Dirty Dick, l’uomo che smise di lavarsi

Questo articolo è apparso originariamente su The LondoNerD, il blog italiano dedicato ai segreti di Londra.

Ho all’incirca un’ora per portare a termine la missione.
Uscito dalla stazione della metro di Liverpool Street, mi guardo attorno in attesa che le pupille si adattino al riverbero della strada. In questo momento la luce è stranamente forte, nonostante le nubi londinesi si adagino sui palazzi vittoriani come una tela cerata. O come un sudario, mi viene da pensare — un’associazione naturale, dato che mi trovo a pochi passi dalle zone (gli slums ottocenteschi tra Whitechapel e Spitafields) in cui era attivo lo Squartatore.
La mia missione però non ha nulla a che fare con il vecchio Jack.
L’incarico mi è stato affidato da The LondoNerD in persona: sapendo che avrei avuto un po’ di tempo libero prima della mia coincidenza, mi ha scritto un laconico messaggio:

Dovresti andare da Dirty Dicks. E scendere nella toilette.

Chiariamo: avere come amico The LondoNerD è sempre una garanzia, quando ci si trova nella capitale britannica. Le sue dritte sono spesso più preziose di quelle di chi a Londra ci vive davvero.
Tuttavia devo ammettere che recarmi nei cessi di un posto chiamato Dirty Dicks (c’è bisogno di tradurlo?) non è esattamente una prospettiva che mi riempie di entusiasmo.

Ma d’altro canto in quella proposta deve per forza nascondersi qualcosa che può risvegliare il mio interesse. Un segreto macabro, molto probabilmente.
Per chi non mi conosce, è di questo che mi occupo: di cose macabre e bizzarre. Il mio (poco serio) biglietto da visita recita: Esploratore del perturbante, collezionista di meraviglie.

La collezione a cui fa riferimento il biglietto è certamente composta di oggetti concreti, provenienti da tempi lontani e latitudini esotiche, stipati nei miei armadietti; ma è anche una metafora per le strane storie dimenticate che raccolgo e racconto da tanti anni — storie che dimostrano come il mondo non abbia in realtà mai smesso di essere un luogo incantato e straripante di sorprese.

Ma lasciamo stare, il tempo stringe.

Mi dirigo a veloci falcate verso il Dirty Dicks, al 202 di Bishopsgate. E non è una gran scoperta constatare che, con un nome simile sulle insegne, la facciata del locale sia tra le più fotografate dai turisti, fra risatine e ammiccamenti finto-puritani.

La lavagna all’entrata rimarca una verità troppo spesso ignorata: “Le persone smilze sono più facili da rapire — vai sul sicuro — mangia una braciola di maiale!

Non sono affatto paranoico (non potrei esserlo, visto che passo il mio tempo tra mummie, cripte e musei anatomici), ma decido comunque di seguire il consiglio, che mi sembra di una logica ferrea.

L’interno del Dirty Dicks coniuga la classica atmosfera da pub inglese con un arredamento rétro, singolare e vagamente hipster. Vecchie stampe alle pareti, mongolfiere sulla tappezzeria, un bel lampadario che penzola attraverso i due piani del locale.

Ordino velocemente, e mi dirigo alla famosa toilette.

L’anticamera dei bagni veri e propri è soffusa di una fioca luce giallastra, ma ecco che finalmente in un angolo riconosco l’obiettivo della mia missione. Il motivo per cui sono stato inviato qui.

Un armadietto a due ante, immerso nella semioscurità, è decorato con una scritta: “Nathaniel Bentley’s Artefacts”.

Qui dentro è così buio che perfino a occhio nudo è quasi impossibile distinguere cosa contengano le vetrine. (Provo a scattare qualche foto, ma il sensore, spinto al limite delle sue capacità, restituisce soltanto immagini confuse — di cui mi scuso con il lettore.)

Riconosco, questo sì, un gatto mummificato. Ed eccone un secondo. Ricordano il gatto e il topo morti dietro l’organo della Christ Church di Dublino e conservati nella stessa chiesa.

Qui di topi non ne vedo, ma c’è un inquietante scoiattolo rinsecchito che mi guarda con gli occhietti fuori dalle orbite.

E diversi animali tassidermizzati, uccellini, teschi di mammiferi, stampe naturalistiche antiche, chimere costruite con parti di bestie diverse, boccette e boccali contenenti non meglio specificati preparati che fluttuano nell’alcol intorbidito da chissà quanto tempo.

Cosa ci fa questo impolverato e ammuffito armadietto di curiosità, all’interno di un pub? Chi era Nathaniel Bentley, indicato dalla scritta come il creatore degli “artefatti”?

La vicenda di questa piccola e bizzarra collezione è strettamente legata alle origini del bar, e al suo infame nome.
Il Dirty Dicks ha infatti perso (in un’ottima e goliardica scelta di marketing) l’antico apostrofo genitivo che evidenziava il riferimento a un personaggio realmente esistito.
Dirty Dick era in realtà proprio il nostro misterioso Nathaniel Bentley.

Vissuto nel Diciottesimo Secolo, Bentley era il proprietario originario del pub, oltre a possedere un negozio di ferramenta e un magazzino adiacenti alla locanda. Dopo aver vissuto una gioventù spensierata da vero dandy, decise di prendere moglie. Ma, nel più drammatico degli scherzi del destino, la sua sposa morì il giorno stesso delle nozze.

Da quel momento in poi Nathaniel, sprofondato negli abissi di un lutto disperato, smise di lavarsi e di pulire la sua taverna. Divenne talmente famoso per la sua sporcizia da vedersi affibbiato il soprannome di Dirty Dick — e conoscendo lo stato igienico di Londra a quell’epoca, il lerciume della sua persona e del suo punto di ristoro dovevano essere davvero inimmaginabili.
Le lettere spedite al suo magazzino venivano semplicemente indirizzate a “The Dirty Warehouse”. Sembra che perfino Charles Dickens, nel suo Great Expectations, abbia preso ispirazione da Dirty Dick per il personaggio di Miss Havisham, la sposa abbandonata all’altare che rifiuta di togliersi l’abito nuziale per il resto della sua vita.

Nel 1804 Nathaniel chiuse tutte le sue attività commerciali, e se ne andò da Londra. Dopo la sua morte avvenuta nel 1809 a Haddington, Lincolnshire, il pub venne rilevato da altri gestori che decisero di lucrare sulla celebre leggenda urbana. Ricrearono il look dello squallido magazzino, mantenendo le bottiglie di liquori perennemente impolverate e ricoperte di ragnatele, e lasciando in giro (come simpatici oggetti d’arredo) i logori animali impagliati o mummificati che Dirty Dick non si era mai curato di buttare nell’immondizia.

Oggi che il Dirty Dicks si presenta lindo e curato, e gli unici odori sono quelli della buona cucina, le reliquie sono state spostate nell’armadietto di fianco ai bagni. A ricordo di una di quelle innumerevoli vicende, eccentriche e spesso tragiche, di cui è disseminata la storia di Londra.

Come cambiano i tempi. Adesso la specialità della casa non è più la sporcizia, ma l’invitante e deliziosa pork T-bone ricoperta di champignon che mi attende quando ritorno al mio tavolo.

E che affronto di buona lena, giusto per scongiurare eventuali rapimenti.

The LondoNerD è un blog giovane ma già pieno di spunti meravigliosi: storie strambe, curiose e poco conosciute sulla capitale britannica. Seguitelo su Facebook e Twitter, non ve ne pentirete. 

Wunderkammer Reborn – Parte II

(Seconda e ultima parte – potete trovare la prima qui.)

Nell’Ottocento, le grandi wunderkammer scomparvero.
Le collezioni finirono disassemblate, vendute ai privati o integrate nei nascenti musei moderni. La scienza, disciplina ormai ben definita, perse interesse per il genere di meraviglia barocca di un tempo, forse ritenuta puerile rispetto alla più seria e impegnata prospettiva positivista.
Il collezionismo continuò in maniera sporadica e del tutto marginale durante il primo Novecento. Qualche raro antiquario, soprattutto in Belgio, nei Paesi Bassi o a Parigi, commerciava ancora in occasionali mirabilia, ma l’epoca d’oro era passata da un pezzo.
Tra gli sparuti collezionisti di questa prima metà del secolo il più celebre è André Breton, il cui cabinet di curiosità è ora esposto al Centre Pompidou.

L’interesse per le wunderkammer comincia a risvegliarsi durante gli anni ’80, e arriva da due fronti ben distinti: quello accademico, e quello artistico.
Da una parte gli studiosi di museologia iniziano a riconoscere il ruolo delle wunderkammer come antesignane delle collezioni museali odierne; dall’altra alcuni artisti si lasciano affascinare dal concetto di camera delle meraviglie e lo utilizzano nelle loro opere come metafora del rapporto tra l’uomo e gli oggetti.
Ma il vero boom avviene con internet. Il “movimento” delle neo-wunderkammer nasce e si sviluppa sulla rete, grazie alla quale è possibile non soltanto condividere conoscenze ma anche dare nuova linfa al mercato di oggetti di curiosità.

Diamo innanzitutto un’occhiata, come abbiamo fatto per le collezioni classiche, ad alcuni elementi concettuali delle neo-wunderkammer.

Una wunderkammer democratica

La prima macroscopica differenza con il passato è che il collezionismo di curiosità non è più appannaggio esclusivo di facoltosi milionari. Certo, esiste un mercato di altissimo profilo (a cui la maggior parte degli appassionati non avrà mai accesso); ma la buona notizia è che oggi chiunque abbia una connessione internet possiede già i mezzi per cominciare una sua piccola collezione. Grazie alla rete, perfino un teenager può creare il suo scaffale di meraviglie. Tutto ciò che serve è un po’ di pazienza e buona lena per scandagliare i vari siti di articoli naturalistici o di aste online alla ricerca di buone occasioni.

Esistono libri per bambini, attività scolastiche e corsi specifici che incoraggiano anche i più piccoli a iniziare questo genere di esplorazione delle meraviglie naturali.

Il risultato è un’idea di wunderkammer più democratica, alla portata di tutti i portafogli.

Reinventare gli exotica

Abbiamo parlato della categoria classica degli exotica, quegli oggetti provenienti da colonie distanti e da culture per l’epoca ancora misteriose.
Ma oggi, cos’è davvero esotico – cioè “che resta fuori, che è lontano”? Dopotutto viviamo in un mondo in cui le distanze hanno perso significato, e per viaggiare non occorre nemmeno più spostarsi: in una manciata di secondi e pochi clic, possiamo esplorare virtualmente qualsiasi luogo, da una mulattiera sulle Ande alle giungle del Borneo.

S tratta di un dilemma fondamentale per i collezionisti, perché la globalizzazione rischia di elidere una fetta importante del concetto stesso di meraviglia. Le loro strategie, messe in atto consciamente o meno, sono molteplici.
Alcuni collezionisti hanno rivolto il loro sguardo all’unico vero spazio “esterno” che rimane, cioè il cosmo, impegnandosi nella ricerca di memorabilia provenienti dall’epoca eroica della Corsa Spaziale. Tute da astronauti, apparecchiature provenienti da varie missioni spaziali, o addirittura dei frammenti di Luna.

Altri spingono nella direzione opposta, verso il passato più remoto, e la domanda di fossili di dinosauri è in costante crescita.

Ma esistono altri exotica più vicini a noi – anzi, che riguardano direttamente la nostra stessa società.
Esotismo interno: un ossimoro solo in apparenza, se si considera che perfino gli antropologi hanno ormai da tempo rivolto gli strumenti dell’etnologia all’Occidente moderno (si pensi per esempio a Marc Augé). Cercare ciò che è esotico nella nostra stessa cultura significa spingersi verso le zone liminali, le fringe realities del nostro tempo o del recente passato.

Ecco dunque la fascinazione per determinati oggetti “tabù” riguardanti per esempio il crimine (armi del delitto, oggettistica investigativa, memorabilia di serial killer) o la morte (oggettistica funeraria, collezionismo di corredi da lutto vittoriani); la sotto-categoria dei medicalia che si interessa delle quack cures, i rimedi alternativi (e spesso spaventosi, dalla nostra prospettiva) che si vendevano nella prima metà del Novecento, come ad esempio le terapie elettriche o i prodotti farmaceutici radioattivi.

Collezione di Jessika M. – foto Brian Powell, dal libro Morbid Curiosities (courtesy P. Gambino)

Collezionismo funerario.

