Daikichi Amano

Daikichi Amano è un fotografo nato in Giappone nel 1973; dopo gli studi in America, torna in patria e si dedica inizialmente alla moda. Stancatosi delle foto patinate commissionategli dalle riviste, decide di concentrarsi su progetti propri e comincia fin da subito a scandagliare il lato meno solare della cultura nipponica: il sesso e il feticismo.

I primi scatti di questa nuova piega nel suo lavoro sono dedicati al cosiddetto octopus fetish (di cui avevamo già parlato brevemente in questo post): belle modelle nude vengono ricoperte di piovre e polpi, che talvolta sottolineano con i tentacoli le loro forme, ma più spesso creano una sorta di grottesco e mostruoso ibrido. Le immagini sono al tempo stesso repellenti e sensuali, quasi archetipiche, e il raffinato uso della luce e della composizione fa risaltare questa strana commistione di umano e di animale, sottolineando la sessualità allusa dalla scivolosa e umida pelle dei cefalopodi.

Poi gli animali cambiano, si moltiplicano, proliferano sui corpi delle modelle che sembrano sempre più offerte in sacrificio alla natura: anguille, rospi, rane, insetti, vermi ricoprono le donne di Amano, in composizioni sempre più astratte e surreali, ne violano gli orifizi, prendono possesso della loro fisicità.


Con il passare del tempo, la fotografia di Daikichi Amano rivela sempre di più il valore mitologico che la sottende. Le donne-uccello ricoperte di piume ricordano esplicitamente l’immaginario fantastico nipponico, ricco di demoni e fantasmi dalle forme terribili e inusitate, e la fusione fra uomo e natura (tanto vagheggiata nella filosofia e nella tradizione giapponese) assume i contorni dell’incubo e del surreale.

Mai volgare, anche quando si spinge fino nei territori tabù della rappresentazione esplicita dei genitali femminili, Amano è un autore sensibile alle atmosfere e fedele alla sua visione: non è un caso che, così pare, alla fine di ogni sessione fotografica egli decida di mangiare – assieme alle modelle e alla troupe – tutti gli animali già morti utilizzati per lo scatto, siano essi polpi o insetti o lucertole, secondo una sorta di rituale di ringraziamento per aver prestato la loro “anima” alla creazione della fotografia. Il mito è il vero fulcro dell’arte di Amano.


Le sue fotografie sono indubbiamente estreme, e hanno creato fin da subito scalpore (soprattutto in Occidente), riesumando l’ormai trito dibattito sui confini fra arte e pornografia: qual è la linea di separazione fra i due ambiti? È ovviamente impossibile definire oggettivamente il concetto di arte, ma di sicuro la pornografia non contempla affatto il simbolico e la stratificazione mitologica (quando si apre a questi aspetti, diviene erotismo), e quindi ci sentiremmo di escludere le fotografie di Amano dall’ambito della pura sexploitation. Andrebbe considerata anche la barriera culturale fra Occidente e Giappone, che pare insuperabile per molti critici,  soprattutto nei riguardi di determinati risvolti della sessualità. Ma nelle fotografie di Amano è contenuta tutta l’epica del Sol Levante, l’ideale della compenetrazione con la natura, il concetto di identità in mutamento, l’amore per il grottesco e per il perturbante, la continua seduzione che la morte esercita sulla vita e viceversa.


Le sue immagini possono sicuramente turbare e perfino disgustarci, ma di certo è difficile licenziarle come semplice, squallida pornografia.

Ecco il sito ufficiale di Daikichi Amano.

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Kokigami

Nel diciottesimo secolo, in Giappone, la cerimonia del dono nuziale del tsutsumi simboleggiava quanto il sesso potesse essere una risorsa e un vero e proprio regalo per gli sposi. Il novello marito avvolgeva le sue parti intime in un intricato sistema di bendaggi di velluto e nastri; il tutto finiva per assomigliare ad un vero e proprio “pacchetto regalo” che la sposa doveva “scartare” e liberare, nastro dopo nastro, in un rituale intimo ed estremamente sensuale.

