L’esperimento di Carney Landis

Poniamo il caso che stiate camminando all’interno di una giungla, e scostando del fogliame vi troviate davanti un enorme serpente pronto ad attaccarvi. Di colpo una scarica di adrenalina attraversa il vostro corpo, sbarrate gli occhi, cominciate istantaneamente a sudare mentre il vostro cuore si mette a battere all’impazzata: in breve, provate paura.
Ma è il terrore che scatena tutte queste reazioni fisiche, o viceversa?
Per fare un esempio meno inquietante, immaginate di provare un classico colpo di fulmine per una persona. Sono le endorfine il motivo della vostra eccitazione, o è la vostra eccitazione a causarne il rilascio all’interno del corpo?
Cosa viene prima, il cambiamento fisiologico o l’emozione? Qual è la causa e quale l’effetto?

Questo dilemma era centrale agli albori degli studi sull’emozione, a cavallo tra Ottocento e Novecento (e continua a esserlo per le cosiddette neuroscienze affettive). Fra le prime e più influenti teorie spiccava quella di James-Lange, che sosteneva il primato della modificazione fisiologica: secondo questa ipotesi, il cervello recepisce un cambiamento negli stimoli provenienti dal sistema nervoso, e solo successivamente  li “interpreta” dando vita a un’emozione.

Uno dei problemi di questa teoria era l’impossibilità di provarla con certezza. Se ogni emozione nasce meccanicamente nel corpo, ragionavano gli scettici, allora deve pur esserci una ghiandola o un organo che, opportunamente stimolato, farà scattare invariabilmente la stessa emozione in qualunque persona. Oggi conosciamo un po’ meglio alcuni meccanismi dell’emozione, relativamente all’amigdala e alle varie aree della corteccia cerebrale, ma all’inizio del Novecento l’obiezione sollevata alla teoria di James-Lange era proprio questa — “avanti, trovami il muscolo della tristezza!

Nel 1924 Carney Landis, laureando all’Università del Minnesota, decise innanzitutto di capire sperimentalmente se i cambi fisiologici fossero gli stessi per tutti. Si concentrò sulle modifiche più evidenti e più facili da studiare: i movimenti dei muscoli facciali quando affiora un’emozione. Il suo studio voleva cercare di rintracciare dei pattern ripetitivi nelle espressioni facciali.

Per comprendere se tutti i soggetti reagissero allo stesso modo alle emozioni, Landis reclutò un buon numero di colleghi laureandi e cominciò con il marcare il loro volto con dei segni standard, per evidenziare le smorfie e il relativo movimento dei muscoli facciali.
L’esperimento vero e proprio consisteva nel sottoporli a diversi stimoli, e fotografarli.

All’inizio ai volontari veniva richiesto di compiere delle azioni piuttosto innocue: ascoltare un po’ di jazz, annusare dell’ammoniaca, leggere un passo della Bibbia, dire una bugia. Ma i risultati erano piuttosto deludenti, e Landis decise che forse era il caso di alzare la posta.

Cominciò a mostrare ai suoi soggetti delle immagini pornografiche. Poi delle foto mediche che mostravano persone con agghiccianti malattie della pelle. Poi provò a far esplodere un colpo di pistola e catturare al volo con la macchina fotografica il momento dello spavento. Ma ancora le espressioni faticavano a emergere chiaramente, e Landis con ogni probabilità iniziava a sentirsi frustrato. E qui il suo esperimento prese una strada più oscura.

Invitò i soggetti a infilare una mano in un secchio, senza guardare. Il secchio era pieno di rane vive. Click, faceva la sua macchina fotografica.
Landis li esortava a cercare meglio, dentro al misterioso secchio. Vincendo il disgusto, i malcapitati rimestavano fra le ranocchie viscide finché non incappavano nella vera sorpresa: dei cavi elettrici scoperti, pronti ad assestare una bella scossa. Click. Click.
Ma il peggio doveva ancora venire.

Il climax raggiungeva il suo apice quando Landis metteva nella mano sinistra del soggetto un topolino vivo, e nella destra un coltello. Il suo perentorio ordine era di decapitare il topo.
La maggior parte dei soggetti, increduli e sgomenti, chiesero a Landis se si trattasse di uno scherzo. Non lo era, dovevano davvero tagliare la testa alla piccola cavia, o l’avrebbe fatto lui stesso sotto i loro occhi.
A questo punto, come Landis aveva sperato, le reazioni diventavano davvero palesi — ma purtroppo anche molto più complesse del previsto. Di fronte alla situazione di alto stress emotivo c’era chi piangeva, ma anche chi rideva istericamente; c’era chi rimaneva come pietrificato, e chi si agitava imprecando.

Due terzi dei partecipanti finirono con l’obbedire al ricercatore, e portarono a termine la macabra esecuzione. Il rimanente terzo dovette comunque assistere alla decapitazione eseguita da Landis stesso.
Come dicevamo, i soggetti erano principalmente altri studenti del corso di laurea, ma tra questi faceva eccezione un ragazzo di tredici anni che si trovava al dipartimento come paziente, dato che soffriva di problemi psicologici e pressione alta. La sua reazione venne documentata dagli impietosi scatti di Landis.

Forse l’aspetto più imbarazzante dell’intera vicenda fu che il risultato di questo crudele test — che oggi nessun consiglio etico potrebbe mai permettere — non fu nemmeno particolarmente degno di nota.
Landis nel suo Studies of Emotional Reactions, II., General Behavior and Facial Expression (pubblicato sul Journal of Comparative Psychology, 4 [5], 447-509) arrivò alla conclusione che:

1) non esiste un’espressione facciale tipica che accompagni alcuna emozione suscitata nell’esperimento;
2) nessuna emozione è caratterizzata da un pattern ricorrente di comportamento muscolare;
3) il sorriso era la reazione più comune, perfino durante le esperienze spiacevoli;
4) non si verificavano quasi mai delle reazioni corporali asimmetriche;
5) i maschi si erano dimostrati più espressivi delle femmine.

Non un granché per giustificare l’eccidio di topolini e il trauma inflitto ai partecipanti.

Una volta ottenuta la laurea, Carney Landis si dedicò alla psicopatologia sessuale. Ebbe una brillante carriera allo New York State Psychiatric Institute. E lasciò per sempre in pace i roditori, nonostante oggi venga ricordato più per il suo sventurato esperimento giovanile che per i successivi quarant’anni di onorata ricerca.

C’è però un ultimo dettaglio che è importante menzionare.
Alex Boese nel suo Elefanti in acido nota come di questo bizzarro esperimento sia passato inosservato proprio quello che è il dato di maggior interesse. Ovvero il fatto che i due terzi dei soggetti, pur protestando e soffrendo, obbedirono all’ordine terribile.
E di fatto questa percentuale è analoga a quella registrata nel famigerato esperimento di Milgram, in cui uno scienziato comandava ai soggetti di infliggere una scossa a un terzo individuo (in realtà un attore che fingeva di ricevere la scarica dolorosa). Anche in quel caso, nonostante il conflitto etico provato dai partecipanti, il fatto che l’ordine arrivasse da una figura autoritaria li spinse a eseguire un’azione che consideravano aberrante.

