà e immaginazione. E, giusto per fare un po’ il “ribelle”, parlerò di bufale creative e di complotti fruttuosi.

Già che stiamo parlando della mia collezione, volevo condividere con i lettori il mio entusiasmo per uno degli ultimi arrivi: questa straordinaria opera d’arte.

Direte, “Be’, che avrà di così particolare?“. Si vede che non capite proprio niente di arte moderna!
Il quadro, del 2008, è stato dipinto dal celebre artista Jomo.

Ecco Jomo:

Ecco Jomo immortalato in una statua di bronzo, acquisita assieme al quadro.

Esatto, l’avrete indovinato: d’ora in poi potrò sperimentare sui miei ignari ospiti la vecchia beffa di Pierre Brassau.
Sono anche contento che i proventi della vendita del dipinto del gorilla siano andati al personale dello zoo di Toronto, che quotidianamente accudisce questi magnifici primati. Per inciso, lo Zoo di Toronto è membro attivo del North American Gorilla Species Survival Plan e lavora anche in Africa per salvare i gorilla che rischiano l’estinzione (a causa, ho scoperto, dei nostri cellulari).

E ora via con la nostra usuale selezione di link:

  • La poesia che vi favorisco qui sopra è di Igino Ugo Tarchetti, esponente della Scapigliatura, la corrente letteraria più bizzarra, gotica e maudit che l’Italia abbia conosciuto. (Il prossimo libro della Collana Bizzarro Bazar tratterà, seppure marginalmente, anche degli scapigliati.)

  • E passiamo alle averle, deliziosi uccellini dell’ordine dei Passeriformes.
    Deliziosi sì, ma carnivori: il nome della loro famiglia, Laniidae, deriva dal latino per “macellaio” e in effetti, essendo così piccoli, devono ricorrere a un’astuzia piuttosto crudele. Dopo aver attaccato le loro prede (insetti ma anche piccoli vertebrati), le averle le impalano su spine, rametti, rovi o fili spinati, al fine di immobilizzarle e poi sbranarle con comodo, spesso ancora vive, pezzetto dopo pezzetto — facendo sembrare Vlad Tepes un vero novellino.

  • Sempre in tema di animali, le balene (come molti altri mammiferi) piangono i loro morti. Ecco un articolo del National Geographic sul lutto nei cetacei.
  • Cambiamo argomento e parliamo un po’ di sex toys. L’amico sexpert Ayzad ha compilato la lista definitiva dei giocattoli erotici da NON comprare: gli accessori di pessimo gusto, completamente demenziali e perfino inquietanti sono talmente numerosi che ha dovuto dividere il tutto in tre articoli, uno, due e tre. Preparatevi per una discesa nella parte più schizofrenica e aberrante del consumismo sessuale (ovviamente alcune foto sono NSFW).
  • E arriviamo ai feticisti della cultura: le persone che si definiscono “sapiosessuali”, ovvero attratte sessualmente dall’intelligenza e dall’erudizione di un individuo, sono il miraggio di ogni nerd e di ogni introverso topo di biblioteca.
    Però, suggerisce questo articolo, scegliere un partner intelligente non è poi una gran trovata: fa già parte delle strategie evolutive da milioni di anni. Dunque chi si autodefinisce sapiosessuale sui social network fa la figura del vanitoso e finisce per sembrare stupido. Facendo così scappare a gambe levate chi ha un minimo di intelligenza. Ah, l’ironia.

Finalmente qualcuno ha pensato ad aggiustare le giraffe.

Rubberdoll: nei panni di una bionda

Vi sono talvolta delle estreme frange dell’erotismo che prestano il fianco ad una facile ironia. Eppure, appena smettiamo di guardare gli altri dall’alto in basso o attraverso il filtro dell’umorismo, e cerchiamo di comprendere le emozioni che motivano certe scelte, spesso ci sorprendiamo a riuscirci perfettamente. Possiamo non condividere il modo che alcune persone hanno elaborato di esprimere un disagio o un desiderio, ma quei disagi e desideri li conosciamo tutti.

Parliamo oggi di una di queste culture underground, un movimento di limitate dimensioni ma in costante espansione: il female masking, o rubberdolling.

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Le immagini qui sopra mostrano alcuni uomini che indossano una pelle in silicone con fattezze femminili, completa di tutti i principali dettagli anatomici. Se il vostro cervello vi suggerisce mille sagaci battute e doppi sensi, che spaziano da Non aprite quella porta alle bambole gonfiabili, ridete ora e non pensateci più. Fatto? Ok, procediamo.

I female masker sono maschi che coltivano il sogno di camuffarsi da splendide fanciulle. Potrebbe sembrare una sorta di evoluzione del travestitismo, ma come vedremo è in realtà qualcosa di più. Il fenomeno non interessa particolarmente omosessuali e transgender, o perlomeno non solo, perché buona parte dei masker sono eterosessuali, a volte perfino impegnati in serie relazioni familiari o di coppia.
E nei costumi da donna non fanno nemmeno sesso.

Ma andiamo per ordine. Innanzitutto, il travestimento.
L’evoluzione delle tecniche di moulding e modellaggio del silicone hanno reso possibile la creazione di maschere iperrealistiche anche senza essere dei maghi degli effetti speciali: la ditta Femskin ad esempio, leader nel settore delle “pelli femminili” progettate e realizzate su misura, è in realtà una società a conduzione familiare. In generale il prezzo delle maschere e delle tute è alto, ma non inarrivabile: contando tutti gli accessori (corpo in silicone, mani, piedi, maschera per la testa, parrucca, riempitivi per i fianchi, vestiti), si può arrivare a spendere qualche migliaio di euro.
Per accontentare tutti i gusti, alcune maschere sono più realistiche, altre tendono ad essere più fumettose o minimaliste, quasi astratte.

