Una sfortunata esecuzione

Il volume Celebrated trials of all countries, and remarkable cases of criminal jurisprudence (1835) raccoglie 88 resoconti di fatti di sangue e curiosi processi.
Diversi aneddoti sono interessanti, ma una doppia impiccagione avvenuta nel 1807 è particolarmente stupefacente per gli inattesi effetti collaterali che provocò.

Il 6 novembre 1802 John Cole Steele, proprietario di un deposito di acqua di lavanda, stava viaggiando da Bedfont, alla periferia di Londra, alla sua casa di Strand. Era notte fonda e il commerciante, non avendo trovato una carrozza, camminava da solo.
La luna era appena sorta, quando Steele fu accerchiato da tre uomini che si nascondevano nei cespugli. Erano John Holloway e Owen Haggerty — due piccoli criminali che vivevano di espedienti, continuamente dentro e fuori dal carcere; assieme a loro, il complice Benjamin Hanfield, reclutato qualche ora prima a una locanda.
E proprio Hanfield si sarebbe rivelato l’anello debole. Quattro anni più tardi, su promessa amnistia per altri reati, avrebbe vividamente raccontato agli inquirenti la scena a cui aveva assistito quella notte:

Vedemmo un uomo venire verso di noi e, avvicinatici, gli ordinammo di fermarsi, cosa che fece immediatamente. Holloway gli passò attorno, e gli disse di darci i soldi. Lui rispose che li avremmo avuti, e che sperava che non gli avremmo fatto del male. [Steele] mise una mano in tasca, e diede i soldi a Haggerty. Io gli chiesi il portafoglio. Lui rispose che non ne aveva uno. Holloway insistette che doveva avere un portafoglio e che se non gliel’avesse consegnato, l’avrebbe steso a terra. A quel punto io gli presi le gambe. Holloway stava alla sua testa, e giurò che se avesse gridato gli avrebbe spaccato il cervello. [Steele] ripeté che sperava che non lo avremmo maltrattato. Haggerty si mise a perquisirlo quando [Steele] fece qualche resistenza, e si divincolò così tanto che finimmo dall’altra parte della strada. Si mise a gridare forte, e siccome stava arrivando una carrozza, Holloway disse “Attenti, farò star zitto io questo bastardo”, e immediatamente gli inferse diversi violenti colpi sulla testa e sul corpo. [Steele] lanciò un pesante grugnito, e si allungò senza vita. Io mi allarmai, e dissi, “John, l’hai ucciso”. Holloway replicò che era una bugia, che era solo stordito. Io dissi che non sarei rimasto più a lungo, e subito partii verso Londra, lasciando Holloway e Haggerty con il corpo. Arrivai a Hounslow, e mi fermai alla fine della città per quasi un’ora. Holloway e Haggerty arrivarono, e dissero che avevano finito il lavoro, e come prova mi misero in mano il cappello del morto. […] Io dissi a Holloway che era stato un affare crudele, e che mi dispiaceva avervi partecipato in alcun modo. Girammo per una strada, e tornammo a Londra. Mentre camminavamo, chiesi a Holloway se avesse preso il portafogli. Lui rispose che non importava, perché siccome avevo rifiutato di condividere il pericolo, non avrei condiviso il bottino. Arrivammo al Black Horse di Dyot Street, ci facemmo mezza pinta di gin, e ci lasciammo.

Una rapina finita male, dunque, come ce ne sono tante. Holloway e Haggerty l’avrebbero di certo passata liscia: le investigazioni non portarono a nulla per quattro anni, finché Hanfield non si mise a spifferare tutto.
I due vennero arrestati grazie alle deposizioni di Hanfield , nonostante si fossero dichiarati innocenti, la giuria emise il verdetto di morte per entrambi gli imputati: Holloway e Haggerty sarebbero stati impiccati un lunedì, il 22 febbraio 1807.
Durante tutta la notte di domenica, i condannati continuarono a gridare la loro estraneità ai fatti, lacerando “la terribile calma della mezzanotte“.

La mattina del 22 febbraio 1807, i due vennero portati al patibolo di Newgate. Assieme a loro sarebbe stata impiccata anche Elizabeth Godfrey, colpevole di aver accoltellato il suo vicino di casa Richard Prince.
Tre esecuzioni in contemporanea: era uno spettacolo raro, da non perdere. Per questo motivo circa 40.000 persone si erano radunate per assistere all’evento, stipate in ogni centimetro di spazio fuori da Newgate e davanti all’Old Bailey.