L’esperimento di Milgram fu condotto inel 1961, quasi quarant’anni più tardi di quello di Landis. “Con gli esperimenti spesso va così — scrive Boese — uno scienziato predispone tutto quanto per una dimostrazione, ma si imbatte in qualcosa di completamente diverso, qualcosa di molto più interessante. Per questo motivo i bravi ricercatori sanno di dover sempre prestare attenzione agli eventi strani che accadono nel corso dei loro esperimenti. Potrebbe esserci una grande scoperta proprio sotto i loro occhi. O sotto la lama del coltello“.

Sulle espressioni del volto in relazione alle emozioni vedi anche questo post su Guillaume Duchenne.

Peti sovversivi e ani musicali

Chi mi legge da un po’ conosce il mio amore per le storie non convenzionali, e la mia testarda convinzione che se si scava a fondo in qualsiasi argomento, per quanto all’apparenza inopportuno, è possibile incontrare piccole illuminazioni.
In questo post tenteremo assieme un ennesimo esercizio di equilibrismo. Partendo da una domanda che a tutta prima suona ridicola: può la flatulenza fornirci qualche intuizione sulla natura umana?

Un articolo del Petit Journal del 1 maggio 1894 descriveva “un artista più o meno lirico le cui melodie, canzoni senza parole, non vengono esattamente dal cuore. Per rendergli giustizia dobbiamo dire che egli è il pioniere di qualcosa di interamente originale, mentre libera dal profondo dei suoi calzoni quei gorgheggi che altri, gli occhi rivolti al cielo, proiettano verso il soffitto“.
Il sensazionale performer di cui parlava il quotidiano parigino era Joseph Pujol, celebre con il nome d’arte Le Pétomane.


Marsigliese di nascita, e all’epoca non ancora trentasettenne, Pujol aveva inizialmente proposto i suoi spettacoli nel Sud della Francia, a Cette, Béziers, Nîmes, Toulouse e Bordeaux per sbarcare infine a Parigi, dove si esibì per diversi anni al Moulin Rouge.
Il suo show di enorme successo si basava interamente sulle sue straordinarie abilità nell’emettere peti: era capace di imitare i suoni dei svariati strumenti musicali, colpi di cannone, tuoni; di modulare numerose melodie popolari, come La Marsigliese, Au clair de la lune, O sole mio; di spegnere candele con un colpo d’aria da 30 centimetri di distanza; di suonare flauti e ocarine collegati con un tubo al suo posteriore, dal quale poteva anche agevolmente fumare una sigaretta.
Forte di un successo sempre crescente a cavallo fra il XIX e il XX secolo, si esibì pefino di fronte al Principe di Galles, e anche Freud si recò a uno dei suoi spettacoli (sebbene più interessato alle reazioni del pubblico che all’artista in sé).


Pujol aveva scoperto la sua peculiare dote per caso a tredici anni, durante una nuotata nel Mediterraneo della sua Costa Azzurra. Avvertito di colpo un freddo penetrante all’intestino, era tornato di corsa in spiaggia e all’interno di una cabina aveva scoperto che il suo ano aveva per qualche motivo incamerato una buona quantità di acqua marina. Sperimentando negli anni, Pujol si era specializzato ad aspirare anche l’aria; non poteva trattenerla a lungo, ma il suo bizzarro talento gli aveva assicurato la notorietà tra i coetanei prima, e più tardi fra i commilitoni del suo battaglione.
Una volta assurto agli onori del palcoscenico, famoso e celebrato, Pujol venne anche esaminato da diversi medici interessati a studiarne l’anatomia e la fisiologia. Gli articoli di medicina sono un tipo di letteratura che personalmente adoro leggere, ma pochi sono così gustosi come l’articolo pubblicato nel 1892 sulla Semaine médicale dal dott. Marcel Badouin con il titolo Un cas extraordinaire d’aspiration rectale et d’anus musical (“Un caso straordinario di aspirazione rettale e di ano musicale”). Se masticate il francese, lo potete trovate qui.
Nell’articolo si scopre fra l’altro che una delle abilità (mai proposta nei suoi spettacoli per motivi di decenza) era sedersi su una bacinella d’acqua, aspirarla e spruzzarla con un forte getto fino a 5 metri di distanza.

La fine della carriera di Joseph Pujol coincise con l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Resosi conto dell’inaudita disumanità del conflitto, Pujol decise che la sua arte ridicola e un po’ vergognosa non aveva più motivo di esistere in un momento talmente crudele, e si ritirò per sempre dalle scene a fare il panettiere, come suo padre prima di lui, fino alla morte nel 1945.
Per molto tempo la sua figura venne rimossa, quasi fosse un imbarazzo per la borghesia e gli intellettuali francesi che avevano riso fino a poco tempo prima delle esibizioni di questo strano guitto. Se ne tornò a parlare soltanto dopo la metà del XX secolo, in particolare con una biografia edita da Pauvert e con il film Il Petomane (1983) di Pasquale Festa Campanile, interpretato con la consueta vena comico-amara da Ugo Tognazzi (film peraltro mai distribuito in Francia).

Pujol in realtà non fu né il primo né l’ultimo petomane. Fra i suoi precursori un certo Roland the Farter, vissuto in Inghilterra nel XII secolo, che si guadagnò ben 30 acri di terreno e un’enorme tenuta in cambio dei suoi servigi di buffone per Re Enrico II. Continuò per contratto ad eseguire di fronte al sovrano, ad ogni giorno di Natale, “unum saltum et siffletum et unum bumbulum” (un salto, un fischio e un peto).
Ma il più antico petomane professionista di cui ci è giunta notizia è il giullare medievale Braigetóir, attivo in Irlanda, immortalato anche nella tavola più famosa del libro di John Derricke The Image of Irelande, with a Discoverie of Woodkarne (1581).

L’unico a tentare di replicare in tempi moderni gli exploit di Pujol è l’inglese Paul Oldfield, conosciuto come Mr. Methane, che oltre ad apparire a Britain’s Got Talent ha inciso un album e lanciato un’app per dispositivi Android. Se cercate qualche suo video su YouTube, noterete come purtroppo i tempi siano cambiati dalla distinta signorilità dell’unico film muto esistente di Pujol.


Torniamo ora alla domanda posta all’inizio del post. Cosa ci racconta la storia di Pujol, e dei petomani in generale? Qual è il motivo del loro successo? Perché la scorreggia ci fa ridere?

