L’homunculus in noi

L’homunculus di Paracelso, frutto di complicate ricette alchemiche, è una figura allegorica che ha affascinato per secoli l’immaginario collettivo. La sua fortuna ha presto travalicato l’ambito alchemico, e l’homunculus è stato preso a prestito dalla letteratura (Goethe, per fare un solo esempio), dalla psicologia (ne scrisse Jung), dal cinema (la meravigliosa, ironica scena di Pretorius ne La sposa di Frankenstein del 1935), e dal mondo dell’illustrazione (penso qui in particolare all’amico Stefano Bessoni). Ancora oggi evidentemente l’homunculus non ha perso il suo appeal: i misteriosi video postati su YouTube da un utente russo, che mostrerebbero alcuni strani esseri proteiformi nati proprio da improbabili procedimenti, hanno totalizzato in poco tempo decine di milioni di visualizzazioni.

Eppure non è dell’homunculus classico, più o meno metaforico, che vorrei parlare qui, bensì dell’utilizzo che di questo termine si fa in patologia.
Sì, perché a vostra insaputa un abbozzo di figura umana in miniatura potrebbe nascondersi nel vostro stesso corpo.
Benvenuti nel territorio in cui il fantastico fa irruzione nell’anatomia.

Facciamo un passo indietro, cominciamo proprio dall’inizio della vita.
La cellula fecondata (zigote) è al principio solo una; ma comincia subito a dividersi, a generare nuove cellule che proliferano, si trasformano, migrano. Dopo due settimane circa, le diverse popolazioni cellulari si organizzano in tre zone principali (foglietti germinativi), ognuna delle quali ha un compito preciso – ciascuna è preposta cioè alla formazione di un determinato tipo di struttura. I tre strati specializzati creano man mano le varie conformazioni anatomiche, costituendo la pelle, i nervi, le ossa, gli organi, gli apparati e così via. Questa metamorfosi, questo progressivo “affiorare” dell’ordine si conclude quando il feto è sviluppato in pieno.

Talvolta può però accadere che lo stesso processo, per qualche motivo, si attivi nuovamente anche in un individuo adulto.
È come se alcune cellule, vittime di chissà quale insondabile allucinazione, credessero di trovarsi ancora nello stadio embrionale: iniziano così a intessere nuove strutture, crescite abnormi chiamate teratomi, che assomigliano proprio ai derivati delle prime differenziazioni germinali.

Le cellule impazzite si mettono a produrre capelli, ossa, denti, unghie, talvolta materia cerebrale o tiroidea, persino occhi interi. A livello istologico questi tumori, generalmente di tipo benigno, possono essere solidi, contenuti all’interno di cisti, oppure un misto delle due cose.

In casi molto rari la crescita del teratoma può essere così altamente differenziata da assumere una forma antropomorfa, ancorché rudimentale. Sono i cosiddetti teratomi fetiformi (homunculus).

I report clinici relativi a questa anomalia patologica hanno davvero una qualità perturbante, cronenberghiana: un homunculus trovato nel 2003 all’interno di un teratoma ovarico in una donna vergine di 25 anni mostrava la presenza di cervello, spina dorsale, orecchie, denti, tiroide, ossa, intestini, trachea, tessuto fallico e un occhio al centro della fronte.
Nel 2005 un’altra massa fetiforme aveva capelli e arti abbozzati, con dita e unghie. Un homunculus riportato nel 2006 presentava un arto superiore, e due inferiori comprensivi di piedi e dita. Nel 2010 un’altra massa mostrava un piede dalle dita fuse assieme, peli, ossa e midollo. Nel 2015 in una paziente di 13 anni venne riscontrato un teratoma fetiforme con peli, arti vestigiali, un rudimentale tubo digestivo e una formazione cranica contenente meningi e tessuto nervoso.

Cosa spinge alcune cellule a cercare di creare una nuova, impossibile vita? E, in definitiva, siamo sicuri che quel minuscolo feto incompleto in realtà non si trovasse lì fin dal principio?
Tra le molte ipotesi avanzate, infatti, vi è anche quella che sostiene che gli homunculi (difficili da studiare proprio in ragione della loro rarità in letteratura scientifica) non siano dei veri e propri tumori, quanto piuttosto le vestigia di un gemello parassita, inglobato in periodo embrionale nel corpo del fratello. Più che di teratomi, dunque, sarebbe più corretto parlare di casi di fetus in fetu.

Ma in prevalenza i due fenomeni sono considerati distinti.
Per distinguere l’uno dall’altro ci si basa sull’esistenza o meno di una colonna vertebrale (presente nel fetus in fetu ma non nel teratoma), sulla localizzazione (i teratomi si riscontrano prevalentemente nei pressi dell’apparato riproduttivo, mentre i fetus in fetu nel retroperitoneo) e sulla zigosità (i teratomi spesso si presentano differenziati dai tessuti circostanti, quasi fossero gemelli “fraterni” del loro ospite, mentre il fetus in fetu sarebbe omozigote).

