Hatari

Articolo a cura della guestblogger Verina Romagna

L’edizione 2019 dell’Eurovision Song Contest è aperta, il pubblico agita le proprie bandiere in platea o collassa sul divano di casa grazie alla diretta televisiva: tutti sono storditi dai glitter, dai sorrisi di una schiera di bellocci canterini, dalle canzonette orecchiabili che ripetono ossessivamente love, love, love.
Viene il turno dell’Islanda, piccolo concorrente che non annovera troppi successi o sorprese, e all’improvviso il palco di dipinge di rosso sangue. Con un beat aspro e metallico, la scena si rivela: una gabbia, un gruppo di creature androgine vestite in pelle e latex; uno dei cantanti è steso come morente su una gradinata; l’altro non canta, urla. Con un growl che non è selvaggio o liberatorio, quanto piuttosto gelido e allucinato, le parole pronunciate sono HATRIÐ MUN SIGRA, “l’odio prevarrà”.

“Questo cos’è? E soprattutto, com’è potuto succedere?”, si domanda il pubblico dell’Eurovision.
Facciamo un passo indietro.


Quattro anni fa, in una luminosa sera d’estate, mentre il sole di mezzanotte splendeva, due ragazzi passeggiavano per Reykjavík contemplando l’ascesa del populismo, la rovina operata dal capitalismo e i crimini dell’individualismo crescente in Europa. La risposta logica, ovviamente, era una sola: Hatari.

Meet the band

Hatari dall’islandese si traduce come haters, “odiatori”. La band si autodefinisce un “premiato gruppo artistico performativo, anticapitalista, antisistema, industrial, techno-distopico, BDSM” modificando e aggiungendo a piacere gli aggettivi . Hatari è un progetto multimediale, presieduto da un’azienda nebulosa dal sospetto nome di Svikamylla ehf. (“Implacabile Truffa/Rete di Menzogne & Co.”).

Il progetto si fonda sulla band musicale che i due ragazzi del racconto, i cantanti Klemens Hannigan e Matthías Tryggvi Haraldsson, formano insieme al loro “batterista schiavo” Einar Hrafn Stefánsson. Al trio si aggiunge una variabile squadra di performer, ballerini, coreografi, visual artist e stilisti indipendenti responsabili di un curatissimo guardaroba fetish, nonché di una serie di tute da ginnastica con logo per i momenti di relax dei membri del gruppo.

La leggenda della fondazione di Hatari è una sfacciatissima e ironica mistificazione, regolarmente rifilata da Klemens e Matthías ai giornalisti, ma ci sono fatti inconfutabili: Hatari ha ricevuto davvero diversi premi, e la maggior parte del gruppo proviene effettivamente dall’Accademia d’Arte di Reykjavík. Matthías, coi suoi venticinque anni, ha già un riconoscimento come drammaturgo esordiente ed è particolarmente coinvolto nella stesura dei testi nichilisti delle canzoni di Hatari. Klemens è carpentiere e scenografo, Einar suona anche nella band indie-pop Vök.

Ma che genere di musica fa Hatari? Domanda difficile, soprattutto perché il gruppo si affretta a reinventare il proprio stile ogni volta che qualcuno rischia di capirlo. Se si chiede direttamente a Klemens o a Matthías, parte ancora un lungo elenco di aggettivi creati a soggetto, che inizia con parole quasi calzanti come “techno-punk”, prosegue con “pop”, “bondage” e “giorno del giudizio”, poi sfuma in “cabaret” e “bonanza”. Fra le influenze musicali dichiarate appaiono i Rammstein, i Die Antwoord, i Rage Against The Machine, gli Abba (“se fossero stati più marxisti“), le Spice Girls, Naomi Kline, Noam Chomsky, Donald Trump e Theresa May.

Di fatto le canzoni di Hatari hanno una base ritmica elettronica, arricchita dalla batteria live di Einar, e due voci a contrasto: il growl di Matthías per la parte principale e una parte melodica affidata al canto soave, implorante e lamentoso di Klemens. Un canto che diventa addirittura un falsetto nel brano Hatrið mun sigra presentato all’Eurovision.

La musica, comunque, è solo un elemento nella performance di Hatari, una singola espressione delle idee alla base del progetto: inscenare una distopia autoritaria fascistoide ambientata alla fine dell’umanità, smascherare l’implacabile truffa della vita quotidiana, smantellare il capitalismo… e magari vendere un po’ di CD e di t-shirt nel frattempo. Dopotutto, osservano i membri della band, “smantellare il capitalismo non è gratis“.

Il perno di Hatari è proprio la contraddizione, il paradosso, il contrasto. Il BDSM negli abiti e nella messa in scena è necessario, perché il BDSM “ti libera mentre allo stesso tempo ti costringe, come il capitalismo“.
Ma prima ancora il contrasto emerge dal dualismo tra i cantanti Klemens e Matthías, infinitamente giocato ed esibito, vero punto focale dell’intero progetto.

I personaggi di Hatari

Matthías, il leader del gruppo, interpreta il ruolo di dominatore nonché dittatore assoluto nella distopia di Hatari. È bruno, algido e imponente, e la sua voce ha un timbro solenne e cavernoso. Il tiranno Matthías è caratterizzato da rigidità, movimenti repressi e trattenuti, inespressività. Sul palco si muove a malapena e apostrofa il pubblico con pochi gesti controllati, secchi e teatrali, di ispirazione nazista. Le sue urla rabbiose scaturiscono da un volto granitico, assente, perso in un delirio di odio e autoaffermazione. Anche quando non sta cantando, Matthías mantiene la sua apatica compostezza; se pronuncia frasi ironiche e paradossali, lo fa evitando ogni accenno di ilarità.

Klemens è il braccio destro di Matthías, un innocente che il dittatore martirizza e sottomette. Si tratta di una vittima il cui tormento diviene oscena estasi: Klemens rappresenta il becchino compassionevole dell’umanità morente. È piccolo, biondo (o talvolta tinto di un rosso acceso), frizzante ed efebico. Come Matthías, espone la bislacca retorica di Hatari con la massima serietà, ma non segue la medesima autodisciplina. Nel linguaggio del corpo e nella gamma espressiva si ispira, a seconda dell’estro, a un’infinità di ruoli tradizionalmente femminili: l’angelo tenero e fragile, la smorfiosa lolita dallo sguardo sfacciato, la prostituta insofferente, la vamp sonnolenta e vorace.

Alle spalle di un Matthías impalato, Klemens barcolla senza pace lungo il palco e balla al ritmo delle canzoni. Le sue braccia si sollevano, le anche ondeggiano, il corpo si disarticola morbido mantenendo il bacino come centro di gravità. Tra costumi costumi succinti e gemiti orgasmici, Klemens diventa il portavoce dell’elemento erotico nella performance di Hatari: è luce, vita, sesso contro le tenebre e l’aridità di Matthías.

Einar, il batterista schiavo, è un personaggio muto. D’altronde indossa una maschera di pelle borchiata che nasconde la metà inferiore del volto, limitando le sue possibilità comunicative. Lenti a contatto anneriscono la sclera, o restringono la pupilla, sicché la fisionomia è irriconoscibile e risalta soltanto la sua statura gigantesca.

Durante le esibizioni Einar picchia sulla batteria con l’impassibilità di un metronomo, o fa volteggiare una mazza ferrata. O, ancora, veglia immobile alle spalle del gruppo e punta uno sguardo fisso sul pubblico, come un temibile Golem mascherato da sex toy. L’unica frase che ha pronunciato finora, con l’ausilio di una zip sulla bocca generosamente abbassata da Klemens, è il titolo profetico della canzone Hatrið mun sigra.

Completano il quadro alcuni ballerini che collaborano alle performance di Hatari: l’elegante e allampanato schiavo Sigurður Andrean Sigurgeirsson e le pallide, robotiche dominatrici Sólbjört Sigurðardóttir e Ástrós Guðjónsdóttir. Le ballerine non sono meno vestite degli uomini, e se pure capita che interagiscano con i performer maschi, non lo fanno mai in maniera allusiva: nelle coreografie di Hatari la sensualità rimane esclusivamente omoerotica e maschile.

