Il primo libro di Bizzarro Bazar!

Nel tradizionale post di capodanno, avevamo preannunciato che nel 2014 ci sarebbe stata una grossa novità… eccola infatti: Bizzarro Bazar approda finalmente nelle librerie, e non con un libro, ma con un’intera collana!

Il progetto parte dalla casa editrice Logos, e si propone di esplorare le meraviglie nascoste d’Italia attraverso una serie di volumi monografici.
“Meraviglie”: a chi segua anche saltuariamente questo blog non sarà sfuggito che l’accezione del termine che ci interessa maggiormente è quella etimologica, mirabilia, vale a dire tutte quelle cose strabilianti che destano stupore e curiosità. L’Italia, in questo senso, è un’immensa wunderkammer straripante di luoghi e collezioni incredibili. In linea con l’orientamento editoriale di Bizzarro Bazar, e con la speranza di stimolare la riflessione sul patrimonio antropologico e culturale italiano, esploreremo il lato forse meno celebrato e meno conosciuto della nostra Penisola, alla ricerca dell’incanto.

In questo viaggio saranno centrali le fotografie di Carlo Vannini, artista sul quale è bene spendere qualche parola. Fotografo d’arte fra i più rinomati, Carlo ha aderito con entusiasmo al progetto, conscio che la bellezza non risiede esclusivamente nella proporzione delle forme di stampo classico: più che impreziosirne le pagine, le sue fotografie saranno il vero punto focale dei volumi della collana. Nessuno come lui sa portare alla luce (visto che con essa egli dipinge le sue fotografie) i dettagli che al nostro occhio rimarrebbero inosservati. Così, le sue foto si propongono al lettore come una vera e propria guida alla visione.

Rosalia

Questo primo volume della collana, intitolato La veglia eterna, è dedicato alle Catacombe dei Cappuccini di Palermo. Certamente non un luogo nascosto e sconosciuto, ma un imprescindibile punto di partenza per parlare delle meraviglie “alternative” d’Italia.

Le Catacombe dei Cappuccini ospitano la più grande collezione di mummie artificiali e naturali del mondo. Il libro ripercorre la storia di questo luogo unico che da sempre ha affascinato poeti e intellettuali, analizza la sua rilevanza antropologica e tanatologica, oltre a svelare le tecniche e i processi attraverso i quali i Frati riuscivano a preservare perfettamente i corpi.

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Dalla cartella stampa:

Il lettore viene accompagnato a scendere i gradini che conducono alle catacombe e, oltrepassato il cancello, eccole: le mummie. Riposano in piedi nelle nicchie bianche, nei loro antichi abiti, e assomigliano a una versione macabra delle vecchie foto in bianco e nero, in cui uomini con grandi baffi e donne con grandi sottane se ne stavano in posa, impalati come manichini. Tra queste spicca la piccola Rosalia, dolcemente adagiata nella sua minuscola bara: il suo volto è sereno, la pelle appare morbida e distesa, e le lunghe ciocche di capelli biondi raccolte in un fiocco giallo le donano un’incredibile sensazione di vita. Se Rosalia Lombardo è stata imbalsamata, come altri corpi presenti nelle Catacombe, la maggior parte delle salme ha invece subìto un processo di mummificazione naturale – vale a dire senza che fossero eliminati viscere e cervello oppure iniettati particolari liquidi conservanti. La mummificazione è una tradizione antichissima in Europa, che in Sicilia ha preso particolarmente piede, e le Catacombe di Palermo rimangono l’espressione più straordinaria di questa tradizione, in ragione del numero di corpi conservati al loro interno (1252 corpi e 600 bare in legno, alcune delle quali vuote, secondo un censimento del 2011). Pagina dopo pagina, il libro si offre come una guida storica e storico-artistica alla più grande collezione di mummie spontanee e artificiali al mondo.

Quello che troverete nel volume è: la storia delle Catacombe, di come siano arrivate a diventare un sito ineguagliato per il numero di mummie presenti al suo interno; la precisa descrizione dei metodi di conservazione (tanatometamorfosi) utilizzati dai Frati per preservare i corpi; vari e curiosi aneddoti sul rapporto dei Palermitani con la morte; l’influenza esercitata dalle Catacombe sulla letteratura; una disamina scrupolosa del contesto antropologico all’interno del quale è stato possibile creare un simile luogo, nonché delle sue implicazioni etiche, religiose e filosofiche.

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Il libro è frutto di mesi di lavoro intenso, e dell’entusiasmo di tutte le professionalità coinvolte nella sua realizzazione. Senza esagerare, stimiamo in particolare che le fotografie di Carlo Vannini siano assolutamente inedite, e che mai nella storia di questo straordinario cimitero qualcuno abbia realizzato degli scatti altrettanto significativi.

L’uscita del volume è programmata per la metà di ottobre: potete però prenotare la vostra copia, scontata del 15% sul prezzo di copertina, a questo indirizzo.

Ecco un booktrailer che vi saprà introdurre, meglio di mille parole, alla magia del libro.

[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=eyca5dF98r8]

Per prenotare il libro: Logos Edizioni.
Il sito di Carlo Vannini.

Slow Life

Slow Life è un ipnotico e spettacolare video realizzato da Daniel Stoupin, specializzato in macrofotografia, e ci mostra le meraviglie della barriera corallina come non le abbiamo mai viste.

Il filmato si concentra proprio su quelle specie viventi (coralli e spugne) i cui movimenti sono troppo lenti per essere percepiti da un osservatore umano; con la tecnica del time lapse, però, il mondo subacqueo “prende vita” magicamente, come un pulsante panorama alieno. Nelle parole dell’autore:

Gli organismi viventi più importanti, che giocano un ruolo chiave nella biosfera, possono non sembrare particolarmente eccitanti per quanto riguarda il movimento. Piante, funghi, spugne, coralli, plankton e microorganismi rendono possibile la vita sulla Terra e svolgono tutto il lavoro biochimico fondamentale. Proprio come tutte le altre forme di vita, sono dinamici, mobili e fondamentalmente hanno le stesse proprietà motorie che abbiamo noi. Crescono, si riproducono, si moltiplicano, si muovono verso le fonti di energia, e lontano dalle condizioni sfavorevoli. Eppure, la loro velocità sembra essere fuori sincrono con la nostra limitata percezione. Il nostro cervello è equipaggiato per comprendere e seguire eventi veloci e dinamici, specialmente quei pochi che accadono a velocità simili alla nostra. In un mondo di predatori scattanti e prede in fuga, eventi in cui possono volerci minuti, ore, o giorni per notare un cambiamento sono più difficili da cogliere.

