Link, curiosità & meraviglie assortite – V

Ecco un pacco regalo di strani spunti e suggerimenti di lettura che dovrebbe tenervi impegnati fino a Natale.

  • Vi ricorderete dell’amica Caitlin Doughty, fondatrice dell’Ordine della Buona Morte nonché autrice del best-seller Smoke Gets in Your Eyes. In passato l’avevo intervistata, avevo scritto un pezzo per l’Ordine, ed ero perfino volato a incontrarla a Philadelphia nel corso di tre giorni di conferenze.
    Caitlin è anche celebre per i suoi video ironici sulla cultura della morte. L’ultimo episodio è dedicato a una storia che, se seguite Bizzarro Bazar, vi è senza dubbio familiare: quella della “Suicida Punita” di Padova, divulgata per la prima volta nel mio libro Sua Maestà Anatomica.
    Con il consueto stile dissacrante, Caitlin riesce a far passare la domanda a mio avviso fondamentale: ha senso giudicare un simile episodio secondo l’etica contemporanea, o è meglio concentrarci su quello che ci racconta riguardo alla nostra storia e all’evoluzione della sensibilità nei confronti della morte?

  • Nel 1966 l’oceano portò sulle rive inglesi una misteriosa scatola: conteneva spade, candelabri, tonache rosse, e tutta una serie di simboli esoterici legati al mondo dell’occultismo. Qual era la funzione di quegli oggetti, e perché erano stati affidati alle onde?
  • E già che ci siamo, ecco una foto autoptica degli anni ’20, forse scattata in Belgio. Che le pipe fossero una strategia per proteggersi dagli odori?
    (Vista qui, grazie di nuovo Claudia!)

  • Sta per uscire un nuovo libro fotografico sull’evoluzione delle specie, che si preannuncia sontuoso. Le magnifiche fotografie di Robert Clark hanno però anche un sottofondo inquietante: “Alcuni scienziati che studiano l’evoluzione in tempo reale sono convinti che potremmo essere nel bel mezzo della sesta estinzione mondiale di massa, un imbuto di morte in slow-motion che lascerà il pianeta con una piccola frazione della sua attuale biodiversità. Una ragione per cui nessuno è in grado di prevedere come finirà — e chi sopravviverà — è che, per molti versi, la nostra stessa comprensione dell’evoluzione sta continuando ad evolversi“.
  • Ma non scoraggiatevi troppo per la fine del mondo: potrebbe essere tutta un’immensa illusione.
    Certo, l’idea è vecchia: i grandi messaggi spirituali, mitologici o artistici in fondo ci ripetono da millenni di non fidarci troppo dei nostri sensi, ci suggeriscono che c’è qualcosa di più oltre la realtà. Eppure fino ad ora nessuno aveva provato a dimostrarlo matematicamente. Fino ad ora.
    Un professore di scienze cognitive dell’Università della California ha elaborato un intrigante modello che sta facendo scalpore: la sua ipotesi è che la nostra percezione non abbia proprio nulla a che vedere con il mondo così com’è, là fuori; cioè che il nostro filtro sensoriale si sia evoluto non per restituirci un’immagine realistica delle cose, ma vantaggiosa. Qui un articolo sull’Atlantic, e qui un podcast in cui il prof fa seraficamente a pezzi tutto ciò che pensiamo di sapere sul mondo.
  • Tutte chiacchiere? E se vi dicessi che gli alieni ultra-evoluti potrebbero essere già tra di noi — senza nemmeno il bisogno di un corpo concreto, ma sotto forma di leggi della fisica?

Altre idee brillanti: la Goodyear nel 1961 sviluppò questi copertoni luminosi.

  • Il Blog of Wonders di Mariano Tomatis è praticamente il gemello meno morboso, ma più magico, di Bizzarro Bazar. Si può passare le giornate a scavare negli archivi, e riemergerne sempre con qualche pepita che ci era sfuggita le altre volte: a me per esempio è successo con questo post sul segreto “razzismo” di chi crede che i Maya siano arrivati dallo spazio. Giacobbo, take this.
  • Nei manoscritti medievali compaiono spesso degli omini oltremodo sfortunati, che avevano la funzione di illustrare tutte le ferite possibili e immaginabili. Ecco un articolo sulla storia e l’evoluzione di questa strana e un po’ fantozziana figura.

  • Guardare delle vernici colorate che si muovono nel latte? Non suona molto attraente, finché non vi prendete quattro minuti di pausa e vi lasciate ipnotizzare da Memories of Painting, di Thomas Blanchard.

  • Mi ricollego ancora alla fallacia dei sensi con alcune immagini dell’Aspidochelone (detto anche Zaratan), uno degli animali fantastici per cui stravedevo da bambino. L’idea di un mostro marino così grande da essere scambiato per un isola, e sul cui dorso cresce addirittura la vegetazione, ha avuto gran fortuna da Plinio alla letteratura moderna:

‘Un bel posto per gettare l’ancora, diceva. Un bel posto per un falò, diceva.’

  • Ma la vera sorpresa è scoprire che lo Zaratan esiste sul serio, sebbene in miniatura:

  • Saddam Hussein, poco dopo il sessantesimo compleanno, si fece togliere 27 litri di sangue che venne usato per calligrafare una versione del Corano di 600 pagine.
    Un manoscritto scomodo, tanto che ora le autorità non sanno bene cosa farsene.
  • Due segnalazioni natalizie, in caso voleste rendere i vostri addobbi un po’ più minacciosi: 1) un set di palline per l’albero decorate con le facce di celebri serial killer, nell’ordine: Charles Manson, Ted Bundy, Jeffrey DahmerEd Gein e H. H. Holmes; 2) un Babbo Natale omicida. Fate capire ai vostri ospiti che le festività vi stressano, e che potrebbero scatenare in voi impulsi incontrollati. Se volete acquistare questi simpatici oggettini, di raffinatissimo gusto, cliccate sull’immagine per aprire il relativo negozio Etsy.  Non c’è di che.

