Un buco allo stomaco

canada-cenario

Il Canada, all’inizio dell’800, era una terra più selvaggia e incontaminata di quanto non lo sia ancora oggi. La Francia napoleonica aveva ormai definitivamente rinunciato alle sue colonie in Nord America, lasciandole in mano all’Impero Britannico; il governo coloniale inglese aveva dunque cominciato a regolamentare il commercio di pelli in Basso Canada, uno dei mercati all’epoca più lucrativi. Quelli che un tempo erano chiamati coureur des bois – contrabbandieri che intrattenevano dei rapporti con le tribù di Nativi Americani, dalle quali acquistavano le pellicce di castoro – vennero messi in regola, e assunsero il più rispettabile nome di voyageur. I voyageur si muovevano in team, e conducevano le grandi canoe-cargo lungo i fiumi del Canada, trasportandole via terra qualora incontrassero rapide o cascate; il lavoro era pesante, ma anche ricco di avventura e pericolo, tanto che i voyageur avevano un loro esclusivo bagaglio di leggende e canzoni.

St_Martin_Alexis_67
Uno di questi “viaggiatori” si chiamava Alexis Bidagan, detto St. Martin.
Nato nel 1802 a Berthier (per inciso, la stessa piccola cittadina che quasi 150 dopo avrebbe visto crescere il pilota Villeneuve), Alexis era canadese di terza generazione. Suo nonno proveniva da Bayonne nei Pirenei, suo padre si chiamava Joseph Pierre Bidagan e sua madre Marie Des Agnes Angelique Guibeau. Un suo fratello omonimo era nato nel 1794, ma era morto a pochi anni di età. Queste sono le sole informazioni biografiche che abbiamo di lui, a partire dal suo certificato di nascita.
Povero, senza un’istruzione, Alexis St. Martin (come si faceva chiamare) batteva foreste, fiumi e laghi della provincia del Quebec per conto della American Fur Company: ma il suo nome sarebbe rimasto completamente sepolto nelle pieghe della storia, se non fosse stato per quel fatidico incidente occorso il 6 giugno del 1822.

Quella mattina Alexis si trovava all’interno di un negozio sull’isola Mackinac, nel bel mezzo dello Huron, uno dei passaggi strategici nella regione dei Grandi Laghi per il commercio di pelli. A meno di un metro da lui stava in piedi un uomo che imbracciava un fucile caricato per la caccia alle anatre. Accidentalmente, il moschetto fece fuoco e la scarica di pallini colpì Alexis in pieno fianco. I proiettili gli strapparono i muscoli, alcune parti di costole andarono in frantumi, e l’imbottitura della sua giacca e i pezzi di vestiti vennero sparati dentro al suo corpo. Mentre si accasciava con la giacca in fiamme, gli astanti che cercarono di prestargli soccorso capirono immediatamente che per lui non c’erano più speranze.

William_Beaumont_painting
Dal vicino fortino dell’Esercito Americano venne chiamato di gran carriera il medico militare, Dr. William Beaumont, che arrivò sulla scena a pochi minuti dall’incidente. Quello che gli si parò davanti era davvero un caso disperato. Dopo aver rimosso i brandelli di vestiti, pulito la carne e spuntato in maniera più regolare i bordi della ferita, il medico esaminò meglio il danno causato:

La ferita era stata ricevuta appena sotto il seno sinistro e aveva, in quel momento, tutto l’aspetto d’essere mortale. Un larga parte del fianco era esplosa, le costole erano fratturate e vi erano aperture nelle cavità del petto e dell’addome, attraverso le quali protundevano porzioni di polmoni e stomaco, di molto lacerati e bruciati, rendendo il caso terribilmente disperato. Il diaframma era lacerato e una perforazione si era aperta direttamente nella cavità dello stomaco, attraverso cui scivolava fuori il cibo della colazione.