La flatulenza, come il resto delle espressioni corporali legate al disgusto, è un tabù culturale. Questo significa che il divieto che la riguarda è variabile nel tempo e nello spazio, acquisito, non naturale: è qualcosa, per intenderci, che non è innato ma ci viene insegnato fin da piccoli (e infatti sappiamo di quali “schifezze” siano capaci i bambini).
Gli antropologi collegano questo orrore per i fluidi e le emanazioni corporee alla paura di un’eredità animalesca, pre-civilizzata; la paura cioè di vederci nuovamente primitivi, di veder crollare quell’ideale borghese di dignità e pulizia sotto la spinta di un residuo di bestialità. È lo stesso motivo per cui le società civili rifiutano progressivamente la crudeltà, ritenuta tratto “inumano”.
La cosa davvero interessante è che storicamente si può rintracciare, seppure convenzionalmente, la nascita di questa famiglia di tabù: il processo di civilizzazione (e dunque l’innalzamento di questa frontiera o barriera sociale) viene fatto risalire ai secoli XVI e XVII — che non a caso videro affermarsi il successo del Galateo, il trattato di etichetta di Monsignor Della Casa.
In questo periodo, all’uscita dal Medioevo, la cultura occidentale comincia a porre regole di comportamento per limitare e codificare ciò che è ritenuto rispettabile.

Nel tempo però il tabù (come ha ricordato Freud) viene avvertito come un peso e una costrizione. Così la società ricerca o crea determinati ambiti in cui sia accettabile, per un breve lasso di tempo, operare uno “strappo alla regola”, evadere la disciplina. Si tratta dello stesso meccanismo sociale che stava dietro alle blasfeme inversioni carnascialesche, accettate solo in quanto precisamente limitate a uno specifico periodo dell’anno.

Allo stesso modo, le esibizioni di Pujol erano sfoghi liberatori possibili soltanto su un palcoscenico teatrale, nel contesto satirico del cabaret. Incrinando per lo spazio di un’ora la facciata idealistica del gentiluomo, e contrapponendogli l’uomo fisiologico, l’osceno della carne e i suoi imbarazzi, Pujol sembrava a un primo livello sbeffeggiare le convenzioni borghesi (come farà ad esempio Buñuel nella famosa scena del pranzo nel Fantasma della Libertà del 1974).
Se così fosse, se il suo spettacolo fosse stato semplicemente sovversivo, avrebbe recato offesa e sarebbe stato etichettato come spregevole; il suo successo invece sembra indicare un’altra direzione.

È assai più plausibile che Pujol, con i suoi modi affettati e raffinati in contrasto con i boccacceschi rumori intestinali, si ponesse come una sorta di maschera, di burattino, di innocuo saltimbanco: grazie a questa distanza, egli poteva probabilmente mettere in scena un vero e proprio rituale catartico. Il pubblico rideva delle sue impudiche prodezze, ma segretamente riusciva a ridere anche di se stesso, della natura indecente del proprio corpo. E magari ad accettare un po’ di più anche i propri difetti repressi.

Ecco dunque l’intuizione che forse ci regala questo breve, “disdicevole” excursus: ogni volta che sghignazziamo di fronte a un peto in un film, o a una volgare battuta di toilet humor, stiamo mettendo in atto una difesa e assieme un esorcismo nei confronti della realtà che più fatichiamo ad ammettere; quella di appartenere ancora, e comunque, al regno animale.

Emoscambio

Sui piloni dei viadotti italiani, lungo le autostrade, sul cemento dei muri di contenimento o sui cartelli stradali appaiono talvolta strane ed ermetiche scritte. La più celebre è DIO C’È. Secondo una leggenda metropolitana, sarebbe opera di un frate francescano che, percorrendo l’Italia a piedi, avrebbe deciso di quando in quando di riaffermare (assecondando istinti piuttosto vandalici, a dire il vero) l’esistenza del Signore. Un’altra spiegazione, mai pienamente confermata, è che si trattasse di un linguaggio in codice camorristico per segnalare la presenza di spacciatori nei paraggi: qualche appassionato di enigmistica ha addirittura pensato che la scritta fosse un acronimo per “Droga In Offerta: Costo Economico”.

Ancora più incomprensibili e spiazzanti erano i caratteri cubitali che sembravano pubblicizzare o profetizzare un misterioso EMOSCAMBIO, con una caratteristica “E” disegnata come la lettera greca sigma, e seguiti da un numero di telefono. Se ne ricorderà chi, nato negli anni ’70, viaggiava spesso in Nord Italia: campeggiavano su casolari abbandonati, fabbriche in disuso e altri punti poco frequentati. Ma a cosa facevano riferimento quei criptici messaggi sullo “scambio di sangue”?

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La realtà che si cela dietro alle scritte è sorprendente, e rimane ancora in parte inspiegata. Chiunque si fosse appuntato il numero telefonico, e avesse deciso una volta tornato a casa (non esistevano i cellulari allora!) di saperne di più sul fantomatico emoscambio, avrebbe sentito dall’altro capo della cornetta una segreteria telefonica che lo ragguagliava sui punti salienti di una particolare teoria salutistica, invitandolo poi a spedire un contributo di almeno 10.000 lire ad una casella postale dell’aeroporto Linate a favore dell’I.I.D.F., Istituto Italiano di Fisiologia.

Ora, un simile Istituto non è mai esistito. Il numero di telefono era quello di un’abitazione privata di Segrate (MI), dove viveva un signore di nome Vito Cosmaj.

L’unica traccia ufficiale dell’attività di Cosmaj si può trovare nei bollettini del Registro Pubblico Generale delle opere protette dalla legge sul diritto d’autore relativi alla fine degli anni ’70: in quel periodo risulta che Vito Cosmaj avesse facoltà di godere dei diritti di alcune opere edite a sue spese, vale a dire il trattato Fisiologia Universale (Umana Sociale e Cosmica), edito a Lodi dallo stampatore Lodigraf nel 1978, il manuale intitolato T.A.F. – Tecnologia dell’Amplesso Fisiologico (registrato il 13/03/1980), una sua revisione (del 30/12/1980) e infine nientemeno che un Vangelo Secondo Vito Cosmaj (13/10/1980).

Già questi titoli sarebbero abbastanza eccentrici da stimolare la fantasia di un qualsiasi indagatore. Ma quando si scopre a quali ricerche si dedicasse il nostro Cosmaj, le cose si spingono ancora più fuori dall’ordinario.

Uno dei fondamenti della sua dottrina era la cosiddetta T.A.F., o Tecnica dell’Amplesso Fisiologico, volta a ristabilire la corretta posizione durante l’accoppiamento: secondo Vito Cosmaj, era essenziale ritornare alla copula naturale, tipica di tutti gli animali, in cui l’uomo prende la donna da dietro, restando in piedi. Far l’amore a letto nella posizione del “missionario”, invece, era a suo dire una perversione inaccettabile, “posizione sbagliata, innaturale e non fisiologica (ossia pornografica, tolemaica, cristiano-ebraica islamico-democristiana)”.