Scalata e scandalo all’Eurovision

E allora, come ha potuto questo freakshow arrivare all’Eurovision?
Il primo passo è stato vincere il Söngvakeppnin, la competizione musicale islandese che ogni anno decreta il rappresentante nazionale all’Eurovision.
La partecipazione della band a un concorso pop televisivo fa sensazione, non solo per il salto rispetto ai circuiti underground che finora ha frequentato il gruppo, ma anche perché Hatari in teoria si è appena sciolto – con tanto di concerto d’addio e di dichiarazione su Iceland Music News (il “più onesto canale informativo dell’Islanda”, in realtà un’altra loro compagnia fittizia). L’abbandono delle scene viene motivato con il fallimento del progetto, “per non essere riusciti ad abbattere il capitalismo nei due anni che ci eravamo dati“. E dura appena dieci giorni.
La partecipazione al Söngvakeppnin viene annunciata con un video promozionale pensato per rassicurare il pubblico pop della kermesse: il gruppo, sorridente in abiti borghesi (Einar per la prima volta senza maschera) si riunisce a mangiare una torta. Per rendere più intimo il quadretto famigliare, partecipano anche la figlioletta di Klemens e quella di Einar e Sólbjört, che nel privato sono fidanzati.
Hatari è diventata una band family-friendly e borghese? Non esattamente: il copione del video è identico alla campagna elettorale di Bjarni Benediktsson, politico controverso che si dedica al cake design per cercare di ripulire la sua immagine.

Quando, al momento della premiazione, Hatari trionfa cogliendo tutti di sorpresa, Matthías annuisce condiscendente e ripete il leitmotiv di Hatari: “Va tutto secondo il piano“. Il capitalismo verrà smantellato partendo dall’Eurovision, giacché avere Hatari come rappresentante nazionale provocherà perlomeno il crollo dell’economia islandese. È già pronta la lettera di scuse al governo, in caso di vittoria.

E quindi eccoli arrivati all’Eurovision, festival che sostiene, almeno negli intenti, la pace e l’amicizia fra i popoli. L’edizione del 2019 si svolge in Israele, a Tel Aviv, nello scenario di un’occupazione per niente pacifica e inclusiva.
Candidato ideale per sfruttare questo paradosso, già dalle prime esternazioni pubbliche Hatari diventa il concorrente scomodo. Il gruppo si presenta spalleggiato da uno sponsor immaginario, l’acqua gassata SodaDream – che riecheggia il nome della israeliana SodaStream ma che, viene precisato, al contrario di quest’ultima “non ha mai operato in nessun genere di territorio occupato“.
Compare un video in cui la band sfida il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu a un incontro di glíma (wrestling islandese), con in palio territori islandesi o israeliani da colonizzare a piacimento dal vincitore.

Nel cuore dell’EBU, l’Unione europea di radiodiffusione che organizza l’Eurovision, cresce l’ansia riguardo alle esibizioni e alle interviste di Hatari: quale sarà “il piano” di cui il gruppo continua a parlare? Non avranno forse in mente di violare le regole del concorso, che vietano di mostrare vessilli politici sul palco?
Ammonito dall’EBU, Hatari concorda di cambiare atteggiamento: passa a un look tamarro a tinte fluo ed evade qualunque intervista che (così afferma) possa essere interpretata politicamente, incluse domande sui propri cibi preferiti. D’altronde, il brano Hatrið mun sigra non vuole davvero incitare all’odio, bensì ispirare il medesimo spirito di unione che sta alla base dell’Eurovision: ricordatevi di amare, prima che la distopia di Hatari si avveri.

La tensione inizia a placarsi. In fondo Hatari è solo una cricca di simpatici burloni, i fenomeni da baraccone che non possono mancare a ogni edizione dell’Eurovision. Al gran finale della gara, è chiaro ormai che non combineranno niente, che “il piano” non esiste. Anche quell’idea di porre termine al capitalismo non è altro che uno scherzo.

Ma quando arriva il momento dell’attribuzione del punteggio in classifica, ecco che succede l’impensabile. Mentre il gruppo è nella green room dell’Eurovision, in diretta, un attimo prima di venire inquadrato Matthias scambia un rapido cenno con Klemens.
Quindi estrae da uno dei suoi kinky boots alcune sciarpe con la bandiera palestinese, che la band si è procurata di nascosto dai presidi militari israeliani.

Mentre viene annunciato il decimo posto per l’Islanda, tra i fischi del pubblico, la sicurezza irrompe per sequestrare le sciarpe. Nel frattempo sul profilo Instagram di Hatari compare una gigantesca bandiera della Palestina, mentre su YouTube viene pubblicato un nuovo videoclip girato nel deserto di Gerico, in collaborazione con l’artista gay palestinese Bashar Murad.

Intimità maschile, la provocazione definitiva

Al di là di questa trasparenza nello schieramento politico, e all’iconoclastia di ricordare proprio all’Eurovision che non viviamo nel migliore dei mondi possibili, Hatari assesta anche un’ultima provocazione – più sottile ma insidiosa, destinata a dividere e turbare perfino i fan. Si tratta della particolare sintonia emotiva e fisica fra Klemens e Matthías.

Nelle apparizioni pubbliche Klemens e Matthías coordinano perfettamente tra di loro gesti e parole, alternandosi o addirittura parlando in sincrono. Eppure talvolta la dinamica di dominazione e sottomissione esibita nelle performance musicali sembra quasi capovolgersi: durante le interviste è Klemens che, in una gag ormai divenuta di repertorio, sussurra qualcosa nell’orecchio del “padrone” Matthías, che poi si limita a riferire impassibile.

Ma non è nemmeno questa inversione dei ruoli a confondere davvero il pubblico, quanto piuttosto l’intimità tra i due personaggi.
Non di rado Klemens si appoggia contro Matthías e reclina la testa sulla sua spalla; Matthías, dal canto suo, tiene l’amico stretto al petto, lo avvolge fra le braccia con atteggiamento protettivo.


I due cantanti affermano di avere un rapporto speciale, intenso e di lunga data: Klemens sostiene e incoraggia lo stoico Matthías a esprimere tutto sé stesso, Matthías è invece lo scudo e il porto sicuro per quella “creatura emotiva senza freni“. Sono due opposti che sanno completarsi, il femminile e il maschile, lo Yin e lo Yang.
Eppure, e qui sta il dettaglio che fa esplodere i pregiudizi di genere, i due cantanti sono cugini, amici d’infanzia e soprattutto eterosessuali.

Le reazioni sono di sgomento. “Impossibile! Sono forse bisex? È tutta una messinscena? Devono per forza essere amanti!”
Sembra che il pubblico preferisca immaginare un incesto omosessuale, piuttosto che ammettere che tra due maschi eterosessuali possa esistere una simile fiducia e rilassatezza nel contatto fisico; l’affetto e la tenerezza che Klemens e Matthias mostrano durante le loro effusioni è un tabù ancora più forte della relazione omosessuale, e sembra mettere in discussione il tradizionale e fin troppo fragile concetto di mascolinità.

Ecco allora che a dispetto di tutto l’armamentario da trickster consumati, delle fumisterie parodistiche, e nonostante l’estetica cruda e tenebrosa, il vero messaggio di Hatari sta nella dinamica di gruppo proposta come vero e proprio antidoto. Sta nel darsi reciprocamente forza e coraggio, infondersi calma e sicurezza l’un l’altro, abbandonare consapevolmente il proprio corpo in mani altrui, amalgamare i lati più spregiudicati di ciascuno come fossero gli ingredienti di una torta “piena d’amore, ma un po’ appiccicosa“.

La donchisciottesca lotta al capitalismo di Hatari è forse solo un’ennesima burla; eppure per combattere il mondo tossico e mortifero che il gruppo mette in scena gli unici strumenti sono l’empatia, la fiducia, il rispetto, i legami personali.
È sufficiente qualcuno che ci accetti, ci sostenga e – perché no – ci coccoli senza paura di risultare ridicolo o poco virile; qui risiede la forza per esprimere noi stessi.
E quando c’è espressione di sé, creatività, vitalità, allora l’odio non prevale.

La perversione di Aristotele

I signori qui sopra stanno praticando il gioco di ruolo sessuale chiamato pony-play, in cui uno dei due partecipanti assume il ruolo del cavallo e l’altro del fantino. Si tratta di una pittoresca nicchia nelle relazioni di dominazione/sottomissione, eppure secondo l’esperto di sessualità alternative Ayzad

gli appassionati possono raggiungere livelli di specializzazione impressionanti: c’è chi predilige la cura del portamento e chi organizza vere gare su pista, chi vive la cosa come variante sessuale e chi si concentra solo sull’esperienza psicologica. Le ponygirl riferiscono spesso di amare questo gioco perché permette loro di regredire a una percezione primordiale del mondo, in cui ogni sensazione è vissuta con maggiore intensità: molte descrivono il ritorno alla “condizione umana” come oneroso e sgradevole. Benché non ci siano rilevamenti precisi al riguardo, si ritiene che le persone che praticano concretamente ponyplay nel mondo non siano più di 2.000, mentre tale fantasia è apprezzata da un numero enormemente maggiore di simpatizzanti.

