Le nozze fantasma

Cina, provincia di Shanxi, nella parte settentrionale della Repubblica.
All’inizio del 2016, il capo della polizia della contea di Hongtong dà l’allarme: nel triennio precedente sono stati accertati almeno una dozzina di furti di cadavere all’anno. Le salme disseppellite e trafugate sono tutte di giovani donne, e la tendenza è talmente in crescita che molte famiglie preferiscono inumare i membri femminili vicino alle loro case, piuttosto che in luoghi più appartati. Altri fanno ricorso a tombe in cemento, installano telecamere a circuito chiuso, assoldano guardie o costruiscono delle grate attorno al sito di sepoltura, proprio come si faceva nell’Inghilterra dei body snatchers. Sembra che in alcune parti della provincia il corpo di una ragazza morta in giovane età non sia mai troppo al sicuro.
Cosa c’è dietro a questo trend inquietante?

Questi episodi di furto di cadavere sono collegati a un’antichissima tradizione che si pensava abbandonata da molto tempo: l’usanza dei “matrimoni nell’aldilà”.
La morte di un maschio giovane e celibe è considerata un evento che porta sfortuna all’intera famiglia: l’anima del ragazzo infatti non trova pace, senza una compagna.
Per questo i familiari, nell’intento di trovare una sposa per il defunto, si affidano a degli intermediari che si occupano di metterli in contatto con altre famiglie le quali hanno, a loro volta, recentemente perso una figlia. I due giovani deceduti vengono dunque sposati mediante un rito apposito e seppelliti assieme, per il sollievo di entrambe le famiglie.
Questo tipo di matrimoni sembra risalga alla dinastia Qin (221-206 a.C.) anche se le fonti principali attestano la pervasività della pratica a partire dalla dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.).

Il problema è che, visti gli ingenti guadagni derivanti da un simile traffico, alcuni di questi “agenti di matrimonio” non si fanno scrupoli ad agire in clandestinità per dissotterrare le preziose fanciulle: talvolta, per rivendere i corpi, fingono di essere parenti della morta, ma in altri casi trovano famiglie in lutto che sono semplicemente disposte a pagare pur di trovare una sposa al loro caro estinto, chiudendo un occhio sulla provenienza del cadavere.

Fino a qualche anno fa i “matrimoni fantasma” si svolgevano utilizzando delle simboliche figurine di bambù, vestite con abiti tradizionali; oggi che il benessere è aumentato si arriva a spendere anche 100.000 yuan (equivalenti a circa 15.000 euro) per un cadavere fresco di fanciulla. Anche dei resti umani più vecchi, ricomposti con filo di ferro, possono valere intorno agli 800 euro. D’altronde sono proprio gli anziani dei villaggi ad ammonire le nuove generazioni: per scacciare la sfortuna non c’è niente di meglio che un’autentica salma.
Nonostante la pratica sia stata dichiarata illegale nel 2006, il business è talmente lucrativo che gli arresti si moltiplicano e si ha notizia almeno di due omicidi compiuti al fine di rivendere il corpo della vittima.

Se a primo sguardo questa tradizione ci può sembrare macabra e insensata, soffermiamoci un attimo sulle possibili motivazioni.
Nella provincia in cui si concentrano gli episodi, un grande numero di ragazzi maschi lavorano nelle miniere di carbone dove gli incidenti sul lavoro sono tristemente frequenti. La maggioranza di questi giovani costituiscono la sola prole avuta da una coppia, a causa della politica del figlio unico attuata dal governo cinese fino al 2013.
Oltre ai motivi legati alla superstizione, dunque, c’è anche una componente psicologica importante: immaginate il sollievo se, nel processo di elaborazione del lutto, poteste ancora fare qualcosa per rendere felice il vostro caro estinto. Ecco, il “matrimonio degli spiriti” agisce proprio da compensazione per la perdita di un ragazzo amato, morto magari lavorando per supportare la famiglia.

I matrimoni fra due defunti, o fra una persona viva e una morta, non sono peraltro prerogativa della Cina. In Francia le nozze postume (svolte solitamente quando una donna perde in modo prematuro il fidanzato) vengono regolarmente richieste facendo ricorso al Presidente della Repubblica, che ha il compito di rilasciare il permesso. Lo scopo è quello di riconoscere eventuali figli concepiti prima del decesso, ma vi possono essere anche motivazioni puramente emotive. In effetti è relativamente lunga la lista dei paesi che hanno visto casi di matrimoni in cui uno o entrambi i gli sposi non erano più in vita.

Infine, una piccola curiosità.
Nel celebre film di Tim Burton La sposa cadavere (2005), ispirato a una leggenda secolare (se ne può trovare un’incarnazione romantica anche nell’antologia Fantasmagoriana, nel racconto Die Todtenbraut di F. A. Schulze), è un anello infilato quasi per gioco su un arbusto a sancire l’inconsapevole fidanzamento dell’oltretomba.
Assai simile a quel ramoscello, all’apparenza innocuo, è il “trabocchetto” usato a Taiwan quando muore una giovane donna ancora nubile: i familiari piazzano per strada dei pacchetti rossi contenenti soldi dei morti, oppure una ciocca di capelli o delle unghie della morta. Il primo uomo a raccogliere il pacchetto è tenuto a sposare la giovinetta deceduta, pena un’indicibile sventura. Potrà poi prendere nuovamente moglie, ma dovrà riverire per sempre la sposa “fantasma” come la sua prima, vera moglie.

