Il paradiso è pieno di pervertiti

Ayzad è uno dei massimi esperti italiani di sessualità alternative e BDSM, autore di svariati libri fra i quali spiccano BDSM – Guida per esploratori di erotismo estremo e XXX – Il dizionario del sesso insolito. La mia ammirazione per il suo lavoro è incondizionata: anche se non siete interessati a fruste e bondage, il mio consiglio è di seguirlo comunque, perché le sue approfondite perlustrazioni delle galassie del sesso estremo aprono prospettive inedite e illuminazioni sulla sessualità tout court, sulla psicologia dei rapporti, sulla semantica dell’eros e sulle storie che raccontiamo a noi stessi quando pensiamo di stare semplicemente facendo l’amore. Affrontando questi temi con scrupolo e ironia, la sua cartografia delle bizzarrie sessuali più strane assicura divertimento, stupore e molte sorprese.
L’ho incontrato la sera prima dell’apertura dei lavori della Rome BDSM Conference a cui partecipava come relatore, ed ha gentilmente acconsentito a firmare un reportage per Bizzarro Bazar su questo peculiare evento.

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Fenomenologia della Rome BDSM Conference

di Ayzad

Ho passato gli ultimi giorni circondato da gente in lacrime. Il che era prevedibile, dato che mi trovavo alla più grande convention europea sul BDSM. La parte sorprendente, in effetti, era semmai il motivo per cui piangesse – ma di questo parliamo dopo.

La terza edizione della Rome BDSM Conference si è tenuta in un gradevole hotel capitolino immerso in uno scenario quanto più lontano possibile dalle immagini romantiche solitamente associate alla Città Eterna. Il quartiere è così ontologicamente orribile da essere diventato perfino il soggetto di una celebre gag di Nanni Moretti: benché ci fossi già stato per la precedente edizione dell’evento, ho trovato la sua incongruenza con le comuni aspettative non meno bizzarra – e solo la prima di una serie in cui mi sono imbattuto durante il lungo weekend fra deviati.

Quel che potrebbe risultare ancora più scioccante per tutti coloro che ancora identificano l’eros insolito con squallida pornografia o col fenomeno di 50 sfumature di grigio è che una convention di sadomasochisti non sembra poi tanto diversa da un qualsiasi evento aziendale o raduno professionale. Nella hall i cartelli che indicano le aule dei seminari stanno fianco a fianco con quelli che puntano a noiosi meeting trimestrali di commercialisti; la gente porta al collo gli stessi tesserini usati alle fiere di ortodonzia; e partecipanti dall’aria esausta approfittano del bar per riprendere fiato – o concedersi un pisolino sulle poltrone più appartate.
Cravatte e tailleur sono una rarità fra i look casual adottati dalla maggior parte degli intervenuti, tuttavia anche gli abiti fetish non abbondano mica. Nelle aree comuni non si vedono più tacchi maliziosi o dettagli provocanti di quanti non se ne incontrerebbero in altri giorni lavorativi: i pochi collari da schiava e corsetti indossati con discrezione praticamente scompaiono fra jeans e t-shirt.

Le persone in sé, in compenso, colpiscono per la loro varietà. Al di là della provenienza geografica (con sconforto degli organizzatori erano più gli stranieri che gli italiani), è evidente che si tratti di una combriccola allegramente priva di ansie di conformità agli standard sociali. Le coppie omosessuali si mescolano alle altre con naturalezza rinfrescante rispetto alle controversie infinite sulle unioni civili alimentate da mass media e politicanti; diverse signore serenamente oversize, che in altri contesti verrebbero guardate storto, qui vengono accettate con lo stesso entusiasmo delle più eteree modelle fetish, e lo stesso vale per i disabili presenti. I ventenni chiacchierano educatamente ma sullo stesso piano con partecipanti dai capelli grigi. La situazione mi ha ricordato da vicino i resort naturisti, dove ci si dimentica in fretta di essere nudi e le persone vengono viste per le loro qualità umane, senza essere valutate per l’esteriorità.

A dirla tutta, questo aspetto della Conference ha la tendenza a spiazzare ogni volta che ci si ferma a considerare la situazione dal punto di vista di un osservatore esterno. «Fermi tutti: ma sto davvero discutendo di fisting anale con un chirurgo slovacco asessuale e una ragazza che avrà a malapena un terzo dei miei anni e si identifica come un pony ninfomane?» Per fare un esempio, benché fosse piuttosto ovvio mi ci è voluta un’intera giornata per rendermi conto che uno dei miei interlocutori fosse transessuale: semplicemente non stavo dando alcun peso al suo aspetto. Allo stesso modo, una volta che ci si trova immersi in quell’ambiente ci vuole un po’ per notare che assistere a un seminario dedicato alle varie tecniche per penetrare senza pericolo una donna con una baionetta, o seguire una lezione su come mordere la gente, non è propriamente normale – nemmeno per me. Perché sì: naturalmente la BDSM Conference ha anche lati decisamente pratici.

L’evento vero e proprio si svolge nel centro congressi dell’albergo, che consiste di parecchie aule disposte lungo un corridoio nel quale artigiani dell’erotismo vendono fruste, collari, polsiere, gatti a nove code e altri giocattoli zozzi. Quest’anno hanno condiviso lo spazio con la mostra fotografica legata a un concorso organizzato dalla più importante associazione leather italiana, che ne ha annunciato il vincitore durante la cena di gala tenutasi nel secondo giorno della conferenza.
Il programma offriva oltre ottanta seminari, ciascuno dei quali di quasi due ore. I relatori arrivano da tutta Europa, da Israele e dagli Stati Uniti (nonché dal Giappone, nelle edizioni precedenti). Ma qui è dove finiscono le somiglianze con altri congressi.

Benché nell’area loro riservata i partecipanti restassero sempre gioviali e rispettosi, i suoni provenienti dalle aule non lasciavano infatti alcun dubbio sulla natura delle lezioni. Schiocchi di frusta e mugolii misti a risate e occasionali strilli, mentre i workshop proponevano una raffica di titoli bizzarri. Violet wand, cosa fare con l’elettricità affiancava La cultura del consenso; si poteva passare da Negoziare una sessione a Dermoincisioni artistiche o al tecnicissimo Progressioni per bondage freestyle in sospensione; incontri intellettualoidi quali La realtà delle relazioni di scambio di potere totale, Destrutturare un incontro BDSM o il mio Poliamore e BDSM coesistevano con argomenti decisamente più terra-terra quali I su e giù dei giochi anali e Giochi d’aghi per sadici. Si è parlato inoltre di feticismi, psicologia, kinbaku, sicurezza, comunicazione, strumenti e soggetti esotici quali il solletico erotico o la semantica della sessualità. L’unica cosa che proprio non s’è vista sono stati i chudwah.