  • Infine, se siete a corto di idee per i regali di Natale, e vi vedete proprio costretti a ripiegare sul solito libro, almeno fate in modo che non sia il solito libro. Ecco quattro esempi puramente casuali…
    Buone feste e alla prossima!

(Click sull’immagine per accedere al bookshop)

Link, curiosità & meraviglie assortite – IV

Essendo assorbito dai lavori dell’Accademia dell’Incanto, appena avviati, mi perdonerete se ripiego su una nuova raccolta di stranezze, sempre e comunque di prima scelta.

  • Vi ricordate il mio articolo sulle mummie affumicate? Ulla Lohmann ha documentato per la prima volta il processo di mummificazione di un anziano del villaggio, che la fotografa aveva conosciuto quand’era ancora in vita. La storia della rispettosa ostinazione con cui la Lohmann è riuscita a farsi accettare dalla tribù, e le spettacolari fotografie che ha scattato, sono su National Geographic.

  • Pire collettive che bruciavano per giorni e giorni appestando l’aria, denti strappati ai caduti per costruire le dentiere dei vivi, ossa usate come fertilizzante: benvenuti nel feroce mondo di chi doveva pulire i campi di battaglia durante le guerre napoleoniche. (Scoperto via Prismo)
  • A tre miglia dalla costa di Miami c’è un vero cimitero sottomarino. Certo, non saranno molti i parenti che prenderanno lezioni di scuba diving per venirvi a porgere un ultimo saluto; ma in compenso la vostra tomba si ricoprirà di bellissimi coralli.

  • Avreste mai immaginato di veder comparire su queste pagine Giancarlo Magalli? L’episodio di cui il presentatore è stato recentemente protagonista è però un brillante esempio di memento mori come forza sovversiva: in questo caso, la spettacolare irruzione è avvenuta proprio in uno dei tanti momenti di televisione anestetica — quella che conforta e ottunde con il miraggio della vincita, del premio che arriva senza fatica, della cuccagna distribuita a casaccio da una sorte benigna. La sconfitta è ironica e definitiva: “l’orologio a questo punto mi sembra inutile…
    (Grazie, Silvia!)

  • Come essere sicuri che un morto sia veramente morto? Nell’800 la questione era tutto fuorché scontata. Ecco perché c’era chi aveva l’ingrato compito di tirare la lingua ai cadaveri, chi provava a infilarsi le dita della salma nelle orecchie, e chi ai corpi stesi nell’obitorio somministrava dei clisteri di tabacco… soffiando attraverso un tubo.
  • E se i Monty Python, nella loro canzone dei filosofi che descrive i giganti del pensiero come alcolizzati terminali, fossero andati vicini alla verità? Un interessante long read sulla relazione fra la filosofia occidentale e l’uso delle sostanze psicotrope.
  • Per chi non l’avesse ancora vista, c’è una crudele radiografia che disintegra il mantra autoconsolatorio ho-solo-le-ossa-grosse.

  • L’uomo sbarcherà su Marte, presto o tardi. Presto, probabilmente. Ma oltre alla vita, sul Pianeta Rosso porteremo anche un’altra novità: la morte. Cosa succede a un cadavere nell’atmosfera marziana, in assenza di insetti, saprofaghi e batteri? Dovremmo seppellirlo, cremarlo o compostarlo? Se l’è chiesto Sarah Laskow su AtlasObscura.
  • Per finire, ecco una splendida serie di foto intitolata Wilder Mann. Attraversando in lungo e in largo l’Europa, il fotografo francese Charles Fréger ha documentato decine di maschere rurali. Inquietanti e suggestive, queste figure pagane sopravvivono al passare del tempo, e da secoli continuano ad annunciare ogni anno l’arrivo dell’inverno.

Yamanaka Manabu

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Dove ci sono uomini
troverai mosche
e Buddha
(Kobayashi Issa)

Chiunque percorra un autentico cammino spirituale dovrà confrontarsi con il lato oscuro, osceno, terribile della vita. Questo è il sottinteso della parabola agiografica che vede il Buddha, Siddhartha Gautama, uscire di nascosto dal suo idilliaco palazzo reale e scoprire con meraviglia e angoscia l’esistenza del dolore (dukkha), che accomuna tutti gli esseri viventi.

Il fotografo giapponese Yamanaka Manabu da 25 anni esplora territori liminali o ritenuti tabù, alla ricerca della scintilla divina. Il suo intento, nonostante la crudezza degli scatti, non è certo quello di provocare un facile shock: piuttosto, lo sforzo che si può leggere nelle sue opere è tutto incentrato sulla scoperta della trascendenza anche in ciò che normalmente, e superficialmente, potrebbe provocare ripugnanza.

Gyahtei: Yamanaka Manabu Photographs è la collezione dei suoi lavori, organizzati in sei serie di fotografie. I sei capitoli si concentrano su altrettanti soggetti “non allineati”, rimossi, reietti, ignorati: sono dedicati rispettivamente a bambini di strada, senzatetto, persone affette da malattie che provocano deformità, anziani, feti abortiti, e carcasse di animali.

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L’approccio di Manabu è ammirevolmente rigoroso e rispettoso. Le sue non sono foto sensazionalistiche, né ambigue, e ambiscono invece a catturare degli attimi in cui il Buddha risplende attraverso questi corpi sbagliati, emarginati, rifiutati. Con la tipica essenzialità della declinazione giapponese del buddhismo (zen), i soggetti sono perlopiù ritratti su sfondo bianco – e il bianco è il colore del lutto, in Giappone, e sottile riferimento all’impermanenza. Sono foto rarefatte ed essenziali, che lasciano al nostro sguardo il compito di cercare un significato, se mai riusciremo a trovarlo.

