Non toccarmi i capelli

Ogni tanto la cronaca riporta episodi di bullismo, in cui il bersaglio delle molestie viene, tra le altre cose, rasato a zero.
Abbiamo spesso ricordato in queste pagine quanto l’uomo sia un “animale simbolico”, quanto cioè la nostra mente funzioni tramite simboli e si appoggi spesso, anche inconsciamente, al mito: perché dunque l’atto di tagliare i capelli con la forza è avvertito come uno sfregio? Si tratta soltanto di una preoccupazione estetica, o c’è di più?

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Innanzitutto, certamente una violenza del genere guasta l’aspetto esteriore di una persona, e l’acconciatura è da sempre uno dei modi principali di espressione personale. Fin dai tempi antichi, ogni foggia di capigliatura veicola dei significati più o meno espliciti.
Nel passato, ad esempio, portare i capelli sciolti era normalmente un segno di lutto, o di sottomissione. Eppure, in altri contesti come ad esempio quelli rituali, lasciare liberi i capelli costituiva un elemento fondamentale di certe danze sciamaniche, irruzione del sacro che selvaggiamente spazza via convenzioni e limitazioni sociali.
Se pensiamo alle donne, per le quali i capelli costituiscono una delle principali armi di seduzione, il fatto che essi fossero nascosti o esibiti, raccolti o sciolti, era frequentemente inteso come segno della disponibilità o delle riserve della femmina; su questa scia, si è arrivati in alcune culture a proibire alle donne sposate di mostrare i capelli (ad esempio in Russia, dove il proverbio recita “una ragazza si diverte solo finché ha il capo scoperto“), o a imporre di nasconderli all’entrata in Chiesa (occidente cristiano), per inibirne la funzione di provocazione sensuale.

Il modo di pettinare i capelli rivela quindi la psicologia individuale, certo, ma anche i valori in cui si riconosce un determinato contesto sociale: moda, convinzioni dell’epoca, precetti delle istituzioni religiose o ribellione contro tutte queste cose. Le acconciature che sfidano il gusto dominante e abbattono le barriere hanno spesso accompagnato anche le ribellioni sociali o artistiche (Scapigliatura, beat generation, movimento hippie, punk, femminismo, LGBT, eccetera).

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Così, in un’epoca di tensione come la fine degli anni ’60, in cui i “capelloni” venivano caricati dalla polizia anche solo per il loro aspetto, David Crosby cantava:

Per poco non mi sono tagliato i capelli
È successo proprio l’altro giorno
Sapete, stanno diventando piuttosto lunghi
Avrei potuto dire che mi infastidivano
Ma non l’ho fatto, e mi domando perché
Avevo voglia di lasciar sventolare la mia bandiera di diverso
Sentivo di doverlo a qualcuno.
(Crosby, Stills, Nash & Young, Almost Cut My Hair, 1970)

Vi è mai capitato di cambiare colore, taglio o pettinatura in momenti cruciali della vostra vita, come se cambiando l’aspetto della chioma avvenisse anche una trasformazione interiore? Ancora oggi, evidentemente i capelli mantengono un legame strettissimo con le emozioni di una persona. Ma non è tutto.

Come le unghie, anche la capigliatura è da sempre collegata nell’immaginario con la forza sessuale e vitale. Il pensiero magico, di conseguenza, stabilisce una potente simpatia fra l’individuo e i suoi capelli, legame che non si spezza nemmeno dopo che i capelli si sono staccati dal corpo: non soltanto i ciuffi tagliati o rimasti incastrati fra i denti del pettine sono ingredienti essenziali per qualsiasi fattura o malocchio, ma dall’altro versante i capelli dei santi sono venerati come reliquie altamente miracolose. Mantengono cioè le virtù della persona da cui provengono, e i rapporti intimi fra un essere umano e i suoi capelli sopravvivono alla separazione.

Da qui l’usanza, in molte famiglie, di conservare delle ciocche di capelli e i primi denti da latte. Queste pratiche significano molto più che la perpetuazione di un ricordo, esse rivelano una sorta di volontà di far sopravvivere lo stato della persona che portava quei capelli.
(Chevalier-Gheebrant, Dictionnaire des symboles, 1982).