‘Chudwah’ è la contrazione inglese di Clueless Heterosexual Dominant Wannabe, cioè “sprovveduti dominatori eterosessuali di belle speranze”. Si tratta di quei trogloditi che impestano le comunità kinky sia virtuali che reali pensando che fare la voce grossa e una smorfia arcigna basti per portarsi a casa partner fighissimi pronti a fornire sesso orale e pulizie domestiche in cambio di qualche ceffone. Gente insomma che non riesce nemmeno a concepire che il BDSM sia un’arte che per risultare sicura e piacevole richiede molta dedizione, per non parlare di vero e proprio studio.
I partecipanti della Conference in compenso erano determinatissimi a migliorare il proprio livello di giochi, quindi si sono comportati come studenti modello. Ciò ha reso i seminari un’esperienza ancora più surreale, con gente impegnata a prendere appunti mentre interpreti disperati cercavano le parole per tradurre discorsi su temi improbabili quali l’infantilismo sessuale, il mindfucking estremo, il bondage tradizionale giapponese o l’origine storica di un particolare virtuosismo con le fruste nato nella Firenze rinascimentale. Credetemi: nella vita ci sono poche cose più strane del ritrovarsi a fine lezione a compilare un modulo di valutazione e discutere col proprio vicino di sedia se la dimostrazione di sutura genitale meritasse quattro o cinque stelline.

Indipendentemente dall’apparente assurdità della situazione, la serietà nell’impegno di tutti a imparare e condividere le proprie conoscenze era comunque palpabile, anche perché questo tipo di nozioni si traduce immediatamente in piacere e sicurezza quando ci si sposta in camera da letto – o nella camera delle torture. Per tutto il corso dell’evento la cultura dell’eros estremo ha avuto priorità su tutto, con dibattiti ininterrotti. Perfino l’ultimo giorno, quando eravamo tutti esausti, la conversazione bilingue durante il pranzo si è per esempio concentrata sui meriti relativi allo stile di presentazione di due relatori che s’erano entrambi occupati di umiliazione erotica. Tutti hanno convenuto che lo shock di sentirsi profondamente umiliati possa contribuire molto a scrollarsi d’addosso il proprio personaggio e concedersi il permesso di lasciare le proprie inibizioni alle spalle. Un insegnante però aveva attentamente creato uno spazio mentale in cui si potesse esplorare l’imbarazzo in un ambiente sicuro, mentre l’altro aveva sottoposto la partner a una sessione di degradazione estrema che molti partecipanti hanno ritenuto semplice abuso. Ne è seguita una discussione tanto educata quanto accalorata, che sarebbe continuata ancora se solo non fosse venuto il momento di assistere a una nuova serie di lezioni che pretendevano la nostra attenzione. Ma naturalmente oltre al lavoro c’è stato anche parecchio gioco.

Aspettarsi che centinaia di pervertiti riuniti in un luogo isolato non trovino occasione di divertirsi a modo loro sarebbe assurdo. Il programma del ritiro comprendeva quindi due feste: una riservata agli iscritti alla BDSM Conference e uno più ampio aperto a tutti la sera dopo. Entrambi sono stati tenuti nei saloni tipo palestra nei quali durante il giorno si svolgevano i seminari di frusta e bondage, che richiedono parecchio spazio. Quei pavimenti moquettati che di solito ospitano soporifere presentazioni aziendali sono stati liberati dalle sedie da conferenza e stipati con una serie impressionante di croci di S. Andrea, panche da fustigazione, gabbie, sling per fisting, gogne e altra mobilia inquietante. C’era pure una grande struttura di tubi Innocenti che assomigliava al gioco da giardino più grande del mondo, ma la cui funzione era consentire la realizzazione di bondage in sospensione multipli.

Non entrerò nei dettagli dei party. Ciò che li rendeva diversi da tanti eventi analoghi era semplicemente il ritrovarsi circondati dalle stesse persone incontrate a colazione con gli occhi ancora arrossati, e poi in veste di diligenti studenti durante il giorno, e ancora a cazzeggiare o tentare approcci al bar del salone, poi vestiti eleganti (o provocanti) per la cena di gala, e ora bardati di lattice e pelle mentre si scatenavano fra dolori e delizie nella luce soffusa. Quando mi sono trovato in fila con loro la mattina dopo al tavolo dei pancake e delle marmellate, ho sentito una specie di privilegio voyeuristico per quella possibilità di averli visti così completamente spogliati da ogni maschera, a mostrare senza malizia lati del loro carattere riservati di norma solo ai coniugi – e a volte nemmeno a loro.
Se già un’intimità continua conduce a legami profondi, la consapevolezza di trovarci tutti lì per la nostra passione per l’erotismo estremo ha spinto la cosa ancora un passo avanti. Con i nostri fantasmi psicosessuali confessati fin dall’inizio, il bisogno di nascondere e sublimare la libido era semplicemente sparito – con tre curiosi effetti.

Il primo era la totale assenza di quel tipo di comportamenti nevrotici tanto comuni nella vita quotidiana; dopotutto la stragrande maggioranza di problemi personali ha origine nella repressione degli istinti e dei pensieri sessuali. Mi azzardo a dire che le rarissime persone a disagio nelle quali mi sono imbattuto nel weekend sembravano tutte avere problemi di ben altra natura.
Un’altra peculiarità è stata la mancanza di viscidume e morbosità. Certo, le persone si scambiavano occhiate inequivocabili, ma le proposte di seduzione venivano fatte e ricevute con una splendida mancanza di sovrastrutture, così come anche i rifiuti erano accettati senza drammi. In effetti, perché avvolgere nell’ansia una parte della vita che dovrebbe essere normale e sana? Il contrasto con le immagini ipersessualizzate vomitate dalle televisioni nella lobby dell’hotel e dalle riviste sui tavolini sottolineava come la società “normale” travisi la gioia del sesso nel suo gemello malvagio – e quanto sia assurdo che tutti noi si sia finiti per credere a una tale orrenda mascherata, spesso perdendo completamente di vista il senso stesso della sessualità.