Ogni serie di fotografie ha necessitato di 4 o 5 anni di lavoro per vedere la luce. Quella intitolata “Arakan” è emblematica: “Una mattina, incontrai una persona vestita di stracci che camminando lentamente emetteva un odore pungente. Aveva lo sguardo fisso verso un posto lontano, occhi raminghi e fuori fuoco. Cominciai di mattino presto, in bicicletta, cercandoli fra strade affollate e parchi pubblici. Appena li trovavo, chiedevo loro “Per favore, lasciatemi scattare una foto”. Ma non acconsentivano a farsi ritrarre così facilmente. L’idea li disgustava, e io li inseguivo e continuavo a chiedere il permesso ancora e ancora. Ho continuato a seguirli senza curarmi dei loro sputi e dei loro pugni, finché la pazienza veniva meno. Allora finalmente mi concedevano di fotografarli“.
Dopo 4 anni di ricerche, e centinaia di foto, Manabu ha selezionato 16 scatti che a suo parere mostrano degli esseri al confine fra l’umano e la condizione di Risveglio. “Sono sicuro che queste persone meritano di essere chiamate Arakan, titolo riservato a colui il quale recide i legami della carne ed è assiduo nel praticare l’austerità“.

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Nella sua sincera indagine sul significato dell’esistenza non poteva mancare la contemplazione della morte. Il suo racconto della ricognizione su una carcassa di cane illustra perfettamente il processo che sottende il suo lavoro.

Nel mio tentativo di comprendere la “morte”, ho deciso di guardare il corpo morto di un cane regolarmente, sulla costa. 

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    – L’ho accarezzato sulla testa, domandandomi se la sua vita fosse stata felice.

Giorno 2
– La sua faccia sembrava triste. Ho sentito l’odore diventare più forte.

Giorno 5
– Molti corvi si sono assiepati sul posto, a beccare i suoi occhi e il suo ano.

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Giorno 7
Il suo corpo era gonfio, e sangue e pus ne uscivano. Nuvole di mosche su di lui, e l’odore divenne terribile.

Giorno 10
– La bocca era infestata di larve, e il corpo si era gonfiato del doppio. Quando ho toccato il corpo, era caldo. Pensando che il corpo avesse in qualche modo ripreso vita, mi sentii ispirato e giunsi le mani verso di esso.

Giorno 12
– La pelle dell’addome si era lacerata, e molte larve erano visibili all’interno. Mi sentii deluso quando scoprii che il calore era causato dallo sfregamento degli insetti. Pensai che la “morte” è brutta e dolorosa.

Giorno 15
– Si poteva vedere l’osso da una parte della pelle strappata della faccia. Il corpo divenne sottile come quello di una mummia. L’odore divenne meno penetrante. Il corpo morto sembrava bello come un’immagine di creta, e scattai alcune fotografie.

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Giorno 24
– Le larve erano scomparse, e la testa, gli arti e il corpo erano completamente smembrati. Sembrava che nessuna creatura avrebbe potuto mangiarne ancora. In effetti di fronte a questa scena sentii che il cane era veramente morto.

Giorno 32
– Soltanto piccoli pezzi di osso bianco sono rimasti, e sembrano sprofondare nella terra.

Giorno 49
– L’erba nuova è cresciuta sul posto, e l’esistenza del cane è scomparsa.

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Ma forse la sua serie più toccante è quella intitolata “Jyoudo” (la casa del Bodhisattva).
Qui siamo confrontati con il volto più crudele della malattia – sindromi genetiche o rare, alle quali alcuni esseri umani sono destinati fin dalla nascita. Senza mai cedere alla tentazione del dettaglio fastidioso, Manabu colleziona degli scatti al contrario pietosi e commoventi, volutamente asciutti. Qui la condizione umana e la sua insensatezza trovano un perfetto compimento: uomini e donne segnati dalla disgrazia, “forse per via di cattive azioni nelle vite passate, o soltanto perché sono pateticamente sfortunati“.

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Il confronto con queste estreme situazioni di malattia è, come sempre in Manabu, molto umano. “In una casa di riposo ho incontrato una giovane ragazza. Non era altro che pelle e ossa, a stento capace di respirare mentre stava distesa. Perché è nata così, e che insegnamento dovremmo trarre da un simile fatto? Per capire il significato della sua esistenza, non potevo fare altro che fotografarla.
Persone che gradualmente diventano più piccole mentre il loro corpo esaurisce tutta l’acqua, persone i cui corpi si putrefanno mentre la loro pelle si stacca e le loro fattezze diventano rosse e gonfie, persone le cui teste pian piano si espandono a causa dell’acqua che si raccoglie all’interno, persone con piedi e mani assurdamente grandi, e via dicendo. Ho incontrato e fotografato molti individui simili, che vivono con malattie inspiegabili, senza speranza di cura. Eppure, perfino in questo stato, quando li guardavo senza farmi vincere dalla paura, vedevo quanto le loro vite fossero veramente naturali. Cominciai a sentire la presenza di Bodhisattva all’interno dei loro corpi. Queste persone erano l’ “Incarnazione del Bodhisattva”, i figli di Dio.

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Quando un artista, un fotografo in questo caso, decide di esplorare programmaticamente tutto ciò che in questo mondo è terribile e ancora in attesa di significato, il confronto con la vecchiaia è inevitabile. D’altronde i quattro dolori riconosciuti dal Buddha, in quella famosa e improvvisata uscita da palazzo, sono proprio la nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte. Quindi i corpi nudi di persone anziane, in attesa del sacrificio ultimo, rappresentano la naturale prosecuzione della ricerca di Manabu. Pelle avvizzita e segnata dal tempo, anime splendenti anche se piegate dal peso degli anni.

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E infine ecco la serie dedicata ai feti abortiti o nati morti. “Per una ragione imperscrutabile, non ogni vita è benvenuta in questo mondo. Eppure per uno sfuggente attimo questo piccolo embrione, a cui è stata negata l’ammissione prima ancora che lanciasse il suo primo grido, ha sollecitato in me un’immagine eterna della sua perfetta bellezza.”

