Link, curiosità & meraviglie assortite – IV

Essendo assorbito dai lavori dell’Accademia dell’Incanto, appena avviati, mi perdonerete se ripiego su una nuova raccolta di stranezze, sempre e comunque di prima scelta.

  • Vi ricordate il mio articolo sulle mummie affumicate? Ulla Lohmann ha documentato per la prima volta il processo di mummificazione di un anziano del villaggio, che la fotografa aveva conosciuto quand’era ancora in vita. La storia della rispettosa ostinazione con cui la Lohmann è riuscita a farsi accettare dalla tribù, e le spettacolari fotografie che ha scattato, sono su National Geographic.

  • Pire collettive che bruciavano per giorni e giorni appestando l’aria, denti strappati ai caduti per costruire le dentiere dei vivi, ossa usate come fertilizzante: benvenuti nel feroce mondo di chi doveva pulire i campi di battaglia durante le guerre napoleoniche. (Scoperto via Prismo)
  • A tre miglia dalla costa di Miami c’è un vero cimitero sottomarino. Certo, non saranno molti i parenti che prenderanno lezioni di scuba diving per venirvi a porgere un ultimo saluto; ma in compenso la vostra tomba si ricoprirà di bellissimi coralli.

  • Avreste mai immaginato di veder comparire su queste pagine Giancarlo Magalli? L’episodio di cui il presentatore è stato recentemente protagonista è però un brillante esempio di memento mori come forza sovversiva: in questo caso, la spettacolare irruzione è avvenuta proprio in uno dei tanti momenti di televisione anestetica — quella che conforta e ottunde con il miraggio della vincita, del premio che arriva senza fatica, della cuccagna distribuita a casaccio da una sorte benigna. La sconfitta è ironica e definitiva: “l’orologio a questo punto mi sembra inutile…
    (Grazie, Silvia!)

  • Come essere sicuri che un morto sia veramente morto? Nell’800 la questione era tutto fuorché scontata. Ecco perché c’era chi aveva l’ingrato compito di tirare la lingua ai cadaveri, chi provava a infilarsi le dita della salma nelle orecchie, e chi ai corpi stesi nell’obitorio somministrava dei clisteri di tabacco… soffiando attraverso un tubo.
  • E se i Monty Python, nella loro canzone dei filosofi che descrive i giganti del pensiero come alcolizzati terminali, fossero andati vicini alla verità? Un interessante long read sulla relazione fra la filosofia occidentale e l’uso delle sostanze psicotrope.
  • Per chi non l’avesse ancora vista, c’è una crudele radiografia che disintegra il mantra autoconsolatorio ho-solo-le-ossa-grosse.

  • L’uomo sbarcherà su Marte, presto o tardi. Presto, probabilmente. Ma oltre alla vita, sul Pianeta Rosso porteremo anche un’altra novità: la morte. Cosa succede a un cadavere nell’atmosfera marziana, in assenza di insetti, saprofaghi e batteri? Dovremmo seppellirlo, cremarlo o compostarlo? Se l’è chiesto Sarah Laskow su AtlasObscura.
  • Per finire, ecco una splendida serie di foto intitolata Wilder Mann. Attraversando in lungo e in largo l’Europa, il fotografo francese Charles Fréger ha documentato decine di maschere rurali. Inquietanti e suggestive, queste figure pagane sopravvivono al passare del tempo, e da secoli continuano ad annunciare ogni anno l’arrivo dell’inverno.

Link, curiosità & meraviglie assortite – III

Nuova miscellanea di link interessanti e fatti bizzarri.

  • C’è un gruppo di famiglie italiane che diversi anni fa ha deciso di provare a vivere sugli alberi. Nel 2010 il giornalista vicentino Antonio Gregolin ha visitato questi misteriosi “eremiti” (non così reclusi, però, quanto si potrebbe pensare) firmando un meraviglioso reportage sul loro villaggio arboricolo.

  • Un interessante long read sul disgusto, sugli errori cognitivi in cui ci fa incappare, e su come potrebbe aver contribuito alla nascita della morale, della politica, delle leggi — in sostanza, alla creazione delle società umane.
  • Siete pronti per un viaggio musicale nel tempo e nello spazio? Su questo sito potete scegliere un paese del mondo e una decade dal 1900 ad oggi, e scoprire quali erano le hit discografiche del periodo. Organizzate il vostro itinerario/playlist con un taxi virtuale fissando tappe inconcepibilmente distanti tra loro: potreste partire dalle prime registrazioni di canti tradizionali della Tanzania, saltare alla disco coreana degli anni ’80, e approdare al caldo pop psichedelico norvegese anni ’60. Attenzione, crea dipendenza.
  • Parlando di tempo, è davvero un enigma come questa campagna di crowdfunding non abbia raggiunto l’obiettivo di finanziare la creazione dell’orologio minimalista definitivo. Sarebbe stato un accessorio perfetto per filosofi, e ritardatari.
  • L’ultimo numero della rivista Illustrati ha un titolo, e un tema, evocativo, “Cerchi di luce”. Nel mio contributo, racconto il Nord Est esoterico della mia adolescenza: L’unico chakra.
  • Durante la terribile alluvione che di recente ha colpito la Louisiana, alcune bare sono venute a galla. Una visione surreale, ma non del tutto inedita: ecco un mio vecchio post sullo Holt Cemetery di New Orleans, dove ciclicamente riaffiorano le ossa dei morti.

  • Restiamo nel cosiddetto Pelican State, dove per scongiurare la sfortuna ci si può sempre affidare agli incantesimi tradizionali, ormai diventati anche un business per turisti: ecco i cinque migliori negozi di armamentari voodoo di New Orleans.
  • Chi mi segue da un po’ mi avrà probabilmente sentito parlare di “meraviglia nera“, cioè della necessità di restituire alla meraviglia il suo dominio originario sulla tenebra. Un bell’articolo sulla filosofia dello stupore pubblicato da DoppioZero ribadisce il concetto: “lo stupore originario, il thauma non è sempre e soltanto un momento di grazia, un sentimento positivo: possiede una dimensione di orrore e di angoscia che prova chi si trova a contatto con una realtà ignota, sconosciuta, diversa, così altra da provocare turbamento e angoscia“.
  • Quali sono le mummie più antiche del mondo? Quelle dei Faraoni d’Egitto?
    Sbagliato. Le mummie dei Chinchorro, ritrovate nel deserto di Atacama tra Cile e Perù, sono antecedenti a quelle egiziane. E non di un secolo o due: di duemila anni.
    (Grazie, Cristina!)