Kit per la Violet wand, la cui scarica elettrica a basso voltaggio avrebbe dovuto essere la panacea di tutti i mali.

Anche la categoria dei curiosa, vale a dire gli oggetti erotici vintage o antichi, è un esempio di exotica provenienti dal nostro stesso passato recente, ormai trasfigurato.

Il dialogo tra gli oggetti

Costruire una wunderkammer oggi è un progetto eminentemente artistico. L’interesse scientifico o antropologico, per quanto rilevante, è divenuto inscindibile dall’estetica.

C’è una maggiore attenzione generale all’interazione fra gli oggetti, rispetto al passato. Un dipinto può interagire con un oggetto piazzato di fronte a esso; una maschera tribale può esser fatta “dialogare” con un altro pezzo simile proveniente però da una tradizione completamente diversa. C’è senza dubbio una certa dose di irriverenza postmoderna in questo approccio, perché quando si aprono le porte delle wunderkammer all’oggettistica di cultura pop, e la si esibisce al fianco di raffinate e preziose antichità, il critico d’arte serioso non può che rabbrividire (vedi la particolare iconoclastia di Victor Wynd).

Un esempio a mio avviso paradigmatico di questa ricerca di maggiore interazione sono gli accostamenti “avventurosi” sperimentati dall’amico Luca Cableri (l’uomo che ha portato la Luna in Italia), alla cui intervista rimando per approfondire l’argomento.

Indossare una wunderkammer

Anche la moda, sempre sensibile ai nuovi trend, ha intercettato alcuni aspetti del mondo delle wunderkammer. Grazie soprattutto alle sottoculture goth e dark, si trovano oggi accessori, gioielli e monili prodotti a partire da oggetti naturalistici: ormai non si contano i negozi artigianali su Etsy, eBay o Craigslist in cui è possibile acquistare spille e collane con teschi, piccole tassidermie indossabili e altri corredi di vestiario.

Arte concettuale e imbalsamatori folli

Dicevamo che il rinnovato interesse proviene anche dal mondo dell’arte, che ha individuato nella forma-wunderkammer un efficace quadro teorico per parlare della modernità.
Il nome più celebre è ovviamente quello di Damien Hirst, che ha sfruttato il concetto sia nei suoi iconici animali conservati in liquido che nelle caleidoscopiche composizioni di lepidotteri e farfalle; ma anche For The Love of God, il teschio tempestato di diamanti, è una curiosità smodatamente preziosa che non avrebbe certo sfigurato nelle camere del tesoro del Cinquecento.

Hirst non è certo l’unico a rifarsi all’estetica delle wunderkammer. Mark Dion, ad esempio, crea dei veri e propri armadietti delle meraviglie per l’epoca attuale: a essere messi sotto formalina nelle sue opere non sono più degli esemplari naturalistici ma le loro repliche in plastica oppure oggetti di uso comune, dagli spazzoloni per pulire i pavimenti ai vibratori in gomma. Dion costruisce così una sorta di museo del consumismo in cui – ancora una volta – Natura e Cultura collidono e a tratti si confondono, ormai senza speranza di essere distinte l’una dall’altra.

Rosamund Purcell ha invece dato vita a un’installazione che ricrea in 3D il museo di Ole Worm del Diciassettesimo Secolo: reinvenzione e replica di un’illustrazione, “doppio” postmoderno e simulacro iperreale che permette di entrare all’interno di una delle più famose incisioni relative alle wunderkammer.

Oltre all’arte, per così dire, “alta” – quella quotata nelle case d’asta ed esposta dalle gallerie più prestigiose – assistiamo anche a uno svecchiamento di altri settori più artigianali.
È il caso dell’arte tassidermica, che sta conoscendo una nuova gioventù: oggi si moltiplicano i corsi e i workshop di tassidermia.

Ricordate che nella prima parte parlavo di tassidermia come domesticazione degli aspetti più spaventosi della Natura? Bene, a detta di chi vi partecipa, questi corsi sono un modo per esorcizzare la paura della morte su piccola scala, attraverso il contatto e l’attività creativa. (Ritorneremo su questo elemento tattile.)
Un’ulteriore spinta innovativa è arrivata poi dall’ennesimo movimento digitale, la Rogue Taxidermy.

La tassidermia “artistica” (non tradizionale), è sempre esistita, dai finti mirabilia come le sirene essiccate e le Jenny Haniver ai diorami antropomorfi di Walter Potter. Ma i nuovi tassidermisti rogue portano il tutto su un altro livello.

Nata inizialmente nel 2004 come un consorzio di tre artisti – Sarina Brewer, Scott Bibus e Robert Marbury – interessati alla tassidermia nel senso più ampio (Marbury per esempio non usa nemmeno veri animali, ma giocattoli di peluche), la rogue taxidermy è diventata in breve tempo un movimento internazionale grazie alla cassa di risonanza della rete.

Le chimere di questi artisti, sempre più estreme e fantasiose, sono in verità delle meta-tassidermie: esibendo il medium in maniera così palese, sembrano interrogarci riguardo al nostro rapporto con gli animali. Un rapporto che, rispetto al passato, è profondamente cambiato ed è oggi improntato un maggiore rispetto e attenzione all’ambiente. Uno dei principi fondamentali della rogue taxidermy è infatti l’esclusivo utilizzo di fonti etiche per i materiali, vale a dire che gli animali utilizzati in queste preparazioni sono tutti morti di morte naturale. (Per approfondire, c’è un bel volume che espone l’evoluzione e i principali artisti della corrente.)

Wunderkammer Reborn

Rimane dunque il quesito fondamentale da affrontare: perché, dopo cinque secoli, le wunderkammer stanno godendo di un tale successo proprio ora? È soltanto una moda rétro e nostalgica, simile alla frivola infatuazione per il vintage di tante sottoculture (sì, cari hipster, sto guardando voi) oppure l’attrattiva risiede in un’urgenza più profonda?

È forse presto per azzardare ipotesi, ma ci provo ugualmente: è mia convinzione che il motivo della rinascita delle wunderkammer sia da ricercare in una duplice esigenza. Da una parte il bisogno di ripensare la morte, e dall’altra il bisogno di ripensare l’arte e la narrazione.

Ripensare la morte
(e perché no, già che ci siamo, addomesticarla)

L’antropologo svizzero Bernard Crettaz è stato tra i primi a dar voce al bisogno sempre più diffuso di infrangere la “segretezza tirannica”, tipica del Ventesimo secolo, riguardo alla morte: nel 2004 organizzò a Neuchâtel il primo Café mortel, un evento gratuito in cui i partecipanti potevano parlare di come si affronta una perdita, e discutere le loro paure ma anche le loro curiosità sull’argomento. Basandosi sul lavoro e sulle idee di Crettaz, Jon Underwood inaugura nel 2011 il primo Death Café britannico. Il modello incontra da subito l’entusiasmo del pubblico, e ad oggi si contano quasi 5000 eventi svoltisi in 50 paesi del globo.

Dagli Stati Uniti, nel frattempo, arriva il Death-Positive Movement vero e proprio.
Originatosi dalla volontà di ripensare da zero l’industria funeraria statunitense, verso la quale la fondatrice Caitlin Doughty è manifestamente critica, il movimento si propone di sollevare il tabù che pesa sul tema della morte, e favorire una riflessione aperta sugli argomenti correlati e sulle problematiche riguardanti il fine vita. (Forse conoscete il mio coinvolgimento personale nel movimento, al quale ho contribuito in diverse occasioni: potete leggere la mia intervista a Caitlin e il mio report dal Death Salon di Filadelfia).

Cosa ha a che fare il tabù della morte con le collezioni di meraviglie?
Nel corso degli anni ho avuto l’occasione di parlare con molti collezionisti. Quasi tutti ricordano “come fosse ieri” l’emozione di tenere fra le mani il primo pezzo della collezione, quel pezzoche ha dato avvio alla loro ossessione. E in grande maggioranza si tratta di un oggetto naturalistico – lo scheletro di un animale, una preparazione tassidermica, ecc.: come dice un amico collezionista, “il primo teschio non si scorda mai”.

L’elemento tattile è tanto fondamentale adesso quanto lo era nelle wunderkammer classiche, in cui il pubblico era invitato a studiare, esaminare, toccare in prima persona gli esemplari.

Possedere un teschio di animale (o perfino umano) è un modo innocuo e “sicuro” per prendere confidenza con la concretezza della morte. Questo potrebbe essere il motivo per cui l’elemento macabro delle wunderkammer, che era del tutto marginale secoli fa, oggi diviene spesso un aspetto preponderante.

Collezione di Ryan Matthew Cohn – foto Dan Howell & Steve Prue, dal libro Morbid Curiosities (courtesy P. Gambino)

Ripensare l’arte: estetica della Meraviglia

Dopo il declino delle arti figurative, dopo la riproducibilità industriale della pop art, dopo l’avvento del ready-made, ormai l’arte concettuale è arrivata al suo confine estremo, dando il colpo di grazia al significato. Molti artisti contemporanei hanno di fatto svincolato una volta per tutte l’arte non solo dalla manualità, dall’artistry (maestria), ma anche dall’idea che l’arte debba per forza veicolare un messaggio.
Pura forma, puro significante, le nuove opere concettuali sono problematiche perché ambiscono a mettere un punto finale alla storia dell’arte come la conosciamo. Impossibili da capire, perché sono pensate per sottrarsi a qualsiasi discorso.
È difficile dunque immaginare in che modo la ricerca artistica supererà questo vuoto fatto di algida apparenza, lucidità scintillante ma sempre e solo di superficie; quale orizzonte si potrà aprire, al di là delle aste milionarie, delle artistar e delle impennate di mercato decise a tavolino dai mega-galleristi e mega-collezionisti.

Personalmente mi pare che la passione per le wunderkammer sia un modo per ritornare alle narrative, al significato. Un antidoto al ready-made e alla soverchiante superficie. Perché un oggetto è degno di figurare in una camera delle meraviglie soltanto in virtù della storia che racconta, della meraviglia che suscita, della vertigine che spalanca di fronte a noi.
Credo di riconoscere in questo genere di collezionismo un desiderio profondo di ridonare alla realtà il suo incanto perduto.
Perduto? No, la realtà non ha mai smesso di essere meravigliosa, è il nostro sguardo che ha bisogno di essere rieducato.

Da Cabinets de Curiosités (2011) – foto C. Fleurant

Ecco, la wunderkammer è in fondo soltanto una collezione di oggetti, e in un oceano di oggetti viviamo già sommersi.
Ma è anche uno strumento (com’era un tempo, com’è sempre stata), una lente d’ingrandimento per conoscere il mondo e noi stessi. Negli oggetti strani o bizzarri, il collezionista ricerca una dimensione magico-narrativa che si oppone all’omologazione e alla serialità della produzione di massa. Che se ne renda conto o meno, nell’essere sensibile alle storie che gli oggetti celano, alle emozioni che trasmettono, alla loro unicità, il collezionista di wunderkammer sta compiendo un atto di resistenza: perché dare valore all’eccezione, all’esotismo, significa cercare prospettive inedite a dispetto della Visione Condivisa.

Da Cabinets de Curiosités (2011) – foto C. Fleurant

Wunderkammer Reborn – Parte I

Come mai il nuovo millennio ha visto risvegliarsi l’interesse per le “camere delle meraviglie”? Perché un genere di collezionismo così antico, tipico del periodo compreso tra Cinquecento e Settecento, mantiene il suo fascino nell’epoca di internet e della virtualità? E quali sono le differenze fra le wunderkammer classiche e le neo-wunderkammer attuali?

Mi sono recentemente trovato ad affrontare questi argomenti in due contesti diametralmente opposti.
Il primo, un seriosissimo convegno sulle discipline della conoscenza nella prima Età moderna, presso l’Università di Padova; il secondo, un festival di illusionismo e meraviglia organizzato a Fontanellato da un mentalista e da un wonder injector. In quest’ultima occasione ho allestito un tavolino con una micro-wunderkammer (davvero minima, ma è quello che mi stava in valigia!) in modo che, dopo la conferenza, il pubblico potesse vedere e toccare con mano qualche oggetto curioso.