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Quelle di Yamanaka Manabu sono visioni difficili, dure, sconcertanti; forse non siamo più abituati a un’arte che non si fermi alla superficie, che non si nasconda dietro il manierismo o lo sfoggio del “bello”. E qui, invece, siamo di fronte a una vera e propria meditazione sul non-bello (ovvero asubha, ne avevamo parlato in questo articolo).
Nell’apparente semplicità della composizione queste opere ci parlano di una ricerca di verità, di senso, che è senza tempo e senza confini. Fotografie che si interrogano sull’esistenza del dolore. E che cercano di catturare quell’attimo in cui, attraverso e oltre il velo della sofferenza, si può intravvedere l’infinito.

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Ecco il sito ufficiale di Yamanaka Manabu.

De profundis, mostra e booksigning

Keep The World Weird

Fra pochi giorni sarà finalmente disponibile il secondo volume della Collana Bizzarro Bazar. Intitolato De profundis, il libro esplora le suggestioni del Cimitero delle Fontanelle di Napoli portando il lettore faccia a faccia con le “capuzzelle” e il loro significato simbolico grazie alle fotografie di Carlo Vannini.

Logos Edizioni in collaborazione con Ateliers ViaDueGobbiTre, nell’ambito della manifestazione internazionale Fotografia Europea, ha organizzato una mostra fotografica che presenterà in esposizione i migliori scatti dei primi due volumi della Collana. All’evento, intitolato Keep The World Weird, ovviamente sarà presente anche il vostro affezionato Bizzarro Bazar, che aprirà le danze parlando della “meraviglia nera” e del suo potere sovversivo. L’appuntamento è per venerdì 15 maggio alle ore 19, presso l’atelier Laura Cadelo Bertrand in Via Due Gobbi, Reggio Emilia.

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Per i due giorni successivi, sabato 16 maggio e domenica 17 maggio, mi troverete intento a firmare e dedicare le copie di De profundis al Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo stand Logos. E per la gioia di grandi e piccini sarà anche possibile impadronirsi di un profluvio di golosi gadget (shopper, spille, magneti, cartoline, e chi più ne ha più ne metta); tutti accessori imprescindibili per ostentare con classe il vostro orgoglio weird!

Gadget

Per eventuali ulteriori aggiornamenti, ricordo che ora esiste anche la nostra pagina Facebook.

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Il primo libro di Bizzarro Bazar!

Nel tradizionale post di capodanno, avevamo preannunciato che nel 2014 ci sarebbe stata una grossa novità… eccola infatti: Bizzarro Bazar approda finalmente nelle librerie, e non con un libro, ma con un’intera collana!

Il progetto parte dalla casa editrice Logos, e si propone di esplorare le meraviglie nascoste d’Italia attraverso una serie di volumi monografici.
“Meraviglie”: a chi segua anche saltuariamente questo blog non sarà sfuggito che l’accezione del termine che ci interessa maggiormente è quella etimologica, mirabilia, vale a dire tutte quelle cose strabilianti che destano stupore e curiosità. L’Italia, in questo senso, è un’immensa wunderkammer straripante di luoghi e collezioni incredibili. In linea con l’orientamento editoriale di Bizzarro Bazar, e con la speranza di stimolare la riflessione sul patrimonio antropologico e culturale italiano, esploreremo il lato forse meno celebrato e meno conosciuto della nostra Penisola, alla ricerca dell’incanto.

In questo viaggio saranno centrali le fotografie di Carlo Vannini, artista sul quale è bene spendere qualche parola. Fotografo d’arte fra i più rinomati, Carlo ha aderito con entusiasmo al progetto, conscio che la bellezza non risiede esclusivamente nella proporzione delle forme di stampo classico: più che impreziosirne le pagine, le sue fotografie saranno il vero punto focale dei volumi della collana. Nessuno come lui sa portare alla luce (visto che con essa egli dipinge le sue fotografie) i dettagli che al nostro occhio rimarrebbero inosservati. Così, le sue foto si propongono al lettore come una vera e propria guida alla visione.

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Questo primo volume della collana, intitolato La veglia eterna, è dedicato alle Catacombe dei Cappuccini di Palermo. Certamente non un luogo nascosto e sconosciuto, ma un imprescindibile punto di partenza per parlare delle meraviglie “alternative” d’Italia.

Le Catacombe dei Cappuccini ospitano la più grande collezione di mummie artificiali e naturali del mondo. Il libro ripercorre la storia di questo luogo unico che da sempre ha affascinato poeti e intellettuali, analizza la sua rilevanza antropologica e tanatologica, oltre a svelare le tecniche e i processi attraverso i quali i Frati riuscivano a preservare perfettamente i corpi.

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Dalla cartella stampa:

Il lettore viene accompagnato a scendere i gradini che conducono alle catacombe e, oltrepassato il cancello, eccole: le mummie. Riposano in piedi nelle nicchie bianche, nei loro antichi abiti, e assomigliano a una versione macabra delle vecchie foto in bianco e nero, in cui uomini con grandi baffi e donne con grandi sottane se ne stavano in posa, impalati come manichini. Tra queste spicca la piccola Rosalia, dolcemente adagiata nella sua minuscola bara: il suo volto è sereno, la pelle appare morbida e distesa, e le lunghe ciocche di capelli biondi raccolte in un fiocco giallo le donano un’incredibile sensazione di vita. Se Rosalia Lombardo è stata imbalsamata, come altri corpi presenti nelle Catacombe, la maggior parte delle salme ha invece subìto un processo di mummificazione naturale – vale a dire senza che fossero eliminati viscere e cervello oppure iniettati particolari liquidi conservanti. La mummificazione è una tradizione antichissima in Europa, che in Sicilia ha preso particolarmente piede, e le Catacombe di Palermo rimangono l’espressione più straordinaria di questa tradizione, in ragione del numero di corpi conservati al loro interno (1252 corpi e 600 bare in legno, alcune delle quali vuote, secondo un censimento del 2011). Pagina dopo pagina, il libro si offre come una guida storica e storico-artistica alla più grande collezione di mummie spontanee e artificiali al mondo.