Haggerty fu il primo a salire sulla forca, silenzioso e rassegnato. Il boia, William Brunskill, gli coprì il capo con il cappuccio di tela bianca. Poi fu il turno di Holloway, che invece perse il suo sangue freddo, e cominciò a urlare “Sono innocente, innocente, per Dio!”, mentre il suo volto veniva coperto con il sacco. Infine anche la tremante Elizabeth Godfrey fu fatta accomodare accanto agli altri due.
Alla fine delle preghiere, il prete fece cenno al carnefice di compiere la sua opera.
Alle 8.15 circa, le botole si aprirono sotto ai piedi dei condannati. Haggerty e Holloway morirono sul colpo, mentre la donna si agitò convulsamente per qualche tempo prima di spirare. “Dying hard“, morire difficile, era il modo di dire all’epoca.

Ma i tre non sarebbero stati le uniche vittime di quella fredda mattinata di morte: la folla, d’un tratto, cominciò a muoversi come un’immensa marea fuori controllo.

La pressione della folla era tale che prima che i malfattori apparissero, numerose persone urlavano in vano per sfuggirvi: il tentativo aumentava soltanto la confusione. Diverse donne di bassa statura, che erano state così imprudenti da inoltrarsi nella folla, erano in una penosa situazione: le loro grida erano terribili. Alcune fra loro, che gli uomini non riuscirono più a proteggere, caddero e vennero calpestate a morte. Fu così anche per molti uomini e ragazzi. Ovunque c’erano grida continue di “Assassinio! Assassinio!” in particolare dalle spettatrici e dai bambini, alcuni dei quali furono visti spirare senza possibilità della minima assistenza, poiché tutti erano intenti a preservare la propria stessa vita. La scena più toccante fu vista a Green-Arbour Lane, quasi all’opposto del patibolo. La deplorevole catastrofe che accadde in quel punto venne ricondotta al fatto che mentre due uomini vendevano torte al pubblico, a uno di loro cadde il cesto, e una parte della folla, ignara di quello che era successo e al tempo stesso pressata, cadde sul cesto e sull’uomo che stava raccogliendolo con le torte che conteneva. Coloro che caddero una volta non poterono alzarsi mai più, vista la pressione esercitata dalla folla. In questo punto fatale, un uomo di nome Herrington fu gettato a terra mentre aveva in braccio il suo figlio più giovane, un bel giovinetto di circa dodici anni. Il pargolo fu presto calpestato a morte; il padre si riprese, anche se ricoperto di lividi, e finì tra i feriti al St. Bartholomew’s Hospital.

Il passo seguente è particolarmente agghiacciante:

Una donna, che era stata così avventata da portare con sé il figlioletto al seno, fu tra gli uccisi: mentre cadeva, forzò il bambino fra le braccia dell’uomo vicino a lei, chiedendogli in nome del Cielo di salvargli la vita; l’uomo, accorgendosi di necessitare di tutta la sua fatica per rimanere in vita, lanciò l’infante lontano da sé, il quale fu fortunosamente preso al volo da un altro uomo che, parimenti trovando difficile assicurarsi la salvezza, se ne sbarazzò allo stesso modo. Il bambino venne di nuovo preso da una persona, la quale trovò il modo di lottare fino a un carro, sotto il quale depose il bambino fino a che il pericolo non era passato, e la folla dispersa.

Altri si salvarono fortunosamente, come riporta The Annual Register del 1807:

Un giovanotto […] era caduto […] ma aveva tenuto la testa scoperta, e si era fatto strada sopra ai cadaveri, che giacevano in un mucchio alto quanto la folla, finché non fu in grado di arrampicarsi sulle teste della gente fino a un lampione, da cui entrò nella finestra del primo piano di Mr. Hazel, fabbricante di candele di sego, all’Old Bailey; era molto malconcio, e avrebbe sofferto lo stesso destino del suo compagno, se non fosse stato posseduto da grande forza.

La turba impazzita lasciò una scena di devastazione apocalittica.

Dopo che i corpi furono tirati giù dalle corde, e il patibolo rimosso dal cortile dell’Old Bailey, i marescialli e gli sceriffi liberarono le strade dov’era successa la catastrofe, quando quasi un centinaio persone, morte o in stato di incoscienza, furono trovate sulle strade. […] Una madre fu vista mentre portava via il corpo senza vita di suo figlio; […] un giovane marinaio era rimasto ucciso dall’altra parte di Newgate, per soffocamento; in una piccola sacca che portava c’era una buona quantità di pane e formaggio, e si pensa che fosse venuto da lontano per assistere all’esecuzione. […] Fino alle quattro di pomeriggio, la maggior parte delle case adiacenti contenevano feriti, che vennero poi portati via dai loro amici sulle barelle o in carrozze a pagamento. Al Bartholomew’s Hospital, dopo che i cadaveri furono spogliati e lavati, vennero ordinati in una sala, coperti da lenzuoli, e i loro vestiti furono posti come cuscini sotto le teste; i loro volti erano scoperti, e c’era un corrimano al centro della stanza; le persone che erano ammesse allo scioccante spettacolo, e che ne identificarono molti, entravano da una parte e ritornavano dall’altra. Fino alle due, gli ingressi dell’ospedale furono assediati da madri che piangevano i loro figli! mogli che piangevano i mariti! e sorelle i loro fratelli! e vari individui, i loro parenti e amici!