Questi rituali si rendono necessari quando un individuo accede all’aldilà prematuramente, senza aver eseguito un rito di passaggio fondamentale come il matrimonio (quindi senza aver completato il “corretto” percorso della sua vita). Come spesso accade nelle usanze funebri, la pratica ricopre una funzione benefica e apotropaica sia per il gruppo sociale dei vivi che per il defunto stesso.
Viene cioè scongiurata da una parte la sfortuna che potrebbe colpire i parenti; si viene a creare “per procura” quel legame tra due diverse famiglie che sarebbe mancato in assenza di un vero e proprio matrimonio; e ad un tempo ci si assicura anche che l’anima lasci questo mondo in pace, e non si avventuri per il suo ultimo viaggio indossando il marchio di una disgraziata solitudine.

Eros nascosto

Il più delle volte, le nostre virtù sono soltanto vizi camuffati.

(La Rochefoucauld, Massime, 1665)

Siamo a favore della libertà, e contro le censure d’ogni genere.
Eppure, oggi che il sesso è onnipresente e sdoganato, ci manca qualcosa. Nell’erotismo esiste infatti uno strano paradosso: il bisogno di una proibizione da trasgredire.
Il sesso è sporco? Solo quando è fatto bene”, scherzava Woody Allen, riassumendo quanto i divieti della morale benpensante (o religiosa) abbiano in realtà giovato e insaporito i congressi carnali.

Un esempio illuminante, in questo senso, può arrivare dai terribili casi editoriali degli ultimi anni: potremmo chiederci come mai oggi la letteratura erotica sembra prodotta da gente che non sa scrivere, per gente che non sa leggere.
I più grandi capolavori dell’erotismo sono emersi quando di sesso non era concesso scrivere. Sia l’autore (spesso affermato e rispettabile) che l’editore erano costretti a operare nell’anonimato, e se scoperti rischiavano condanne pesantissime. Letteratura pericolosa, fuorilegge: non la si scriveva con il fine di vendere centinaia di migliaia di copie, ma per distribuirla sottobanco a chi era in grado di comprenderla.
Paradossalmente, quindi, era proprio la severità della censura a garantire che alla pubblicazione di un’opera erotica corrispondesse un’urgenza poetica, autoriale. Così la letteratura piccante, in molti casi, rappresentava un’espressione artistica necessaria e insopprimibile. L’attraversamento di una frontiera, di una barriera.

Visto il piatto panorama attuale, è inevitabile che finiamo per guardare con curiosità (se non addirittura con un pizzico di nostalgia) ai tempi in cui l’erotismo andava scrupolosamente occultato dagli sguardi indiscreti.
Una declinazione certamente originale di questo “immaginario sommerso” sono gli oggetti erotici che in Francia (dove ebbero particolare fortuna) vengono chiamati à système, cioè “con dispositivo”.
Si trattava di rappresentazioni oscene dissimulate dietro apparenze innocue, visibili soltanto da chi conosceva il meccanismo, il movimento segreto, il trucco necessario a svelarle.

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Qualcuno ricorderà come, una ventina d’anni fa, nei ristoranti cinesi la grappa fosse offerta a fine pasto in particolari bicchierini che avevano al loro interno una base di vetro convesso: quando le tazzine erano piene, la distorsione ottica veniva corretta dal liquido ed era possibile ammirare sul fondo una signorina discinta, che tornava invisibile a bicchiere vuoto.
Il concetto era lo stesso anche negli antichi objets à système: oggetti di uso comune o magari di arredamento che racchiudevano, celate alla vista degli eventuali ospiti, le inconfessabili fantasie dei proprietari.

Il tipo più semplice di oggetti à système erano i doppi fondi e gli scomparti segreti. Si potevano nascondere immagini scabrose negli accessori più svariati, dalle tabacchiere ai bastoni da passeggio, dalle finte scatole di formaggio ai quadri “multipli”.

Scatola in avorio con coperchio recante una doppia scena. XIX Secolo.

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 Gioco del domino, in avorio intarsiato alla maniera dei marinai, con tavole erotiche.

Gioco del domino, in avorio intarsiato alla maniera dei marinai, con tavole erotiche.

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Pomello di bastone da passeggio.

Quadri contenenti altrettante tele nascoste.

Una giovane donna legge un libro; aprendo il quadro si visualizzano le sue fantasie impudiche.

Altri oggetti, già leggermente più elaborati, presentavano invece un duplice volto: occorreva un cambio di prospettiva per scoprirne il lato indecente. Un classico esempio del primo ‘900 sono le sculture in ceramica o i posacenere che, una volta capovolti, riservavano qualche sorpresa.

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Il monaco, classica figura erotica, in questo caso nasconde il suo segreto nella gerla sulle spalle.

Pendaglio double face: le gambe della figura femminile si richiudono, ed ecco che sul retro si forma un romantico cuore fiorito.

Poi venivano gli oggetti che avevano al loro interno una cerniera o un meccanismo da azionare, oppure delle parti staccabili da sollevare. Alcune statuette, come ad esempio i bellissimi bronzi creati dalla celebre fonderia austriaca Bergman, restavano perfetti per decorare un ambiente in stile liberty, pur conservando il loro piccolo e vivace segreto.