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Alla domanda “perché lo fanno?”, quindi, la prima risposta è evidentemente “perché si può”.
Quante volte su internet, in televisione, o sfogliando una rivista scopriamo qualcosa che, fino a pochi minuti prima, nemmeno sapevamo di desiderare così tanto?
Senza dubbio la rete ha un peso determinante nel far circolare visioni diverse, creare comunità di condivisione, confondere i confini, e questo, nel campo della sessualità, significa che la fantasia di pochi singoli individui può incontrare il favore di molti – che prima di “capitare” su un particolare tipo di feticismo erano appunto ignari di averlo inconsciamente cercato per tutta la vita.

Trasformarsi in donna per un periodo di tempo limitato è un sogno maschile antico come il mondo; eppure entrare nella pelle di un corpo femminile, con tutti gli inarrivabili piaceri che si dice esso sia in grado di provare, è rimasto una chimera fin dai tempi di Tiresia (l’unico che ne fece esperienza e, manco a dirlo, rimase entusiasta).
Indossare un costume, per quanto elaborato, non significa certo diventare donna, ma porta con sé tutto il valore simbolico e liberatorio della maschera. “L’uomo non è mai veramente se stesso quando parla in prima persona – scriveva Oscar Wilde ne Il Critico come Artista –, ma dategli una maschera e vi dirà la verità“. D’altronde lo stesso concetto di persona, dunque di identità, è strettamente collegato all’idea della maschera teatrale (da cui esce la voce, fatta per-sonare): questo oggetto, questo secondo volto fittizio, ci permette di dimenticare per un attimo i limiti del nostro io quotidiano. Se un travestito rimane sempre se stesso, nonostante gli abiti femminili, un female masker diviene invece un’altra persona – o meglio, per utilizzare il gergo del movimento, una rubberdoll.

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Nel documentario di Channel 4 Secret Of The Living Dolls, questo sdoppiamento di personalità risulta estremamente evidente per uno dei protagonisti, un pensionato settantenne rimasto vedovo che, avendo ormai rinunciato alla ricerca di un’anima gemella, ha trovato nel suo alter ego femminile una sorta di compensazione platonica. Lo vediamo versare abbondante talco sulla pelle in silicone, indossarla faticosamente, applicare maschera e parrucca, e infine rimirarsi allo specchio, rapito da un’estasi totale: “Non riesco a credere che dietro questa donna bellissima vi sia un vecchio di settant’anni, ed è per questo che lo faccio“, esclama, perso nell’idillio. Se nello specchio vedesse sempre e soltanto il suo corpo in deperimento, la vita per lui sarebbe molto più triste.
Un altro intervistato ammette che il suo timore era quello che nessuna ragazza sexy sarebbe mai stata attratta da lui, “così me ne sono costruito una“.

Alcuni female masker sono davvero innamorati del loro personaggio femminile, tanto da darle un nome, comprarle vestiti e regali, e così via. Ce ne sono di sposati e con figli: i più fortunati hanno fatto “coming out”, trovando una famiglia pronta a sostenerli (per i bambini, in fondo, è come se fosse carnevale tutto l’anno), altri invece non ne hanno mai parlato e si travestono soltanto quando sono sicuri di essere da soli.
Provo un senso di gioia, un senso di evasione“, rivela un’altra, più giocosa rubberdoll nel documentario di Channel 4. “Lo faccio per puro divertimento. È come l’estensione di un’altra persona dentro di me che vuole soltanto uscire e divertirsi. La cosa divertente è che la gente mi chiede: cosa fai quando ti travesti? E la risposta è: niente di speciale. Alle volte mi scatto semplicemente delle foto da condividere sui siti di masking, altre volte mi succede soltanto di essere chi voglio essere per quel giorno“.

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Al di fuori delle comunità online e delle rare convention organizzate in America e in Europa, il feticismo delle rubberdoll è talmente bizzarro da non mancare di suscitare ilarità nemmeno all’interno dei comuni spazi dedicati alle sessualità alternative. Un feticismo che non è del tutto o non soltanto sessuale, ma che sta in equilibrio fra inversione di ruoli di genere, travestitismo e trasformazione identitaria. E una spruzzatina di follia.
Eppure, come dicevamo all’inizio, se la modalità adottata dai female masker per esprimere una loro intima necessità può lasciare perplessi, questa stessa necessità è qualcosa che conosciamo tutti. È il desiderio di bellezza, di essere degni d’ammirazione – della propria ammirazione innanzitutto -, la sensazione di non bastarsi e la tensione ad essere più di se stessi. La voglia di vivere più vite in una, di essere più persone allo stesso tempo, di scrollarsi di dosso il monotono personaggio che siamo tenuti a interpretare, pirandellianamente, ogni giorno. È una fame di vita, se vogliamo. E in fondo, come ricorda una rubberdoll in un (prevedibilmente sensazionalistico) servizio di Lucignolo, “noi siamo considerati dei pervertiti. […] Ci sono moltissime altre persone che fanno di peggio, e non hanno bisogno di mettersi la maschera“.

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Ecco l’articolo di Ayzad che ha ispirato questo post. Se volete vedere altre foto, esiste un nutritissimo Flickr pool dedicato al masking.