Due ambiti tradizionalmente piuttosto distanti fra loro – il milieu accademico e il mondo dell’intrattenimento (anche se pensato con l’intento di “fare cultura”, come nel caso di Stupire) – hanno entrambi dedicato spazio alla discussione del fenomeno, il che mi sembra indicativo di una sua rilevanza.
Ho pensato dunque di riassumere a grandi linee, per chi non è potuto venire agli appuntamenti, i miei interventi sul tema.

Per motivi pratici dividerò il tutto in due post.
In questo, cercherò di delineare quelle che a mio avviso sono le principali caratteristiche delle wunderkammer storiche – o, meglio, i concetti su cui vale la pena riflettere.
Nel prossimo post affronterò invece le neo-wunderkammer del Ventunesimo Secolo, per provare a individuare quali possano essere i motivi di questa peculiare “rinascita”.

Mirabilia

Ovviamente il concetto fondamentale delle wunderkammer, fin dal loro nome, era quello di meraviglia; dai “gabinetti” nobiliari di Ferdinando II d’Austria o Rodolfo II fino alle collezioni più marcatamente scientifiche come quelle di Aldrovandi, Cospi, o Kircher, il fine delle wunderkammer antiche era prima di tutto stupire il visitatore.

Si trattava di un modo per impressionare gli ospiti di corte, ostentando l’opulenza e la fastosa ricchezza di chi assemblava la wunderkammer: in effetti la camera delle meraviglie deriva dall’evoluzione delle camere del tesoro (schatzkammer) e delle grandi collezioni d’arte del Quattrocento (kunstkammer).

Questa predilezione per gli oggetti costosi e rari finì per generare un fiorente mercato internazionale di articoli naturalistici ed etnologici provenienti dalle colonie.

Il teatro del mondo

La wunderkammer, però, aspirava anche a essere una sorta di microcosmo capace di rappresentare la totalità dell’universo conosciuto, o perlomeno di rimandare all’incredibile assortimento di creature e di forme presenti nella natura. Samuel Quiccheberg, nel suo trattato sull’allestimento di un utopico museo, utilizzò per primo la parola “teatro”, ma in realtà – come si vedrà più avanti – quella della rappresentazione teatrale è una delle idee cardine delle collezioni classiche.

In virtù di questa sua qualità di rappresentazione del mondo, la wunderkammer era anche intesa come un vero e proprio strumento di conoscenza, uno spazio d’indagine per i cosiddetti filosofi naturali.

Il sistema della conoscenza

Per quanto riguarda l’organizzazione dell’enorme quantità di materiale, inizialmente non si seguiva alcun ordine preciso, assecondando piuttosto i gusti e l’estro del collezionista stesso. Poco a poco, però, cominciò a farsi strada l’idea della catalogazione, implicando una prima distinzione fra tre macro-categorie conosciute come naturalia, artificialia e mirabilia, le quali si sarebbero in seguito perfezionate e ampliate in diverse altre classi (medicalia, exotica, scientifica, ecc.).

Naturalia

Artificialia

Artificialia

Mirabilia

Mirabilia

Medicalia, exotica, scientifica

Da questa sempre crescente necessità di distinguere, etichettare e catalogare prenderanno le mosse la tassonomia di Linneo, le dispute con Buffon, via via fino a Lamarck, Cuvier e infine la fondazione del Louvre, che sancisce la nascita del museo moderno come lo intendiamo oggi.

L’estetica dell’accumulo

L’aspetto forse più iconico e conosciuto delle wunderkammer era lo straordinario affollamento, quell’horror vacui che spingeva a non lasciare il minimo spazio vuoto nell’esposizione delle curiosità e delle bizzarrie raccolte in giro per il mondo.
Non soltanto, come dicevamo all’inizio, quest’estetica eccessiva era uno sfoggio di ricchezza, ma mirava anche a sbalordire e frastornare il visitatore. E lo stordimento era un momento essenziale: la meraviglia per l’universo, quel sentimento che era chiamato thauma, passa sì dallo stupore ma è inscindibile da un senso di inquietudine. Per accedere a questo stato di coscienza, da cui parte ogni filosofia, dobbiamo uscire dalla nostra zona di comfort.

Trovarsi confrontati di colpo con l’incredibile fantasia delle forme naturali, visivamente “aggrediti” dalla moltitudine impensabile degli oggetti, era un’esperienza che non poteva lasciare indifferenti. Estetica del Sublime, più ancora che del Bello; questa vertigine enciclopedica è il motivo per cui ad esempio Umberto Eco inserisce le wunderkammer fra gli esempi di “liste visive”.

Conservazione e rappresentazione

Uno degli scopi fondamentali di qualsiasi collezione era (ed è ancora) la conservazione degli esemplari e degli oggetti, ai fini di studio o per la posterità. Eppure ogni conservazione è già rappresentazione.

Quando entriamo in un museo, non ci rendiamo conto delle decisioni che sono state fatte a monte: eppure sono proprio queste che creano la narrativa del museo, il racconto che ci viene esposto sala dopo sala.

Le opzioni sono molteplici: quali esemplari conservare, quale tecnica utilizzare per conservarli (il risultato sarà differente a seconda che un campione biologico venga essiccato, tassidermizzato, o immerso in liquido), come raggrupparli, come allestire la loro esposizione?
Si tratta in definitiva di scegliere quali saranno gli attori, i costumi di scena, le scenografie, lo script interno del museo.

L’esempio più illuminante è senza dubbio la tassidermia, il simulacro per eccellenza: dell’animale non resta altro che la pelle, stesa su un manichino che mima le fattezze e la postura della bestia. Vengono applicati occhi di vetro per renderlo più convincente. Insomma, gli animali imbalsamati recitano la parte degli animali vivi. E non c’è, a ben vedere, più “realtà” in un elefante tassidermizzato che in uno dei moderni prop animatronici che vediamo nei musei di storia naturale.

Ma perché abbiamo bisogno di tutto questo teatro? La risposta sta nel concetto di domesticazione.

Domesticazione: Natura vs. Cultura

La natura si oppone alla cultura fin dai tempi degli antichi Greci. L’uomo occidentale ha sempre sentito la necessità di prendere le distanze da quella parte di sé che avvertiva come primordiale, caotica, incontrollabile, bestiale. I muri della polis chiudevano fuori la natura, mantenendo all’interno la cultura; non a caso i Barbari – esseri per metà uomini e per metà belve – erano etimologicamente coloro che “balbettavano”, che stavano fuori dal logos.

Il teatro, forma evoluta di rappresentazione, nasce ad Atene come sostituto degli antichi sacrifici umani (cfr. Réné Girard), e assolve ai medesimi compiti sacri: sublimare il desiderio animale di crudeltà e violenza. L’eroe tragico assume il ruolo di vittima sacrificale, e infatti il valore sacro delle tragedie è dimostrato dal fatto che assistervi era inizialmente obbligatorio per legge per ogni cittadino.

Il teatro è dunque il primo tentativo di domesticazione degli istinti naturali, di portarli letteralmente “dentro casa”, di includerli nel logos per disinnescarne la potenza antisociale. La natura diventa davvero piacevole e innocua solo se la raccontiamo, se la scenografiamo.

Ecco allora che un leone impagliato (cioè raccontato attraverso la finzione della tassidermia) è qualcosa che possiamo metterci in salotto senza timori. Tutto lo studio della natura, così come concepita nelle wunderkammer, era essenzialmente lo studio della sua rappresentazione.

Mettendola in scena, era possibile esercitare sulla natura un controllo altrimenti impossibile. Di conseguenza il simbolo delle wunderkammer, quel pezzo che non poteva mancare in alcuna collezione, era proprio il coccodrillo incatenato — imbrigliato e incapace di nuocere grazie ai legacci della Ragione, del logos, della conoscenza.

È interessante, in chiusura di questa prima parte, notare come la simbologia del coccodrillo fosse anch’essa in realtà mutuata dalla sfera del sacro. Questi rettili in catene apparvero inizialmente nelle chiese, e se ne possono ancora vedere diversi esemplari in Europa: in quel caso si trattava ovviamente di rimarcare la potenza e la gloria del Cristo che sconfigge Satana (e di impressionare i fedeli, che con ogni probabilità non avevano mai visto una simile bestia).
Esempio perfetto di tassidermia sacra; domesticazione come argine contro l’inconscio animalesco, peccaminoso; barriera fra gli istinti naturali e quelli sociali.

(Continua nella seconda parte)

Link, curiosità & meraviglie assortite – 7

Torna il mix di esotiche e bislacche trouvaille di Bizzarro Bazar, utili per intrattenere i vostri amici facendo quelli che hanno sempre storie strambe da raccontare. Mi raccomando, esibite un bel ghigno furbetto quando vi chiedono dove le andate a pescare.

  • Avevamo già detto dei conigli assassini a margine delle pagine dei libri medievali. Ora un divertente video (in inglese) svela il mistero dietro un altro grande classico dei manoscritti illustrati: i cavalieri che combattono contro le lumache. SPOILER: tutta colpa dei Longobardi.
  • Ayzad, essendo un esperto di sessualità alternative, ha sviluppato negli anni un certo aplomb nel discutere di pratiche erotiche estreme e assurde — nelle parole di Hunter Thompson, “quando le cose si fanno strane, gli strani diventano professionisti“. Eppure perfino uno scafato come lui è rimasto spiazzato dalla vicenda più weird e demenziale degli ultimi tempi: lo scandalo dei furry nazisti.
  • Nel 1973, Playboy chiese a Salvador Dalì di collaborare con il fotografo Pompeo Posar per un esclusivo servizio di nudo femminile. Il pittore ebbe carta bianca sul progetto, tanto da essere presente sul set per dirigere i lavori. Dalì manipolò poi gli scatti prodotti durante la sessione con la tecnica del collage. Il risultato è uno strano e gustosissimo distillato di surrealismo, uova, maschere, serpenti e discinte “conigliette”. Il Maestro, in una comunicazione alla rivista, si disse soddisfatto dell’esperienza: “Il significato del mio lavoro sta nella mia motivazione, che è tra le più pure — il denaro. Quello che ho fatto per Playboy è molto buono e la vostra paga è adeguata al compito.” (Grazie, Silvia!)

  • Continuando a parlare di fotografia, Robert Shults ha dedicato la serie di scatti The Washing Away of Wrongs al centro di studi sulla decomposizione umana più grande al mondo, il Forensic Anthropology Center presso la Texas State University. Le fotografie, in un bianco e nero altamente contrastato, in quanto scattate nello spettro al limite dell’infrarosso, sono davvero potenti e mostrano una qualità quasi onirica. Raccontano il lavoro difficile ma necessario degli studenti e dei ricercatori, impegnati a comprendere quali modificazioni subiscono i resti umani nelle più disparate condizioni: dati e informazioni sempre più precisi, che torneranno utili in ambito criminologico. Qualche foto in più in questo articolo, e qui il sito di Robert Shults.

  • Un’ultima segnalazione a tema fotografico. Lo svedese Erik Simander ha prodotto una serie di ritratti di suo nonno, da poco rimasto vedovo. La descrizione della solitudine di un uomo che ha appena perso la compagna di una vita viene affidata a piccoli  dettagli (il lavandino vuoto, ormai con un solo spazzolino da denti) che assumono però una carica definitiva e devastante; brevi tocchi poetici e laceranti, assieme delicati e dolorosi. D’altronde il lutto è un sentimento diverso per ognuno, e Simander dimostra un ammirevole pudore nell’osservare il limite, la soglia oltre la quale le emozioni si fanno troppo personali per poter essere condivise. Un lavoro eccelso, di un’umanità che incrina il cuore, e che ha inoltre il merito di affrontare un argomento (quello della perdita del partner nella terza età) ancora piuttosto tabù. Al cinema, il tema era già arrivato nel 2012 con lo spietato ed emotivamente impegnativo Amour di Michael Haneke.
  • Parlando di vedovi, ecco un ottimo articolo (in inglese) su un altro aspetto molto poco esplorato: l’improvviso sex-appeal di chi ha appena subito una perdita, e la confusione emotiva che ne può derivare.
  • Per ritornare ad argomenti più leggeri, ecco uno spettacolare puntaspilli trovato in un negozio di antiquariato (avvistamento e foto di Emma).