Ayzad, XXX. Il dizionario del sesso insolito, Edizione Kindle.

Pochi sanno però che questa messinscena erotica ha un antesignano illustre: il primo ponyboy della storia, suo malgrado, fu nientemeno che il massimo filosofo dell’antichità, Aristotele!

(Be’, non veramente. Ma cos’è la verità, caro Aristotele?)

Agli inizi del 1200 nacque una curiosa leggenda: raccontava dell’amore segreto di Aristotele per Fillide, moglie di Alessandro il Macedone (che del grande filosofo era allievo).
Fillide, donna bellissima e scaltra, decise di sfruttare l’infatuazione di Aristotele nei suoi confronti per insegnare una lezione al marito, che la trascurava per passare giornate intere con il suo mentore. Così disse ad Aristotele che gli avrebbe concesso i suoi favori se egli avesse acconsentito a farsi cavalcare sulla schiena. Accecato dalla passione, il filosofo accettò e Fillide fece in modo che Alessandro Magno assistesse, non visto, alla comica scena di umiliazione.

La storiella, menzionata per la prima volta in un sermone di Jacques de Vitry, ebbe subito un enorme successo nell’iconografia popolare, tanto da essere rappresentata in litografie, sculture, oggetti di arredamento, ecc. Per comprenderne la fortuna dobbiamo concentrarci per un attimo sui suoi due protagonisti principali.

Innanzitutto, Aristotele: perché è lui la vittima della vis satirica del quadretto? Perché proprio un filosofo e non per esempio un Re o un Papa?
La barzelletta funzionava su diversi livelli: i più colti potevano leggerci uno sberleffo della dottrina aristotelica dell’enkráteia, la temperanza, ovvero il saper giudicare i pro e i contro dei piaceri, il sapersi trattenere e dominare, la capacità di mantenere pieno possesso di sé e dei propri valori etici.
Ma anche i meno educati vedevano bene che la storia ironizzava sull’ipocrisia dei filosofi in generale – sempre pronti a fare la morale, a disquisire di virtù, a propugnare il distacco dai piaceri e dalle bassezze. Metteva insomma alla berlina quei bellimbusti che amano piazzarsi su un piedistallo per insegnare la rettitudine ai propri simili.

Dall’altra parte c’era Fillide. Qual era la sua funzione all’interno della storiella?
A una prima occhiata l’aneddoto può sembrare un classico exemplum medievale pensato per mettere in guardia dalla pericolosa, infida natura delle donne. Una favoletta morale che dimostrava quanto la femmina potesse essere manipolatrice, tanto da sottomettere con le sue arti di seduzione perfino le menti più eccellenti.
Ma forse le cose non sono così semplici, come vedremo.

Infine, l’atto di farsi cavalcare implica ulteriori ambiguità, di natura questa volta sessuale: questo tipo particolare di umiliazione nascondeva forse un’allusione erotica? Poteva rimandare a una fantasia di dominazione, o simboleggiava invece un’accettazione cavalleresca di servire la donna amata?

Per capire meglio il contesto della storia di Fillide e Aristotele, dobbiamo iscriverla nel più ampio topos medievale del “Potere delle donne” (Weibermacht in tedesco), conosciuto anche nella saggistica anglosassone come “Woman on Top”.
Per esempio, un aneddoto molto simile è quello che vede Virgilio innamorato di una donna, talvolta chiamata Lucrezia, che gli concede un appuntamento notturno calando un cesto di vimini dalla finestra per farlo salire; salvo poi issare il cesto solo fino a metà del muro, lasciando Virgilio intrappolato ed esposto al pubblico ludibrio la mattina seguente.

Anche Giuditta che decapita Oloferne, Giaele che conficca il chiodo nella tempia di Sisara, Salomè con la testa del Battista o Dalila che sconfigge Sansone fanno parte di quelle figure femminili che risultano vittoriose sui maschi, e che furono riproposte infinite volte nell’iconografia e nella letteratura medievale. A queste si aggiungono le varie scene buffe di mogli che comandano i mariti — la cosiddetta “battaglia dei pantaloni”.
Di volta in volta lascive o perfide, queste donne dimostrano di avere un pericoloso potere sul maschio, eppure al tempo stesso esercitano una forte attrazione sull’immaginario, anche erotico.

Le scene più divertenti – come Aristotele trasformato in cavallo o Virgilio nella cesta – erano pensate per suscitare il riso sia negli uomini che nelle donne, e probabilmente venivano anche messe in scena da attori comici: in effetti l’inversione dei ruoli ha un impianto carnascialesco. Nel presentare una situazione paradossale, avevano forse l’effetto di rinforzare la struttura gerarchica in una società dominata dai maschi.
Eppure la prof. Susan L. Smith, esperta della questione, si dice convinta che il messaggio veicolato non fosse così univoco:

il “Woman on Top” è da intendersi non come una semplice manifestazione dell’antifemminismo medievale, quanto piuttosto come un luogo di confronto attraverso il quale potevano venire espresse idee opposte e conflittuali sui ruoli di genere.

Susan L. Smith, Women and Gender in Medieval Europe: An Encyclopedia (2006)

Il fatto che la storiella di Fillide e Aristotele si prestasse a una lettura più complessa è ribadito anche da Amelia Soth:

Era un’epoca in cui la convinzione che le donne fossero intrinsecamente inferiori si scontrava con la realtà delle regnanti femmine, come la Regina Elisabetta, Maria I Tudor, Maria Stuarda, Caterina d’Asburgo e le arciduchesse dell’Olanda, che dominavano la scena europea. […] Eppure l’immagine rimane ambigua. La sua popolarità non può essere spiegata semplicemente con la misoginia e la diffidenza per il potere femminile, perché il fatto che essa fosse inclusa nei pegni d’amore e nelle canzoni licenziose tradisce un elemento di delizia per l’inaspettato rovesciamento, per la trasformazione del saggio in una bestia da soma.

Insomma, forse anche nel Medioevo, e all’inizio dell’età moderna, la dinamica tra i generi non era poi così monolitica. La storia di Fillide e Aristotele ebbe così tanto successo proprio perché era suscettibile di interpretazioni diametralmente opposte: di volta in volta poteva essere usata per mettere in guardia dalla lussuria oppure, al contrario, come aneddoto piccante ed erotico (tanto che la coppia veniva spesso rappresentata nuda).

Per tutti questi motivi, il topos non è mai veramente sparito del tutto ma si è incarnato in molte varianti nei secoli successivi, di cui lo storico Darin Hayton riporta alcuni gustosi esempi.

Nel 1810 il manuale di giochi di società Le Petit savant de société descriveva il gioco del “Cavallo d’Aristotele”, una penitenza vagamente cuckold: il gentiluomo che doveva scontarla era obbligato a mettersi a quattro zampe e a portare sulla schiena una dama, la quale riceveva un bacio da tutti gli altri maschi posti in cerchio.

La cavalcata “alla Aristotele” fa la sua comparsa anche nei manifesti degli ipnotisti, perfetto esempio delle stravaganze a cui erano costretti coloro che si prestavano agli esperimenti di ipnosi. (A proposito di sovversione delle regole, si notino nel poster a sinistra i due uomini sullo sfondo, costretti a baciarsi tra loro.)

Nel 1882 un altro grande filosofo, Friedrich Nietzsche, portò in scena una sua versione di Fillide e Aristotele vestendo in prima persona i panni del “cavallo”. Nelle fotografie lui e il suo amico Paul Rée sono alla mercé della frusta impugnata da Lou von Salomé (la donna di cui Nietzsche era follemente innamorato).

E torniamo infine ai giorni nostri, e ai tizi vestiti da pony che abbiamo visto all’inizio.
Oggi la “perversione di Aristotele”, lungi dall’essere ancora un monito sulla perdita di controllo, è arrivata a significare l’esatto opposto: è diventata un modo per lasciare briglia sciolta (la metafora ippica qui s’impone!) alla fantasia erotica.

Ogni anno in Louisiana si tiene il Ponies on the Delta, un festival per i fan del ponyplay, che raduna qualche centinaio di appassionati impegnati in gare di trotto, corse a ostacoli e attività simili davanti a una giuria di esperti. Esistono negozi online specializzati nella vendita di zoccoli e tute da cavallo, decine e decine di account dedicati sui social, e perfino una rivista underground chiamata Equus Eroticus.