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I volantini distribuiti da Vito Cosmaj sono un piccolo capolavoro dell’assurdo, che ricorda il futurismo e il surrealismo: per mezzo di costanti divagazioni e pungolature alla politica e alla borghesia, l’autore disegna una specie di folle programma pseudoscientifico per rivoluzionare la realtà italiana. Il gusto dissacrante e ironico è evidente, a partire dalle invenzioni linguistiche (fare sesso con il metodo T.A.F. diventa “taffare”, la laurea che è possibile conseguire presso il fantomatico Istituto è chiamata “Addottorato”, ecc.) fino alla finta pubblicità che reclamizza una cintura di castità prodotta dalla Virgo-Virginis S.p.A. di Palermo, dal capitale sociale di 999 miliardi di lire “interamente versato”…
Prendiamo ad esempio la descrizione dell’esame finale per ottenere l’Addottorato:

PER OTTENERE la suddetta laurea è necessario superare un esame con prova pratica ed orale in seno all’I.I.D.F.
L’ADDOTTORATO in questione è riservato ai soli MASCHI celibi, ammogliati, separati, divorziati, vedovi, ecc. ecc. di nazionalità italiana con età non inferiore agli anni 21, mentre tale laurea è interdetta alle femmine per ovvi motivi, ai religiosi (preti, frati, vescovi, cardinali, papi, ajatolli, archimandritti, ebrei, buddisti, maomettani, cristiani, democristiani, testimoni di geova, protestanti, ortodossi, valdesi, ecc. ecc.), ai reclusi, agli unisex, ai dementi e ciarlatani che insegnano ed hanno imparato la fisiologia negli atenei del nostro “glorioso Stato Italiano”, e a tutti coloro insomma che non avranno superato l’esame per qualsivoglia motivo […]. L’I.I.D.F. non procura femmine da taffare agli esaminandi. È proibita ogni forma di leccamento, succhiamento, masturbazione o toccamento manuale agli organi sessuali da parte di entrambi i soggetti. L’unica eccitazione ammessa è il dimenare del sedere della femmina contro i genitali del maschio e viceversa per 20” dopo di che CHI NON HA EREZIONE OPPURE NON RIESCA A COMPENETRARE LA FEMMINA NELL’ORIFIZIO GIUSTO VIENE INESORABILMENTE BOCCIATO ED ESPULSO DALL’I.I.D.F. […] Premio di consolazione per i bocciati: uno stronzetto d’oro (falso naturalmente) da appuntare all’occhiello quale distintivo.

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Tra frecciate rabbiose alle religioni, alla Democrazia Cristiana e alla scienza, citazioni farlocche di Napoleone Bonaparte e del generale Cambronne, e virulenti aforismi, Cosmaj costruisce dei testi pirotecnici che avrebbero fatto la felicità di Queneau o di Umberto Eco.
Ancora sulla T.A.F.:

L’UOMO però imbecille come sempre, che si sente orgoglioso ed evoluto solo perché è riuscito a sbarcare sulla luna, mentre gli UFO sono ogni giorno di più una realtà e poi perché è riuscito a costruire una bomba (termonucleare) con la quale autodistruggersi, e poi perché è furbo a non finire, è riuscito a crearsi un DIO dentro il quale e per mezzo del quale giustificare tutti i misteri della natura e nascondere tutte le proprie capacità, miserie e limiti che non vuole riconoscersi per paura di perdere di dignità (anziché di trovarla) DOPO 2000 ANNI dal giorno in cui cominciò a misurare la propria esistenza, questa tecnica ancora ignora! PER I PAZZI ovviamente è più importante e più glorioso escogitare il sistema per autodistruggersi piuttosto che quello di vivere bene, armonicamente ed equilibratamente! […] L’UOMO CHE NON SA COMPIERE L’AMPLESSO (O MEGLIO TAFFARE) NUDO MENTRE GLI ALTRI LO OSSERVANO È UN UOMO CHE HA VERGOGNA DELLE PROPRIE AZIONI: Insomma NON È UN UOMO, MA UNA MERDA! (E per la donna vale lo stesso!)

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Ora, leggendo queste righe, la domanda sorge spontanea: Cosmaj ci era o ci faceva?
A prima vista tutta la questione dell’emoscambio sembra infatti un’elaborata burla, un esercizio di patafisica. Purtroppo Vito Cosmaj è morto nella prima metà degli anni ’90, e a parte il flano pubblicitario non rimangono altri indizi per conoscere qualcosa di più della sua visione. L’unica pista da seguire è trovare chi l’ha conosciuto di persona.

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L’abbiamo fatto, chiedendo qualche delucidazione a un altro personaggio particolarmente colorito: Gian Paolo Vanoli, che si autodefinisce “Sovrano Individuale” e “Giornalista Investigativo specializzato in Sanità da 40 anni”. Gestore di un sito di medicina alternativa e recentemente al centro di polemiche a causa delle controverse dichiarazioni rilasciate a Vice e rimbalzate sui siti internazionali, Vanoli bazzica da sempre tutto il variegato sottobosco di teorie sanitarie non convenzionali ed è strenuo sostenitore delle virtù terapeutiche derivanti dal bere la propria urina. Ma quello che ci interessa qui è la sua relazione con Vito Cosmaj, che Vanoli ha conosciuto e della cui assoluta serietà riguardo all’emoscambio si dice convinto. Secondo Vanoli, il fulcro di tutto il pensiero di Cosmaj era proprio la trasfusione di sangue a fini salutistici.

Ci scrive Vanoli: “L’ho conosciuto incontrandolo solo una volta nella quale abbiamo parlato della sua teoria e mi sono convinto che la praticava personalmente con altri. Infatti gli avevo detto di fare molta attenzione perché con lo scambio del sangue si importano le tossine ed il DNA alterato dei donatori e quindi possibili malattie e morte prematura… cosa che si è realizzata in lui.
NON ricordo di cosa vivesse, perché sono passati molti anni.
NON era una burla, la praticava regolarmente ogni tanto.
Per me è una pratica antica, ma NON salubre, quindi non sono d’accordo nel propagandarla.

Il dubbio, però, resta. Sia che praticasse davvero delle pericolose trasfusioni, sia che la sua bizzarra propaganda nascondesse in realtà un progetto artistico o che il buon Cosmaj fosse semplicemente un po’ fuori di testa, le sue tracce sono ormai svanite. Anche le innumerevoli, gigantesche scritte che personalmente disegnava sulle superstrade o sugli edifici abbandonati stanno scomparendo a poco a poco, e con esse sparisce anche un folle e affascinante segreto.

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Ringraziamo il nostro lettore Silvio per averci segnalato questa pagina web, che ha iniziato le ricerche sull’emoscambio, e in particolare l’utente David che nella sezione dei commenti proprio su quella pagina ha approfondito la questione.

AGGIORNAMENTI

La questione dell’Emoscambio evidentemente appassiona i lettori. Nella sezione dei commenti sono spuntati alcuni aneddoti affascinanti, e ogni tanto qualcuno mi contatta con qualche nuovo tassello.