  • Per le vostre vacanze siete alla ricerca di un posticino appartato, da Mille e una notte? Eccovi accontentati.
  • Preferite rimanere a casa con popcorn e patatine per una maratona di B-movie? Ecco una delle migliori liste che si possano trovare sul web. Avete la mia parola.
  • L’inimitabile Lindsey Fitzharris di Chirurgeon’s Apprentice ha pubblicato un grazioso post che racconta come funzionava la rimozione chirurgica dei calcoli all’epoca in cui l’anestesia non esisteva. Da leggere dimenandosi piacevolmente sulla sedia.
  • Ad Amsterdam c’è stata la Death Expo, con tutte le ultime novità in campo funerario. Tra le migliori proposte: la bara in stile IKEA, da montarsi da soli, ma soprattutto la bara sul cui coperchio si possono giocare giochi di società. (via DeathSalon)
  • Com’è come non è, ogni tanto sul WWW ci sono dei ritorni di fiamma. E così da qualche giorno (almeno nella mia “bolla” internettiana) ha ricominciato a fare capolino il serial killer portoghese Diogo Alves — capolino in senso letterale perché, precisamente, stiamo parlando della sua testa, conservata sotto formalina alla Facoltà di Medicina di Lisbona. Ma a strapparmi una risata è stata in particolare una delle “immagini correlate” suggerite dall’algoritmo di Google:

Diogo’s head…

…Radiohead.

  • Un ottimo articolo di Massimo Polidoro sulla vicenda dei mangiatori di uomini dello Tsavo. (Grazie, Bruno!)
  • E infine arriviamo alla notizia più succulenta: la mia città natale, Vicenza, mi riserva ancora qualche gradita sorpresa!
    Sulle colline poco distanti dalla città, nel comune di Arcugnano, è stato infatti scoperto un anfiteatro pre-romano rimasto sepolto per millenni… pensate che poteva contenere fino a 4300 spettatori e 300 attori, musicisti e ballerini… e pensate che c’è ancora il palco, sommerso sotto le acque del lago… e c’è anche una grotta capace di agire da megafono per gli attori, amplificando i suoni da 8 Hz a 432 Hz… e lì di fianco c’è anche il tempio di Giano… dove tra l’altro è nata la vera Giulietta, che poi si sarebbe innamorata di Romeo… e ci sono perfino numerose tracce di antiche divinità canine… e del passaggio di Giulio Cesare e di Cleopatra… e… e…
    E, perdonate l’insinuazione, non sarà mica una bufala, vero?


No, non è una semplice bufala, si tratta di una straordinaria bufala. Una di quelle trovate che meriterebbero un ammirato e lento applauso, se non fossero truffe.
Lo spirito creativo dietro all’anfiteatro è il proprietario del terreno, tale Franco Malosso von Rosenfranz (un nome che è già tutto un programma). Invece di accontentarsi del tradizionale abuso edilizio all’italiana — qualche classica villetta “tirata su” di nascosto — egli avrebbe avuto l’idea di inventarsi un ritrovamento archeologico per infinocchiare i turisti. Così, approfittando di un permesso per costruire un collegamento tra due appezzamenti, in modo da motivare il viavai di ruspe e camion, Malosso von Rosenfranz avrebbe scavato il suo teatro “antico”, con il progetto di aprirlo al pubblico a 40€ a visita, e di organizzarci grandi eventi.
Assieme all’iniziale entusiasmo e popolarità sui social, sono arrivate purtroppo anche le grane legali. E le prove a carico di Malosso sono apparse da subito così schiaccianti che è finito immediatamente a processo per abuso edilizio, manufatti eseguiti senza autorizzazione e contraffazione di opere d’arte.
Questo meraviglioso esempio di inventiva italiana verrà dunque smantellato e abbattuto; per ora resiste ancora il sito internet dell’anfiteatro, che è una divertente accozzaglia di fantastoria, pensata per appoggiare e dare spessore all’opera concreta. Un centrifugato di riferimenti a figure locali, celebri personaggi di epoca romana, mitologia da supermercato e (manco a dirlo) gli onnipresenti Templari.


L’ultima ironia è che qualcuno ad Arcugnano ancora lo difende, perché “almeno ora abbiamo un teatro“. D’altronde, come ricorda la pagina Wikipedia sull’abusivismo edilizio, “la stessa percezione di illegalità del fenomeno […] è considerata talmente tenue che il reato commesso non comporta reazioni di riprovazione sociale per rilevanti quote della popolazione. Questo malcostume in Italia ha danneggiato e continua a danneggiare l’economia, il paesaggio e la cultura della legalità e del rispetto delle regole“.
Qui sta proprio la genialità della farsa messa in piedi da quella faccia tosta di Malosso von Fronsefranz (che potete vedere intervistato su questa pagina): sfruttare il clima di post-verità per creare un abuso che non svilisce il territorio, ma che ne accresce, seppur falsamente, il patrimonio.
Insomma, l’avrete capito. L’intera storia mi diverte, in un certo senso. Il mio segreto, chimerico desiderio è che si tratti di un’incredibile installazione artistica, senza precedenti. E che Malosso un giorno cali la maschera, e dichiari che era tutto un grande esperimento per puntare il dito su un’Italia che non ha a cuore il proprio paesaggio, lascia cadere a pezzi le sue meraviglie archeologiche autentiche, ma è pronta a sostenere a gran voce quelle farlocche. (Grazie, Silvietta!)

Stupire! – Il Festival delle Meraviglie

Vi sono luoghi in cui i sedimenti del Tempo si sono venuti a depositare, con il fluire dei secoli, e che assumono un’atmosfera densa, stratificata anch’essa come le architetture di cui è possibile leggere le successive rielaborazioni: sembra quasi che in simili luoghi il passato non sia mai veramente passato, ma sopravviva ancora — o perlomeno ci immaginiamo di avvertire una sua impronta vestigiale.

La Rocca Sanvitale a Fontanellato (Parma) è uno di questi maestosi luoghi della meraviglia: teatro di congiure, battaglie, assedi, così come — certamente — di risate, amori, feste e spensieratezza; luogo d’arte (il Parmigianino fu chiamato ad affrescare le lunette della Saletta di Diana e Atteone nel 1523) e di scienza (a fine ‘800 il conte Giovanni Sanvitale installò nella torre sud una incredibile camera ottica, ancora oggi funzionante).
Qui la Storia si respira. Non ci si stupirebbe, insomma, nell’incontrare fra le stanze della Rocca uno di quei sbiaditi fantasmi che ripetono sempre lo stesso gesto, intrappolati all’infinito in una mestizia più profonda della morte stessa.

Ed è proprio fra le mura e le torri di questo castello che si terrà la prima edizione di Stupire!, il Festival delle Meraviglie: tre giorni ricchi di sorprese fra spettacoli, laboratori, esperimenti, incontri con mentalisti e scienziati pazzi. L’intento è quello di trasmettere cultura in modo divertente e inaspettato, impiegando gli strumenti dell’illusionismo.

Dietro all’iniziativa, sostenuta dal Comune di Fontanellato e organizzata in collaborazione con il Circolo Amici della Magia di Torino, ci sono due menti assolutamente fuori dall’ordinario: Mariano Tomatis e Francesco Busani.

Se seguite Bizzarro Bazar li conoscete già: sono entrambi apparsi su queste pagine, oltre a essere stati ospiti della mia Accademia dell’Incanto.
Mariano Tomatis (uno dei miei eroi personali) è il vulcanico wonder injector che sta rivoluzionando il mondo della magia restandone, per così dire, a margine. Per metà storico dell’illusionismo, per metà teorico della meraviglia, e per l’altra metà attivista dell’incanto, Mariano scandaglia le implicazioni psicologiche, sociologiche e politiche dell’arte magica riuscendo così a spostarne il baricentro verso nuovi e fecondi equilibri(smi). Da quest’anno il suo Blog of Wonders è gemellato con Bizzarro Bazar.
Se Mariano è il “teorico” del duo, il fidentino Francesco Busani è il mentalista vero e proprio, esperto di bizarre magick, indagatore dell’occulto e impareggiabile cantastorie. Come ha raccontato nell’intervista che mi ha concesso qualche mese fa, è anche stato fra i primi in Italia a proporre esperienze di mentalismo one-to-one. Dal sodalizio di questi due artisti è già nato il Progetto Mesmer, un laboratorio di illusionismo che sta riscuotendo ottimo successo. Il festival Stupire! è il coronamento di questa collaborazione, forse la loro impresa più visionaria.

Avrò l’onore di aprire le danze, venerdì 19 maggio, assieme a Mariano.
Durante l’incontro parlerò di collezionismo di curiosità, di oggetti macabri, di camere delle meraviglie antiche e di neo-wunderkammer. Porterò anche qualche pezzo interessante, direttamente dai miei armadietti aperti per l’occasione.

Nei giorni successivi, oltre alle conferenze e agli spettacoli di Busani e Tomatis (vanno davvero visti per comprendere la profondità che raggiungono attraverso la magia), il programma prevede: l’arte manipolatoria e le ombre cinesi di Diego Allegri, la street magic di Hyde, il Professor Alchemist e i suoi folli esperimenti; chiude il festival Gianfranco Preverino,  tra i massimi esperti mondiali sulle tecniche dei bari nel gioco d’azzardo.
Ma l’evento non è soltanto limitato al castello. Sabato e domenica saranno le strade di Fontanellato a farsi teatro delle imprevedibili azioni di guerrilla magic del collettivo Double Joker Face: esibizioni a sorpresa in spazi pubblici, progettate per creare sconcerto tra i passanti.
Se ancora non bastasse, sabato e domenica per tutto il giorno fuori dalla Rocca chi è alla ricerca di qualche piccola stranezza dimenticata potrà setacciare le bancarelle del mercatino magico e dell’antiquariato.

Infine, lo slogan di Mariano Tomatis “la Magia al popolo!” si incarna in un ultimo, gradito abracadabra: tutti gli eventi di cui avete letto qui sopra sono assolutamente gratuiti, fino a esaurimento posti.
Tre giorni di cultura, illusionismo e meraviglia in un luogo in cui, come dicevamo all’inizio, la Storia è tutta attorno. Un week-end che probailmente lascerà i partecipanti con occhi più inclini all’incanto.
Perché non è al mondo che va restituita la magia, ma al nostro sguardo.

Qui potete trovare il programma dettagliato, assieme ai link per prenotare gratuitamente i posti a sedere.

Visitatori dal futuro

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su #ILLUSTRATI n. 42, Visitors.

Se potessimo comunicare, attraverso il tempo, con gli umani dell’anno 8113, riusciremmo a spiegarci?
E mettiamo il caso che ogni traccia della nostra attuale civiltà fosse stata cancellata: come potremmo far comprendere a questi lontani discendenti, a questi veri e propri alieni, il nostro presente?

Nel 1936 questa domanda prese forma nella mente del Dr. Thornwell Jacobs, allora preside della Oglethorpe University in Georgia, USA. Da qui la sua decisione di realizzare un compendio di tutto il sapere umano disponibile all’epoca. Ma c’è dell’altro: pensò che sarebbe stato opportuno fornire agli uomini del futuro un vasto assortimento di oggetti significativi, che potessero dare un’idea chiara degli usi e costumi del Ventesimo secolo.
L’impresa non era affatto semplice. Pensateci: cosa includereste nel vostro museo virtuale, per sintetizzare la storia della razza umana?

Con l’aiuto di Thomas K. Peters, fotografo, produttore cinematografico e inventore, il Dr. Jacobs passò tre anni a preparare la sua raccolta di materiali. La lista degli oggetti recuperati si faceva via via sempre più impressionante; includeva alcuni elementi che oggi potrebbero stupirci ma che evidentemente ai due curatori sembrava essenziale rendere noti agli uomini del nono millennio.

C’erano 600.000 pagine di testo in microfilm, 200 libri di narrativa, disegni di tutte le maggiori invenzioni meccaniche, una lista di sport e passatempi in voga durante il secolo scorso, pellicole che mostravano eventi storici e brani audio dei discorsi di Hitler, Mussolini, Roosevelt, Stalin. E ancora: fotografie aeree delle principali città del mondo, occhiali, dentiere, protesi artificiali per le braccia o le gambe, strumenti di navigazione, semi di fiori e piante, vestiti, macchine da scrivere… fino alle birre Budweiser, la carta di alluminio, la vaselina, le calze di nylon e i giocattoli di plastica.