  • Qualche giorno fa Wu Ming 1 mi ha segnalato un articolo su The Atlantic riguardo un imminente trapianto di testa: in realtà la notizia non è nuova, dato che il neurochirurgo torinese Sergio Canavero fa discutere di sé ormai da qualche anno. Su Bizzarro Bazar avevo trattato i trapianti di testa in un vecchio articolo, e se non ho mai parlato di Canavero, è perché tutta la faccenda in realtà suona molto sospetta.
    Riassumo velocemente la questione: nel 2013 Canavero crea un piccolo terremoto in ambito scientifico dichiarando realizzabile entro il 2017 il trapianto di testa (o meglio, di corpo) sull’essere umano. Il suo progetto HEAVEN/Gemini (Head Anastomosis Venture with Cord Fusion) si propone di superare le difficoltà relative al ricollegamento dei tronconi di midollo utilizzando delle “colle” fusogene come il glicole polietilenico (PEG) o il chitosano per indurre l’unione tra le cellule del donatore e quelle del ricevente. Questo permetterebbe di fornire un nuovo corpo, più sano, a chi sta morendo a causa di una qualsiasi malattia (con l’ovvia eccezione delle patologie cerebrali).
    Non essendo stato preso sul serio, Canavero ci riprova a inizio 2015, annunciando in seguito di aver trovato un volontario per la complessa operazione, il trentenne russo Valery Spiridonov affetto da una malattia genetica incurabile. La comunità scientifica, ancora una volta, bolla le sue teorie come infondate, fantascientifiche e pericolose: la tecnologia dei trapianti ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, è vero, ma secondo gli esperti siamo ancora ben lontani dal poter affrontare una simile impresa sull’uomo — anche ammesso di soprassedere ai relativi dilemmi etici.
    A inizio di quest’anno, infine, Canavero annuncia di aver fatto progressi: con il supporto di un’équipe cinese, avrebbe testato con successo la sua procedura sui topi e perfino su una scimmia, facendo trapelare qualche video e qualche foto d’impatto.
    Come si può facilmente capire, la storia è però tutt’altro che cristallina. Canavero si sta distanziando sempre più dalla comunità scientifica, e sembra particolarmente insofferente nei confronti del sistema di peer-review, il quale (accidenti!) non gli permette di pubblicare le sue ricerche senza che esse siano vagliate e valutate a priori; anche l’annuncio dei suoi esperimenti sui topi e le scimmie è arrivato senza il supporto di alcuna pubblicazione. In sostanza, Canavero si è dimostrato molto abile a suscitare l’interesse dei media (divulgando la sua avanzatissima tecnica in TV, sui giornali e perfino a un paio di TEDx con l’ausilio di… pittoreschi e italianissimi spaghetti), e nel tempo è riuscito a costruirsi un’immagine di scienziato genialoide e un po’ matto, un Frankenstein visionario che potrebbe aver trovato la panacea di tutti i mali — se soltanto gli ottusi colleghi lo stessero ad ascoltare. Al contempo egli appare poco a suo agio con le regole deontologiche della scienza, e preferisce continuare a lanciare appelli ai “filantropi privati” di tutto il mondo, in cerca di qualche mecenate disposto a sborsare i 12 milioni e mezzo necessari per tentare l’esperimento d’avanguardia.
    Insomma, guardando questa vicenda è un po’ difficile non pensare a noti copioni analoghi. Mai dire mai, però: rimaniamo in attesa della prossima puntata, e nel frattempo…
  • …non resta che (ri)guardarsi  The Thing With Two Heads (1972), diretto dal genio dell’exploitation Lee Frost.
    Questa chicca ai confini del trash racconta le tragicomiche avventure di un chirurgo facoltoso e razzista — interpretato da un Ray Milland ormai giunto alla fase più ingloriosa della carriera — il quale, prossimo alla morte, elabora un complesso piano per far trapiantare la propria testa su un corpo sano; ma finisce per risvegliarsi attaccato alla spalla di un uomo di colore condannato a morte che è determinato a provare la sua innocenza. Inseguimenti, gag sconclusionate e situazioni deliranti, per uno dei film più weird di sempre.

Il Museo del Fallimento

Ho orrore delle vittorie.
(André Pieyre de Mandiargues)

I musei sono luoghi di incanto e ispirazione (fin dal loro nome, che rimanda alle Muse). Se per la grande maggioranza celebrano il progresso e le somme conquiste dell’homo sapiens, sarebbe auspicabile riconoscere che incanto e ispirazione possono nascere anche contemplando i sogni infranti, le disavventure, gli incidenti di percorso.

È un mio antico progetto utopistico, a lungo accarezzato: inaugurare un museo interamente dedicato al fallimento umano.

Non avendo i mezzi per aprire un museo fisico, mi contento di proporvi un tour virtuale.
Ecco la mappa di questo mio museo immaginario.

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Come si può vedere, il percorso si snoda attraverso sei sale.
La prima è intitolata Il genio dimenticato, e qui sono esposte le vite di quegli inventori, artisti o ciarlatani del cui passaggio su questa terra la Storia ufficiale sembra non aver ritenuto traccia. Eppure fra i protagonisti di questa prima stanza vi sono individui che hanno goduto di immensa fama in vita, per poi cadere, come si dice, dalle stelle alle stalle.
A causa di un ego ipertrofico, o di avventatezza finanziaria, o per una serie di congiunture sfavorevoli, questi eroi sono stati a un passo dalla vittoria, o addirittura l’hanno apparentemente raggiunta. Martin F. Tupper era il più venduto fra i poeti anglosassoni ottocenteschi, e John Banvard fu per lungo tempo il più celebrato e strapagato pittore della sua epoca. Eppure, oggi, chi li ricorda?
Questa introduzione al fallimento è dunque una sorta di sic transit, e spinge il visitatore a porsi alcune domande essenziali sulla natura effimera del successo, e sulla volatilità della memoria storica.

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John Banvard (1815-1891)

La seconda sala è interamente dedicata alle scienze anomale e alle teorie errate.
Qui trova posto una selezione delle più strambe idee pseudoscientifiche, discipline abbandonate o marginalizzate, complessi sistemi di pensiero ormai completamente inutili.
Ampio spazio viene dato alle dottrine mediche degli albori, dallo pneuma di Galeno alle deliranti terapie chirurgiche di Henry Cotton fino agli esperimenti di Voronoff. Ma vengono anche esposte teorie totalmente infondate (come quelle che vorrebbero la Terra cava o piatta) vicino ad altre che, un tempo influenti, hanno ormai un valore esclusivamente storico, utile magari a comprendere un’epoca (ad esempio la fisiognomica amata da Cesare Lombroso o la musurgia di Athanasius Kircher).

Questa sala ha il compito di ricordare al visitatore che il progresso e il metodo scientifico non sono mai lineari, ma si sviluppano per tentativi, deviazioni, vicoli ciechi, strade sbagliate. E in nessun campo come in quello della conoscenza, l’errore è altrettanto fondamentale del successo.

La terza sala è consacrata alle Sfide perdute. Qui si celebrano tutti quegli uomini che hanno tentato, e fallito.
Il materiale presente in questa sezione dimostra come la sconfitta possa essere triste ma allo stesso tempo grottesca: fra ricostruzioni multimediali e pannelli informativi trovano spazio (per fare qualche esempio) le vicende di William McGonagall, il peggiore poeta del mondo, che si incaponì a voler comporre versi nonostante le sue abilità letterarie fossero a dir poco disastrose; il maldestro e orrendamente spettacolare tentativo di far esplodere una balena a Florence, Oregon, oppure quello di liberare un milione e mezzo di palloncini di elio in piena metropoli; e il “sarto volante”, emblematico caso di fiducia smisurata nelle proprie capacità.

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Si entra poi nello spazio dedicato agli Imprevisti, spesso tragicomici e letali.
Una prima categoria di fallimenti contenuti qui sono quelli resi popolari dai celebri Darwin Awards, premi simbolici assegnati a chi provoca da sé la sua stessa dipartita in maniera stupida. Queste storie ci mettono in guardia dai dettagli che sembrano insignificanti, dai momenti di poca lucidità, dall’incapacità di tenere conto delle variabili.
Ma non è tutto. Il concept della seconda sezione della sala è che, per quanto ci sforziamo di programmare il futuro in ogni minimo particolare, la realtà fa spesso irruzione a scombinare i nostri piani. Ecco quindi gli imprevisti davvero inaspettati, il fato avverso, le catastrofi e i fiaschi da cui è impossibile mettersi al riparo.