  • Solidea segnala che negli elenchi dei gettoni di necessità (“che circolavano anche negli anni 60/70, quando la Zecca dello Stato non riusciva a soddisfare le esigenze crescenti del conio di moneta […], vere e proprie pubblicità a pagamento“) si trova questo gettone relativo al periodo 1970-1980, altro tentativo promozionale per l’Emoscambio.

  • L’archivio Waybackmachine ha “salvato” per la consultazione il vecchio sito web dell’Emoscambio (segnalato da Gianmaria Rizzardi).
  • Il lettore Paolo ML ha invece trovato una curiosità all’interno del settimanale ABC (forse il n. 31 dell’agosto 1972,  la copertina è rovinata). Nella rubrica Risposte in breve, la corrispondente del giornale replica con ammirevole aplomb a una missiva inviatale dalla “Confraternita degli Emodinamisti” che evidentemente, oltre ad averle spedito un volantino, l’aveva anche apostrofata con un poco gentile epiteto — in puro stile Cosmaj.

Un buco allo stomaco

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Il Canada, all’inizio dell’800, era una terra più selvaggia e incontaminata di quanto non lo sia ancora oggi. La Francia napoleonica aveva ormai definitivamente rinunciato alle sue colonie in Nord America, lasciandole in mano all’Impero Britannico; il governo coloniale inglese aveva dunque cominciato a regolamentare il commercio di pelli in Basso Canada, uno dei mercati all’epoca più lucrativi. Quelli che un tempo erano chiamati coureur des bois – contrabbandieri che intrattenevano dei rapporti con le tribù di Nativi Americani, dalle quali acquistavano le pellicce di castoro – vennero messi in regola, e assunsero il più rispettabile nome di voyageur. I voyageur si muovevano in team, e conducevano le grandi canoe-cargo lungo i fiumi del Canada, trasportandole via terra qualora incontrassero rapide o cascate; il lavoro era pesante, ma anche ricco di avventura e pericolo, tanto che i voyageur avevano un loro esclusivo bagaglio di leggende e canzoni.

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Uno di questi “viaggiatori” si chiamava Alexis Bidagan, detto St. Martin.
Nato nel 1802 a Berthier (per inciso, la stessa piccola cittadina che quasi 150 dopo avrebbe visto crescere il pilota Villeneuve), Alexis era canadese di terza generazione. Suo nonno proveniva da Bayonne nei Pirenei, suo padre si chiamava Joseph Pierre Bidagan e sua madre Marie Des Agnes Angelique Guibeau. Un suo fratello omonimo era nato nel 1794, ma era morto a pochi anni di età. Queste sono le sole informazioni biografiche che abbiamo di lui, a partire dal suo certificato di nascita.
Povero, senza un’istruzione, Alexis St. Martin (come si faceva chiamare) batteva foreste, fiumi e laghi della provincia del Quebec per conto della American Fur Company: ma il suo nome sarebbe rimasto completamente sepolto nelle pieghe della storia, se non fosse stato per quel fatidico incidente occorso il 6 giugno del 1822.

Quella mattina Alexis si trovava all’interno di un negozio sull’isola Mackinac, nel bel mezzo dello Huron, uno dei passaggi strategici nella regione dei Grandi Laghi per il commercio di pelli. A meno di un metro da lui stava in piedi un uomo che imbracciava un fucile caricato per la caccia alle anatre. Accidentalmente, il moschetto fece fuoco e la scarica di pallini colpì Alexis in pieno fianco. I proiettili gli strapparono i muscoli, alcune parti di costole andarono in frantumi, e l’imbottitura della sua giacca e i pezzi di vestiti vennero sparati dentro al suo corpo. Mentre si accasciava con la giacca in fiamme, gli astanti che cercarono di prestargli soccorso capirono immediatamente che per lui non c’erano più speranze.

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Dal vicino fortino dell’Esercito Americano venne chiamato di gran carriera il medico militare, Dr. William Beaumont, che arrivò sulla scena a pochi minuti dall’incidente. Quello che gli si parò davanti era davvero un caso disperato. Dopo aver rimosso i brandelli di vestiti, pulito la carne e spuntato in maniera più regolare i bordi della ferita, il medico esaminò meglio il danno causato:

La ferita era stata ricevuta appena sotto il seno sinistro e aveva, in quel momento, tutto l’aspetto d’essere mortale. Un larga parte del fianco era esplosa, le costole erano fratturate e vi erano aperture nelle cavità del petto e dell’addome, attraverso le quali protundevano porzioni di polmoni e stomaco, di molto lacerati e bruciati, rendendo il caso terribilmente disperato. Il diaframma era lacerato e una perforazione si era aperta direttamente nella cavità dello stomaco, attraverso cui scivolava fuori il cibo della colazione.

Dopo aver tamponato la ferita e somministrato un catartico al paziente, il medico confidò ad uno dei presenti: “quest’uomo non sopravvivrà trentasei ore; verrò a visitarlo ogni tanto“. Ma Alexis St. Martin, è il caso di dirlo, aveva la pelle più dura di quanto ci si sarebbe potuti aspettare.

Nei diciassette giorni successivi, qualsiasi cibo ingerisse per bocca usciva subito dall’apertura nel suo stomaco. Così il Dr. Beaumont lo alimentò con clisteri nutritivi, finché St. Martin non cominciò a riprendersi lentamente; gli intestini ricominciarono la loro regolare attività, e la quarta settimana Alexis iniziò a mangiare normalmente.
Durante la quinta settimana, successe qualcosa di davvero particolare: il foro nello stomaco di St. Martin e il foro nella pelle del fianco aderirono e si fusero assieme, creando una fistola gastrica permanente grande più o meno come una moneta. Certo, lo stomaco era in questo modo sempre aperto verso l’esterno; ma almeno il cibo non sarebbe scivolato fra un buco e l’altro, finendo per perdersi nella cavità addominale con conseguenze facilmente immaginabili. In questo modo, “tappando” con garze e bendaggi la fistola, la digestione del paziente poteva svolgersi in maniera naturale.

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Ovviamente il ricovero fu lungo e difficoltoso. Tre mesi dopo, Beaumont stava ancora estraendo pallini di piombo dagli ascessi intorno alla ferita, rimuovendo pezzi instabili di costole e cartilagini. Dopo dieci mesi, nonostante le sue condizioni migliorassero, St. Martin era ancora messo piuttosto male, e non essendo in grado di lavorare le autorità locali decisero che sarebbe stato rispedito nella sua terra natale. Ma Beaumont sapeva che Alexis non avrebbe retto il lungo viaggio, e lo accolse in casa sua, continuando a curarlo.

Passarono quasi due anni dall’incidente quando, nell’aprile del 1824, Beaumont riuscì a far entrare St. Martin nell’Esercito Americano come suo impiegato. Alexis si dedicò quindi ad ogni tipo di lavoro in casa, dalle pulizie, al lavoro nei campi, al tagliare la legna; si era ristabilito talmente bene che, a parte il bendaggio sullo stomaco, che doveva tenere costantemente pulito, non si lamentò mai una sola volta per il dolore o la fatica.