 

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La parte alta di questa ceramica policroma forma un coperchio che, una volta tolto, mostra la signora Marchesa accovacciata nella posizione detta de la pisseuse, resa popolare da una famigerata stampa di Rembrandt.

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Tabacchiera, scultura marinara. Qui il meccanismo fa “cadere” il cappello del militare, scoprendo la vera natura della scena galante.

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Pipa di schiuma. Introducendo il curapipe nel fornello, si fa scattare una levetta.

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Con il tempo gli artigiani ricorsero ad idee sempre più fantasiose.
C’erano ad esempio i gruppi composti da due statuette distinte, che mostravano una casta e bella fanciulla in compagnia di un fauno galante. Ma bastava cambiare posto ai due protagonisti per visualizzare il seguito della vicenda, e constatare quanto le arti seduttive del satiro fossero in verità efficaci.

 

Esistevano poi altri stratagemmi, ancora più elaborati, per rendere piccanti gli oggetti comuni. L’immagine seguente mostra un finto libro (fine XVIII secolo) che nasconde uno scrigno segreto. Le chiavette a molla sulla parte inferiore permettono di srotolare un nastro contenente sette quadretti licenziosi, visibili attraverso una cornice ovale.

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Le figure seguenti invece sono un vero classico, e in molte varianti furono stampate su scatole, piatti, porta fiammiferi e utensili vari. A prima vista non tradiscono nulla di osceno; il loro segreto diventa evidente soltanto se si capovolgono, e si nasconde la parte bassa del disegno con una mano (potete provarci più sotto).

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Le medaglie della foto qui sotto erano particolarmente ingegnose. Ancora una volta, le immagini impresse sui due lati non avevano nulla di sconveniente se esaminate da un non iniziato. Facendo girare a mulinello la medaglia sul proprio asse, però, esse si “combinavano” come fotogrammi di un film, e apparivano assieme. Con risultati facilmente immaginabili.

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Per finire, ecco dei sorprendenti ventagli cinesi.
Nel suo La magia dei libri Mariano Tomatis riporta innumerevoli esempi storici di “libri manomessi”, cioè modificati in modo da ottenere effetti di illusionismo. Questi ventagli magici funzionano con un meccanismo simile: presentano su entrambi i lati delle figure innocue, a patto che il ventaglio venga aperto come di consueto da sinistra a destra. Ma se si apre il ventaglio da destra a sinistra, lo spettacolo cambia.

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La caratteristica principale di queste creazioni artigianali, rispetto all’arte erotica classica, era il loro costante elemento di ironia. Nell’idea di questi oggetti è ben visibile, cioè, una vena piuttosto beffarda e dissacrante.
Pensateci: chiunque poteva tenere delle opere pornografiche sotto chiave in cassaforte. Ma esibirle in salotto, di fronte a parenti e conoscenti ignari? Esporle in bella vista sotto gli occhi della suocera o del prete in visita?

Evidentemente questo era il piacere sopraffino, il vero trionfo della dissimulazione.

Carta da gioco con nudo in filigrana, visibile usando una candela.

Simili oggetti hanno subìto la stessa perdita di senso sofferta dalla letteratura libertina; senza più alcun motivo di venire prodotti, sono ormai poco più che una curiosità per collezionisti.
Eppure ci possono ancora aiutare a comprendere un po’ meglio il paradosso di cui parlavamo all’inizio: gli objets à système sono in grado regalare un piccolo brivido unicamente in presenza di un tabù, nella necessità di esistere sotto copertura, come i fantasmi sessuali che secondo Freud si agitano dietro le innocue immagini elaborate in sogno.
Dovremmo leggere questi oggetti come simbolo dell’ipocrisia borghese, della smania di mantenere a tutti i costi una facciata onorevole? O erano invece un sotterraneo tentativo di ribellione?
Più in generale, siamo sicuri che la trasgressione sessuale sia così rivoluzionaria come appare a prima vista, o magari riveste in realtà un ruolo di conservazione sociale della norma?

In fondo, rendere il sesso accettabile e portarlo alla luce del sole – privarlo cioè della sua parte di ombra – non impoverirà certo il desiderio, capace di trovare sempre e comunque la sua strada. Probabilmente non impoverirà nemmeno l’arte o la letteratura che (speriamo) sapranno costruire nel tempo un nuovo immaginario simbolico, adatto a un erotismo di “dominio pubblico”.
L’aspetto più a rischio di estinzione è proprio la buona, vecchia trasgressione che animava anche questi gingilli pruriginosi. E, a guardare le odierne convention sulle sessualità alternative, sembra proprio che la caduta dei tabù sia già avvenuta. In assenza di divieti, senza più regole da infrangere, il sesso sta perdendo il suo carattere virulento e pericoloso; sta conquistando però possibilità di esplorazione inedite e una fondamentale serenità.

E noi?
Noi pretendiamo come al solito la botte piena e la moglie ubriaca: siamo a favore della libertà, contro le censure d’ogni genere,  ma segretamente bramiamo ancora lo squisito frisson del pericolo, del peccato.