Dopo aver tamponato la ferita e somministrato un catartico al paziente, il medico confidò ad uno dei presenti: “quest’uomo non sopravvivrà trentasei ore; verrò a visitarlo ogni tanto“. Ma Alexis St. Martin, è il caso di dirlo, aveva la pelle più dura di quanto ci si sarebbe potuti aspettare.

Nei diciassette giorni successivi, qualsiasi cibo ingerisse per bocca usciva subito dall’apertura nel suo stomaco. Così il Dr. Beaumont lo alimentò con clisteri nutritivi, finché St. Martin non cominciò a riprendersi lentamente; gli intestini ricominciarono la loro regolare attività, e la quarta settimana Alexis iniziò a mangiare normalmente.
Durante la quinta settimana, successe qualcosa di davvero particolare: il foro nello stomaco di St. Martin e il foro nella pelle del fianco aderirono e si fusero assieme, creando una fistola gastrica permanente grande più o meno come una moneta. Certo, lo stomaco era in questo modo sempre aperto verso l’esterno; ma almeno il cibo non sarebbe scivolato fra un buco e l’altro, finendo per perdersi nella cavità addominale con conseguenze facilmente immaginabili. In questo modo, “tappando” con garze e bendaggi la fistola, la digestione del paziente poteva svolgersi in maniera naturale.

alexiswound

Engraving_by_Dr_William_Beaumont

1b600fc8819ac88312fab4cbafa0f2ae

Ovviamente il ricovero fu lungo e difficoltoso. Tre mesi dopo, Beaumont stava ancora estraendo pallini di piombo dagli ascessi intorno alla ferita, rimuovendo pezzi instabili di costole e cartilagini. Dopo dieci mesi, nonostante le sue condizioni migliorassero, St. Martin era ancora messo piuttosto male, e non essendo in grado di lavorare le autorità locali decisero che sarebbe stato rispedito nella sua terra natale. Ma Beaumont sapeva che Alexis non avrebbe retto il lungo viaggio, e lo accolse in casa sua, continuando a curarlo.

Passarono quasi due anni dall’incidente quando, nell’aprile del 1824, Beaumont riuscì a far entrare St. Martin nell’Esercito Americano come suo impiegato. Alexis si dedicò quindi ad ogni tipo di lavoro in casa, dalle pulizie, al lavoro nei campi, al tagliare la legna; si era ristabilito talmente bene che, a parte il bendaggio sullo stomaco, che doveva tenere costantemente pulito, non si lamentò mai una sola volta per il dolore o la fatica.

Se fino ad ora il Dr. Beaumont vi è sembrato un uomo gentile e premuroso – cosa che probabilmente sarà anche stata vera – da questo momento in poi il suo rapporto con il paziente prende una piega che ai nostri occhi moderni è certamente poco piacevole; ma occorre ricordare che stiamo parlando della prima metà dell’800, quando la professione medica non aveva gli stessi standard etici di oggi. Così, invece di suturare la fistola del povero e ignorante trasportatore di pellame ormai completamente ristabilitosi, e lasciarlo andare per la sua strada, il Dr. Beaumont cominciò a vedere in lui un’opportunità scientifica unica.

Questo caso permette in maniera eccellente di sperimentare sui fluidi gastrici, e il processo della digestione. Non causerebbe dolore, né provocherebbe il minimo fastidio, l’estrarre un campione di fluido ogni due o tre giorni, dacché frequentemente e in maniera spontanea esce in considerevoli quantità; e si potrebbero introdurre varie sostanze digeribili nello stomaco, ed esaminarle facilmente durante l’intero processo di digestione. Potrei, dunque, essere in grado di svolgere alcuni interessanti esperimenti al riguardo.