Se fino ad ora il Dr. Beaumont vi è sembrato un uomo gentile e premuroso – cosa che probabilmente sarà anche stata vera – da questo momento in poi il suo rapporto con il paziente prende una piega che ai nostri occhi moderni è certamente poco piacevole; ma occorre ricordare che stiamo parlando della prima metà dell’800, quando la professione medica non aveva gli stessi standard etici di oggi. Così, invece di suturare la fistola del povero e ignorante trasportatore di pellame ormai completamente ristabilitosi, e lasciarlo andare per la sua strada, il Dr. Beaumont cominciò a vedere in lui un’opportunità scientifica unica.

Questo caso permette in maniera eccellente di sperimentare sui fluidi gastrici, e il processo della digestione. Non causerebbe dolore, né provocherebbe il minimo fastidio, l’estrarre un campione di fluido ogni due o tre giorni, dacché frequentemente e in maniera spontanea esce in considerevoli quantità; e si potrebbero introdurre varie sostanze digeribili nello stomaco, ed esaminarle facilmente durante l’intero processo di digestione. Potrei, dunque, essere in grado di svolgere alcuni interessanti esperimenti al riguardo.

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Nel 1825 Beaumont diede inizio agli esperimenti sullo stomaco che continueranno, a fasi alterne, fino al 1833. Il dottore inseriva pezzi di cibo direttamente attraverso la fistola, per poi estrarli tramite un filo al quale erano stati legati in precedenza; nonostante i buoni propositi del medico, le sue manipolazioni non erano prive di effetti collaterali e in alcuni casi provocavano nella “cavia umana” reazioni decisamente poco piacevoli – nausea, difficoltà respiratorie, vertigini, offuscamento della vista, se non dei veri e propri dolori lancinanti.
Così non c’è da sorprendersi che il paziente, per tre volte nel corso di quegli otto anni, decidesse di interrompere gli esperimenti nonostante le proteste di Beaumont, e tornasse a casa dalla moglie Marie e dai figli. Salvo scoprirsi, poco dopo, talmente povero da dover accondiscendere nuovamente alle pressanti richieste del ricercatore.

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Dal 1833 in poi, i rapporti fra i due si guastarono. St. Martin si stabilì in Quebec, e per i vent’anni successivi Beaumont cercherà disperatamente di farlo tornare da lui per riprendere gli esperimenti.
Dalla loro corrispondenza, emerge un rapporto emblematico della relazione che c’era all’epoca fra medico e paziente: Beaumont appare totalmente ossessionato dal buco nello stomaco di St. Martin, intollerante del fatto che un reietto della società possa rifiutarsi di contribuire al progresso scientifico, quando dovrebbe sentirsi onorato anche solo della compagnia di un esimio dottore; dall’altra St. Martin, nelle lettere dettate al suo parroco e inviate a Beaumont, rivela certamente rispetto e riconoscenza per il benefattore, ma anche la necessità di far fronte alle preoccupazioni materiali della sua famiglia, versante nella povertà più assoluta. Ma le richieste di Alexis di poter portare la moglie e i figli con sé (a spese del medico) non vennero ascoltate.
Fra le insistenze di Beaumont e le controproposte di St. Martin, i due uomini non troveranno mai un accordo, e non si vedranno più.

Nel frattempo, però, il Dr. William Beaumont pubblicò nel 1833 il suo Experiments and Observations on the Gastric Juice, and the Physiology of Digestion, un testo dall’importanza fondamentale per la comprensione dei processi digestivi, e le cui tabelle dietetiche rimarranno in uso per quasi un secolo. I suoi 240 esperimenti sullo stomaco di St. Martin provarono come la digestione fosse inconfutabilmente un processo chimico – un argomento su cui si discuteva da sempre.
Considerato oggi, nonostante tutto, un vero e proprio pioniere della fisiologia, Beaumont morì nell’aprile del 1853 a causa delle ferite riportate un mese prima, scivolando su alcuni gradini ricoperti di ghiaccio.

A quel punto cominciò forse la fase più triste della vita di Alexis St. Martin. Senza un soldo e dipendente dall’alcol, egli accettò l’invito di un ciarlatano che si faceva chiamare “Dr. Bunting” per un tour di più di dieci città negli Stati Uniti, esponendo il suo straordinario buco nello stomaco per racimolare un po’ di soldi. I medici che assistettero ad alcune tappe del tour conclusero che Bunting era tutto fuorché un dottore, e che l’ormai sessantenne St. Martin che esibiva il suo stomaco perforato era soltanto un povero ubriaco. L’attenzione della stampa fece rizzare le orecchie perfino al celeberrimo imprenditore circense P.T. Barnum, ma Alexis non venne mai ingaggiato.

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St. Martin si ritirò definitivamente a St. Thomas de Joliette, Quebec, e qui morì il 24 giugno 1880. Alla messa per il suo funerale, la bara restò fuori dalla chiesa, per il troppo odore: la famiglia aveva infatti lasciato che il corpo si decomponesse in maniera irreparabile, di modo che i ladri di cadaveri non trafugassero le spoglie per portarle in segreto alla comunità medica. Dal giorno in cui Alexis era morto, la famiglia aveva dovuto subire le pressioni dei numerosi medici impazienti di poter eseguire un’autopsia, o di conservare il favoloso “stomaco a tre buchi” in un museo. Per ulteriore sicurezza, la bara venne posta ad otto piedi di profondità nel camposanto, invece che ai regolari sei piedi.

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A ottant’anni dalla morte di Alexis St. Martin, la Società di Fisiologia Canadese gli pagò un commovente tributo postumo con una solenne cerimonia, rintracciando i suoi eredi e infine la sua tomba, su cui oggi è visibile una targa dedicata all’uomo che “attraverso la sua afflizione, servì l’umanità intera“.

La biblioteca delle meraviglie – XI

AnatomieHugh Aldersey-Williams

ANATOMIE – Storia culturale del corpo umano

(2013, Rizzoli)

Restiamo sempre sorpresi quando leggiamo che, per gli antichi, la sede delle emozioni non era il cuore o il cervello, ma il fegato. Ci coglie infatti il sospetto che il modo in cui guardiamo al nostro stesso corpo sia influenzato dalla cultura in cui siamo cresciuti. Ma la profondità e la portata di questa verità ci sfugge quotidianamente.

L’aspetto più stupefacente, leggendo questa densa ma appassionante “storia culturale del corpo umano”, è scoprire di pagina in pagina quante cose diamo per scontate: dal valore imprescindibile che assegniamo alla testa, all’importanza del nostro naso, all’ignoranza pressoché totale sui nostri organi interni, “esoterici” e in un certo senso inquietanti, l’autore ci conduce attraverso un percorso che si snoda dall’antichità ad oggi, fra difficili scoperte, clamorose smentite ed errori stupefacenti.

