Pestilenze, alberi sacri e un bicchiere d’acqua tonica

Ho un debole per l’acqua tonica. Forse perché è l’unica tra le bevande gassate ad avere un gusto che non ho mai capito fino in fondo, impossibile da descrivere: un sapore ambiguo, strano contrasto tra quel pizzico di zucchero e la vena aspra che asciuga il palato.
Di tanto in tanto, nelle sere d’estate, mi capita di sorseggiarla sul terrazzo di casa mentre guardo i Colli Albani, dove i Castelli Romani si aggrappano al vulcano spento. E portando il bicchiere alle labbra, non posso impedirmi di pensare a quanto strana possa essere la storia dell’umanità.

Sovrani, guerre, crociate, invasioni, rivoluzioni, e via dicendo. Qual è la più potente tra le cause di cambiamento? Quale agente ha prodotto le più drammatiche modificazioni a lungo termine della società umana?
La risposta è: le epidemie.
Secondo diversi studiosi, nessun altro elemento ha avuto un impatto così profondo sulla nostra cultura, tanto che si è detto che senza la peste, il progresso sociale e scientifico come lo conosciamo non sarebbe stato possibile (ne avevo già scritto tempo fa). Con ogni ondata epidemica, i sopravvissuti si ritrovavano poco numerosi e molto più ricchi. Così le arti e le scienze avevano modo di svilupparsi e fiorire; ma la peste cambiò anche la storia della medicina e i suoi metodi.

“Peste” è un termine in verità generico, come “malattia”: fu usato storicamente per definire diversi tipi di epidemie. Fra queste, una tra le più antiche e probabilmente la peggiore che abbia mai colpito l’umanità, era la malaria.

Si crede che la malaria abbia ucciso più di tutte le altre cause di morte messe assieme attraverso l’intera storia umana.
A dispetto dell’importante riduzione dell’impatto della malattia nell’ultima decade, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa 300 milioni di persone siano colpite ogni anno. Significa all’incirca la popolazione degli Stati Uniti. Di quelli che si ammalano, più di 400.000 muoiono ogni anno, soprattutto bambini: la malaria reclama la vita di un bimbo ogni due minuti.

La malaria prende il nome dalla “mala aria” che si poteva respirare negli acquitrini e nelle paludi che circondavano la città di Roma. Si credeva che l’odore mefitico e stagnante fosse la causa del morbo. (Giovanni Maria Lancisi aveva suggerito già nel 1712 che le zanzare potessero avere a che fare con l’epidemia, ma soltanto alla fine del XIX secolo Sir Ronald Ross, premio Nobel inglese, provò che la malaria è trasmessa dalla zanzara anofele.)

Ai tempi della Roma medievale, ogni estate riportava con sé il flagello, e morivano centinaia di persone. La pestilenza colpiva senza fare distinzioni: uccideva aristocratici, guerrieri, contadini, cardinali, perfino Papi. Come scrisse Goffredo da Viterbo nel 1167, “quando è incapace di difendersi con la spada, Roma può difendersi per mezzo della febbre”.

La malaria era diffusa in Europa, Asia e Africa. Eppure, nessuno sapeva esattamente cosa fosse, né come curare la patologia. Non c’era cura, non c’era rimedio.

Ecco, questa è la parte che davvero mi fa impazzire. Non riesco a togliermi di dosso la sensazione che qualcuno stesse giocando un brutto scherzo agli esseri umani — perché, in realtà, un rimedio c’era. Ma gli Dei beffardi l’avevano piazzato in una terra che non era mai stata raggiunta dalla malaria. Peggio: si trovava in una terra che nessuno aveva ancora scoperto.

Mentre l’Europa continuava a essere devastata dalle terribili febbri di palude, la soluzione era nascosta nel folto delle giungle del Perù.

