La perversione di Aristotele

I signori qui sopra stanno praticando il gioco di ruolo sessuale chiamato pony-play, in cui uno dei due partecipanti assume il ruolo del cavallo e l’altro del fantino. Si tratta di una pittoresca nicchia nelle relazioni di dominazione/sottomissione, eppure secondo l’esperto di sessualità alternative Ayzad

gli appassionati possono raggiungere livelli di specializzazione impressionanti: c’è chi predilige la cura del portamento e chi organizza vere gare su pista, chi vive la cosa come variante sessuale e chi si concentra solo sull’esperienza psicologica. Le ponygirl riferiscono spesso di amare questo gioco perché permette loro di regredire a una percezione primordiale del mondo, in cui ogni sensazione è vissuta con maggiore intensità: molte descrivono il ritorno alla “condizione umana” come oneroso e sgradevole. Benché non ci siano rilevamenti precisi al riguardo, si ritiene che le persone che praticano concretamente ponyplay nel mondo non siano più di 2.000, mentre tale fantasia è apprezzata da un numero enormemente maggiore di simpatizzanti.

Ayzad, XXX. Il dizionario del sesso insolito, Edizione Kindle.

Pochi sanno però che questa messinscena erotica ha un antesignano illustre: il primo ponyboy della storia, suo malgrado, fu nientemeno che il massimo filosofo dell’antichità, Aristotele!

(Be’, non veramente. Ma cos’è la verità, caro Aristotele?)

Agli inizi del 1200 nacque una curiosa leggenda: raccontava dell’amore segreto di Aristotele per Fillide, moglie di Alessandro il Macedone (che del grande filosofo era allievo).
Fillide, donna bellissima e scaltra, decise di sfruttare l’infatuazione di Aristotele nei suoi confronti per insegnare una lezione al marito, che la trascurava per passare giornate intere con il suo mentore. Così disse ad Aristotele che gli avrebbe concesso i suoi favori se egli avesse acconsentito a farsi cavalcare sulla schiena. Accecato dalla passione, il filosofo accettò e Fillide fece in modo che Alessandro Magno assistesse, non visto, alla comica scena di umiliazione.

La storiella, menzionata per la prima volta in un sermone di Jacques de Vitry, ebbe subito un enorme successo nell’iconografia popolare, tanto da essere rappresentata in litografie, sculture, oggetti di arredamento, ecc. Per comprenderne la fortuna dobbiamo concentrarci per un attimo sui suoi due protagonisti principali.

Innanzitutto, Aristotele: perché è lui la vittima della vis satirica del quadretto? Perché proprio un filosofo e non per esempio un Re o un Papa?
La barzelletta funzionava su diversi livelli: i più colti potevano leggerci uno sberleffo della dottrina aristotelica dell’enkráteia, la temperanza, ovvero il saper giudicare i pro e i contro dei piaceri, il sapersi trattenere e dominare, la capacità di mantenere pieno possesso di sé e dei propri valori etici.
Ma anche i meno educati vedevano bene che la storia ironizzava sull’ipocrisia dei filosofi in generale – sempre pronti a fare la morale, a disquisire di virtù, a propugnare il distacco dai piaceri e dalle bassezze. Metteva insomma alla berlina quei bellimbusti che amano piazzarsi su un piedistallo per insegnare la rettitudine ai propri simili.

Dall’altra parte c’era Fillide. Qual era la sua funzione all’interno della storiella?
A una prima occhiata l’aneddoto può sembrare un classico exemplum medievale pensato per mettere in guardia dalla pericolosa, infida natura delle donne. Una favoletta morale che dimostrava quanto la femmina potesse essere manipolatrice, tanto da sottomettere con le sue arti di seduzione perfino le menti più eccellenti.
Ma forse le cose non sono così semplici, come vedremo.

Infine, l’atto di farsi cavalcare implica ulteriori ambiguità, di natura questa volta sessuale: questo tipo particolare di umiliazione nascondeva forse un’allusione erotica? Poteva rimandare a una fantasia di dominazione, o simboleggiava invece un’accettazione cavalleresca di servire la donna amata?