Kegadoru, gli idoli feriti

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Il quartiere Harajuku di Tokyo è famoso in tutto il mondo per le sue Harajuku girls, ragazze dai vestiti stravaganti, multicolori e inevitabilmente kawaii, sempre pronte a capitalizzare qualsiasi cosa faccia tendenza al momento. In questa fucina di mode alternative potete vedere sfilare sui marciapiedi decine di gothic lolita, oppure adolescenti vestite con abiti tradizionali mischiati con capi di marca, o ancora giovani agghindati come se fossero ad un festival di cosplay.

Una moda degli ultimi anni è quella dei kegadoru, ossia gli “idoli feriti”, cioè giovani donne che mostrano segni di traumi fisici, bendaggi e garze oftalmiche o di primo soccorso.

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Forse stanno soltanto cercando di attirare l’attenzione dei maschi orientali. Ma in realtà ricoprirsi di bende o fasciarsi un arto come se si fosse appena usciti dall’ospedale è un modo di strizzare l’occhio ad uno dei feticismi sessuali più in voga in Giappone: il medical fetish ha infatti sempre occupato una nicchia piuttosto apprezzata nell’Olimpo delle fantasie nipponiche, e non soltanto.

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In effetti esistono riviste erotiche specializzate sul tema, in cui belle e procaci modelle sfoggiano fasciature mediche, tutori ed altri apparecchi terapeutici o protesici. Cosa affascina il pubblico maschile in queste fotografie?

A prima vista sembrerebbe controintuitivo: gli evoluzionisti ci hanno sempre insegnato (vedi ad esempio questo articolo) che, seppur inconsciamente, scegliamo i nostri partner per la loro prestanza e salute fisica – segnali di maggiori chance che la procreazione vada a buon fine.
Ma in questo particolare caso diversi fattori entrano in gioco.

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Innanzitutto, le bende. Le fasciature che costringono il corpo, nell’ambito feticistico, rimandano al bondage e alle sue corde, ma con tutta la portata simbolica del contesto clinico. E tutti conosciamo bene il potere di un camice bianco sulla fantasia erotica: il mondo della medicina, in virtù del suo focalizzarsi sul corpo, è entrato prepotentemente nel comune immaginario sessuale, dall’infantile “gioco del dottore”, all’icona pop dell’infermiera sexy, fino ai feticismi che trasformano alcuni strumenti medici in oggetti di desiderio (speculum, clisteri, ecc.).

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In secondo luogo, il concetto di kegadoru fa leva sull’istinto di protezione. In questo senso, è un tipo di roleplay simile a quello che esiste, in ambito BDSM, nel cosiddetto rapporto Daddy/Little, dove il maschio è figura paterna e premurosa (ma anche severa durante le necessarie “punizioni”) e la femmina diviene una bambina, viziosa e incorreggibile ma oltremodo bisognosa di cure e attenzioni. Qui invece, la ragazza occulta parte del suo viso e del suo corpo sotto le bende, e questa sua “imperfezione”, oltre ad esaltarne la bellezza (attraverso il classico effetto “vedo – non vedo”), domanda premura e tenerezza.

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Infine, i kegadoru hanno anche una chiara connotazione masochistica. La donna, in questo gioco, è molto più che indifesa – è addirittura ferita; non può quindi opporre alcuna resistenza. Eppure nel suo esibire le proprie fasciature in pose maliziose, come fossero un tipo particolare di intimo o una divisa fetish, sta evidentemente accettando e scegliendo il suo ruolo.

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Tutto questo contribuisce al complesso fascino degli injured idols, che ha ossessionato almeno due grandi artisti: Trevor Brown (di cui abbiamo parlato in questo articolo) e Romain Slocombe, fotografo, regista, pittore e scrittore parigino che ha fatto delle ragazze “ferite” le sue muse ispiratrici. Ecco alcune delle sue migliori foto.

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Parade

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Parade – Presso, accanto, oltre l’amore è lo sforzo collettivo di 30 disegnatori italiani che, incuriositi dallo strano mondo delle parafilie, hanno deciso di illustrare la varietà senza fondo delle fantasie sessuali attraverso le più incredibili confessioni scovate sulla rete.

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Preview di “Oculolinctus” di Mauro Belfiore

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Preview di “Furniphilia” di Margherita Barrera

L’approccio degli autori a un soggetto così sensibile è inaspettatamente leggero, ironico, a tratti quasi romantico; ad ogni pagina una nuova sorpresa ci attende, a dimostrazione di quanto variopinta possa essere l’immaginazione erotica. Alcune delle parafilie contenute in Parade fanno sorridere, altre possono inquietare, ma l’insieme del lavoro rivela una sorta di gioiosa e giocosa voglia di esplorare, di inventare, di trascendere i limiti. Queste pagine suggeriscono che, perfino nel sesso, noi esseri umani non possiamo fare a meno di essere creativi.

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Preview di “Pillow Fetish” di Daniela Tieni

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Preview di “The Red Fence” di Margherita Paoletti

Il libro è stato autoprodotto, presentato a maggio al Comicon di Napoli, ed ora è disponibile per l’acquisto online. Oltre ad essere estremamente godibile e divertente, rappresenta anche un’occasione unica per “tastare il polso” dell’illustrazione e del fumetto italiano underground oggi: per questi motivi abbiamo aderito con entusiasmo al progetto, firmando una breve prefazione al testo e sostenendo il lavoro di questi giovani autori che sicuramente meritano visibilità.

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Questa è la pagina Facebook di Parade, e questo il sito Tumblr sul quale trovate altre preview delle illustrazioni e il link per acquistare il libro.

Il sesso fuori dalla pagina

In amore gli scritti volano e le parole restano.