Corbis-BE060798

Nel 1825 Beaumont diede inizio agli esperimenti sullo stomaco che continueranno, a fasi alterne, fino al 1833. Il dottore inseriva pezzi di cibo direttamente attraverso la fistola, per poi estrarli tramite un filo al quale erano stati legati in precedenza; nonostante i buoni propositi del medico, le sue manipolazioni non erano prive di effetti collaterali e in alcuni casi provocavano nella “cavia umana” reazioni decisamente poco piacevoli – nausea, difficoltà respiratorie, vertigini, offuscamento della vista, se non dei veri e propri dolori lancinanti.
Così non c’è da sorprendersi che il paziente, per tre volte nel corso di quegli otto anni, decidesse di interrompere gli esperimenti nonostante le proteste di Beaumont, e tornasse a casa dalla moglie Marie e dai figli. Salvo scoprirsi, poco dopo, talmente povero da dover accondiscendere nuovamente alle pressanti richieste del ricercatore.

Beaumont2

Dal 1833 in poi, i rapporti fra i due si guastarono. St. Martin si stabilì in Quebec, e per i vent’anni successivi Beaumont cercherà disperatamente di farlo tornare da lui per riprendere gli esperimenti.
Dalla loro corrispondenza, emerge un rapporto emblematico della relazione che c’era all’epoca fra medico e paziente: Beaumont appare totalmente ossessionato dal buco nello stomaco di St. Martin, intollerante del fatto che un reietto della società possa rifiutarsi di contribuire al progresso scientifico, quando dovrebbe sentirsi onorato anche solo della compagnia di un esimio dottore; dall’altra St. Martin, nelle lettere dettate al suo parroco e inviate a Beaumont, rivela certamente rispetto e riconoscenza per il benefattore, ma anche la necessità di far fronte alle preoccupazioni materiali della sua famiglia, versante nella povertà più assoluta. Ma le richieste di Alexis di poter portare la moglie e i figli con sé (a spese del medico) non vennero ascoltate.
Fra le insistenze di Beaumont e le controproposte di St. Martin, i due uomini non troveranno mai un accordo, e non si vedranno più.

Nel frattempo, però, il Dr. William Beaumont pubblicò nel 1833 il suo Experiments and Observations on the Gastric Juice, and the Physiology of Digestion, un testo dall’importanza fondamentale per la comprensione dei processi digestivi, e le cui tabelle dietetiche rimarranno in uso per quasi un secolo. I suoi 240 esperimenti sullo stomaco di St. Martin provarono come la digestione fosse inconfutabilmente un processo chimico – un argomento su cui si discuteva da sempre.
Considerato oggi, nonostante tutto, un vero e proprio pioniere della fisiologia, Beaumont morì nell’aprile del 1853 a causa delle ferite riportate un mese prima, scivolando su alcuni gradini ricoperti di ghiaccio.

A quel punto cominciò forse la fase più triste della vita di Alexis St. Martin. Senza un soldo e dipendente dall’alcol, egli accettò l’invito di un ciarlatano che si faceva chiamare “Dr. Bunting” per un tour di più di dieci città negli Stati Uniti, esponendo il suo straordinario buco nello stomaco per racimolare un po’ di soldi. I medici che assistettero ad alcune tappe del tour conclusero che Bunting era tutto fuorché un dottore, e che l’ormai sessantenne St. Martin che esibiva il suo stomaco perforato era soltanto un povero ubriaco. L’attenzione della stampa fece rizzare le orecchie perfino al celeberrimo imprenditore circense P.T. Barnum, ma Alexis non venne mai ingaggiato.

St_Martin_Alexis
St. Martin si ritirò definitivamente a St. Thomas de Joliette, Quebec, e qui morì il 24 giugno 1880. Alla messa per il suo funerale, la bara restò fuori dalla chiesa, per il troppo odore: la famiglia aveva infatti lasciato che il corpo si decomponesse in maniera irreparabile, di modo che i ladri di cadaveri non trafugassero le spoglie per portarle in segreto alla comunità medica. Dal giorno in cui Alexis era morto, la famiglia aveva dovuto subire le pressioni dei numerosi medici impazienti di poter eseguire un’autopsia, o di conservare il favoloso “stomaco a tre buchi” in un museo. Per ulteriore sicurezza, la bara venne posta ad otto piedi di profondità nel camposanto, invece che ai regolari sei piedi.