Qui entrano in gioco i gesuiti. La loro prima missione in Perù fu fondata nel 1609. I gesuiti non potevano esercitare la medicina: le istruzioni lasciate dal fondatore dell’ordine, Sant’Ignazio di Loyola, proibivano loro di diventare dottori, poiché dovevano concentrarsi unicamente sulle anime degli uomini. A dispetto del divieto di praticare la medicina, i preti gesuiti spesso rivolsero la loro attenzione allo studio di erbe e piante. Padre Agostino Salumbrino era un gesuita, e un farmacista. Egli fu tra i primi missionari in Perù, e visse al collegio di San Pablo a Lima, facendo buon uso della sua conoscenza farmacologica nel costruire quella che sarebbe diventata la più grande è migliore farmacia in tutto il nuovo mondo. I gesuiti volevano convertire i nativi al cattolicesimo, ma capirono che non poteva essere fatto con la forza; prima dovevano comprendere gli indios e la loro cultura. I guaritori nativi, ovviamente, conoscevano ogni sorta di rimedi naturali, e i preti annotarono con cura tutta questa conoscenza, raccogliendo piante ed erbe mai viste prima di allora, registrando e dettagliando i loro effetti. Ed è a questo punto che notarono che gli indiani che vivevano nelle Ande a volte bevevano infusioni di una particolare corteccia per arrestare i brividi e le convulsioni. I gesuiti fecero due più due: forse quella corteccia poteva essere efficace nel trattamento delle febbri di palude.

A partire dal 1630 circa, Padre Salumbrino (forse con l’aiuto di un altro gesuita, Bernabé Cobo) decise di spedire a Roma un piccolo quantitativo di questa corteccia, per vedere se potesse essere d’aiuto con la malaria.
A Roma, all’epoca, viveva un altro personaggio straordinario: il Cardinale Juan De Lugo, direttore della farmacia dell’Ospedale Santo Spirito. Era stato lui a trasformare la farmacia da una bottega artigianale a qualcosa che si avvicina a una moderna filiera produttiva: sotto la sua direzione, l’officina galenica aveva raggiunto proporzioni inedite, sia per scala che per visione. Migliaia di vasetti e bottiglie, scaffali straripanti di ricette per preparazioni medicinali, prescrizioni per il loro uso e descrizioni di sintomi e malattie. De Lugo curava i poveri e distribuiva medicamenti gratuiti. Quando la corteccia peruviana arrivò a Roma, De Lugo comprese il suo potenziale e decise di pubblicizzare la medicina il più possibile: si trattava del primo rimedio che funzionasse veramente contro le febbri.

Il Perù offre alla scienza un ramo di cinchona (acquaforte, XVII Secolo).

La corteccia dell’albero cinchona contiene quattro differenti alcaloidi attivi contro il parassita della malaria, il più importante fra i  quali è il chinino. Il segreto del chinino è che è in grado di calmare la febbre e i brividi, ma allo stesso tempo di uccidere il parassita che causa la malaria, perciò può essere impiegato sia come cura che come trattamento preventivo.
Ma non tutti erano felici dell’arrivo di questa nuova, miracolosa polvere di corteccia.

Prima di tutto, era stata scoperta dai Gesuiti. Di conseguenza, tutti i protestanti immediatamente rifiutarono di assumere la medicina. Non potevano accettare che la cura per la più antica e mortale delle malattie fosse arrivata dai loro rivali religiosi. Così in Olanda, Germania e Inghilterra la cura fu quasi unanimemente rifiutata.
In secondo luogo, la corteccia era amarissima. “Lo sapevamo, quei Gesuiti stanno cercando di avvelenarci!

Ma forse il rifiuto più veemente arrivò proprio dal mondo della medicina.
Questo potrebbe non sorprendere, se si sa come i dottori trattavano la malaria prima del chinino. Molte cure medievali implicavano ad esempio il traferire la malattia su oggetti o animali: si portava una pecora nella camera da letto di un paziente febbricitante, e si salmodiavano canti e preghiere per spostare il morbo sulla bestia. Una cura ancora popolare nel Diciassettesimo secolo faceva uso di una mela dolce e di un incantesimo rivolto ai tre Magi che seguirono la stella a Betlemme: “Si tagli la mela in tre parti. Nella prima fetta si scrivano le parole Ave Gaspari, nella seconda Ave Balthasar, nella terza Ave Melchior. Poi si mangi ogni segmento all’alba per tre mattine consecutive, recitando tre padrenostri e tre avemarie”.