I due uomini si dedicarono poi a sigillare in barattoli ermetici di acciaio e vetro questa montagna di oggetti, riempiendo di azoto alcuni dei recipienti per prevenire l’ossidazione dei materiali. Infine posizionarono il loro “museo”, contenente ben sei millenni di conoscenze umane, in una cripta negli scantinati del Phoebe Hearst Memorial Hall. Non dimenticarono di collocare un marchingegno chiamato Language Integrator proprio di fronte all’ingresso: sarebbe servito a insegnare l’inglese agli storici del futuro nel caso – piuttosto probabile – che la lingua di Shakespeare non fosse più in auge.

Il 25 maggio 1940, questa stanza venne ufficialmente chiusa. Una placca, fissata sull’enorme porta a tenuta stagna, specificava che non c’erano né oro né preziosi al suo interno. La prudenza non è mai troppa.

Lo strano e inaccessibile museo esiste ancora e, se tutto va per il verso giusto, rimarrà inviolato fino all’anno 8113, data indicata anche sull’iscrizione.
Già, ma perché proprio quest’anno?
Il Dr. Jacobs aveva considerato il 1936 come punto di mezzo di un’ipotetica linea del tempo e aveva raddoppiato il periodo già passato dalla nascita del calendario egizio, vale a dire 6177 anni.

Quella della Oglethorpe University fu la prima “capsula del tempo” mai costruita. L’idea ebbe vasta risonanza e seguirono molti altri tentativi di conservare l’identità e le conoscenze umane per il futuro, seppellendo simili campionari di ricordi e conoscenze.

Gli homo sapiens saranno ancora nei paraggi nell’anno 8113? Che aspetto avranno? E saranno davvero interessati a sapere come si viveva negli anni ’40 del Ventesimo secolo?
Più che le fantascientifiche visioni del futuro (utopiche o distopiche) che le capsule del tempo suggeriscono, il loro fascino risiede in quello che ci raccontano della loro stessa epoca. Un periodo ottimista, permeato da una fiducia nel progresso non ancora incrinata dalle catastrofi della Seconda guerra mondiale, dagli olocausti e dagli orrori nucleari, un’epoca ignara delle infinite tragedie a venire. Un tempo in cui si poteva ancora credere, con entusiasmo, di suscitare almeno un po’ di ammirazione e curiosità nei nostri discendenti.

Impossibile, oggi, pensare in termini umani a un futuro così distante. Già con la tecnologia in nostro possesso stiamo mutando, come specie, in modi insospettabili fino a poco tempo fa. Già stiamo modificando il sistema, ecologico e sociale, su una scala senza precedenti.
E se nonostante tutto vogliamo proprio immaginarci un “visitatore” dell’anno 8113… non è così insensato supporre che guardando a noi, suoi lontani antenati, lo vedremmo rabbrividire.

(Grazie, Masdeca!)

Luca Cableri, il cercatore di meraviglie

Luca Cableri è un uomo divorato da una sconfinata passione.
Gallerista e collezionista, studia la storia delle wunderkammer da decenni; eppure quando ne parla, i suoi occhi si illuminano ancora. Chi si ostina a voler cercare la meraviglia, lo fa anche perché rifiuta di dimenticare lo sguardo del bambino — del bambino che era, del bambino che tutti siamo stati.

La più spettacolare creazione di Luca è Theatrum Mundi, una wunderkammer atipica e originale che si trova in pieno centro storico ad Arezzo.
Appena varcata la soglia della galleria, si entra in uno spazio straniante: sotto le bellissime volte affrescate del palazzo signorile che ospita questa collezione, si possono ammirare meraviglie antiche e moderne — scheletri di dinosauri e tute spaziali, edizioni originali del Monstorum historia dell’Aldrovandi e forchette per il cannibalismo rituale, tassidermie esotiche e installazioni di design contemporaneo.

Questi accostamenti “eretici” tra oggetti di museologia classica e rimandi alla cultura pop non sono affatto arbitrari, ma seguono una filologia che vuole dar conto dell’evoluzione che il concetto stesso di meraviglia ha subìto attraverso i secoli. Se il coccodrillo imbalsamato appeso al soffitto era un tempo una vera e propria icona dello stupore (nessuna wunderkammer poteva dirsi completa senza un coccodrillo o un dente di narvalo!), il collezionista moderno non può ignorare le declinazioni attuali di meraviglia: ecco perché Theatrum Mundi propone anche reperti dell’era spaziale, o cimeli relativi alle arti più giovani, come il cinema.

Luca insegue questa sua estetica con spirito surrealista e un po’ irriverente, esponendo per esempio una maschera sciamanica di fianco a quella utilizzata nel film The Mask con Jim Carrey.

Theatrum Mundi testimonia quindi l’attualità del concetto di wunderkammer, e ha il grande merito di proporre un tentativo di svecchiamento. Con questo suo personale modo di infondere nuova vita al collezionismo di curiosità, Luca sta anche invitandoci a cercare il nostro.

A ottobre ho invitato Luca a parlare all’Accademia dell’Incanto, presso la galleria di Giano Del Bufalo; e nonostante tutte le nostre serate abbiano avuto un ottimo riscontro, il suo talk ha registrato il tutto esaurito nel giro di poche ore dall’apertura delle prenotazioni.
Visto l’interesse, ho pensato dunque di fargli qualche domanda per Bizzarro Bazar, anche a beneficio di chi non ha potuto partecipare alla sua lezione su come si “reinventa” una wunderkammer.

Ricordi com’è iniziata tua passione per le camere delle meraviglie?

Tutto è iniziato da piccolissimo, mio padre mi portava al fiume dove incominciai a raccogliere sassi e bastoncini dalle forme strane e quasi aliene; poi ci fu l’epoca delle conchiglie, e in seguito, in età adolescenziale, mi cimentai con i collage, ritagliando dalle riviste le figure più bizzarre che colpivano la mia immaginazione.
All’università scoprii il concetto di wunderkammer e ne rimasi affascinato, mi documentai parecchio, incominciai a visitare mostre e musei… e così oggi faccio il raccoglitore di meraviglie.

Credo che il tuo lavoro sulla galleria Theatrum Mundi abbia soprattutto il merito di smentire un assioma che molti danno per scontato: che il collezionismo di wunderkammer sia un sottogenere dell’antiquariato. Capita che i tuoi abbinamenti fra pezzi antichi e moderni facciano storcere il naso ai puristi?

La galleria Theatrum Mundi di Arezzo, che ho aperto con il mio socio Iacopo Briano, è stato un grande “azzardo ragionato” in un periodo di crisi non solo economica ma anche per l’antiquariato classico. Pensare di proporre meteoriti, tute spaziali, dinosauri, maschere precolombiane, sarcofagi egizi o oggetti originali del cinema è stato veramente innovativo, e quando si propone qualcosa di nuovo c’è sempre chi ti guarda con sospetto o ti critica. Tutto ciò che non si conosce o scardina la normalità all’inizio fa paura, destabilizza. Però molti antiquari classici, dopo aver storto il naso in un primo periodo, hanno incominciato ad apprezzare il nostro approccio alle wunderkammer. C’è anche l’indubbio vantaggio di poter esporre nella stessa stanza, con disinvoltura, un busto romano e la tuta originale di Batman, una maschera rituale della Nuova Guinea e un quadro d’arte contemporanea. L’importante è che gli oggetti siano messi in condizione di “parlare” tra loro.

Esiste davvero un’idea — un concetto unico, ben definito — di wunderkammer? C’è un elemento che può definire una collezione come “appartenente” a questo specifico genere di collezionismo?

L’elemento fondamentale che deve assolutamente caratterizzare la wunderkammer è ovviamente la meraviglia: gli oggetti devono essere stupefacenti, che sia per il loro aspetto, la storia o la loro funzione.
Furono i Principi e l’alta nobiltà i primi a racchiudere in una stanza tutte le curiosità dell’epoca per poter sorprendere i loro attoniti ed increduli ospiti.
Se consideriamo dunque il concetto classico di wunderkammer (nato dalle kunstkammer del Quattrocento per poi conoscere nel Sedicesimo secolo la massima espansione in tutta Europa) la caratteristica fondamentale era la presenza di quattro categorie. I naturalia erano oggetti della natura provenienti dalle Indie, dalle Americhe o dall’Africa. Pensa allo stupore degli europei di fronte al primo rinoceronte o alla giraffa. I mirabilia erano invece oggetti creati dall’uomo — pensiamo ai grandi lavori di oreficeria con cui gli artigiani creavano figure fantastiche e preziose. Con exotica si indicava tutto quello che veniva da lontano, oltre le colonne d’Ercole: i costumi dei nativi, la loro produzione artistica. E infine c’erano gli scientifica, oggetti della nuova scienza, astrolabi, mappamondi, cannocchiali, automi.
Nel XXI secolo, rimangono ancora valide queste categorie per poter parlare di stanza delle meraviglie, ma io ho voluto attualizzarle. Così includo nei naturalia anche dinosauri o fossili, nei mirabilia i prop originali dei film come la maschera di Dart Fener o la corazza del gladiatore di Russel Crowe; negli exotica, che in un mondo globalizzato come il nostro hanno perso la loro connotazione originale, trovano posto le meteoriti; e negli scientifica tutto quello che è legato alla conquista spaziale, come un pezzo di una navicella o una tuta spaziale che ha veramente viaggiato nel cosmo.
I miei sono solo degli esempi, ognuno è libero di creare la sua personale wunderkammer a seconda della sua personalità, gusto, cultura e inclinazioni collezionistiche. L’importante secondo me è non scordare le quattro categorie, altrimenti il tutto si riduce a un insieme eterogeneo di oggetti.

Nella mia esperienza, più cerchi la meraviglia, più la meraviglia ti viene incontro: le situazioni in cui ci si ritrova sono spesso paradossali o surreali. Qual è l’ultima cosa strana che ti è capitato di fare, in relazione alla tua collezione?

Anni fa comprai a Parigi un manichino-reliquario, il Niombo della statuaria Bwendè, un grande fantoccio antropomorfo fatto di tessuto e paglia. Mi piaceva la sua forma bizzarra e i tatuaggi dipinti sul busto. Inoltre aveva una storia pazzesca, si narrava che questi oggetti contenessero al loro interno i resti di un defunto sciamano che con le sue braccia faceva da tramite tra le divinità e il popolo.
Misi l’oggetto in catalogo, e qualche tempo fa mi chiamò un collezionista dal sud della Francia. Mi disse di essere interessato al Niombo ad una sola condizione: che all’interno dovevano esserci le ossa, perché altrimenti voleva dire che si trattava solo di un falso decorativo, creato apposta per i turisti creduloni degli anni cinquanta.
Presi il manichino e mi recai all’ospedale di Arezzo, in reparto radiografie. Tra la curiosità e l’ilarità generale facemmo i raggi X, incominciammo a scandagliare dai piedi per risalire alla testa senza risultato… poi all’ improvviso con grande sorpresa e stupore comparve l’agognato osso. Evviva!

Avventurarsi in questo tipo di ricerche ha, sempre per quanto mi riguarda, un ulteriore “appeal”, ed è il fattore umano. Le persone che si conoscono mentre si insegue un pezzo, un particolare oggetto. Alcuni tra i collezionisti sono eccentrici quanto le loro collezioni! Qual è la persona più curiosa che hai incontrato?

Sicuramente un collezionista americano con la passione per i minerali e i fossili. Una sera, durante una fiera mi invitò nel suo immenso ranch vicino a Tucson in Arizona e mi fece vedere la sua sterminata collezione. Rimasi strabiliato per la vastità e qualità degli oggetti, aveva praticamente tutto!
Dopo cena ci sedemmo all’aperto ad ammirare un meraviglioso cielo stellato sorseggiando una birra. A quelle latitudini, nel deserto e senza alcun inquinamento luminoso, la volta celeste sembra più vicina e più bella.
Lui ad un certo punto mi confida il suo sogno proibito: mi dice che c’è un minerale che ancora non possiede. Allora io chiedo quale sia, e lui mi indica la luna. Voleva un vero pezzo di luna. Incominciai una frenetica ricerca e trovai nell’est Europa un piccolo frammento donato da un presidente americano ad un ambasciatore… per poi scoprire a malincuore che era proibito fare commercio di materiale lunare. Allora ripiegai su uno straordinario frammento di meteore lunare per assecondare la richiesta del mio interlocutore.
Lui non si demoralizzò, anzi mi disse che negli anni seguenti avrebbe contattato degli ingeneri della Nasa in pensione, per farsi costruire un razzo privato che potesse atterrare sulla luna, prelevare un pezzetto e ritornare sulla terra!