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Le foto contenute nell’articolo sono per la maggior parte tratte dal volume di Jean-Pierre Bourgeron Les Masques d’Eros – Les objets érotiques de collection à système (1985, Editions de l’amateur, Paris).
La straordinaria collezione di oggetti erotici di André Pieyre de Mandiargues (scrittore e poeta vicino ai surrealisti) è stata immortalata dal regista Walerian Borowczyk nel cortometraggio
Une collection particulière (1973), visibile su YouTube con sottotitoli in italiano.

Paul Grappe, il travestito disertore

Talvolta le storie più incredibili rimangono sepolte per sempre fra le pieghe della storia. Ma può capitare che lascino dietro di sé una traccia, per quanto minima; un piccolo indizio che, con una buona dose di fortuna e capitando nelle mani giuste, riesca a riportarle alla luce. Come un archeologo dissotterra i tesori, così lo storico disseppellisce allora le bizzarrie della vita.

Se Paul Grappe non fosse stato ucciso da sua moglie il 28 luglio 1928, nell’Archivio della Prefettura di Polizia di Parigi non sarebbe rimasto alcun accenno alla sua peculiare vicenda.
E se Fabrice Virgili, direttore di ricerca al CNRS, spulciando i suddetti archivi quasi cento anni dopo per un articolo sulla violenza coniugale ad inizio secolo, non avesse buttato l’occhio su quel fascicolo…

La vittima: Grappe Paul Joseph, nato il 30 agosto 1891 nella Haute Marne, domiciliato al numero 34 di Rue de Bagnolet, deceduto per colpo di arma da fuoco il 28 luglio 1928.
Il colpevole: Landy Louise Gabrielle, nata il 10 marzo 1892 a Parigi, coniuge Grappe.

Questa è la fine della vita di Paul Grappe. Ma ciò che si scopre, risalendo indietro negli anni a partire dalle carte processuali, è davvero stupefacente.

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La Parigi degli anni ’10, per un giovane proveniente dall’Alta Marna, era innanzitutto una promessa. Certo, si trattava di una realtà estremamente popolare, e il ventenne Paul Grappe faticava come tutti ad arrivare a fine mese. Non aveva ricevuto un’educazione vera e propria, ma la vitalità incontenibile che avrebbe caratterizzato tutta la sua esistenza lo spinse a darsi da fare: con ostinata determinazione si impose di studiare, e diventò ottico. Seguiva anche dei corsi di mandolino, frequentando i quali conobbe Louise Landy.
Lemodeste condizioni economiche non erano di ostcolo ai sentimenti: i due si innamorarono, e nel 1911 convolarono a nozze. Poco dopo Paul dovette partire militare, ma riuscì a farsi assegnare di guardia ai bastioni di Parigi, in modo da restare vicino alla sua Louise. Il nostro soldato era un abile corridore, sapeva andare a cavallo, nuotare (cosa piuttosto rara all’epoca), e in breve tempo si distinse diventando caporale. Passarono i due anni di servizio militare richiesti, e Paul pensava ormai di aver chiuso i suoi conti con l’esercito. Ma le nubi della Guerra si stavano addensando, e tutto precipitò velocemente.
Nell’agosto del 1914 Paul Grappe venne spedito al fronte contro la Germania.

Il 102° Reggimento Fanteria si muoveva costantemente, di giorno in giorno, poiché il fronte non era ancora ben definito. Arrivarono a poco a poco i confronti con il nemico: all’inizio piccole scaramucce, in seguito ecco i primi feriti, il primo morto. E, infine, fu battaglia vera e propria.
Per la Francia, la fase più sanguinosa dell’intero conflitto mondiale fu proprio questa iniziale, chiamata Battaglia delle Frontiere, che contò centinaia di migliaia di morti, più di 25.000 nella sola giornata del 22 agosto 1914.
Paul Grappe era in prima linea. Quando arrivò l’inferno, se lo trovò davanti in tutta la sua devastante brutalità.

Venne ferito una prima volta alla coscia a fine agosto, curato e rimandato in trincea in ottobre. Ora la situazione era cambiata, il fronte si era stabilizzato, ma le battaglie non erano meno pericolose. In un sanguinoso scontro a fuoco Paul rimase ferito nuovamente, all’indice destro.
Colpito da un proiettile a un dito? Il sospetto di automutilazione era forte nei suoi confronti, e in momenti simili non si usavano particolari gentilezze per chi commetteva un atto simile: Paul rischiava la condanna a morte e l’esecuzione sommaria sul campo. Ma alcuni compagni d’armi testimoniarono in suo favore, e Paul evitò il tribunale di guerra. Fu trasferito in convalescenza a Chartres.
Passò dicembre, poi gennaio, febbraio, marzo. Quattro mesi per guarire dalla perdita di un solo dito cominciarono a sembrare troppi, e i superiori sospettarono che Paul in realtà stesse volontariamente riaprendosi le ferite (come facevano molti altri soldati); nell’aprile del 1915 gli fu intimato di tornare al fronte. E fu qui che, di fronte alla prospettiva di ritrovarsi nuovamente in quel limbo terribile fatto di filo spinato, fango, proiettili fischianti e colpi di cannone, Paul prese la decisione che avrebbe cambiato la sua vita per sempre: scelse di disertare.
Uscì dall’ospedale militare e, invece di recarsi in caserma, prese il primo treno per Parigi.