C’è però un ultimo colpo di scena in tutta questa storia: c’è un’alta probabilità che Holloway e Haggerty fossero davvero innocenti.
Henfield, il testimone chiave, potrebbe infatti aver mentito al fine di vedersi prosciolto dalle sue imputazioni.

L’avvocato difensore James Harmer (lo stesso che, per inciso, ispirerà Charles Dickens per il suo Great Expectations), pur sicuro inizialmente della colpevolezza degli imputati, continuò a investigare dopo la loro morte e finì per cambiare parere, pubblicando addirittura un pamphlet a sue spese per denunciare l’errore della giuria. Tra le altre cose, Harmer scoprì che Hanfield aveva già provato il trucchetto in precedenza, quando era stato accusato di diserzione nel 1805: aveva tentato di confessare una rapina per evitare la punizione marziale.
La Corte stessa era consapevole della probabilità che i veri criminali non fossero mai stati puniti, visto che nel 1820, 13 anni dopo la rovinosa impiccagione, dell’omicidio di Steele venne accusato un certo John Ward, poi prosciolto per mancanza di prove (cfr. Linda Stratmann in Middlesex Murders).

In un solo giorno la giustizia aveva causato la morte di decine e decine di innocenti — inclusi i condannati.
Davvero una delle più sfortunate esecuzioni che Londra avesse mai visto.

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Ho già scritto di condanne capitali finite male nel mio articolo sul boia maldestro; sempre al riguardo su Bizzarro Bazar trovate anche questo post sulla stampa dell’epoca specializzata in racconti di esecuzioni.

Piccioni superstiziosi

Articolo a cura della nostra guestblogger Veronica Pagnani

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Perché siamo convinti che compiere un determinato gesto possa propiziare l’avverarsi di un evento favorevole? Perché, nonostante la qualifica di “esseri viventi più intelligenti ed evoluti del pianeta”, gli uomini continuano ad essere superstiziosi? E ancora, sono solo gli esseri umani ad essere superstiziosi o è questa una caratteristica che ci accomuna anche con gli animali?

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Sono queste le domande che B.F. Skinner, psicologo americano vissuto nel secolo scorso, si pose per gran parte della sua vita, influenzando i suoi studi che, in breve tempo, diedero esiti straordinari.

Le opere di Skinner sono tutt’oggi largamente valutate dalla comunità scientifica in quanto riportano un concetto mai espresso prima di allora: il condizionamento operante.

Il concetto di condizionamento operante è di per sé molto semplice ed implica il fatto che un animale riesca a rendersi conto che, per qualche ragione, ad una sua particolare azione seguirà un evento. Se l’evento atteso si verifica, ecco che l’animale si sentirà gratificato e sarà portato a ripetere all’occorrenza quella determinata azione. Ma come riuscì Skinner a rendere valida una tesi del genere?

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Anzitutto, progettò una gabbia (conosciuta oggi come Skinner’s box), la cui peculiarità era il possedere una leva che, una volta premuta, faceva scattare un meccanismo dispensatore di cibo. Gli animali, che venivano intrappolati all’interno della Skinner’s box , imparavano ben presto il “trucchetto” per ottenere cibo e lo utilizzavano ogni qual volta ne avessero avuto bisogno.

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Nel 1948, però, Skinner decise di rendere più interessante l’esperimento, immettendo nella gabbia un solo piccione e collegando il dispensatore di cibo non più ad una leva bensì ad un timer.

