Regali di Natale – II

La frenesia consumistica vi ha contagiato come ogni fine anno? Siete vittime del panico da ultimo minuto, che azzera ogni idea e fa tabula rasa di qualsiasi creatività? Tutti i regali degli altri vi sembrano sempre più originali dei vostri?
Ecco alcuni “consigli per gli acquisti” targati Bizzarro Bazar.

Calza di sopravvivenza
Quest’anno non sono state segnalate profezie riguardo alla fine del mondo ma, si sa, l’Apocalisse è sempre dietro all’angolo. Ecco dunque la perfetta calza tattica da appendere al caminetto, completa di tasche per armi ninja, maniglie, moschettoni, velcro e zip capaci di contenere tutti gli strumenti indispensabili ad ogni vero MacGyver.

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tactical-christmas-stocking-8464RuckUp Christmas Tactical Stocking

Mezza pinta
Parlando di sopravvivenza, è bene ricordare che il periodo delle feste è sempre un duro colpo al fegato. Se quest’anno state progettando di limitare l’assunzione di alcol, ma avete paura di perdere la faccia di fronte agli amici, ecco l’ingegnoso bicchiere da mezza pinta che, visto di lato, sembra un bicchiere da una pinta.

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half-pint-glass-_1_Thumbs Up Half Pint Glass

Pantofole zombi
Con l’arrivo del freddo, non c’è niente di meglio che infilare i piedi in qualcosa di caldo. Meglio ancora se si tratta della bocca di uno zombi, che serafico vi mordicchia le caviglie mentre vi rilassate accanto al focolare.

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VENKON – Calde Pantofole di Peluche a Disegno Zombie

Calendari per tutti i (dis)gusti
Magia del Natale: certe strenne si è costretti a farle, anche a persone che non sopportiamo. Si ricorre allora al regalo più banale e impersonale che ci sia, il calendario. Ma perché non spingersi un po’ oltre, e rovinare il 2016 al vostro peggior nemico?
Una soluzione possono essere i calendari che ridefiniscono il concetto di cattivo gusto: quello che propone foto mensili di cani che fanno i loro bisogni, oppure il calendario di animali spiaccicati.

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2016 Pooping Pooches Calendar

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Roadkill Calendar 2016

E dopo i calendari per i nemici, ecco quelli per gli amici. Sempre weird, ma dall’ironia molto più raffinata è quello di Crap Taxidermy, che propone gli “incidenti” tassidermici più esilaranti.

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201600000966_4Crap Taxidermy 2016 Wall Calendar

Il calendario preparato dai nostri amici di Morbid Anatomy, invece, è pura bellezza. Contiene fotografie che esplorano le collezioni di 12 diversi Musei, e sulle pagine sono segnate alcune date importanti per gli amanti del macabro, dalla nascita di Edward Gorey all’apertura del Grand Guignol, fino alle festività d’interesse come il Dia de los Muertos o quelle della Santa Muerte.

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Morbid Anatomy Curious Collections 2016 Wall Calendar

Candele
Un altro regalo classico, ma un po’ risaputo, sono le candele artistiche. Queste che vi proponiamo però garantiscono di sorprendere sicuramente chi le accende.

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melting-reindeer-skeleton-candles-3577PyroPet Candles Dyri Candle, Light Blue

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Dinosaur Egg Candle

Granata floreale
In questo periodo di tensioni belliche, è tempo di tornare a mettere i fiori nei cannoni. Potete farlo anche nel vostro giardino, lanciando la granata composta di argilla che si scioglie alla prima pioggia, rilasciando i semi e garantendo che da questo strumento di morte si sprigionino i colori della vita.

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Canzoni di Natale
Per concludere, cosa sarebbe il Natale senza le tradizionali canzoni? Quest’anno, però, potete deliziare le orecchie dei parenti accorsi al pranzo con una playlist di melodie natalizie interpretate dai belati (o, meglio, le grida) di alcune capre. Sorprendentemente dietro questo progetto c’è un’azione benefica di ActionAid, che mira a sensibilizzare il pubblico sull’importanza dei caprini nella lotta alla povertà. Godervi lo sgomento degli invitati mentre sapete in cuor vostro di aver fatto una buona azione non ha decisamente prezzo.

