I soldi dei morti

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Per i cinesi, ogni uomo è composto da diversi spiriti: fra tutti, i due più importanti sono quello materiale, chiamato po, con sede nel fegato e nutrito dal cibo, che al momento della morte rimane nella tomba; e l’anima spirituale, chiamata hun, con sede nei polmoni e nutrita dal respiro, che al trapasso si stacca invece dal corpo e va incontro al suo destino.
Un destino che è ovviamente conseguenza delle azioni terrene, della virtù e delle qualità del morto. Così, nell’oltretomba, esiste una gamma di possibili mutamenti che attendono lo hun del defunto: il più difficile e prestigioso è ovviamente divenire uno xiandao, un Immortale taoista – oppure raggiungere Jing-tu, la Terra Pura, se si è buddhisti. Ma, qualora in vita le azioni del morto non siano state per nulla virtuose, l’anima può finire per incrementare le fila degli egui, “spiriti affamati” che arrecano danni e problemi ai viventi a causa della fame e della sete insaziabili che li divorano.
Tutti coloro che stanno nel mezzo – né spiriti eccelsi, né peccatori senza speranza – vengono destinati alla “Via dell’Uomo” (rendao), vale a dire a reincarnarsi fino a che non saranno finalmente degni di lasciare questo mondo. Queste anime, però, prima di potersi reincarnare dovranno passare per una sorta di regno di mezzo chiamato diyu, assimilabile al nostro purgatorio.

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Il diyu non è altro che una terribile “prigione sotterranea” che in qualche modo riflette specularmente la burocrazia del nostro mondo. Qui le anime vengono imputate in un vero e proprio processo in dieci differenti stadi, i Dieci Tribunali dell’Inferno: alla fine del lungo dibattimento giudiziario, il defunto viene assegnato ad un supplizio specifico a seconda delle sue colpe e mancanze. Si tratta di pene e torture dantesche sia nella crudeltà che nel contrappasso, che l’anima patisce provando dolori atroci, proprio come se avesse ancora un corpo. Fra lame che mozzano la lingua ai bugiardi, seghe che tagliano in due gli uomini d’affari scorretti, stupratori e ladri gettati in calderoni d’olio bollente o cotti al vapore, gente macinata e ridotta in polvere con mole di pietra, il diyu è una fiera degli orrori senza fine. Le anime, una volta subìto il supplizio, vengono ricomposte e la pena ricomincia.

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Una volta scontato il periodo di “carcere duro” previsto dai giudici, all’anima è somministrata una pozione che le fa dimenticare quanto ha visto, e infine viene rispedita sulla terra… spesso con un bel calcio nel sedere (il che spiega le voglie violacee all’altezza delle natiche che a volte mostrano i neonati).

Dicevamo però che il diyu è una sorta di versione ribaltata del nostro mondo. Non crediate quindi che le delibere del Tribunale dell’Inferno siano infallibili: proprio come accade nei Palazzi di Giustizia terreni, nell’oltretomba cinese possono verificarsi degli errori giudiziari; c’è una mole impressionante di pratiche burocratiche da sbrigare, e anche fra i demoni esistono corruzione e nepotismo.
Ecco perché i cinesi hanno sviluppato uno dei rituali sacrificali più particolari e bizzarri: quello delle qian zhi, le “banconote di carta”.

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Si tratta di imitazioni di banconote su cui è impresso il volto del sovrano dell’Aldilà, simili ai soldi finti dei giochi in scatola, stampate su carta di riso ed emesse dalla Banca degli Inferi, Yantong Yinhang. I tagli variano (anche a seconda dell’inflazione!) da diecimila a centinaia di miliardi di yuan – anche se ovviamente il prezzo d’acquisto è infinitamente inferiore a quello nominale. Si possono comprare in svariati empori e negozi.

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Le banconote vengono bruciate in falò rituali accesi vicino alle tombe, così che il fuoco le “trasporti” oltre il confine fra vivi e morti, recapitandole al caro estinto. L’anima del defunto potrà quindi usare i soldi inviatigli dalla famiglia per acquistare beni di consumo, per “comprare” i favori delle guardie, oppure per guadagnarsi rispetto e status sociale, o magari addirittura per corrompere un giudice e ottenere così uno sconto di pena.