Anche dopo il Medioevo, l’ortodossia medica credeva ancora ciecamente negli insegnamenti di Galeno. Ai tradizionalisti, che volevano preservare l’antica dottrina della medicina galenica ad ogni costo, sembrava che la corteccia di cinchona smentisse tutta la loro visione del corpo umano – ed effettivamente era quello che avrebbe fatto. Secondo Galeno, la febbre era un disordine causato dalla bile: non era un sintomo ma una malattia in sé. Un paziente con febbre alta si riteneva soffrisse di “fermentazione” del sangue. Quando il sangue fermentava, si comportava un po’ come il latte che bolle, producendo un residuo spesso che andava eliminato affinché il paziente potesse riprendersi. Per questo motivo i trattamenti d’elezione erano i salassi, le purghe, o entrambi.
Ma la corteccia peruviana sembrava curare la febbre senza produrre alcun residuo. Com’era possibile?

Gli anni passarono, e il successo della cura arrivò dall’uso: nessuno sapeva perché, ma funzionava.  Nel tempo, la corteccia di cinchona modificò il modo in cui i medici si approcciavano alla malattia: fu uno dei colpi decisivi inferti alla dottrina di Galeno, che aprì e preparò la strada alla medicina moderna.

Un grande contributo per il successo della corteccia dei Gesuiti venne da un certo Robert Talbor. Talbor non era un medico: non aveva una vera e propria istruzione, era soltanto un ciarlatano. Ma era riuscito a diventare piuttosto famoso e alla moda, e quando venne chiamato a curare il re Carlo II d’Inghilterra dalla malaria, egli usò un rimedio segreto che stava sperimentando da tempo. Funzionò, e ovviamente si scoprì che si trattava della polvere dei Gesuiti sciolta nel vino. Re Carlo appuntò Talbor come medico personale, facendo infuriare l’establishment medico inglese, e lo spedì in Francia dove curò anche il figlio del re. Senza rendersene conto, Talbor aveva scoperto il modo perfetto per somministrare la corteccia di cinchona: le emulsioni più efficaci erano quelle create dissolvendo la polvere nel vino — e non nell’acqua — perché gli alcaloidi della cinchona sono altamente solubili in alcol.

Alla fine del XVIII secolo, quasi trecento navi arrivavano ai porti spagnoli dalle Americhe ogni anno — quasi una al giorno. Una su tre veniva dal Perù, e a bordo di ognuna c’era l’immancabile corteccia di cinchona.

Caventou & Pelletier.

Il chinino nacque ufficialmente nel 1820: due scienziati, Pelletier e Caventou, isolarono il principio attivo e misero a punto la procedura di estrazione dell’alcaloide dal legno. Per il nome della loro droga presero ispirazione dal nome originario della pianta, quina o quina-quina, che significa “corteccia delle cortecce”, o “corteccia sacra”.

Per il chinino si combatterono ancora innumerevoli  battaglie, si persero e rischiarono vite. Negli anni 40 e 50 dell’Ottocento, i soldati britannici e i coloni in India usavano più di 700 tonnellate di corteccia ogni anno, ma il monopolio sul chinino era spagnolo. Esploratori inglesi e olandesi cominciarono quindi a contrabbandare i semi della pianta, e proprio  gli olandesi riuscirono infine a stabilire delle piantagioni a Java, arrivando a controllare presto le scorte mondiali di chinino.

Durante la Seconda Guerra Mondiale i Giapponesi occuparono Giava, e ancora una volta si impugnarono le armi per un estratto di corteccia; ma per fortuna venne sviluppata una versione sintetica del chinino, e per la prima volta le compagnie farmaceutiche furono in grado di produrre la sostanza senza il bisogno di enormi piantagioni.