L’arte dei kokigami si evolve a partire da questa antica usanza, e introduce all’interno dei giochi sessuali l’arte giapponese degli origami. Si tratta, essenzialmente, di piccoli vestiti ritagliati nella carta che vengono indossati sul pene.


Le forme che questi costumini assumono vanno dai classici animali (draghi, cavalli, maiali, farfalle, falene, ecc.) a più moderni ritrovati tecnologici, come le autopompe dei vigili del fuoco, le locomotive, lussuose cadillac o addirittura gli space shuttle.

Esistono un paio di libri (entrambi reperibili, in lingua inglese, su Amazon) che contengono decine di kokigami. Il primo, intitolato Kokigami: Performance Enhancing Adornments for the Adventurous Man, propone una notevole varietà di costumini per i genitali maschili. Ma noi gli preferiamo il volume Kokigami: The Intimate Art of the Little Paper Costume, che suggerisce per ogni “travestimento” tre aggettivi che chiarificano la relazione che sussiste fra il fallo e il suo travestimento – per fare un esempio, lo shuttle è “rigido, agile, esploratore”, mentre il calamaro è “gentile, aggraziato, veloce”.

Non soltanto: questo delizioso libro fornisce anche degli esempi di dialogo fra i due amanti. Si tratta di un possibile copione per la rappresentazione teatrale che si andrà a interpretare. Riprendiamo i due esempi precedenti, il calamaro e lo shuttle, e vediamo quale dialogo i due sposi potranno inscenare.

Calamaro
(Braccia tese, con le dita che imitano i tentacoli in moto pulsante e ondeggiante. Tenendo indietro i fianchi, muoviti lentamente verso la tua partner, emettendo gentili risucchi. Se disturbato, porta le braccia lungo il corpo e salta velocemente all’indietro)
Maschio: “Vieni a me, piccolo pesce. Lascia che i miei tentacoli forti e sensibili ti accarezzino gentilmente e stringano il tuo corpo fremente”.
Femmina: “I tuoi tentacoli danzano meravigliosamente, ma hanno molte ventose e mi chiedo a cosa servano”.

Shuttle
(Tieni le braccia distanti dal corpo, come ali, sporgiti in fuori e precipitati sulla tua partner emettendo forti suoni come di rombo d’aereo. Dopo, ondeggia intorno silenziosamente mentre entri in orbita e ti prepari per il rientro)
Maschio: “5, 4, 3, 2, 1 …… Decollo!”
Femmina: “Questa è la stazione base di Venere. Prepararsi per l’attracco”.

Ora vi direte: ma quale può essere la motivazione per mettersi dei ridicoli origami sulle parti intime e fare dei giochi di ruolo? Perché dissimulare un pene sotto un minuscolo costume di carnevale da falena che svolazza attorno alla lanterna (lascio a voi l’interpretazione della simbologia)?

La risposta va in parte cercata, senza dubbio, nella rigida e timida tradizione sessuale giapponese, la cui ars erotica è costantemente in bilico fra morigeratezza e desiderio assoluto di liberazione. Rendere il talamo uno spazio teatrale può aiutare a liberare le pulsioni e gli istinti, dando una dimensione ludica e infantile all’unione intima.

Ma questi gingilli all’apparenza risibili ci ricordano una verità che spesso dimentichiamo. E cioè che anche il sesso può e dovrebbe avere un suo umorismo, dovrebbe cioè essere fatto anche di sorrisi e scherzi. Gran parte dei cosiddetti problemi sessuali (ma verrebbe da dire dei problemi tout court) derivano da questa nostra sventurata inclinazione a prenderci troppo sul serio. Quando la sessualità è tutta protesa all’orgasmo, alla prestazione, alla soddisfazione, allora la frustrazione è dietro l’angolo e ogni fallimento è una tragedia. Pensiamo sempre che ci sia un obiettivo da raggiungere, quando basterebbe saper giocare. In questo senso, la ricetta è piuttosto banale: più voglia di divertirsi e di sperimentare, meno preconcetti e aspettative.
E non servono nemmeno dei costumini di carta per travestire i genitali… forse basta un po’ di ironia e fantasia.