Al di là delle diverse possibilità economiche, tutti i collezionisti che incontriamo sono così: eterni sognatori.
È per questo che spesso ricordo mio padre, che quand’ero ragazzo mi diceva: “sono curioso di sapere cosa farai da grande”… Ecco, oggi posso dire in tutta franchezza che sono orgoglioso di essere un “wunderkammerista”, un cercatore dell’impossibile e del meraviglioso!

Ecco il sito ufficiale di Theatrum Mundi.

Sogni di pietra

La pietra ci appare immota, immutabile, inviolata dalle tribolazioni degli esseri viventi.
Al di là del tempo, ha sempre rimandato all’idea della creazione.
Incastonate, inaccessibili, racchiuse nello scrigno naturale della roccia, restano in attesa d’essere scoperte quelle anomalie che abbiamo chiamato tesori: minerali dalla forma inaudita, dai colori inaspettati, dalla trasparenza ultraterrena.
Può accadere che, nel rompere la pietra, si scoprano disegni che sembrano opera ragionata. Vi si possono scorgere panorami, figure umane, città, piante, scogliere, flutti marini.

Chi ha nascosto dentro alla roccia queste fantasie? Una mano divina? O si tratta forse di visioni e paesaggi sognati dalla pietra stessa, e rimasti incisi nel suo cuore?

Se nel Medioevo i disegni all’interno della pietra erano probabilmente ritenuti una prova dell’esistenza dell’anima mundi, già all’inizio dell’epoca moderna erano stati declassati al rango di semplici curiosità.
I naturalisti del XVI e XVII secolo, nelle loro wunderkammer e nei volumi dedicati alle meraviglie del mondo, catalogavano le figure scoperte nella pietra fra gli scherzi della Natura (lusus naturæ). Ricorda infatti Roger Caillois (La scrittura delle pietre, Marietti, 1986):

I dotti, tra gli altri Aldrovandi e Kircher, suddividono queste meraviglie in generi e specie secondo l’immagine che riescono a leggervi: mori, vescovi, gamberi oppure corsi d’acqua, visi, piante, cani o anche pesci, testuggini, draghi, teste da morto, crocifissi, tutto quello che una fervida immaginazione si è compiaciuta di riconoscere e identificare. Non esiste in realtà né essere, né oggetto, né mostro, né monumento, né evento né spettacolo della natura, della storia, della favola o del sogno, nulla di cui uno sguardo incantato non possa intuire l’immagine dentro le chiazze, nei disegni, nei profili delle pietre.

È curioso notare, per inciso, come proprio questi “scherzi” siano stati più volte tirati in ballo nel lungo dibattito sul mistero dei fossili. Già Leonardo Da Vinci aveva intuito che le creature marine trovate pietrificate sulle cime dei monti erano avanzi di organismi viventi, ma nei secoli successivi si preferì invece pensare che i fossili non fossero altro che capricci della natura: se la pietra era capace di imitare una città, poteva benissimo creare dei simulacri di conchiglie o di esseri viventi. Solo alla metà del Settecento i fossili non vennero più considerati lusus naturæ.

Tra tutti i tipi di pierre à images (“pietre da immagini”), ce n’era una in cui il miracolo si ripeteva più spesso. Uno specifico tipo di marmo, che si estraeva nei dintorni di Firenze, era chiamato “pietra paesina” proprio perché non era raro ritrovare al suo interno delle venature che ricordavano dei paesaggi o perfino dei profili di città distrutte. Forse proprio la localizzazione toscana delle cave di paesina contribuì allo sviluppo, alla corte dei Medici, della prima vera scuola di pittura su supporto lapideo; altre botteghe specializzate in questo genere minore sorsero a Roma, in Francia e nei Paesi Bassi.

 

Oltre alla pietra paesina, che era perfetta per evocare paesaggi marini o desolazioni rupestri, erano anche molto usati l’alabastro (per suggestioni celestiali e angeliche) e la pietra di paragone, o lavagna, sfruttata per vedute notturne o per rappresentare l’incendio di una città.

Il tutto partiva, forse, dalle prove di olio su pietra di Sebastiano del Piombo, che avevano l’intento di rendere la pittura altrettanto durevole della scultura; ma i colori in realtà non resistevano per molto tempo sull’ardesia levigata, con buona pace della pretesa eternità di questo metodo. Sebastiano del Piombo, interessato a un tipo di ricerca “alta”e formalmente austera, abbandonò la tecnica, che ebbe invece un inaspettato successo nell’ambito delle bizzarrie dipinte — grazie anche al “gusto per la rarità, l’artificiosa bizzarria, ovvero per quell’ambiguo gioco allo scambio dei ruoli tra arte e natura che fu apprezzato in sommo grado sia dal Manierismo cinquecentesco che dall’età barocca” (A. Pinelli su Repubblica, 22 gennaio 2001).

Così molti pittori, anche insigni (Jacques Stella, Stefano della Bella, Alessandro Turchi detto l’Orbetto, Cornelis van Poelemburgh), iniziarono a sfruttare le venature della pietra per costruire vere e proprie stranezze pittoriche in bilico fra naturalia e artificialia.

Lasciandosi ispirare dallo scenario offerto dalla lastra di marmo, vi aggiungevano figure umane, imbarcazioni, alberi e altri dettagli. Talvolta bastava poco: era sufficiente un balconcino, la sagoma di una porta o di una finestra, ed ecco che il disegno di una città guadagnava un immediato realismo.

Johann König, Matieu Dubus, Antonio Carracci e altri utilizzano in tal modo gli ornamenti a nastro e la profondità luminosa dell’agata, le volute e le sinuosità dell’alabastro. Nei soggetti devoti, il pittore trae dalle sfumature profonde e traslucide il mistero di un chiarore lattiginoso e sovrannaturale oppure, se vuole rappresentare il paesaggio del Mar Rosso, deve solo popolare di vittime spaventate i vortici della terribile ondata già suggerita dalle venature della pietra.

Particolarmente versato questo eccentrico genere di opere, che fra il Cinquecento e il Settecento divennero il fulcro di un importante commercio, fu Filippo Napoletano.
Nel 1619 il pittore donò a Cosimo II de’ Medici sette storie di Santi dipinte su “pietra lustra detta alberese”, e alcune delle sue opere sono ancora oggi impressionanti per la modernità della composizione e la vivida forza espressiva.
Rimane straordinaria, per esempio, la figurazione delle Tentazioni di Sant’Antonio, “piccolo capolavoro [in cui] l’intervento dell’artista è ridotto al minimo, tutto il dramma spirituale del santo echeggia nella malinconia del paesaggio dai toni danteschi” (P. Gaglianò su ExibArt, 11 dicembre 2000).

Il fascino di una pietra che “imita” la realtà, regalando l’illusione di un teatro segreto, è ancora oggi inalterato, come spiega elegantemente Caillois:

Tali simulacri, da molto tempo nascosti all’interno, appaiono quando le pietre vengono spaccate e ripulite. Sembrano rievocare ad una fantasia compiacente modelli in miniatura e immortali degli esseri e delle cose. Certamente solo il caso è all’origine del prodigio. Tutte le somiglianze sono del resto approssimative, incerte, talvolta lontane dal vero, decisamente arbitrarie. Non appena intuite, diventano però subito tiranniche o offrono più di quanto avevano promesso. Colui che le sa osservare vi scopre senza sosta nuovi dettagli che completano la presunta analogia. Immagini di questo tipo miniaturizzano a beneficio dell’interessato ogni oggetto del mondo, gliene riproducono per sempre una copia, che egli tiene nel cavo della mano, che può collocare a suo piacimento o chiudere in una vetrina. […] Chi possiede una simile meraviglia, prodotta, estratta e capitata nelle sue mani per uno straordinario insieme di casi, immagina volentieri che essa non sarebbe potuta giungere fino a lui senza lo speciale intervento del destino.

Immota, immutabile, inviolata dalle tribolazioni degli esseri viventi: è appropriato forse che la pietra, quando sogna, finisca per dare alla luce proprio questi paesaggi astratti e metafisici, di una bellezza aliena come quella della roccia stessa.

Diverse opere appartenenti alle collezioni Medicee sono visibili in un meraviglioso e poco noto museo di Firenze, quello dell’Opificio delle Pietre Dure.
La migliore raccolta fotografica sul tema è il catalogo
Bizzarrie di pietre dipinte (2000), a cura di M. Chiarini e C. Acidini Luchinat.

L’abominevole vizio

Tra le curiosità bibliografiche che ho collezionato negli anni, c’è anche un volumetto intitolato L’amico discreto. Si tratta dell’edizione italiana del 1862 di The silent friend (1847) di R. e L. Perry; oltre a 100 belle tavole anatomiche fuori testo, il libro esibisce anche un sottotitolo impagabile: Osservazioni sull’Onanismo ed i suoi funesti risultati, come L’Incapacità e l’Impotenza intellettuale e fisica.

Anche soltanto scorrendo l’indice, si comprende come la masturbazione fosse indicata dagli autori come causa principe delle malattie più disparate: si va dall’indigestione alla “malinconia ipocondriaca“, dalla sordità alla “curvatura della verga“, dal colorito pallido all’impossibilità di camminare, in un crescendo di sintomi sempre più terribili che spianano la via per l’inevitabile decorso finale — la morte.
Pagina dopo pagina, il lettore viene edotto su come l’onanismo provochi simili danni, nello specifico perché causa una

irritazione del sistema nervoso [che] produce, prima che l’età matura succeda alla gioventù, tutte le infermità della vecchiezza, effettuando ne’ suoi effetti terribili un concorso tale d’irritazione malaticcia che espone il corpo ad una eccitazione immensa e difficile a sopportare.

Ma questo non è che l’inizio: il male maggiore è quello arrecato allo spirito, perché la costante stimolazione nervosa

che mette l’uomo in uno stato d’angoscia e di miseria per tutto il resto della sua vita, e che sarebbe difficile a descrivere, fa sì che vegeti ma non viva: […] conduce l’uomo alla degradazione graduale e fatale di se stesso ed alla violazione dei diritti che la natura ha saggiamente istituiti per la conservazione della specie […] ad onta di tutte le leggi morali e religiose: di tal modo l’uomo che nella sua adolescenza era dotato d’uno spirito vivo e sociabile, diventa misantropo prima che sia giunto all’età di venti anni. Quanto devono essere deboli i sentimenti morali di colui che non si sente abbastanza forte per arrestarsi sull’orlo d’un sì terribile precipizio! […] Non è forse nulla d’accendere la tetra fiaccola che conduce a passi lenti e tristi al sepolcro della virilità, nel fiore della gioventù, lorché la sacra fiamma del genio, dei sentimenti e delle passioni dovrebbero invece animare tutto il sistema?

Trattandosi di un volume di anatomia e fisiologia, l’enfasi e il vocabolario evocativo (più vicino a quello di uno scadente poetucolo che alla terminologia scientifica) sembrano stranamente fuori posto — e possiamo sorridere nel leggere simili assurde teorie; eppure L’amico discreto non è che uno dei tanti esempi ottocenteschi di testi che demonizzavano la masturbazione, popolari e diffusissimi fin da quando nel 1712 un anonimo sacerdote aveva dato alle stampe un volume intitolato Onania, seguito nel 1760 da L’Onanisme del medico svizzero Samuel-Auguste Tissot, che divenne in breve tempo un best-seller del suo tempo.
Ora, se i medici reagivano in maniera tanto dura alla masturbazione maschile, vi lascio immaginare come fosse vista quella femminile.

Qui la repulsione per un atto già in sé considerato aberrante si arricchiva di tutti le ancestrali paure che da sempre avevano riguardato la sessualità della donna. Dall’antica vagina dentata (di cui ho già scritto), alla descrizione platonica dell’utero (hystera) come animale aggressivo che vaga nell’addome della femmina, passando per i dettami teologici biblico-cristiani, la medicina aveva ereditato una visione cupa e fortemente misogina: la sessualità femminile, vero e proprio rimosso, era avvertita come pericolosa e ingovernabile.
Un altro dei testi nella mia libreria è l’analogo femminile dell’Onania di Tissot: opera di J.D.T. de Bienville, La Ninfomania ovvero il Furore Uterino fu originariamente pubblicato in Francia nel 1771.
Copio un paio di passaggi, che mostrano toni molto simili a quelli degli estratti precedenti:

Si vedono ancora certe sviate fanciulle, che per lungo tratto di tempo hanno condotta una vita voluttuosa, attaccate improvvisamente da questo morbo; e ciò accade allorché uno sforzato ritiro le tien lontane dalle occasioni, che favorivano la rea e fatale loro inclinazione. […] Tutte, in somma, dopo che sono invase da tal morbo, si occupano con egual forza, e vivacità perpetuamente in oggetti, che possono accendere nella loro passione la fiamma infernale del piacer lubrico […], si trattengono nella lettura di lubrici Romanzi, che incominciano a disporre il cuore a teneri sentimenti, e terminano con ispirare la più grossolana, e turpe incontinenza. […] Le femmine che dopo aver inoltrati i primi passi in questo orrido laberinto, non hanno forza di tornare indietro, cadono insensibilmente, quasi senza avvedersene, in eccessi, i quali dopo aver corrotta, e danneggiata la loro buona fama, terminano col privarle della vita.