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Vi sono regole strette e tabù collegati al modo in cui le banconote vanno bruciate, così come ad esempio regalarne una ad una persona ancora in vita è altamente offensivo: insomma, i soldi dei morti sono un affare serio per molti cinesi.
Il defunto è in definitiva considerato come un parente vivo e vegeto, che si trova in un luogo lontano e sta attraversando un periodo di difficoltà. Quale famiglia amorevole non gli manderebbe un po’ di soldi?

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Se questo approccio, tipico della pratica e concreta mentalità cinese, ci sembra strano ad un primo sguardo, si tratta in realtà di una pratica non molto distante dal nostro atteggiamento verso i cari estinti: compriamo una bella lapide, raccomandiamo a Dio la loro anima, in modo da ottenere la loro benevolenza; in cambio, li preghiamo per avere intercessioni, protezione e favori.
Il culto degli antenati è pressoché universale, e la versione cinese delle qian zhi non fa che rendere evidente il meccanismo che lo sottende.
L’appartenenza alla società è di norma sancita dallo scambio (economico, di lavoro, di sostegno e di aiuto) fra i membri della società stessa: la barriera della morte, che in teoria dovrebbe interrompere questo commercio, non è affatto insormontabile, perché in tutte le culture lo scambio fra vivi e morti non viene mai meno, diventa semplicemente simbolico.

La peculiarità non sta quindi nel tentativo di regalare qualcosa ai morti, poiché è proprio questo il nocciolo del culto dei defunti, in ogni epoca e latitudine: vogliamo continuare a proteggere i nostri cari, e a dimostrare attraverso il dono sacrificale quanto forte sia ancora l’affetto che ci lega a loro. Il vero aspetto singolare di questa tradizione sta nella somiglianza quasi comica dell’Aldilà cinese con il nostro mondo.

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Con il passare del tempo e con l’evolversi della tecnologia, ormai anche all’Inferno le semplici mazzette non bastano più. Forse i diavoli sono diventati più esigenti, o forse nell’Aldilà – dove comunque è indispensabile darsi un tono – le stesse anime dei defunti si fanno influenzare dalle mode consumistiche; fatto sta che nei negozi, accanto alle banconote, sono oggi esposte delle raffigurazioni cartacee di bottiglie di champagne (conquistare la simpatia del carceriere con un goccetto funziona sempre), prodotti di bellezza, completi in gessato, ciabatte contraffatte di Louis Vuitton con cui pavoneggiarsi, carte di credito, addirittura ville in miniatura, macchine di lusso, televisori al plasma, laptop, cellulari, iPhone e iPad taroccati con tanto di custodia. Tutto in carta, pronto da bruciare, in vendita per pochi euro.

Un oltretomba fin troppo familiare, che rispecchia vizi e problemi per i quali nemmeno la morte sembra essere un rimedio sicuro: non c’è da stupirsi quindi che, fra i vari gadget che si possono inviare nell’oltretomba, vi siano anche le repliche delle scatole di Viagra.

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La maggior parte delle informazioni sono tratte dall’illuminante e consigliatissimo Tre uomini fanno una tigre. Viaggio nella cultura e nella lingua cinese (2014) di Nazzarena Fazzari.

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Battesimi pericolosi

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Castrillo de Murcia è un piccolo borgo di 500 anime nella provincia di Burgos, nella Spagna del Nord. Il paesino è sonnacchioso, e non vi succede nulla di eclatante; ma per un giorno all’anno, Castrillo si guadagna l’attenzione dei media e di un manipolo di turisti incuriositi dalla strana tradizione che vi si svolge da quasi 400 anni.