AGGIORNAMENTO:

Grazie all’interessamento di un lettore, Alessandro Clementi, veniamo a sapere che la pratica dei kokigami sarebbe un’elaborata bufala inventata proprio dagli autori del testo riportato nell’articolo, rimbalzata poi su internet fino a diffondersi addirittura su molti siti in lingua giapponese. A quanto pare, Burton Silver e Heather Busch non si sono cioè limitati ad ideare una pratica sessuale, ma si sono divertiti a donarle perfino un passato antico e “nobile”. Anche noi siamo caduti nel tranello, nonostante la nostra abituale scrupolosità nel controllo delle fonti, e ci scusiamo con i lettori; eppure, in un certo senso, questa bufala ci mette di buonumore. Perché di certo ne esistono di peggiori, e perché oltre che essere divertente, solleva alcune questioni non proprio scontate sul gioco dei sessi, sul coito come rappresentazione teatrale, e sui modi differenti di vivere la propria sessualità. Grazie, Alessandro!

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Il trasformista

Ecco a voi l’assiolo faccia bianca. Da Wikipedia: “se disturbato, gonfia il piumaggio e allarga le ali in modo da apparire più grande; se il predatore ha dimensioni considerevoli, invece, si rimpicciolisce così da apparire denutrito e poco appetibile”.

(Grazie, Simone!)

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Soldati fantasma

La Seconda Guerra Mondiale era finita. Il 2 settembre 1945 entrò formalmente in vigore l’ordine di resa imposto dagli Alleati alle forze armate giapponesi. A tutte le truppe dislocate nei vari avamposti per il controllo del Pacifico vennero diramati dispacci che annunciavano la triste verità: il Giappone aveva perso la guerra, e i soldati avevano l’ordine di consegnare le armi al nemico. Ma, per quanto incredibile possa sembrare, alcuni di questi soldati “rimasero indietro”.

Shoichi Yokoi era stato spedito nell’arcipelago delle Marianne nel 1943. L’anno successivo gli Stati Uniti presero il controllo dell’isola di Guam, sconfiggendo la sua armata, ma Yokoi fuggì e si nascose nella giungla assieme ad altri nove soldati, deciso a resistere fino alla morte all’avanzata delle truppe americane. Passò il tempo, e sette dei suoi nove compagni decisero di separarsi: del gruppo originale, rimasero Yokoi e altri due irriducibili soldati. Alla fine, anche questi ultimi tre decisero di separarsi per motivi di sicurezza, ma continuarono a mantenere i contatti finché un giorno Yokoi scoprì che i suoi due compagni erano morti di fame e stenti. Ma neanche questo bastò a convincerlo a darsi per vinto. Anche una morte solitaria era preferibile alla resa.

Yokoi imparò a cacciare, durante la notte, per non essere avvistato dai nemici. Si preparò abiti con le piante locali, costruì letti di canne, mobili, utensili. Un giorno di gennaio due pescatori che stavano controllando le reti lo avvistarono nei pressi di un fiume. Riuscirono ad avere la meglio, e dopo un breve combattimento riuscirono a catturarlo e a trascinarlo fuori dalla foresta. Era l’anno 1972. Yokoi era rimasto nascosto nella giungla per 28 anni. “Con vergogna, ma sono tornato”, dichiarò al suo rientro in patria, dove venne accolto con i massimi onori. La fotografia del suo primo taglio di capelli in 28 anni apparve su tutti i giornali, e Yokoi divenne una personalità. L’esercito gli riconobbe la paga arretrata in un ammontare di circa 300$.

Ma Yokoi non fu il più tenace dei soldati fantasma giapponesi. Due anni più tardi, nel 1974, nell’isola filipina di Lubang, venne scoperto il rifugio segreto di Hiroo Onoda, ufficiale dell’Esercito imperiale giapponese che si trovava lì dal 1944.

Dopo essere sfuggito all’attacco statunitense nel 1945, Onoda ed altri tre commilitoni si erano nascosti nella giungla, decisi a frenare l’avanzata del nemico ad ogni costo. Il codice etico e guerriero del bushidō impediva loro anche solo di credere che la loro patria, il grande Giappone, si fosse potuto arrendere. Così, nonostante fossero arrivate notizie della fine della guerra, essi non vollero prestarci fede, e anche alcuni volantini furono reputati dei falsi di propaganda degli Alleati. Dopo che un compagno si era arreso e gli altri due erano rimasti uccisi, Onoda continuò da solo la “missione” per quasi trent’anni.