I primi anatomisti si scoprirono “esploratori” di una sconosciuta geografia interna, fino ad allora nascosta, e cominciarono a dare il proprio nome ad organi, appendici, insenature e “isole” proprio come i conquistatori di un Nuovo Mondo. Ma questa ricognizione non è ancora finita, e il libro di Aldersey-Williams svela con stile preciso e piacevole come non soltanto la scienza ma anche le belle arti, la letteratura e perfino il linguaggio facciano della forma umana un oggetto complesso, sfaccettato, che partendo dalle proporzioni ideali di Leonardo Da Vinci cerca oggi una perfezione ancora maggiore, un affrancamento dalla vecchiaia e dalla morte le cui suggestioni ricordano il mito di Frankenstein. Una storia variegata, che dalla lezione di Tulp di Rembrandt alle sopracciglia di Mona Lisa, dagli esperimenti di Mengele ai moderni impianti biomeccanici ci racconta quanto mutevole, ibrido ed essenzialmente indefinibile sia questo corpo che abitiamo.

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Fritz Kahn

FRITZ KAHN

(2013, Taschen)

Sempre nell’ambito delle scienze anatomiche, è interessante considerare come la scienza odierna utilizzi dei modelli tecnologici per rapportarsi alle varie parti del corpo: il cuore come pompa meccanica, il cervello come computer, il sistema osteo-muscolare come perfetta macchina in movimento, e via dicendo. Questo tipo di metafore sono state spesso criticate come fuorvianti, soprattutto dai fautori di una visione più olistica della medicina, ma accostare il meccanico e l’organico ha sicuramente il pregio di spiegare in maniera chiara il funzionamento di un determinato sistema, anche ai non addetti ai lavori.

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Lo aveva compreso perfettamente Fritz Kahn, classe 1888, ginecologo, scrittore, artista, che a partire dagli anni ’20 si dedicò alla divulgazione scientifica in maniera completamente inedita ed originale. Cosciente dell’importanza delle immagini nell’educazione, Kahn si prefissò il compito di rendere finalmente visibili e comprensibili i processi fisiologici creando delle analogie con qualcosa di familiare: i processi industriali. Ecco allora che nella sua illustrazione più celebre, L’uomo come palazzo industriale, il corpo è rappresentato come una serie di luoghi di lavoro moderni, organizzati in catene di montaggio, pannelli di controllo, circuiti, macchinari. Nel tempo Kahn affinerà queste metafore architettoniche e industriali, con una capacità e una fantasia per l’accostamento analogico che ha dell’incredibile.

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Ad ogni pagina di questo sontuoso volume che ripercorre l’intera carriera di Kahn, ci si trova di fronte a nuove invenzioni iconografiche, trovate surrealiste, connessioni improbabili, sempre però concepite con spirito divulgativo, per ridurre la complessità e rendere i processi vitali accessibili al pubblico più vasto.

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Oggi che siamo abituati all’infografica, nei testi scolastici come nelle riviste scientifiche, nei manuali di istruzioni come nei giornali, possiamo comprendere ancora meglio l’importanza di questo pioniere dalla fantasia sfrenata, spinto da una incontenibile voglia di condividere con tutti le meraviglie dell’anatomia umana.

Il volto e l’emozione

Quando nel 1806 Guillaume-Benjamin Duchenne nacque a Boulogne in una famiglia di umili pescatori, la prima cosa che fece sua madre, stringendolo al petto, fu sorridere. Non poteva sapere che il sorriso che le illuminava il volto sarebbe stato chiamato dagli studiosi sorriso Duchenne, proprio in onore di suo figlio.

In realtà, oltre che al sorriso, il nome Duchenne è ancora oggi legato a varie atrofie, distrofie e paralisi muscolari da lui individuate e studiate, così come a uno strumento chirurgico per l’asportazione di campioni di tessuti vivi da lui inventato: ma la sua fama è legata principalmente alle ricerche sulla neurofisiologia dell’emozione. Partendo dalle ricerche galvaniche, Duchenne mise a punto uno stimolatore elettrico faradico che, applicato a determinati punti della pelle, stimolava i muscoli sottostanti con enorme precisione. Praticamente questa tecnica (non invasiva) si basava sull’uso di elettrodi molto appuntiti che appoggiati all’epidermide facevano passare una piccola scossa elettrica, indolore ed estremamente localizzata. In questo modo riuscì a catalogare per primo tutti i muscoli della faccia umana, e non soltanto.

Utilizzando soggetti paralizzati, per essere sicuro che nessun movimento fosse volontario, Duchenne cominciò ad interessarsi al modo in cui i muscoli facciali vengono utilizzati per trasmettere emozioni. A seconda che siamo arrabbiati, felici, annoiati, spaventati, il nostro volto esprime questi stati d’animo con un complesso insieme di movimenti muscolari; Duchenne riuscì a “comporre” e catalogare queste espressioni emozionali con il suo apparecchio stimolatore ed essendo un appassionato di fotografia riuscì anche a documentare queste ricerche con una eccezionale serie di immagini.

Questo suo studio sulla fisiologia muscolare durò vent’anni, la missione di una vita. Fra le varie sorprese incontrate nel corso degli esperimenti, Duchenne trovò anche qualcosa che, per quanto non abbia un profondo valore scientifico, è rimasta una delle scoperte più curiose legate alla sua ricerca: la differenza fra un sorriso sincero e uno falso.

Duchenne si accorse che, quando stimolava elettricamente i suoi soggetti, non riusciva a ottenere da loro un sorriso convincente. Cosa mancava? Provò quindi a provocare con gli elettrodi un sorriso sul volto di un soggetto, e immediatamente dopo apostrofarlo con una battuta spiritosa, per confrontare quali muscoli si muovessero nel sorriso “indotto” e in quello spontaneo. E di colpo, capì.

Quando sorridiamo per cortesia (ma in realtà siamo annoiati), oppure per ingannare chi ci guarda facendogli credere che siamo felici, tutti i muscoli attorno alla bocca si attivano in maniera molto simile al sorriso naturale. Questo sorriso “bugiardo” difetta però di qualcosa:  sono i muscoli intorno agli occhi e alle sopracciglia, scoprì Duchenne, che si muovono soltanto se il sorriso è sincero e genuino. Provò quindi che il detto “ridere con gli occhi” era meno metaforico del previsto.

Nonostante i suoi metodi poco ortodossi, Duchenne rivoluzionò la conoscenza scientifica: è ricordato come uno dei più grandi medici del XIX Secolo e come il fondatore della neurologia. Se lo sapesse sua madre, come credete che sorriderebbe?

(Grazie, Marco!)

Il solletico

Cosa c’è di strano nel solletico? Lo proviamo fin da bambini, alle volte ci fa ridere, altre volte può darci francamente fastidio. Nulla di misterioso. E invece il solletico è uno degli aspetti più sorprendenti e meno compresi dell’esperienza umana.