Nata nel 1620, la festa di El Colacho si svolge nel giorno del Corpus Domini (in Maggio o in Giugno), ed è curata dalla Confraternita del Santísimo Sacramento de Minerva. Un prescelto si veste con un abito tradizionale dai colori sgargianti che ricordano le fiamme dell’Inferno: si tratta infatti di una vera e propria personificazione del Diavolo, che indossa una minacciosa maschera di sapore carnevalesco. El Colacho si aggira per le vie paesane, accompagnato in processione dai membri della Confraternita, e rincorre di tanto in tanto i passanti e i bambini, frustandoli giocosamente con una sorta di gatto a nove code.

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Ma è la seconda parte della processione che è la più impressionante. Giunto nella piazza cittadina, El Colacho si appresta al rituale tradizionale che ha reso celebre la festività. Vengono preparati dei materassi, su cui sono adagiati dei bambini, tutti rigorosamente nati nei dodici mesi precedenti: alcuni degli infanti piangono, altri ridono, altri ancora dormono di gusto.

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Ed ecco che, una volta pronti questi affollati lettini, El Colacho prende la rincorsa e comincia a saltarli, uno dopo l’altro, atterrando a pochi centimetri di distanza dalle testoline dei piccoli. Un passo falso potrebbe essere davvero pericoloso: ma, a quanto si dice, fino ad ora non si è mai verificato alcun incidente.

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Perché una madre dovrebbe voler posizionare il proprio figlioletto di pochi mesi sul materassino, affinché un uomo vestito da diavolo vi salti sopra, di fronte a una folla plaudente? Il rito, secondo la credenza popolare, è salvifico e benefico: il passaggio di El Colacho rimuove il Peccato Originale, e porta con sé ogni male, proteggendo i neonati dalle malattie.

Ovviamente, la Chiesa non si limita a storcere il naso di fronte a questo tipo di tradizioni, ma le condanna apertamente, poiché secondo la dottrina ufficiale soltanto il sacramento del battesimo può sollevare il peso del Peccato Originale. Ma gli abitanti di Castrillo de Murcia, per quanto devoti, non rinuncerebbero per niente al mondo alla loro tradizione: si è sempre fatto così, e tutti coloro che battezzano i propri figli in questo strano modo sono stati a loro tempo sottoposti al salto del Colacho.

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Se il salto del Colacho può sembrare estremo e pericoloso, non è nulla in confronto al battesimo che si celebra in alcune parti dell’India, in particolare negli stati di Karnataka e Maharashtra; si tratta di un rito praticato indistintamente da musulmani ed induisti.

Un uomo scala con una corda le mura del tempio, mentre sulla sua schiena penzola un secchio. Una volta arrivato in cima, il devoto mostra a tutti il contenuto del secchio – un bambino (di massimo due anni): dal tetto, alto una decina di metri, esibisce il neonato alla folla sottostante, tenendolo per le braccia e i piedini. Dopo aver invocato la protezione divina, di colpo lo lancia nel vuoto.

Nella piazza, una quindicina di uomini stanno aspettando l’atterraggio del bambino, tendendo una coperta per salvarlo. Il piccolo rimbalza sul telone, viene acchiappato al volo, rapidamente fatto passare di mano in mano e riconsegnato alla madre o al padre. Il tutto dura pochi secondi, anche se ci vogliono svariati minuti perché il bambino si riprenda dallo shock.

Il salto, ancora una volta, ha lo scopo di portare fortuna e salute al neonato; per la sua pericolosità, si tratta comunque di un rituale controverso, e diverse associazioni per i diritti umani hanno cercato di proibirlo. Nel 2011 queste proteste sono state ufficialmente ascoltate, ma la legge che mette al bando tale pratica è regolarmente ignorata dai fedeli, e perfino la polizia preferisce non interferire con i riti.

Visto anche il carattere sensibile della questione, è facile immaginare lo scandalo e la rabbia di chi è estraneo a questo tipo di tradizioni, e certamente si può (e si deve) discutere sull’opportunità che certi rituali rischiosi continuino ad essere riproposti al giorno d’oggi. Ma, per quanto il rito in questione sia stato tacciato di essere barbarico, “assurdo”, “senza logica né ragione”, per chi ha un minimo di dimestichezza con l’antropologia il suo senso è cristallino – in verità, esso mostra molte caratteristiche classiche di qualsiasi rito di passaggio.