Chissà cos’avrebbe detto il severo Aristotele, se avesse saputo che il suo nome sarebbe stato associato a tali follie.
In un certo senso, la figura dello Stagirita è stata davvero “pervertita”: il filosofo ha dovuto sottomettersi non all’immaginaria Fillide, ma alla leggenda apocrifa di cui è divenuto – suo malgrado – protagonista.

Bizzarro Bazar a Palermo

Questo fine settimana tornerò nuovamente nella mia amata Palermo per due distinti eventi.

Il primo è il festival dell’editoria Una marina di libri, giunto alla 9a edizione, che si tiene nella spettacolare cornice dell’Orto Botanico.
Sono stato invitato, venerdì 8 giugno alle 21, alla Serra Carolina; durante l’incontro intitolato Un terribile incanto sarò affiancato dal Prof. Marco Carapezza, docente di filosofia del linguaggio all’Università degli Studi di Palermo.
Al termine della chiacchierata ci sarà la possibilità di acquistare i libri della Collana Bizzarro Bazar e (se proprio siete quel genere di feticisti!) farseli dedicare dal sottoscritto. Vorrei ringraziare l’amico Vito Planeta, che ha reso possibile questo incontro.

Il secondo appuntamento invece è stato reso possibile dall’Associazione culturale “Lemosche” (sito / pagina FB), fondata nel 2013 a Palermo da un gruppo di eccellenti artisti e con la quale ho già collaborato in passato.

Domenica 10 giugno alle 19:30, presso la loro sede in Via Mariano Stabile 92, parlerò di Sante, madri & afroditi: seduzione e dissezione del corpo femminile.
Si tratta di una conferenza a cui tengo molto, frutto di una ricerca che mi appassiona da anni: un excursus su alcune narrative che hanno interessato il corpo della donna, dal Medioevo ai giorni nostri, e sui segreti legami tra erotismo, agiografia e anatomia.
Dopo averla presentata nel 2017 alle università di Padova e di Winchester, per la prima volta ho l’occasione di proporre questa conferenza a un pubblico non accademico (in versione riveduta e ampliata).

Quindi segnatevi questi due appuntamenti e se siete a Palermo passate almeno a salutare, mi raccomando!

Link, curiosità & meraviglie assortite – 12

Eli Bowen “la Meraviglia Senza Gambe”, con famiglia al completo, vi dà il benvenuto a questa nuova raccolta di notizie e stranezze dal mondo! Partiamo senza indugi!

  • Qui sopra nella foto, Walt Disney illustra il suo progetto per delle maschere di Topolino… un po’ particolari.
  • I globster sono misteriosi ammassi gelatinosi di origine organica che vengono ritrovati di tanto in tanto sulle spiagge di tutto il mondo. Qui la spiegazione di cosa sono davvero.

  • Una soluzione per mettere d’accordo vegani, vegetariani e carnivori? La bio-economia post-animale, e tra le altre cose punta a far “crescere” la carne in laboratorio a partire da cellule staminali.
    Un metodo del tutto indolore per gli animali, che potrebbero finalmente vivere le loro vite tranquilli, senza che si debba rinunciare a una bella bistecca, a un bicchiere di latte, a un uovo in camicia. E non si tratterebbe di prodotti alternativi ma proprio del medesimo prodotto, sviluppato in maniera tra l’altro più sostenibile rispetto all’agricoltura lineare (che ha dimostrato di essere problematica per quantità di terreno, sostanze chimiche, pesticidi, risorse energetiche, acqua impiegata, lavoro necessario, e gas serra emessi).
    Prendete per esempio il tanto controverso foie gras: in futuro potrebbe venire prodotto a partire dalle cellule staminali contenute sulla punta di una piuma d’oca. Sembra fantascienza, ma il primo foie gras da laboratorio è già realtà, e questo giornalista l’ha assaggiato in anteprima.
    Restano soltanto due scogli: da una parte occorre ridurre i costi della tecnica, ancora troppo alti per un utilizzo su larga scala (ma non ci vorrà molto tempo); dall’altra, c’è il piccolo dettaglio che si tratta di una vera e propria rivoluzione culturale, oltre che agricola. Bisognerà scoprire come reagiranno gli allevatori tradizionali, e soprattutto se i consumatori abituali di carne saranno disposti a provare i nuovi prodotti cruelty-free.

  • La città di Branau am Inn, in Austria, è tristemente nota per aver dato i natali a un certo dittatore di nome Adolf. Ma andrebbe ricordata, invece, per un’altra storia: quella di Hans Steininger, borgomastro che il 28 settembre del 1567 venne ucciso dalla sua stessa barba. Una lanugine folta e prodigiosamente lunga, che gli risultò fatale durante un grande incendio: nella concitazione della fuga dalle fiamme, il sindaco Hans dimenticò di arrotolare i suoi due metri di barba e metterseli in tasca, come faceva abitualmente, vi inciampò e precipitò giù per le scale spezzandosi il collo.
    Dato che nel ‘500 non esistevano ancora i Darwin Awards, i concittadini eressero una bella lapide sul fianco della chiesa e conservarono la barba assassina, ancora oggi visibile nel museo civico di Branau. Come monito, suppongo, per quelli che fanno gli originali a tutti i costi.

  • Ma se pensate che le morti imbecilli siano un’esclusiva umana, sentite questa: “a causa dell’umidità dell’ambiente e della lentezza con cui un bradipo si muove, nella sua pelliccia crescono dei vegetali. Questo, in combinazione con la vista scarsa, fa sì che alcuni bradipi afferrino il proprio stesso braccio, credendolo un ramo d’albero, e cadano verso morte certa.” (via Seriously Strange)

  • E ancora, come non citare quel genio di un roditore che si infilò in una trappola per topi vecchia di 155 anni esposta in un museo?
  • Sei sempre così ombroso e depresso, dicevano.
    Perché non impari a suonare uno strumento musicale, così ti rilassi e ti diverti?, dicevano.
    Li ho accontentati.

  • L’Olandese Volante del XX° secolo si chiama SS Baychimo, una nave cargo incagliatasi nei ghiacci dell’Alaska nel 1931 e abbandonata. Per i trentotto anni successivi il relitto fantasma è stato avvistato in diverse occasioni; c’è anche chi è riuscito a salire a bordo, ma ogni volta la Baychimo è sempre riuscita a sfuggire senza farsi ricatturare. (Grazie, Stefano!)
  • La terribile storia di “El Negro”, ovvero quando i cercatori di curiosità naturali nelle colonie non spedivano indietro in Europa soltanto pelli di animali, ma anche di esseri umani che avevano dissotterrato di notte dalle loro tombe.

  • Visto che parliamo di resti umani, otto anni fa veniva organizzata la più grande mostra itinerante di mummie (45 in totale). Non avete avuto la fortuna di vederla? Neanch’io. Ma ecco un po’ di belle foto.
  • Quando il senso estetico giapponese permea ogni più minuscolo dettaglio: date un’occhiata a queste due pagine tratte da un manoscritto del tardo Diciassettesimo secolo, che mostrano i vari tipi di design per i wagashi (dolcetti tipici serviti durante la cerimonia del tè). Food porn ante litteram.
  • Alcuni ricercatori dell’Università del Wisconsin e dell’Università del Maryland hanno creato dei brani musicali espressamente studiati per piacere ai gatti, con frequenze e suoni che dovrebbero essere, almeno in teoria, “felino-centrici“. Le tracce si possono acquistare, anche se a dire la verità i sample proposti non sembrano aver impressionato particolarmente i miei gatti. Ma quei due sono schizzinosi e viziati.
  • Un articolo di due anni fa, purtroppo ancora attuale: le persone transgender faticano ad essere riconosciute come tali perfino da morte.

“Quasi pronta caro, mi metto due perle e usciamo.”

  • Tra i musei più bizzarri, un posto di rilievo va tributato al Museum of Broken Relationships. Consiste di oggetti, donati dal pubblico stesso, che stanno a simboleggiare una relazione sentimentale ormai terminata: la collana di perle che un fidanzato violento aveva regalato alla sua ragazza per farsi perdonare gli ultimi abusi; un’ascia usata da una donna per sfasciare tutto il mobilio di una ex; i volumi di Proust che un marito leggeva ad alta voce a sua moglie — con le ultime 200 pagine ancora intonse, perché la loro relazione è finita prima del libro. Va be’, ma quale storia dura più a lungo della Recherche? (via Futility Closet)

In chiusura, vi ricordo che sabato 17 sarò a Bologna presso la libreria-wunderkammer Mirabilia (via de’ Carbonesi 3/e) per presentare il nuovo libro della Collana Bizzarro Bazar. Con me anche il fotografo Carlo Vannini e Alberto Carli, curatore della Collezione Anatomica Paolo Gorini. Vi aspetto!