Studiare queste formazioni anomale potrebbe fornire informazioni utili per la comprensione dello sviluppo umano e della partenogenesi (fondamentale per le ricerche sulle staminali).
Ma un aspetto intrigante rimane proprio la loro natura problematica. Come dicevo, ogni volta che i medici si ritrovano di fronte a un homunculus, il dilemma è sempre come categorizzarlo: teratoma o gemello parassita? Struttura “affiorata” a posteriori, o forma che stava lì dal principio?

È interessante osservare che questa stessa incertezza, questo dubbio per ben 23 secoli ha riguardato anche gli embrioni normali. Il dibattito verteva su un’analoga questione: i feti sorgono dal nulla, o sono preesistenti?
È l’antica diatriba fra i sostenitori dell’epigenesi e del preformismo, ovvero tra chi affermava che le forme dell’embrione “emergessero” dalla materia indistinta, e chi sosteneva che esse fossero già contenute nel seme.
Se già Aristotele, studiando gli embrioni di pollo, aveva ipotizzato che le strutture fisiche del nascituro prendessero consistenza a poco a poco, guidate dall’anima, nel XVIII secolo questa teoria venne messa in discussione dal preformismo. Secondo gli entusiasti di questa tesi (sostenuta tra l’altro da studiosi del calibro di Leibniz, Spallanzani e Diderot) l’embrione era già perfettamente formato ab ovo, così piccolo da non poter essere visto ad occhio nudo; durante lo sviluppo, esso si limitava a crescere in dimensioni, proprio come avrebbe continuato a fare anche dopo la nascita.
Da dove veniva questa idea? Una parte importante l’aveva sicuramente giocata un celeberrimo disegno di Nicolaas Hartsoeker, fra i primi scienziati ad avere osservato il liquido seminale al microscopio, nonché convinto assertore dell’esistenza di minuscoli feti già completi, nascosti all’interno della testa degli spermatozoi.
E Hartsoeker a sua volta aveva preso ispirazione proprio dalle famose immagini alchemiche dell’homunculus.

In un certo senso, gli homunculi nati dalle provette degli alchimisti e quelli studiati dagli anatomopatologi non sono poi così differenti. Gli uni come gli altri sono simboli degli enigmi dello sviluppo, del mistero fondamentale della nascita e della vita. Immagini in miniatura del problema ontologico che da sempre assilla l’umanità: appariamo dal caos indistinto, oppure il nostro cuore e il nostro animo esistevano già, da qualche parte, in qualche modo, prima di nascere?


Piccola appendice anatomo-patologica (e anche un po’ genetica)
di Claudia Manini, MD

I teratomi sono tumori a cellule germinali composti da una mescolanza di tessuti derivati da due o più foglietti embrionali (ectoderma, mesoderma ed endoderma) in combinazione variabile.
Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di tumori benigni ad insorgenza prevalente nelle gonadi. I teratomi, più frequentemente, sono composti da tessuti maturi, ovvero come quelli che compongono il corpo umano nella vita extrauterina, ma qualche volta possono contenere anche tessuti immaturi (embrionali o fetali) ed in questo caso più facilmente possono avere un comportamento biologico maligno.
L’origine dei teratomi, data la loro bizzarra morfologia, è da sempre materia di interesse, speculazioni e dispute scientifiche. La teoria partenogenetica che ne indica l’origine dalle cellule germinali dopo una prima divisione meiotica è oggi la più ampiamente accreditata, sostenuta da evidenze citogenetiche. Le altre due teorie suggerivano rispettivamente l’origine da blastomeri segregati agli stadi iniziali di sviluppo embrionale, o da residui embrionali, e sono ormai state abbandonate.
La teoria partenogenetica è supportata dalla distribuzione anatomica dei teratomi lungo le linee di migrazione delle cellule germinali primordiali; dal fatto che insorgono durante l’età riproduttiva (dato epidemiologico-osservazionale ma anche sperimentale su animale); e da evidenze citogenetiche che hanno dimostrato differenze genotipiche tra il tessuto teratomatoso che è omozigote e il genotipo eterozigote dei tessuti dell’ospite.
Le cellule germinali sono le uniche che, attraverso un meccanismo che si chiama “meiosi”, danno origine ai gameti, ovvero alla cellula uovo ed allo spermatozoo, cioè cellule che contengono solo metà del patrimonio genetico della cellula di origine (per questo dette aploidi).
Dalla fusione del patrimonio genetico aploide dei due gameti, dopo la fecondazione, origina una cellula con un patrimonio genetico “diploide” che continuando a dividersi darà origine ad un nuovo individuo con un genotipo eterozigote in quanto originato da due patrimoni genetici di individui diversi che si sono fusi.
Le cellule che compongono un teratoma hanno invece un patrimonio genetico identico tra i due set di 23 coppie di cromosomi.
I teratomi quindi, anche quando sorprendentemente diano forma a strutture fetiformi, sono un fenomeno diverso rispetto al fetus in fetu e rientrano nell’ambito della patologia tumorale e non malformativa.
Il che nulla toglie al fascino che la loro osservazione esercita e ad un certo sgomento quando ci si soffermi a riflettere sulle potenzialità differenziative di una singola cellula germinale.
Fonti
Kurman JR et al., Blaustein’s pathology of the female genital tract, Springer 2011
Prat J., Pathology of the ovary, Saunders 2004

Robert E. Cornish

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Robert E. Cornish, classe 1903, era un bambino prodigio. Si laureò con lode all’Università della California a soli 18 anni, e conseguì il dottorato a 22. Eppure talvolta una mente brillante può smarrirsi all’inseguimento di sfide perse in partenza e di scommesse impossibili: di sicuro, pur con tutte le sue doti, il Dr. Cornish non eccelleva per lungimiranza.