Il lavoro compiuto da Stoupin è impressionante soprattutto se si pensa che la macrofotografia ha normalmente il limite di una ristrettissima profondità di campo; è possibile, cioè, mettere a fuoco soltanto una piccola parte del soggetto ripreso. Per questo motivo ogni singolo fotogramma di Slow Life è in realtà composto da una quantità variabile fra i 3 e i 12 scatti diversi, in seguito fusi in un’unica immagine in modo da ottenere una maggiore profondità di campo. È facile comprendere l’enorme mole di lavoro che comporta l’utilizzo di questa tecnica, chiamata focus stacking, se applicata ai 25 fotogrammi necessari a completare un solo secondo di video.

Il time lapse rivela un mondo interamente differente, pieno di movimenti ipnotici, e la mia idea era di rendere la vita della barriera corallina più spettacolare e quindi più vicina alla nostra consapevolezza. Avevo un progetto molto più ambizioso in mente. Ma dopo molti mesi passati ad elaborare centinaia di migliaia di foto e a cercare di catturare vari elementi del comportamento delle spugne e dei coralli, ho compreso che devo fare un passo alla volta. Per ora, la clip si concentra soltanto sulla bellezza dei “paesaggi” microscopici sulla barriera. I pattern e i colori di questo tipo di fauna, sotto la lente, non assomigliano in nulla agli ambienti terrestri.

Ecco lo straordinario blog fotografico di Daniel Stoupin.

Il volto del dolore

All’inizio del secolo scorso la medicina stava entrando nella sua età più matura e progredita; eppure, come abbiamo spesso notato (vedi ad esempio i metodi per aprire una bocca descritti in questo articolo), la pratica terapeutica mancava ancora della doverosa attenzione per il paziente e per la sua sofferenza.

Nei primi anni ’30 il Dr. Hans Killian, uno dei più conosciuti anestesiologi e chirurghi tedeschi, sentì che era tempo di cambiare l’attitudine dei medici nei confronti del dolore. Secondo il Dr. Killian, non soltanto ne avrebbero beneficiato i pazienti in quanto esseri umani, con una propria dignità e sensibilità, ma perfino la pratica medica: riconoscere i sintomi della sofferenza, infatti, avrebbe dovuto essere parte integrante dell’anamnesi clinica. Come esporre la questione in maniera scientifica e al tempo stesso incisiva?

Il Dr. Killian era appassionato di arte e fotografia, ma fino ad allora aveva tenuto ben separati i suoi interessi estetici dalla professione medica. Il suo primo libro di fotografie, intitolato Farfalla, mostrava suggestive immagini delle farfalle che lui stesso allevava, e venne pubblicato sotto pseudonimo, per non mettere a repentaglio la “serietà” del suo status di chirurgo. Questa volta, però, la posta in gioco era troppo alta per non rischiare. Così il Dr. Killian decise di pubblicare a suo nome (anche a discapito della sua carriera) il progetto che più gli stava a cuore, e che avrebbe contribuito a cambiare il rapporto medico-paziente.

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Il suo controverso libro, pubblicato nel 1934, si intitolava Facies Dolorosa: Das schmerzensreiche Antlitz (“l’aspetto del dolore”). Si trattava di 64 fotografie di bambini, uomini e donne di ogni età, ricoverati all’ospedale dell’Università di Freiburg in cui egli stesso esercitava come chirurgo. I soggetti dei ritratti erano suoi pazienti, alcuni dei quali terminali, fotografati nei loro letti.

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Sfogliando il volume, si avvertiva subito un’evidente (e feconda) ambiguità. Da una parte, la raccolta poteva essere interpretata come testo prettamente medico, un’osservazione empirica relativa al primo stadio di ogni diagnosi, cioè l’esame esterno del paziente: in questo senso, il libro aveva lo scopo di illustrare e catalogare tutti i diversi modi in cui la malattia può manifestarsi sul volto, influenzandone l’espressione. Veniva per esempio mostrata la facies tragica dei malati di ipertiroidismo, in cui la retrazione spastica della palpebra superiore causa una peculiare mimica con “occhi sbarrati”, assieme a diversi altri tipi di “maschera” che indicano specifici disturbi.

 

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Ma la forza del suo libro, il Dr. Killian ne era ben conscio, non stava nella cornice scientifica – che era anzi poco più che un alibi. Molte delle sue fotografie, infatti, non mostravano affatto i segni evidenti della malattia, bensì si focalizzavano sull’ansia, la tristezza e lo sconforto infinito veicolato dagli sguardi dei pazienti. Con la sua Rolleiflex, Killian si prefissava di catturare gli effetti della malattia sull’umore di quelle persone, il loro stato psicologico, la loro essenza umana sotto la fatica e la debilitazione.

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Al di là dei dati statistici e misurabili, Killian era alla ricerca di ciò che definiva das Unwägbare, “l’imponderabile”: a suo dire, infatti, ogni diagnosi si affidava anche a una sorta di istinto suggerito dall’esperienza, una fulminea “impressione” che il medico aveva guardando il paziente durante la prima visita. Certo, le analisi in laboratorio avevano il loro peso, ma per Killian l’arte medica viveva innanzitutto di questo genere di intuito.

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L’opera del Dr. Killian è tutta racchiusa in questa duplicità, in questa tensione fra la solidità apparente della presentazione scientifica e la dimensione emotiva della sofferenza. Paradossalmente le fotografie di Facies Dolorosa, nonostante non mostrino morbi o deformità particolarmente scioccanti, colpiscono in maniera ancora più profonda l’osservatore: in luogo dell’asetticità che ci si aspetterebbe da un atlante medico, propongono una visione partecipe dello sconforto e del dolore dei soggetti rappresentati. Talvolta i malati guardano in macchina, talvolta il loro sguardo sembra perdersi oltre l’obbiettivo, in una commovente contemplazione della propria condizione. I pochi e spogli dettagli, oltre al volto, concentrano tutta l’attenzione sul corpo, divenuto una gabbia penosa e desolata.
Che l’empatia fosse ciò che davvero interessava a Killian risulta evidente nei due casi in cui l’intimità dell’obbiettivo si spinge fino a fotografare il soggetto prima e dopo la morte.