Le truppe di stanza nelle colonie consumavano, nelle loro razioni mediche, farmaci antipiretici a base di chinino come ad esempio la tintura di Warbug. Questo portò alla creazione, tramite l’aggiunta di soda, di diverse Acque Toniche al chinino; nel 1870 venne commercializzata l’Acqua Tonica Indiana di Schweppes, a base della celebre acqua minerale inventata già a fine Settecento dall’orologiaio svizzero Jacob Schweppe. L’Acqua Tonica Indiana era pensata appositamente per i coloni inglesi che cominciavano ogni giornata con una forte dose di solfato di chinino, e conteneva acido citrico per dissolvere gli alcaloidi, e un un pizzico di zucchero.

Quindi eccomi qui ora, che guardo i i Colli Albani. Vivo nel luogo in cui un tempo cominciavano le temute antiche paludi; la mortale “mala aria” si sprigionava proprio da queste terre.
Ovviamente, la malaria venne eradicata negli anni ‘50 in tutta la penisola italiana. Eppure ogni volta che mi verso un bicchiere di acqua tonica, e assaporo l’amaro aroma del chinino, non posso impedirmi di pensare a quanto possa essere strana la storia dell’umanità — in cui un albero sacro venuto dall’altra parte dell’oceano è capace di dimostrarsi più importante di tutti i sovrani, le guerre e le crociate del mondo.

Gran parte delle informazioni sono tratte da Fiammetta Rocco, The Miraculous Fever-Tree. Malaria, medicine and the cure that changed the world (2003 Harper-Collins).

Il Museo del Fallimento

Ho orrore delle vittorie.
(André Pieyre de Mandiargues)

I musei sono luoghi di incanto e ispirazione (fin dal loro nome, che rimanda alle Muse). Se per la grande maggioranza celebrano il progresso e le somme conquiste dell’homo sapiens, sarebbe auspicabile riconoscere che incanto e ispirazione possono nascere anche contemplando i sogni infranti, le disavventure, gli incidenti di percorso.

È un mio antico progetto utopistico, a lungo accarezzato: inaugurare un museo interamente dedicato al fallimento umano.

Non avendo i mezzi per aprire un museo fisico, mi contento di proporvi un tour virtuale.
Ecco la mappa di questo mio museo immaginario.

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Come si può vedere, il percorso si snoda attraverso sei sale.
La prima è intitolata Il genio dimenticato, e qui sono esposte le vite di quegli inventori, artisti o ciarlatani del cui passaggio su questa terra la Storia ufficiale sembra non aver ritenuto traccia. Eppure fra i protagonisti di questa prima stanza vi sono individui che hanno goduto di immensa fama in vita, per poi cadere, come si dice, dalle stelle alle stalle.
A causa di un ego ipertrofico, o di avventatezza finanziaria, o per una serie di congiunture sfavorevoli, questi eroi sono stati a un passo dalla vittoria, o addirittura l’hanno apparentemente raggiunta. Martin F. Tupper era il più venduto fra i poeti anglosassoni ottocenteschi, e John Banvard fu per lungo tempo il più celebrato e strapagato pittore della sua epoca. Eppure, oggi, chi li ricorda?
Questa introduzione al fallimento è dunque una sorta di sic transit, e spinge il visitatore a porsi alcune domande essenziali sulla natura effimera del successo, e sulla volatilità della memoria storica.

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John Banvard (1815-1891)

La seconda sala è interamente dedicata alle scienze anomale e alle teorie errate.
Qui trova posto una selezione delle più strambe idee pseudoscientifiche, discipline abbandonate o marginalizzate, complessi sistemi di pensiero ormai completamente inutili.
Ampio spazio viene dato alle dottrine mediche degli albori, dallo pneuma di Galeno alle deliranti terapie chirurgiche di Henry Cotton fino agli esperimenti di Voronoff. Ma vengono anche esposte teorie totalmente infondate (come quelle che vorrebbero la Terra cava o piatta) vicino ad altre che, un tempo influenti, hanno ormai un valore esclusivamente storico, utile magari a comprendere un’epoca (ad esempio la fisiognomica amata da Cesare Lombroso o la musurgia di Athanasius Kircher).