Così, appena accettato un posto all’Istituto di Biologia Sperimentale presso l’Università, immediatamente si impelagò in una serie di ricerche che non avevano un futuro, come ad esempio un progetto per un paio di lenti che permettessero di leggere il giornale sott’acqua. (Se pensate – a ragione – che questa sia un’idea bislacca, date un’occhiata ai brevetti di cui abbiamo parlato in quest’articolo).

Nel 1932, a ventisette anni, Cornish cominciò ad essere ossessionato dall’idea di poter rianimare i cadaveri. Mise a punto una tavola basculante, una sorta di letto rotante fissato su un fulcro, su cui avrebbe dovuto essere legato il morto da riportare in vita. Ovviamente il decesso doveva essere accaduto da poco, e senza gravi danni agli organi interni: secondo le sue stesse parole, “facendolo muovere in su e in giù, mi aspetto una circolazione artificiale del sangue”.

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Erano gli anni ’30, e non era più facile come un tempo procurarsi dei corpi freschi su cui sperimentare come facevano i “rianimatori di cadaveri” di una volta (vedi questo articolo), ma Cornish riuscì comunque a testare la sua tavola su vittime di attacchi cardiaci, morti per annegamento o folgorati. Purtroppo, nessuno di essi tornò in vita dopo essere stato sbatacchiato in alto e in basso. In un rapporto confidenziale per l’Università della California, Cornish segnalava che dopo un’ora passata a basculare il cadavere di un uomo “il suo volto sembrava essersi improvvisamente riscaldato, gli occhi erano tornati a brillare, e si potevano osservare delle deboli pulsazioni in prossimità della trachea”. Un po’ pochino per affermare che la tecnica fosse efficace.

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Così Cornish decise che, prima di ritentare sugli uomini, sarebbe stato più saggio mettere a punto il suo metodo sugli animali. Nel 1934 iniziò gli esperimenti che gli avrebbero dato la fama e che, allo stesso tempo, avrebbero decretato la fine della sua carriera.

Le vittime sacrificali di queste nuove ricerche erano cinque fox terrier, chiamati (neanche troppo ironicamente) Lazarus I, II, III, IV e V. Per ucciderli, Cornish usò una miscela di azoto ed etere, asfissiandoli fino alla completa cessazione del respiro e del battito cardiaco. Dichiarati clinicamente morti, i cani venivano poi sottoposti alle tecniche sperimentali di rianimazione, che prevedevano – oltre al basculamento –  delle iniezioni di adrenalina ed eparina (un anticoagulante), mentre Cornish aspirava dell’ossigeno da una cannuccia e lo soffiava nella bocca aperta del cane morto.

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Lazarus I, II e III furono un buco nell’acqua, ostinandosi a rimanere deceduti. Ma ecco la sorpresa: nel 1934 e 1935, con Lazarus IV e V, qualcosa effettivamente successe. I cani ripresero conoscenza, e ritornarono a respirare e a vivere. Certo, i danni cerebrali che avevano subito erano irreparabili: i cani erano completamente ciechi e non riuscivano a stare in piedi da soli. Ma la stampa amplificò questo piccolo successo a dismisura, e in breve tempo Cornish acquistò la fama di novello Frankenstein, anche grazie al suo strabismo divergente che gli donava uno sguardo da vero e proprio scienziato pazzo.

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Nel 1935 anche Hollywood cercò di far cassa sulla popolare vicenda, con la realizzazione del (pessimo) film Life Returns, ispirato alle ricerche di Cornish: quest’ultimo compare in una scena del film, nei panni di se stesso, mentre esegue dal vero uno dei suoi esperimenti di “rivitalizzazione” di un cane.

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Forse Cornish pensava che l’esposizione mediatica gli avrebbe consentito maggiori fondi e più libertà di ricerca, ma accadde l’esatto opposto. Questi esperimenti erano un po’ troppo estremi, perfino per la sensibilità del tempo, e l’Università della California di fronte alle proteste degli animalisti decise di bandire Cornish dal campus, e tagliò tutti i ponti con lui.

Ritiratosi nella sua casa di Berkeley, Cornish mantenne un basso profilo per tredici anni. Ogni tanto doveva calmare l’ostilità dei vicini, per via delle fughe di pecore e cani dal suo laboratorio, o per varie esalazioni di componenti chimici che appestavano l’aria e scrostavano la vernice dagli edifici della zona. Ma nel 1947, eccolo ritornare sulla ribalta, affermando di aver finalmente perfezionato la tecnica, e dichiarandosi pronto a resuscitare un condannato a morte. L’audace impresa sarebbe stata tentata, questa volta, senza l’aiuto di tavole basculanti (concetto che aveva ormai completamente abbandonato), ma grazie ad una macchina cuore-polmoni assemblata in maniera artigianale e quantomeno fantasiosa: era composta dall’aspiratore di un aspirapolvere, dal tubo di un radiatore, da una ruota d’acciaio, da alcuni cilindri e da un tubo di vetro contenente 60.000 occhielli per lacci da scarpa.