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Il libro ebbe probabilmente un ruolo fondamentale nell’evoluzione del rapporto medico-paziente; oltre a questo, Facies Dolorosa scavalcò coraggiosamente i confini tra scienza ed arte in un periodo in cui queste due discipline erano largamente considerate contrapposte. La sua aura di poetica umanità colpisce anche oggi, tanto che l’esperto di storia della fotografia Martin Parr lo ha definito “forse il più melanconico di tutti i libri fotografici”.

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Necromance

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Los Angeles, California. I turisti, come sempre, cercano le star su Sunset Boulevard, ridiventano bambini nei parchi di attrazioni degli studios, oppure sognano di essere soccorsi da Pamela Anderson sulle immense spiagge di Santa Monica.

Ma nel cuore dell’assolata metropoli, fra le boutique e i locali notturni della celeberrima Melrose Avenue (e a un paio di isolati dalla Melrose Place della soap opera), sorge una piccola bottega che offre un tipo di shopping un po’ più particolare.

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Si tratta di Necromance, negozio aperto nel 1991, specializzato in esemplari naturalistici e in un vasto assortimento di stranezze. Certo non si tratta di un paradiso come possono essere Obscura di New York o il nostro ex-Nautilus (ora reincarnatosi nell’Obsoleto Store di Modena), e i più snob storceranno il naso vedendo che le giovani proprietarie non fanno segreto della loro inclinazione goth. Ma il mondo è bello perché è vario, e quando si incontrano esercizi simili andrebbero sempre salutati con entusiasmo.

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Necromance è composto di due stanze a tema distinto, tanto che per un periodo il negozio è stato fisicamente diviso in due; la prima sala è quella dedicata alle collezioni naturalistiche. Vi potete trovare conchiglie, teschi e ossa di ogni tipo di animale, scheletri posati, innumerevoli insetti, stampe e illustrazioni, esemplari imbalsamati e preparazioni in liquido.

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Gli esemplari conservati sotto glicerina e preparati con il metodo clearing and staining sono ottenuti grazie a bagni enzimatici che rendono la carne traslucida; la struttura ossea è quindi colorata in rosso e le cartilagini in blu, in modo da consentirne uno studio approfondito (Nota: se volete divertirvi a giocare al piccolo chimico, qui trovate le istruzioni per rendere un pesce trasparente).

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In questa sezione trovano posto anche molti materiali “a consumo”: cassette piene di ossicini più o meno grandi, piume e penne, zampe di alligatore o di pollo, code e teste di serpenti a sonagli, e via dicendo. Più che servire per qualche rito voodoo, è chiaro che si tratta di rifornimenti per artisti, stilisti fai-da-te e altri clienti interessati a decorare i propri abiti o la propria casa con fantasie macabre.

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La seconda stanza del negozio, invece, è dedicata ad altri tipi di collezionismo e di esigenze di mercato. Qui troverete anticaglie di ogni tipo, strumenti medici, fotografie di epoca vittoriana, addobbi funerari, cartoline originali dei freakshow, vecchie macchine fotografiche. Uno scuro armadio svetta in un angolo, colmo di repliche in resina di teschi umani. È anche la stanza dedicata alla gioielleria, tutta ovviamente a tema gotico; alcuni degli ornamenti in esposizione contengono autentiche parti di animali, come i pendagli con testa di pipistrello, gli orecchini con osso di pene di visone, o le spille con feto di topo. È fin troppo facile il sospetto che Necromance sopravviva proprio grazie al commercio di questo tipo di bigiotteria, piuttosto che con i pezzi più “seri” come ad esempio i calchi anatomici in gesso di fine ‘800.

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Nonostante un negozio simile non possa certo vantare la popolarità dei suoi concorrenti su Melrose Avenue che vendono scintillanti abiti alla moda, riesce comunque a mantenere i prezzi notevolmente bassi per il genere di oggetti da collezione che propone, e senza dubbio questo è il suo maggiore punto di forza.

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Ecco il sito ufficiale di Necromance.

Scimmie di strada

Nella capitale dell’Indonesia, Giacarta, il sovraffollamento urbano estremizza la povertà. Così, per sopravvivere, molti sono costretti ad inventarsi qualche nuovo modo per attirare l’attenzione. Quando il fotografo finlandese Perttu Saska ha visto cosa succedeva agli angoli di ogni strada, ha deciso di documentarlo in una serie intitolata A Kind of You (“Una specie di te”).

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Queste scimmie vengono esibite ai semafori o nei vicoli, vestite di tutto punto e costrette ad indossare delle teste di bambola che donano loro un inquietante aspetto “quasi” umano. Sono ammaestrate per chiedere l’elemosina, e talvolta inscenano dei patetici siparietti in cui pedalano su una piccola bici, o si truccano guardandosi in uno specchio.

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Ovviamente, il fenomeno delle topeng monyet (“scimmie mascherate”) non è certo un bello spettacolo: le varie associazioni animaliste stanno battendosi per salvare i circa 350 macachi che vengono sfruttati, sottonutriti, spesso maltrattati e rinchiusi la sera all’interno di minuscole gabbie, in condizioni igieniche che potete immaginare. I primi buoni risultati sono arrivati, come riferisce questo articolo (in inglese).

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Ma le fotografie di Saska ci interrogano non tanto (o non soltanto) sulla crudeltà verso gli animali. Le scimmiette legate per il collo, con i vestiti sporchi e stracciati, con quelle teste di bambola recuperate in una discarica, sembrano una versione grottesca e trasfigurata dei loro stessi proprietari: povera gente strozzata dalle catene della miseria, che vive di espedienti perché non resta altro da fare. È giusto e sacrosanto salvare le scimmie; difficile dire come riuscirà a salvarsi chi sta dall’altro capo del guinzaglio.

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È questo che ci turba nel lavoro di Saska: la sensazione che stiamo davvero guardando uno specchio, “una specie di noi stessi”.

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Ecco il sito ufficiale di Perttu Saska.

(Grazie, Stefano!)