Quello che troverete nel volume è: la storia delle Catacombe, di come siano arrivate a diventare un sito ineguagliato per il numero di mummie presenti al suo interno; la precisa descrizione dei metodi di conservazione (tanatometamorfosi) utilizzati dai Frati per preservare i corpi; vari e curiosi aneddoti sul rapporto dei Palermitani con la morte; l’influenza esercitata dalle Catacombe sulla letteratura; una disamina scrupolosa del contesto antropologico all’interno del quale è stato possibile creare un simile luogo, nonché delle sue implicazioni etiche, religiose e filosofiche.

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Il libro è frutto di mesi di lavoro intenso, e dell’entusiasmo di tutte le professionalità coinvolte nella sua realizzazione. Senza esagerare, stimiamo in particolare che le fotografie di Carlo Vannini siano assolutamente inedite, e che mai nella storia di questo straordinario cimitero qualcuno abbia realizzato degli scatti altrettanto significativi.

L’uscita del volume è programmata per la metà di ottobre: potete però prenotare la vostra copia, scontata del 15% sul prezzo di copertina, a questo indirizzo.

Ecco un booktrailer che vi saprà introdurre, meglio di mille parole, alla magia del libro.

[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=eyca5dF98r8]

Per prenotare il libro: Logos Edizioni.
Il sito di Carlo Vannini.

Slow Life

Slow Life è un ipnotico e spettacolare video realizzato da Daniel Stoupin, specializzato in macrofotografia, e ci mostra le meraviglie della barriera corallina come non le abbiamo mai viste.

Il filmato si concentra proprio su quelle specie viventi (coralli e spugne) i cui movimenti sono troppo lenti per essere percepiti da un osservatore umano; con la tecnica del time lapse, però, il mondo subacqueo “prende vita” magicamente, come un pulsante panorama alieno. Nelle parole dell’autore:

Gli organismi viventi più importanti, che giocano un ruolo chiave nella biosfera, possono non sembrare particolarmente eccitanti per quanto riguarda il movimento. Piante, funghi, spugne, coralli, plankton e microorganismi rendono possibile la vita sulla Terra e svolgono tutto il lavoro biochimico fondamentale. Proprio come tutte le altre forme di vita, sono dinamici, mobili e fondamentalmente hanno le stesse proprietà motorie che abbiamo noi. Crescono, si riproducono, si moltiplicano, si muovono verso le fonti di energia, e lontano dalle condizioni sfavorevoli. Eppure, la loro velocità sembra essere fuori sincrono con la nostra limitata percezione. Il nostro cervello è equipaggiato per comprendere e seguire eventi veloci e dinamici, specialmente quei pochi che accadono a velocità simili alla nostra. In un mondo di predatori scattanti e prede in fuga, eventi in cui possono volerci minuti, ore, o giorni per notare un cambiamento sono più difficili da cogliere.

Il lavoro compiuto da Stoupin è impressionante soprattutto se si pensa che la macrofotografia ha normalmente il limite di una ristrettissima profondità di campo; è possibile, cioè, mettere a fuoco soltanto una piccola parte del soggetto ripreso. Per questo motivo ogni singolo fotogramma di Slow Life è in realtà composto da una quantità variabile fra i 3 e i 12 scatti diversi, in seguito fusi in un’unica immagine in modo da ottenere una maggiore profondità di campo. È facile comprendere l’enorme mole di lavoro che comporta l’utilizzo di questa tecnica, chiamata focus stacking, se applicata ai 25 fotogrammi necessari a completare un solo secondo di video.

Il time lapse rivela un mondo interamente differente, pieno di movimenti ipnotici, e la mia idea era di rendere la vita della barriera corallina più spettacolare e quindi più vicina alla nostra consapevolezza. Avevo un progetto molto più ambizioso in mente. Ma dopo molti mesi passati ad elaborare centinaia di migliaia di foto e a cercare di catturare vari elementi del comportamento delle spugne e dei coralli, ho compreso che devo fare un passo alla volta. Per ora, la clip si concentra soltanto sulla bellezza dei “paesaggi” microscopici sulla barriera. I pattern e i colori di questo tipo di fauna, sotto la lente, non assomigliano in nulla agli ambienti terrestri.

Ecco lo straordinario blog fotografico di Daniel Stoupin.

Il volto del dolore

All’inizio del secolo scorso la medicina stava entrando nella sua età più matura e progredita; eppure, come abbiamo spesso notato (vedi ad esempio i metodi per aprire una bocca descritti in questo articolo), la pratica terapeutica mancava ancora della doverosa attenzione per il paziente e per la sua sofferenza.

Nei primi anni ’30 il Dr. Hans Killian, uno dei più conosciuti anestesiologi e chirurghi tedeschi, sentì che era tempo di cambiare l’attitudine dei medici nei confronti del dolore. Secondo il Dr. Killian, non soltanto ne avrebbero beneficiato i pazienti in quanto esseri umani, con una propria dignità e sensibilità, ma perfino la pratica medica: riconoscere i sintomi della sofferenza, infatti, avrebbe dovuto essere parte integrante dell’anamnesi clinica. Come esporre la questione in maniera scientifica e al tempo stesso incisiva?

Il Dr. Killian era appassionato di arte e fotografia, ma fino ad allora aveva tenuto ben separati i suoi interessi estetici dalla professione medica. Il suo primo libro di fotografie, intitolato Farfalla, mostrava suggestive immagini delle farfalle che lui stesso allevava, e venne pubblicato sotto pseudonimo, per non mettere a repentaglio la “serietà” del suo status di chirurgo. Questa volta, però, la posta in gioco era troppo alta per non rischiare. Così il Dr. Killian decise di pubblicare a suo nome (anche a discapito della sua carriera) il progetto che più gli stava a cuore, e che avrebbe contribuito a cambiare il rapporto medico-paziente.