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Un detenuto del braccio della morte di San Quintino, Thomas McMonigle, condannato per l’omicidio di una ragazzina, si propose volontariamente come cavia – con l’intesa che, se anche l’esperimento fosse riuscito ed egli fosse sopravvissuto alla camera a gas grazie all’apparecchio di Cornish, sarebbe comunque rimasto in carcere.

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Le autorità della California negarono però nettamente la richiesta di Cornish di poter sperimentare con il corpo del condannato a morte. Con quest’ultima sconfitta, la sua ricerca non aveva più alcuna possibilità di continuare. Ritiratosi nuovamente a vita privata, sbarcò il lunario vendendo un dentifricio di sua invenzione, il “Dentifricio del Dottor Cornish”, fino alla sua morte improvvisa nel 1963.

La biblioteca delle meraviglie – XI

AnatomieHugh Aldersey-Williams

ANATOMIE – Storia culturale del corpo umano

(2013, Rizzoli)

Restiamo sempre sorpresi quando leggiamo che, per gli antichi, la sede delle emozioni non era il cuore o il cervello, ma il fegato. Ci coglie infatti il sospetto che il modo in cui guardiamo al nostro stesso corpo sia influenzato dalla cultura in cui siamo cresciuti. Ma la profondità e la portata di questa verità ci sfugge quotidianamente.

L’aspetto più stupefacente, leggendo questa densa ma appassionante “storia culturale del corpo umano”, è scoprire di pagina in pagina quante cose diamo per scontate: dal valore imprescindibile che assegniamo alla testa, all’importanza del nostro naso, all’ignoranza pressoché totale sui nostri organi interni, “esoterici” e in un certo senso inquietanti, l’autore ci conduce attraverso un percorso che si snoda dall’antichità ad oggi, fra difficili scoperte, clamorose smentite ed errori stupefacenti.

I primi anatomisti si scoprirono “esploratori” di una sconosciuta geografia interna, fino ad allora nascosta, e cominciarono a dare il proprio nome ad organi, appendici, insenature e “isole” proprio come i conquistatori di un Nuovo Mondo. Ma questa ricognizione non è ancora finita, e il libro di Aldersey-Williams svela con stile preciso e piacevole come non soltanto la scienza ma anche le belle arti, la letteratura e perfino il linguaggio facciano della forma umana un oggetto complesso, sfaccettato, che partendo dalle proporzioni ideali di Leonardo Da Vinci cerca oggi una perfezione ancora maggiore, un affrancamento dalla vecchiaia e dalla morte le cui suggestioni ricordano il mito di Frankenstein. Una storia variegata, che dalla lezione di Tulp di Rembrandt alle sopracciglia di Mona Lisa, dagli esperimenti di Mengele ai moderni impianti biomeccanici ci racconta quanto mutevole, ibrido ed essenzialmente indefinibile sia questo corpo che abitiamo.

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Fritz Kahn

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(2013, Taschen)

Sempre nell’ambito delle scienze anatomiche, è interessante considerare come la scienza odierna utilizzi dei modelli tecnologici per rapportarsi alle varie parti del corpo: il cuore come pompa meccanica, il cervello come computer, il sistema osteo-muscolare come perfetta macchina in movimento, e via dicendo. Questo tipo di metafore sono state spesso criticate come fuorvianti, soprattutto dai fautori di una visione più olistica della medicina, ma accostare il meccanico e l’organico ha sicuramente il pregio di spiegare in maniera chiara il funzionamento di un determinato sistema, anche ai non addetti ai lavori.

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Lo aveva compreso perfettamente Fritz Kahn, classe 1888, ginecologo, scrittore, artista, che a partire dagli anni ’20 si dedicò alla divulgazione scientifica in maniera completamente inedita ed originale. Cosciente dell’importanza delle immagini nell’educazione, Kahn si prefissò il compito di rendere finalmente visibili e comprensibili i processi fisiologici creando delle analogie con qualcosa di familiare: i processi industriali. Ecco allora che nella sua illustrazione più celebre, L’uomo come palazzo industriale, il corpo è rappresentato come una serie di luoghi di lavoro moderni, organizzati in catene di montaggio, pannelli di controllo, circuiti, macchinari. Nel tempo Kahn affinerà queste metafore architettoniche e industriali, con una capacità e una fantasia per l’accostamento analogico che ha dell’incredibile.

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Ad ogni pagina di questo sontuoso volume che ripercorre l’intera carriera di Kahn, ci si trova di fronte a nuove invenzioni iconografiche, trovate surrealiste, connessioni improbabili, sempre però concepite con spirito divulgativo, per ridurre la complessità e rendere i processi vitali accessibili al pubblico più vasto.