All I Want For Christmas Is A Goat

The Dangerous Kitchen – VII

Per tutti voi appassionati di cibi estremi, gourmet del tabù, buongustai del cattivo gusto, siamo orgogliosi di presentare oggi per la nostra rubrica culinaria un piatto annoverato fra i più raffinati della storia, che ha sempre mandato in estasi assoluta i suoi sostenitori… e fatto inorridire chi lo ritiene una pura e crudele barbarie.

La ricetta di oggi viene d’oltralpe, dal paese che più di tutti ha reso la cucina un’arte vera e propria. Siete pronti ad assaggiare la più squisita prelibatezza della haute cuisine francese?


L’ortolano è un uccellino di circa 16 centimetri di lunghezza, per un peso medio di 20-25 grammi, dal bel piumaggio multicolore: verde sulla testa, bruno sulla parte superiore e sulle ali, giallo sulla pancia. Si nutre di semi e bacche, ed è diffuso in tutta Europa – anche se in Francia è ormai una specie protetta; per secoli, infatti, è finito sul piatto dei più esigenti amanti della cucina.

Gli uccelli di piccola taglia vengono consumati sulle tavole di tutta Europa fin dal Medioevo, e anche in Italia fanno parte di piatti tradizionali come il classico veneto poenta e osei, in cui allodole o tordi sono cucinati e serviti con la polenta calda. Ma la ricetta francese per degustare l’ortolano ha diversi aspetti davvero inusuali che lo rendono un piatto controverso e piuttosto rivoltante.


Innanzitutto, gli ortolani vengono cacciati e catturati vivi, per mezzo di reti. I piccoli uccelli vengono poi riposti in scatole completamente buie (alcuni raccontano di intere stanze utilizzate allo scopo, nelle quali la luce del sole non può entrare): in questo modo i pennuti sono ingannati dalla perenne oscurità, e spinti a cibarsi in continuazione delle sementi di miglio bianco che sono sparse ai loro piedi. Dopo essere stati messi così all’ingrasso per qualche settimana, i poveri uccellini sono uccisi annegandoli nell’armagnac. Questa macabra “ultima boccata” di liquore stagionato dona alla carne un tocco di sapore inconfondibile.


Gli ortolani vengono poi spennati, ma non ripuliti delle loro interiora – e questa è un’altra delle particolarità della ricetta. Cotti alla brace per 8 minuti, vengono serviti ancora interi, completi di testa (unica eccezione, le zampine, che vengono asportate).

Ma le stranezze non finiscono qui: esiste un preciso rituale da seguire per apprezzare appieno il piccolo uccellino. Quest’ultimo va infatti inserito in bocca tutto intero, in un solo boccone, partendo dalla testa o dalle terga a seconda del gusto personale. A questo punto i commensali si coprono il capo con un grande fazzoletto, e cominciano il lungo e paziente lavoro di spolpamento, tutto eseguito all’interno della bocca.


La scena è un po’ comica, un po’ inquietante, certamente assurda. Chi entrasse in quel momento potrebbe pensare di trovarsi di fronte a una setta o a un quadro surrealista: il fazzoletto in realtà serve, a quanto dice la tradizione, per non disperdere i delicati fumi dell’armagnac e consentire una concentrazione maggiore sul sapore dell’ortolano. Ma le malelingue sostengono che serva in realtà a nascondere la disgustosa vista delle bocche che succhiano la carne, rigirando gli ossicini, frantumando con i denti la piccola cassa toracica. Secondo altri ancora, il fazzoletto dissimulerebbe l’osceno pasto addirittura “agli occhi di Dio”.