Il libro continua descrivendo il delirio in cui cadono le ninfomani, che si avventano come furie sugli uomini (evidentemente tutti casti e puri) lasciando “appena tempo di fuggir loro dalle mani“.
Certo, il testo è settecentesco. Ma le cose non migliorarono nel secolo successivo: è proprio nell’Ottocento che il malcelato desiderio di reprimere la sessualità femminile trovò una delle sue più crudeli attuazioni, nella moda della cosiddetta “estirpazione”.

Sotto questo eufemismo si indicava la pratica della clitoridectomia, l’asportazione chirurgica del clitoride.
Tutti sanno che le mutilazioni genitali femminili continuano ad essere una realtà in diversi paesi del mondo, e sono al centro di numerose campagne internazionali volte a promuovere l’abbandono della pratica.
Risulta forse più difficile credere che, lungi dall’essere tradizione esclusivamente tribale, essa fosse diffusa sia in Europa che in America nel quadro della medicina occidentale moderna.
La clitoridectomia, operazione tanto semplice quanto micidiale, si basava sull’idea che la masturbazione femminile portasse all’isteria, al lesbismo e alla ninfomania. Il perfetto ragionamento circolare che sottendeva questa teoria era il seguente: poiché le pazienti dei manicomi venivano spesso colte nell’atto di masturbarsi, evidentemente la masturbazione doveva aver causato la loro follia.

Uno dei più ferventi promotori dell’estirpazione era il Dr. Isaac Baker Brown, ginecologo e chirurgo ostetrico inglese.
Nel 1858 aprì una sua clinica a Notting Hill, e le sue terapie avevano tanto successo da spingere Baker Brown a rassegnare le dimissioni dal Guy’s Hospital per lavorare privatamente a tempo pieno. Mediante la clitoridectomia, il medico riusciva a curare (almeno a quanto raccontava) diverse forme di pazzia, epilessia, catalessi e isteria nelle sue pazienti: nel 1866 pubblicò un bel volumetto al riguardo, che il Times si affrettò a lodare, affermando che Brown aveva “condotto la follia alla portata del trattamento chirurgico“. Nel suo libro Brown riportava 48 casi di masturbazione femminile, i conseguenti, atroci effetti sulla salute delle pazienti, e il miracoloso risultato della clitoridectomia nella cura dei sintomi.

Non sappiamo con certezza quante donne finirono sotto il bisturi dell’entusiasta dottore.
Brown avrebbe probabilmente continuato senza impedimenti la sua opera di mutilazione, se non avesse commesso l’errore di organizzare un clamoroso battage pubblicitario per reclamizzare la sua clinica. Anche allora era considerato eticamente scorretto per un medico auto-promuoversi, e fu questo che spinse il British Medical Journal a pubblicare il 29 aprile 1866 un pesante j’accuse nei confronti del medico. Seguì a stretto giro il Lancet, e subito dopo anche il Times mostrò di aver cambiato opinione, chiedendosi in un editoriale se il trattamento chirurgico della follia fosse o meno consentito dalla legge. Brown finì indagato dalla Lunacy Commission, che si occupava del benessere dei pazienti dei manicomi, e preso dal panico negò di aver mai effettuato clitoridectomie sulle pazienti malate di mente ospitate nella sua clinica.

Ma ormai era troppo tardi.
Persino i piani alti del Royal College of Surgeons gli voltarono le spalle, e durante una seduta venne stabilita (con 194 voti favorevoli e 38 contrari) la sua espulsione immediata dall’Obstetric Society of London.
R. Youngson e I. Schott, nel loro A Brief History of Bad Medicine (Robinson, 2012), sottolineano il paradosso della storia:

La cosa straordinaria fu che Baker Brown cadde in disgrazia non perché praticasse la clitoridectomia per indicazioni assurde, ma perché, per avidità, aveva offeso l’etica professionale. Nessuno suggerì mai che vi fosse alcunché di sbagliato nella clitoridectomia in sé. Sarebbero dovuti passare molti anni prima che questa operazione venisse condannata dalla professione medica.

E ancora molti di più, perché infine la stessa masturbazione si liberasse dallo stigma della criminalizzazione medica e dai pregiudizi di carattere morale: ancora a inizio Novecento si continuavano a raccomandare e prescrivere lacci restrittivi, camicie di forza, cinture di castità, fino alle terapie d’urto come cauterizzazione ed elettroshock.

Brevetto del 1903 per prevenire erezioni e polluzioni notturne tramite l’uso di spuntoni, scosse elettriche e una campanella d’allarme.

In tutta questa terribile galassia dei presidi anti-masturbatori, ce n’è uno che a prima vista sembrerebbe innocuo e addirittura salutare: sono i corn flakes, inventati dal famoso Dr. Kellogg come dieta coadiuvante per sconfiggere le tentazioni dell’onanismo. Eppure, quando i cereali non bastavano, Kellogg suggeriva di cucire con il fil di ferro il prepuzio dei giovani ragazzi, e quanto alle femminucce consigliava di bruciare il clitoride con l’acido fenico, che a suo dire era

un mezzo eccellente per sedare l’eccitazione anormale, e prevenire che la pratica venga ripetuta in coloro la cui forza di volontà si è indebolita a tal punto che la paziente è incapace di esercitare l’autocontrollo.
I peggiori casi tra le giovinette sono quelli in cui la malattia è in stato così avanzato che i pensieri erotici sono accompagnati dalle stesse sensazioni voluttuose dell’atto pratico. L’autore ha incontrato molti simili casi in giovani donne che riferivano che bastava questo a produrre l’orgasmo sessuale, anche più volte al giorno. L’applicazione di acido fenico nel modo già descritto è utile anche in questi casi per placare l’eccitazione abnorme, che è frequentemente provocata dalla pratica di questa forma di masturbazione mentale.

(J. H. Kellogg, Plain Facts for Old And Young, 1888)

Bisognerà aspettare il Rapporto Kinsey (1948-1953) per vedere la masturbazione definitivamente sdoganata in quanto parte naturale e salutare della sessualità.
In fondo, nelle parole di Woody Allen, non è altro che “fare sesso con qualcuno che amate“.

Sulla “fisiologia fantastica” dell’utero, si veda questo meraviglioso articolo di R. K. Salinari; Wikipedia ha invece un lemma sulla storia della masturbazione; consiglio anche Orgasmo e Occidente. Storia del piacere dal Rinascimento a oggi, di R. Muchembled.

Freaks: disabilità e sguardo

Introduzione: quei maledetti occhiali colorati

L’immagine qui sotto è probabilmente la mia illusione preferita (non a caso già apparsa in questo blog).

Ad una prima occhiata sembra una famigliola in una stanza, intenta a fare colazione.
Eppure, quando la figura viene mostrata agli abitanti di alcune zone rurali dell’Africa, essi vedono qualcosa di diverso: una famigliola intenta a fare colazione all’aperto, ai piedi di un albero, mentre la madre sta tenendo una scatola in equilibrio sulla testa, forse per divertire i bambini. L’illusione qui non è ottica, ma culturale.

Le origini dell’immagine sono incerte, ma non ci importa qui se essa sia stata effettivamente usata in uno studio psicologico, né se sia viziata o meno da un pregiudizio di fondo sulla vita nel Terzo Mondo. La forza di questa illustrazione sta nel sottolineare come la cultura sia un inevitabile filtro della realtà.

Ricorda a suo modo un passaggio del documentario di Werner Herzog The Flying Doctors of East Africa (1969), in cui i medici si trovano di fronte al problema di spiegare alla popolazione che sono le mosche a veicolare le infezioni; mostrare grandi cartelloni con la raffigurazione dell’insetto e la descrizione dei pericoli non sortisce alcun effetto perché la gente, non abituata alle convenzioni delle nostre rappresentazioni grafiche, non capisce che sono in scala e pensa: “Certo, staremo attenti, ma qui da noi non esistono delle mosche così grosse“.

Anche se non ci piace ammetterlo, la nostra visione è condizionata socialmente. La cultura è come un paio di occhiali dalle lenti colorate, utile in molte situazioni per decodificare il mondo ma deleterio in altre, e da cui fatichiamo a liberarci con la sola forza di volontà.

‘Freak pride’ e disabilità

Veniamo dunque ai “freak”: questo termine in origine denigratorio ha assunto oggi un particolare fascino culturale, e in questo senso l’ho sempre usato con il preciso intento di combattere il pietismo e dare valore alla diversità.
Ogni volta che ho parlato di meraviglie umane, ho scoperto sulla mia pelle quanto difficile sia scrivere di queste persone.

Riflettere sul taglio più corretto da dare all’argomento significa cercare di togliersi dal naso gli occhiali colorati della cultura, un’operazione quasi impossibile. Spesso mi sono domandato se non fossi incorso anch’io in alcune generalizzazioni che non intendevo fare, se avessi peccato di involontario conformismo nel mio approccio.
Certo, ho tentato di raccontare le storie di questi personaggi stupefacenti attraverso il filtro della meraviglia: convinto che – data per scontata l’uguaglianza dei diritti – la separazione fra ordinario e extra-ordinario potesse giocare in favore della disabilità.
In questo senso ho sempre preferito quei “diversi” che hanno deciso di riappropriarsi dell’esotismo del proprio corpo, della distanza dalla Norma, in una sorta di freak pride che rigira come un calzino il concetto di handicap.

Ma è davvero il modo più corretto di approcciarsi alla diversità e, in alcuni casi, alla disabilità? Quanto di questa visione è originale e quanto proviene pedissequamente da una lunga tradizione culturale? E se il freak, alla faccia dell’orgoglio, volesse in realtà soltanto avere una vita banale, se cercasse il conforto della mediocrità? Insomma, quale prospettiva narrativa è più etica?

A instillarmi il dubbio credo che sia stata una frase di Fredi Saal, classe 1935, autore tedesco che ha passato tutta la prima parte della sua esistenza fra ospedali e case di cura perché considerato “non educabile”:

No, non è la persona disabile che avverte se stessa come anormale – è avvertita come anormale dagli altri, perché un’intera fetta di vita umana è ignorata. Dunque la sua esistenza assume una qualità minacciosa. Non ci si concentra sulle persone disabili, ma sulla propria esperienza. Ci si chiede, come reagirei se mi colpisse improvvisamente un handicap?, e la risposta è proiettata sulla persona disabile. Quindi l’immagine che se ne riceve è completamente distorta. Perché non si vede l’altra persona, ma se stessi.

(F. Saal, Behinderung = Selbstgelebte Normalität, 1992)

Per quanto io sia affezionato all’idea di un orgoglio freak, è dunque possibile che sia soltanto l’ennesima proiezione inconscia: vale a dire che mi piace pensare che io reagirei così alla disabilità… ancora una volta non mi sto veramente rapportando con la persona diversa, ma con la mia idea romantica e irreale della diversità.

Non possiamo certo guardare attraverso gli occhi del disabile, c’è un’invalicabile barriera, ma in definitiva è la stessa che si innalza fra tutti gli esseri umani. Il “cosa farei io in quella situazione?” di cui parla Saal, quel proiettare sempre noi stessi a discapito degli altri, in realtà lo si fa di continuo e non solo nei confronti dei disabili.

Il freak però è sempre stato ambiguo – o, meglio, ciò che è difficile da comprendere appieno è il nostro stesso sguardo sul freak.
Credo sia dunque importante cercare di rintracciare le origini di questo sguardo, capire come si è evoluto nel tempo: potremmo addirittura scoprire che questa cosa che chiamiamo disabilità non è in definitiva che un altro prodotto culturale, un’illusione che siamo “allenati” a riconoscere nello stesso modo in cui vediamo la famigliola fare colazione all’interno di una casa anziché all’aperto.