L’ultimo e forse più affascinante effetto dell’insolita convivenza è stato osservare i sottili cambiamenti nel linguaggio corporeo dei partecipanti. Più l’evento procedeva, più la gente appariva rilassata e in confidenza con la propria fisicità – compresi i lividi e i segni ostentati da molti come vere e proprie medaglie d’onore. Lontanissimi dagli stereotipi frigidi alla Helmut Newton che ancora prevalgono nell’immaginario del BDSM, abbondavano i sorrisi e gli abbracci; i movimenti divenivano più morbidi e consapevoli; le persone imparavano letteralmente a non avere più paura degli altri e di se stesse. Anche l’atteggiamento generale è rapidamente cambiato: anziché essere sempre pronti a criticare e lamentarsi di ogni minuzia come avviene di solito, in questa occasione tutti tendevano a godersi ogni opportunità di piacere – da una nuova pratica erotica a una semplice buona conversazione – ignorando le parti negative. Come aveva commentato un amico sessuologo durante l’edizione precedente, chi fosse entrato in cerca di perversione e depravazione sarebbe rimasto spiazzato dalla tenerezza diffusa fra i partecipanti.

Ecco quindi perché alla fine di tre stravaganti giornate ho visto piangere così tante persone alla cerimonia di chiusura. Per chi si è sempre sentito emarginato a causa delle proprie inclinazioni sessuali e sente di avere finalmente trovato una casa e una tribù, il momento del distacco si carica di così tanta emozione da avere perfino dato vita a un giro di scommesse su quanto avrebbe resistito il rude organizzatore dell’evento prima di scoppiare anch’egli in lacrime durante il discorso di ringraziamento. E non è stato il solo: immaginate come vi sentireste se aveste finalmente passato un weekend in paradiso e sapeste che dovrà passare un altro intero anno prima di ritrovare tanti spiriti simili. Immaginate cosa sia essere stati parte di un mondo perfetto – privo di pregiudizi, ignoranza, meschinità, paura, competizione, odio – e doverselo lasciare alle spalle per tornare alle mestizie quotidiane. Immaginate quanto sia strano rendersi d’un tratto conto che la vita sarebbe tanto migliore se solo più persone smettessero di aver paura della propria sessualità, e che buffo sia scoprirlo a una convention per depravati.

Kegadoru, gli idoli feriti

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Il quartiere Harajuku di Tokyo è famoso in tutto il mondo per le sue Harajuku girls, ragazze dai vestiti stravaganti, multicolori e inevitabilmente kawaii, sempre pronte a capitalizzare qualsiasi cosa faccia tendenza al momento. In questa fucina di mode alternative potete vedere sfilare sui marciapiedi decine di gothic lolita, oppure adolescenti vestite con abiti tradizionali mischiati con capi di marca, o ancora giovani agghindati come se fossero ad un festival di cosplay.

Una moda degli ultimi anni è quella dei kegadoru, ossia gli “idoli feriti”, cioè giovani donne che mostrano segni di traumi fisici, bendaggi e garze oftalmiche o di primo soccorso.

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Forse stanno soltanto cercando di attirare l’attenzione dei maschi orientali. Ma in realtà ricoprirsi di bende o fasciarsi un arto come se si fosse appena usciti dall’ospedale è un modo di strizzare l’occhio ad uno dei feticismi sessuali più in voga in Giappone: il medical fetish ha infatti sempre occupato una nicchia piuttosto apprezzata nell’Olimpo delle fantasie nipponiche, e non soltanto.

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In effetti esistono riviste erotiche specializzate sul tema, in cui belle e procaci modelle sfoggiano fasciature mediche, tutori ed altri apparecchi terapeutici o protesici. Cosa affascina il pubblico maschile in queste fotografie?

A prima vista sembrerebbe controintuitivo: gli evoluzionisti ci hanno sempre insegnato (vedi ad esempio questo articolo) che, seppur inconsciamente, scegliamo i nostri partner per la loro prestanza e salute fisica – segnali di maggiori chance che la procreazione vada a buon fine.
Ma in questo particolare caso diversi fattori entrano in gioco.

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Innanzitutto, le bende. Le fasciature che costringono il corpo, nell’ambito feticistico, rimandano al bondage e alle sue corde, ma con tutta la portata simbolica del contesto clinico. E tutti conosciamo bene il potere di un camice bianco sulla fantasia erotica: il mondo della medicina, in virtù del suo focalizzarsi sul corpo, è entrato prepotentemente nel comune immaginario sessuale, dall’infantile “gioco del dottore”, all’icona pop dell’infermiera sexy, fino ai feticismi che trasformano alcuni strumenti medici in oggetti di desiderio (speculum, clisteri, ecc.).

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In secondo luogo, il concetto di kegadoru fa leva sull’istinto di protezione. In questo senso, è un tipo di roleplay simile a quello che esiste, in ambito BDSM, nel cosiddetto rapporto Daddy/Little, dove il maschio è figura paterna e premurosa (ma anche severa durante le necessarie “punizioni”) e la femmina diviene una bambina, viziosa e incorreggibile ma oltremodo bisognosa di cure e attenzioni. Qui invece, la ragazza occulta parte del suo viso e del suo corpo sotto le bende, e questa sua “imperfezione”, oltre ad esaltarne la bellezza (attraverso il classico effetto “vedo – non vedo”), domanda premura e tenerezza.

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Infine, i kegadoru hanno anche una chiara connotazione masochistica. La donna, in questo gioco, è molto più che indifesa – è addirittura ferita; non può quindi opporre alcuna resistenza. Eppure nel suo esibire le proprie fasciature in pose maliziose, come fossero un tipo particolare di intimo o una divisa fetish, sta evidentemente accettando e scegliendo il suo ruolo.

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Tutto questo contribuisce al complesso fascino degli injured idols, che ha ossessionato almeno due grandi artisti: Trevor Brown (di cui abbiamo parlato in questo articolo) e Romain Slocombe, fotografo, regista, pittore e scrittore parigino che ha fatto delle ragazze “ferite” le sue muse ispiratrici. Ecco alcune delle sue migliori foto.