Paul Grappe, il travestito disertore

Talvolta le storie più incredibili rimangono sepolte per sempre fra le pieghe della storia. Ma può capitare che lascino dietro di sé una traccia, per quanto minima; un piccolo indizio che, con una buona dose di fortuna e capitando nelle mani giuste, riesca a riportarle alla luce. Come un archeologo dissotterra i tesori, così lo storico disseppellisce allora le bizzarrie della vita.

Se Paul Grappe non fosse stato ucciso da sua moglie il 28 luglio 1928, nell’Archivio della Prefettura di Polizia di Parigi non sarebbe rimasto alcun accenno alla sua peculiare vicenda.
E se Fabrice Virgili, direttore di ricerca al CNRS, spulciando i suddetti archivi quasi cento anni dopo per un articolo sulla violenza coniugale ad inizio secolo, non avesse buttato l’occhio su quel fascicolo…

La vittima: Grappe Paul Joseph, nato il 30 agosto 1891 nella Haute Marne, domiciliato al numero 34 di Rue de Bagnolet, deceduto per colpo di arma da fuoco il 28 luglio 1928.
Il colpevole: Landy Louise Gabrielle, nata il 10 marzo 1892 a Parigi, coniuge Grappe.

Questa è la fine della vita di Paul Grappe. Ma ciò che si scopre, risalendo indietro negli anni a partire dalle carte processuali, è davvero stupefacente.

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La Parigi degli anni ’10, per un giovane proveniente dall’Alta Marna, era innanzitutto una promessa. Certo, si trattava di una realtà estremamente popolare, e il ventenne Paul Grappe faticava come tutti ad arrivare a fine mese. Non aveva ricevuto un’educazione vera e propria, ma la vitalità incontenibile che avrebbe caratterizzato tutta la sua esistenza lo spinse a darsi da fare: con ostinata determinazione si impose di studiare, e diventò ottico. Seguiva anche dei corsi di mandolino, frequentando i quali conobbe Louise Landy.
Lemodeste condizioni economiche non erano di ostcolo ai sentimenti: i due si innamorarono, e nel 1911 convolarono a nozze. Poco dopo Paul dovette partire militare, ma riuscì a farsi assegnare di guardia ai bastioni di Parigi, in modo da restare vicino alla sua Louise. Il nostro soldato era un abile corridore, sapeva andare a cavallo, nuotare (cosa piuttosto rara all’epoca), e in breve tempo si distinse diventando caporale. Passarono i due anni di servizio militare richiesti, e Paul pensava ormai di aver chiuso i suoi conti con l’esercito. Ma le nubi della Guerra si stavano addensando, e tutto precipitò velocemente.
Nell’agosto del 1914 Paul Grappe venne spedito al fronte contro la Germania.

Il 102° Reggimento Fanteria si muoveva costantemente, di giorno in giorno, poiché il fronte non era ancora ben definito. Arrivarono a poco a poco i confronti con il nemico: all’inizio piccole scaramucce, in seguito ecco i primi feriti, il primo morto. E, infine, fu battaglia vera e propria.
Per la Francia, la fase più sanguinosa dell’intero conflitto mondiale fu proprio questa iniziale, chiamata Battaglia delle Frontiere, che contò centinaia di migliaia di morti, più di 25.000 nella sola giornata del 22 agosto 1914.
Paul Grappe era in prima linea. Quando arrivò l’inferno, se lo trovò davanti in tutta la sua devastante brutalità.

Venne ferito una prima volta alla coscia a fine agosto, curato e rimandato in trincea in ottobre. Ora la situazione era cambiata, il fronte si era stabilizzato, ma le battaglie non erano meno pericolose. In un sanguinoso scontro a fuoco Paul rimase ferito nuovamente, all’indice destro.
Colpito da un proiettile a un dito? Il sospetto di automutilazione era forte nei suoi confronti, e in momenti simili non si usavano particolari gentilezze per chi commetteva un atto simile: Paul rischiava la condanna a morte e l’esecuzione sommaria sul campo. Ma alcuni compagni d’armi testimoniarono in suo favore, e Paul evitò il tribunale di guerra. Fu trasferito in convalescenza a Chartres.
Passò dicembre, poi gennaio, febbraio, marzo. Quattro mesi per guarire dalla perdita di un solo dito cominciarono a sembrare troppi, e i superiori sospettarono che Paul in realtà stesse volontariamente riaprendosi le ferite (come facevano molti altri soldati); nell’aprile del 1915 gli fu intimato di tornare al fronte. E fu qui che, di fronte alla prospettiva di ritrovarsi nuovamente in quel limbo terribile fatto di filo spinato, fango, proiettili fischianti e colpi di cannone, Paul prese la decisione che avrebbe cambiato la sua vita per sempre: scelse di disertare.
Uscì dall’ospedale militare e, invece di recarsi in caserma, prese il primo treno per Parigi.

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Possiamo soltanto immaginare lo stato d’animo di Louise a questo punto: la gioia di sapere suo marito sano e salvo, lontano dalla guerra, e l’angoscia che tutto potesse finire ancora peggio da un momento all’altro, se fosse stato scoperto. In quella primavera del 1915 l’esercito aveva un disperato bisogno di uomini, perfino i riformati venivano mandati al fronte, e di conseguenza erano raddoppiati anche gli sforzi per trovare i disertori che mancavano all’appello. Al domicilio della suocera, dove Paul era nascosto, fecero irruzione le guardie per ben tre volte, senza riuscire a trovarlo.

Dal canto suo Paul, che aveva sempre avuto uno spirito impetuoso e indomito, non sopportava la pressione della clandestinità. Era costretto a vivere da vero e proprio recluso, senza arrischiarsi a mettere il naso fuori dalla porta: anche soltanto camminando per le strade di Parigi un ventenne avrebbe destato sospetti in quel periodo, visto che, a parte forse gli impiegati di qualche ministero, tutti i giovani maschi erano a combattere.
Un giorno, vinto dalla noia, per scherzare un po’ con Louise scelse uno degli abiti di sua moglie e lo indossò. Ed ecco l’illuminazione. Perché non travestirsi da donna?

Louise e Paul fecero una prova. Lui si rasò molto attentamente; sua moglie gli mise un filo di trucco, aggiustò i vestiti femminili, gli infilò in testa un cappellino da signora. Non era un travestimento perfetto, ma forse poteva funzionare.
Trattenendo il fiato, i due uscirono in strada. Camminarono per un po’ per la via, con finta disinvoltura. Si sedettero in un bar, e si accorsero che la gente non sembrava notare nulla di strano in quelle due amiche che si godevano il loro aperitivo. Rientrando, sentirono un brivido nel notare un uomo il cui sguardo intenso era puntato, fisso, verso di loro… finché l’uomo non lanciò un fischio di ammirazione. Era la prova definitiva: Paul, nei panni femminili, era abbastanza convincente da ingannare perfino l’occhio attento di un tombeur de femmes.

Da quel momento, per il mondo esterno, i due divennero una coppia di donne che vivevano assieme. Paul comprò dei vestiti, assunse una pettinatura più femminile, imparò a modificare la sua voce.
Cominciò a farsi chiamare Suzanne Landgard. Per chi assume una nuova identità, la scelta del nome ha evidentemente un peso particolare: quindi ci si è chiesti, Landgard voleva forse dire “colui che protegge (garde) Landy?”.
Ora che Paul/Suzanne poteva uscire a volto scoperto, era anche in grado di contribuire alle entrate: mentre Louise lavorava in un’azienda che produceva materiali didattici, Suzanne prese impiego come operaia in sartoria. Ma forse faticava a restare nella parte, perché a quanto sappiamo cambiava spesso lavoro a causa di problemi di relazione con i colleghi.

La Guerra, finalmente, finì. Paul avrebbe voluto uscire dalla clandestinità, ma era ancora in pericolo. Come facevano molti altri disertori all’epoca, anche la nostra coppia partì per la Spagna (paese neutrale) e per un breve periodo trovò rifugio nei Paesi Baschi. Poi, eccoli di nuovo a Parigi nel 1922.