(E. Flaiano)

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La critica ha spesso analizzato lo stile e il senso (allegorico, filosofico) delle più celebri scene erotiche descritte dai maestri della letteratura. Ma qui vorremmo dedicarci a una riflessione sulla faccia più nascosta degli autori, sulla loro sessualità “fuori” dalla letteratura, dalla pagina scritta.
Le peripezie sessuali di Henry Miller a Parigi ci sono ben note, perché egli stesso ne ha reso conto con dovizia di dettagli nei suoi romanzi più celebri. Ma cosa sappiamo dell’approccio al sesso di altri grandi scrittori? Di quali segreti inconfessabili o piccole manie siamo a conoscenza?

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Alcune loro gesta amatorie sono celebri. Lord Byron, stando a quanto si racconta, riuscì a dormire con 250 donne in un solo anno. Con la sua amante Caroline Lamb vi fu (pare) perfino uno scambio di peli pubici inviati via posta.
Nella categoria dei sessuomani, alcuni biografi inseriscono Stendhal, in virtù delle sue numerosissime relazioni amorose, della sua sensualità esaltata e di alcune curiose pagine autobiografiche in cui, ad esempio, ci regala la ricetta per mantenere duratura un’erezione: basterebbe strofinarsi l’alluce destro con un unguento di ceneri di tarantola. Un altro fenomenale amatore si dice fosse Balzac, e un aneddoto recita così: alla signora che gli chiedeva se fosse vero, come si vociferava, che egli era in grado di avere un’erezione “a comando”, Balzac rispose aprendo la giacca, e dicendo semplicemente “Controlli pure”.
A supporto di questi racconti c’è l’enorme scandalo che suscitò a fine ‘800 la statua che di Balzac realizzò Rodin, nella quale il grande autore viene ritratto con una lunga vestaglia e, sotto il drappeggio, sembra tenere in mano il proprio pene eretto.

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Siamo in un territorio spesso e volentieri circonfuso dall’alone della leggenda, e sarebbe bene non dimenticarlo quando ad esempio ci imbattiamo in qualche pagina che associa per esempio Francis Scott Fitzgerald al feticismo del piede: l’intera storia nasce dall’interpretazione tendenziosa – ad opera di un biografo evidentemente interessato allo scandalo – delle parole della sua segretaria, orripilata in seguito nello scoprire che le sue dichiarazioni erano state distorte per sostenere una teoria simile.

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Esistono poi casi in cui viene male interpretata l’ironia di certe frasi: un esempio celebre, Benjamin Franklin e la sua supposta parafilia gerontofila (l’attrazione sessuale per le persone anziane). Nella realtà Franklin, che era un accanito donnaiolo ma anche fine umorista, satirico e goliardico, scrisse una lettera a Cadwaller Colden, in cui argomentava i motivi per cui è preferibile scegliersi una moglie vecchia, invece che una bella e giovane. Nei primi punti Franklin asserisce che la conversazione con le donne di una certa età è molto più piacevole, perché conoscono il mondo; che quando una donna non è più bella, cerca di diventare buona; che le femmine anziane sono più prudenti e discrete, e via dicendo. Per quanto riguarda il sesso, Franklin vi arriva al punto 5:

In ogni animale che cammina eretto, il declino dei fluidi che riempiono i muscoli appare prima nelle parti alte: il viso diventa flaccido e rugoso per primo; poi il collo; e poi i seni e le braccia; le parti basse continuano ad essere fresche come sempre, fino alla fine. Quindi se coprissi tutta la parte superiore con un cesto, e guardassi soltanto quello che c’è sotto il busto, ti sarebbe impossibile distinguere fra due donne qual è la vecchia o la giovane. E poiché nell’oscurità tutti i gatti sono grigi, il piacere delle gioie corporali con una donna vecchia è almeno uguale, se non frequentemente superiore, visto che ogni talento con la pratica può migliorare.

Fare attenzione a distinguere il mito dalla storia è ancora più essenziale quando si affronta un “maledetto” come Sade, la cui sulfurea opera viene troppo spesso confusa con la sua turbolenta, ma infinitamente più innocua, biografia. Nella realtà, pur avendo inventato per i suoi libri proibiti il più sconcertante e sconvolgente campionario di crudeltà mai vergato su pagina, nella vita reale non mise in pratica se non una minima parte delle sue fantasie. Due sono gli “scandali” a sfondo sessuale del Divin Marchese, che secondo le testimonianze coinvolsero una mendicante e alcune prostitute, drogate da Sade con dei confetti alla cantaride, frustate e sodomizzate. Per l’epoca, la flagellazione era pratica comune fra i giochi sessuali, e infatti fu per sodomia che il Marchese venne condannato. Ma le sue incarcerazioni senza fine sono in realtà da ascriversi principalmente ai suoi scritti, ritenuti osceni, e per i quali pagherà passando 30 dei suoi 74 anni di vita da una prigione all’altra, fino all’internamento nel manicomio di Charenton. Certo che, almeno a giudicare dalle lettere scritte in cella all’amata/odiata moglie, a cui rimproverava di avergli procurato un godemichet (dildo) troppo piccolo, la sua vigorosa sessualità e l’ossessione anale non lo abbandonarono mai.