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Parade – Presso, accanto, oltre l’amore è lo sforzo collettivo di 30 disegnatori italiani che, incuriositi dallo strano mondo delle parafilie, hanno deciso di illustrare la varietà senza fondo delle fantasie sessuali attraverso le più incredibili confessioni scovate sulla rete.

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Preview di “Oculolinctus” di Mauro Belfiore

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Preview di “Furniphilia” di Margherita Barrera

L’approccio degli autori a un soggetto così sensibile è inaspettatamente leggero, ironico, a tratti quasi romantico; ad ogni pagina una nuova sorpresa ci attende, a dimostrazione di quanto variopinta possa essere l’immaginazione erotica. Alcune delle parafilie contenute in Parade fanno sorridere, altre possono inquietare, ma l’insieme del lavoro rivela una sorta di gioiosa e giocosa voglia di esplorare, di inventare, di trascendere i limiti. Queste pagine suggeriscono che, perfino nel sesso, noi esseri umani non possiamo fare a meno di essere creativi.

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Preview di “Pillow Fetish” di Daniela Tieni

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Preview di “The Red Fence” di Margherita Paoletti

Il libro è stato autoprodotto, presentato a maggio al Comicon di Napoli, ed ora è disponibile per l’acquisto online. Oltre ad essere estremamente godibile e divertente, rappresenta anche un’occasione unica per “tastare il polso” dell’illustrazione e del fumetto italiano underground oggi: per questi motivi abbiamo aderito con entusiasmo al progetto, firmando una breve prefazione al testo e sostenendo il lavoro di questi giovani autori che sicuramente meritano visibilità.

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Questa è la pagina Facebook di Parade, e questo il sito Tumblr sul quale trovate altre preview delle illustrazioni e il link per acquistare il libro.

La bambina nella scatola

Dietro ogni cosa bella
c’è stato qualche tipo di dolore.
(Bob Dylan, Not Dark Yet)

La storia di Irina Ionesco e di sua figlia Eva suscita scandalo da quarant’anni, ed è certamente un caso unico nel panorama dell’arte contemporanea per le implicazioni etiche e morali che lo accompagnano.

Irina Ionesco, nata a Parigi da padre violinista e madre trapezista, viene abbandonata all’età di quattro anni. Spedita in Romania, paese da cui provenivano i genitori, Irina viene cresciuta dalla nonna e dagli zii nell’ambiente del circo. Nonostante sognasse di diventare ballerina, a causa del suo fisico asciutto ed elastico verrà indirizzata verso l’antica arte del contorsionismo. Dai 15 ai 22 anni gira l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente con il circo; durante il suo spettacolo si esibisce con due serpenti boa, e più tardi dichiarerà: “ero diventata schiava di quei serpenti, e alla fine ne ho avuto abbastanza”.

Durante una convalescenza a causa di un incidente di danza a Damasco, Irina comincia a disegnare e a dipingere; abbandonato il circo, viaggia per qualche anno con un ricco giocatore d’azzardo iraniano che la copre di gioielli e abiti lussuosi, prima di studiare arte a Parigi. Poi, ecco da una parte l’incontro fortuito con la fotografia (l’artista belga Corneille le regala una reflex nel 1964), e con gli scritti sulfurei e trasgressivi di Georges Bataille dall’altra.

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Le sue fotografie, che inizialmente ritraggono amiche e amici agghindati con gli abiti che Irina aveva nel suo stesso guardaroba e fotografati al lume di candela, conoscono un immediato successo fin dalla prima esposizione. Già da questi primi scatti sono evidenti quegli elementi che attraverseranno tutta l’opera della fotografa: l’erotismo feticistico, i costumi di scena ricercati e barocchi, le pose teatrali, le collane di perle, e i dettagli gotici (teschi, corredi funebri, composizioni floreali).

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Ma le fotografie davvero controverse di Irina Ionesco non sono queste. Dal 1969 in poi, Irina decide di fotografare sua figlia Eva, di appena 4 anni, nei medesimi contesti in cui fotografa le modelle adulte. Cioè nuda, in pose da femme fatale, e agghindata soltanto con quegli accessori che avrebbero dovuto renderla un’icona dell’erotismo.

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Siamo negli anni ’70, un’epoca in cui i tabù sessuali sembrano cadere ad uno ad uno, e chiaramente il lavoro di Irina si iscrive in questo contesto storico specifico; ciononostante le foto creano un grosso scandalo – che ovviamente porta fama e successo alla fotografa. La critica discute animatamente se si tratti di arte o di pornografia, e anzi per qualcuno le fotografie proiettano un’ombra ancora più inquietante, quella dell’istigazione alla pedofilia.

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ion2Ma in tutto questo, cosa prova la piccola Eva Ionesco? È in grado, data la sua tenera età, di comprendere appieno ciò che le sta accadendo?

Mia madre mi ha fatto posare per foto al limite della pornografia fin dall’età di 4 anni. Tre volte a settimana, per dieci anni. Ed era un ricatto: se non posavo, non avevo diritto ad avere dei bei vestiti nuovi. E soprattutto non potevo vedere mia mamma. Mia madre non mi ha mai allevata; il nostro unico rapporto, erano le foto.

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Eva Ionesco diviene ben presto una piccola star: nell’ottobre del 1976, all’età di 11 anni, viene pubblicato un servizio su di lei sul numero italiano di Playboy. È la più giovane modella mai apparsa nuda sulle pagine della rivista. Seguono alcuni ingaggi come attrice (il primo nell’Inquilino del Terzo Piano di Polanski), fra i quali spicca il suo ruolo nel film “maledetto” di Pier Giuseppe Murgia, Maladolescenza, del 1977. Il film racconta la scoperta, da parte di tre adolescenti, della sessualità e degli istinti crudeli ad essa collegati, in un ambiente naturale e privo di sovrastrutture (in un chiaro riferimento al Signore delle Mosche); le due attrici protagoniste di 11 anni e il loro compagno di 17, nel film sono impegnati in scene di sesso simulato e mostrati mentre si dedicano a torture reciproche e contro gli animali. Il film non manca di una sua poesia, per quanto efferata e disturbante, ma nei decenni successivi viene ritirato, censurato, rieditato e infine condannato definitivamente per pedopornografia nel 2010 da una corte olandese.