Alexis & Marie

A ottant’anni dalla morte di Alexis St. Martin, la Società di Fisiologia Canadese gli pagò un commovente tributo postumo con una solenne cerimonia, rintracciando i suoi eredi e infine la sua tomba, su cui oggi è visibile una targa dedicata all’uomo che “attraverso la sua afflizione, servì l’umanità intera“.

Camera obscura

Abbiamo già parlato della stenoscopia nel post relativo alle straordinarie macchine fotografiche di Wayne Martin Belger. Affrontiamo di nuovo l’argomento perché si tratta della base fisica che ha dato i natali ad arti quali la fotografia e il cinema, e perché la costruzione in proprio di primitive macchine fotografiche sta godendo di nuova vita. Sempre più sono quegli artisti e fotografi che cercano un punto di vista differente e, tornando alle origini, cercano nuovi mezzi espressivi e di ricerca visiva.

Tutta la fotografia si basa sul concetto di “camera oscura”. Non si tratta, come pensano alcuni, di quella stanzetta illuminata di rosso – tante volte vista nei film –  in cui i fotografi sviluppano le loro pellicole come novelli alchimisti. La camera oscura era in origine una vera e propria stanza che aveva un piccolo foro in una delle pareti, e nessun’altra fonte di luce. In questa stanza i pittori e i primi fotografi si ritiravano per lavorare alle loro opere. Infatti la luce del mondo esterno, entrando dal foro sul muro e attraversando il buio andava a proiettarsi, di molto ingrandita, sulla parete opposta. Chiaramente, l’immagine risultava capovolta e ben poco nitida, ma il procedimento aveva qualcosa di misterioso e magico che attirò gli studiosi della visione.

Infatti, come avrete intuito, la camera oscura ricorda molto da vicino il nostro stesso occhio, che altro non è se non un globo forato da una parte nel quale la luce penetra e si proietta capovolta sulla parete opposta alla pupilla, per essere poi percepita dal nervo ottico. (Curiosità etimologica: la pupilla, cioè il foro all’interno dell’iride, significa esattamente piccola pupa, bambolina; questo è dovuto al fatto che se guardate negli occhi qualcuno, all’interno della sua pupilla nera potete vedere una versione miniaturizzata di voi stessi, la vostra “bambolina”, appunto.) Fatto sta che il principio della camera oscura, reso con il tempo più piccolo e maneggevole di un’intera stanza, è tutt’oggi quello che fa funzionare macchine da presa e fotocamere (sempre per restare nell’etimologia, ecco spiegato perché le macchine fotografiche si chiamano “camere”).

Il rinnovato interesse per la fotografia stenoscopica, ossia praticata in questo rudimentale modo, ha fatto sì che molti amatori si costruiscano le loro macchine fotografiche stenopeiche, alcune anche molto fantasiose. Il blog Frankenphotography raccoglie molti esempi di questa nuova verve creativa. Di particolare interesse sono le macchine fotografiche di Francesco Capponi, che è riuscito a ricavare delle vere e proprie camere oscure da oggetti sempre più piccoli, come un cilindro da prestigiatore, un pezzo degli scacchi, un origami, una noce, o un pinolo:

Sempre lo stesso blog contiene un video decisamente affascinante su un moderno e improvvisato esempio di camera oscura:

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=_qrG5jWZOPE]

Abelardo Morrell scatta le sue fotografie con questo metodo, talvolta riuscendo a capovolgere l’immagine (così da farla ritornare “dritta”) mediante l’uso di un sistema di specchi.