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Alcuni autori hanno apertamente parlato delle proprie inclinazioni in materia di sesso. Fra le parafilie confesse, possiamo citare con sicurezza quella di Jean-Jacques Rousseau, a cui piaceva essere sculacciato (il termine moderno di questa pratica è spanking), e che nelle Confessioni faceva risalire l’origine di questa sua ossessione alla governante della sua infanzia:

La Signorina Lambercier, nostra tutrice, esercitava in tutto su di noi l’autorità di una madre, anche per infliggerci la punizione classica data ai bambini… Chi avrebbe mai detto che questa disciplina infantile, ricevuta all’età di otto anni dalle mani di una donna di trenta, dovesse influenzar così tanto le mie propensioni, i miei desideri, tutte le mie passioni per il resto dell’esistenza… Cadere ai piedi d’una padrona imperiosa ed esser messo sulle sue ginocchia, del tutto inerme e scoperto a lei, obbedendo ai suoi ordini ed implorando perdono, sono stati per me i godimenti più squisiti; e più il mio sangue s’è infiammato sforzandosi in fervide fantasie e più ho acquisito l’aspetto d’un amante piagnucolante.

Fra gli scrittori che non facevano segreto delle proprie fissazioni sessuali ricordiamo ad esempio Cartesio, attratto dalle donne affette da strabismo; André Pieyre de Mandiargues, che andava orgoglioso delle sue due anime – una sadica e una masochista – e le cui inclinazioni crudeli hanno intriso di poetica sensualità gran parte della sua migliore produzione; Bruno Schulz, autore delle Botteghe Color Cannella, il cui spirito masochistico-feticista risulta evidente in diverse sue pagine sulle “veneri ucraine” ma soprattutto nelle illustrazioni che egli stesso realizzava, e in cui si autoritraeva schiacciato e calpestato sotto i piedi di bellissime donne.

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E, ovviamente, Charles Bukowski, lo “sporcaccione ubriaco” per eccellenza, che non ha mai celato la sua simpatia per le situazioni più volgari, disperate e “ai margini”, come risulta evidente nella sua poesia La donna ideale:

il sogno di un uomo
è una puttana con un dente d’oro
e il reggicalze,
profumata
con ciglia finte
rimmel
orecchini
mutandine rosa
l’alito che sa di salame
tacchi alti
calze con una piccolissima smagliatura
sul polpaccio sinistro,
un po’ grassa,
un po’ sbronza,
un po’ sciocca e un po’ matta
che non racconta barzellette sconce
e ha tre verruche sulla schiena
e finge di apprezzare la musica sinfonica
e che si ferma una settimana
solo una settimana
e lava i piatti e fa da mangiare
e scopa e fa i pompini
e lava il pavimento della cucina
e non mostra le foto dei suoi figli
né parla del marito o ex-marito
di dove è andata a scuola o di dove è nata
o perché l’ultima volta è finita in prigione
o di chi è innamorata,
si ferma solo una settimana
solo una settimana
e fa quello che deve fare
poi se ne va e non torna più indietro

a prendere l’orecchino dimenticato sul comò.

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Bukowski

Ma c’è chi invece ha tenuto debitamente nascosta la propria parafilia, salvo essere postumamente “scoperto”. Parliamo per esempio di James Joyce, le cui lettere passionali ed esplicite alla moglie Nora sono riemerse soltanto di recente. Si tratta di una corrispondenza violentemente oscena, anche se allo stesso tempo mirabilmente delicata e colma d’amore. Nella furia erotica di queste lettere si evince un’inclinazione di Joyce per tutto ciò che è lurido, estremo, a tratti rivoltante, e trovano spazio parafilie come ad esempio la petofilia:

Mia dolce puttanella, Nora, ho fatto come mi hai detto, cara mia piccola sporcacciona.
Le parti del tuo corpo che fanno sconcezze sono quelle che mi piacciono di più, ma preferisco il sedere, amore, alle poppe, perché fa una cosa così sporca.
Io penso, Nora, che riconoscerei dovunque le tue scoregge. Scommetto le riconoscerei perfino in una stanza piena di donne che scoreggiano. Fanno un rumore da ragazza, non come certe mogli ciccione che immagino scoreggino umido e ventoso. Le tue sono improvvise, secche e sporche come le farebbe una ragazza spiritosa, per gioco, di notte, in dormitorio. Spero proprio che la mia Nora voglia farmele sul viso, sì che io possa anche odorarle.
Buona notte, piccola Nora scoreggiante.

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Questa lettera del 1909 (che non è certo fra le più spinte – le altre le trovate in lingua originale qui) è stata venduta all’asta da Sotheby’s per 350.000 euro. L’episodio ha avviato un dibattito critico sulla liceità della pubblicazione postuma di una parte così intima della vita di uno scrittore, per quanto importante. È davvero necessario conoscere questi dettagli per comprendere meglio il lavoro di un artista? Non si tratta forse di puro e semplice voyeurismo, di gossip, di un sensazionalismo che ci allontana, invece che avvicinarci, al vero intento dell’opera dello scrittore?

Questo tipo di discussioni è in realtà una versione più piccante, in quanto esacerbata dal contesto “proibito” dei dettagli in questione, del vecchio dibattito sull’Opera e l’Autore. Secondo la scuola semiologica della seconda metà del ‘900, qualsiasi testo va analizzato isolandolo dalle informazioni para-testuali che abbiamo a disposizione (come ad esempio le vicende biografiche dell’autore), perché il suo valore deve consistere unicamente in se stesso. Secondo l’esperienza di molti altri critici, invece, non si può apprezzare intimamente un’opera se non abbiamo elementi che ci permettano di comprendere meglio l’umanità di chi vi sta dietro, il carattere e la personalità dell’autore. Se amo un quadro, mi piacerebbe sapere chi l’ha dipinto, come ha vissuto, in cosa credeva… e forse, sì, anche come amava.

