Lutto e sacrificio: l’assenza incisa nella carne

Alcuni di voi avranno probabilmente sentito parlare del sati (o suttee), il rito indù di auto-immolazione che prevedeva che la vedova salisse sulla pira del marito defunto per bruciare viva assieme a lui. Ufficialmente vietato dagli inglesi nel 1829, la pratica diminuì nel tempo – non senza opposizioni da parte dei tradizionalisti – fino ad estinguersi quasi del tutto: se nell’800 si contavano circa 600 sati all’anno, dal 1943 al 1987 i casi registrati furono circa 30, e soltanto quattro nel nuovo millennio.

Il sacrificio delle vedove non era certo limitato all’India, visto che compariva in diverse culture. Nelle Storie, Erodoto parla di un popolo che abitava “al di sopra dei Crestoni“, in Tracia: presso queste genti, la favorita fra le vedove di un grande uomo veniva uccisa sulla sua tomba e sepolta con lui, mentre le altre mogli reputavano un disonore il continuare a vivere.

Fra gli Eruli del III secolo d.C. era comune per le vedove impiccarsi sul luogo di sepoltura del marito; nel 1700 dall’altra parte dell’oceano, quando un capo Natchez moriva le sue mogli (accompagnate spesso da altri martiri volontari) lo seguivano mediante suicidio rituale. Talvolta accadeva che alcune madri della tribù sacrificassero perfino i propri neonati, in un atto d’amore verso il defunto talmente grande che le donne che lo compivano erano trattate con i massimi onori e accedevano a un più elevato livello sociale. Simili pratiche funebri esistevano anche in altre popolazioni di nativi lungo il corso meridionale del fiume Mississippi.

Anche nel Pacifico, ad esempio nelle isole Fiji, furono attestate tradizioni che implicavano lo strangolamento delle vedove dei capi villaggio. Usualmente era il fratello della vedova ad eseguire o sovrintendere al soffocamento (si vedano le Notes on Fijian Burial Customs di Fison, 1881).

L’idea che sottendeva tali pratiche è che fosse inconcepibile (o sconveniente) per una donna rimanere in vita dopo il decesso dello sposo. Più genericamente, il vuoto che la morte di un leader lasciava dietro di sé era visto come incolmabile, fino ad annullare l’esistenza sociale dei sopravvissuti.
Se l’auto-immolazione femminile, e in rari casi maschile, è dunque rintracciabile in varie epoche e latitudini, la tribù Dani ha elaborato un tipo di sacrificio funebre del tutto particolare.

I Dani sono stanziati principalmente nella Valle del Baliem, la parte indonesiana dell’altipiano centrale sull’isola Nuova Guinea. Si tratta di un popolo ormai ben conosciuto anche per via del turismo; i guerrieri si vestono con accessori simbolici – un copricapo di piume, dei bracciali in pelliccia, una sorta di cravatta di conchiglie che specifica il rango di chi la indossa, delle zanne di maiale fissate alle narici e il koteka, un astuccio per il pene ricavato da una zucca essiccata.
Il vestiario femminile è più semplice, e consiste essenzialmente in una gonna di corteccia ed erbe, e un copricapo di variopinte penne d’uccello.

Presso questa popolazione, quando un uomo moriva, era tradizione che le donne a lui vicine (moglie, madre, sorella ecc.) si amputassero una o più falangi delle dita. Oggi quest’usanza è stata abbandonata, ma le anziane del villaggio ne portano ancora i segni.

Permettetemi a questo punto una piccola digressione.

Nel meraviglioso racconto di Dino Buzzati intitolato Le gobbe nel giardino (pubblicato nel 1968 all’interno de La boutique del mistero), il protagonista possiede attorno alla sua casa un grande parco in cui ama fare delle lunghe passeggiate notturne. Una sera, durante una di queste camminate, inciampa in una specie di collinetta formatasi sul prato, e l’indomani chiede al giardiniere che cosa sia:

«Che cosa hai fatto in giardino, nel prato c’è come una gobba, ieri sera ci sono incespicato e questa mattina appena si è fatta luce l’ho vista. È una gobba stretta e oblunga, assomiglia a un tumulo mortuario. Mi vuoi dire che cosa succede?». «Non è che assomiglia, signore» disse il giardiniere Giacomo «è proprio un tumulo mortuario. Perché ieri, signore, è morto un suo amico.»
Era vero. Il mio carissimo amico Sandro Bartoli di ventun anni era morto in montagna col cranio sfracellato.
«E tu vuoi dire» dissi a Giacomo «che il mio amico è stato sepolto qui?»
«No» lui rispose «il suo amico signor Bartoli […] è stato sepolto ai piedi delle montagne che lei sa. Ma qui nel giardino il prato si è sollevato da solo, perché questo è il suo giardino, signore, e tutto ciò che succede nella sua vita, signore, avrà un seguito precisamente qui.»