Il fatto che l’ortolano non venga eviscerato prima della consumazione lo rende davvero particolare al gusto: mano a mano che ci si fa strada nelle sue carni, diverse stratificazioni di sapore arrivano alle papille. Lo strato esterno è quello del grasso, che vanta la consistenza ricca del burro salato; ma quando si liberano gli organi interni, la bocca è invasa da un bouquet di intensi sapori che ricordano il foie gras (altro piatto crudele e, per molti, tabù). Gran parte degli ossicini possono essere agevolmente masticati e inghiottiti come, per fare un paragone, le lische delle sardine.


L’ortolano è legato a un famosissimo “ultimo pasto”: quello organizzato da François Mitterand otto giorni prima di morire, assieme a trenta convitati fra gli amici e i parenti più intimi. L’ex-presidente era ormai gravemente malato e consunto, ma ebbe comunque la forza di concedersi un ultimo pasto degno di un re: dopo 50 ostriche, foie gras e cappone, il vecchio Mitterand, fazzoletto in testa, consumò ben due ortolani. L’organizzatore della luculliana cena era un certo Henri Emmanuelli, un politico che ancora oggi si schiera in difesa della caccia a questi uccelli.


In Francia cacciare, vendere o acquistare un ortolano è proibito per legge – ma è ancora consentito mangiarlo. I ristoranti lo servono quindi soltanto a porte chiuse e a una ristretta cerchia di fidati intenditori, e assolutamente senza farsi pagare.
La popolazione mondiale di questi uccelli non è attualmente in pericolo (ce ne sono a milioni), ma come dicevamo in Francia è calata di una fortissima percentuale proprio a causa della pressione venatoria: ogni anno si stima che circa 30.000 uccelli cadano nelle reti dei bracconieri.

Oggi, sul mercato nero, un ortolano può costare fino a 200 €. E, per quanto sembri incredibile, c’è sempre chi è pronto ad sborsare questa notevole cifra per comprare, ingrassare, annegare, cucinare e succhiare sotto un fazzoletto quel singolo boccone di estasi carnivora.

The Dangerous Kitchen – VI

Lo sentiamo dire spesso: abbiamo perso il contatto con la natura. E normalmente ci figuriamo la natura sotto le forme rassicuranti di quel bel boschetto con tanto di ruscello dove vorremmo andare a passeggiare di tanto in tanto; ma forse amare la natura passa per forza anche per l’accettazione e la comprensione dei suoi massacri. Questo “scollamento” si riflette anche nel nostro cibo: il banco della carne al supermercato, con le sue fettine pulite e tagliate, impacchettate e asettiche, sembra studiato appositamente per farci dimenticare che quel cibo proviene da un animale ucciso per la nostra alimentazione. I nostri bisnonni o anche i nostri nonni non avrebbero avuto problemi ad ammazzare un coniglio, spellarlo e cucinarlo per cena; oggi non vogliamo saperne nulla – preferiamo che ci venga servito qualcosa di irriconoscibile e astratto.

Come sapete questa rubrica si rivolge a quei gourmet che cercano un brivido in più, o uno spunto di riflessione sul relativismo culinario. È ora quindi di tornare alle origini, e alla piena coscienza di ciò che mangiamo; oggi vi proponiamo di preparare, per voi e per i vostri cari, proprio quella parte dell’animale che usualmente scartiamo, perché ci consente di identificarlo senza ombra di dubbio: la testa.


E non parleremo nemmeno delle testine d’agnello, piuttosto diffuse in Italia, ma dell’animale la cui carne viene consumata più spesso. Oggi vi spiegheremo come cucinare una testa di mucca al cartoccio.


Purtroppo avrete qualche difficoltà a trovarla esposta al mercato, come invece potrebbe succedervi in Messico: ma di sicuro il vostro macellaio di fiducia non vi negherà una testa vaccina se la prenotate con un po’ di anticipo. La scarsa richiesta per questo taglio garantirà inoltre un prezzo piuttosto contenuto.


La testa di mucca viene utilizzata per preparare un particolare spezzatino di frattaglie diffuso in Europa e in America: si chiama headcheese negli USA, brawn in Inghilterra, sülze in Germania e testa in cassetta in Italia (piatto tipico in Liguria, Piemonte, Toscana e Sardegna) – anche se in Europa si preferisce cucinarlo a partire dalla testa di maiale.