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Da tutta questa serie di attività di modella a sfondo erotico, decise e volute dalla madre, Eva riuscirà a liberarsi proprio nel 1977, quando Irina perde l’affidamento della figlia. Eppure l’ombra di quelle fotografie perseguita Eva ancora oggi. E se madre e figlia non hanno mai avuto un vero rapporto, per anni si sono parlate soltanto per interposti avvocati.

Non vuole rendermi le stampe e i negativi. Continua a vendere un numero enorme di quelle fotografie. In Giappone si trova ancora un sacco di roba, libri, CD erotici. La gente crede che Irina Ionesco significhi soltanto foto vintage con una piccola principessa che viene spogliata. Ma io me ne frego dei reggicalze! Bisogna dire le cose come stanno: voglio far proibire le foto in cui mi si vedono il sesso e l’ano.

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I processi giudiziari, per mezzo dei quali Eva ha cercato di riappropriarsi dei propri diritti e di farsi riconsegnare dalla madre gli scatti più espliciti, hanno avuto un amaro epilogo nel 2012: il tribunale le ha riconosciuto soltanto parte delle richieste, e ha condannato Irina a versare 10.000 euro di danni e interessi per sfruttamento dell’immagine e della vita privata della figlia. Ma le foto sono ancora di proprietà della madre.

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Nel 2010 Eva ha cercato di liberarsi dei fantasmi della sua infanzia curando la regia di My Little Princess, un film in parte autobiografico in cui il personaggio della madre è affidato all’interpretazione di Isabelle Huppert e quello della bambina a una sorprendente Anamaria Vartolomei. Nel film, l’arte fotografica è vista come un’attività senza dubbio pericolosa:

Isabelle Huppert carica la macchina fotografica come un’arma. L’immagine rinchiude, rende il personaggio muto. Fotografarmi, significava mettermi in una scatola: dirmi “sii bella e stai zitta”.

E in un’altra intervista, Eva rincara la dose:

Spogliare qualcuno, fotografarlo, rispogliarlo, rifotografarlo, non è violenza? Accompagnata da parole gentili, naturalmente: sei magnifica, sublime, meravigliosa, ti adoro. […] Volevo raccontare una persona senza coscienza né barriere, dispotica e narcisa. Una persona che non vede. Fotografa, ma non vede.

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Il valore artistico dell’opera di Irina Ionesco non è mai stato messo in discussione, nemmeno dalla figlia, che le riconosce un’incontestabile qualità di stile; sono le implicazioni etiche che fanno ancora discutere a distanza di decenni. Le fotografie della Ionesco ci interrogano sui rapporti fra l’arte e la vita in modo estremo e viscerale. Esistono infatti innumerevoli esempi di opere sublimi, la cui realizzazione da parte dell’artista ha comportato o implicato la sofferenza altrui; ma fino a dove è lecito spingersi?

Forse oggi ciò che rimane è una dicotomia fra due poli contrapposti: da una parte le splendide immagini, provocanti e sensuali proprio per il fatto che ci mettono a disagio, come dovrebbe sempre fare l’erotismo vero – un mondo immaginario, quello di Irina Ionesco, che secondo Mandiargues “appartiene a un ambito che non possiamo conoscere, se non attraverso la nostra fede in fragili ricordi”.
Dall’altra, la ben più prosaica e triste vicenda umana di una madre fredda, chiusa nel suo narcisismo, che rende sua figlia una bambina-manichino, oggetto di sofisticate fantasie barocche in un’età in cui forse la piccola avrebbe preferito giocare con i compagni (cosa che Irina le ha sempre proibito).

L’innegabile fascino delle fotografie della Ionesco sarà quindi per sempre incrinato da questo conflitto insanabile – la consapevolezza che dietro quegli scatti si nascondesse un abuso; eppure questo stesso conflitto le rende particolarmente inquietanti e ambigue, addirittura al di là delle intenzioni originali dell’autrice, in quanto stimolano nello spettatore emozioni contrastanti che poche altre opere erotiche sono in grado di veicolare.

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Irina compirà 78 anni a settembre, e continua ad esporre e a lavorare. Eva Ionesco oggi ha 48 anni, e un figlio: non è davvero sorprendente che non gli abbia mai scattato una foto.

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Le interviste a cui fa riferimento l’articolo sono consultabili qui e qui.

Daikichi Amano

Daikichi Amano è un fotografo nato in Giappone nel 1973; dopo gli studi in America, torna in patria e si dedica inizialmente alla moda. Stancatosi delle foto patinate commissionategli dalle riviste, decide di concentrarsi su progetti propri e comincia fin da subito a scandagliare il lato meno solare della cultura nipponica: il sesso e il feticismo.

I primi scatti di questa nuova piega nel suo lavoro sono dedicati al cosiddetto octopus fetish (di cui avevamo già parlato brevemente in questo post): belle modelle nude vengono ricoperte di piovre e polpi, che talvolta sottolineano con i tentacoli le loro forme, ma più spesso creano una sorta di grottesco e mostruoso ibrido. Le immagini sono al tempo stesso repellenti e sensuali, quasi archetipiche, e il raffinato uso della luce e della composizione fa risaltare questa strana commistione di umano e di animale, sottolineando la sessualità allusa dalla scivolosa e umida pelle dei cefalopodi.

Poi gli animali cambiano, si moltiplicano, proliferano sui corpi delle modelle che sembrano sempre più offerte in sacrificio alla natura: anguille, rospi, rane, insetti, vermi ricoprono le donne di Amano, in composizioni sempre più astratte e surreali, ne violano gli orifizi, prendono possesso della loro fisicità.


Con il passare del tempo, la fotografia di Daikichi Amano rivela sempre di più il valore mitologico che la sottende. Le donne-uccello ricoperte di piume ricordano esplicitamente l’immaginario fantastico nipponico, ricco di demoni e fantasmi dalle forme terribili e inusitate, e la fusione fra uomo e natura (tanto vagheggiata nella filosofia e nella tradizione giapponese) assume i contorni dell’incubo e del surreale.

Mai volgare, anche quando si spinge fino nei territori tabù della rappresentazione esplicita dei genitali femminili, Amano è un autore sensibile alle atmosfere e fedele alla sua visione: non è un caso che, così pare, alla fine di ogni sessione fotografica egli decida di mangiare – assieme alle modelle e alla troupe – tutti gli animali già morti utilizzati per lo scatto, siano essi polpi o insetti o lucertole, secondo una sorta di rituale di ringraziamento per aver prestato la loro “anima” alla creazione della fotografia. Il mito è il vero fulcro dell’arte di Amano.