Innanzitutto bisogna distinguere due tipi di solletico: la knismesi e la gargalesi. Dietro questi due termini esoterici si celano i due tipi di solletico che tutti noi conosciamo bene. La knismesi è quel tipo di solletico che avviene quando la pelle viene sfiorata appena; si avverte in qualsiasi parte del corpo, è un leggero senso di prurito e di attivazione nervosa, e può essere particolarmente eccitante dal punto di vista sessuale. La gargalesi, invece, è il solletico inflitto con una pressione maggiore, ed è localizzato solo in determinate aree del corpo – pianta dei piedi, ascelle, ventre, ecc. È quello, per intenderci, che ci fa ridere in modo incontrollato e ci fa contorcere nel tentativo di evitarlo.

Ora, la parte misteriosa è che non sappiamo a cosa serva, né come funzioni veramente il solletico. In parte sembra correlato alle vie nervose che si occupano del dolore, ma esistono alcuni casi di pazienti che pur non potendo avvertire dolore (a causa di danni alla spina dorsale) sentono benissimo il solletico. Attraverso quali vie si propaghi, quindi, e quale sia il suo effettivo valore evolutivo, è tutt’oggi materia di speculazione.

Ma le sorprese non finiscono qui. Anche in campo sessuale (e se seguite il nostro blog, ve lo potevate aspettare) il solletico è protagonista di un feticismo tutto suo. Il tickling, ovvero il provocare solletico al partner, spesso immobilizzato per impedirgli di sfuggire alla “tortura”, è una pratica piuttosto diffusa, tanto che in Giappone è considerata parte integrante ed essenziale dei preliminari.


Il tickling si pratica direttamente con le dita sul corpo del partner, legato con corde o cinture, oppure mediante l’uso di strumenti come piume, spazzole, forchette, penne a biro, spazzolini da denti, arnesi appuntiti, o altri oggetti adatti allo scopo. Viene considerato una forma lieve di tortura durante una seduta di bondage.

Quello che pochi sanno, però, è che il solletico nei secoli è stato usato effettivamente come una tortura vera e propria. In due momenti storici diversi fu legalizzato come una delle principali pene corporali. Nell’antica Cina veniva praticato mediante l’uso di aghi. Il famoso “supplizio cinese” consisteva nel punzecchiare la pianta del piede della vittima per ore ed ore. L’aguzzino era bravo nel provocare un misto di solletico e dolore, al quale la vittima stremata finiva per cedere. Questo tormento era riservato alle sole donne appartenenti alle “dinastie nobili”.

Nel Medioevo, in più stati europei venne istituita dall’Inquisizione la “tortura della capra”, riservata per lo più a donne accusate di stregoneria o di adulterio. Questo tormento consisteva nell’imprigionare alla gogna i piedi nudi della vittima, cospargerli “accuratamente” sotto le piante e tra le dita di un unto ricavato da una miscela di sale e lardo per poi lasciare libere due o più capre, tenute rigorosamente a digiuno da alcuni giorni, di leccarli voracemente nella parte sensibile. Anche qui i risultati erano scontati, la lingua ruvida lasciata agire per molto tempo seviziava atrocemente la vittima che quasi mai riusciva a resistere a tanto. Nei casi più gravi la capra veniva lasciata infierire fino a consumare lo strato della pelle, per far sì che dal solletico si passasse al dolore. Esistevano varianti coeve, che implicavano l’uso di cani e gatti e altri animali domestici, attratti dal miele cosparso sul corpo della vittima.

Il tickling ancora oggi viene praticato come forma di tortura in alcuni paesi. Anche se non palesemente dichiarato risulta presente nei metodi di tortura segnalati e portati a conoscenza da Amnesty International. Sono storicamente documentati due casi in cui il prolungato solletico ha portato alla morte le vittime, e almeno uno in cui la tortura ha causato la follia.

Un’ultima annotazione per i viaggiatori: nello stato della Virginia, negli USA, è illegale provocare solletico a una donna. Si rischiano denunce penali.

el periodo medievale, in più stati europei venne istituita dall’Inquisizione la “tortura della capra”, riservata per lo più a donne accusate di stregoneria o di adulterio. Questo tormento consisteva nell’imprigionare alla gogna i piedi nudi della vittima, cospargerli “accuratamente” sotto le piante e tra le dita di un unto ricavato da una miscela di sale e lardo per poi lasciare libere due o più capre, tenute rigorosamente a “digiuno” da alcuni giorni, di leccarli voracemente nella parte sensibile. Anche qui i risultati erano scontati, la lingua ruvida lasciata agire per molto tempo seviziava atrocemente la vittima che quasi mai riusciva a resistere a tanto, inoltre nei casi più gravi la capra veniva lasciata infierire fino a consumare lo strato della pelle, per far sì che dal solletico si passasse al dolore. Esistevano tuttavia, delle varianti coeve, meno conosciute ma più “redditizie” di questa tortura. La procedura consisteva nel denudare completamente la vittima e legarla in posizione di croce di Sant’Andrea su di una grande tavola in legno poggiata direttamente sul terreno. Qui gli “aguzzini” cospargevano i punti più sensibili (seni, ascelle, fianchi, genitali, addome, gambe, oltre ovviamente alle piante dei piedi) delle vittime con un nettare dolcissimo e del miele, poi liberavano e lasciavano che svariati “animali domestici” come pecore, capre, cani e gatti mordicchiassero e leccassero voracemente le parti evidenziate. I risultati si ottenevano dopo pochi minuti, le vittime sottoposte e straziate da un solletico “insopportabile”, perdevano totalmente l’autocontrollo e si arrendevano subito. Talvolta i torturatori eccedevano non ritirando gli animali che persistevano nella loro attività…. per punire maggiormente i malcapitati/e che, tendevano letteralmente ad “impazzire” esposti ad una tale sollecitazione.

Anatomie fantastiche

Walmor Corrêa è un artista brasiliano che dipinge tavole anatomiche di esseri immaginari di sua invenzione. Le tavole, dagli splendidi colori, si rifanno alle vere illustrazioni dei libri di biologia, e spesso descrivono dettagliatamente l’anatomia interna di questi ibridi fantasiosi. Ondine, mostri, commistioni di umano e animale sono dipinti come fossero stati ritratti durante una dissezione. Accurate descrizioni etologiche rendono conto dei particolari comportamenti di questi animali. Corrêa ha anche creato diorami, orologi a cucù e carillon a partire da scheletri animali modificati. Se volete conoscere l’anatomia di una sirena, Corrêa è l’uomo giusto a cui chiederlo.

Il sito ufficiale di Walmor Corrêa.

La macchina umana

Basata sulle splendide illustrazioni di Fritz Kahn, risalenti al 1927, che raffiguravano il corpo umano come una grande fabbrica industriale, questa animazione del 2009 ad opera di  Henning M. Lederer è davvero affascinante, e illustra ironicamente i principali sistemi (nervoso, respiratorio, circolatorio, digestivo) e come tutti siano correlati l’uno all’altro in un complesso equilibrio:

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Scoperto su Dark Roasted Blend.