La bambina nella scatola

Dietro ogni cosa bella
c’è stato qualche tipo di dolore.
(Bob Dylan, Not Dark Yet)

La storia di Irina Ionesco e di sua figlia Eva suscita scandalo da quarant’anni, ed è certamente un caso unico nel panorama dell’arte contemporanea per le implicazioni etiche e morali che lo accompagnano.

Irina Ionesco, nata a Parigi da padre violinista e madre trapezista, viene abbandonata all’età di quattro anni. Spedita in Romania, paese da cui provenivano i genitori, Irina viene cresciuta dalla nonna e dagli zii nell’ambiente del circo. Nonostante sognasse di diventare ballerina, a causa del suo fisico asciutto ed elastico verrà indirizzata verso l’antica arte del contorsionismo. Dai 15 ai 22 anni gira l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente con il circo; durante il suo spettacolo si esibisce con due serpenti boa, e più tardi dichiarerà: “ero diventata schiava di quei serpenti, e alla fine ne ho avuto abbastanza”.

Durante una convalescenza a causa di un incidente di danza a Damasco, Irina comincia a disegnare e a dipingere; abbandonato il circo, viaggia per qualche anno con un ricco giocatore d’azzardo iraniano che la copre di gioielli e abiti lussuosi, prima di studiare arte a Parigi. Poi, ecco da una parte l’incontro fortuito con la fotografia (l’artista belga Corneille le regala una reflex nel 1964), e con gli scritti sulfurei e trasgressivi di Georges Bataille dall’altra.

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Le sue fotografie, che inizialmente ritraggono amiche e amici agghindati con gli abiti che Irina aveva nel suo stesso guardaroba e fotografati al lume di candela, conoscono un immediato successo fin dalla prima esposizione. Già da questi primi scatti sono evidenti quegli elementi che attraverseranno tutta l’opera della fotografa: l’erotismo feticistico, i costumi di scena ricercati e barocchi, le pose teatrali, le collane di perle, e i dettagli gotici (teschi, corredi funebri, composizioni floreali).

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Ma le fotografie davvero controverse di Irina Ionesco non sono queste. Dal 1969 in poi, Irina decide di fotografare sua figlia Eva, di appena 4 anni, nei medesimi contesti in cui fotografa le modelle adulte. Cioè nuda, in pose da femme fatale, e agghindata soltanto con quegli accessori che avrebbero dovuto renderla un’icona dell’erotismo.

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Siamo negli anni ’70, un’epoca in cui i tabù sessuali sembrano cadere ad uno ad uno, e chiaramente il lavoro di Irina si iscrive in questo contesto storico specifico; ciononostante le foto creano un grosso scandalo – che ovviamente porta fama e successo alla fotografa. La critica discute animatamente se si tratti di arte o di pornografia, e anzi per qualcuno le fotografie proiettano un’ombra ancora più inquietante, quella dell’istigazione alla pedofilia.

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ion2Ma in tutto questo, cosa prova la piccola Eva Ionesco? È in grado, data la sua tenera età, di comprendere appieno ciò che le sta accadendo?

Mia madre mi ha fatto posare per foto al limite della pornografia fin dall’età di 4 anni. Tre volte a settimana, per dieci anni. Ed era un ricatto: se non posavo, non avevo diritto ad avere dei bei vestiti nuovi. E soprattutto non potevo vedere mia mamma. Mia madre non mi ha mai allevata; il nostro unico rapporto, erano le foto.

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Eva Ionesco diviene ben presto una piccola star: nell’ottobre del 1976, all’età di 11 anni, viene pubblicato un servizio su di lei sul numero italiano di Playboy. È la più giovane modella mai apparsa nuda sulle pagine della rivista. Seguono alcuni ingaggi come attrice (il primo nell’Inquilino del Terzo Piano di Polanski), fra i quali spicca il suo ruolo nel film “maledetto” di Pier Giuseppe Murgia, Maladolescenza, del 1977. Il film racconta la scoperta, da parte di tre adolescenti, della sessualità e degli istinti crudeli ad essa collegati, in un ambiente naturale e privo di sovrastrutture (in un chiaro riferimento al Signore delle Mosche); le due attrici protagoniste di 11 anni e il loro compagno di 17, nel film sono impegnati in scene di sesso simulato e mostrati mentre si dedicano a torture reciproche e contro gli animali. Il film non manca di una sua poesia, per quanto efferata e disturbante, ma nei decenni successivi viene ritirato, censurato, rieditato e infine condannato definitivamente per pedopornografia nel 2010 da una corte olandese.

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Da tutta questa serie di attività di modella a sfondo erotico, decise e volute dalla madre, Eva riuscirà a liberarsi proprio nel 1977, quando Irina perde l’affidamento della figlia. Eppure l’ombra di quelle fotografie perseguita Eva ancora oggi. E se madre e figlia non hanno mai avuto un vero rapporto, per anni si sono parlate soltanto per interposti avvocati.

Non vuole rendermi le stampe e i negativi. Continua a vendere un numero enorme di quelle fotografie. In Giappone si trova ancora un sacco di roba, libri, CD erotici. La gente crede che Irina Ionesco significhi soltanto foto vintage con una piccola principessa che viene spogliata. Ma io me ne frego dei reggicalze! Bisogna dire le cose come stanno: voglio far proibire le foto in cui mi si vedono il sesso e l’ano.

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I processi giudiziari, per mezzo dei quali Eva ha cercato di riappropriarsi dei propri diritti e di farsi riconsegnare dalla madre gli scatti più espliciti, hanno avuto un amaro epilogo nel 2012: il tribunale le ha riconosciuto soltanto parte delle richieste, e ha condannato Irina a versare 10.000 euro di danni e interessi per sfruttamento dell’immagine e della vita privata della figlia. Ma le foto sono ancora di proprietà della madre.

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Nel 2010 Eva ha cercato di liberarsi dei fantasmi della sua infanzia curando la regia di My Little Princess, un film in parte autobiografico in cui il personaggio della madre è affidato all’interpretazione di Isabelle Huppert e quello della bambina a una sorprendente Anamaria Vartolomei. Nel film, l’arte fotografica è vista come un’attività senza dubbio pericolosa:

Isabelle Huppert carica la macchina fotografica come un’arma. L’immagine rinchiude, rende il personaggio muto. Fotografarmi, significava mettermi in una scatola: dirmi “sii bella e stai zitta”.