Più passano gli anni, e più il parco del narratore si riempie di nuove gobbe, mano a mano che le persone a lui care muoiono. Alcuni rilievi sono piccoli, altri enormi; il giardino, un tempo piatto e regolare, è ormai tutto disseminato di collinette comparse con ogni nuova perdita.

Perché questa faccenda delle gobbe del prato accade a tutti, e ciascuno di noi […] è proprietario di un giardino dove succedono quei dolorosi fenomeni. È un’antica storia che si è ripetuta dal principio dei secoli, anche per voi si ripeterà. E non è uno scherzetto letterario, le cose stanno proprio cosi.

Nel finale del racconto, si scopre che il protagonista non è affatto un personaggio di fantasia, e che la metafora dolorosa è riferita all’autore stesso:

Naturalmente mi domando anche se in qualche giardino sorgerà un giorno una gobba che mi riguarda, magari una gobbettina di secondo o terzo ordine, appena un’increspatura del prato che di giorno, quando il sole batte dall’alto, manco si riuscirà a vedere. Comunque, una persona al mondo, almeno una, vi incespicherà. Può darsi che, per colpa del mio dannato carattere, io muoia solo come un cane in fondo a un vecchio e deserto corridoio. Eppure una persona quella sera inciamperà nella gobbetta cresciuta nel giardino e inciamperà anche la notte successiva e ogni volta penserà, perdonate la mia speranza, con un filo di rimpianto penserà a un certo tipo che si chiamava Dino Buzzati.

Ecco, se mi è concesso fare l’azzardato accostamento, le gobbe nel giardino di Buzzati mi sembrano poeticamente analoghe alle dita mancanti delle donne Dani. Queste ultime rappresentano un’immagine commovente e potentissima: ogni volta che ci lascia una persona che amiamo, si sente spesso dire, “se ne va un pezzetto di noi” – ma qui la perdita non è soltanto emotiva, è un’assenza che si fa concreta. A causa di questa oggettivazione fisica del dolore, le donne senza dita fanno senza dubbio più fatica a svolgere i lavori quotidiani; e più i lutti si accumulano, più diventa impossibile per loro utilizzare le mani. Le donne anziane, che hanno visto morire tante persone, devono per forza essere aiutate dalla comunità. La morte si rivela dunque una ferita che rende, per così dire, invalidi a vita.

Certo, almeno ai nostri occhi contemporanei rimane uno scoglio immenso: la metafora sarebbe perfetta se la tradizione riguardasse anche i maschi, ai quali non è invece mai stato richiesto questo tipo di estremo sacrificio. È il corpo femminile a farsi, volontariamente o meno, portatore di questi segni tangibili del dolore.
Ma, volendoli leggere in una prospettiva più universale, mi pare che questi simboli racchiudano in fondo la certezza che tutti noi lasceremo un segno, una gobba nel giardino di qualcun altro. L’orgoglio con cui le donne Dani esibiscono le loro mani mutilate sembra suggerire che il passaggio di una persona inevitabilmente modifica il reale attorno a sé, riflettendosi nella comunità, addirittura fino a “scolpire” la carne dei suoi simili. La creazione di senso nelle manifestazioni del lutto sta anche nella reciprocità – la tradizione che oggi fa sì che io pianga il defunto, mi assicura che un domani altri piangeranno la mia dipartita.

Al di là delle declinazioni in cui il concetto si è storicamente proposto, in questa consapevolezza di reciprocità il genere umano pare aver sempre trovato conforto, perché significa in definitiva che non potremo mai essere soli.

Sculture tassidermiche – III

Concludiamo qui la nostra serie di post sulla scultura tassidermica.

Partiamo subito da una delle artiste più controverse, Katinka Simonese, conosciuta con il nome d’arte di Tinkebell. Artista provocatoria, Katinka cerca di mettere davanti ai nostri occhi i punti ciechi della nostra società moderna. Per fare un esempio, milioni di polli maschi sono uccisi ogni giorno (spesso vengono gettati con forza contro un muro del pollaio); ma se Katinka replica la stessa azione in pubblico, viene arrestata. Allo stesso modo, l’artista ha trasformato il suo stesso gatto in una borsa in pelliccia double-face che può essere rivoltata per diventare un cagnolino. Per denunciare il fatto che il nostro “amore” per i cuccioli domestici è diventato uno status symbol, un commercio bell’e buono, più che un vero affetto per gli animali.