Il metodo ha vantaggi e svantaggi. Difficile è calcolare con precisione il tempo necessario per impressionare la pellicola attraverso un foro stenopeico, ma si parla anche di alcune ore. Il foro, inoltre, se non accuratamente forgiato, può dare luogo a fenomeni di diffrazione; per diminuirli occorrerebbe ridurre il diametro del foro, aumentando però così i tempi di esposizione. Le immagini comunque non saranno mai nitide e precise.

Dall’altro canto, la profondità di campo è illimitata (perché non si utilizzano lenti) e gli stessi difetti (sfocatura, approssimazione ed evanescenza dell’immagine) possono essere utilizzati come scelta espressiva. Le fotografie così ottenute sono infatti imprevedibili, evocative e fragili al tempo stesso, e hanno un sapore antico che le moderne macchine digitali riescono a riprodurre soltanto dopo un lungo lavoro di post-produzione.

Ringraziamo Frankenphotography per le immagini.

Auto trapanazione

Fino a dove sareste disposti ad arrivare, pur di “ampliare la vostra coscienza”? Potreste scegliere la strada più lunga, la meditazione, lo yoga, lo zazen e via dicendo. Oppure potreste decidere di prendere la “scorciatoia” delle sostanze psicoattive, e cercare di “liberare la mente” attraverso lo yage o i funghetti mescalinici, o l’acido lisergico. Ma arrivereste mai al punto di prendere il vostro fido trapano Black&Decker a percussione, puntarvelo alla fronte e praticare un bel foro nel cranio, dal quale si possa vedere la dura mater che ricopre il cervello?

La trapanazione è stata praticata fin dal Neolitico. Era una pratica relativamente comune, con la quale si cercava di far “uscire” gli spiriti maligni dalla testa del malato. Secondo alcune interpretazioni dei dipinti rupestri, pare che i nostri antenati fossero convinti che praticare un foro nel cranio potesse curare da emicranie, epilessia o disordini mentali. L’intervento, popolare nelle aree germaniche durante il Medio Evo, sembra inoltre aver avuto un’alta percentuale di sopravvivenza – a giudicare dai bordi soffici dei fori sui teschi ritrovati, le ferite stavano cominciando a guarire:  sette persone su otto si riprendevano dall’operazione.

Flashforward al 1964. I tre protagonisti di questa storia si chiamano Bart, Amanda e Joseph.

Bart Huges, un giovane olandese che non aveva mai potuto finire gli studi di medicina per via del suo uso di stupefacenti, pubblica un incartamento underground intitolato Il meccanismo del Volume del Sangue al Cervello, conosciuto anche come Homo Sapiens Correctus. In questo piccolo, psichedelico saggio Huges parla di come il cervello del bambino sia così ricettivo perché le ossa del cranio sono elastiche e la fontanella alla cima della testa permette al cervello di “respirare”, ossia di sostenere la pressione del sangue proveniente dal cuore con una sua propria “pulsazione”. Crescendo, però, la fontanella si salda e le ossa si solidificano. Il nostro cervello rimane così rinchiuso in una vera e propria prigione. Praticando un foro nel cranio, si allenta la pressione del cervello e lo si libera, dandogli uno sfogo per “respirare” e rendendo possibile una sorta di sballo permanente, oltre che un ampliamento della coscienza senza precedenti. Bart Huges praticò su se stesso la trapanazione, l’anno successivo, nel 1965. L’operazione durò 45 minuti, ma per togliere il sangue dai muri occorsero 4 ore.

Con le sue bende che coprivano l’impressionante foro, praticato all’altezza del terzo occhio, Bart Huges divenne il guru della trapanazione, auspicando che tutti gli ospedali la praticassero gratuitamente, e arrivando a opinare che in un futuro non troppo lontano il buco in testa venisse praticato a tutti, a una certa età, per creare un’umanità evoluta e sensitiva.