E in un’altra intervista, Eva rincara la dose:

Spogliare qualcuno, fotografarlo, rispogliarlo, rifotografarlo, non è violenza? Accompagnata da parole gentili, naturalmente: sei magnifica, sublime, meravigliosa, ti adoro. […] Volevo raccontare una persona senza coscienza né barriere, dispotica e narcisa. Una persona che non vede. Fotografa, ma non vede.

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Il valore artistico dell’opera di Irina Ionesco non è mai stato messo in discussione, nemmeno dalla figlia, che le riconosce un’incontestabile qualità di stile; sono le implicazioni etiche che fanno ancora discutere a distanza di decenni. Le fotografie della Ionesco ci interrogano sui rapporti fra l’arte e la vita in modo estremo e viscerale. Esistono infatti innumerevoli esempi di opere sublimi, la cui realizzazione da parte dell’artista ha comportato o implicato la sofferenza altrui; ma fino a dove è lecito spingersi?

Forse oggi ciò che rimane è una dicotomia fra due poli contrapposti: da una parte le splendide immagini, provocanti e sensuali proprio per il fatto che ci mettono a disagio, come dovrebbe sempre fare l’erotismo vero – un mondo immaginario, quello di Irina Ionesco, che secondo Mandiargues “appartiene a un ambito che non possiamo conoscere, se non attraverso la nostra fede in fragili ricordi”.
Dall’altra, la ben più prosaica e triste vicenda umana di una madre fredda, chiusa nel suo narcisismo, che rende sua figlia una bambina-manichino, oggetto di sofisticate fantasie barocche in un’età in cui forse la piccola avrebbe preferito giocare con i compagni (cosa che Irina le ha sempre proibito).

L’innegabile fascino delle fotografie della Ionesco sarà quindi per sempre incrinato da questo conflitto insanabile – la consapevolezza che dietro quegli scatti si nascondesse un abuso; eppure questo stesso conflitto le rende particolarmente inquietanti e ambigue, addirittura al di là delle intenzioni originali dell’autrice, in quanto stimolano nello spettatore emozioni contrastanti che poche altre opere erotiche sono in grado di veicolare.

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Irina compirà 78 anni a settembre, e continua ad esporre e a lavorare. Eva Ionesco oggi ha 48 anni, e un figlio: non è davvero sorprendente che non gli abbia mai scattato una foto.

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Le interviste a cui fa riferimento l’articolo sono consultabili qui e qui.

Speciale: Fotografare la morte – III

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Joel-Peter Witkin è ritenuto uno dei maggiori e più originali fotografi viventi, assurto negli anni a vera e propria leggenda della fotografia moderna. È nato a Brooklyn nel 1939, da padre ebreo e madre cattolica, che si separarono a causa dell’inconciliabilità delle loro posizioni religiose. Fin da giovane, quindi, Witkin conobbe la profonda influenza dei dilemmi della fede. Come ha più volte raccontato, un altro episodio fondamentale fu assistere ad un incidente stradale, mentre un giorno, da bambino, andava a messa con sua madre e suo fratello; nella confusione di lamiere e di grida, il piccolo Joel si trovò improvvisamente da solo e vide qualcosa rotolare verso di lui. Era la testa di una giovane ragazzina. Joel si chinò per carezzarle il volto, parlarle e rasserenarla, ma prima che potesse allungare una mano qualcuno lo portò via.
In questo aneddoto seminale sono già contenute alcune di quelle che diverranno vere e proprie ossessioni tematiche per Witkin: lo spirito, la compassione per la sofferenza e la ricerca della purezza attraverso il superamento di ciò che ci spaventa.

Dopo essersi laureato in discipline artistiche, ed aver iniziato la sua carriera come fotografo di guerra in Vietnam, nel 1982 Witkin ottiene il permesso di scattare alcune fotografie a dei preparati anatomici, e riceve in prestito per 24 ore una testa umana sezionata longitudinalmente. Witkin decide di posizionare le due metà gemelle nell’atto di baciarsi: l’effetto è destabilizzante e commovente, come se il momento della morte fosse un’estrema conciliazione con il sé, un riconoscere la propria parte divina e finalmente amarla senza riserve.

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The Kiss è lo scatto che rende il fotografo di colpo celebre, nel bene e nel male: se da una parte alcuni critici comprendono subito la potente carica emotiva della fotografia, dall’altra molti gridano allo scandalo e la stessa Università, appena scopre l’uso che ha fatto del preparato, decide che Witkin è persona non grata.
Egli si trasferisce quindi nel Nuovo Messico, dove può in ogni momento attraversare il confine ed aggirare così le stringenti leggi americane sull’utilizzo di cadaveri. Da quel momento il lavoro di Witkin si focalizza proprio sulla morte, e sui “diversi”.

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Lavorando con cadaveri o pezzi di corpi, con modelli transessuali, mutilati, nani o affetti da diverse deformità, Witkin crea delle barocche composizioni di chiara matrice pittorica (preparate con maniacale precisione a partire da schizzi e bozzetti), spesso reinterpretando grandi opere di maestri rinascimentali o importanti episodi religiosi.

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Scattate rigorosamene in studio, dove ogni minimo dettaglio può essere controllato a piacimento dall’artista, le fotografie vengono poi ulteriormente lavorate in fase di sviluppo, nella quale Witkin interviene graffiando la superficie delle foto, disegnandoci sopra, rovinandole con acidi, tagliando e rimaneggiando secondo una varietà di tecniche per ottenere il suo inconfondibile bianco e nero “anticato” alla maniera di un vecchio dagherrotipo.

Nonostante i soggetti scabrosi ed estremi, lo sguardo di Witkin è sempre compassionevole e “innamorato” della sacralità della vita. Anche la fiducia che i suoi soggetti gli accordano, nel venire fotografati, è proprio da imputarsi alla sincerità con cui egli ricerca i segni del divino anche nei fisici sfortunati o differenti: Witkin ha il raro dono di far emergere una sensualità e una purezza quasi sovrannaturale dai corpi più strani e contorti, catturando la luce che pare emanare proprio dalle sofferenze vissute. Cosa ancora più straordinaria, egli non ha bisogno che il corpo sia vivo per vederne, e fotografarne, l’accecante bellezza.