La nostra ricetta, invece, è squisitamente tex-mex e prevede una lunga cottura alla griglia. D’altronde, per tornare a contatto con la natura, non c’è niente di meglio che riunire tutta la famigliola all’aria aperta, con i bambini che scorrazzano per il prato, le farfalle, gli uccellini, e una testa di mucca spellata sul vostro barbecue nuovo fiammante.


Nel caso siate un po’ schizzinosi, potete pulirla asportando gli occhi e se volete anche la lingua (che eventualmente preparerete a parte, in salmì). Dopo averla posta a faccia in giù su una teglia in alluminio abbastanza grande da contenerla, spolveratela con gli odori di vostra scelta e lasciate affumicare la testa per un paio d’ore.

Una volta imbrunita, annaffiatela di vino bianco o salsa barbecue, chiudete la testa di mucca in una serie di fogli di alluminio, facendo bene attenzione a ricoprirla accuratamente. Continuate la cottura a fuoco vivo prima, poi gradualmente più basso, per 2-3 ore.


Dopo aver aperto il cartoccio, cominciate a ripulire le ossa di tutta la carne, eliminando il grasso. Le guance sono ovviamente la parte più gustosa e carnosa. Servite il tutto con salsa barbecue, anelli di cipolla e patate fritte.


La ricetta verrà certamente apprezzata da tutta la famiglia: infatti, come suggerisce questo filmato, le ossa rimaste assicureranno ore e ore di sano divertimento per i vostri bambini!

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The Dangerous Kitchen – V

Nella prima puntata di “Dangerous Kitchen” vi avevamo introdotto all’affascinante mondo del pesce fermentato, consigliandovi il surströmming. Ora però dobbiamo proprio dirvelo, è tempo che lo sappiate: il surströmming è roba da bambini… i veri uomini mangiano lo hákarl.

Antica tradizione vichinga, lo hákarl è una preparazione a base di squalo diffusa in Islanda e in Groenlandia. I due squali comunemente utilizzati a scopi alimentari sono lo squalo elefante e lo squalo della Groenlandia. I problemi però sono due: il primo è che gli squali non fanno pipì, ma espellono l’urea direttamente dalla pelle, che contiene quindi una concentrazione altissima di acido urico; il secondo è che la carne di questi squali è adattata alle bassissime temperature polari ed è piena di sostanze velenose. In particolare contiene una tossina, l’ossido di trimetilammina, che, se digerita, si scinde in trimetilammina. Qual è l’effetto della trimetilammina? La peggiore sbornia della vostra vita. A causa di questa neurotossina, i cani da slitta che si sono nutriti della carne di questo squalo non riescono più a stare in piedi.

Come fare allora per cibarsi di questi giganti marini senza finire tutti sbronzi a zonzo per la tundra ghiacciata? Ecco che ci viene in aiuto la ricetta dello hákarl. Che, preparatevi, è conosciuto anche come squalo marcio o squalo putrefatto.

Prendete la vostra tonnellata di squalo (alcuni esemplari superano i 1000 kg), togliete testa e interiora, poi con una gru o una ruspa meccanica calatelo in una fossa scavata nella sabbia sassosa; lo coprirete con pietre e sassi fino a formare una montagnetta sopra al corpo, e infine vi adagerete dei massi più grossi in modo da pressare il pesce per bene. Lasciate fermentare per un periodo che va da 6 a 12 settimane, durante le quali i fluidi dannosi, l’acido urico e gli altri prodotti putrefattivi coleranno dal corpo. Estraete quindi la carne semidecomposta e macellatela in grosse strisce che appenderete ad essiccare. (Alcuni per praticità macellano lo squalo prima di seppellirlo; oggigiorno i giovani vogliono tutto e subito).

Appeso a seccare, lo hákarl resta per diversi mesi esposto a diversi cicli naturali di congelamento e disgelo, finché non sviluppa una caratteristica crosta scura. A quel punto eliminerete la crosta, e servirete la carne tagliata a pezzettini (minuscoli, per carità) su uno stuzzicadenti, accompagnandola da un bicchierino di acquavite. Oggi potete trovarlo anche in alcuni supermercati, risparmiandovi un bel po’ di fatica.