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In un primo momento il piccione sembrò non curarsi particolarmente del meccanismo che ospitava la sua gabbia e che dispensava il cibo a intervalli casuali; col passare del tempo però, cominciò a manifestare comportamenti alquanto bizzarri. Skinner notò che il piccione, con insistenza, ripeteva il movimento che aveva fatto un attimo prima di ottenere il cibo. Anche altri piccioni, sottoposti in gabbie diverse allo stesso esperimento, cominciarono a comportarsi allo stesso modo: chi girava su se stesso, chi allungava il collo verso un angolo della gabbia, un altro piegava su la testa con uno scatto, un altro ancora sembrava spazzolare con il becco l’aria sopra il fondo della gabbia e altri due dondolavano la testa. Un’altra stranezza era data dal fatto che i piccioni perseveravano nel comportamento nonostante questi movimenti, per la maggior parte delle volte, non portassero ad alcun risultato. Si trattava effettivamente di un comportamento superstizioso, osservato per la prima volta negli animali. L’esperimento, pubblicato sul celeberrimo Journal of Experimental Psychology, viene comunemente ricordato come “Superstizione del piccione”.

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In verità, nonostante gli esiti straordinari dell’esperimento, Skinner aveva solo dimostrato che i piccioni possono maturare degli atteggiamenti superstiziosi, basati su una falsa correlazione; ma va anche ricordato che i piccioni hanno un cervello molto diverso da quello degli uomini. Il nuovo quesito a questo punto era: può un animale simile all’uomo sviluppare comportamenti superstiziosi?

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Purtroppo Skinner non visse così a lungo da portare a termine anche questo esperimento; se ne occuparono due ricercatori dell’Università dell’Oklahoma, L. D. Devenport e F. A. Holloway, i quali decisero di prendere come cavie dei ratti.

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Al pari dei piccioni, anche i ratti vennero immessi nelle Skinner’s box, ma al contrario dei primi, questi non si autoingannarono e continuarono a comportarsi normalmente. Devenport e Holloway scoprirono le motivazioni di tale risultato. Nel cervello dei ratti, così come in quello degli uomini, vi è un’area chiamata “ippocampo”, la quale aiuterebbe a cogliere le vere relazioni di causa-effetto. Ad avvalorare maggiormente questa tesi fu un secondo esperimento, in cui i ratti vennero dapprima danneggiati nell’ippocampo per mezzo di elettrodi, per poi essere nuovamente immessi nelle Skinner’s box. In questo caso, proprio come era successo ai piccioni, i ratti cominciarono a compiere dei gesti arbitrariamente associati alla somministrazione di cibo.

Devenport e Holloway conclusero che, molto probabilmente, il processo evolutivo ha fatto sì che molti mammiferi sviluppassero l’ippocampo proprio come una sorta di “protezione” verso gli inganni del mondo esterno.

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A questo punto gli studi, e gli esperimenti, potevano dirsi conclusi con successo. O forse no. Si sa, la curiosità umana non ha, e non avrà mai (si spera), fine. E fu proprio la curiosità e l’amore per il sapere a spingere Koichi Ono, dell’Università Konazawa di Tokio, a costruire una Skinner’s box, dotata di tre leve, in cui inserire non più cavie animali bensì esseri umani, in modo da sciogliere ogni dubbio riguardante la validità delle precedenti teorie formulate.

Anche in questo caso, all’interno della Skinner’s box, notiamo la presenza di un “meccanismo ingannevole”, ovvero un contatore collegato ad un timer. Agli studenti che, volontariamente, decisero di sottoporsi all’esperimento non venne detto nulla, se non che il loro obiettivo era di fare “più punti possibili”. Nell’arco di 40 minuti, una parte degli studenti pensò che l’unico metodo per fare punti doveva essere collegato alle leve, le quali vennero tirate in sequenze differenti, in modo da provare quale fosse la mossa esatta. Altri studenti, invece, capirono che le leve non avevano nulla a che fare con il contatore e, nella speranza di fare punti, cominciarono ad assumere gli atteggiamenti più stravaganti, come arrampicarsi sul tavolo, picchiare sul muro, sul contatore o saltare ripetutamente fino a toccare il soffitto.

L’esperimento di Ono, così come quello dei suoi colleghi, aveva dimostrato che anche l’uomo, nonostante la protezione dell’ippocampo, può assumere atteggiamenti superstiziosi.

Tutto ciò è veramente incredibile. Ancor più incredibile però, è l’ipotesi formulata da Danilo Mainardi, la quale sintetizza tutti i risultati raccolti e precedentemente esposti. Secondo Mainardi, il pensiero razionale ha sì portato l’uomo ad indagare per capire le cose della natura, ma al tempo stesso l’ha messo di fronte alla caducità delle cose terrene. L’irrazionalità, dunque, non dev’essere per forza stigmatizzata, anzi, nella giusta misura, può essere un modo per affrontare l’insensatezza delle nostre vite. Il gatto nero che attraversa la strada non ha davvero nulla a che fare con la vostra fortuna: ma, se davvero vi conforta, fate pure tutti i vostri scongiuri preferiti.

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