Ecco le nostre cinque domande a Joel-Peter Witkin.

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1. Perché hai deciso che era importante raffigurare la morte nei tuoi lavori fotografici?

La morte è parte della vita di ognuno di noi. La morte è anche il grande discrimine fra la fede umana e gli aspetti terreni, temporali – è il sonno senza tempo, per chi è religioso, è la vita eterna assieme a Dio.

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2. Quale credi che sia lo scopo, se ce n’è uno, delle tue fotografie post-mortem? Stai soltanto fotografando i corpi, o sei alla ricerca di qualcos’altro?

Fotografare la morte e i resti umani è sempre un “lavoro sacro”. Quello che fotografo, coloro che ritraggo, in realtà siamo sempre noi stessi. Io vedo la bellezza nei soggetti che fotografo.

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3. Come succede per tutto ciò che mette alla prova il nostro rifiuto della morte, il tono macabro e sconvolgente delle tue fotografie potrebbe essere visto da alcuni come osceno e irrispettoso. Ti interessa scioccare il pubblico, e come ti poni nei riguardi della carica di tabù presente nei tuoi soggetti?

I grandi dipinti e la scultura del passato hanno sempre affrontato il tema della morte. Amo dire che “la morte è come il pranzo – sta arrivando!”. Un tempo la gente nasceva e moriva nella propria casa. Oggi nasciamo e moriamo in apposite istituzioni. Portiamo tutti un numero tatuato sul nostro polso. Muoriamo soli.
Quindi, ovviamente, le persone rimangono sconvolte nel vedere, in un certo senso, il loro stesso volto. Credo che nulla dovrebbe mai essere tabù. In realtà quando sono abbastanza privilegiato da riuscire a fotografare la morte, resto solitamente molto toccato dallo spirito che è ancora presente nei corpi di quelle persone.

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4. È stato difficile approcciare i cadaveri, a livello personale? C’è qualche aneddoto particolare o interessante riguardo le circostanze di una tua foto?

Quando ho fotografato “l’uomo senza testa”, (Man Without A Head, un cadavere, seduto su una sedia all’obitorio, la cui testa era stata rimossa a scopo di ricerca) lui indossava dei calzetti neri. Quel dettaglio rese il tutto un po’ più personale. Il dottore, il suo assistente ed io alzammo quest’uomo morto dal tavolo settorio e posizionammo il suo corpo su una sedia di acciaio. Dovetti lavorare un po’ con il cadavere, per bilanciare le sue braccia in modo che non cadesse per terra. Alla fine, nella foto, il pavimento era tutto ricoperto dal sangue fluito dal suo collo, dove la testa era stata tagliata. Gli fui molto grato di aver lavorato con me.

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5. Riguardo alle foto post-mortem, ti piacerebbe che te ne venisse scattata una dopo che sei morto? Come ti immagini una simile foto?

Ho già preso provvedimenti affinché i miei organi siano rimossi dopo la mia morte per aiutare chi ancora è in vita. Qualsiasi cosa rimanga, verrà seppellita in un cimitero militare, visto che sono un veterano dell’esercito. Quindi temo che mi perderò l’occasione di cui mi chiedi!

P.S. Io non voglio “mantenere bizzarro il mondo” (un riferimento allo slogan del nostro blog, n.d.r.)… voglio renderlo più amorevole!

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Speciale: Fotografare la morte – II

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Negli ultimi trent’anni Jack Burman ha esplorato il mondo alla ricerca dei morti. Da quando, negli anni ’80, ha visitato le catacombe dei Cappuccini a Palermo, la sua arte è divenuta instancabilmente concentrata sull’esplorazione di ciò che rimane del corpo dopo la morte.

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Dal Sud America all’Italia, dalla Spagna alla Francia e alla Germania, Burman ha visitato luoghi sacri, musei di anatomia, obitori e scuole di medicina; in ognuno di questi luoghi ha fotografato quei morti che al  tempo stesso “riposano” e “non riposano”, poiché le loro spoglie sono ancora visibili e intatte, che siano delle mummie o delle reliquie, o dei preparati conservati per lo studio medico.

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L’approccio di Burman a questo soggetto macabro ed estremo è di grandissimo rispetto: spesso inquadrati di fronte a un backdrop nero, sapientemente illuminati, questi resti umani acquistano una nobiltà e un’astrazione inaspettate. La testa di una donna è racchiusa in un vaso di vetro: i suoi occhi socchiusi, la serenità dell’espressione, l’immobilità della carne le donano un’aura quasi sacra; questa donna ha conosciuto il segreto, è passata dall’altra parte e la sua seraficità ci parla di una conoscenza per noi irraggiungibile. Sarebbe facile parlare di memento mori – eppure forse c’è di più. Di fronte agli scatti di Burman, paradossalmente, il sentimento che proviamo non è quello della morte che conquista ogni cosa: non assistiamo alla decomposizione che annulla ogni speranza, ma siamo invece confrontati con un concetto forse ormai fuori moda – la dignità.

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Le fotografie di Burman ci mostrano con estrema compassione la bellezza e il dramma dell’uomo, fissate per sempre nell’istante ultimo. Impossibile non immaginare le aspirazioni, le passioni, la vitalità dei soggetti ritratti: e le composizioni del fotografo sembrano perpetuare questa forza vitale, come se i morti fossero ancora in grado di parlarci della vita quaggiù, delle nostre stesse esistenze, piccole ma commoventi, in cui lo splendore e la miseria sono le due facce dell’identica medaglia. Più si guardano queste fotografie, e più cresce forte la sensazione di essere guardati. E chi ha attraversato la soglia forse ha elementi in più, ha per così dire un quadro più completo – ma il suo mistero è inaccessibile, e Burman immortala questi “resti”, cosciente di fotografare uno scrigno che non potrà mai essere aperto.

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Ecco le nostre cinque domande a Jack Burman.

1. Perché hai deciso che era importante raffigurare la morte nei tuoi lavori fotografici?

Sebald ha scritto che “la fisicità è scolpita più fortemente, e la sua natura diviene più percettibile nell’indistinto confine con la trascendenza”. Io cerco di lavorare vicino al corpo e porre il mio lavoro proprio su quel confine.