Per capire meglio il contesto della storia di Fillide e Aristotele, dobbiamo iscriverla nel più ampio topos medievale del “Potere delle donne” (Weibermacht in tedesco), conosciuto anche nella saggistica anglosassone come “Woman on Top”.
Per esempio, un aneddoto molto simile è quello che vede Virgilio innamorato di una donna, talvolta chiamata Lucrezia, che gli concede un appuntamento notturno calando un cesto di vimini dalla finestra per farlo salire; salvo poi issare il cesto solo fino a metà del muro, lasciando Virgilio intrappolato ed esposto al pubblico ludibrio la mattina seguente.

Anche Giuditta che decapita Oloferne, Giaele che conficca il chiodo nella tempia di Sisara, Salomè con la testa del Battista o Dalila che sconfigge Sansone fanno parte di quelle figure femminili che risultano vittoriose sui maschi, e che furono riproposte infinite volte nell’iconografia e nella letteratura medievale. A queste si aggiungono le varie scene buffe di mogli che comandano i mariti — la cosiddetta “battaglia dei pantaloni”.
Di volta in volta lascive o perfide, queste donne dimostrano di avere un pericoloso potere sul maschio, eppure al tempo stesso esercitano una forte attrazione sull’immaginario, anche erotico.

Le scene più divertenti – come Aristotele trasformato in cavallo o Virgilio nella cesta – erano pensate per suscitare il riso sia negli uomini che nelle donne, e probabilmente venivano anche messe in scena da attori comici: in effetti l’inversione dei ruoli ha un impianto carnascialesco. Nel presentare una situazione paradossale, avevano forse l’effetto di rinforzare la struttura gerarchica in una società dominata dai maschi.
Eppure la prof. Susan L. Smith, esperta della questione, si dice convinta che il messaggio veicolato non fosse così univoco:

il “Woman on Top” è da intendersi non come una semplice manifestazione dell’antifemminismo medievale, quanto piuttosto come un luogo di confronto attraverso il quale potevano venire espresse idee opposte e conflittuali sui ruoli di genere.

Susan L. Smith, Women and Gender in Medieval Europe: An Encyclopedia (2006)

Il fatto che la storiella di Fillide e Aristotele si prestasse a una lettura più complessa è ribadito anche da Amelia Soth:

Era un’epoca in cui la convinzione che le donne fossero intrinsecamente inferiori si scontrava con la realtà delle regnanti femmine, come la Regina Elisabetta, Maria I Tudor, Maria Stuarda, Caterina d’Asburgo e le arciduchesse dell’Olanda, che dominavano la scena europea. […] Eppure l’immagine rimane ambigua. La sua popolarità non può essere spiegata semplicemente con la misoginia e la diffidenza per il potere femminile, perché il fatto che essa fosse inclusa nei pegni d’amore e nelle canzoni licenziose tradisce un elemento di delizia per l’inaspettato rovesciamento, per la trasformazione del saggio in una bestia da soma.

Insomma, forse anche nel Medioevo, e all’inizio dell’età moderna, la dinamica tra i generi non era poi così monolitica. La storia di Fillide e Aristotele ebbe così tanto successo proprio perché era suscettibile di interpretazioni diametralmente opposte: di volta in volta poteva essere usata per mettere in guardia dalla lussuria oppure, al contrario, come aneddoto piccante ed erotico (tanto che la coppia veniva spesso rappresentata nuda).

Per tutti questi motivi, il topos non è mai veramente sparito del tutto ma si è incarnato in molte varianti nei secoli successivi, di cui lo storico Darin Hayton riporta alcuni gustosi esempi.

Nel 1810 il manuale di giochi di società Le Petit savant de société descriveva il gioco del “Cavallo d’Aristotele”, una penitenza vagamente cuckold: il gentiluomo che doveva scontarla era obbligato a mettersi a quattro zampe e a portare sulla schiena una dama, la quale riceveva un bacio da tutti gli altri maschi posti in cerchio.