Il bambino viene innanzitutto separato dai genitori; la guida lo conduce fino al confine, fino alla prova – eminentemente fisica – che egli dovrà affrontare da solo (il salto); infine, una volta completata l’essenziale fase di “transizione”, cioè il superamento della difficoltà, avviene la reintegrazione del bambino con il nucleo familiare e, più genericamente, con la società. Il bambino, com’è ovvio, è ora un individuo nuovo, e gode dei benefici del nuovo status (immunità dalle malattie).

Il salto del Colacho, così come il lancio dei bambini dalla moschea, sono “battesimi del fuoco” portatori di un senso profondo: i riti di passaggio sono talmente fondamentali per l’uomo da sopravvivere anche nelle nostre società industrializzate, cibernetiche e all’avanguardia. Non è tanto il valore di queste tradizioni che andrebbe messo in discussione, quindi, quanto piuttosto la modalità d’esecuzione. Forse, piuttosto che bandire e proibire, sarebbe più produttivo incentivare l’elaborazione di varianti ritualistiche meno cruente, come si è provveduto a fare in molti altri casi nel mondo.

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La morte in musica – I

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Inauguriamo una nuova rubrica che, in linea con l’esplorazione delle varie concezioni della morte più volte presentata su queste pagine, si propone di esaminare un contesto culturale spesso poco considerato: la musica popolare.

Che rapporto ha la canzone con la morte, come la affronta, come la descrive? Analizzando di volta in volta un rilevante brano musicale, cercheremo di capire quale immagine esso ci restituisca dell’inevitabile fine della vita, attraverso gli occhi dell’autore ed eventualmente della tradizione nella quale si inserisce.

Cominciamo con un cantautore particolarmente raffinato: il canadese Leonard Cohen, e la sua Who By Fire del 1974.

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Ispirata al secondo paragrafo del poema liturgico ebraico Unetanneh Tokef, la canzone di Cohen è una meditazione sulla morte e sull’esistenza di Dio; ma, come vedremo, è più sottile di quanto sembri a prima vista.

Ogni strofa è divisa in due parti: la prima è dedicata all’enumerazione/lamentazione di diversi tipi di morte possibili.
Le varianti differiscono non soltanto per modalità (“chi col fuoco, chi con l’acqua”, “chi per incidente”) ma anche per motivazione (“chi per la sua avidità, chi per fame”). Da notare, in questa commovente lista, almeno alcune variazioni che sembrano sottolineare la soggettività dell’esperienza della morte, a seconda di come vediamo il mondo: alcuni se ne andranno “in questi regni d’amore”, altri “scivolando via in solitudine”. Questa realtà può essere un Eden per alcuni, un inferno per altri.

In questo senso, nel verso “chi nel felice, felice mese di Maggio” trapela tutta l’amara ironia che l’autore attribuisce al morire. L’espressione era usata in alcune ninne-nanne, e in diversi poemi e canzoni inglesi dal 1600 in poi: nel contesto di questa canzone, però, viene ovviamente inserita con la distanza del sarcasmo e della disperazione – la morte non si ferma nemmeno di fronte al mese più gioioso dell’anno.

La seconda parte di ogni strofa è costituita dal verso “e chi dirò che sta chiamando?”. Quest’ultimo “chi” opera un notevole scarto rispetto a quelli che aprono ogni verso precedente, sottolineato anche dal cambio melodico. Non si tratta più di un elenco affermativo, ma di una domanda: tutti questi morti, chi li sta chiamando ad uno ad uno?

Il verso si gioca tutto sull’ironico doppio senso di calling, poiché il tono è lo stesso che userebbe un maggiordomo al telefono: “chi devo dire che sta chiamando?”, “chi devo riferire?”. La formulazione shall I nella sua accezione arcaica rende la frase rispettosa ed educata, quando allo stesso tempo sta proponendo una domanda scottante: chi c’è all’altro capo della metaforica cornetta?