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Possiamo soltanto immaginare lo stato d’animo di Louise a questo punto: la gioia di sapere suo marito sano e salvo, lontano dalla guerra, e l’angoscia che tutto potesse finire ancora peggio da un momento all’altro, se fosse stato scoperto. In quella primavera del 1915 l’esercito aveva un disperato bisogno di uomini, perfino i riformati venivano mandati al fronte, e di conseguenza erano raddoppiati anche gli sforzi per trovare i disertori che mancavano all’appello. Al domicilio della suocera, dove Paul era nascosto, fecero irruzione le guardie per ben tre volte, senza riuscire a trovarlo.

Dal canto suo Paul, che aveva sempre avuto uno spirito impetuoso e indomito, non sopportava la pressione della clandestinità. Era costretto a vivere da vero e proprio recluso, senza arrischiarsi a mettere il naso fuori dalla porta: anche soltanto camminando per le strade di Parigi un ventenne avrebbe destato sospetti in quel periodo, visto che, a parte forse gli impiegati di qualche ministero, tutti i giovani maschi erano a combattere.
Un giorno, vinto dalla noia, per scherzare un po’ con Louise scelse uno degli abiti di sua moglie e lo indossò. Ed ecco l’illuminazione. Perché non travestirsi da donna?

Louise e Paul fecero una prova. Lui si rasò molto attentamente; sua moglie gli mise un filo di trucco, aggiustò i vestiti femminili, gli infilò in testa un cappellino da signora. Non era un travestimento perfetto, ma forse poteva funzionare.
Trattenendo il fiato, i due uscirono in strada. Camminarono per un po’ per la via, con finta disinvoltura. Si sedettero in un bar, e si accorsero che la gente non sembrava notare nulla di strano in quelle due amiche che si godevano il loro aperitivo. Rientrando, sentirono un brivido nel notare un uomo il cui sguardo intenso era puntato, fisso, verso di loro… finché l’uomo non lanciò un fischio di ammirazione. Era la prova definitiva: Paul, nei panni femminili, era abbastanza convincente da ingannare perfino l’occhio attento di un tombeur de femmes.

Da quel momento, per il mondo esterno, i due divennero una coppia di donne che vivevano assieme. Paul comprò dei vestiti, assunse una pettinatura più femminile, imparò a modificare la sua voce.
Cominciò a farsi chiamare Suzanne Landgard. Per chi assume una nuova identità, la scelta del nome ha evidentemente un peso particolare: quindi ci si è chiesti, Landgard voleva forse dire “colui che protegge (garde) Landy?”.
Ora che Paul/Suzanne poteva uscire a volto scoperto, era anche in grado di contribuire alle entrate: mentre Louise lavorava in un’azienda che produceva materiali didattici, Suzanne prese impiego come operaia in sartoria. Ma forse faticava a restare nella parte, perché a quanto sappiamo cambiava spesso lavoro a causa di problemi di relazione con i colleghi.

La Guerra, finalmente, finì. Paul avrebbe voluto uscire dalla clandestinità, ma era ancora in pericolo. Come facevano molti altri disertori all’epoca, anche la nostra coppia partì per la Spagna (paese neutrale) e per un breve periodo trovò rifugio nei Paesi Baschi. Poi, eccoli di nuovo a Parigi nel 1922.

Ora però l’atmosfera della capitale era cambiata: appena entrata nei cosiddetti “anni folli”, era una città che voleva ad ogni costo dimenticare la guerra e dunque ribolliva di novità, avanguardie artistiche, piaceri senza freno. Louise e Suzanne si accorsero che in fondo potevano sembrare soltanto altre due garçonnes, ragazze alla moda che ostentavano un taglio di capelli maschile e indossavano i pantaloni, scandalizzando i borghesi. Louise dipingeva soldatini di piombo la sera, dopo il lavoro, per guadagnare qualche soldo extra.
Paul invece non trovava occupazione, e la sua insaziabile voglia di vita lo spinse a frequentare il Bois de Boulogne, un parco pubblico che in quegli anni era un noto punto di incontro per l’amore libero: vi si davano appuntamento libertini, scambisti, prostitute e magnaccia.
Paul, nei panni di Suzanne, si prostituiva per portare a casa un po’ di denaro? Forse no.
Comunque, diventò una delle “regine” del Bois.

Da quel momento le sue giornate divennero affollate di rapporti occasionali, orge, amanti sia femminili che maschili, perfino annunci “in codice” sui giornali. Paul/Suzanne provò anche a convincere Louise a partecipare a questi incontri erotici, ma non fece che alimentare i primi conflitti all’interno della coppia, fino ad allora unitissima.
La sete di esperienze non si fermava qui: Suzanne Landgard nel 1923 è fra le prime “donne” a saltare con il paracadute.
Non mi arrivi alla caviglia, mia cara, io sono raffinato, voglio uscire da questa massa, questa massa bruta che va a lavorare al mattino come gli schiavi e torna a casa la sera”, ripeteva a Louise.