La cavalcata “alla Aristotele” fa la sua comparsa anche nei manifesti degli ipnotisti, perfetto esempio delle stravaganze a cui erano costretti coloro che si prestavano agli esperimenti di ipnosi. (A proposito di sovversione delle regole, si notino nel poster a sinistra i due uomini sullo sfondo, costretti a baciarsi tra loro.)

Nel 1882 un altro grande filosofo, Friedrich Nietzsche, portò in scena una sua versione di Fillide e Aristotele vestendo in prima persona i panni del “cavallo”. Nelle fotografie lui e il suo amico Paul Rée sono alla mercé della frusta impugnata da Lou von Salomé (la donna di cui Nietzsche era follemente innamorato).

E torniamo infine ai giorni nostri, e ai tizi vestiti da pony che abbiamo visto all’inizio.
Oggi la “perversione di Aristotele”, lungi dall’essere ancora un monito sulla perdita di controllo, è arrivata a significare l’esatto opposto: è diventata un modo per lasciare briglia sciolta (la metafora ippica qui s’impone!) alla fantasia erotica.

Ogni anno in Louisiana si tiene il Ponies on the Delta, un festival per i fan del ponyplay, che raduna qualche centinaio di appassionati impegnati in gare di trotto, corse a ostacoli e attività simili davanti a una giuria di esperti. Esistono negozi online specializzati nella vendita di zoccoli e tute da cavallo, decine e decine di account dedicati sui social, e perfino una rivista underground chiamata Equus Eroticus.

Chissà cos’avrebbe detto il severo Aristotele, se avesse saputo che il suo nome sarebbe stato associato a tali follie.
In un certo senso, la figura dello Stagirita è stata davvero “pervertita”: il filosofo ha dovuto sottomettersi non all’immaginaria Fillide, ma alla leggenda apocrifa di cui è divenuto – suo malgrado – protagonista.

Il cranio di Cartesio

Descartes3

Réné Descartes è riconosciuto come uno dei massimi filosofi mai esistiti, il cui pensiero si propose come spartiacque, gettando le basi per il razionalismo occidentale e facendo tabula rasa della logica tradizionale precedente; secondo Hegel, tutta la filosofia moderna nasce con lui: “qui possiamo dire d’essere a casa e, come il marinaio dopo un lungo errare, possiamo infine gridare “Terra!”. Cartesius segna un nuovo inizio in tutti i campi. Il pensare, il filosofare, il pensiero e la cultura moderna della ragione cominciano con lui.

Il filosofo francese pose il dubbio come base di qualsiasi ricerca onesta della verità. Epistemologo scettico nei confronti dei sensi ingannevoli, perfino della matematica, della materialità del corpo o di quelle realtà che ci sembrano più assodate, Cartesio si chiese: di cosa possiamo veramente essere sicuri, in questo mondo? Ecco allora che arrivò al primo, essenziale risultato, il vero e proprio “mattone” per porre le fondamenta del pensiero: se dubito della realtà, l’unica cosa certa è che io esisto, vale a dire che c’è almeno qualcosa che dubita. Il mio corpo potrà anche essere un’illusione, ma l’intuito mi dice che quella “cosa che pensa” (res cogitans) c’è davvero, altrimenti non esisterebbe nemmeno il pensiero. Questo concetto, espresso nella celebre formula cogito ergo sum, dà l’avvio alla sua ricognizione della realtà del mondo.

Frans_Hals_-_Portret_van_René_Descartes

I ritratti di Cartesio giunti fino a noi mostrano tutti lo stesso volto, fra il solenne e il beffardo, dallo sguardo penetrante e sicuro: dietro quegli occhi, si potrebbe dire, riposa il fondamento stesso del pensiero, della scienza, della cultura moderna. Ma la sorte beffarda volle che il cranio di Cartesio, lo scrigno che aveva contenuto le idee di quest’uomo straordinario, l’involucro di quel cogito che dà certezza all’esistenza, conoscesse un lungo periodo di vicissitudini.