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Oggi che siamo abituati all’infografica, nei testi scolastici come nelle riviste scientifiche, nei manuali di istruzioni come nei giornali, possiamo comprendere ancora meglio l’importanza di questo pioniere dalla fantasia sfrenata, spinto da una incontenibile voglia di condividere con tutti le meraviglie dell’anatomia umana.

Interconnessioni

Jorge Louis Borges, contemplando il suo bastone da passeggio in lacca cinese, scriveva queste parole:

“Lo guardo. Penso all’artigiano che lavorò il bambù e lo piegò affinché la mia mano destra potesse stringerlo bene nel pugno.
Non so se vive ancora o è morto.
Non so se è taoista o buddista o se interroga il libro dei sessantaquattro esagrammi.
Non ci vedremo mai.
È sperduto tra novecentotrenta milioni.
Qualcosa, tuttavia, ci lega.
Non è impossibile che Qualcuno abbia premeditato questo vincolo.
Non è impossibile che l’universo necessiti di questo vincolo.”

(da La cifra, 1981)

Ad ogni causa corrisponde un effetto, certo. Ma la causalità va inserita in una visione più ampia e complessa: quella delle interconnessioni, delle interdipendenze. Ce lo dicono da centinaia d’anni poeti, mistici, visionari – e dal secolo scorso anche fisici e scienziati: nulla esiste per conto proprio, ma ogni cosa è legata alle altre, anche le più remote, le più lontane o antiche. Così la vostra vita (e intendo proprio la vostra giornata di oggi!) è influenzata ovviamente da come vi svegliate, ma anche dal modo in cui la luce filtra dalla finestra, dalle nuvole nel cielo e dal rumore che proviene dalla strada; cosa più difficile da afferrare, la vostra potrebbe essere una buona o una cattiva giornata a seconda se una pecora, in un villaggio del Messico, stia calpestando o meno una violetta. E ancora: la vostra giornata è influenzata da Scipione che sconfigge Annibale, dal buon funzionamento della ghigliottina in una calda mattina di fine ‘700, e in definitiva da ogni uomo o donna o animale che sia comparso ed abbia agito sulla Terra. Ogni minima cosa accaduta vi ha portato fin qui, e contribuisce a farvi sentire come vi sentite ora.

Vi sembra che stiamo esagerando? Facciamo allora un esempio.

Fabio è un ragazzo di quindici anni, e sfogliando un libro d’arte si imbatte per la prima volta nella sua vita in un quadro splendido: si tratta dell’ Urlo di Munch. Il cielo dai colori apocalittici e la figura sgomenta in primo piano lo colpiscono profondamente, toccano una parte di lui che sta appena nascendo. Immediatamente, Fabio sente un’affinità con quel dipinto, che gli sembra racchiudere tutta la paura, l’insicurezza e l’orrore che l’universo gli ispira.


In un’altra parte del mondo, Margot sta completando la lettura di Frankenstein di Mary Shelley. Margot è romantica, ma è ugualmente attratta dalla scienza. Il libro sembra riassumere le sue due passioni, e la tragica storia del mostro riportato in vita con parti di cadavere la affascina. Margot è rapita dalle sue fantasticherie.

Sono due esperienze comuni, e senza una evidente correlazione. Eppure, per quanto sembri assurdo, ciò che oggi provano Fabio e Margot è strettamente collegato a due vulcani, ubicati in una remota parte del pianeta, in Indonesia: il vulcano Tambora e il vulcano Krakatoa.

Nell’aprile del 1815 il vulcano Tambora esplose con una furia talmente devastante da riempire l’atmosfera terrestre di cenere e polveri sottili per i quattro anni a seguire: l’eruzione fu 52.000 volte più potente della bomba di Hiroshima. Si stima che, a livello globale, questa catastrofe costò la vita a più di 60.000 persone. La cenere sparata nell’atmosfera causò cambiamenti climatici drammatici, e il 1816 venne ricordato come l’ “anno senza estate“: anche in Europa la luce del sole non riuscì a scaldare le messi; piogge, gelo e carestie si prolungarono per tutto l’anno. Proprio a causa di queste condizioni climatiche avverse, un gruppo di poeti romantici si ritirò in una villa, a Ginevra, dove si sfidarono l’un l’altro a scrivere la più paurosa storia del terrore. In questa sessione di scrittura creativa, nata proprio dalle intemperie causate dal vulcano, vide la luce il romanzo Frankenstein ad opera della signora Shelley, moglie del più celebre poeta inglese Percey Shelley. Quanto questo romanzo abbia influito sulla cultura occidentale è noto.

Il 27 agosto 1883, il vulcano Krakatoa (poco distante dal Tambora) eruttò con un’energia equivalente a 500 megatoni, provocando il suono più forte mai udito sul pianeta, un boato che arrivò a quasi 5000 km di distanza. L’esplosione ridusse in cenere l’isola sulla quale sorgeva il vulcano e scatenò un’onda di maremoto alta 40 metri, che correva alla velocità di 1120 km/h. Morirono più di 36.000 persone, e fu riportata la presenza di gruppi di scheletri umani vaganti alla deriva per l’oceano indiano su zattere di pomice vulcanica, e finiti sulle coste orientali dell’Africa fino a un anno dopo l’eruzione.
A causa delle particelle di cenere emesse nell’aria, la Luna mantenne per anni un colore bluastro.