Se una ciocca di capelli ottenuta in pegno dalla donna amata è per i romantici ottocenteschi un feticcio ricorrente, è proprio in epoca vittoriana che l’ossessione per i capelli raggiunge il suo apice, in particolare nell’ambito della gioielleria e degli accessori collegati al lutto.
Dalle spille e i fermagli che contengono i capelli del caro estinto, arrangiati in motivi floreali, alle intricate composizioni da appendere al muro, fino ai braccialetti fatti di capelli finemente intrecciati, la mourning jewelry vittoriana è fra gli esempi più commoventi di arte funebre popolare. Inizialmente erano le donne stesse, parenti del defunto, che con i suoi capelli forgiavano questi memento da tenere sempre con sé; bisogna pensare che un fotografo non era sempre disponibile all’epoca, e che non tutti si potevano permettere un ritratto del morto. Questi gioielli erano l’unico ricordo tangibile della persona scomparsa.

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Con il tempo, però, indossare simili orpelli divenne parte della moda dell’epoca, soprattutto dopo la morte del Principe Alberto nel 1861, quando la Regina Vittoria e i membri della corte si vestirono a lutto per decine di anni. A quel punto, seguendo l’esempio dei Reali, il nero divenne il colore più gettonato e la gioielleria di lutto si diffuse talmente che i capelli utilizzati cominciarono a non essere più esclusivamente quelli dei defunti. Nella seconda metà dell’800, 50 tonnellate di capelli umani venivano importate in Inghilterra ogni anno dai gioiellieri del paese. Per creare una connessione fra il gioiello e il defunto, a quel punto, si cominciò a iscriverne il nome o le iniziali sull’oggetto.

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Tutto questo riporta, dunque, all’idea che i capelli siano connessi all’essenza stessa della vita del proprietario, e racchiudano almeno una scintilla della sua personalità.
Torniamo quindi alla vittima di cui parlavamo all’inizio, la cui testa viene rasata a forza.

Ovviamente un simile affronto ci scandalizza perché ha il valore di una metaforica evirazione, nel caso in cui la vittima sia un maschio, oppure della negazione della femminilità nel caso opposto.
I capelli sono associati a certi poteri – come appunto la forza e la virilità, si pensi a Sansone – ma soprattutto al concetto di identità.
In Vietnam ad esempio si sviluppò una peculiare arte divinatoria, che potremmo chiamare “tricomanzia”, vale a dire l’interpretazione del destino o delle virtù di una persona sulla base di come erano disposti i bulbi piliferi sul suo cuoio capelluto. E se i capelli raccontano molto della personalità di un uomo, ecco che la tonsura per i monaci, che abbandonano l’individualità per seguire le vie del Signore, non è soltanto un sacrificio ma una resa, una rinuncia alle prerogative e all’identità stessa del soggetto.

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Il taglio dei capelli non è un atto banale.
Nei secoli passati una chioma fluente era indizio di potenza e nobiltà. Così, il privilegio aristocratico di portare i capelli lunghi in Francia era appannaggio esclusivo di Re e Principi, mentre in Cina vigeva addirittura l’interdizione a certi pubblici uffici per chiunque portasse i capelli corti, che erano visti come una vera e propria mutilazione. E mutilazione definitiva, segno di sommo disprezzo, era per i nativi americani tagliare lo scalpo dei nemici in guerra. Parallelamente, in alcune civiltà vigeva il tabù del taglio di capelli per i neonati durante i primi anni di vita, per non rischiare che perdessero l’anima. Innumerevoli popoli fanno del primo taglio di capelli di un bambino un vero e proprio rito di passaggio, con tanto di feste e operazioni propiziatorie per allontanare gli spiriti malefici – dato che il piccolo, privato assieme ai capelli anche di una parte della sua forza vitale, è più esposto ai pericoli. È il caso degli indiani Hopi dell’Arizona, che procedevano al taglio soltanto collettivamente, una volta all’anno, durante i festeggiamenti per il solstizio d’inverno. Altrove, il taglio dei capelli è sospeso durante una guerra, o in conseguenza a un voto: gli Egizi non si radevano quando erano in viaggio, e in tempi più recenti i barbudos di Fidel Castro avevano giurato di non toccare né barba né capelli fino a che Cuba non fosse liberata dalla tirannia.