Questa duplice presentazione mostra come l’errore umano da una parte, e dall’altra l’elemento sorpresa “gentilmente” fornito dal mondo, rendano il fallimento una realtà inevitabile. In che modo risolvere il problema?

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Le ultime due sale tentano di dare una proposta di soluzione.
Se l’insuccesso non si può evitare, e prima o poi arriva a toccare tutti noi, forse la strategia migliore è accettarlo, sciogliendolo dallo stigma che lo accompagna.

Un metodo per esorcizzare la vergogna è condividerla, come suggerito dalla penultima stanza. Sui monitor scorrono le immagini dei cosiddetti fail video, compilation di riprese amatoriali in cui gente comune, per sfortuna o per inettitudine, si ritrova protagonista di imbarazzanti catastrofi. Il fatto che questi filmati abbiano un enorme successo su internet conferma l’idea che non prendersi troppo sul serio, e avere il coraggio di condividere apertamente lo smacco della sconfitta, sia un atto liberatorio e terapeutico.
Sull’ultimo muro il pubblico è invitato ad appendere all’interno di una bacheca la storia del proprio fallimento più bruciante, scritta su un foglietto di carta.

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La sala finale rappresenta il diritto, la gioia e l’orgoglio di fallire.
Qui, su una grande parete spoglia, fallimento e fortuna sono rappresentati come yin e yang, ognuno contenente al suo interno il seme dell’altro, opposti illusori che nascondono un’unica realtà – il costante mutamento, che non conosce categorie umane come successo o insuccesso, vi è indifferente, e non arresta il suo vortice.
Riappropriarsi del fallimento significa sabotarne il potere paralizzante, e imparare nuovamente a muoversi e seguire il ritmo.

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Sulla porta d’uscita un’ironica citazione di Kurt Vonnegut ricorda: “Gli uomini sono animali fatti per danzare. Quant’è bello alzarsi, uscire di casa e fare qualcosa. Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti”.

Yamanaka Manabu

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Dove ci sono uomini
troverai mosche
e Buddha
(Kobayashi Issa)

Chiunque percorra un autentico cammino spirituale dovrà confrontarsi con il lato oscuro, osceno, terribile della vita. Questo è il sottinteso della parabola agiografica che vede il Buddha, Siddhartha Gautama, uscire di nascosto dal suo idilliaco palazzo reale e scoprire con meraviglia e angoscia l’esistenza del dolore (dukkha), che accomuna tutti gli esseri viventi.

Il fotografo giapponese Yamanaka Manabu da 25 anni esplora territori liminali o ritenuti tabù, alla ricerca della scintilla divina. Il suo intento, nonostante la crudezza degli scatti, non è certo quello di provocare un facile shock: piuttosto, lo sforzo che si può leggere nelle sue opere è tutto incentrato sulla scoperta della trascendenza anche in ciò che normalmente, e superficialmente, potrebbe provocare ripugnanza.

Gyahtei: Yamanaka Manabu Photographs è la collezione dei suoi lavori, organizzati in sei serie di fotografie. I sei capitoli si concentrano su altrettanti soggetti “non allineati”, rimossi, reietti, ignorati: sono dedicati rispettivamente a bambini di strada, senzatetto, persone affette da malattie che provocano deformità, anziani, feti abortiti, e carcasse di animali.

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L’approccio di Manabu è ammirevolmente rigoroso e rispettoso. Le sue non sono foto sensazionalistiche, né ambigue, e ambiscono invece a catturare degli attimi in cui il Buddha risplende attraverso questi corpi sbagliati, emarginati, rifiutati. Con la tipica essenzialità della declinazione giapponese del buddhismo (zen), i soggetti sono perlopiù ritratti su sfondo bianco – e il bianco è il colore del lutto, in Giappone, e sottile riferimento all’impermanenza. Sono foto rarefatte ed essenziali, che lasciano al nostro sguardo il compito di cercare un significato, se mai riusciremo a trovarlo.

Ogni serie di fotografie ha necessitato di 4 o 5 anni di lavoro per vedere la luce. Quella intitolata “Arakan” è emblematica: “Una mattina, incontrai una persona vestita di stracci che camminando lentamente emetteva un odore pungente. Aveva lo sguardo fisso verso un posto lontano, occhi raminghi e fuori fuoco. Cominciai di mattino presto, in bicicletta, cercandoli fra strade affollate e parchi pubblici. Appena li trovavo, chiedevo loro “Per favore, lasciatemi scattare una foto”. Ma non acconsentivano a farsi ritrarre così facilmente. L’idea li disgustava, e io li inseguivo e continuavo a chiedere il permesso ancora e ancora. Ho continuato a seguirli senza curarmi dei loro sputi e dei loro pugni, finché la pazienza veniva meno. Allora finalmente mi concedevano di fotografarli“.
Dopo 4 anni di ricerche, e centinaia di foto, Manabu ha selezionato 16 scatti che a suo parere mostrano degli esseri al confine fra l’umano e la condizione di Risveglio. “Sono sicuro che queste persone meritano di essere chiamate Arakan, titolo riservato a colui il quale recide i legami della carne ed è assiduo nel praticare l’austerità“.

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Nella sua sincera indagine sul significato dell’esistenza non poteva mancare la contemplazione della morte. Il suo racconto della ricognizione su una carcassa di cane illustra perfettamente il processo che sottende il suo lavoro.

Nel mio tentativo di comprendere la “morte”, ho deciso di guardare il corpo morto di un cane regolarmente, sulla costa. 

Giorno 1
    – L’ho accarezzato sulla testa, domandandomi se la sua vita fosse stata felice.

Giorno 2
– La sua faccia sembrava triste. Ho sentito l’odore diventare più forte.

Giorno 5
– Molti corvi si sono assiepati sul posto, a beccare i suoi occhi e il suo ano.

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Giorno 7
Il suo corpo era gonfio, e sangue e pus ne uscivano. Nuvole di mosche su di lui, e l’odore divenne terribile.

Giorno 10
– La bocca era infestata di larve, e il corpo si era gonfiato del doppio. Quando ho toccato il corpo, era caldo. Pensando che il corpo avesse in qualche modo ripreso vita, mi sentii ispirato e giunsi le mani verso di esso.

Giorno 12
– La pelle dell’addome si era lacerata, e molte larve erano visibili all’interno. Mi sentii deluso quando scoprii che il calore era causato dallo sfregamento degli insetti. Pensai che la “morte” è brutta e dolorosa.

Giorno 15
– Si poteva vedere l’osso da una parte della pelle strappata della faccia. Il corpo divenne sottile come quello di una mummia. L’odore divenne meno penetrante. Il corpo morto sembrava bello come un’immagine di creta, e scattai alcune fotografie.

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Giorno 24
– Le larve erano scomparse, e la testa, gli arti e il corpo erano completamente smembrati. Sembrava che nessuna creatura avrebbe potuto mangiarne ancora. In effetti di fronte a questa scena sentii che il cane era veramente morto.

Giorno 32
– Soltanto piccoli pezzi di osso bianco sono rimasti, e sembrano sprofondare nella terra.

Giorno 49
– L’erba nuova è cresciuta sul posto, e l’esistenza del cane è scomparsa.