Nel 1974 un giapponese, Norio Suzuki, riuscì infine a scovarlo e a confermargli che la guerra era finita. Onoda si rifiutò di lasciare la sua posizione, dichiarando che avrebbe preso ordini soltanto da un suo superiore. Suzuki tornò in Giappone, con le foto che dimostravano che Onoda era ancora in vita, e riuscì a rintracciare il suo diretto superiore, che nel frattempo si era ritirato a fare il libraio. Così il vecchio maggiore intraprese il viaggio per Lubang, e una volta arrivato in contatto con Onoda lo informò “ufficialmente” della fine delle ostilità, avvenuta 29 anni prima, e gli ordinò di consegnare le armi. Finalmente Onoda si arrese, riconsegnando la divisa, la spada, il suo fucile ancora perfettamente funzionante, 500 munizioni e diverse granate. Ma al suo rientro in patria, la celebrità lo sorprese negativamente; per quanto si guardasse attorno, i valori antichi del Giappone secondo i quali aveva vissuto e per i quali aveva combattuto una personale guerra di trent’anni, ai suoi occhi erano scomparsi. Onoda vive oggi in Brasile, con la moglie e il fratello.

Sette mesi più tardi di Onoda, un ultimo soldato fantasma venne rintracciato a Morotai, in Indonesia. Si trattava di Teruo Nakamura, ma il suo destino sarebbe stato ben diverso da quello degli altri tenaci guerrieri solitari giapponesi. In effetti Nakamura era nato a Taiwan, e non in Giappone. Non parlava né cinese né giapponese; inoltre, non era un ufficiale come Onoda, ma un soldato semplice. Aveva vissuto per trent’anni in una capanna di pochi metri quadri, recintata, nella foresta. Già gravemente malato, visse soltanto quattro anni in seguito al suo ritrovamento. Taiwan e il Giappone si scontrarono a lungo sulla sua vicenda, su questioni di rimborsi e risarcimenti, e l’opinione pubblica si divise sul diverso trattamento riservato ai precedenti soldati fantasma.

Voci relative ad altri avvistamenti di soldati fantasma si sono spinte fino ai giorni nostri, ma spesso si sono rivelate dei falsi, e Nakamura rimane a tutt’oggi l’ultimo “soldato giapponese rimasto indietro” ufficialmente riconosciuto. Eppure, forse, da qualche parte nella giungla, c’è ancora qualche guerriero, ormai ultraottantenne, che scruta l’orizzonte per avvistare le truppe nemiche, e ingaggiare l’eroico combattimento che attende da una vita.

Ecco la pagina di Wikipedia che dettaglia tutti i ritrovamenti dei vari soldati fantasma giapponesi dal 1945 ad oggi.

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CineBizzarro Freakshow – II

Mostri e freaks di ogni sorta in comode pillole di celluloide

Continuano i percorsi nel cinema weird a cura del nostro guestblogger Daniele “Danno” Silipo, direttore di Bizzarro Cinema.

THE THING WITH TWO HEADS

di Lee Frost (USA, 1972)

Chirurgo dalla mente brillante, muore di male incurabile. Ma prima della sua dipartita lascia precise istruzioni per operare un trapianto di cervello (con testa annessa) e ridonargli la vita. Unico corpo disponibile per il trapianto è quello di un uomo di colore a cui verrà appunto innestata la capoccia del dottore. Le due teste, però, dovranno convivere assieme per un po’, evitando così eventuali crisi di rigetto. Inizia ovviamente una lotta senza quartiere per il predominio del corpo, accentuata dall’ideologia del dottore che, tra le altre cose, è un noto fanatico razzista.

Pellicola con due “capi” ma senza una coda, da conoscere più per curiosità che per le reali qualità del film, anche perché l’idea è abbastanza sprecata e alle lunghe potrebbe subentrare il rischio noia. Tra le poche note di “colore”, uno scimmione con due teste interpretato dal noto truccatore Rick Baker. Per temerari.