Nella stessa lunghezza d’onda, Tinkebell ha trasformato un cagnolino in carillon, suggerendo l’idea che nella nostra società consumistica gli animali rivestano il ruolo di oggetti, e che quindi possiamo modificarli a piacere, a seconda dei nostri bisogni. Senza dubbio le sue opere portano a riflettere sul ruolo che riserviamo oggi agli animali, utilizzati come veri e propri prodotti.

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Cai Guo Qiang ha esposto il suo lavoro in una mostra, intitolata I Want to Believe, al Guggenheim Museum a New York: la mostra include il suo spettacolare pezzo chiamato Head On, che mostra 90 lupi imbalsamati sospesi in un arco che rovinano collassando contro un muro di vetro.

Ma Cai Guo ha anche esposto tigri seviziate, trafitte da mille frecce, per insinuare nello spettatore quella pietà che latita nella vita di ogni giorno, mostrando queste fiere come vittime sacrificali per le quali non possiamo che sentirci colpevoli.

Simile per concetto, Claire Morgan utilizza la tassidermia in maniera squisitamente astratta. Le sue belve sono un imponente memento mori che ci ricorda che ogni nostro piacere, anche quello più estetico, deriva dalla morte di qualche altro essere.

Passiamo ora a un artista differente, che modella ibridi fantastici a partire da tessuti organici. Si tratta di Juan Cabana, che riprendendo l’antica arte dell’imbalsamazione delle chimere crea straordinari esemplari di esseri mitologici, come ad esempio le sirene. È naturale, guardando le sue opere, ripensare alle Sirene delle Fiji ospitate dai musei di Phineas Barnum.

Sempre in tema di chimere, concludiamo questo excursus fra gli artisti tassidermici con Kate Clark, scultrice degna di nota, che ibrida tecniche tassidermiche con artifici scultorici più tradizionali. Le sue opere mostrano esemplari impagliati dotati di volti umani, quasi a farci riflettere sull’intima identità che ci lega al mondo animale. Possiamo così vederci, nelle sue sculture, come prede di caccia e vittime venatorie. Per ricordare che fra noi e gli animali non c’è poi tutta questa differenza.

Per finire, vorremmo segnalarvi alcuni siti di altri artisti tassidermici che, per motivi di spazio, non abbiamo potuto trattare.

Maurizio Cattelan – artista italiano controverso ed estremo, che ha utilizzato in alcune opere esemplari tassidermici.

Julia deVille – artista che unisce l’alta moda alla fascinazione per il memento mori.

Thomas Grunfeld – creatore di chimere.

The Idiots – collettivo artistico che ibrida la tecnologia con la tassidermia.

Finte meraviglie

Sulla strada del meraviglioso, non è tutto oro ciò che luccica. Dai mostri più stupefacenti, agli spettacoli circensi più mirabolanti, gli imbonitori hanno sempre saputo sfruttare i “falsi” creati ad arte per raggirare e abbindolare i creduloni.

Già all’inizio del 1500 erano diffusi i Jenny Haniver: si trattava di cadaveri rinsecchiti di sirene o di fate dei fondali marini, esseri fantastici e inquietantemente umani nell’aspetto, nonostante avessero tutte le caratteristiche di un pesce.

In realtà erano dei falsi creati a partire da un tipo di razza, o dal pesce chitarra, che veniva tagliato, arricciato, ricucito ed essiccato per assumere sembianze antropomorfe. Si tratta di uno dei primi esempi di tassidermia “creativa”. L’etimologia del nomignolo “Jenny Haniver” è controversa (pare che derivi dai pescatori di Anversa, che potrebbero aver iniziato la tradizione di costruire e vendere questi falsi); fatto sta che ancora oggi in alcuni negozi turistici di mare si possono trovare questi souvenir particolari. La cosa davvero incredibile, però, è che ancora in tempi recenti c’è chi continua a cascarci: nel 2006 il Giornale di Brescia segnalò un Jenny Haniver come un possibile cadavere di extraterreste!