L’eruzione generò anche tramonti spettacolari in tutto il mondo per diversi mesi successivi, a causa del fatto che la luce solare si rifletteva sulle particelle di polvere sospese nell’aria, eruttate dal vulcano nell’atmosfera. L’artista inglese William Ashcroft realizzò centinaia di schizzi a colori dei tramonti rossi intorno al mondo (generati dal Krakatoa) negli anni successivi all’eruzione.

Nel 2004 alcuni ricercatori supposero che il cielo color rosso sangue del famoso quadro di Edvard Munch L’urlo, realizzato nel 1893, sia in realtà una riproduzione accurata del cielo norvegese dopo l’eruzione.

Così, senza eruzioni in Indonesia, niente Urlo, niente Frankenstein.

Attenti, perché la vertigine è a pochi passi. Quante altre, minuscole, impercettibili interconnessioni sfuggono al nostro occhio? Quante delle nostre scelte sono condizionate da eventi del passato, o da situazioni che logicamente riterremmo lontane da noi? La nostra mente è davvero razionale e a “tenuta stagna”, oppure le decisioni che prende sono continuamente influenzate dal mondo in cui è immersa? Il passato è veramente passato o vive ancora oggi al nostro fianco?

In un paesino del Messico, una pecora ha calpestato una violetta: ora sta a voi.

La rianimazione dei cadaveri

Il fulmine colpisce la torre più alta del castello. L’elettricità, sfrigolando lungo i cavi, si propaga attraverso i bulbi di un macchinario dai mille quadranti impazziti. L’assistente abbassa un’enorme leva, e il corpo sotto al lenzuolo ha un fremito. Il barone, vestito di un camice bianco, urla con gli occhi allucinati: “È VIVO!”, mentre una mano ricoperta di cicatrici si solleva dolorosamente…

L’idea di uno scienziato che rianima parti di cadaveri tramite le scariche elettriche è entrato nell’immaginario collettivo con il romanzo di Mary Shelley, Frankenstein, ovvero il moderno Prometeo, pubblicato nel 1818, e con tutti i film che ha ispirato – ma quest’idea non è strettamente una fantasia. Il fatto che nessuno sia ancora riuscito a rianimare un cadavere, non vuol dire che nessuno ci abbia provato.

Mary Shelley, infatti, non inventò dal nulla le basi scientifiche del suo romanzo. Si ispirò invece alle scoperte di un ricercatore italiano, il grande Luigi Galvani.

Galvani è ricordato principalmente per i suoi studi su quella che definì “elettricità animale”, e per i suoi esperimenti sulle rane: nel 1780, facendo passare una corrente elettrica attraverso i nervi di alcune rane sezionate, osservò contrazioni muscolari e movimenti delle gambe degli anfibi.

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Ma fu suo nipote, Giovanni Aldini, che portò le scoperte di Galvani ad uno spettacolare traguardo, che ricorda più da vicino le imprese del Barone Frankenstein.

Annoiato di avere a che fare con le rane, Aldini decise di passare a qualcosa di più stimolante. Cosa succederebbe, si chiese, se collegassimo all’elettricità il cadavere di un uomo?

Fu così che Aldini divenne il pioniere della rianimazione dei cadaveri. L’elettrificazione del corpo umano divenne il suo più grande show, che portò in giro per l’Europa, offrendo al pubblico un sensazionale – e agghiacciante – spettacolo.

La dimostrazione più celebre rimane quella svoltasi a Londra, al Royal College of Surgeons, il 17 gennaio 1803. L’assassino ventiseienne George Forster, impiccato per l’omicidio di moglie e figlio, appena staccato dalla forca fu portato nella sala del collegio. Aldini collegò i poli di una batteria rame-zinco da 120 volt a diverse parti del corpo di Forster: al volto innanzitutto, quindi alla bocca e alle orecchie. I muscoli della mascella ebbero uno spasmo e l’espressione dell’assassino divenne una smorfia di dolore. L’occhio sinistro si aprì, fissando sbarrato il suo torturatore. Aldini divenne l’onnipotente burattinaio di quella marionetta disarticolata: fece battere un braccio sul tavolo, inarcare la schiena, fece aprire i polmoni in un angosciato respiro.

Poi, il gran finale. Collegò un polo ad un orecchio, e infilò l’altro nel retto. Il cadavere cominciò una danza grottesca e terribile. Scrisse l’inviato del London Times: “la mano destra si è alzata stringendo il pugno, le gambe e i fianchi hanno iniziato a muoversi. Agli spettatori non informati su quel che stava succedendo è davvero sembrato che il corpo di quel disgraziato fosse sul punto di riprendere vita”.

In un altro dei suoi spettacoli scientifici, Aldini operava su una testa tagliata di vitello. Tirava fuori la lingua con l’aiuto di un gancio, poi al momento di accendere la corrente la lingua rientrava con tanta forza da portarsi dietro il gancio, emettendo un suono di risucchio che orripilava gli astanti.