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Ma forse la sua serie più toccante è quella intitolata “Jyoudo” (la casa del Bodhisattva).
Qui siamo confrontati con il volto più crudele della malattia – sindromi genetiche o rare, alle quali alcuni esseri umani sono destinati fin dalla nascita. Senza mai cedere alla tentazione del dettaglio fastidioso, Manabu colleziona degli scatti al contrario pietosi e commoventi, volutamente asciutti. Qui la condizione umana e la sua insensatezza trovano un perfetto compimento: uomini e donne segnati dalla disgrazia, “forse per via di cattive azioni nelle vite passate, o soltanto perché sono pateticamente sfortunati“.

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Il confronto con queste estreme situazioni di malattia è, come sempre in Manabu, molto umano. “In una casa di riposo ho incontrato una giovane ragazza. Non era altro che pelle e ossa, a stento capace di respirare mentre stava distesa. Perché è nata così, e che insegnamento dovremmo trarre da un simile fatto? Per capire il significato della sua esistenza, non potevo fare altro che fotografarla.
Persone che gradualmente diventano più piccole mentre il loro corpo esaurisce tutta l’acqua, persone i cui corpi si putrefanno mentre la loro pelle si stacca e le loro fattezze diventano rosse e gonfie, persone le cui teste pian piano si espandono a causa dell’acqua che si raccoglie all’interno, persone con piedi e mani assurdamente grandi, e via dicendo. Ho incontrato e fotografato molti individui simili, che vivono con malattie inspiegabili, senza speranza di cura. Eppure, perfino in questo stato, quando li guardavo senza farmi vincere dalla paura, vedevo quanto le loro vite fossero veramente naturali. Cominciai a sentire la presenza di Bodhisattva all’interno dei loro corpi. Queste persone erano l’ “Incarnazione del Bodhisattva”, i figli di Dio.

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Quando un artista, un fotografo in questo caso, decide di esplorare programmaticamente tutto ciò che in questo mondo è terribile e ancora in attesa di significato, il confronto con la vecchiaia è inevitabile. D’altronde i quattro dolori riconosciuti dal Buddha, in quella famosa e improvvisata uscita da palazzo, sono proprio la nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte. Quindi i corpi nudi di persone anziane, in attesa del sacrificio ultimo, rappresentano la naturale prosecuzione della ricerca di Manabu. Pelle avvizzita e segnata dal tempo, anime splendenti anche se piegate dal peso degli anni.

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E infine ecco la serie dedicata ai feti abortiti o nati morti. “Per una ragione imperscrutabile, non ogni vita è benvenuta in questo mondo. Eppure per uno sfuggente attimo questo piccolo embrione, a cui è stata negata l’ammissione prima ancora che lanciasse il suo primo grido, ha sollecitato in me un’immagine eterna della sua perfetta bellezza.”

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Quelle di Yamanaka Manabu sono visioni difficili, dure, sconcertanti; forse non siamo più abituati a un’arte che non si fermi alla superficie, che non si nasconda dietro il manierismo o lo sfoggio del “bello”. E qui, invece, siamo di fronte a una vera e propria meditazione sul non-bello (ovvero asubha, ne avevamo parlato in questo articolo).
Nell’apparente semplicità della composizione queste opere ci parlano di una ricerca di verità, di senso, che è senza tempo e senza confini. Fotografie che si interrogano sull’esistenza del dolore. E che cercano di catturare quell’attimo in cui, attraverso e oltre il velo della sofferenza, si può intravvedere l’infinito.

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Ecco il sito ufficiale di Yamanaka Manabu.

Il cranio di Cartesio

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Réné Descartes è riconosciuto come uno dei massimi filosofi mai esistiti, il cui pensiero si propose come spartiacque, gettando le basi per il razionalismo occidentale e facendo tabula rasa della logica tradizionale precedente; secondo Hegel, tutta la filosofia moderna nasce con lui: “qui possiamo dire d’essere a casa e, come il marinaio dopo un lungo errare, possiamo infine gridare “Terra!”. Cartesius segna un nuovo inizio in tutti i campi. Il pensare, il filosofare, il pensiero e la cultura moderna della ragione cominciano con lui.

Il filosofo francese pose il dubbio come base di qualsiasi ricerca onesta della verità. Epistemologo scettico nei confronti dei sensi ingannevoli, perfino della matematica, della materialità del corpo o di quelle realtà che ci sembrano più assodate, Cartesio si chiese: di cosa possiamo veramente essere sicuri, in questo mondo? Ecco allora che arrivò al primo, essenziale risultato, il vero e proprio “mattone” per porre le fondamenta del pensiero: se dubito della realtà, l’unica cosa certa è che io esisto, vale a dire che c’è almeno qualcosa che dubita. Il mio corpo potrà anche essere un’illusione, ma l’intuito mi dice che quella “cosa che pensa” (res cogitans) c’è davvero, altrimenti non esisterebbe nemmeno il pensiero. Questo concetto, espresso nella celebre formula cogito ergo sum, dà l’avvio alla sua ricognizione della realtà del mondo.

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I ritratti di Cartesio giunti fino a noi mostrano tutti lo stesso volto, fra il solenne e il beffardo, dallo sguardo penetrante e sicuro: dietro quegli occhi, si potrebbe dire, riposa il fondamento stesso del pensiero, della scienza, della cultura moderna. Ma la sorte beffarda volle che il cranio di Cartesio, lo scrigno che aveva contenuto le idee di quest’uomo straordinario, l’involucro di quel cogito che dà certezza all’esistenza, conoscesse un lungo periodo di vicissitudini.

Nel 1649 Cartesio, già celebre, accettò l’invito di Cristina di Svezia e si trasferì a Stoccolma per farle da precettore: la regina, infatti, desiderava studiare la filosofia cartesiana direttamente alla fonte, dall’autore stesso. Ma gli orari delle lezioni, fissate in prima mattinata, costrinsero Cartesio ad esporsi al rigido clima svedese e, a meno di un anno dal suo arrivo a Stoccolma, Cartesio si ammalò di polmonite e morì.

Il suo corpo venne inumato in un cimitero protestante alla periferia della capitale. Nel 1666, la salma fu riesumata per essere riconsegnata alla cattolica Francia, che ne rivendicava il possesso. Le spoglie, arrivate a Parigi, vennero sepolte nella chiesa di Sainte-Geneviève per poi essere ulteriormente traslate nel Museo dei monumenti funebri francesi. Lì rimasero per tutto il tumultuoso periodo della Rivoluzione. Allo smantellamento della collezione, nel 1819, i resti di Cartesio vennero portati nella loro sede definitiva, nella chiesa di Saint-Germain-des-Prés, dove riposano tuttora. Ma c’era un problema.

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Durante la terza riesumazione, di fronte ai luminari dell’Accademia delle Scienze, si aprì la bara e le ossa dello scheletro tornarono alla luce: ci si accorse subito, però, che qualcosa non andava. Il teschio di Cartesio mancava all’appello. Da chi e quando era stato sottratto?

Una volta annunciato lo scandalo del furto, cominciarono a spuntare in tutta Europa teschi o frammenti di cranio attribuiti al grande filosofo.

La quantità di reperti scatenò feroci controversie: come potevano esistere più teschi, e così tanti frammenti, di una stessa persona? Ironia del destino: il dubbio, che era stato alla base del Discorso su metodo di Descartes, veniva a intaccare i suoi stessi resti mortali.

(A. Zanchetta, Frenologia della vanitas, 2011)

Si venne a scoprire che già all’epoca della prima esumazione, nel 1666, il teschio era stato probabilmente sostituito con un altro; ma nel 1819 si era volatilizzato perfino il cranio posticcio. Oltre ai due teschi, fu possibile verificare che anche altre ossa erano state sottratte, per essere tramandate per oltre tre secoli in chissà quali ambiti privati.