In questo senso, qualsiasi dettaglio può contare, e anche scoprire i vizi e le manie della sessualità – che rimane una delle fondamentali espressioni dell’individuo – non può che gettare un’ulteriore luce sulla personalità (se non sull’opera) dei grandi autori. Quando questa sessualità non fosse aneddotica o amplificata dai toni scandalistici, potrebbe aprire uno spiraglio più intimo sulla visione della vita e del mondo degli scrittori che hanno cambiato e influenzato la letteratura.

Purtroppo, però, sono pochi quegli artisti che hanno parlato apertamente della propria sfera sessuale, autorizzando in questo modo che essa entrasse a far parte della discussione sulla loro opera. E allora il dilemma etico rimane.

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Daikichi Amano è un fotografo nato in Giappone nel 1973; dopo gli studi in America, torna in patria e si dedica inizialmente alla moda. Stancatosi delle foto patinate commissionategli dalle riviste, decide di concentrarsi su progetti propri e comincia fin da subito a scandagliare il lato meno solare della cultura nipponica: il sesso e il feticismo.

I primi scatti di questa nuova piega nel suo lavoro sono dedicati al cosiddetto octopus fetish (di cui avevamo già parlato brevemente in questo post): belle modelle nude vengono ricoperte di piovre e polpi, che talvolta sottolineano con i tentacoli le loro forme, ma più spesso creano una sorta di grottesco e mostruoso ibrido. Le immagini sono al tempo stesso repellenti e sensuali, quasi archetipiche, e il raffinato uso della luce e della composizione fa risaltare questa strana commistione di umano e di animale, sottolineando la sessualità allusa dalla scivolosa e umida pelle dei cefalopodi.

Poi gli animali cambiano, si moltiplicano, proliferano sui corpi delle modelle che sembrano sempre più offerte in sacrificio alla natura: anguille, rospi, rane, insetti, vermi ricoprono le donne di Amano, in composizioni sempre più astratte e surreali, ne violano gli orifizi, prendono possesso della loro fisicità.


Con il passare del tempo, la fotografia di Daikichi Amano rivela sempre di più il valore mitologico che la sottende. Le donne-uccello ricoperte di piume ricordano esplicitamente l’immaginario fantastico nipponico, ricco di demoni e fantasmi dalle forme terribili e inusitate, e la fusione fra uomo e natura (tanto vagheggiata nella filosofia e nella tradizione giapponese) assume i contorni dell’incubo e del surreale.

Mai volgare, anche quando si spinge fino nei territori tabù della rappresentazione esplicita dei genitali femminili, Amano è un autore sensibile alle atmosfere e fedele alla sua visione: non è un caso che, così pare, alla fine di ogni sessione fotografica egli decida di mangiare – assieme alle modelle e alla troupe – tutti gli animali già morti utilizzati per lo scatto, siano essi polpi o insetti o lucertole, secondo una sorta di rituale di ringraziamento per aver prestato la loro “anima” alla creazione della fotografia. Il mito è il vero fulcro dell’arte di Amano.


Le sue fotografie sono indubbiamente estreme, e hanno creato fin da subito scalpore (soprattutto in Occidente), riesumando l’ormai trito dibattito sui confini fra arte e pornografia: qual è la linea di separazione fra i due ambiti? È ovviamente impossibile definire oggettivamente il concetto di arte, ma di sicuro la pornografia non contempla affatto il simbolico e la stratificazione mitologica (quando si apre a questi aspetti, diviene erotismo), e quindi ci sentiremmo di escludere le fotografie di Amano dall’ambito della pura sexploitation. Andrebbe considerata anche la barriera culturale fra Occidente e Giappone, che pare insuperabile per molti critici,  soprattutto nei riguardi di determinati risvolti della sessualità. Ma nelle fotografie di Amano è contenuta tutta l’epica del Sol Levante, l’ideale della compenetrazione con la natura, il concetto di identità in mutamento, l’amore per il grottesco e per il perturbante, la continua seduzione che la morte esercita sulla vita e viceversa.


Le sue immagini possono sicuramente turbare e perfino disgustarci, ma di certo è difficile licenziarle come semplice, squallida pornografia.

Ecco il sito ufficiale di Daikichi Amano.

Looners

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Date un’occhiata al video qui sopra. Una ragazza carina gonfia un palloncino fino a farlo scoppiare. Perfettamente innocente, no? E invece, senza saperlo, avete fatto il primo passo addentrandovi nel mondo delle fantasie dei looners, e fra le centinaia di video come questi ospitati sulla rete.

C’è chi la chiama parafilia, e chi stenta a vederci molto più che un innocente gioco sessuale. Eppure quello dei looners è un feticismo che, emerso negli anni ’70, resiste nel tempo. Si tratta dell’eccitazione sessuale nel vedere qualcuno gonfiare un palloncino (in inglese balloon, da cui looner). Osservare una bella donna soffiare, udire i suoi ansimi, l’alzarsi e abbassarsi ritmico del petto, insomma la fisicità dell’atto è il fulcro di un tale spettacolo. Aggiungete a questo la stimolazione sensoriale giocosa dei palloncini multicolori, il rumore del lattice sotto i polpastrelli, e l’eccitazione di non sapere esattamente quando esploderà, e avrete una chiara idea del climax di cui i looners vanno ghiotti.

Ma, come per tutte le cose inerenti alla sessualità, i gusti sono molto precisi: il video che avete appena visto è riservato agli amanti del B2P (blow to pop, soffia fino a farlo esplodere), mentre esistono molti adepti del palloncino per i quali l’esplosione finale è assolutamente tabù. Mike D., gestore del sito Mellyloon, è un looner da una vita ma ha un brivido ogni volta che sente lo scoppio. “Ho ancora oggi la fobia dei palloncini che esplodono – dice – è proprio da questa paura che è nato il mio feticismo”. To pop or not to pop è questione davvero seria per molti looners.