Nel gennaio del 1924 finalmente arrivò la tanto attesa amnistia.
La mattina stessa della notizia, Paul scese le scale vestito da uomo, senza più trucco sul volto. La portiera del condominio, quando lo vide uscire, rimase scandalizzata: “Madame Suzanne, siete diventata matta?” “Non sono Suzanne, sono Paul Grappe e vado a dichiararmi disertore per l’amnistia.
A quel punto, quando le autorità seppero del suo caso, anche la stampa ne venne a conoscenza. “Il travestito disertore”, titolò qualche quotidiano. E arrivarono le prime discriminazioni:  paradossalmente, proprio ora che si scopriva che lui era un uomo (e quindi le due presunte lesbiche erano in realtà una coppia sposata) Paul e Louise vennero sfrattati. Il Partito Comunista si mobilitò per difendere i due proletari vittime dei pregiudizi, e in breve Paul si ritrovò al centro di un estemporaneo dibattito sociale. La piccola notorietà che lo investì gli diede forse alla testa: convinto di poter diventare una celebrità, o di avere magari qualche chance come attore, cominciò a distribuire fotografie autografate che lo ritraevano in panni sia maschili che femminili, e ingaggiò perfino un agente.

Ma la ben più prosaica realtà era che la storia fantastica delle sue imprese, Paul la raccontava principalmente nei bar, per farsi offrire un goccetto. Mostrava l’album di fotografie di quando era Suzanne, e conservava anche un dossier di foto oscene, oggi andate perdute. A poco a poco cominciò a bere non meno di cinque litri di vino al giorno. Perdeva un lavoro dietro l’altro, e anche in casa divenne aggressivo.
Il suo ritorno alla mascolinità – quella stessa virilità che l’aveva condannato all’orrore della trincea – portò con sé la violenza. Prima della Grande Guerra non c’era stato in lui indizio né di bisessualità né di tendenze manesche, e molto probabilmente l’eco dei traumi subiti sul campo di battaglia ebbe la sua parte nella ripida discesa di Paul Grappe nell’alcolismo, nella brutalità e nella confusione.

Ormai spendeva tutto lo stipendio della moglie per ubriacarsi. Gli episodi di violenza domestica si moltiplicavano.
Louise, in un disperato tentativo di riconciliazione, accettò di prendere parte ai giochi sessuali del marito, e per compiacerlo (almeno a quanto dichiarò più tardi nella sua deposizione) prese come amante un aitante giovanotto spagnolo di nome Paco. Ma il volubile Paul non apprezzò lo sforzo, e cominciò a essere infastidito dalla presenza di questo terzo incomodo. Quando le intimò di lasciare Paco, Louise invece lasciò lui.
Da questo momento la loro storia divenne simile a quella, triste e risaputa, di tante coppie allo sbando: lui la trovò a casa di sua madre, la minacciò con una pistola, la supplicò di tornare a casa con lui. Lei cedette, ma poco dopo scoprì di essere incinta. Di Paul, o dell’amante Paco? Nel dicembre 1925 il bambino vide la luce, e Louise volle chiamarlo Paul – evidentemente per rassicurare il marito della paternità.
I tre vissero qualche mese di serenità, come una vera famiglia, Paul ricominciò a cercare lavoro e cercò di limitare l’alcol. Ma non durò. Le crisi ricominciarono, le violenze anche, fino alla notte dell’omicidio in cui l’uomo avrebbe perfino minacciato di fare del male al bambino. Louise pose fine ai giorni di Paul con due pallottole in testa, poi corse al comando di polizia a costituirsi.

Il processo ebbe una certa eco mediatica, per via dei toni sensazionalistici della vicenda: l’imputata, la moglie che aveva fatto fuori il “travestito disertore”, era difesa dal famoso avvocato Maurice Garçon. Accadde che mentre Louise era incarcerata, il bambino morì di meningite. Da una parte l’avvocato puntò quindi  sulla carta della vedova che adesso era anche madre in lutto, una vittima della violenza coniugale che aveva dovuto uccidere il marito per proteggere il figlioletto malato – dall’altra tentò di minimizzare il problema che la donna fosse anche stata complice nella diserzione, nel travestitismo, nei comportamenti scandalosi. Nel 1929, Louise Landy fu dichiarata innocente, avvenimento piuttosto raro nei processi per omicidio del coniuge. Da quel momento Louise sparì da qualsiasi cronaca, e di lei non si seppe più nulla tranne che si risposò, e infine morì nel 1981.

La storia di Paul Grappe, con tutto ciò che suggerisce su quell’epoca travagliata, sui traumi dei combattenti, sui conflitti interni che il genere sessuale comporta, è stata scoperta da Fabrice Virgili e raccontata nel suo libro La garçonne et l’assassin : Histoire de Louise et de Paul, déserteur travesti dans le Paris des années folles (nell’ironico titolo la garçonne è evidentemente Paul, e Louise l’assassino), e ha dato vita anche al fumetto di Chloé Cruchaudet intitolato Poco raccomandabile.

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(Grazie, Francesca!)

La reggia del postino

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Ferdinand Cheval nacque nel 1836 a Charmes, un piccolo villaggio nel comune di Hauterives, a poco meno di un centinaio di chilometri da Lione. La mamma di Ferdinand, Rose, morì quando lui aveva soltanto undici anni; essendo la famiglia molto povera, l’anno dopo il piccolo lasciò la scuola per lavorare assieme a suo padre. Anche quest’ultimo morì pochi anni più tardi, nel 1854. Ferdinand Cheval, ventenne, diventò quindi aiuto panettiere. Dopo aver sposato la giovane Rosalie Revol, di soli 17 anni, per qualche anno si allontanò dal paese alla ricerca di lavoro, accettando diversi impieghi saltuari; ritornò dalla moglie nel 1863 e nel 1864 nacque il loro primo figlio. Un anno più tardi il bambino morì. Due anni dopo vide la luce il loro secondo figlio. Nel 1867, a trentun anni, Ferdinand Cheval prestò giuramento per diventare postino. Nel 1873, sua moglie Rosalie morì.