E il teschio originale? Sarebbe rimasto per sempre ad adornare la sconosciuta scrivania di qualche facoltoso dilettante filosofo?
Dopo essere passato per decenni fra le mani di professori, mercanti, militari, vescovi e funzionari governativi, il cranio di Cartesio riemerse infine in un’asta pubblica in Svezia, dove venne acquistato e rispedito in dono alla Francia.

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Era piccolo, liscio, sorprendentemente leggero. Il colore non era uniforme: in alcuni punti era stato sfregato fino a uno splendore perlaceo mentre in altri punti c’era una spessa patina di sporco, ma perlopiù aveva l’aspetto di una vecchia pergamena. E in effetti si trattava di un oggetto che aveva molte storie da raccontare, in senso non solo figurato ma anche letterale. Più di due secoli fa qualcuno gli aveva scritto sulla calotta una pomposa poesia in latino, le cui lettere sbiadite erano ora di un marrone annerito. Un’altra iscrizione, proprio sulla fronte, accennava oscuramente – e in svedese – a un furto. Sui lati si vedevano vagamente i fitti scarabocchi delle firme di tre degli uomini che l’avevano posseduto.

(R. Shorto, Le ossa di Cartesio, 2009)

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Il teschio venne dato in consegna al Musée de l’Homme a Parigi, dove è conservato tutt’oggi.
Sulla sua fronte si può leggere l’iscrizione apposta dal responsabile della sottrazione originaria: “Il teschio di Descartes, preso da J. Fr. Planström, nell’anno 1666, all’epoca in cui il corpo stava per essere restituito alla Francia“.

Ancora oggi, paradossalmente, il cranio dell’iniziatore del pensiero razionale conserva tutto l’irrazionale fascino di una sacra reliquia.

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Calendario del Lutto

Salone del Lutto è senza dubbio uno dei nostri blog preferiti. Poetico, fresco, sorprendente, con uno stile del tutto particolare e una missione ben precisa: esplorare la morte nei suoi risvolti letterari, artistici, culturali con passo lieve e ironico. Lasciamo quindi la parola alle Signore del Lutto, Silvia e Serena, affinché ci presentino il bellissimo calendario virtuale che regolarmente pubblicano a fine anno.

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La gente muore ogni giorno. Tutti i giorni. Di tutti gli anni. Ogni calendario, in fondo, è un memento mori. Un susseguirsi di martiri, vergini, beati e commemorazioni di esecuzioni. E uno scandire il tempo che ci avvicina, ogni giorno di più, alla fine. Ma il Salone del Lutto con i fatti di religione c’entra poco, pur apprezzando chiese, cimiteri, e innumerevoli altre attestazioni devozionali. E così, da un paio di anni, il calendario se lo fabbrica da sé – online –, assegnando ogni giorno a qualcuno che in quel giorno è morto e chiamandolo a dire la sua. Sulla morte. Ma anche su innumerevoli altri argomenti. È un calendario laico: zeppo di scrittori, musici, ballerine, pittori, attori, e molto altro ancora. Vi invitiamo ad andare a leggerlo e sfogliarlo, cliccando qui. Nel frattempo, qui sotto, sviluppiamo alcuni percorsi, pescando i nostri morti dall’edizione 2014 e 2015. Grazie a Bizzarro Bazar per l’ospitalità.

26 marzo 1892, 19 giugno 1937, 2 luglio 1977, gli inventori di bellezza

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Fa paura, la morte, o perlomeno, per tanti è così. Eppure chi ha il dono della scrittura, e dell’invenzione, ha costruito dei mondi di infinita bellezza. Anche per quel momento. Walt Whitman, ad esempio, che dice: «E mostrerò che nulla può accadere che sia più bello della morte» o l’immenso Vladimir Nabokov, secondo cui «La vita è una grande sorpresa. Non vedo perché la morte non potrebbe esserne una anche più grande».

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E poi, poi anche chi scrive per i bambini ne parla, senza troppi pudori, senza giri di parole: morire è morire e anzi: «Morire sarà una splendida avventura». Parola di James Matthew Barrie. E di Peter Pan.

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11 maggio 2010, la grande vecchia

1904–2010. Nessun refuso, la più giovane delle sorelle Eaton e una delle più recenti acquisizioni della rivista Zigfield Follies è effettivamente morta a 106 anni. Dopo la rivista, e il cinema, per tre decenni fu anche in tv. Infine si ritirò in un ranch insieme al marito, dedicandosi all’allevamento di cavalli. Una vita lunghissima, dal film muto all’era del web, e innumerevoli interviste rilasciate a giornalisti e scrittori, per preservare tracce di quei tempi, che ci sono stati finché c’è stata lei.

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E, non so voi, ma io le vicende dei grandi vecchi le trovo bellissime. La signora Emma Morano (114), ad esempio, che dichiara oggi di non conoscere né Renzi né Papa Francesco, mentre si ricorda bene del re Vittorio; i vecchietti di Vilcabamba, alcuni dei quali asseriscono fieri di aver smesso di fumare da una decina d’anni, a 100 anni o più; e Doris, che candidamente ammise: «A 32 anni, mi diedi una bella occhiata e pensai: “Che sta succedendo? Questo è niente. Non è vita”. Così andai in chiesa, iniziai a studiare e a cercare me stessa. Ne ottenni una certa qual forza interiore». Alla faccia della forza, Doris, arcigna e adorabile.

1° luglio 1961 e 17 ottobre 1849, i programmi preventivi

La paura della morte porta a elaborare strani programmi. O, piuttosto, è la paura di ciò che tocca in sorte al cadavere. A tal proposito, Louis-Ferdinand Céline abbozza in Viaggio al termine della notte una teoria un po’ delirante, ma piena di fascino: «[…] Lola, così paura, vedi, che se muoio di morte naturale, io, più avanti, voglio soprattutto che non mi brucino. Vorrei che mi lasciassero nella terra, a marcire al cimitero, tranquillamente, là, pronto a rivivere, forse… Chissamai! Mentre se mi riducono in cenere, Lola, tu capisci, sarebbe finita, proprio finita… Uno scheletro, malgrado tutto, assomiglia ancora un po’ a un uomo… È sempre più pronto a rivivere che delle ceneri… Le ceneri è finita!… Che ne dici?…».

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Fryderyk Chopin, dal canto suo, l’ipotesi di un risveglio sottoterra non la vedeva troppo favorevolmente, tanto che le sue ultime parole chiarirono una precisa volontà: «Poiché la terra mi soffocherà, vi scongiuro di fare aprire il mio corpo perché non sia sepolto vivo».

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Esequie premature, zombies, e cos’altro? Io penso che se c’è un aldilà questi due stiano facendo discorsi ameni. Davvero!

10 e 11 ottobre 1963, L’amore vince la morte

Federico e Giulietta, Raimondo e Sandra. No, non voglio parlare di coppie che, semplicemente, si dissolvono, completamente e nello stesso anno: lui e lei, a pochi mesi l’uno dall’altra. C’è chi è riuscito a superarle e, personalmente, sono felice che si tratti di una coppia di amici. Due amici che, con la loro arte, hanno saputo illuminare le notti di Francia. Lei, Édith, era un usignolo; lui, Jean, poeta, saggista, drammaturgo, librettista, eccetera eccetera. Lei, Édith, fu la prima ad andarsene: una broncopolmonite e farmaci consumati in dosi massicce fino a debilitarla nel profondo. Era probabile che andasse a finire così.