Ora però l’atmosfera della capitale era cambiata: appena entrata nei cosiddetti “anni folli”, era una città che voleva ad ogni costo dimenticare la guerra e dunque ribolliva di novità, avanguardie artistiche, piaceri senza freno. Louise e Suzanne si accorsero che in fondo potevano sembrare soltanto altre due garçonnes, ragazze alla moda che ostentavano un taglio di capelli maschile e indossavano i pantaloni, scandalizzando i borghesi. Louise dipingeva soldatini di piombo la sera, dopo il lavoro, per guadagnare qualche soldo extra.
Paul invece non trovava occupazione, e la sua insaziabile voglia di vita lo spinse a frequentare il Bois de Boulogne, un parco pubblico che in quegli anni era un noto punto di incontro per l’amore libero: vi si davano appuntamento libertini, scambisti, prostitute e magnaccia.
Paul, nei panni di Suzanne, si prostituiva per portare a casa un po’ di denaro? Forse no.
Comunque, diventò una delle “regine” del Bois.

Da quel momento le sue giornate divennero affollate di rapporti occasionali, orge, amanti sia femminili che maschili, perfino annunci “in codice” sui giornali. Paul/Suzanne provò anche a convincere Louise a partecipare a questi incontri erotici, ma non fece che alimentare i primi conflitti all’interno della coppia, fino ad allora unitissima.
La sete di esperienze non si fermava qui: Suzanne Landgard nel 1923 è fra le prime “donne” a saltare con il paracadute.
Non mi arrivi alla caviglia, mia cara, io sono raffinato, voglio uscire da questa massa, questa massa bruta che va a lavorare al mattino come gli schiavi e torna a casa la sera”, ripeteva a Louise.

Nel gennaio del 1924 finalmente arrivò la tanto attesa amnistia.
La mattina stessa della notizia, Paul scese le scale vestito da uomo, senza più trucco sul volto. La portiera del condominio, quando lo vide uscire, rimase scandalizzata: “Madame Suzanne, siete diventata matta?” “Non sono Suzanne, sono Paul Grappe e vado a dichiararmi disertore per l’amnistia.
A quel punto, quando le autorità seppero del suo caso, anche la stampa ne venne a conoscenza. “Il travestito disertore”, titolò qualche quotidiano. E arrivarono le prime discriminazioni:  paradossalmente, proprio ora che si scopriva che lui era un uomo (e quindi le due presunte lesbiche erano in realtà una coppia sposata) Paul e Louise vennero sfrattati. Il Partito Comunista si mobilitò per difendere i due proletari vittime dei pregiudizi, e in breve Paul si ritrovò al centro di un estemporaneo dibattito sociale. La piccola notorietà che lo investì gli diede forse alla testa: convinto di poter diventare una celebrità, o di avere magari qualche chance come attore, cominciò a distribuire fotografie autografate che lo ritraevano in panni sia maschili che femminili, e ingaggiò perfino un agente.

Ma la ben più prosaica realtà era che la storia fantastica delle sue imprese, Paul la raccontava principalmente nei bar, per farsi offrire un goccetto. Mostrava l’album di fotografie di quando era Suzanne, e conservava anche un dossier di foto oscene, oggi andate perdute. A poco a poco cominciò a bere non meno di cinque litri di vino al giorno. Perdeva un lavoro dietro l’altro, e anche in casa divenne aggressivo.
Il suo ritorno alla mascolinità – quella stessa virilità che l’aveva condannato all’orrore della trincea – portò con sé la violenza. Prima della Grande Guerra non c’era stato in lui indizio né di bisessualità né di tendenze manesche, e molto probabilmente l’eco dei traumi subiti sul campo di battaglia ebbe la sua parte nella ripida discesa di Paul Grappe nell’alcolismo, nella brutalità e nella confusione.

Ormai spendeva tutto lo stipendio della moglie per ubriacarsi. Gli episodi di violenza domestica si moltiplicavano.
Louise, in un disperato tentativo di riconciliazione, accettò di prendere parte ai giochi sessuali del marito, e per compiacerlo (almeno a quanto dichiarò più tardi nella sua deposizione) prese come amante un aitante giovanotto spagnolo di nome Paco. Ma il volubile Paul non apprezzò lo sforzo, e cominciò a essere infastidito dalla presenza di questo terzo incomodo. Quando le intimò di lasciare Paco, Louise invece lasciò lui.
Da questo momento la loro storia divenne simile a quella, triste e risaputa, di tante coppie allo sbando: lui la trovò a casa di sua madre, la minacciò con una pistola, la supplicò di tornare a casa con lui. Lei cedette, ma poco dopo scoprì di essere incinta. Di Paul, o dell’amante Paco? Nel dicembre 1925 il bambino vide la luce, e Louise volle chiamarlo Paul – evidentemente per rassicurare il marito della paternità.
I tre vissero qualche mese di serenità, come una vera famiglia, Paul ricominciò a cercare lavoro e cercò di limitare l’alcol. Ma non durò. Le crisi ricominciarono, le violenze anche, fino alla notte dell’omicidio in cui l’uomo avrebbe perfino minacciato di fare del male al bambino. Louise pose fine ai giorni di Paul con due pallottole in testa, poi corse al comando di polizia a costituirsi.

Il processo ebbe una certa eco mediatica, per via dei toni sensazionalistici della vicenda: l’imputata, la moglie che aveva fatto fuori il “travestito disertore”, era difesa dal famoso avvocato Maurice Garçon. Accadde che mentre Louise era incarcerata, il bambino morì di meningite. Da una parte l’avvocato puntò quindi  sulla carta della vedova che adesso era anche madre in lutto, una vittima della violenza coniugale che aveva dovuto uccidere il marito per proteggere il figlioletto malato – dall’altra tentò di minimizzare il problema che la donna fosse anche stata complice nella diserzione, nel travestitismo, nei comportamenti scandalosi. Nel 1929, Louise Landy fu dichiarata innocente, avvenimento piuttosto raro nei processi per omicidio del coniuge. Da quel momento Louise sparì da qualsiasi cronaca, e di lei non si seppe più nulla tranne che si risposò, e infine morì nel 1981.

La storia di Paul Grappe, con tutto ciò che suggerisce su quell’epoca travagliata, sui traumi dei combattenti, sui conflitti interni che il genere sessuale comporta, è stata scoperta da Fabrice Virgili e raccontata nel suo libro La garçonne et l’assassin : Histoire de Louise et de Paul, déserteur travesti dans le Paris des années folles (nell’ironico titolo la garçonne è evidentemente Paul, e Louise l’assassino), e ha dato vita anche al fumetto di Chloé Cruchaudet intitolato Poco raccomandabile.

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(Grazie, Francesca!)

Cronache di un corpo inesatto

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Francesco è un nostro affezionato lettore, e una delle migliori amicizie di penna che abbiamo avuto la fortuna di instaurare grazie a questo blog. Giovane, brillante, simpatico – in breve, una persona piena di idee interessanti. Un esempio: sei mesi fa, Francesco decide di tagliarsi i capelli, fino ad allora molto lunghi, e questo fatto che per qualsiasi altra persona sarebbe tutto sommato banale e scontato, diventa per lui un vero e proprio atto magico, un’occasione per instillare un po’ di meraviglia nella sua vita: invece di farli spazzolare via dal pavimento come rifiuti, decide di donare i propri capelli alla Banca dei Capelli, un’associazione che si occupa di fabbricare parrucche per i malati di cancro. “È strano pensare come questa persona, che non conosco, porterà in testa ogni giorno una parte così intima, in fondo, di me. Qualcuno avrà accanto a sé ben sei anni di emozioni e ricordi, e fra quelle ciocche tesserà anche il suo futuro di speranza. Saranno non solo un oggetto d’uso, ma una muta consolazione, una carezza a distanza ad uno sconosciuto”.

Francesco è una persona affascinante, e non vi abbiamo ancora detto tutto.

Francesco è biologicamente una femmina di nome Silvia.

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Potrebbe sembrare che “siamo tutti uguali” oppure “siamo tutti differenti” siano due espressioni il cui risultato in fondo non cambia, eppure qui su Bizzarro Bazar abbiamo sempre dato più valore alla seconda. Sono le visioni alternative, le esperienze non conformi, le vite non allineate che stimolano la nostra ricerca (oltre a cambiare veramente le cose, visto che spesso sono proprio le minoranze che fanno la storia).

Abbiamo quindi deciso di approfondire la strana condizione di chi ogni giorno deve fare i conti con un corpo in cui non si riconosce: Francesco ha accettato di rispondere al fuoco di fila delle nostre domande. La doverosa premessa è che il nostro interlocutore si definisce gender-fluid, vale a dire che non si sente strettamente transessuale ma piuttosto un mix dinamico di elementi di entrambi i generi sessuali al tempo stesso (da questo il suo peculiare uso intercambiabile di pronomi e aggettivi maschili/femminili).