Le sue fotografie sono indubbiamente estreme, e hanno creato fin da subito scalpore (soprattutto in Occidente), riesumando l’ormai trito dibattito sui confini fra arte e pornografia: qual è la linea di separazione fra i due ambiti? È ovviamente impossibile definire oggettivamente il concetto di arte, ma di sicuro la pornografia non contempla affatto il simbolico e la stratificazione mitologica (quando si apre a questi aspetti, diviene erotismo), e quindi ci sentiremmo di escludere le fotografie di Amano dall’ambito della pura sexploitation. Andrebbe considerata anche la barriera culturale fra Occidente e Giappone, che pare insuperabile per molti critici,  soprattutto nei riguardi di determinati risvolti della sessualità. Ma nelle fotografie di Amano è contenuta tutta l’epica del Sol Levante, l’ideale della compenetrazione con la natura, il concetto di identità in mutamento, l’amore per il grottesco e per il perturbante, la continua seduzione che la morte esercita sulla vita e viceversa.


Le sue immagini possono sicuramente turbare e perfino disgustarci, ma di certo è difficile licenziarle come semplice, squallida pornografia.

Ecco il sito ufficiale di Daikichi Amano.

Kokigami

Nel diciottesimo secolo, in Giappone, la cerimonia del dono nuziale del tsutsumi simboleggiava quanto il sesso potesse essere una risorsa e un vero e proprio regalo per gli sposi. Il novello marito avvolgeva le sue parti intime in un intricato sistema di bendaggi di velluto e nastri; il tutto finiva per assomigliare ad un vero e proprio “pacchetto regalo” che la sposa doveva “scartare” e liberare, nastro dopo nastro, in un rituale intimo ed estremamente sensuale.

L’arte dei kokigami si evolve a partire da questa antica usanza, e introduce all’interno dei giochi sessuali l’arte giapponese degli origami. Si tratta, essenzialmente, di piccoli vestiti ritagliati nella carta che vengono indossati sul pene.


Le forme che questi costumini assumono vanno dai classici animali (draghi, cavalli, maiali, farfalle, falene, ecc.) a più moderni ritrovati tecnologici, come le autopompe dei vigili del fuoco, le locomotive, lussuose cadillac o addirittura gli space shuttle.

Esistono un paio di libri (entrambi reperibili, in lingua inglese, su Amazon) che contengono decine di kokigami. Il primo, intitolato Kokigami: Performance Enhancing Adornments for the Adventurous Man, propone una notevole varietà di costumini per i genitali maschili. Ma noi gli preferiamo il volume Kokigami: The Intimate Art of the Little Paper Costume, che suggerisce per ogni “travestimento” tre aggettivi che chiarificano la relazione che sussiste fra il fallo e il suo travestimento – per fare un esempio, lo shuttle è “rigido, agile, esploratore”, mentre il calamaro è “gentile, aggraziato, veloce”.

Non soltanto: questo delizioso libro fornisce anche degli esempi di dialogo fra i due amanti. Si tratta di un possibile copione per la rappresentazione teatrale che si andrà a interpretare. Riprendiamo i due esempi precedenti, il calamaro e lo shuttle, e vediamo quale dialogo i due sposi potranno inscenare.

Calamaro
(Braccia tese, con le dita che imitano i tentacoli in moto pulsante e ondeggiante. Tenendo indietro i fianchi, muoviti lentamente verso la tua partner, emettendo gentili risucchi. Se disturbato, porta le braccia lungo il corpo e salta velocemente all’indietro)
Maschio: “Vieni a me, piccolo pesce. Lascia che i miei tentacoli forti e sensibili ti accarezzino gentilmente e stringano il tuo corpo fremente”.
Femmina: “I tuoi tentacoli danzano meravigliosamente, ma hanno molte ventose e mi chiedo a cosa servano”.

Shuttle
(Tieni le braccia distanti dal corpo, come ali, sporgiti in fuori e precipitati sulla tua partner emettendo forti suoni come di rombo d’aereo. Dopo, ondeggia intorno silenziosamente mentre entri in orbita e ti prepari per il rientro)
Maschio: “5, 4, 3, 2, 1 …… Decollo!”
Femmina: “Questa è la stazione base di Venere. Prepararsi per l’attracco”.

Ora vi direte: ma quale può essere la motivazione per mettersi dei ridicoli origami sulle parti intime e fare dei giochi di ruolo? Perché dissimulare un pene sotto un minuscolo costume di carnevale da falena che svolazza attorno alla lanterna (lascio a voi l’interpretazione della simbologia)?

La risposta va in parte cercata, senza dubbio, nella rigida e timida tradizione sessuale giapponese, la cui ars erotica è costantemente in bilico fra morigeratezza e desiderio assoluto di liberazione. Rendere il talamo uno spazio teatrale può aiutare a liberare le pulsioni e gli istinti, dando una dimensione ludica e infantile all’unione intima.

Ma questi gingilli all’apparenza risibili ci ricordano una verità che spesso dimentichiamo. E cioè che anche il sesso può e dovrebbe avere un suo umorismo, dovrebbe cioè essere fatto anche di sorrisi e scherzi. Gran parte dei cosiddetti problemi sessuali (ma verrebbe da dire dei problemi tout court) derivano da questa nostra sventurata inclinazione a prenderci troppo sul serio. Quando la sessualità è tutta protesa all’orgasmo, alla prestazione, alla soddisfazione, allora la frustrazione è dietro l’angolo e ogni fallimento è una tragedia. Pensiamo sempre che ci sia un obiettivo da raggiungere, quando basterebbe saper giocare. In questo senso, la ricetta è piuttosto banale: più voglia di divertirsi e di sperimentare, meno preconcetti e aspettative.
E non servono nemmeno dei costumini di carta per travestire i genitali… forse basta un po’ di ironia e fantasia.