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Lei era immensa. Doveva essere ricordata adeguatamente. A occuparsi del suo elogio funebre è Jean, il poeta, saggista, drammaturgo, librettista, e AMICO, e amante. In questo elogio mette dentro frasi bellissime e parole a effetto. Lei è «un’onda altissima di velluto nero», «una stella che brucia nella solitudine notturna del cielo di Francia». La pressione è fortissima. Le crepe nel cuore sono profonde. Jean se ne va poche ore dopo Édith, stroncato da un infarto. Tecnicamente, si tratta di due giorni diversi, ma è bello ricordarli insieme. Perché l’amore vince la morte e anche lo scorrere del tempo.

14 settembre 1927, La divina, e divinatrice

Lei era una vera diva. Nata nella seconda metà dell’Ottocento, viveva – così immagino – con grande difficoltà l’essere figlia di un altro tempo, il futuro. Emancipazione, passione, amori intensi ma brevi. E soprattutto un’arte che era solo sua, fatta di vesti leggere e piedi scalzi: un modo di danzare che non si era mai visto prima e che, inizialmente, la gente faticò a comprendere, come avviene con tutte le “cose” di rottura.

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Le foto che la ritraggono parlano di un corpo sinuoso e flessuoso, della capacità di assumere pose e sembianze che non sono umane ma superumane. Isadora un giorno salì in macchina, una Bugatti decappottabile. La immagino leggera ed elegante, mentre sventaglia la mano e dice: «Addio amici miei! Vado verso la gloria (o verso l’amore, poco importa)». Al collo porta una sciarpa, svolazzante, leggera, probabilmente di un tessuto pregiato. Lo direste che una sciarpa può essere un involontario strumento di morte? La macchina va, accelera, l’aria nei capelli è bella, le frange della sciarpa si impigliano nelle ruote. Ed è un attimo. Gertrude Stein, amica della Duncan, ebbe a commentare che «certi vezzi possono risultare pericolosi». È vero, ma a colpirmi di più sono le doti divinatorie della grande Isadora.

26 dicembre 2014 – Il cadavere scomparso o l’uomo che non è mai esistito

Il 26 dicembre 2004 non fu un Santo Stefano qualunque. La grande onda dello tsunami spazzò via case, e alberi e tutto quel che trovava il suo percorso devastando le coste indonesiane, tailandesi, indiane, birmane, bengalesi e maldiviane. In Sri Lanka le vittime furono moltissime. Tra di loro Pietro Psaier, pittore italiano. Il suo cadavere non fu mai ritrovato. Ma il problema è un altro: Pietro Psaier, forse, non è mai esistito, e la sua è una biografia presunta, densa di ipotesi non confermate. Su Wiki, tutte le notizie al suo riguardo premettono un generico «si afferma che…».

Eppure, le affermazioni al suo riguardo sono tutte importanti: Pietro Psaier negli anni Cinquanta disegnò auto per Enzo Ferrari – si dice; negli anni Sessanta si trasferì a Madrid e successivamente a New York dove conobbe nientepopodimeno che Andy Warhol e divenne uno degli habitués della Factory – si mormora; negli anni Settanta era ormai un artista affermato e realizzò lavori per le stars: Keith Moon, Oliver Reed, Michael Caine – così sembra. Ciononostante le economie non giravano bene, così negli anni Ottanta Psaier sfuggì ai creditori prendendo la via dell’Asia: Nepal, Tibet e finalmente Sri Lanka.

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La sua reale esistenza fu messa in dubbio solo dopo la sua scomparsa: la casa d’aste Nicholson’s, infatti, annullò la vendita dei suoi quadri, dando credito alle voci che ne mettevano in dubbio l’esistenza. E di lì fu tutto un rincorrersi di illazioni: «se fosse esistito lo avrei incontrato», «se non fosse esistito non lo avrei avuto in cura»… Se, se, se… E se l’opera d’arte fosse proprio questa? Essere così abili dar far perdere le proprie tracce fino alle origini? Ai giorni nostri sembra quasi impossibile. Ma no, Pietro Psaier ce l’ha fatta. Pietro Psaier? Chi?

Info

Il calendario del Salone del Lutto è un prodotto online e virtuale. Puoi vederlo online andando a questo link.

Pure il Salone del Lutto è online, ma un po’ meno virtuale del calendario e di Pietro Psaier. Puoi trovarci su Facebook oppure sul nostro blog.

Buon Natale e ricordatevi: non è vero che Babbo Natale non esiste. Semplicemente, Babbo Natale è morto.

Sade, diamante oscuro

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Dopo trent’anni di battaglie legali, il manoscritto delle 120 giornate di Sodoma del Marchese de Sade è ritornato in Francia. Si tratta di un rotolo di foglietti incollati l’uno all’altro, come un antico libro sacro (o, meglio, sacrilego…), lungo 12 metri e largo 11,5 centimetri, vergato in una calligrafia microscopica sul fronte e sul retro. Un’opera colossale, lunghissima, composta di nascosto dal Divin Marchese mentre si trovava prigioniero alla Bastiglia. E proprio durante l’assalto alla prigione, quel famoso 14 luglio del 1789, nel trambusto il manoscritto scomparve. Sade morirà convinto che l’opera che riteneva il suo capolavoro fosse andata perduta per sempre.
Il manoscritto, invece, ha percorso l’Europa fra rocambolesche peripezie (ben riassunte in questo articolo), fino alla notizia di pochi giorni fa dell’acquisto per 7 milioni da parte di una collezione privata e del suo probabile, prossimo inserimento all’interno della Bibliothèque Nationale. Questo significa che il libro – e di conseguenza il suo autore – saranno presto dichiarati patrimonio nazionale.

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Questo riconoscimento arriva nel duecentenario della morte dell’autore: tanto ci è voluto perché il mondo si accorgesse appieno del valore della sua opera. Sade ha pagato con il carcere e con l’infamia postuma la sua ricerca artistica, ed è per questo il caso più interessante di rimozione collettiva della storia della letteratura. La società occidentale non ha infatti potuto tollerare i suoi scritti e, soprattutto, le loro implicazioni filosofiche per ben due secoli.
Perché? Cosa contengono di tanto scandaloso le sue pagine?

Chiariamo innanzitutto che non sono le scene erotiche il problema: la tradizione letteraria libertina era già ben solida prima di Sade, e contava diversi libri che si possono certamente definire “crudeli”. Sade, in effetti, era un ben mediocre scrittore, dalla prosa ripetitiva e noiosa e dall’originalità linguistica limitata; ma anche questo è un elemento importante, come vedremo più avanti. Allora, perché tanta indignazione?
Ciò che risultava inaccettabile era la totale inversione filosofica operata da Sade: inversione dei valori, inversione teologica, inversione sociale. La visione sadiana, molto complessa e spesso ambigua, prende le mosse dall’idea del male.

Il problema del male attraversa secoli e secoli di filosofia e teologia cristiana (nel concetto di teodicea). Se Dio esiste, come può permettere che esista il male? A che fine? Perché non ha voluto creare un mondo privo di tentazioni e semplicemente buono?