Una vita come tante, segnata dal dolore e dalla precarietà. Erano tempi di grande miseria, in cui fame e malattie mietevano vittime continuamente. Eppure l’800 era anche il secolo della svolta modernista – con la monarchia che lasciava il passo alla Repubblica, le scienze e la medicina che facevano passi da gigante, l’industria appena nata, e via dicendo. E l’eco di queste rivoluzioni arrivò anche alle campagne francesi. Fra le mani di Ferdinand passavano le prime gazzette illustrate, come ad esempio il Magasin Pittoresque o La revue illustrée, ma anche le prime cartoline postali provenienti da tutto il globo; ed ecco che di fronte agli occhi di un povero fattorino rurale si spalancava un mondo esotico fatto di ferrovie ultraveloci, di eroiche colonizzazioni in Africa e in Asia, di spettacolari e incredibili scoperte presentate alle prime Esposizioni Internazionali… insomma, anche se la realtà quitidiana rimaneva ancora dura, il carburante per il sogno non mancava di certo.

Ferdinand Cheval macinava i suoi trenta chilometri al giorno, percorrendo sempre lo stesso tragitto. A quell’epoca i ritmi di un postino erano ben diversi da quelli “motorizzati” di oggi. Nei suoi diari scriverà:

Cosa fare, camminando perpetuamente nello stesso paesaggio, se non sognare. Per distrarre i pensieri, costruivo in sogno un palazzo fiabesco…

Ma le strampalate fantasticherie di questo umile postino di campagna sarebbero rimaste tali, se la Natura non gli avesse mandato un segno. Il 19 aprile del 1879 Ferdinand Cheval ha 43 anni, e la sua vita sta per cambiare per sempre.

Un giorno del mese d’aprile nel 1879, facendo il mio solito giro di postino rurale, a un quarto di lega prima d’arrivare a Tersanne, camminavo molto in fretta quando il mio piede inciampò su qualcosa che mi fece scivolare qualche metro più in là, e volli saperne la causa. In sogno, avevo costruito un palazzo, un castello o delle grotte, non posso esprimerlo bene… non lo dicevo a nessuno per paura di sembrare ridicolo, e mi trovavo ridicolo io stesso. Ecco che dopo quindici anni, nel momento in cui avevo quasi dimenticato il mio sogno, e che non ci pensavo per nulla al mondo, è il mio piede che me lo fa ricordare. Il mio piede aveva urtato una pietra che per poco non mi faceva cadere. Ho voluto sapere cos’era… Era una pietra dalla forma così bizzarra che l’ho messa in tasca per poterla ammirare a mio piacimento. Il giorno dopo, sono ripassato nello stesso posto. Ne ho trovate ancora, e di più belle, le ho raccolte tutte sul posto e ne sono rimasto rapito… È una pietra molassa lavorata dalle acque e indurita dalla forza del tempo. Diviene dura come i sassi. Essa rappresenta una scultura così bizzarra che è impossibile per l’uomo imitarla, vi si possono leggere ogni specie di animali, ogni tipo di caricature. Mi sono detto: visto che la natura vuol fare la scultura, io farò la muratura e l’architettura.

La pietra che risvegliò il sogno sopito.

Quella pietra, scoperta per caso, fu per il postino l’equivalente di una folgorazione sulla via di Damasco. E Cheval non si tirò indietro, di fronte a questa evidente chiamata all’azione, cominciando pian piano a mettere in piedi il suo cantiere – nonostante non avesse un’educazione, né sapesse minimamente come andava costruita una casa, figurarsi un castello delle fiabe. La gente del paese cominciò a prenderlo per matto. Ma di colpo la vita gli aveva svelato uno scopo grandioso, e se ogni giorno percorreva i suoi soliti trenta chilometri a piedi, ora c’era una scintilla nei suoi occhi che egli non aveva mai avuto. Al peso della posta da consegnare si aggiunse quello delle pietre: all’andata le selezionava e posizionava lungo la via, al ritorno le raccoglieva aiutandosi con la sua fida carriola. Il postino Cheval e la sua carriola divennero una vera e propria icona per gli abitanti di Hauterives.

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Nei giorni di pausa, ogni sera e ogni mattina, Cheval continuava a costruire la struttura; procedeva a braccio, da perfetto autodidatta, aggiungendo ornamenti su ornamenti senza un piano di progettazione vero e proprio. Instancabile, febbrile, posseduto dalla grandiosità di ciò che stava compiendo.

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Il postino Cheval cominciò la sua opera con una fontana, la “Sorgente della Vita”, per poi aggiungerci la cosiddetta “Grotta di Sant’Amedeo”, il Sepolcro Egizio, e tutta una serie di pagode, templi orientali, moschee, e altre rappresentazioni di luoghi sacri, mostrati l’uno di fianco all’altro; i Tre Giganti (Cesare, Vercingetorige, Archimede) furono posti a guardia del complesso scultoreo.