Quando si sono manifestati i primi turbamenti della sfera identitaria? Come e in che modo hai cominciato a comprendere che eri in parte estraneo al tuo genere biologico di nascita? Quali conseguenze pratiche (di socializzazione, di integrazione, di autoimmagine) ha comportato all’inizio? Che rapporto avevi con il tuo corpo durante la pubertà?
Io sono nata in un paese veramente piccolo: le conseguenze dei pettegolezzi e delle aspettative sono facili da immaginare. Ci sono state persone tanto invidiose della mia nascita da femmina da odiarmi.
La prima volta che ho avvertito il disagio di essere qualcosa che non mi corrispondeva è stato quando, in terza elementare mi sono dovuto confrontare per la prima volta con la guerra “maschietti contro femminucce”.
I maschi hanno cominciato ad evitarmi, ad accomunarmi alle bambine, a pretendere (insieme agli adulti) che io mi conformassi a loro ed ai loro giochi: a me non interessava, non volevo, l’ho fatto a forza per sembrare normale.
Non volevo mettere la gonna per uscire, non volevo imparare a truccarmi per essere bella anche se mi piaceva farlo per giocare. Ho provato per anni e anni a conformarmi, ma… non era semplicemente possibile farlo. Anche vestita da donna, sembravo (e sembro) una specie di mostro, qualcosa che non veste la sua vera pelle. Sembrare normale è la cosa che cerco di combattere ora: sono ossessionata dallo sguardo onnipresente e giudicante del mondo.
Poi a 14 anni ho provato a giocare con i vestiti da uomo e, beh, è stata una scoperta incredibile. Ci stavo bene, in un modo sorprendente. Solo adesso, che sono molto più grande, ho capito che quello non era un semplice cambio d’abito.

Credi che vi sia nel tuo caso un qualche tipo di rapporto fra il genere che avverti come tuo, e il tuo orientamento sessuale?
Non esattamente. Mi ha creato e mi crea problemi, questo sì. La mia omosessualità (in realtà sono bisessuale, ma caso ha voluto che ultimamente abbia avuto solo compagne donne) è stata una specie di trauma.
Tutt’oggi sono in terapia per gli attacchi di panico, per il terrore, che mi provoca anche solo ammettere che mi piacciano le donne… figurarsi il resto.
Il fatto che io sia poi gender-fluid peggiora la situazione: ti porta a pensare che non sarai mai abbastanza per una persona. Chi vorrebbe stare con un ibrido che non è né uomo né donna?

L’androgino o l’ermafrodito sono figure simboliche estremamente potenti (certo, potresti dirmi che c’è differenza fra la simbologia e la vita pratica e quotidiana; ma non ne sono così convinto). Tu ti vedi davvero come “un ibrido che non è né uomo né donna”, oppure potresti pensarti positivamente come un ibrido che è sia uomo che donna?
Dipende dalle giornate. Ci sono volte in cui mi vedo in modo molto positivo, in cui mi sento parte della bellezza del tutto. In quei momenti mi sento un essere completo e felice, ma più spesso…
Più spesso è soltanto doloroso, perché non è facile capirsi, perché semplicemente non sono un ermafrodito perfetto quindi ci sono cose che mi sono precluse dal mio stesso corpo. È come essere spezzati. Mi ci è voluto tempo per comprendere che non si trattava di doppia personalità o qualcosa di simile: Francesco e Silvia non sono due entità separate, ma una sfumatura di colore che va dall’una all’altro.

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Come gestisci il divario (se c’è) fra il privato e l’immagine che di te hanno gli altri?
Lo sto affrontando da quando mi sono trasferito: ora riesco a vestirmi come voglio (che non vuol necessariamente dire sempre da uomo, anzi; il mio stile è maglione sformato, jeans e scarpa da ginnastica), a parlare e a comportarmi come voglio.
Attualmente, per quanto riguarda il fisico, sto lavorando un po’ di più: la mia forma non mi permette di fingermi facilmente un ragazzo. Dopo un mese di pianti (l’ho già detto che sono pauroso?), ho comprato un binder (un accessorio simile a una canottiera che serve per modellare il petto) ed i miei primi veri vestiti da uomo. Ho tagliato i capelli proprio per non dover indossare una parrucca… e per sentirmi più me stesso.
Al lavoro e in famiglia mi chiamano tutti Silvia, ma i miei amici e talvolta anche altre persone mi chiamano col mio nome maschile, Francesco, e alcuni usano anche (per rispetto) il maschile per parlare. Per me il genere è indifferente, anche se mi piacerebbe che ci fosse un neutro o un modo per non doverlo specificare, come in inglese.

I movimenti LGBT, le lotte sociali, ti interessano oppure, pur riconoscendone l’importanza, sei uno di quelli che preferisce mantenere certe questioni nel privato?
Credo che il modo migliore di combattere sia far vedere al mondo che circonda me cosa voglia dire la vera felicità e la normalità della mia vita.

Alcune culture non distinguevano soltanto due generi sessuali, come la nostra, ma ne contemplavano un terzo, una via di mezzo fra i due principali, che spesso veniva considerato sacro: hai sentito o senti la nostra società come un peso oppressivo?
Sì, decisamente, perché tutti ti chiedono di scegliere. Io invece… non credo di voler MAI scegliere. Non ho bisogno di farlo, non ne provo il desiderio. Sono una via di mezzo e trovo SPLENDIDE le vie di mezzo come me. Un ragazzo con la gonna, un Kathoey, una ragazza vestita da uomo o meglio ancora un androgino/a sono quanto di più bello io possa contemplare.
Questa è una realizzazione degli ultimi mesi: finalmente ho capito che, se gli altri scelgono (per così dire) un ruolo preciso, non lo devo per forza fare anch’io.
Nella vita di tutti i giorni, in fondo, i caratteri sessuali non sono così definiti: anche le donne hanno i baffi, gli uomini possono avere il seno, i peli crescono anche sulla pelle femminile, così come gli uomini in molte culture si truccano. È troppo facile dividere tutto con una riga netta, senza la minima sfumatura.

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Amici, parenti, genitori: come hanno affrontato la cosa, e come si è evoluta la loro posizione nel tempo? Come vivi oggi la tua condizione e quali progetti hai per il futuro (“piccole” e “grandi soluzioni” incluse, ma non solo)?
La maggioranza non sa della mia condizione. Questo a volte mi fa star male, perché vengono dette piccole cose (come insinuare che fingo, o chiedermi costantemente di prendere una decisione, di avere un figlio, di adeguarmi o rassegnarmi al fatto che io sia solo donna e che non possa essere altrimenti) che mi feriscono a fondo.
È anche vero che non posso biasimarli. Non è un modo di vivere che conoscono, non possono capire cosa si provi. Non è colpa loro, se mi feriscono.
Per il momento solo la mia compagna e alcune amiche sanno di me. Hanno avuto reazioni molto diverse, ma sostanzialmente tutte e tre dicono la medesima cosa: sii quello che ti senti. Sono la mia forza per combattere la paura. Parlarne è già un modo di sconfiggerla e cercare di andare oltre.
Attualmente la vivo con meno disagio rispetto a prima: qui posso anche infilarmi i vestiti da uomo e uscire, perfino parlare al maschile, nessuno osa dirmi nulla. Sul sesso (inteso come rapporto fra le coperte) ho ancora molti dubbi, molte paure.
Vorrei semplicemente continuare a capirmi, sconfiggere il terrore, operarmi e… beh, essere ME.

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Aspetta un secondo… “operarmi”? Hai appena detto che non vuoi scegliere, che vorresti rimanere per sempre una “via di mezzo”…
Vorrei farmi sistemare il seno. È veramente di troppo per me, e qualunque cosa io faccia al proposito falsa la mia impressione sugli altri. Per i fianchi larghi, il sedere e la pancia posso anche soprassedere o al limite lavorarci dimagrendo e andando in palestra, per questo maledetto seno non posso fare nulla se non operarmi. Il problema è che, come saprai, queste operazioni sono abbastanza pericolose, hanno una degenza lunga, costano molto e se non sono eseguite bene il risultato è spesso deludente. Vorrei sostanzialmente adeguare il mio aspetto a me stesso… e poi si vedrà. Non credo di avere la necessità (né la voglia) di operarmi anche ai genitali.