AGGIORNAMENTO:

Grazie all’interessamento di un lettore, Alessandro Clementi, veniamo a sapere che la pratica dei kokigami è in realtà un’elaborata bufala inventata proprio dagli autori del testo riportato nell’articolo, rimbalzata poi su internet fino a diffondersi addirittura su molti siti in lingua giapponese. A quanto pare, Burton Silver e Heather Busch non si sono cioè limitati a ideare una pratica sessuale, ma si sono divertiti a donarle perfino un passato antico e “nobile”. Anche noi siamo caduti nel tranello, nonostante la nostra abituale scrupolosità nel controllo delle fonti, e ci scusiamo con i lettori; eppure, in un certo senso, questo scherzo ci mette di buonumore. Perché di certo ne esistono di peggiori, e perché oltre che essere divertente, solleva alcune questioni non proprio scontate sul gioco dei sessi, sul coito come rappresentazione teatrale, e sui modi differenti di vivere la propria sessualità. Grazie, Alessandro!

Looners

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Date un’occhiata al video qui sopra. Una ragazza carina gonfia un palloncino fino a farlo scoppiare. Perfettamente innocente, no? E invece, senza saperlo, avete fatto il primo passo addentrandovi nel mondo delle fantasie dei looners, e fra le centinaia di video come questi ospitati sulla rete.

C’è chi la chiama parafilia, e chi stenta a vederci molto più che un innocente gioco sessuale. Eppure quello dei looners è un feticismo che, emerso negli anni ’70, resiste nel tempo. Si tratta dell’eccitazione sessuale nel vedere qualcuno gonfiare un palloncino (in inglese balloon, da cui looner). Osservare una bella donna soffiare, udire i suoi ansimi, l’alzarsi e abbassarsi ritmico del petto, insomma la fisicità dell’atto è il fulcro di un tale spettacolo. Aggiungete a questo la stimolazione sensoriale giocosa dei palloncini multicolori, il rumore del lattice sotto i polpastrelli, e l’eccitazione di non sapere esattamente quando esploderà, e avrete una chiara idea del climax di cui i looners vanno ghiotti.

Ma, come per tutte le cose inerenti alla sessualità, i gusti sono molto precisi: il video che avete appena visto è riservato agli amanti del B2P (blow to pop, soffia fino a farlo esplodere), mentre esistono molti adepti del palloncino per i quali l’esplosione finale è assolutamente tabù. Mike D., gestore del sito Mellyloon, è un looner da una vita ma ha un brivido ogni volta che sente lo scoppio. “Ho ancora oggi la fobia dei palloncini che esplodono – dice – è proprio da questa paura che è nato il mio feticismo”. To pop or not to pop è questione davvero seria per molti looners.

Riguardo allo sviluppo della sua fissazione sessuale, secondo Mike tutto ha inizio nell’infanzia: “Qualcosa come la tua babysitter che ti gonfia un palloncino, o tua madre che te lo fa scoppiare. Quando arriva la pubertà, tutte le cose che ti hanno impressionato da piccolo  diventano qualcosa di erotico”. Incidentalmente, questa teoria della sessualizzazione di ricordi relativi alla fase prepuberale è comunemente accettata dagli psicologi come una possibile spiegazione della nascita di parafilie.

Il sito Mellyloon ha permesso a Mike, se non di diventare ricco, almeno di discutere apertamente la sua fantasia. Nei suoi video le modelle gonfiano palloni colorati di dimensioni fuori dall’ordinario, e nei primi tre anni di attività ha ricevuto più di 1000 ordini dall’Asia e dalle Americhe. Mike ha una ragazza che, per fortuna, ha sempre assecondato le sue preferenze, dopotutto piuttosto innocue. Ma come si riesce a confessare al proprio partner che i palloncini sono parte integrante della tua vita sessuale? “Be’, come si riesce a confessare una qualcunque preferenza?” risponde Mike. “Si chiede all’altro, c’è qualcosa di strano che ti piacerebbe provare? Nove volte su dieci, qualcosa c’è, e poi tocca a loro chiedertelo, e tu dici, be’, sì! E puoi goderti la sorpresa sulla loro faccia, quando ti chiedono, ehi, a che serve quel palloncino?”

(Gli estratti all’intervista di Mike D. sono tratti da un articolo del 2007 di Sandy Brundage per l’ormai defunto Wave Magazine.)

Letto ad aspirazione

– Amanti sotto vuoto –

Parliamo oggi di un accessorio sessuale davvero particolare utilizzato nell’ambito del BDSM.

Il BDSM è un acronimo che comprende tutta una variegata e ampia gamma di pratiche sessuali: le quattro lettere rimandano infatti a Bondage e Disciplina, Dominazione e Sottomissione, Sadismo e Masochismo. L’elemento fondamentale è il rapporto fra il ruolo del dominatore e del sottomesso, rapporto che provoca piacere e soddisfazione ad entrambi; come poi questo rapporto si sviluppi, si consolidi o si trasformi nel tempo e in quali declinazioni si configuri sta soltanto alle personalità dei due soggetti.

Come è noto, il BDSM può esprimersi in giochi molto “leggeri”, ma può arrivare a pratiche estreme fino a vere e proprie torture. Sempre regolate, comunque, dall’utilizzo di safe words (parole concordate per indicare al partner che sta esagerando e per interrompere immediatamente il gioco), e dai principi fondamentali di sicurezza espressi dall’espressione inglese SSC – Safe, Sane, Consensual (Sicuro, Sano, Consensuale).

Una peculiarità del mondo BDSM è un’attenzione davvero marcata per l’estetica. L’utilizzo di abiti in latex (nero o colorato) esalta le curve del corpo, lo rende lucido e sinuoso, e l’associazione con il metallo brillante delle borchie, gli anelli, i collari e tutto l’armamentario sado-maso ha fatto entrare questo tipo di immaginario anche nel mondo della moda (fetish fashion) e della pubblicità.

Per gli amanti di questo tipo di pratiche, è un piacere indispensabile l’utilizzo di mezzi di contenimento del sottomesso, vale a dire degli accessori per immobilizzare il partner, prima di sottoporlo ai piccoli e grandi tormenti previsti dal copione della propria fantasia sessuale. Si può andare dalle classiche (e banali!) manette, alle complesse geometrie di corde ereditate dall’arte del bondage giapponese, alla pesantezza delle catene o al minimalismo del nastro adesivo in gomma.