Secondo gli illuministi, Dio non esiste. Esiste soltanto la Natura. Ma il bene e il male sono comunque chiaramente definiti, e per l’uomo tendere al bene è naturale.
Sade invece fa un passo ulteriore. Guardiamo, suggerisce, cosa succede nel mondo. I malvagi, i violenti, i crudeli, hanno una vita più prosperosa delle persone virtuose. Indulgono nel vizio, nei piaceri, a discapito delle persone deboli e virtuose. Questo significa che la Natura è dalla loro parte, che anzi trova giovamento dal loro comportamento, altrimenti punirebbe le loro azioni.
La Natura dunque è malvagia, e fare il male significa accordarsi al suo volere – cioè in realtà far cosa giusta. L’uomo, secondo Sade, tende al bene soltanto per abitudine, per educazione; ma la sua anima è nera e torbida, e al di fuori delle regole imposte dalla società l’uomo cercherà sempre e solo di soddisfare i suoi piaceri, trattando i suoi simili come oggetti, umiliandoli, sottomettendoli, torturandoli, distruggendoli.

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La ricerca di Sade è stata paragonata a quella di un mistico; ma laddove il mistico si dirige verso la luce, Sade cerca al contrario l’oscurità. Nessuno prima o dopo di lui ha mai osato scendere così in fondo alla parte tenebrosa dell’uomo, e paradossalmente egli vi riesce spingendo fino alle estreme conseguenze il pensiero razionalista. Torna alla mente il famoso dipinto di Goya, Il sonno della ragione genera mostri: leggendo Sade, si ha la netta impressione che sia invece la ragione stessa a crearli, se portata all’eccesso, fino a mettere in discussione i valori morali.

Ecco quindi l’ultima spiaggia: non solo non condannare più il male, ma addirittura promuoverlo e assumerlo come fine ultimo dell’esistenza umana. Ovviamente, dobbiamo ricordare che Sade passò in carcere la maggior parte della sua vita proprio per queste idee; così, man mano che gli anni passavano, egli diveniva sempre più amaro, furibondo e carico d’odio verso la società che l’aveva condannato. Non sorprende che i suoi scritti composti in prigionia siano quelli più sulfurei, più estremi, in cui Sade sembra prendere piacere a distruggere e scardinare qualsiasi codice morale. Ne risulta, come dicevamo, una totale inversione dei valori: la carità e la pietà sono sbagliate, la virtù porta sventure, l’omicidio è il bene supremo, ogni perversione e violenza umana non solo è scusata ma proposta come modello ideale di comportamento.
Ma ci credeva veramente? Era serio? Non lo sapremo mai con certezza, ed è questo che lo rende un enigma. Di sicuro possiamo solo dire che nei suoi scritti non c’è quasi traccia di umorismo.

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La sua personalità era fiammeggiante e mai doma, perennemente inquieta e tormentata. Impulsivo, sessualmente iperattivo, anche la sua scrittura era febbrile e senza freno. Ne Le 120 giornate di Sodoma, Sade si propone di declinare tutte le possibili perversioni umane, tutte le violenze, catalogandole con precisione maniacale: un romanzo enciclopedico, colossale anche per dimensioni, compilato di straforo perché ad un certo punto le autorità gli proibirono penna, carta e calamaio. Sade arrivò a scriverlo con un pezzetto di legno utilizzando inchiostri di fortuna, e talvolta perfino con il proprio sangue, pur di non interrompere il flusso di pensieri e parole che da lui sgorgavano come un fiume in piena. Per un personaggio così, non esistevano le mezze misure.

La sua opera è contro tutto e tutti, di un nichilismo talmente disperato e terminale che nessuno ha mai avuto il coraggio di replicarla. È il nostro specchio nero, l’abisso che tanto temiamo: leggerlo significa confrontarsi con il male assoluto, la sua opera sfida continuamente qualsiasi nostra certezza. Scriveva Bataille: “L’essenza delle sue opere è la distruzione: non solamente la distruzione degli oggetti, delle vittime messe in scena […] ma anche dell’autore e della sua stessa opera.”
La sua prosa, dicevamo, non è elegante né piacevole; ma credete davvero che, viste le premesse, a Sade interessasse essere raffinato? La sua opera non è pensata per essere bella, anzi. La bellezza non gli appartiene, lo disgusta, e quanto più rivoltanti sono le sue pagine, tanto più sono efficaci. Quello che gli interessa è mostrarci il marcio, l’osceno.

Ignoro l’arte di dipingere senza colori; quando il vizio si trova alla portata del mio pennello, lo traccio con tutte le sue tinte, tanto meglio se rivoltanti. (Aline e Vancour, 1795)

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È comprensibile quindi perché, a suo modo, Sade sia assolutamente unico in tutta la storia della letteratura. C’è bisogno anche di lui, c’è bisogno della sua crudeltà, è il nostro gemello oscuro, il rimosso e il negato che tornano a galla per perseguitarci. Possiamo rimanere scandalizzati dalle sue posizioni, anzi, dobbiamo scandalizzarci: è ciò che vorrebbe anche il Divin Marchese, in definitiva. Quello che gli artisti veri fanno da sempre è appunto proporci dei dilemmi, dei dubbi, delle crisi. E Sade è un problema dall’inizio alla fine, che ha spiazzato per lungo tempo anche gli studiosi. Bataille ha paragonato l’opera sadiana a un deserto roccioso, riassumendo splendidamente il senso di smarrimento che ci fa provare:

È vero che i suoi libri differiscono da ciò che abitualmente è considerato letteratura come una distesa di rocce deserte, priva di sorprese, incolore, differisce dagli ameni paesaggi, dai ruscelli, dai laghi e dai campi di cui ci dilettiamo. Ma quando potremo dire di essere riusciti a misurare tutta la grandezza di quella distesa rocciosa? […] La mostruosità dell’opera di Sade annoia, ma questa noia stessa ne è il senso. (La letteratura e il Male, 1957)

All’inizio del ‘900 Sade è stato finalmente riconosciuto come una figura a suo modo monumentale, e la sua riscoperta (ad opera di Apollinaire, e poi dei surrealisti) ha dominato l’intero XX Secolo e continua ad essere imprescindibile oggi. L’acquisto del manoscritto diviene quindi simbolico: dopo due secoli di oscurantismo, Sade rientra trionfalmente in Francia, con tutti gli onori e gli allori del caso. Ma sarà molto difficile, forse impossibile, che un testo come Le 120 giornate venga metabolizzato nello stesso modo in cui la nostra società riesce a inglobare e rendere inoffensivi tabù e controculture – si tratta davvero di un boccone troppo indigesto. Un grido di rivolta contro l’universo intero, in grado di resistere al tempo e alle sue rovine: un nero diamante che continua a diffondere la sua luce oscura.

Aghori

Il mondo non è altro che illusione. È facile dirlo, ma se dovessimo davvero crederci, come imposteremmo la nostra vita? Avrebbero ancora senso le leggi degli uomini, le regole di comportamento? E se perfino l’etica fosse un ulteriore tranello mentale, e in realtà Dio se la ridesse di tutti i nostri dubbi e scrupoli morali?

Simili questioni stanno al centro di molte tradizioni religiose, ma nessuna ha portato il ragionamento alle estreme conseguenze quanto la setta degli Aghori.


Asceti shivaisti, lo scopo degli Aghori è liberarsi una volta per tutte dalla ruota delle reincarnazioni; per fare questo puntano, attraverso la meditazione e un ascetismo estremo, a fondere il proprio Sé (Atman) con il tutto (Brahman), superando il pensiero bloccato in illusori dualismi. Gli opposti non esistono, per loro, e così non esiste nulla di bello o di brutto, di buono o di cattivo; tutto è emanazione di Shiva, dunque tutto è perfetto.