Mi hai confidato che sei credente: Dio, se c’è, ti ha fatto un’ingiustizia o un regalo? La tua è una battaglia o un percorso di crescita? Nasciamo e moriamo su questo piccolo pianeta: c’è una risposta che sei riuscito a darti, sul perché nello schema delle cose ti sia capitata questa strana avventura?
Non credo che Dio abbia deciso di farmi soffrire. E lo dico semplicemente perché, da credente, SO che è un essere che mi ama, qualunque sia la sua forma, il suo nome, il suo aspetto.
Se mi ha creata così, se mi ha messa in questo corpo, c’è una ragione. Gli chiedo spesso perché l’abbia fatto proprio con me, ma in definitiva le mie domande a Lui non sono di solito riferite a me stessa: mi ritengo una persona molto fortunata.
Non credo neppure, dal momento che sono cattolico, che mi odi per come vivo. È stata certamente una cosa che mi ha molto pregiudicato, e lo fa tutt’ora. Io non mi cambio con le donne negli spogliatoi, né accarezzo bambini, perché, purtroppo, mi vedo come un germe contagioso. Non voglio rischiare di infettarli, anche se razionalmente so che, beh, sono solo un po’ sfasato.
Sì, è vero, ho dei problemi, ma non sono nulla di paragonabile al dolore che provano altri: non so cosa sia la fame, non so cosa sia la paura, né ho provato la guerra, nessuno mi ha mai fatto del male (consapevolmente).
Dio ha messo sulla mia strada le persone più belle che io abbia mai visto, e di questo e di molto altro posso essere grato: mi ha regalato un mondo che è talmente pieno di bellezza, amore e sogni, che sono fortunato anche solo a poterlo gustare.

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Rubberdoll: nei panni di una bionda

Vi sono talvolta delle estreme frange dell’erotismo che prestano il fianco ad una facile ironia. Eppure, appena smettiamo di guardare gli altri dall’alto in basso o attraverso il filtro dell’umorismo, e cerchiamo di comprendere le emozioni che motivano certe scelte, spesso ci sorprendiamo a riuscirci perfettamente. Possiamo non condividere il modo che alcune persone hanno elaborato di esprimere un disagio o un desiderio, ma quei disagi e desideri li conosciamo tutti.

Parliamo oggi di una di queste culture underground, un movimento di limitate dimensioni ma in costante espansione: il female masking, o rubberdolling.

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Le immagini qui sopra mostrano alcuni uomini che indossano una pelle in silicone con fattezze femminili, completa di tutti i principali dettagli anatomici. Se il vostro cervello vi suggerisce mille sagaci battute e doppi sensi, che spaziano da Non aprite quella porta alle bambole gonfiabili, ridete ora e non pensateci più. Fatto? Ok, procediamo.

I female masker sono maschi che coltivano il sogno di camuffarsi da splendide fanciulle. Potrebbe sembrare una sorta di evoluzione del travestitismo, ma come vedremo è in realtà qualcosa di più. Il fenomeno non interessa particolarmente omosessuali e transgender, o perlomeno non solo, perché buona parte dei masker sono eterosessuali, a volte perfino impegnati in serie relazioni familiari o di coppia.
E nei costumi da donna non fanno nemmeno sesso.

Ma andiamo per ordine. Innanzitutto, il travestimento.
L’evoluzione delle tecniche di moulding e modellaggio del silicone hanno reso possibile la creazione di maschere iperrealistiche anche senza essere dei maghi degli effetti speciali: la ditta Femskin ad esempio, leader nel settore delle “pelli femminili” progettate e realizzate su misura, è in realtà una società a conduzione familiare. In generale il prezzo delle maschere e delle tute è alto, ma non inarrivabile: contando tutti gli accessori (corpo in silicone, mani, piedi, maschera per la testa, parrucca, riempitivi per i fianchi, vestiti), si può arrivare a spendere qualche migliaio di euro.
Per accontentare tutti i gusti, alcune maschere sono più realistiche, altre tendono ad essere più fumettose o minimaliste, quasi astratte.

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Alla domanda “perché lo fanno?”, quindi, la prima risposta è evidentemente “perché si può”.
Quante volte su internet, in televisione, o sfogliando una rivista scopriamo qualcosa che, fino a pochi minuti prima, nemmeno sapevamo di desiderare così tanto?
Senza dubbio la rete ha un peso determinante nel far circolare visioni diverse, creare comunità di condivisione, confondere i confini, e questo, nel campo della sessualità, significa che la fantasia di pochi singoli individui può incontrare il favore di molti – che prima di “capitare” su un particolare tipo di feticismo erano appunto ignari di averlo inconsciamente cercato per tutta la vita.

Trasformarsi in donna per un periodo di tempo limitato è un sogno maschile antico come il mondo; eppure entrare nella pelle di un corpo femminile, con tutti gli inarrivabili piaceri che si dice esso sia in grado di provare, è rimasto una chimera fin dai tempi di Tiresia (l’unico che ne fece esperienza e, manco a dirlo, rimase entusiasta).
Indossare un costume, per quanto elaborato, non significa certo diventare donna, ma porta con sé tutto il valore simbolico e liberatorio della maschera. “L’uomo non è mai veramente se stesso quando parla in prima persona – scriveva Oscar Wilde ne Il Critico come Artista –, ma dategli una maschera e vi dirà la verità“. D’altronde lo stesso concetto di persona, dunque di identità, è strettamente collegato all’idea della maschera teatrale (da cui esce la voce, fatta per-sonare): questo oggetto, questo secondo volto fittizio, ci permette di dimenticare per un attimo i limiti del nostro io quotidiano. Se un travestito rimane sempre se stesso, nonostante gli abiti femminili, un female masker diviene invece un’altra persona – o meglio, per utilizzare il gergo del movimento, una rubberdoll.

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Nel documentario di Channel 4 Secret Of The Living Dolls, questo sdoppiamento di personalità risulta estremamente evidente per uno dei protagonisti, un pensionato settantenne rimasto vedovo che, avendo ormai rinunciato alla ricerca di un’anima gemella, ha trovato nel suo alter ego femminile una sorta di compensazione platonica. Lo vediamo versare abbondante talco sulla pelle in silicone, indossarla faticosamente, applicare maschera e parrucca, e infine rimirarsi allo specchio, rapito da un’estasi totale: “Non riesco a credere che dietro questa donna bellissima vi sia un vecchio di settant’anni, ed è per questo che lo faccio“, esclama, perso nell’idillio. Se nello specchio vedesse sempre e soltanto il suo corpo in deperimento, la vita per lui sarebbe molto più triste.
Un altro intervistato ammette che il suo timore era quello che nessuna ragazza sexy sarebbe mai stata attratta da lui, “così me ne sono costruito una“.

Alcuni female masker sono davvero innamorati del loro personaggio femminile, tanto da darle un nome, comprarle vestiti e regali, e così via. Ce ne sono di sposati e con figli: i più fortunati hanno fatto “coming out”, trovando una famiglia pronta a sostenerli (per i bambini, in fondo, è come se fosse carnevale tutto l’anno), altri invece non ne hanno mai parlato e si travestono soltanto quando sono sicuri di essere da soli.
Provo un senso di gioia, un senso di evasione“, rivela un’altra, più giocosa rubberdoll nel documentario di Channel 4. “Lo faccio per puro divertimento. È come l’estensione di un’altra persona dentro di me che vuole soltanto uscire e divertirsi. La cosa divertente è che la gente mi chiede: cosa fai quando ti travesti? E la risposta è: niente di speciale. Alle volte mi scatto semplicemente delle foto da condividere sui siti di masking, altre volte mi succede soltanto di essere chi voglio essere per quel giorno“.

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Al di fuori delle comunità online e delle rare convention organizzate in America e in Europa, il feticismo delle rubberdoll è talmente bizzarro da non mancare di suscitare ilarità nemmeno all’interno dei comuni spazi dedicati alle sessualità alternative. Un feticismo che non è del tutto o non soltanto sessuale, ma che sta in equilibrio fra inversione di ruoli di genere, travestitismo e trasformazione identitaria. E una spruzzatina di follia.
Eppure, come dicevamo all’inizio, se la modalità adottata dai female masker per esprimere una loro intima necessità può lasciare perplessi, questa stessa necessità è qualcosa che conosciamo tutti. È il desiderio di bellezza, di essere degni d’ammirazione – della propria ammirazione innanzitutto -, la sensazione di non bastarsi e la tensione ad essere più di se stessi. La voglia di vivere più vite in una, di essere più persone allo stesso tempo, di scrollarsi di dosso il monotono personaggio che siamo tenuti a interpretare, pirandellianamente, ogni giorno. È una fame di vita, se vogliamo. E in fondo, come ricorda una rubberdoll in un (prevedibilmente sensazionalistico) servizio di Lucignolo, “noi siamo considerati dei pervertiti. […] Ci sono moltissime altre persone che fanno di peggio, e non hanno bisogno di mettersi la maschera“.

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Ecco l’articolo di Ayzad che ha ispirato questo post. Se volete vedere altre foto, esiste un nutritissimo Flickr pool dedicato al masking.