Un altro pioniere della scienza convinto che proseguendo questi studi si sarebbe giunti a sconfiggere la morte era Andrew Ure.

Le sue dimostrazioni erano, se possibile, ancora più incisive di quelle di Aldini. Nel 1818 a Glasgow, il 4 novembre, Ure collegò il cadavere dell’assassino condannato a morte Matthew Clydesdale con una batteria ancora più potente, da 270 volt. Collegò il midollo spinale al nervo sciatico, e “tutti i muscoli del corpo si agitarono all’istante secondo un movimento convulsivo, come in un violento tremore causato dal freddo”. Il collegamento fra nervo frenico e diaframma provocò “un respiro completo, no, meglio dire faticoso… il petto si sollevò e si riabbassò, la pancia si spinse in fuori e poi ricadde, con il rilassamento e il ritirarsi del diaframma”. Infine, con l’usuale senso del climax, Ure unì i poli della batteria ad un nervo scoperto sulla nuca e al tallone.

“Tutti i muscoli si gettarono simultaneamente in un movimento spaventoso: rabbia, orrore, disperazione, angoscia e sorrisi terribili si unirono in un’orribile espressione sul volto dell’omicida, producendo un effetto di gran lunga più terrificante delle rappresentazioni di Füssli o Kean”. Alcuni spettatori persero i sensi, altri fuggirono dalla sala.

Ure era convinto di poter arrivare a rianimare davvero i morti, continuando questi esperimenti. “C’è una probabilità che la vita possa essere donata di nuovo, – scriveva – e questo evento, comunque poco desiderabile nel caso di un assassino, e forse contrario alla legge, avrebbe tuttavia ricevuto il perdono in un caso: se fosse stato sommamente onorevole e utile alla scienza”.

Lo sappiamo: gli scienziati sono persone scrupolose e precise, che pazientemente esaminano risultati e dati. È difficile ammetterlo, ma la scienza ha anche contribuito alla genesi di folli visionari e imbonitori da circo, che magari qualche volta hanno cambiato la storia… ma per la maggior parte no. La rianimazione elettrica di tessuti morti sembra un traguardo ormai abbandonato dalla moderna ricerca.

Il barone Victor Frankenstein sta ancora aspettando che il fulmine colpisca la più alta torre del suo castello. Ma almeno sa di non essere solo.

Le informazioni sono tratte dallo splendido libro Elefanti in acido di Alex Boese (2009, Baldini Castoldi Dalai editore).

Trapianti di testa

Il trapianto di organi da un corpo morto a uno vivo è oggi una realtà. Eppure il trapianto tabù per eccellenza, quello della testa, non sembra sia ancora stato effettuato sull’essere umano. Questo non significa che gli scienziati non ci abbiano almeno provato

Gli amici degli animali si scandalizzeranno per questo argomento, ma è un fatto storico: cani e scimmie vennero usati per tutti quegli esperimenti scientifici che, per quanto crudeli, stanno alla base delle conoscenze che oggi rendono possibili i trapianti di cuore (e, in generale, di altri organi). Ognuno può pensarla come vuole: sacrificio necessario, o violenza bell’e buona, senza scusanti? Bisogna comunque considerare che, all’epoca in cui si svolsero i fatti che stiamo per raccontare, non c’era ancora una sensibilità particolare nei riguardi degli animali, e le varie associazioni per la protezione degli animali dovevano ancora nascere. (Questo giusto per dire che, forse, questi pionieri della scienza sono più “scusabili” dei loro nipotini che, al giorno d’oggi, continuano a sviluppare ricerche tramite vivisezioni e violenze sugli animali, quando si potrebbe forse pensare a qualcosa di meno efferato).

Comunque sia, le ricerche sul trapianto nascono storicamente da uno dei più famosi strumenti di morte della storia moderna: la ghigliottina. Erroneamente attribuita al Dr. Guillotin, questa macchina di morte era in uso fin dal 1300; la discussione che nell’800 infiammò gli scienziati riguardava l’effettiva durata dell’agonia del condannato alla decapitazione. Quanti minuti ci metteva a morire, una testa tagliata? E, soprattutto, poteva essere tenuta in vita?

Nel 1812, il fisiologo francese Julian Jean Cesar Legallois ipotizzò che una testa irrorata da sangue ossigenato avrebbe potutto continuare a vivere. Il dr. Charles Edouard Brown-Séquard, quasi cinquant’anni dopo, tentò l’esperimento: decapitò un cane, tolse tutto il sangue dalla testa e dopo 10 minuti pompò sangue fresco nelle arterie. Il medico racconta che dopo poco la testa tornò in vita, muovendo gli occhi e altri muscoli del volto, eseguendo movimenti che sembravano del tutto volontari. Dopo qualche minuto, la testa morì nuovamente, fra “tremiti d’angoscia”.