Dobbiamo essere sinceri: lo hákarl è talmente estremo che perfino in Islanda e in Groenlandia non tutti sono disposti ad assaggiarlo. L’odore è più penetrante di quello dell’urina stantia, e il gusto aggiunge al sentore di ammoniaca anche la nauseante dolcezza della carne avariata. Alcuni recensori sottolineano che lo stesso nome “hákarl” sembra quasi un’onomatopea dei suoni gutturali che emetterà la vostra gola mentre si contorcerà nel tentativo di inghiottire il fetido pezzettino di pesce.

Ma se volete mettere alla prova il vostro animo vichingo, questo cibo tradizionale è senza dubbio il primo passo per entrare nel Valhalla… se non l’ultimo.

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The Dangerous Kitchen – III

Le uova sono fra i cibi più versatili e diffusi al mondo, praticamente in qualsiasi cultura. La lista dei piatti a base di uova, e dei metodi tradizionali per cucinarli, conta centinaia di diverse ricette. Ci concentriamo oggi su uno dei metodi più antichi e curiosi, utilizzato per preparare il cosiddetto pidan o pei dan.

Il pidan è chiamato anche “uovo centenario”, e secondo la leggenda fu scoperto per caso 600 anni fa da un contadino cinese che trovò delle uova rimaste a bagno in una pozza di calce, e provò ad assaggiarle. Innamoratosi del sapore, cominciò a produrle e a commercializzarle. Al di là delle incerte origini, il pidan è certamente un piatto antico ed è oggi ampiamente diffuso in Cina e nel Sudest asiatico (Taiwan, Laos, Thailandia, ecc.).

Le uova utilizzate sono di anatra, di gallina o di quaglia. La ricetta tradizionale prevede di bollire del tè, e aggiungervi poi calce viva, creta, cenere e sale: la mistura diviene quindi una crema densa e potenzialmente corrosiva. Con dei guanti, essenziali per non restare bruciati dalla calce, questa fanghiglia viene spalmata sulle uova, poi fatte rotolare in una terrina riempita di foglie di semi di riso in modo che non si attacchino l’una all’altra. Così preparate, le uova vengono poste in ceste o barili coperti.

Nel corso dei mesi di riposo, il fango si rapprende e forma una dura crosta. Ma è dentro a questi “bozzoli” che sta avvenendo la trasformazione chimica: il materiale alcalino utilizzato nella preparazione comincia ad innalzare il pH dell’uovo, spezzando così alcune catene di grassi e proteine in componenti più piccoli e gustosi. Il bianco dell’uovo diviene trasparente e gelatinoso, mentre il tuorlo assume un colorito grigioverde molto scuro. Dopo diversi mesi, la corazza di fango viene rotta e l’uovo centenario è finalmente pronto.

Per via della trasformazione chimica, l’uovo emana un forte odore di zolfo e ammoniaca, simile all’urina. Per questo motivo si è diffusa la falsa leggenda che questa specialità sia preparata mettendo a bagno le uova nell’urina del cavallo. Ma se l’odore non vi spaventa, l’uovo centenario è una prelibatezza davvero unica. Il suo albume gelatinoso non ha un preciso sapore, ma è il tuorlo verde che è la vera delizia: cremoso e dal gusto pungente, ricorda il sapore di alcuni formaggi stagionati o del gorgonzola.

Sulla superficie dell’uovo si formano talvolta dei piccoli e innocui funghi che assomigliano a dei fiocchi di neve, o agli aghi delle conifere, e che ne impreziosiscono singolarmente l’aspetto: per questo motivo uno dei nomi cinesi dell’uovo centenario è “uovo dai disegni di pino”.

Servito come antipasto singolo, oppure condito con salsa di soia e verdure, questo esotico piatto garantisce un’esperienza unica per i vostri ospiti più esigenti.