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Il postino non conosceva più riposo. Nel 1894 Cheval vide morire un’altra figlia, di 15 anni, avuta dalla seconda moglie. Sconvolto da questa ulteriore perdita, due anni dopo si ritirò in pensione ma non smise certo di dedicarsi al suo Palazzo. Ormai era a metà dell’opera, non poteva fermarsi.

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Il Palazzo Ideale non era pensato come un edificio vero e proprio, abitabile, ma piuttosto come un monumento dedicato alla fratellanza fra le genti, al di là di qualsiasi credo o provenienza: un amalgama di forme e stili occidentali e orientali, un sincretismo elaborato e ispirato alla natura, alle cartoline postali e alle riviste che Cheval distribuiva. Figure scolpite, palme di cemento, bestie, mostri, rami intrecciati e colonne arabescate facevano da contorno a raffigurazioni o edifici sacri; iscrizioni e insegne dovevano riportare i messaggi e le poesie del costruttore; nella cripta, infine, un piccolo altare era dedicato a colei senza la quale tutto questo non sarebbe stato possibile, quella che Cheval chiamava “la mia fedele compagna di pena“… l’inseparabile carriola.

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Il postino Cheval finì di costruire il suo Palazzo Ideale nel 1912, dopo avervi dedicato ben trentatré anni della sua vita. Lo ricordò con una scritta, visibile sotto una scala che costeggia il Tempio della Natura verso la facciata Nord:

1879-1912: 10.000 Giornate, 93.000 Ore, 33 anni di ostacoli e prove. Lavoro d’un uomo solo.

Soddisfatto, Cheval annunciò che quel monumento sarebbe stato anche la sua tomba; ma, a sorpresa, le autorità gli negarono il permesso di essere seppellito lì. Cosa fare? Cheval non si perse d’animo.

Dopo aver terminato il mio Palazzo dei sogni all’età di settantasette anni e dopo trentatré anni di tenace lavoro, mi sono trovato ancora abbastanza coraggioso da farmi da solo la mia tomba al cimitero della Parrocchia. Là ho lavorato ancora 8 anni di dura fatica. Ho avuto la fortuna d’aver la salute per completare questo sepolcro chiamato “La Tomba del silenzio e del riposo senza fine” – all’età di 86 anni. Questa tomba si trova a circa un chilometro dal villaggio di Hauterives. Il suo genere di lavorazione la rende molto originale, quasi unica al mondo, in realtà è l’originalità che la rende bella. Un gran numero di visitatori va a visitarla dopo aver visto il mio Palazzo dei sogni, e ritornano nel loro paese meravigliati, raccontando ai loro amici che non è una favola, che è la realtà vera. Bisogna vederlo per crederci.

Proprio in quel mausoleo Ferdinand Cheval raggiungerà il suo meritato riposo nel 1924.

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“Le Tombeau du silence et du repos sans fin”.

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Poco prima di morire, però, il facteur Cheval aveva avuto la soddisfazione di vedere il suo Palazzo riconosciuto da alcuni artisti e intellettuali come un esempio straordinario di architettura senza regole né strutture, un’opera d’arte spontanea e inclassificabile. Nel 1920 André Breton lo segnala come precursore architettonico del surrealismo, in seguito con l’emergere del concetto di art brut Cheval verrà ulteriormente ammirato per il suo lavoro; oggi si preferisce il termine outsider art, o arte naïf, ma il concetto resta quello: proprio perché privo di una cultura artistica, Cheval si è permesso di operare scelte istintive e non accademiche che rendono il Palazzo un’opera a suo modo unica. Picasso, Ernst, Tinguely, Niki de Saint Phalle furono tutti amanti di questo luogo folle e incredibile, che ispirò più o meno esplicitamente diverse altre “cittadelle” immaginarie. Nel 1969 André Malraux decise di tutelare il Palazzo come monumento storico, contro il parere di molti altri funzionari del Ministero della Cultura, con queste motivazioni:

In un tempo in cui l’arte naïf è diventata una realtà considerevole, sarebbe infantile non tutelare, quando siamo noi francesi ad avere la fortuna di possederla, la sola architettura naïf al mondo, e aspettare che si distrugga.

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Il piccolo comune di Hauterives è sempre là, fra le colline e i campi, ai piedi delle Alpi Francesi. Eppure solo nel 2013 quasi 160.000 visitatori hanno fatto pellegrinaggio al Palazzo Ideale, oggi completamente restaurato e nella cornice del quale si organizzano mostre d’arte, concerti, eventi. E, perdendo per l’ennesima volta lo sguardo negli intricati ghirigori di pietra, ci si stupisce all’idea che siano stati veramente creati da un semplice postino, che con la sua carriola batteva la campagna alla ricerca di pietre bizzarre; non si può che ripensare allora alla sardonica provocazione che Cheval stesso iscrisse sulla facciata del suo Palazzo:

Se c’è qualcuno più ostinato di me, si metta all’opera.

Ma questa frase ironica, ci piace leggerla anche come un invito, oltre che una sfida; un’esortazione a coltivare la cocciutaggine, la follia e la temerarietà – necessarie a chiunque voglia veramente provare a costruire il suo “Palazzo Ideale”.

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Ecco il sito ufficiale del Palazzo Ideale.