Verso la fine degli anni ’20 del XX Secolo, il fisico sovietico Sergej Brjuchonenko riuscì a tenere in vita per circa tre ore la testa di un cane separata dal proprio corpo. Questo fu possibile grazie all’uso di anticoagulanti e di una primitiva macchina cuore-polmone sviluppata da Brjuchonenko stesso e da lui chiamata autojektor. La testa tagliata reagiva a diversi stimoli: sussultava in seguito a un rumore come quello di un martello sbattuto dietro di lei; le pupille reagivano alla luce; si leccava l’acido citrico dalle labbra; e mangiava un pezzo di formaggio che però usciva subito dal tubo esofageo posto all’altro capo.

Le teste di cane di Brjuchonenko divennero famose in tutta Europa, anche grazie ad alcuni filmati. Eccone uno:

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In seguito, l’Unione Sovietica scioccò il mondo quando nel 1954 si venne a sapere che lo scienziato russo Vladimir Demikhov aveva creato un cane con due teste. Egli era riuscito a impiantare la testa di un cucciolo sul corpo sano di un cane adulto. Innestando testa, spalle e zampe anteriori del cucciolo nel collo di un pastore tedesco adulto, aveva fatto in modo che il cuore del cane “ospite” tenesse in vita anche l’ibrido impiantato. Nonostante le due teste condividessero il medesimo sistema circolatorio, vivevano due vite indipendenti. Dormivano e si svegliavano in momenti diversi. Il cucciolo mangiava e beveva autonomamente pur non avendone bisogno, visto che riceveva tutto il suo nutrimento dal cane “ospite”. Quando il cucciolo leccava avido una ciotola di latte, tutto quello che gli finiva in bocca sgocciolava fuori dal moncone del suo tubo esofageo sul collo rasato del pastore tedesco.

Sembra pura crudeltà, ma se Christian Barnard nel 1967 riuscì ad eseguire il primo trapianto di cuore umano, la strada a questo evento fu aperta senza dubbio dagli esperimenti di Demikhov. Tutti i problemi di rigetto erano stati studiati, in primis, dal chirurgo sovietico.

La risposta americana, in quel periodo di Guerra Fredda, non tardò a farsi sentire: si chiamava Robert White. Chirurgo ambizioso, White aveva ricevuto un ordine – battere Demikhov. L’unico modo per farlo era eseguire un trapianto di testa vero e proprio. Demikhov aveva soltanto impiantato delle teste aggiuntive ad un corpo sano: White avrebbe decapitato un animale, sostituendo la sua testa con una nuova. Così avrebbe dimostrato la superiorità tecnologica degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica.

Dopo diversi esperimenti (nel 1962 tenne in vita il cervello di una scimmia, rimosso dalla testa; nel 1964 rimosse il cervello di un cane e lo posizionò sotto la pelle del collo di un altro cane, per comprendere se potesse rimanere in vita), finalmente nel 1970 eseguì l’esperimento più difficoltoso di tutto il suo programma di ricerca: il trapianto totale di testa. Nel corso di un’operazione attentamente coreografata e circondato da un grande numero di assistenti, rimosse dal corpo la testa di una scimmia e la riattaccò su un altro corpo. Dopo qualche ora la scimmia si risvegliò nella sua nuova realtà. White scrisse che “dimostrava di aver coscienza dell’ambiente esterno, accettando il cibo che le veniva messo in bocca, masticandolo e deglutendolo. Gli occhi seguivano il movimento delle persone e degli oggetti posti nel suo campo visivo”. Quando White le mise un dito in bocca, la scimmia gli diede un morso. Non era sicuramente una bella vita, per la scimmia resuscitata.

La scimmia non poteva camminare, né saltare da un albero all’altro, o svolgere alcuna funzione normale: era tetraplegica, paralizzata dal collo in giù, perché la spina dorsale era stata recisa. Il nuovo corpo non era null’altro che una pompa che portava sangue alla testa. Da un punto di vista chirurgico, il lavoro era davvero eccezionale. Ma la scimmia sopravvisse un giorno e mezzo, prima di soccombere alle complicazioni post-operatorie. Con la massima sorpresa da parte di White, l’opinione pubblica reagì in modo inaspettato: sgomenti di fronte a tale assenza di scrupoli etici, i suoi connazionali lo additarono come un nuovo barone Frankenstein. I fondi a poco a poco sparirono.

Robert White cercò di portare il proprio lavoro al passo successivo: il trapianto di testa umana. Si poteva trapiantare un cuore, per cui che motivo c’era di non provare un simile esperimento? Malati terminali potevano godere di molti altri anni di vita, seppure bloccati in un corpo paralizzato. Dal punto di vista chirurgico era possibile. E se il paziente era già tetraplegico, che differenza avrebbe fatto?

Nonostante alcuni candidati si fossero fatti avanti per il trapianto di testa, White non operò mai il suo innesto definitivo: ammise che ci sarebbe voluto del tempo prima che l’opinione pubblica fosse pronta ad accettarlo. Predisse che la “leggenda di Frankenstein, in cui un intero uomo è costruito cucendo assieme parti di corpi diversi, diventerà realtà agli inizi del Ventunesimo secolo”. Non ne abbiamo ancora notizia, ma il trapianto di testa potrebbe risorgere come pratica effettiva, proprio come preventivato da White, in questi stessi anni.