The Dangerous Kitchen – II

Continuiamo il nostro viaggio attorno al mondo alla ricerca delle prelibatezze culinarie più esotiche e raffinate. Oggi ci spostiamo nel sud est asiatico per assaggiare il “Re dei Frutti”: il durian.

Il durian è il frutto di un albero gigantesco, chiamato durio, che si può sviluppare anche fino a 50 metri di altezza. Se le api e le farfalle impollinano i fiori delle nostre piante da giardino, con questo colosso verde il compito tocca ai pipistrelli. E così, a circa tre mesi dall’impollinazione, ecco che sui rami del durio cresce quello che sarà il vostro prossimo dessert.

Aperta la scorza piena di spine, il cuore commestibile del frutto è insolitamente cremoso: il gusto di questa densa pasta giallastra ricorda le mandorle, ma con un retrogusto acidulo che ha sentori di senape o cipolla. Secondo alcuni avrebbe anche un leggero sapore di formaggio. Ma non è il gusto il problema del durian: è l’odore.

L’odore del durian è stato di volta in volta descritto in molti modi. Alla maggioranza delle persone ricorda l’odore dolciastro e nauseabondo della putrefazione della carne. C’è chi l’ha paragonato agli effluvi fognari, alle acque di scolo, alla trementina, alle cipolle marce, al vomito, al pungente lezzo di sudore, allo sterco di animale. Quello che è certo è che è decisamente spiacevole, anche quando il frutto è ancora chiuso, e per alcuni sarebbe il più terrificante odore al mondo.

La puzza del durian è così acre e appestante che a Singapore è vietato per legge introdurre il mefitico frutto sui mezzi di trasporto pubblici. Durante la crescita stagionale del durian, molte città fra la Tailandia, il Borneo e l’Indonesia vengono invase dall’inconfondibile aroma. Eppure se il durian è chiamato “il Re dei frutti”, un motivo forse c’è.

Gli appassionati di questa prelibatezza giurano che, una volta acquisito il gusto per il durian, non è possibile tornare indietro. È rimasta celebre, ad esempio, la descrizione che ne ha dato il naturalista Alfred Russel Wallace nel 1856:

Le cinque celle sono vellutate di bianco all’interno, e sono riempite con una densa polpa di color crema […]. Questa polpa è la parte commestibile, e la sua consistenza e il suo gusto sono indescrivibili. Una ricca senape aromatizzata alla mandorla dà la migliore idea generale, ma ci sono occasionali ondate di sapore che fanno pensare alla crema di formaggio, alla salsa di cipolle, allo sherry e ad altri sorprendenti abbinamenti. E infine c’è la morbidezza appiccicosa della polpa che è davvero unica, e che fa del durian una squisitezza. Non è né acido né dolce né succoso; eppure non ha bisogno di queste qualità, perché è perfetto così com’è. Non produce alcuna nausea o altri effetti negativi,  e più lo mangi e meno vorresti fermarti. In realtà, mangiare il durian è una sensazione nuova e un’esperienza che da sola vale un viaggio in Oriente“.

In Asia il durian è servito fresco, oppure come contorno, ma anche cotto in padella, o abbinato a riso cotto nel cocco; in Indonesia è usato come aroma per un gelato tradizionale, e addirittura nella preparazione di un più moderno (e originale) cappuccino. Insomma, non vi mancherà certo occasione di assaggiare questa prelibatezza – ricordatevi soltanto di mettere in valigia una molletta per il naso.

Per concludere, ecco un divertente filmato in cui i ragazzi della trasmissione Braniac cercano di “misurare” l’odore del durian, inscenando una particolare gara di resistenza.

The Dangerous Kitchen – I

Un paio d’anni fa avevamo parlato di tabù alimentari; ora ritorniamo sull’argomento, inaugurando la nostra prima rubrica culinaria, The Dangerous Kitchen!