A mia discolpa, chiariamo subito un punto: se è possibile per me immaginare un orgoglio freak, è perché il concetto stesso di freak non arriva dal nulla, e non ha propriamente a che fare con la disabilità. Molte delle persone che si esibivano nei freakshow erano anche disabili, altre no. Non era quello il discrimine. La vera caratteristica che permetteva a quelle persone di salire su un palco era la meraviglia che suscitavano: alcuni corpi erano ammirati, altri erano in grado di scandalizzare (in quanto insopportabilmente osceni), ma chi pagava il biglietto lo faceva per rimanere stupito, scioccato, scosso nelle sue certezze.

Nei tempi antichi il monstrum era un segno divino (condivide infatti la radice etimologica con “mostrare”), che andava interpretato – e molto spesso temuto, proprio in quanto segnale di sorte funesta. Se di norma il segno mostruoso era portatore di sciagura, alcune disabilità venivano risparmiate (la cecità e la follia su tutte, considerate forme di veggenza, cfr. V. Amendolagine, Da castigo degli dei a diversamente abili: l’identità sociale del disabile nel corso del tempo, 2014).

Nel Medioevo, invece, il problema della deformità acquista decisamente complessità; da una parte la fisiognomica voleva suggerire una correlazione fra la bruttezza e la corruzione dell’animo, e in effetti la letteratura propone vari esempi di denigrazione degli avversari mediante la descrizione dei loro difetti fisici; dall’altra teologi e filosofi (Sant’Agostino in prima linea) consideravano la deformità soltanto un altro esempio della condizione penale degli uomini su questa terra, tanto che nella risurrezione ne sarebbero stati cancellati tutti i segni (cfr. J.Ziegler in Deformità fisica e identità della persona tra medioevo ed età moderna, 2015); addirittura diverse sante cristiane invocavano la deformità come prova di espiazione (vedi il mio Corpi estatici: erotismo e agiografia).
Dall’altro canto la deformità precludeva l’accesso all’ordo clericalis, sulla base di un celebre passo del Levitico in cui il sacrificio sull’altare non può essere offerto da chi è imperfetto nel corpo (P. Ostinelli, sempre in Deformità fisica…, 2015).

Il monstrum che diviene mirabile, invece, è un’idea più moderna e tuttavia nata ben prima dei carrozzoni ambulanti, prima del “One of us!” di Tod Browning, prima delle controculture hippie che se ne sono appropriate: e si oppone all’altra grande invenzione moderna nei confronti della disabilità, cioè la commiserazione.
Tutta la storia dei nostri rapporti con la disabilità oscilla fra questi due poli contrapposti, l’ammirazione e la pietà.

Il tipo giusto di occhi

All’interno della mostra Der (im)perfekte Mensch (“L’essere umano (im)perfetto”), organizzata nel 2001 dal Museo Tedesco dell’Igiene a Dresda, venivano riconosciute sei categorie principali di sguardo sul disabile:

– Lo sguardo meravigliato e medico
– Lo sguardo annichilente
– Lo sguardo pietoso
– Lo sguardo d’ammirazione
– Lo sguardo strumentalizzante
– Lo sguardo che esclude

Questa lista è certamente discutibile, ma ha il merito di proporre e tracciare delle possibili distinzioni.
Fra tutti i tipi di sguardo elencati qui sopra, quello che più infastidisce oggi è lo sguardo pietoso. Perché implica una superiorità dell’osservatore, un giudizio definitivo su una condizione che, agli occhi del “normale”, non può che sembrare tragica: è la supponenza, l’intima convinzione che l’altro sia un povero storpio da compatire. Il sottinteso è che non ci può essere fortuna, non ci può essere felicità nell’essere diversi.

Il concetto di povero storpio che (pur imbellettato con termini più politicamente corretti) sta alla base di tutte le varie maratone di raccolta fondi è ancora profondamente radicato nella nostra cultura, e porta a una visione distorta dell’assistenza – spesso più incentrata sul nostro “fare opera pia” che non sul disabile stesso.

Per quanto riguarda lo sguardo pietoso, l’esempio storico più antico di cui siamo a conoscenza è questa stampa del 1620, conservata al Museo Regionale Tirolese Ferdinandeum di Innsbruck, che mostra un falegname disabile di nome Wolffgang Gschaiter nel suo letto. Il testo racconta come quest’uomo, dopo aver sofferto di insopportabili dolori al braccio sinistro e alla schiena per tre giorni, si sia ritrovato completamente paralizzato. Da quindici anni, continua il racconto, egli è in grado di muovere soltanto occhi e lingua. L’intento del foglietto è quello di raccogliere elemosine e carità, e i lettori sono invitati a pregare per lui nella vicina chiesa dei Tre Santi di Dreiheiligen.

Questo pamphlet è interessante per più di un motivo: nel testo la disabilità viene esplicitamente descritta come “specchio” della stessa miseria dell’osservatore, dunque stabilisce l’idea che si debba pensare a se stessi mentre la si guarda; viene operata la distinzione fra anima e corpo per rinforzare il dramma (l’anima del falegname può essere salvata, il suo corpo no); si tratta storicamente di uno dei primi utilizzi dell’espressione “povero storpio“.
Ma soprattutto questo foglietto è uno dei primissimi esempi di comunicazione di massa in cui la disabilità è associata al concetto di donazione, di raccolta fondi. In pratica, un proto-Telethon che puntava sull’elemosina e sulle preghiere in chiesa per ripulire le coscienze, e allo stesso tempo uno strumento in linea con la propaganda ideologica della Controriforma (cfr. V. Schönwiese, The Social Gaze at People with Disabilities, 2007).

Di contro, già nel secolo precedente si era sviluppato un altro tipo di sguardo, quello clinico-anatomico. Questa incisione di Albrecht Dürer del 1538 mostra una donna reclinata su un tavolo il cui corpo viene meticolosamente disegnato da un artista. Fra le due figure è stato eretto un telaio con dei fili che dividono in piccoli quadrati la visione del pittore, in modo che egli possa trasporla accuratamente su un foglio recante la medesima griglia. Ogni curva, ogni dettaglio è scomposto e replicato grazie a questo stratagemma: la visione ha il primato sugli altri sensi, ed è organizzata in un quadro asettico, geometrico, di pura forma. Siamo nella fase in cui si sviluppa una vera e propria cartografia del corpo umano, e in questo contesto anche la deformità viene studiata in maniera analoga. È lo sguardo “meravigliato e medico“, in cui non si avverte alcun giudizio di tipo etico o pietista, ma la cui ideologia è piuttosto quella della mappatura, dell’intelletto che divide, categorizza e dunque domina ogni possibile variante del cosmo.

Nella wunderkammer dell’Arciduca Ferdinando II di Austria (1529-1595), conservata nel Castello di Ambras vicino a Innsbruck, è presente un ritratto davvero eccezionale. Originariamente una parte del dipinto era coperta da una tendina di carta rossa: i visitatori della collezione, nel XVI secolo, devono aver visto qualcosa di simile a questa mia ricostruzione.

Chi aveva voglia e coraggio poteva scostare il foglio per ammirare il dipinto nella sua interezza: ecco allora comparire il corpo floscio e deforme del soggetto, raffigurato con un’estrema crudezza di dettaglio e di realismo.

Cosa gli uomini del Cinquecento vedessero in un simile dipinto non possiamo saperlo con certezza. Per rendersi conto della relatività dello sguardo, è sufficiente ricordare che all’epoca la categoria delle “meraviglie umane” includeva per esempio anche gli stranieri provenienti da paesi esotici, e una sotto-categoria degli stranieri erano i cretini che si diceva abbondassero in determinate regioni geografiche.
In libri come la celebre Opera ne la quale vi è molti Mostri de tute le parti del mondo antichi et moderni (1585) di Giovan Battista de’ Cavalieri sono messi fianco a fianco disabili e apparizioni mostruose, persone senza gambe e chimere mitologiche.

Ma la tendina di carta rossa del ritratto di Ambras è un segnale importante, perché sta a significare che un simile corpo era da una parte considerato osceno, capace di urtare la sensibilità dell’osservatore. Dall’altra gli animi più forti o curiosi potevano confrontarsi con l’immagine intera. Questo ci fa supporre che già nel Cinquecento la mostruosità si fosse almeno in parte svincolata dall’idea del prodigio, e liberata dalla superstizione dei secoli precedenti.

Il quadro è dunque un perfetto esempio di sguardo “meravigliato e medico”; dalla deformità come mirabilia all’ammirazione vera e propria, il passo è breve.

Il giusto mezzo?

Lo sguardo di ammirazione è quello che spesso ho adottato nei miei articoli. La mia pratica di scrittura e di pensiero coincide con quella di John Waters, che ha spesso ribadito di provare ammirazione per i protagonisti dei suoi film, di guardarli “dal basso verso l’alto” (looking up) e non viceversa: “Tutti i personaggi nei miei film, io li ammiro. Non penso a loro come fa la gente di fronte a un reality – che noi siamo meglio, e che dovremmo ridere di loro.

Eppure il rischio qui è di cadere nella trappola opposta a quella pietista, cioè un’eccessiva idealizzazione. Sarà forse una mia peculiare allergia al concetto di eroismo, ma non mi interessa proporre versioni agiografiche delle vite delle meraviglie umane.

Tutte queste riflessioni, di cui vi ho fatto parte, mi portano a credere che non esista un equilibrio facile. Non si può parlare dei freak senza incorrere in qualche errore, in qualche generalizzazione, senza insomma cadere nell’inganno delle lenti colorate.
Ogni comunicazione fra noi e i diversi/disabili sopravvive in una sorta di limbo, che è l’incrocio fra il nostro e il loro sguardo. E in questo spazio non può mai esistere un confronto davvero autentico, perché dal punto di vista fisico siamo separati da un’esperienza troppo differente.
Io non potrò mai comprendere il corpo degli altri, né loro il mio.

Forse, però, questa distanza è proprio ciò che ci avvicina.

“Ognuno sta solo sul cuor della terra…”

Proviamo a considerare l’unico punto di riferimento che abbiamo – il nostro stesso corpo – rifiutando l’abitudine.
Prendo a prestito l’incipit dell’introduzione che ho scritto per Nueva Carne di Claudio Romo:

Il nostro corpo è un territorio inconoscibile.
Possiamo smontarlo, ritagliarlo in parti sempre più minuscole, studiarne le ossessive geometrie, annotare minuziosamente ogni sua insenatura su diagrammi precisi, rovistare fra le sue interiora, e il suo segreto continuerà a sfuggirci.
Ci guardiamo le mani. Passiamo la lingua sull’arco dei denti. Ci tocchiamo i capelli.
Siamo davvero noi, questo?

Ecco l’esercizio mentale definitivo, la mia personale soluzione al rebus dei freak: l’unico modo sincero e onesto che trovo per raccontare la diversità è renderla universale.

Johnny Eck si è risvegliato in questo mondo senza le estremità inferiori; suo fratello è invece emerso dal magma delle forme con due gambe.
Anch’io sono dotato di piedi, completi di dita che posso osservare, là in fondo, muoversi appena lo decido. Sono sempre io, quelle dita? Ignoro fin dove la mia identità si spinga, e dove cominci una sua estensione.
A ben guardare la mia esperienza e quella di Johnny sono diversamente, ugualmente
misteriose.
Siamo tutti fratelli nell’enigma della carne.

Questo è lo sguardo che scelgo, che mi permette di fissare il freak negli occhi senza compatirlo né celebrarlo oltre misura. Uno sguardo che non pretende affatto di mettere sullo stesso piano la mia e la sua esperienza, ma neanche di esagerare le nostre differenze.

Mi piacerebbe idealmente sedermi con lui — con il freak, con il “mostro” — sulla veranda dei ricordi, di fronte al tramonto delle nostre vite.
Allora, che te ne è parso di questo strano viaggio? Di questo strano posto in cui siamo capitati?’, gli chiederei.
E sono certo che il suo sorriso sarebbe simile al mio.

_____________

Per chi volesse addentrarsi nei meandri dell’etica e della politica del mostruoso, consiglio l’antologia saggistica a cura di U. Fadini, A. Negri e C. T. Wolfe Desiderio del mostro. Dal circo al laboratorio alla politica (Manifestolibri, 2001).