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Ecco dunque perché il taglio forzato dei capelli del nemico è una punizione terribile fin dall’antichità, utilizzata talvolta come pena ancora più bruciante della morte. Ogni minimo aspetto della realtà, per l’uomo, si riveste sempre di significati profondi, e anche oggi una semplice cattiveria fra ragazzi che potrebbe sembrare tutto sommato innocua (i capelli comunque ricresceranno in breve tempo) indigna particolarmente l’opinione pubblica; forse perché vi si può riconoscere, fatte le dovute proporzioni, l’eco di riti e pratiche crudeli di ancestrale portata simbolica.

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Miss Bambina

Una bizzarria assolutamente americana ed oggi molto controversa è quella dei Child Beauty Pageant, ossia dei concorsi di bellezza per bambine – qualcuno di voi se ne ricorderà per via dello splendido film Little Miss Sunshine (2006).

Nati negli anni ’20 ma esplosi negli anni ’60, i concorsi per bambine e teenager di cui stiamo parlando hanno ciascuno regole leggermente diverse, ma tutti prevedono una determinata categorie di “eventi” o “numeri” di vario genere, sulla base dei quali la giuria assegnerà i premi. Proprio come in un regolare concorso, tipo Miss Italia per intenderci, ci sono quindi eventi di canto o danza, interviste con le candidate, sfilate di abbigliamento sportivo, da spiaggia, ma anche abbigliamento a tema, ad esempio in stile “western”, eccetera. Di queste bambine si giudicano qualità come il portamento, la fiducia, l’individualità, l’abilità.

Ma il tipo di evento che maggiormente colpisce l’immaginario è quello in cui le bambine debbono sfilare con l’abbigliamento “da sera”. Quello è il momento che tutti attendono, nel quale si deciderà la vera “reginetta” della serata: le bambine restano in camerino con una truccatrice professionista anche per ore. E, infine, salgono sul palco.

Messe in piega elaboratissime e pacchiane, denti finti, make-up pesantissimo, abbronzature spray, perfette manicure, abiti su misura quanto mai glamour e kitsch: gli occhi dei genitori brillano di orgoglio, ed è difficile scuotersi di dosso l’angosciante sensazione che queste bambine non siano altro che delle grottesche bamboline lanciate sulla scena proprio per il compiacimento ossessivo di mamma e papà.

Cosa può spingere due genitori a far partecipare la figlia in tenera età ad uno di questi concorsi? Certo, può essere l’ammirazione “cieca” per la propria bambina. Può essere anche che, come dichiarano molti genitori, spedirle sul palco sia un modo per educarle, per migliorare la loro autostima, per insegnare loro a parlare in pubblico… Eppure, ci deve essere qualcos’altro.

Ogni anno negli Stati Uniti si svolgono 25.000 concorsi di bellezza per bambine. Le quote di iscrizione vanno da poche centinaia  fino a svariate migliaia di dollari. I vestiti su misura da soli possono costare anche più di 5000$, senza parlare degli accessori di trucco o delle parrucchiere e le make-up artist professioniste. Visti gli altissimi costi, le bambine che partecipano a un solo concorso di bellezza praticamente non esistono: se si fa l’investimento, tocca almeno rientrare della spesa. Così, la maggioranza dei genitori accompagna le figlie da un concorso all’altro, spostandosi di stato in stato, seguendo un calendario stretto ed estenuante. Nonostante per la legge americana i concorsi di bellezza non possano essere considerati un lavoro (e non ricadano quindi nelle leggi sullo sfruttamento del lavoro minorile), per le piccole miss si tratta di un vero e proprio impegno a tempo pieno. I premi e i trofei – talvolta più alti delle vincitrici stesse! – implicano vincite in denaro, contratti con riviste fashion e sponsor, e tutta una galassia di beni di lusso come vestiti, elettronica, ecc.. È un’industria da un miliardo di dollari l’anno.

Per questo motivo la controversia riguardante questi concorsi è tutt’ora aspra. In particolare, si è molto discusso della sessualizzazione infantile messa in scena in questi eventi, soprattutto in relazione alla pedofilia. In questo strano e assurdo contesto, infatti, i genitori possono trasformare le loro figliolette di cinque anni in vere e proprie femmes fatales, con rossetti di fuoco e ciglia lunghissime, tacchi alti e abiti da sera, rendendole per così dire “sexy”. Cercando, cioè, di fare delle loro bambine proprio quello che terrorizza gli altri genitori: un oggetto del desiderio.