Riguardo allo sviluppo della sua fissazione sessuale, secondo Mike tutto ha inizio nell’infanzia: “Qualcosa come la tua babysitter che ti gonfia un palloncino, o tua madre che te lo fa scoppiare. Quando arriva la pubertà, tutte le cose che ti hanno impressionato da piccolo  diventano qualcosa di erotico”. Incidentalmente, questa teoria della sessualizzazione di ricordi relativi alla fase prepuberale è comunemente accettata dagli psicologi come una possibile spiegazione della nascita di parafilie.

Il sito Mellyloon ha permesso a Mike, se non di diventare ricco, almeno di discutere apertamente la sua fantasia. Nei suoi video le modelle gonfiano palloni colorati di dimensioni fuori dall’ordinario, e nei primi tre anni di attività ha ricevuto più di 1000 ordini dall’Asia e dalle Americhe. Mike ha una ragazza che, per fortuna, ha sempre assecondato le sue preferenze, dopotutto piuttosto innocue. Ma come si riesce a confessare al proprio partner che i palloncini sono parte integrante della tua vita sessuale? “Be’, come si riesce a confessare una qualcunque preferenza?” risponde Mike. “Si chiede all’altro, c’è qualcosa di strano che ti piacerebbe provare? Nove volte su dieci, qualcosa c’è, e poi tocca a loro chiedertelo, e tu dici, be’, sì! E puoi goderti la sorpresa sulla loro faccia, quando ti chiedono, ehi, a che serve quel palloncino?”

(Gli estratti all’intervista di Mike D. sono tratti da un articolo del 2007 di Sandy Brundage per l’ormai defunto Wave Magazine.)

Il mercato dei feticci

Lomé, capitale del Togo, ospita uno dei mercati più particolari al mondo: si chiama Akodessewa, ed è conosciuto anche come “il mercato dei feticci”.

Il mercato è una specie di “farmacia” tradizionale, dove i guaritori e gli sciamani del luogo possono trovare tutto quello che serve per le loro pozioni voodoo. Stiamo parlando del voodoo originario, sviluppatosi nell’Africa occidentale ben prima che gli schiavi lo trapiantassero anche in America.

Mentre vi aggirate per i banchetti, vedrete in esposizione decine e decine di teste essiccate di coccodrilli, cani, gatti, scimmie… ma anche camaleonti, cobra, pesci palla… civette, avvoltoi, pappagalli e altri uccelli, corna di antilope o cervo, e addirittura qualche rarissimo “pezzo” di elefante o leopardo.

Secondo la ricetta tradizionale, le teste vengono macinate assieme alle erbe medicinali e poste sul fuoco finché il tutto non si riduce a una polvere nera. Dopo aver tagliato per tre volte il petto o la schiena della persona malata, il guaritore sparge la polvere curativa sulla pelle e la spinge all’interno delle ferite.

Ci sono rimedi per tutti i tipi di problemi: coppie che non riescono ad avere un figlio, vecchi con problemi alle articolazioni, donne possedute dai demoni, sportivi e atleti che cercano una “marcia in più”. Triturando insieme una mano di scimpanzé e una di gorilla, ad esempio, si ottiene una polvere che garantisce ai portieri di calcio una presa di ferro. Se si vuole correre una maratona, invece, è consigliabile utilizzare testa, cuore e gambe di un cavallo: la sua potenza, resistenza e velocità passeranno, per mezzo di uno scrupoloso rituale, al corpo dell’atleta. Le ossa più grandi, invece, sono perfette per difendere la propria casa dai demoni e dalla cattiva sorte. Ogni anno gli sciamani girano di villaggio in villaggio preparando questi feticci di protezione.

La medicina tradizionale non si impara da un giorno all’altro. È una conoscenza che si tramanda di padre in figlio, e ci vogliono dagli 8 ai 10 anni di studio ed esperienza per poter dominare tutti i segreti di questa arte.

Quello di Akodessewa è forse il mercato di feticci più grande del mondo. Le parti di animali provengono da tutta l’Africa occidentale, Ghana, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Nigeria. A sentire i venditori, il governo del Togo ne è perfettamente a conoscenza e controlla accuratamente questo macabro commercio. “Non uccidiamo nessun animale con le nostre mani, è tutto regolare”, si premurano di far sapere, anche se più di qualche dubbio resta.

Questa strana farmacia voodoo, ormai famosa, attira non soltanto africani di tutte le regioni, ma anche turisti. “Ai turisti vendiamo quelle piccole statuine là”, dicono con un bel sorriso i commercianti, semisepolti fra teste in decomposizione, code appese che sventolano e ossa impolverate. In fondo, sono lì soltanto per aiutare chiunque abbia bisogno di loro.

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Tutte le splendide fotografie presenti nell’articolo sono state realizzate da Grete Howard, che ci ha gentilmente concesso in esclusiva l’autorizzazione a pubblicarle.

Letto ad aspirazione

– Amanti sotto vuoto –

Parliamo oggi di un accessorio sessuale davvero particolare utilizzato nell’ambito del BDSM.

Il BDSM è un acronimo che comprende tutta una variegata e ampia gamma di pratiche sessuali: le quattro lettere rimandano infatti a Bondage e Disciplina, Dominazione e Sottomissione, Sadismo e Masochismo. L’elemento fondamentale è il rapporto fra il ruolo del dominatore e del sottomesso, rapporto che provoca piacere e soddisfazione ad entrambi; come poi questo rapporto si sviluppi, si consolidi o si trasformi nel tempo e in quali declinazioni si configuri sta soltanto alle personalità dei due soggetti.