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Il suo controverso libro, pubblicato nel 1934, si intitolava Facies Dolorosa: Das schmerzensreiche Antlitz (“l’aspetto del dolore”). Si trattava di 64 fotografie di bambini, uomini e donne di ogni età, ricoverati all’ospedale dell’Università di Freiburg in cui egli stesso esercitava come chirurgo. I soggetti dei ritratti erano suoi pazienti, alcuni dei quali terminali, fotografati nei loro letti.

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Sfogliando il volume, si avvertiva subito un’evidente (e feconda) ambiguità. Da una parte, la raccolta poteva essere interpretata come testo prettamente medico, un’osservazione empirica relativa al primo stadio di ogni diagnosi, cioè l’esame esterno del paziente: in questo senso, il libro aveva lo scopo di illustrare e catalogare tutti i diversi modi in cui la malattia può manifestarsi sul volto, influenzandone l’espressione. Veniva per esempio mostrata la facies tragica dei malati di ipertiroidismo, in cui la retrazione spastica della palpebra superiore causa una peculiare mimica con “occhi sbarrati”, assieme a diversi altri tipi di “maschera” che indicano specifici disturbi.

 

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Ma la forza del suo libro, il Dr. Killian ne era ben conscio, non stava nella cornice scientifica – che era anzi poco più che un alibi. Molte delle sue fotografie, infatti, non mostravano affatto i segni evidenti della malattia, bensì si focalizzavano sull’ansia, la tristezza e lo sconforto infinito veicolato dagli sguardi dei pazienti. Con la sua Rolleiflex, Killian si prefissava di catturare gli effetti della malattia sull’umore di quelle persone, il loro stato psicologico, la loro essenza umana sotto la fatica e la debilitazione.

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Al di là dei dati statistici e misurabili, Killian era alla ricerca di ciò che definiva das Unwägbare, “l’imponderabile”: a suo dire, infatti, ogni diagnosi si affidava anche a una sorta di istinto suggerito dall’esperienza, una fulminea “impressione” che il medico aveva guardando il paziente durante la prima visita. Certo, le analisi in laboratorio avevano il loro peso, ma per Killian l’arte medica viveva innanzitutto di questo genere di intuito.

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L’opera del Dr. Killian è tutta racchiusa in questa duplicità, in questa tensione fra la solidità apparente della presentazione scientifica e la dimensione emotiva della sofferenza. Paradossalmente le fotografie di Facies Dolorosa, nonostante non mostrino morbi o deformità particolarmente scioccanti, colpiscono in maniera ancora più profonda l’osservatore: in luogo dell’asetticità che ci si aspetterebbe da un atlante medico, propongono una visione partecipe dello sconforto e del dolore dei soggetti rappresentati. Talvolta i malati guardano in macchina, talvolta il loro sguardo sembra perdersi oltre l’obbiettivo, in una commovente contemplazione della propria condizione. I pochi e spogli dettagli, oltre al volto, concentrano tutta l’attenzione sul corpo, divenuto una gabbia penosa e desolata.
Che l’empatia fosse ciò che davvero interessava a Killian risulta evidente nei due casi in cui l’intimità dell’obbiettivo si spinge fino a fotografare il soggetto prima e dopo la morte.

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Il libro ebbe probabilmente un ruolo fondamentale nell’evoluzione del rapporto medico-paziente; oltre a questo, Facies Dolorosa scavalcò coraggiosamente i confini tra scienza ed arte in un periodo in cui queste due discipline erano largamente considerate contrapposte. La sua aura di poetica umanità colpisce anche oggi, tanto che l’esperto di storia della fotografia Martin Parr lo ha definito “forse il più melanconico di tutti i libri fotografici”.

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Necromance

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Los Angeles, California. I turisti, come sempre, cercano le star su Sunset Boulevard, ridiventano bambini nei parchi di attrazioni degli studios, oppure sognano di essere soccorsi da Pamela Anderson sulle immense spiagge di Santa Monica.

Ma nel cuore dell’assolata metropoli, fra le boutique e i locali notturni della celeberrima Melrose Avenue (e a un paio di isolati dalla Melrose Place della soap opera), sorge una piccola bottega che offre un tipo di shopping un po’ più particolare.

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Si tratta di Necromance, negozio aperto nel 1991, specializzato in esemplari naturalistici e in un vasto assortimento di stranezze. Certo non si tratta di un paradiso come possono essere Obscura di New York o il nostro ex-Nautilus (ora reincarnatosi nell’Obsoleto Store di Modena), e i più snob storceranno il naso vedendo che le giovani proprietarie non fanno segreto della loro inclinazione goth. Ma il mondo è bello perché è vario, e quando si incontrano esercizi simili andrebbero sempre salutati con entusiasmo.

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Necromance è composto di due stanze a tema distinto, tanto che per un periodo il negozio è stato fisicamente diviso in due; la prima sala è quella dedicata alle collezioni naturalistiche. Vi potete trovare conchiglie, teschi e ossa di ogni tipo di animale, scheletri posati, innumerevoli insetti, stampe e illustrazioni, esemplari imbalsamati e preparazioni in liquido.

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Gli esemplari conservati sotto glicerina e preparati con il metodo clearing and staining sono ottenuti grazie a bagni enzimatici che rendono la carne traslucida; la struttura ossea è quindi colorata in rosso e le cartilagini in blu, in modo da consentirne uno studio approfondito (Nota: se volete divertirvi a giocare al piccolo chimico, qui trovate le istruzioni per rendere un pesce trasparente).

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In questa sezione trovano posto anche molti materiali “a consumo”: cassette piene di ossicini più o meno grandi, piume e penne, zampe di alligatore o di pollo, code e teste di serpenti a sonagli, e via dicendo. Più che servire per qualche rito voodoo, è chiaro che si tratta di rifornimenti per artisti, stilisti fai-da-te e altri clienti interessati a decorare i propri abiti o la propria casa con fantasie macabre.