Questa sala ha il compito di ricordare al visitatore che il progresso e il metodo scientifico non sono mai lineari, ma si sviluppano per tentativi, deviazioni, vicoli ciechi, strade sbagliate. E in nessun campo come in quello della conoscenza, l’errore è altrettanto fondamentale del successo.

La terza sala è consacrata alle Sfide perdute. Qui si celebrano tutti quegli uomini che hanno tentato, e fallito.
Il materiale presente in questa sezione dimostra come la sconfitta possa essere triste ma allo stesso tempo grottesca: fra ricostruzioni multimediali e pannelli informativi trovano spazio (per fare qualche esempio) le vicende di William McGonagall, il peggiore poeta del mondo, che si incaponì a voler comporre versi nonostante le sue abilità letterarie fossero a dir poco disastrose; il maldestro e orrendamente spettacolare tentativo di far esplodere una balena a Florence, Oregon, oppure quello di liberare un milione e mezzo di palloncini di elio in piena metropoli; e il “sarto volante”, emblematico caso di fiducia smisurata nelle proprie capacità.

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Si entra poi nello spazio dedicato agli Imprevisti, spesso tragicomici e letali.
Una prima categoria di fallimenti contenuti qui sono quelli resi popolari dai celebri Darwin Awards, premi simbolici assegnati a chi provoca da sé la sua stessa dipartita in maniera stupida. Queste storie ci mettono in guardia dai dettagli che sembrano insignificanti, dai momenti di poca lucidità, dall’incapacità di tenere conto delle variabili.
Ma non è tutto. Il concept della seconda sezione della sala è che, per quanto ci sforziamo di programmare il futuro in ogni minimo particolare, la realtà fa spesso irruzione a scombinare i nostri piani. Ecco quindi gli imprevisti davvero inaspettati, il fato avverso, le catastrofi e i fiaschi da cui è impossibile mettersi al riparo.

Questa duplice presentazione mostra come l’errore umano da una parte, e dall’altra l’elemento sorpresa “gentilmente” fornito dal mondo, rendano il fallimento una realtà inevitabile. In che modo risolvere il problema?

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Le ultime due sale tentano di dare una proposta di soluzione.
Se l’insuccesso non si può evitare, e prima o poi arriva a toccare tutti noi, forse la strategia migliore è accettarlo, sciogliendolo dallo stigma che lo accompagna.

Un metodo per esorcizzare la vergogna è condividerla, come suggerito dalla penultima stanza. Sui monitor scorrono le immagini dei cosiddetti fail video, compilation di riprese amatoriali in cui gente comune, per sfortuna o per inettitudine, si ritrova protagonista di imbarazzanti catastrofi. Il fatto che questi filmati abbiano un enorme successo su internet conferma l’idea che non prendersi troppo sul serio, e avere il coraggio di condividere apertamente lo smacco della sconfitta, sia un atto liberatorio e terapeutico.
Sull’ultimo muro il pubblico è invitato ad appendere all’interno di una bacheca la storia del proprio fallimento più bruciante, scritta su un foglietto di carta.

Fail

La sala finale rappresenta il diritto, la gioia e l’orgoglio di fallire.
Qui, su una grande parete spoglia, fallimento e fortuna sono rappresentati come yin e yang, ognuno contenente al suo interno il seme dell’altro, opposti illusori che nascondono un’unica realtà – il costante mutamento, che non conosce categorie umane come successo o insuccesso, vi è indifferente, e non arresta il suo vortice.
Riappropriarsi del fallimento significa sabotarne il potere paralizzante, e imparare nuovamente a muoversi e seguire il ritmo.

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Sulla porta d’uscita un’ironica citazione di Kurt Vonnegut ricorda: “Gli uomini sono animali fatti per danzare. Quant’è bello alzarsi, uscire di casa e fare qualcosa. Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti”.