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2. Quale credi che sia lo scopo, se ce n’è uno, delle tue fotografie post-mortem? Stai soltanto fotografando i corpi, o sei alla ricerca di qualcos’altro?

Una parte di questa domanda trova già risposta nella prima. Fammi aggiungere questo: io cerco di trovare una parte della presenza del corpo. La forza del danno e della perdita. La durezza e i moti del tempo che si depositano sulla (e sotto la) pelle. Il sentimento.

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3. Come succede per tutto ciò che mette alla prova il nostro rifiuto della morte, il tono macabro e sconvolgente delle tue fotografie potrebbe essere visto da alcuni come osceno e irrispettoso. Ti interessa scioccare il pubblico, e come ti poni nei riguardi della carica di tabù presente nei tuoi soggetti?

Ricordi i capelli della ragazza all’inizio di Dell’amore e di altri demoni di Garcia Marquez? I capelli sono le orecchie, gli occhi, i nervi della ragazza. Così ciascuna mano, ed il volto.  Quando entro nella sfera privata dei morti, lo faccio con un lento e forte rispetto per le loro mani, braccia, spalle e occhi. I pochi collezionisti che comprano le mie stampe (o il mio libro) per portarle fra le loro mani e nelle loro stanze – almeno quelli che conosco – vedono le cose con lo stesso rigore.

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4. È stato difficile approcciare i cadaveri, a livello personale? C’è qualche aneddoto particolare o interessante riguardo le circostanze di una tua foto?

No, non è stato mai difficile.
Tempo fa, il mio lavoro mi portò in una cittadina sulle Ande Peruviane. Ogni mattino, all’alba, una mandria di alpaca veniva condotta al pascolo attraverso uno stretto vicolo proprio dietro al muro contro il quale stava il mio letto. Il loro movimento attraversava il muro e faceva vibrare il letto. Era interessante poi alzarsi e andare a lavorare con dei cadaveri del 1500.

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5. Riguardo alle foto post-mortem, ti piacerebbe che te ne venisse scattata una dopo che sei morto? Come ti immagini una simile foto?

Sì, mi piacerebbe, a condizione che la persona che la scatterà sia capace di vedere attraverso i miei occhi, il mio passato, i miei bisogni.
La immagino pulita; scura; danneggiata; semplice; punteggiata dalla luce.

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Questo è il sito ufficiale dell’artista. Il suo libro fotografico The Dead può essere acquistato sul sito di Magenta.

Speciale: Fotografare la morte – I

Tutte le fotografie sono dei memento mori.

Scattare una foto significa partecipare alla

mortalità, vulnerabilità e mutevolezza

di un’altra persona.

(Susan Sontag)

Abbiamo deciso di proporre cinque domande, sempre le stesse, ad alcuni fra i più grandi fotografi che durante la loro carriera hanno affrontato direttamente il tema della morte e del cadavere. Alcuni hanno gentilmente declinato l’invito, come ad esempio Jeffrey Silverthorne, che già negli anni ’70 aveva rifiutato di comparire nel fondamentale saggio The Grotesque in Photography di A. D. Coleman. Altri, invece, ci hanno generosamente concesso questa breve intervista in esclusiva.

ANDRES SERRANO

Nato a New York nel 1950, figlio unico di padre honduregno e madre afro-cubana, Andres Serrano ha passato gran parte della giovinezza a Brooklyn. La rigida educazione cattolica ricevuta da ragazzo giocherà un ruolo fondamentale nella sua ricerca artistica; affascinato dai pittori del Rinascimento, da Rembrandt così come dai surrealisti, Serrano esplora fin da subito le connessioni nascoste ed estatiche fra l’iconografia religiosa e la concretezza del corpo. Il sangue, archetipo mistico e simbolo di vita e morte al tempo stesso, diviene uno degli elementi fondamentali dei suoi lavori. Più tardi comincerà ad utilizzare altri fluidi corporei, come urina, latte e sperma, rendendoli non semplici oggetti delle sue fotografie, ma veri e propri mezzi espressivi.

Le sue due serie Body Fluids e Immersions (1985-90) fecero scoppiare una furibonda polemica che colse di sorpresa l’autore stesso. Una fotografia, in particolare, si rivelò di una forza provocatoria destinata a rimanere immutata nei decenni successivi: si tratta di Piss Christ, e mostra un crocefisso immerso nell’urina. Considerata blasfema e offensiva, nel 1989 fu oggetto di un acceso dibattito al Senato degli Stati uniti; vandalizzata in Australia e presa di mira da un gruppo di naziskin in Svezia nel 2007, nel 2011 venne distrutta da un gruppo cattolico ad Avignone. Nelle intenzioni dell’artista, la serie Immersions si prefiggeva di visualizzare la dicotomia fra la condizione umana, corporale, terrena, e la tensione mistica: Piss Christ e le altre fotografie della serie sembrano affermare che è possibile trovare la divinità perfino nella fisicità umana, nei fluidi e nella carne, perché in fondo il nostro corpo è santo in tutte le sue manifestazioni.


Nell’immaginario popolare da quel momento Serrano è divenuto un artista “maledetto”, estremo e provocatore. La sua visione non ha mai deviato a causa delle polemiche, ed egli ha sempre rifiutato di censurare le sue fotografie, anche quelle più scabrose contenute nella serie A History of Sex; ma ridurre la sua opera a pietra dello scandalo significherebbe dimenticare le sue abilità di ritrattista mostrate in Nomads (1990), Klan series (1990, che ritrae membri del KKK) o in Budapest Series (1992).

Ma le fotografie che ci interessano qui sono ovviamente quelle contenute nella celebre The Morgue (1992). Serrano ha dichiarato: “credo che sia necessario cercare la bellezza anche nei luoghi meno convenzionali o nei candidati più insospettabili. Se non incontro la bellezza non sono capace di scattare alcuna fotografia”.

In The Morgue, l’obbiettivo del fotografo si concentra sui corpi arrivati all’obitorio, talvolta ancora quasi perfetti, talvolta decomposti, mutilati, dilaniati. Ritratti in composizioni rigorose, veri e propri tableaux dall’illuminazione caravaggesca e dai colori accesi, i morti sembrano in bilico fra la reificazione ultima e una sorta di postuma soggettività.