Sulla stessa linea, la Sirena delle Fiji, qui sopra, è divenuta un vero e proprio classico – diciamo la regina dei “sideshow gaffs“, ovvero dei falsi esposti come curiosità all’interno dei Luna Park americani a cavallo fra l’800 e il ‘900. I primi “cadaveri” di sirene erano già un must delle wunderkammer rinascimentali, ma l’idea di esibirle all’interno dei sideshow si deve, manco a dirlo, all’incredibile inventiva e fiuto del “Santo Patrono degli imbonitori”, Phineas T. Barnum. Presentate come mummie di veri ibridi uomo-pesce, divennero ben presto un pezzo fisso e irrinunciabile delle fiere itineranti americane, e vengono prodotte ancora oggi con tecniche miste (scultoree e tassidermiche).

Più tardi, alcuni sideshow progettarono un sistema più “realistico” per esibire le Sirene delle Fiji: non si trattava più di pupazzetti mummificati, ma di un complesso sistema di specchi che permetteva di proiettare l’immagine di un’attrice all’interno di un acquario. Si racconta l’aneddoto di una di queste “sirene” che sbadatamente cominciò a fumare una sigaretta – nonostante fosse “sott’acqua” – provocando le ire degli spettatori.

Lo stesso Barnum portò a livelli scientifici una prassi comune nei Luna Park dell’epoca: far passare per freaks delle persone normalissime, in modo da rimpinguare le fila delle “meraviglie umane” esibite all’interno del freakshow. Già a una prima occhiata avrete indovinato che il gentiluomo qui sopra, Pasqual Pinon, portava una improbabile faccia posticcia sulla parrucca, piuttosto che essere davvero “il Messicano a Due Teste”. Allo stesso modo, la “meraviglia a tre occhi” aveva un occhio finto incollato alla fronte, i “gemelli siamesi Adolph e Rudolph” si esibivano legati alla vita (uno dei due aveva le gambe atrofizzate e minuscole, e le nascondeva nei pantaloni dell’altro), le sorelle Milton erano tutt’altro che siamesi. Queste ultime, in particolare, scioccavano gli spettatori inscenando una violenta lite e “separandosi” in diretta, uscendo poi stizzite dai due lati del palcoscenico.

Per un impresario circense dell’epoca, arrivare a scritturare un albino non era abbastanza. Occorreva trasformarlo in qualcosa di ancora più fantastico e meraviglioso. Doveva diventare “l’ultimo Atlantideo”, il “Re dei Ghiacci”, o “l’Uomo di Marte”. Ma c’è una figura ancora più emblematica di questa verve inventiva nel presentare come abnorme e curioso qualcosa che in verità era molto meno affascinante.

Il geek era un’attrazione che normalmente apriva il freakshow. Veniva presentato talvolta come “anello mancante” tra l’uomo e l’animale, o come “ragazzo selvaggio”, o più semplicemente come un essere bestiale senza capacità di parola – una sorta di mostro vorace e famelico. All’interno di una gabbia, o di un’arena circolare, il geek grugniva e sbavava in modo animalesco, mentre gli venivano lanciati dei polli vivi (più raramente, serpenti). Il “mostro” li rincorreva a quattro zampe finché, afferratone uno, gli strappava la testa con un morso e la inghiottiva. Lo spettacolo era violento e turbava non poco gli spettatori: spesso le signore svenivano alla vista dell’inumana abiezione di quell’essere. In realtà si trattava di un attore, molto spesso un senzatetto alcolista che inscenava questa recita pur di rimediare qualche bottiglia di whiskey. Oggi il termine è stato preso a prestito dagli amanti della tecnologia (che si definiscono geek in contrapposizione a nerd, che ha una connotazione negativa).

Ma forse il primo premio nelle finte meraviglie inventate per raggirare gli spettatori va nuovamente a P. T. Barnum. Non contento di esibire 500.000 curiosità, vere e finte, provenienti dai quattro angoli del pianeta, egli escogitò forse la bufala delle bufale: un’attrazione che non esiste!

Nel suo museo, appena entrati, gli spettatori vedevano un cartello con la scritta “THIS WAY TO EGRESS”. Nessuno sapeva cosa fosse questo misterioso Egress, ma di sicuro suonava come una meraviglia inedita, così tutti si affrettavano in quella direzione. Peccato che “egress” fosse un termine arcaico per “uscita”. Così, poco dopo essere entrati, gli spettatori si trovavano fuori dal museo e, se volevano rientrare, erano costretti a pagare un altro quarto di dollaro…

It’s only show biz!