Ora, penserete, in un mondo normale nessuno darebbe credito a un guru di questo tipo, e soprattutto alle sue fantasticherie pseudoscientifiche. Ma questo non è un mondo normale, e men che meno lo era quello dei favolosi Sixties, in cui la liberazione della mente era uno degli scopi principali dell’esistenza, assieme al libero amore e alla musica rock. Huges cominciò con il farsi un adepto, Joseph Mellen, un hippie piuttosto fatto che però ebbe il merito di fargli conoscere Amanda Feilding. Fra i due scoccò subito la scintilla della passione. Bart e Amanda convinsero il povero Joseph a trapanarsi – ma se Bart aveva usato un trapano elettrico, Joseph avrebbe dovuto usare un trapano a mano, “per convincere le autorità che anche le popolazioni del terzo mondo avrebbero potuto godere della tecnica”. Joseph, che aveva forse poca personalità ma di certo molta buona volontà, provò a bucarsi la testa con quel trapano, senza riuscirvi, forse anche a causa della quantità impressionante di LSD che si era calato per “calmare i nervi”.

Mellen ci riprovò per altre quattro volte, nell’arco dei quattro anni successivi, talvolta assistito da Amanda (che aveva nel frattempo lasciato Bart, e si era sposata con lui). Una volta, ancora strafatto di LSD, si era trapanato fino a svenire ed essere ricoverato d’urgenza. Un’altra volta aveva sentito “un sacco di bolle corrermi dentro la testa”, ma visto che l’estasi prevista non arrivava, aveva concluso che  il buco praticato doveva per forza essere troppo piccolo. Un’altra volta si ruppe il trapano, Joseph dovette interrompere l’operazione a metà, andare a chiedere a un vicino di riparargli l’utensile, e poi riprendere il “lavoro”. Infine, dopo tanti tentativi tragicomici, Mellen riuscì ad ottenere il suo bel buco, e il più grande e potente sballo della sua vita (a suo dire). Amanda, imparando dagli errori del marito, decise tre mesi dopo di tentare anche lei.

Filmata da Joseph, la sua fu un’operazione sopraffina, e divenne ben presto un filmato d’arte underground che ancora oggi pochi hanno avuto la fortuna (?) di vedere: Heartbeat In The Brain (1970). Il filmato, esplicito e duro, ebbe una certa eco negli ambienti artistici nei quali la Feilding era conosciuta.

Amanda Feilding è sempre stata più ambigua sul risultato della sua auto trapanazione; ha continuato a sostenerne gli effetti benefici con strenua convinzione, ma ha anche spesso sottolineato la “soggettività” delle sue posizioni. (A onor del vero, bisogna sottolineare che nessuno di questi ferventi fautori della trapanazione ha mai sostenuto l’auto trapanazione: vi sono arrivati dopo che nessun chirurgo si era prestato a soddisfare le loro richieste).

Dopo vent’otto anni assieme e due figli, Mellen e Fielding si separarono. Risposati, ognuno di loro convinse il rispettivo nuovo coniuge a farsi trapanare. In tutto, le persone trapanate al mondo dovrebbero essere circa una ventina. Fino a qualche anno fa era attiva anche una Church Of Trepanation, con sede in Messico, che proponeva per un modico prezzo una trapanazione operata da un chirurgo messicano compiacente. Oggi si è trasformata in un più sobrio Gruppo per la Trapanazione, con un sito ad appoggio delle teorie in favore di questa pratica.

Per saperne di più:

Trapanazione su Wikipedia (inglese) – Intervista-racconto ad Amanda Feilding – il documentario A Hole in The Head

Il buco in faccia

Ecco un anziano signore che (probabilmente come effetto postumo di un’asportazione chirurgica) è rimasto con un impressionante foro al posto dell’occhio sinistro; il buco rende possibile vedere perfino il nervo ottico.

E, se ve lo state chiedendo, sì, è ancora in grado di farsi una doccia.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=P_IU86I_L9k]