Ma la forma di immobilizzazione più particolare e poco conosciuta è il cosiddetto vacuum bed, letteralmente “letto sotto vuoto”. Si tratta di una struttura (plastica o metallica) che tiene tesi due “fogli” di lattice abbastanza ampi da coprire interamente una persona. Il sottomesso si stende fra i due strati di lattice, e può respirare attraverso un tubo collegato con l’esterno. A questo punto, tramite un aspirapolvere o una macchina per il vuoto, l’aria contenuta fra i due lembi di latex viene aspirata, lasciando la vittima completamente bloccata nella gomma, incapace di reagire e istantaneamente immobilizzata.

Il vacuum bed ha alcuni svantaggi che hanno impedito un successo veramente ampio di questo attrezzo. Innanzitutto, è costoso (dai 600 € in su), ingombrante e molto delicato. Il lattice teso è continuamente a rischio di tagli e rotture, il rumore dell’aspirapolvere può essere una distrazione fastidiosa, le intelaiature in plastica sono talvolta troppo fragili e non reggono alla pressione. Inoltre vi sono alcuni pericoli per la salute di chi è “risucchiato” all’interno del letto: la respirazione è particolarmente difficile, il caldo e l’impossibilità di una normale sudorazione all’interno della gomma impediscono sessioni particolarmente lunghe, e la sensazione di claustrofobia può divenire più terrorizzante di quanto ci si aspettasse.

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Nonostante questi problemi, per molti appassionati il “letto” rimane uno dei metodi più perfezionati di immobilizzazione. Inoltre è innegabile che, fissato nel lattice nella posizione concordata, il corpo del partner divenga una sorta di opera d’arte, con tanto di cornice – e questo ancora una volta prova quanto l’estetica sia fondamentale per gli amanti del BDSM.

Buon compleanno!

Bizzarro Bazar festeggia oggi il suo primo compleanno.

Un anno fa, pubblicando il primo post, non sapevamo quale interesse potesse suscitare un blog incentrato sul meraviglioso, il macabro, il weird e il perturbante. Il bilancio però è stato positivo. Con il passare dei mesi Bizzarro Bazar si è guadagnato una folta schiera di lettori in cerca di nuove sorgenti di stupore, pronti a mettersi in discussione, a valorizzare il difforme e il deforme, e a confrontarsi con argomenti talvolta considerati tabù. Per un blog così “di nicchia”, superare le 7000 visite mensili è un bel traguardo. Soprattutto quando le prime visite ti arrivano da qualche anonimo utente che digita su Google le parole chiave “cerco belle donne amputate sopra il ginocchio”, o “fotografia necrofila con animali”. Rischi del mestiere… Ognuno è sempre stato il benvenuto qui, anche quando le sue idee cozzavano con le nostre (vedi il putiferio scatenato da questo post, e proseguito su Facebook e su numerosi altri siti e forum animalisti che hanno rebloggato l’articolo originale).

Per il nostro sollievo, abbiamo constatato che la maggior parte delle persone che arrivano su questo blog stanno cercando trattazioni di argomenti specifici, poco affrontati altrove: il post sui gemelli siamesi è il più ricercato, seguito dall’articolo sul crush fetish, la lobotomia, e l’acrotomofilia. Ma il vero segno che le nostre “esplorazioni” hanno fatto breccia nei vostri teneri cuoricini è il fatto che il primato assoluto vada alle parole “Bizzarro Bazar”, le più digitate per giungere fino a noi.

Bizzarro Bazar va di pari passo con la nostra continua ricerca quotidiana di motivi di meraviglia. Crediamo fermamente che la fantasia e lo stupore siano le principali virtù dell’uomo meritevoli di lode. Assieme all’umorismo, qualità imprescindibile.

Questo mondo è talmente strano e sorprendente che siamo certi di non rimanere mai a corto di argomenti. Un sentito ringraziamento va a quanti ci seguono costantemente, ci segnalano notizie e curiosità, e ritornano a leggerci ogni qualvolta abbiamo tempo di pubblicare un nuovo post.

Keep the world weird!

Oculolinctus

Anche l’occhio vuole la sua parte.

Le parafilie, come ormai sapete, possono riguardare qualsiasi oggetto feticistico, e includere virtualmente qualsiasi pratica, per quanto fantasiosa essa risulti. Alcune parti del corpo sono divenute, nella nostra cultura, dei feticci “celebri” e diffusi, come ad esempio piedi e seni. Ma un oggetto del desiderio a cui non penseremmo usualmente in termini sessuali è l’occhio. Curioso, perché si dice che sia proprio lo sguardo a sancire il preludio al sesso, e a segnalare in modo più o meno esplicito la disponibilità sessuale. Ma se per la maggior parte delle persone gli occhi giocano un ruolo fondamentale nella seduzione, in pochi si sognerebbero di includerli fisicamente nel rapporto sessuale. Si potrebbe quasi parlare di un tabù riguardante questa parte sensibile e delicata del corpo, la sede dell’espressione (dell’anima, per alcuni), della vista, facoltà primaria – insomma, uno dei punti del nostro corpo che meno saremmo disposti ad esporre al tocco di un estraneo.

L’oculofilia è l’attrazione sessuale per l’occhio. Pur essendo spesso un’attrazione di natura intellettuale, il feticismo in sé può portare al desiderio di contatto fisico con l’occhio.

L’oculolinctus è appunto la pratica feticistica di leccare l’occhio del partner. Se per chi lo “esegue” l’attrazione è ovviamente di tipo feticistico, diverso è il caso di chi ama “subirlo”: si dice che il piacere aumenti quanto più la lingua giunge vicino alla pupilla. In questo caso è evidente come il connubio di piacere e dolore (dato dall’irritazione irresistibile che provoca alla cornea) sia accomunabile a un blando impulso di matrice masochista.

Per quanto la parafilia legata all’occhio sia piuttosto rara, l’oculolinctus ha conosciuto una popolarità più diffusa, soprattutto per chi si interessa alla cultura iconica giapponese. Il grandissimo mangaka Suehiro Maruo, ad esempio, ha mostrato negli anni una fascinazione particolare per la rappresentazione dell’oculolinctus.

L’oculolinctus rimane un preliminare piuttosto inusitato e certamente “di nicchia”, nonostante esistano su YouTube dei video che ritraggono la pratica con intenti chiaramente goliardici.

E in caso ve lo steste domandando, sì, il pericolo di infezioni esiste.