L’intrusione della macchina di Serrano in questo luogo nascosto, il suo indugiare su questi cadaveri vulnerabili e indifesi è una violazione dell’intimità, o un commosso omaggio? Il suo occhio cede alla seduzione morbosa del macabro, oppure è alla ricerca di qualche segreto dettaglio che dia significato alla morte stessa? Impossibile, e forse inutile, risolvere questa ambiguità. La potenza delle immagini di Andres Serrano sta proprio in questa capacità di estetizzare ciò che viene normalmente reputato osceno, e nella testarda convinzione di poter mostrare la meraviglia anche nel più triste e quotidiano degli orrori.


Ecco quindi la nostra intervista ad Andres Serrano.

1. Perché hai deciso che era importante raffigurare la morte nei tuoi lavori fotografici?

La morte è una parte della vita. Esserne incuriositi è naturale. Io fotografo la morte come un’investigazione, allo stesso tempo spirituale ed estetica. È una ricerca sulla vita alla fine del suo corso.


2. Quale credi che sia lo scopo, se ce n’è uno, delle tue fotografie post-mortem? Stai soltanto fotografando i corpi, o sei alla ricerca di qualcos’altro?

Lo scopo del mio lavoro sui morti è lo stesso del mio lavoro sui vivi: creare opere d’arte potenti e avvincenti.


3. Come succede per tutto ciò che mette alla prova il nostro rifiuto della morte, il tono macabro e sconvolgente delle tue fotografie potrebbe essere visto da alcuni come osceno e irrispettoso. Ti interessa scioccare il pubblico, e come ti poni nei riguardi della carica di tabù presente nei tuoi soggetti?

Lavorando nell’obitorio, a fianco di dottori e assistenti clinici, mi sono sentito parte di un gruppo di professionisti che hanno scelto di lavorare con i cadaveri. Non c’è nulla di disgustoso o irrispettoso nel lavorare con i morti, o nel volere mostrare la bellezza che è nella morte. Non considero il mio lavoro scioccante, né tabù.


4. È stato difficile approcciare i cadaveri, a livello personale? C’è qualche aneddoto particolare o interessante riguardo le circostanze di una tua foto?

Non è mai difficile fare il lavoro che vuoi fare e che ti senti spinto a intraprendere. Non saprei dire se è successo qualcosa che potrei definire aneddotico; l’unica cosa che mi ha sorpreso è che davvero poche persone erano morte di morte naturale. La maggior parte di quei cadaveri erano morti inaspettatamente e prematuramente.


5. Riguardo alle foto post-mortem, ti piacerebbe che te ne venisse scattata una dopo che sei morto? Come ti immagini una simile foto?

Preferirei scattarmela da solo, perché nessun altro saprebbe farla come me.

Ecco un interessante saggio (PDF in inglese) su The Morgue, e il sito ufficiale di Andres Serrano.

Daikichi Amano

Daikichi Amano è un fotografo nato in Giappone nel 1973; dopo gli studi in America, torna in patria e si dedica inizialmente alla moda. Stancatosi delle foto patinate commissionategli dalle riviste, decide di concentrarsi su progetti propri e comincia fin da subito a scandagliare il lato meno solare della cultura nipponica: il sesso e il feticismo.

I primi scatti di questa nuova piega nel suo lavoro sono dedicati al cosiddetto octopus fetish (di cui avevamo già parlato brevemente in questo post): belle modelle nude vengono ricoperte di piovre e polpi, che talvolta sottolineano con i tentacoli le loro forme, ma più spesso creano una sorta di grottesco e mostruoso ibrido. Le immagini sono al tempo stesso repellenti e sensuali, quasi archetipiche, e il raffinato uso della luce e della composizione fa risaltare questa strana commistione di umano e di animale, sottolineando la sessualità allusa dalla scivolosa e umida pelle dei cefalopodi.

Poi gli animali cambiano, si moltiplicano, proliferano sui corpi delle modelle che sembrano sempre più offerte in sacrificio alla natura: anguille, rospi, rane, insetti, vermi ricoprono le donne di Amano, in composizioni sempre più astratte e surreali, ne violano gli orifizi, prendono possesso della loro fisicità.


Con il passare del tempo, la fotografia di Daikichi Amano rivela sempre di più il valore mitologico che la sottende. Le donne-uccello ricoperte di piume ricordano esplicitamente l’immaginario fantastico nipponico, ricco di demoni e fantasmi dalle forme terribili e inusitate, e la fusione fra uomo e natura (tanto vagheggiata nella filosofia e nella tradizione giapponese) assume i contorni dell’incubo e del surreale.

Mai volgare, anche quando si spinge fino nei territori tabù della rappresentazione esplicita dei genitali femminili, Amano è un autore sensibile alle atmosfere e fedele alla sua visione: non è un caso che, così pare, alla fine di ogni sessione fotografica egli decida di mangiare – assieme alle modelle e alla troupe – tutti gli animali già morti utilizzati per lo scatto, siano essi polpi o insetti o lucertole, secondo una sorta di rituale di ringraziamento per aver prestato la loro “anima” alla creazione della fotografia. Il mito è il vero fulcro dell’arte di Amano.


Le sue fotografie sono indubbiamente estreme, e hanno creato fin da subito scalpore (soprattutto in Occidente), riesumando l’ormai trito dibattito sui confini fra arte e pornografia: qual è la linea di separazione fra i due ambiti? È ovviamente impossibile definire oggettivamente il concetto di arte, ma di sicuro la pornografia non contempla affatto il simbolico e la stratificazione mitologica (quando si apre a questi aspetti, diviene erotismo), e quindi ci sentiremmo di escludere le fotografie di Amano dall’ambito della pura sexploitation. Andrebbe considerata anche la barriera culturale fra Occidente e Giappone, che pare insuperabile per molti critici,  soprattutto nei riguardi di determinati risvolti della sessualità. Ma nelle fotografie di Amano è contenuta tutta l’epica del Sol Levante, l’ideale della compenetrazione con la natura, il concetto di identità in mutamento, l’amore per il grottesco e per il perturbante, la continua seduzione che la morte esercita sulla vita e viceversa.


Le sue immagini possono sicuramente turbare e perfino disgustarci, ma di certo è difficile licenziarle come semplice, squallida pornografia.

Ecco il sito ufficiale di Daikichi Amano.