ARENA

di Peter Manoogian (Usa/Ita, 1989)

Siamo nel futuro, tra le stelle brillanti dello spazio più profondo. I migliori lottatori di wrestling provengono da tutte le galassie e si danno battaglia nella stazione orbitante denominata Arena, per conquistare l’ambito titolo di campione galattico. In mezzo ai mille lottatori alieni di ogni forma e dimensione, c’è anche il biondo e prestante Steve Armstrong che di mestiere fa il lavapiatti e appartiene alla razza terrestre. Il giovane Steve, per questioni di soldi, prende parte ai vari combattimenti diventando un promettente gladiatore. Ma il gioco è corrotto, l’invidia è alle stelle, il sabotaggio è dietro l’angolo…

Come quasi tutte le produzioni di Charles Band, anche Arena si fa ben volere più per la confezione che per il suo contenuto. Ad una storia monotona, risaputa e a tratti fiacchetta, fa da cornice un impianto visivo coloratissimo e variegato, dove trovano posto creature deliranti, tecnologie da manicomio e costumini strampalati. Un fumettaccio a basso costo che trasuda artigianalità da ogni poro e che ha, come unico scopo, quello di stupire con effetti speciali. Farà molto piacere agli amanti del bar di Guerre Stellari: si respira più o meno la stessa aria multirazziale.

MEATBALL MACHINE

di Yudai Yamaguchi, Junichi Yamamoto (Giappone, 2005)

Misteriose creature parassite si stanno impossessando dei corpi degli umani trasformandoli in “Necroborg” – aggressivi esseri per metà biologici e per metà meccanici – destinati a darsi battaglia l’un l’altro per sopravvivere. In mezzo a queste lotte sanguinarie, si troveranno invischiati, loro malgrado, un timido operaio giapponese e la sua amata Sachiko.

Fortemente debitore nei confronti del Tetsuo di Tsukamoto, Meatball machine è un titolo per palati robusti che mescola frattaglie sanguinolente e ossessioni cronenberghiane, fantascienza cyberpunk e romanzo d’appendice. Un prodotto che cerca di essere stravagante ma, non avendo a disposizione idee nuove (il già visto spopola), punta tutto sul miscuglio e sull’accumulo, riuscendo a trovare proprio nell’insieme, più che nel particolare, una sua originalità. Peccato però per la vena drammatico-sentimentale troppo pronunciata.

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Pubblicità giapponese

Sono aperte le scommesse per capire quale sia il prodotto sponsorizzato da questa splendida pubblicità televisiva, assolutamente weird.

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Arma letale

Bolle vaginali infernali!

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Il vostro prossimo cucciolo – VII

Sorprendete i vostri ospiti al prossimo pool-party!

Questo simpatico cucciolotto di salamandra gigante chiede soltanto un po’ di spazio, un po’ di pesci e crostacei da sbafarsi, e un po’ del vostro affetto.

Le salamandre giganti asiatiche (famiglia cryptobranchidae) possono vivere fino a 50 anni in cattività, quindi si tratta di un investimento a lungo termine.

La salamandra gigante giapponese arriva fino a un metro e mezzo di lunghezza, ma se proprio siete di quelli che vogliono tutto più grande degli altri, c’è sempre la varietà cinese, che arriva oltre i 180 cm di lunghezza, per 40 kg di peso. Ormai, però, le salamandre cinesi raramente raggiungono questa stazza.

E se un giorno al vostro cucciolo dovesse succedere qualcosa di brutto… be’, potete sempre chiamare gli amici a cena!

A parte gli scherzi, la salamandra gigante cinese è fra le specie più a rischio di estinzione: oltre alla scomparsa dell’habitat dovuta all’inquinamento, la situazione critica delle salamandre in Cina è da imputarsi proprio alla cucina e alla medicina tradizionale, che ne fanno ampiamente uso.

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Oculolinctus

Anche l’occhio vuole la sua parte.