In ogni nuovo articolo suggeriremo ai lettori di Bizzarro Bazar un piatto appartentente alla schiera dei cosiddetti gusti acquisiti. Da Wiki: “il gusto acquisito si ha nei confronti di un alimento o di una bevanda che, per essere veramente apprezzato/a, deve sottostare ad un’esposizione e consuetudine prolungata, parziale o completa, agli aromi e agli ingredienti che esso/a contiene, prima di essere considerato/a familiare dal consumatore. Gli alimenti e le bevande di gusto acquisito possono essere considerati ripugnanti da chi non vi è abituato, sia per la loro materia prima, sia per la forma, il tipo di preparazione, l’odore o l’aspetto”.

Eppure, poche righe più in sotto, una frase salta all’occhio: “tuttavia è possibile acquisire gusti alimentari tardivamente, per esposizione volontaria o abitudine” (corsivo nostro). Perché quindi non cercare di travalicare i confini del gusto assodato, e ampliare i vostri orizzonti? Perché non ricercare questa “esposizione volontaria”, e comprendere perché ciò che a noi fa ribrezzo è considerato sublime da un’altra cultura? Cosa può essere una piccola violenza auto-inflitta, di fronte allo spalancarsi di nuove delizie per il palato?

Preparatevi per un viaggio alla scoperta dei cibi più sorprendenti. Lasciate da parte il buon gusto, fate spazio per un gusto nuovo!

La prima leccornia che vogliamo presentarvi, per dare il giusto tono, è il famigerato piatto svedese chiamato Surströmming.

Il surströmming è composto essenzialmente da aringhe fermentate. I pesci vengono puliti e messi in grandi botti, a fermentare per un paio di mesi. Poi vengono inscatolati in una salamoia abbastanza leggera da permettere alla fermentazione di continuare.

I gas che provengono dalla fermentazione cominciano, dopo un anno dall’inscatolamento, a deformare la latta della confezione: così, per scegliere il vostro surströmming al supermercato, vi consigliamo di cercare i barattoli più “gonfi”, quelli che hanno perso cioè la loro originale forma cilindrica: delle vere e proprie bombe a gas, che è perfino proibito imbarcare sulle principali linee aeree.

Per questo motivo, però, quando aprite la scatola vi converrà prestare un minimo di attenzione. Consiglio numero uno: se gli svedesi non aprono MAI un barattolo di surströmming al chiuso, ci sarà un perché. Consiglio numero due: anche all’esterno, non restate sottovento. Questo cibo, a detta di chi l’ha provato, emana uno degli odori più potenti, appestanti e nauseabondi al mondo. Anche soltanto aprire una scatolina può provocare violenti attacchi di vomito ai neofiti non preparati.

Come servire il surströmming? Potete mangiarlo alla moda del Nord, dove questo cibo è stato inventato, preparando un semplice e spartano panino con due fette di tunnbröd (o, in alternativa, di pane simile), patate a fette o fatte in puré, e il diabolico filetto di aringa. Se invece volete qualcosa di più raffinato, potete servirlo come si fa nella Svezia più meridionale, su un letto di lattuga, accompagnandolo con cipolle, patate, panna acida, pomodori o altri condimenti. Assieme ad esso tradizionalmente si trangugiano dei bei bicchierini di acquavite (per dimenticare in fretta cosa si è mangiato, diranno i maligni): se non reggete i superalcolici, potete ripiegare su un buon bicchiere di birra, o del latte freddo.

Molti fra i giovani turisti che si recano in Svezia acquistano una scatola di surströmming esclusivamente come prova di coraggio, usano tecniche assortite per cercare di mangiarlo resistendo ai conati… e, non c’è nemmeno da dirlo, inevitabilmente pubblicano poi l’impresa su YouTube. Ma al di là dell’aspetto folkloristico, sembra che il vero problema di questo piatto non sia il gusto: è l’odore il vero scoglio, e se si riesce a superare l’iniziale ribrezzo olfattivo, si scopre un sapore piuttosto piacevole e perfino delicato. C’è addirittura chi riesce ad apprezzarlo al primo assaggio, e in Svezia si sono sviluppate vere e proprie feste attorno a questo piatto prelibato ma certamente “difficile”.