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La seconda stanza del negozio, invece, è dedicata ad altri tipi di collezionismo e di esigenze di mercato. Qui troverete anticaglie di ogni tipo, strumenti medici, fotografie di epoca vittoriana, addobbi funerari, cartoline originali dei freakshow, vecchie macchine fotografiche. Uno scuro armadio svetta in un angolo, colmo di repliche in resina di teschi umani. È anche la stanza dedicata alla gioielleria, tutta ovviamente a tema gotico; alcuni degli ornamenti in esposizione contengono autentiche parti di animali, come i pendagli con testa di pipistrello, gli orecchini con osso di pene di visone, o le spille con feto di topo. È fin troppo facile il sospetto che Necromance sopravviva proprio grazie al commercio di questo tipo di bigiotteria, piuttosto che con i pezzi più “seri” come ad esempio i calchi anatomici in gesso di fine ‘800.

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Nonostante un negozio simile non possa certo vantare la popolarità dei suoi concorrenti su Melrose Avenue che vendono scintillanti abiti alla moda, riesce comunque a mantenere i prezzi notevolmente bassi per il genere di oggetti da collezione che propone, e senza dubbio questo è il suo maggiore punto di forza.

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Ecco il sito ufficiale di Necromance.

Scimmie di strada

Nella capitale dell’Indonesia, Giacarta, il sovraffollamento urbano estremizza la povertà. Così, per sopravvivere, molti sono costretti ad inventarsi qualche nuovo modo per attirare l’attenzione. Quando il fotografo finlandese Perttu Saska ha visto cosa succedeva agli angoli di ogni strada, ha deciso di documentarlo in una serie intitolata A Kind of You (“Una specie di te”).

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Queste scimmie vengono esibite ai semafori o nei vicoli, vestite di tutto punto e costrette ad indossare delle teste di bambola che donano loro un inquietante aspetto “quasi” umano. Sono ammaestrate per chiedere l’elemosina, e talvolta inscenano dei patetici siparietti in cui pedalano su una piccola bici, o si truccano guardandosi in uno specchio.

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Ovviamente, il fenomeno delle topeng monyet (“scimmie mascherate”) non è certo un bello spettacolo: le varie associazioni animaliste stanno battendosi per salvare i circa 350 macachi che vengono sfruttati, sottonutriti, spesso maltrattati e rinchiusi la sera all’interno di minuscole gabbie, in condizioni igieniche che potete immaginare. I primi buoni risultati sono arrivati, come riferisce questo articolo (in inglese).

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Ma le fotografie di Saska ci interrogano non tanto (o non soltanto) sulla crudeltà verso gli animali. Le scimmiette legate per il collo, con i vestiti sporchi e stracciati, con quelle teste di bambola recuperate in una discarica, sembrano una versione grottesca e trasfigurata dei loro stessi proprietari: povera gente strozzata dalle catene della miseria, che vive di espedienti perché non resta altro da fare. È giusto e sacrosanto salvare le scimmie; difficile dire come riuscirà a salvarsi chi sta dall’altro capo del guinzaglio.

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È questo che ci turba nel lavoro di Saska: che stiamo davvero guardando uno specchio, “una specie di noi stessi”.

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Ecco il sito ufficiale di Perttu Saska.

(Grazie, Stefano!)

La bambina nella scatola

Dietro ogni cosa bella
c’è stato qualche tipo di dolore.
(Bob Dylan, Not Dark Yet)

La storia di Irina Ionesco e di sua figlia Eva suscita scandalo da quarant’anni, ed è certamente un caso unico nel panorama dell’arte contemporanea per le implicazioni etiche e morali che lo accompagnano.

Irina Ionesco, nata a Parigi da padre violinista e madre trapezista, viene abbandonata all’età di quattro anni. Spedita in Romania, paese da cui provenivano i genitori, Irina viene cresciuta dalla nonna e dagli zii nell’ambiente del circo. Nonostante sognasse di diventare ballerina, a causa del suo fisico asciutto ed elastico verrà indirizzata verso l’antica arte del contorsionismo. Dai 15 ai 22 anni gira l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente con il circo; durante il suo spettacolo si esibisce con due serpenti boa, e più tardi dichiarerà: “ero diventata schiava di quei serpenti, e alla fine ne ho avuto abbastanza”.

Durante una convalescenza a causa di un incidente di danza a Damasco, Irina comincia a disegnare e a dipingere; abbandonato il circo, viaggia per qualche anno con un ricco giocatore d’azzardo iraniano che la copre di gioielli e abiti lussuosi, prima di studiare arte a Parigi. Poi, ecco da una parte l’incontro fortuito con la fotografia (l’artista belga Corneille le regala una reflex nel 1964), e con gli scritti sulfurei e trasgressivi di Georges Bataille dall’altra.

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Le sue fotografie, che inizialmente ritraggono amiche e amici agghindati con gli abiti che Irina aveva nel suo stesso guardaroba e fotografati al lume di candela, conoscono un immediato successo fin dalla prima esposizione. Già da questi primi scatti sono evidenti quegli elementi che attraverseranno tutta l’opera della fotografa: l’erotismo feticistico, i costumi di scena ricercati e barocchi, le pose teatrali, le collane di perle, e i dettagli gotici (teschi, corredi funebri, composizioni floreali).

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Ma le fotografie davvero controverse di Irina Ionesco non sono queste. Dal 1969 in poi, Irina decide di fotografare sua figlia Eva, di appena 4 anni, nei medesimi contesti in cui fotografa le modelle adulte. Cioè nuda, in pose da femme fatale, e agghindata soltanto con quegli accessori che avrebbero dovuto renderla un’icona dell’erotismo.

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Siamo negli anni ’70, un’epoca in cui i tabù sessuali sembrano cadere ad uno ad uno, e chiaramente il lavoro di Irina si iscrive in questo contesto storico specifico; ciononostante le foto creano un grosso scandalo – che ovviamente porta fama e successo alla fotografa. La critica discute animatamente se si tratti di arte o di pornografia, e anzi per qualcuno le fotografie proiettano un’ombra ancora più inquietante, quella dell’istigazione alla pedofilia.