Il poeta qui si chiede chi sia a decidere del nostro ultimo destino. Sia che moriamo per il fuoco o per i barbiturici, c’è qualcuno o qualcosa che dia un senso alla nostra sofferenza e finitezza?
La bellezza della domanda è che non è posta in termini filosofici o metafisici: Cohen non chiede direttamente “esiste un Dio che può motivare la nostra morte?”. Il suo è un approccio estremamente umano, nato dalla contemplazione del dolore e della paura di tutti coloro che debbono morire, incluso se stesso (“chi in questo specchio”).
Rifiutando una visione ateistica o fideistica, Cohen pone al centro della questione un interrogativo elegante: “chi devo dire che sta chiamando?” Come potrò giustificare tutto questo triste e violento morire? Espressa con una sinteticità poetica ammirevole, ecco la domanda che assilla l’uomo fin dall’antichità.

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Il giorno in cui piansero i clown

Era una calda giornata, il 6 luglio del 1944 nella cittadina di Hartford, Connecticut. Era anche un giorno di festa per migliaia di adulti e bambini, diretti verso il tendone di uno dei circhi più grandi del mondo, il Ringling Bros. e Barnum & Bailey. Se la folla era sorridente e pronta a rimpinzarsi di popcorn e zucchero filato, sul volto di alcuni dei lavoratori del circo si leggeva invece una leggera ombra di inquietudine. Erano arrivati con il treno due giorni prima, ma a causa di un ritardo non avevano fatto in tempo ad alzare subito i tendoni per lo show: avevano dovuto perdere un giorno, e per i circensi scaramantici saltare uno spettacolo era un cattivo segno, portava sfortuna. Ma tutto sommato, il tempo e l’affluenza della gente facevano ben sperare; e nessuno poteva immaginare che quella giornata sarebbe stata teatro di uno dei maggiori disastri della storia degli Stati Uniti e ricordata come “il giorno in cui piansero i clown”.

Lo spettacolo cominciò senza intoppi. A venti minuti dall’inizio, mentre si esibivano i Great Wallendas, una famiglia di trapezisti ed equilibristi, il capo dell’orchestra Merle Evans notò che una piccola fiamma stava bruciando un pezzetto di tendone. Disse immediatamente ai suoi orchestrali di intonare Stars And Stripes Forever, il pezzo musicale che serviva da segnale d’emergenza segreto per tutti i lavoratori del circo. Il presentatore cercò di avvertire il pubblico di dirigersi, senza panico, verso l’uscita, ma il microfono smise di funzionare e nessuno lo sentì.

Nel giro di pochi minuti si scatenò l’inferno. Il tendone del circo era infatti stato impermeabilizzato, come si usava allora, con paraffina e kerosene, e il fuoco avvampò a una velocità spaventosa: la paraffina, sciogliendosi, cominciò a cadere come una pioggia infuocata sulla gente. Due delle uscite erano inoltre bloccate dai tunnel muniti di grate che venivano utilizzati per far entrare e uscire gli animali dalla scena. L’isteria s’impadronì della folla, c’era chi lanciava i bambini oltre il recinto, come fossero bambolotti, nel tentativo di salvarli; in molti saltavano giù dalle scalinate cercando di strisciare sotto il tendone, ma rimanevano schiacciati dagli altri che saltavano dopo di loro – li avrebbero trovati carbonizzati anche in strati di tre persone, le une sopra le altre. Altri riuscirono a scappare, ma rientrarono poco dopo per cercare i familiari; altri ancora non fecero altro che correre in tondo, intorno alla pista, alla ricerca dei propri cari. Dopo otto minuti di terrore, il tendone in fiamme crollò sulle centinaia di persone ancora bloccate all’interno, seppellendole sotto quintali di ferro incandescente.

Ufficialmente almeno 168 persone morirono nel disastroso incendio e oltre 700 vennero ferite: ma i numeri reali sono probabilmente molto più alti, perché secondo alcuni studiosi il calore sarebbe stato talemente elevato da incenerire completamente alcuni corpi; e, fra i feriti, molti altri furono visti aggirarsi giorni dopo in stato di shock, senza essere stati soccorsi.