Le parafilie, come ormai sapete, possono riguardare qualsiasi oggetto feticistico, e includere virtualmente qualsiasi pratica, per quanto fantasiosa essa risulti. Alcune parti del corpo sono divenute, nella nostra cultura, dei feticci “celebri” e diffusi, come ad esempio piedi e seni. Ma un oggetto del desiderio a cui non penseremmo usualmente in termini sessuali è l’occhio. Curioso, perché si dice che sia proprio lo sguardo a sancire il preludio al sesso, e a segnalare in modo più o meno esplicito la disponibilità sessuale. Ma se per la maggior parte delle persone gli occhi giocano un ruolo fondamentale nella seduzione, in pochi si sognerebbero di includerli fisicamente nel rapporto sessuale. Si potrebbe quasi parlare di un tabù riguardante questa parte sensibile e delicata del corpo, la sede dell’espressione (dell’anima, per alcuni), della vista, facoltà primaria – insomma, uno dei punti del nostro corpo che meno saremmo disposti ad esporre al tocco di un estraneo.

L’oculofilia è l’attrazione sessuale per l’occhio. Pur essendo spesso un’attrazione di natura intellettuale, il feticismo in sé può portare al desiderio di contatto fisico con l’occhio.

L’oculolinctus è appunto la pratica feticistica di leccare l’occhio del partner. Se per chi lo “esegue” l’attrazione è ovviamente di tipo feticistico, diverso è il caso di chi ama “subirlo”: si dice che il piacere aumenti quanto più la lingua giunge vicino alla pupilla. In questo caso è evidente come il connubio di piacere e dolore (dato dall’irritazione irresistibile che provoca alla cornea) sia accomunabile a un blando impulso di matrice masochista.

Per quanto la parafilia legata all’occhio sia piuttosto rara, l’oculolinctus ha conosciuto una popolarità più diffusa, soprattutto per chi si interessa alla cultura iconica giapponese. Il grandissimo mangaka Suehiro Maruo, ad esempio, ha mostrato negli anni una fascinazione particolare per la rappresentazione dell’oculolinctus.

L’oculolinctus rimane un preliminare piuttosto inusitato e certamente “di nicchia”, nonostante esistano su YouTube dei video che ritraggono la pratica con intenti chiaramente goliardici.

E in caso ve lo steste domandando, sì, il pericolo di infezioni esiste.

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Il solletico

Cosa c’è di strano nel solletico? Lo proviamo fin da bambini, alle volte ci fa ridere, altre volte può darci francamente fastidio. Nulla di misterioso. E invece il solletico è uno degli aspetti più sorprendenti e meno compresi dell’esperienza umana.

Innanzitutto bisogna distinguere due tipi di solletico: la knismesi e la gargalesi. Dietro questi due termini esoterici si celano i due tipi di solletico che tutti noi conosciamo bene. La knismesi è quel tipo di solletico che avviene quando la pelle viene sfiorata appena; si avverte in qualsiasi parte del corpo, è un leggero senso di prurito e di attivazione nervosa, e può essere particolarmente eccitante dal punto di vista sessuale. La gargalesi, invece, è il solletico inflitto con una pressione maggiore, ed è localizzato solo in determinate aree del corpo – pianta dei piedi, ascelle, ventre, ecc. È quello, per intenderci, che ci fa ridere in modo incontrollato e ci fa contorcere nel tentativo di evitarlo.

Ora, la parte misteriosa è che non sappiamo a cosa serva, né come funzioni veramente il solletico. In parte sembra correlato alle vie nervose che si occupano del dolore, ma esistono alcuni casi di pazienti che pur non potendo avvertire dolore (a causa di danni alla spina dorsale) sentono benissimo il solletico. Attraverso quali vie si propaghi, quindi, e quale sia il suo effettivo valore evolutivo, è tutt’oggi materia di speculazione.

Ma le sorprese non finiscono qui. Anche in campo sessuale (e se seguite il nostro blog, ve lo potevate aspettare) il solletico è protagonista di un feticismo tutto suo. Il tickling, ovvero il provocare solletico al partner, spesso immobilizzato per impedirgli di sfuggire alla “tortura”, è una pratica piuttosto diffusa, tanto che in Giappone è considerata parte integrante ed essenziale dei preliminari.