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ion2Ma in tutto questo, cosa prova la piccola Eva Ionesco? È in grado, data la sua tenera età, di comprendere appieno ciò che le sta accadendo?

Mia madre mi ha fatto posare per foto al limite della pornografia fin dall’età di 4 anni. Tre volte a settimana, per dieci anni. Ed era un ricatto: se non posavo, non avevo diritto ad avere dei bei vestiti nuovi. E soprattutto non potevo vedere mia mamma. Mia madre non mi ha mai allevata; il nostro unico rapporto, erano le foto.

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Eva Ionesco diviene ben presto una piccola star: nell’ottobre del 1976, all’età di 11 anni, viene pubblicato un servizio su di lei sul numero italiano di Playboy. È la più giovane modella mai apparsa nuda sulle pagine della rivista. Seguono alcuni ingaggi come attrice (il primo nell’Inquilino del Terzo Piano di Polanski), fra i quali spicca il suo ruolo nel film “maledetto” di Pier Giuseppe Murgia, Maladolescenza, del 1977. Il film racconta la scoperta, da parte di tre adolescenti, della sessualità e degli istinti crudeli ad essa collegati, in un ambiente naturale e privo di sovrastrutture (in un chiaro riferimento al Signore delle Mosche); le due attrici protagoniste di 11 anni e il loro compagno di 17, nel film sono impegnati in scene di sesso simulato e mostrati mentre si dedicano a torture reciproche e contro gli animali. Il film non manca di una sua poesia, per quanto efferata e disturbante, ma nei decenni successivi viene ritirato, censurato, rieditato e infine condannato definitivamente per pedopornografia nel 2010 da una corte olandese.

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Da tutta questa serie di attività di modella a sfondo erotico, decise e volute dalla madre, Eva riuscirà a liberarsi proprio nel 1977, quando Irina perde l’affidamento della figlia. Eppure l’ombra di quelle fotografie perseguita Eva ancora oggi. E se madre e figlia non hanno mai avuto un vero rapporto, per anni si sono parlate soltanto per interposti avvocati.

Non vuole rendermi le stampe e i negativi. Continua a vendere un numero enorme di quelle fotografie. In Giappone si trova ancora un sacco di roba, libri, CD erotici. La gente crede che Irina Ionesco significhi soltanto foto vintage con una piccola principessa che viene spogliata. Ma io me ne frego dei reggicalze! Bisogna dire le cose come stanno: voglio far proibire le foto in cui mi si vedono il sesso e l’ano.

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I processi giudiziari, per mezzo dei quali Eva ha cercato di riappropriarsi dei propri diritti e di farsi riconsegnare dalla madre gli scatti più espliciti, hanno avuto un amaro epilogo nel 2012: il tribunale le ha riconosciuto soltanto parte delle richieste, e ha condannato Irina a versare 10.000 euro di danni e interessi per sfruttamento dell’immagine e della vita privata della figlia. Ma le foto sono ancora di proprietà della madre.

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Nel 2010 Eva ha cercato di liberarsi dei fantasmi della sua infanzia curando la regia di My Little Princess, un film in parte autobiografico in cui il personaggio della madre è affidato all’interpretazione di Isabelle Huppert e quello della bambina a una sorprendente Anamaria Vartolomei. Nel film, l’arte fotografica è vista come un’attività senza dubbio pericolosa:

Isabelle Huppert carica la macchina fotografica come un’arma. L’immagine rinchiude, rende il personaggio muto. Fotografarmi, significava mettermi in una scatola: dirmi “sii bella e stai zitta”.

E in un’altra intervista, Eva rincara la dose:

Spogliare qualcuno, fotografarlo, rispogliarlo, rifotografarlo, non è violenza? Accompagnata da parole gentili, naturalmente: sei magnifica, sublime, meravigliosa, ti adoro. […] Volevo raccontare una persona senza coscienza né barriere, dispotica e narcisa. Una persona che non vede. Fotografa, ma non vede.

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Il valore artistico dell’opera di Irina Ionesco non è mai stato messo in discussione, nemmeno dalla figlia, che le riconosce un’incontestabile qualità di stile; sono le implicazioni etiche che fanno ancora discutere a distanza di decenni. Le fotografie della Ionesco ci interrogano sui rapporti fra l’arte e la vita in modo estremo e viscerale. Esistono infatti innumerevoli esempi di opere sublimi, la cui realizzazione da parte dell’artista ha comportato o implicato la sofferenza altrui; ma fino a dove è lecito spingersi?

Forse oggi ciò che rimane è una dicotomia fra due poli contrapposti: da una parte le splendide immagini, provocanti e sensuali proprio per il fatto che ci mettono a disagio, come dovrebbe sempre fare l’erotismo vero – un mondo immaginario, quello di Irina Ionesco, che secondo Mandiargues “appartiene a un ambito che non possiamo conoscere, se non attraverso la nostra fede in fragili ricordi”.
Dall’altra, la ben più prosaica e triste vicenda umana di una madre fredda, chiusa nel suo narcisismo, che rende sua figlia una bambina-manichino, oggetto di sofisticate fantasie barocche in un’età in cui forse la piccola avrebbe preferito giocare con i compagni (cosa che Irina le ha sempre proibito).

L’innegabile fascino delle fotografie della Ionesco sarà quindi per sempre incrinato da questo conflitto insanabile – la consapevolezza che dietro quegli scatti si nascondesse un abuso; eppure questo stesso conflitto le rende particolarmente inquietanti e ambigue, addirittura al di là delle intenzioni originali dell’autrice, in quanto stimolano nello spettatore emozioni contrastanti che poche altre opere erotiche sono in grado di veicolare.

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Irina compirà 78 anni a settembre, e continua ad esporre e a lavorare. Eva Ionesco oggi ha 48 anni, e un figlio: non è davvero sorprendente che non gli abbia mai scattato una foto.

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Le interviste a cui fa riferimento l’articolo sono consultabili qui e qui.