Fra coloro che persero la vita nell’incendio di Hartford vi furono diversi bambini, ma la più celebre fu la misteriosa “Little Miss 1565″ (così soprannominata dal numero assegnatole dall’obitorio): una bella bambina bionda di circa sei anni, il cui corpo non venne mai reclamato, e sulla cui identità si è speculato fino ad oggi. Fra biglietti anonimi lasciati sulla sua tomba (“Sarah Graham is her Name!“) e investigatori che dichiarano di aver scoperto tutta la verità sulla sua famiglia, la piccola senza nome rimane una delle immagini iconiche di quella strage.

Così come iconica è senza dubbio la fotografia che ritrae Emmett Kelly, un pagliaccio, mentre disperato porta un secchio d’acqua verso il tendone in fiamme.

Secondo alcuni il motivo dell’incendio sarebbe stata una sigaretta buttata distrattamente da qualcuno del pubblico addosso al “big top”; secondo altre teorie il fuoco sarebbe stato doloso. Ma, nonostante un piromane avesse confessato, sei anni dopo, di aver appiccato l’incendio, non vi furono mai abbastanza prove a sostegno di questa ipotesi. Fra accuse, battaglie legali per i danni, confusioni e misteri, il disastro di Hartford è un incidente che ci affascina ancora oggi, forse perché la tragedia ha colpito uno dei simboli del divertimento e dell’arte popolare. Quel giorno che doveva essere lieto e felice per molte persone divenne in pochi istanti un luogo di morte e desolazione. La magia del circo, si sa, è quella di riuscire, per il tempo d’uno spettacolo, a farci tornare bambini. E non c’è niente di peggio, per il bambino che è in noi, che vedere un pagliaccio che piange.

Ecco un sito interamente dedicato al disastro di Hartford; e la pagina Wikipedia (in inglese).

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FAQ: come riconoscere un uomo armato

Continua la nostra rubrica sulle domande più frequenti.

Come posso riconoscere un uomo che nasconde un’arma sotto i vestiti?

Ecco un diagramma che vi aiuterà a riconoscere il pericolo quando vi si para davanti.

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I fuochi di Sant’Elmo

Il Fuoco di Sant’Elmo è una scarica elettro-luminescente provocata dalla ionizzazione dell’aria durante un temporale, all’interno di un forte campo elettrico. Fisicamente, si manifesta come un bagliore brillante, bianco-bluastro, che in alcune circostanze appare come un fuoco, spesso in getti doppi o tripli, che scaturisce da strutture alte e appuntite, come alberi maestri, guglie e ciminiere. Può anche apparire tra le punte delle corna del bestiame durante un temporale, o tra oggetti appuntiti nel mezzo di un tornado.

Prende il nome da Erasmo da Formia (detto anche sant’Elmo), il santo patrono dei naviganti.  Il nome è dovuto al fatto che il fenomeno spesso appare sulla testa dell’albero maestro delle navi durante i temporali in mare. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare da un fenomeno così misterioso, i fuochi di Sant’Elmo erano visti dai marinai come segno di buon auspicio: gli alberi della nave erano, per così dire, “protetti” dall’anima del Santo. Infatti si narra che sulla punta della pira del rogo su cui Sant’Elmo venne arso vivo comparvero fiamme bluastre, ritenute dai presenti i segni dell’anima del Santo che si innalzava al cielo dal luogo del martirio.

Del fuoco di Sant’Elmo scrissero nell’antichità  Giulio Cesare e Plinio il Vecchio; ne parlano il diario che Antonio Pigafetta scrisse nel suo viaggio con Ferdinando Magellano, e il capolavoro di Herman Melville “Moby Dick”. Un fenomeno affascinante, magico, che persiste tuttora sui quotidiani, tecnologici voli a bordo dei nostri sofisticati Boeing.

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La vendetta della sigaretta

Nel giorno dedicato alla battaglia contro il fumo, in Thailandia, un gruppo di attivisti porta in processione, come in una sorta di funerale, una sigaretta gigante.

Eppure, quando si tratta di tagliare in due la sigaretta, i gas che gonfiano il feticcio si incendiano… il tabacco, erba sacra, ha forse simbolicamente sconfitto coloro che negano il suo potere?

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