Il tickling si pratica direttamente con le dita sul corpo del partner, legato con corde o cinture, oppure mediante l’uso di strumenti come piume, spazzole, forchette, penne a biro, spazzolini da denti, arnesi appuntiti, o altri oggetti adatti allo scopo. Viene considerato una forma lieve di tortura durante una seduta di bondage.

Quello che pochi sanno, però, è che il solletico nei secoli è stato usato effettivamente come una tortura vera e propria. In due momenti storici diversi fu legalizzato come una delle principali pene corporali. Nell’antica Cina veniva praticato mediante l’uso di aghi. Il famoso “supplizio cinese” consisteva nel punzecchiare la pianta del piede della vittima per ore ed ore. L’aguzzino era bravo nel provocare un misto di solletico e dolore, al quale la vittima stremata finiva per cedere. Questo tormento era riservato alle sole donne appartenenti alle “dinastie nobili”.

Nel Medioevo, in più stati europei venne istituita dall’Inquisizione la “tortura della capra”, riservata per lo più a donne accusate di stregoneria o di adulterio. Questo tormento consisteva nell’imprigionare alla gogna i piedi nudi della vittima, cospargerli “accuratamente” sotto le piante e tra le dita di un unto ricavato da una miscela di sale e lardo per poi lasciare libere due o più capre, tenute rigorosamente a digiuno da alcuni giorni, di leccarli voracemente nella parte sensibile. Anche qui i risultati erano scontati, la lingua ruvida lasciata agire per molto tempo seviziava atrocemente la vittima che quasi mai riusciva a resistere a tanto. Nei casi più gravi la capra veniva lasciata infierire fino a consumare lo strato della pelle, per far sì che dal solletico si passasse al dolore. Esistevano varianti coeve, che implicavano l’uso di cani e gatti e altri animali domestici, attratti dal miele cosparso sul corpo della vittima.

Il tickling ancora oggi viene praticato come forma di tortura in alcuni paesi. Anche se non palesemente dichiarato risulta presente nei metodi di tortura segnalati e portati a conoscenza da Amnesty International. Sono storicamente documentati due casi in cui il prolungato solletico ha portato alla morte le vittime, e almeno uno in cui la tortura ha causato la follia.

Un’ultima annotazione per i viaggiatori: nello stato della Virginia, negli USA, è illegale provocare solletico a una donna. Si rischiano denunce penali.

el periodo medievale, in più stati europei venne istituita dall’Inquisizione la “tortura della capra”, riservata per lo più a donne accusate di stregoneria o di adulterio. Questo tormento consisteva nell’imprigionare alla gogna i piedi nudi della vittima, cospargerli “accuratamente” sotto le piante e tra le dita di un unto ricavato da una miscela di sale e lardo per poi lasciare libere due o più capre, tenute rigorosamente a “digiuno” da alcuni giorni, di leccarli voracemente nella parte sensibile. Anche qui i risultati erano scontati, la lingua ruvida lasciata agire per molto tempo seviziava atrocemente la vittima che quasi mai riusciva a resistere a tanto, inoltre nei casi più gravi la capra veniva lasciata infierire fino a consumare lo strato della pelle, per far sì che dal solletico si passasse al dolore. Esistevano tuttavia, delle varianti coeve, meno conosciute ma più “redditizie” di questa tortura. La procedura consisteva nel denudare completamente la vittima e legarla in posizione di croce di Sant’Andrea su di una grande tavola in legno poggiata direttamente sul terreno. Qui gli “aguzzini” cospargevano i punti più sensibili (seni, ascelle, fianchi, genitali, addome, gambe, oltre ovviamente alle piante dei piedi) delle vittime con un nettare dolcissimo e del miele, poi liberavano e lasciavano che svariati “animali domestici” come pecore, capre, cani e gatti mordicchiassero e leccassero voracemente le parti evidenziate. I risultati si ottenevano dopo pochi minuti, le vittime sottoposte e straziate da un solletico “insopportabile”, perdevano totalmente l’autocontrollo e si arrendevano subito. Talvolta i torturatori eccedevano non ritirando gli animali che persistevano nella loro attività…. per punire maggiormente i malcapitati/e che, tendevano letteralmente ad “impazzire” esposti ad una tale sollecitazione.
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