Nel 1649 Cartesio, già celebre, accettò l’invito di Cristina di Svezia e si trasferì a Stoccolma per farle da precettore: la regina, infatti, desiderava studiare la filosofia cartesiana direttamente alla fonte, dall’autore stesso. Ma gli orari delle lezioni, fissate in prima mattinata, costrinsero Cartesio ad esporsi al rigido clima svedese e, a meno di un anno dal suo arrivo a Stoccolma, Cartesio si ammalò di polmonite e morì.

Il suo corpo venne inumato in un cimitero protestante alla periferia della capitale. Nel 1666, la salma fu riesumata per essere riconsegnata alla cattolica Francia, che ne rivendicava il possesso. Le spoglie, arrivate a Parigi, vennero sepolte nella chiesa di Sainte-Geneviève per poi essere ulteriormente traslate nel Museo dei monumenti funebri francesi. Lì rimasero per tutto il tumultuoso periodo della Rivoluzione. Allo smantellamento della collezione, nel 1819, i resti di Cartesio vennero portati nella loro sede definitiva, nella chiesa di Saint-Germain-des-Prés, dove riposano tuttora. Ma c’era un problema.

Cartesio

Durante la terza riesumazione, di fronte ai luminari dell’Accademia delle Scienze, si aprì la bara e le ossa dello scheletro tornarono alla luce: ci si accorse subito, però, che qualcosa non andava. Il teschio di Cartesio mancava all’appello. Da chi e quando era stato sottratto?

Una volta annunciato lo scandalo del furto, cominciarono a spuntare in tutta Europa teschi o frammenti di cranio attribuiti al grande filosofo.

La quantità di reperti scatenò feroci controversie: come potevano esistere più teschi, e così tanti frammenti, di una stessa persona? Ironia del destino: il dubbio, che era stato alla base del Discorso su metodo di Descartes, veniva a intaccare i suoi stessi resti mortali.

(A. Zanchetta, Frenologia della vanitas, 2011)

Si venne a scoprire che già all’epoca della prima esumazione, nel 1666, il teschio era stato probabilmente sostituito con un altro; ma nel 1819 si era volatilizzato perfino il cranio posticcio. Oltre ai due teschi, fu possibile verificare che anche altre ossa erano state sottratte, per essere tramandate per oltre tre secoli in chissà quali ambiti privati.

E il teschio originale? Sarebbe rimasto per sempre ad adornare la sconosciuta scrivania di qualche facoltoso dilettante filosofo?
Dopo essere passato per decenni fra le mani di professori, mercanti, militari, vescovi e funzionari governativi, il cranio di Cartesio riemerse infine in un’asta pubblica in Svezia, dove venne acquistato e rispedito in dono alla Francia.

descartes-crane

Era piccolo, liscio, sorprendentemente leggero. Il colore non era uniforme: in alcuni punti era stato sfregato fino a uno splendore perlaceo mentre in altri punti c’era una spessa patina di sporco, ma perlopiù aveva l’aspetto di una vecchia pergamena. E in effetti si trattava di un oggetto che aveva molte storie da raccontare, in senso non solo figurato ma anche letterale. Più di due secoli fa qualcuno gli aveva scritto sulla calotta una pomposa poesia in latino, le cui lettere sbiadite erano ora di un marrone annerito. Un’altra iscrizione, proprio sulla fronte, accennava oscuramente – e in svedese – a un furto. Sui lati si vedevano vagamente i fitti scarabocchi delle firme di tre degli uomini che l’avevano posseduto.

(R. Shorto, Le ossa di Cartesio, 2009)

3438106_3_e07e_le-crane-de-descartes-1596-1650_08dcdcbb4b545979cf36e193f0924190

19286788

Il teschio venne dato in consegna al Musée de l’Homme a Parigi, dove è conservato tutt’oggi.
Sulla sua fronte si può leggere l’iscrizione apposta dal responsabile della sottrazione originaria: “Il teschio di Descartes, preso da J. Fr. Planström, nell’anno 1666, all’epoca in cui il corpo stava per essere restituito alla Francia“.

Ancora oggi, paradossalmente, il cranio dell’iniziatore del pensiero razionale conserva tutto l’irrazionale fascino di una sacra reliquia.

descran