Come è noto, il BDSM può esprimersi in giochi molto “leggeri”, ma può arrivare a pratiche estreme fino a vere e proprie torture. Sempre regolate, comunque, dall’utilizzo di safe words (parole concordate per indicare al partner che sta esagerando e per interrompere immediatamente il gioco), e dai principi fondamentali di sicurezza espressi dall’espressione inglese SSC – Safe, Sane, Consensual (Sicuro, Sano, Consensuale).

Una peculiarità del mondo BDSM è un’attenzione davvero marcata per l’estetica. L’utilizzo di abiti in latex (nero o colorato) esalta le curve del corpo, lo rende lucido e sinuoso, e l’associazione con il metallo brillante delle borchie, gli anelli, i collari e tutto l’armamentario sado-maso ha fatto entrare questo tipo di immaginario anche nel mondo della moda (fetish fashion) e della pubblicità.

Per gli amanti di questo tipo di pratiche, è un piacere indispensabile l’utilizzo di mezzi di contenimento del sottomesso, vale a dire degli accessori per immobilizzare il partner, prima di sottoporlo ai piccoli e grandi tormenti previsti dal copione della propria fantasia sessuale. Si può andare dalle classiche (e banali!) manette, alle complesse geometrie di corde ereditate dall’arte del bondage giapponese, alla pesantezza delle catene o al minimalismo del nastro adesivo in gomma.

Ma la forma di immobilizzazione più particolare e poco conosciuta è il cosiddetto vacuum bed, letteralmente “letto sotto vuoto”. Si tratta di una struttura (plastica o metallica) che tiene tesi due “fogli” di lattice abbastanza ampi da coprire interamente una persona. Il sottomesso si stende fra i due strati di lattice, e può respirare attraverso un tubo collegato con l’esterno. A questo punto, tramite un aspirapolvere o una macchina per il vuoto, l’aria contenuta fra i due lembi di latex viene aspirata, lasciando la vittima completamente bloccata nella gomma, incapace di reagire e istantaneamente immobilizzata.

Il vacuum bed ha alcuni svantaggi che hanno impedito un successo veramente ampio di questo attrezzo. Innanzitutto, è costoso (dai 600 € in su), ingombrante e molto delicato. Il lattice teso è continuamente a rischio di tagli e rotture, il rumore dell’aspirapolvere può essere una distrazione fastidiosa, le intelaiature in plastica sono talvolta troppo fragili e non reggono alla pressione. Inoltre vi sono alcuni pericoli per la salute di chi è “risucchiato” all’interno del letto: la respirazione è particolarmente difficile, il caldo e l’impossibilità di una normale sudorazione all’interno della gomma impediscono sessioni particolarmente lunghe, e la sensazione di claustrofobia può divenire più terrorizzante di quanto ci si aspettasse.

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Nonostante questi problemi, per molti appassionati il “letto” rimane uno dei metodi più perfezionati di immobilizzazione. Inoltre è innegabile che, fissato nel lattice nella posizione concordata, il corpo del partner divenga una sorta di opera d’arte, con tanto di cornice – e questo ancora una volta prova quanto l’estetica sia fondamentale per gli amanti del BDSM.

Oculolinctus

Anche l’occhio vuole la sua parte.

Le parafilie, come ormai sapete, possono riguardare qualsiasi oggetto feticistico, e includere virtualmente qualsiasi pratica, per quanto fantasiosa essa risulti. Alcune parti del corpo sono divenute, nella nostra cultura, dei feticci “celebri” e diffusi, come ad esempio piedi e seni. Ma un oggetto del desiderio a cui non penseremmo usualmente in termini sessuali è l’occhio. Curioso, perché si dice che sia proprio lo sguardo a sancire il preludio al sesso, e a segnalare in modo più o meno esplicito la disponibilità sessuale. Ma se per la maggior parte delle persone gli occhi giocano un ruolo fondamentale nella seduzione, in pochi si sognerebbero di includerli fisicamente nel rapporto sessuale. Si potrebbe quasi parlare di un tabù riguardante questa parte sensibile e delicata del corpo, la sede dell’espressione (dell’anima, per alcuni), della vista, facoltà primaria – insomma, uno dei punti del nostro corpo che meno saremmo disposti ad esporre al tocco di un estraneo.

L’oculofilia è l’attrazione sessuale per l’occhio. Pur essendo spesso un’attrazione di natura intellettuale, il feticismo in sé può portare al desiderio di contatto fisico con l’occhio.

L’oculolinctus è appunto la pratica feticistica di leccare l’occhio del partner. Se per chi lo “esegue” l’attrazione è ovviamente di tipo feticistico, diverso è il caso di chi ama “subirlo”: si dice che il piacere aumenti quanto più la lingua giunge vicino alla pupilla. In questo caso è evidente come il connubio di piacere e dolore (dato dall’irritazione irresistibile che provoca alla cornea) sia accomunabile a un blando impulso di matrice masochista.

Per quanto la parafilia legata all’occhio sia piuttosto rara, l’oculolinctus ha conosciuto una popolarità più diffusa, soprattutto per chi si interessa alla cultura iconica giapponese. Il grandissimo mangaka Suehiro Maruo, ad esempio, ha mostrato negli anni una fascinazione particolare per la rappresentazione dell’oculolinctus.

L’oculolinctus rimane un preliminare piuttosto inusitato e certamente “di nicchia”, nonostante esistano su YouTube dei video che ritraggono la pratica con intenti chiaramente goliardici.

E in caso ve lo steste domandando, sì, il pericolo di infezioni esiste.