Così, gli Aghori hanno sviluppato un percorso spirituale davvero incredibile: abbracciare tutti quei comportamenti che la società normalmente condanna ed aborre, tutte le pratiche più disgustose e oscene, tutte le azioni moralmente condannabili secondo le tradizionali regole del karma.


Per raggiungere l’estasi che permetterà loro di trascendere le categorie del pensiero umano, gli Aghori fanno uso di cannabis, bevono alcool, mangiano cibi conditi con oppiacei e allucinogeni. Si abbandonano anche a rituali sessuali di matrice tantrica, se non a vere e proprie orge. Mica male come asceti, direte.


Ma gli Aghori non si fermano certo qui. Per dimostrare che hanno abbandonato ogni preconcetto, inclusi i dualismi gusto/disgusto e puro/impuro, si dedicano senza battere ciglio a urofagia e coprofagia. Si aggirano anche spesso negli ossari a cielo aperto dove le salme vengono lasciate a decomporsi, e sono stati più volte avvistati mentre si spalmavano su tutto il corpo le ceneri di una cremazione. Uno dei loro rituali (il shava samskara) utilizza un cadavere come “altare” su cui si celebra la cerimonia.


Terrificanti già nell’aspetto, adorni di monili ricavati da ossa umane e teschi utilizzati come coppe da cui bevono, non arretrano nemmeno di fronte all’ultimo dei tabù: il cannibalismo. Quest’ultimo viene praticato su cadaveri trafugati o dissepolti, e secondo alcune fonti la fine preferita dai maestri Aghori è quella di venire divorati dal proprio successore, in modo da trasferirgli tutti i “poteri” acquisiti durante la vita.


Potrebbe sembrare che nulla sia troppo sacro per un Aghori; in realtà è esattamente l’opposto. L’asceta cerca infatti di vedere Dio in qualsiasi fenomeno dell’universo, in tutte le manifestazioni della catena di causa ed effetto. Quindi, se ogni cosa è sacra e illuminata, la tenebra e la paura sono soltanto nella nostra mente. Mangiare carne di mucca (proibitissimo per qualsiasi tradizione induista) o mangiare un corpo umano sono azioni che non possono dispiacere a Shiva, in quanto egli permette che esistano. Anzi, Shiva è in quelle azioni così come in tutte le altre, sempre, contemporaneamente, ovunque.
La ricerca spirituale è dunque un precipitarsi nella turpitudine, nell’osceno e nel rivoltante, salvo accorgersi poi che quella che sembrava oscurità era in verità luce – è un tentativo di disimparare tutto ciò che ci hanno insegnato sul bene e sul male, per guardare il mondo con uno sguardo primordiale, con gli occhi di un bambino ancora privo di categorie di pensiero.


Ora, quanto avete letto finora è la teoria, fin troppo nobilitante.
Nella realtà molte frange della setta sono più interessate agli aspetti magico-sciamanici che a quelli filosofici: così i rituali divengono veri e propri atti magici, violenti e rivoltanti, finalizzati all’acquisizione di poteri soprannaturali, e che comportano il sacrificio di animali e perfino di esseri umani. La comunione con Shiva passa in secondo piano rispetto alle fatture contro i nemici, e al potenziamento delle virtù magiche degli “stregoni” attraverso il rito. Secondo alcune fonti, gli Aghori sarebbero addirittura convinti che Shiva perdona fino a sette omicidi (esclusi i sacrifici umani, che sono sempre a fin di bene e che quindi non entrano nel conto).

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La setta degli Aghori, sparsa principalmente su India e Nepal, è avvolta nel segreto e nel mistero, in quanto i suoi adepti non hanno alcuna voglia di fare troppa pubblicità alle proprie azioni. Nelle campagne, gli asceti sono temuti e venerati come uomini dagli enormi poteri magici, proprio in virtù della forza che dimostrano nel dedicarsi agli aspetti più terribili dell’esistenza.

(Grazie, Skiv95!)

Le strabilianti macchine di Mr. Ganson

Arthur Ganson, classe 1955, ha  sempre avuto un debole per i meccanismi. Fin da quando, bambino introverso e timido, decise di superare la solitudine raccogliendo materiali di recupero e costruendo macchine incredibili, “mettendo le mie idee e passioni dentro agli oggetti, e imparando a parlare attraverso le mie mani”. Anche oggi, dopo che i suoi lavori sono stati esposti in sedi prestigiose attraverso tutto il mondo, e che alcune sue opere sono raccolte permanentemente in diversi musei scientifici, Ganson mantiene intatti l’entusiasmo e la meraviglia infantili di fronte a un qualsiasi complesso congegno meccanico.

Ma le sue “macchine cinetiche”, o sculture, o come vogliate chiamarle, sono molto più che semplici macchinari – sembrano avere un’anima. Ganson descrive il suo lavoro come l’incontro fra ingegneria e coreografia: automi che danzano, dunque. Eppure per spiegare la spiazzante bellezza di queste macchine occorre afferrare il nodo centrale dell’opera di Ganson – l’inutilità.

Tutte le macchine create dall’uomo assolvono a uno scopo specifico, sono progettate per compiere un lavoro, e la loro struttura è strettamente collegata con la loro funzione. Quelle di Arthur Ganson, invece, non hanno un fine preciso e, per quanto complessa ed elaborata sia la progettazione, per quanto minuzioso e difficoltoso l’assemblaggio, tutta questa fatica di lavoro e di intelletto è diretta alla costruzione di un oggetto senza scopo; tutto questo affollarsi d’ingranaggi, molle e meccanismi ad orologeria si risolve nella chiara, semplice, bellezza del movimento. Ed è in questo momento, quando realizziamo che la macchina non è più nostra schiava, non serve a qualcosa, che essa comincia a parlare.

Ognuna delle decine e decine di opere ha la sua voce distinta. Molto spesso la macchina si muove per il puro piacere di farlo, magari assumendo di volta in volta forme casuali che probabilmente non si ripeteranno mai più.

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In altri casi sembra quasi che la macchina diventi addirittura simbolo della condizione umana: guardate questa Macchina con Petalo di Carciofo, con la foglia rinsecchita destinata a camminare, camminare senza sosta e senza meta, come un moderno Sisifo “on the road”.

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Altri marchingegni si oliano da soli, altri ancora introducono l’elemento del tempo. In Machine with Concrete, nonostante la macchina continui instancabilmente a muoversi, la riduzione di ghiera in ghiera è talmente estrema che l’ultima rotellina ha potuto essere incastonata nel cemento: si muove così lentamente che compierà una rivoluzione completa soltanto fra 2.3 trilioni di anni.

“Tutti questi pezzi cominciano nella mia mente, nel mio cuore, e io faccio del mio meglio per trovare il modo di esprimerli, ed è sempre approssimativo, è sempre una battaglia, ma alla fine riesco a concretizzare questo pensiero in un oggetto, e allora eccolo lì. Non significa nulla. L’oggetto in sé non vuol dire niente. Ma una volta che viene percepito, e qualcuno lo trasferisce nella sua mente, ecco che allora il ciclo si è completato”.

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Le macchine di Arthur Ganson ci parlano della nostra stessa fragilità – sono, come noi, macchinari perfetti ma senza uno scopo definito. E forse è proprio l’assenza di una ragione, di un motivo d’essere, che ne rende poetica l’esistenza. Se la vita avesse un senso, sembrano suggerire questi meravigliosi automi, non saremmo altro che macchine programmate e senz’anima. Che miracolo, che liberazione, potere danzare per il solo gusto di farlo!

Ecco il sito ufficiale di Arthur Ganson.

(Grazie, Yoana!)