Il licantropo di Ansbach

Si stima che nel corso di soli trecento anni, dal XIV al XVII Secolo, in Europa siano state giustiziate fino a 100.000 persone accusate di essere lupi mannari.
A trovarsi sotto attacco da parte di queste creature soprannaturali furono in particolare Francia e Germania, paesi in cui le “epidemie” di licantropia causarono una vera e propria paura collettiva.
Il lupo mannaro poteva essere talvolta vittima di una maledizione, ma più frequentemente veniva additato come adoratore di Satana. Poiché il tramutarsi in lupo era considerato il risultato di arti magiche, i processi per licantropia ricadevano nel più ampio fenomeno della cosiddetta caccia alle streghe.
In tutta la storia degli episodi registrati di licantropia, ce n’è uno in particolare che è assolutamente degno di nota.

Nel 1685 il Principato di Ansbach comprendeva i dintorni dell’omonima cittadina bavarese; fu qui che un lupo cominciò ad attaccare le greggi e il bestiame. La minaccia divenne di colpo più seria quando l’animale uccise diversi bambini nel giro di pochi mesi.
Immediatamente si diffuse l’idea che non si trattasse di un normale lupo, bensì di un licantropo, sulla cui identità non potevano esserci dubbi: di recente infatti era finalmente morto il detestato Michael Leicht, Borgomastro di Ansbach (all’epoca una figura a metà strada tra il sindaco e il regnante), che per anni aveva assoggettato la cittadina al suo giogo crudele e fraudolento.

Si mormorava che l’odiato ufficiale pubblico fosse in realtà riuscito a sfuggire alla morte, trasferendo il suo spirito nel corpo di un lupo. C’era chi giurava di averlo intravisto mentre assisteva ai suoi stessi funerali; un volantino coevo mostra Michael Leicht che, sotto forma di lupo avvolto in un sudario di lino bianco, fa ritorno al suo vecchio appartamento terrorizzando i nuovi inquilini.

Cacciare il lupo sanguinario divenne dunque un imperativo non soltanto per proteggere i bambini da ulteriori carneficine, ma per liberare la città dall’ombra dello spirito del Borgomastro che infestava quei luoghi, e vendicare le angherie subite.

I cacciatori approntarono un Wolfsgrube. Questo “pozzo per lupi” consisteva in una buca, profonda circa tre o quattro metri, dalle pareti in pietra e ricoperta di rami e paglia, che veniva utilizzata per intrappolare le fiere. Sul fondo del pozzo si gettava della carne macellata, o più di frequente un’esca viva come una pecora, un maialino o un’oca. Il lupo, avvertendo l’odore della preda, si aggirava intorno alle sterpaglie fino a cadere nel pozzo e rimanere intrappolato.

Nel caso in questione, l’esca fu un gallo. Il lupo cadde nella buca e venne ucciso dai cacciatori.
Ma fu quello che successe dopo, a essere davvero interessante.

La carcassa dell’animale venne fatta sfilare per le strade della città, per segnalare che il pericolo era finalmente cessato. Gli uomini avevano avuto la meglio sulla bestia.

Ma, poiché questo non era un lupo ordinario, venne inscenato uno spettacolo ben più grottesco. Dopo averlo spellato, gli uomini tagliarono il muso all’animale e vi applicarono una maschera di cartone con le fattezze di Leicht; gli misero addosso una parrucca e un mantello, e lo impiccarono a una forca appositamente eretta su un colle lì vicino, in modo che fosse ben visibile.

Una poesia dell’epoca recita:

Io, lupo, bestia truce e divoratore di tanti bambini
che ho di gran lunga preferito a grasse pecore e manzi
un gallo mi ha ucciso, un pozzo è stato la mia morte.
Adesso sono appeso alla forca, io, per il ludibrio di tutte le genti
In quanto spirito e lupo ho infastidito gli uomini
Quanto bene mi sta, che adesso la gente dice:
Ah! Tu, maledetto spirito che sei entrato nel lupo,
Penzoli dalla forca travestito in sembianze da uomo
Questo è il giusto compenso, il dono che ti sei guadagnato;
Questo ti sei meritato, la forca è la tua tomba.
Prendi questa mancia, perché hai divorato i figli degli uomini
Come una bestia furiosa e feroce, vero mangiatore di bambini.”

La punizione riservata a questa bestia demoniaca è più sottile di quanto sembri a prima vista, perché in realtà ricopre una duplice valenza simbolica.

Da una parte, privare il lupo della sua pelliccia e sostituirla con abiti umani significava dimostrare a Satana che le sue astuzie non avevano funzionato. Gli abitanti di Ansbach avevano saputo riconoscere l’uomo sotto il pelo dell’animale; l’avvertimento era dunque rivolto al Diavolo stesso – ecco la fine che fanno i tuoi servitori, da queste parti! – e aveva un chiaro intento apotropaico.

Dall’altra parte, c’era un innegabile aspetto politico. Questa era una sorta di esecuzione “per procura” del vecchio regnante; i popolani, che non erano riusciti a rovesciare l’oppressore mentre era in vita, lo facevano post mortem.
Ci si può domandare: si trattava forse di un monito per il nuovo Borgomastro, affinché rigasse dritto? O c’era proprio lui, il novello regnante, dietro questa messinscena? Un simile gesto eclatante poteva essere un buon modo per guadagnarsi la fiducia degli abitanti, prendendo le distanze dalla tirannia del suo predecessore.
In ogni caso il messaggio politico era chiaro, perfino per chi non avesse creduto nei lupi mannari: questo atto sanciva la fine di un’epoca buia.

Come dimostra questo episodio, sbaglieremmo a bollare i processi per licantropia come cieca isteria di massa, fomentata dalla superstizione. Per quanto nascessero senz’altro dalle paure legate a un periodo di grandi epidemie, nonché di instabilità economica, politica e sociale, i processi per licantropia comportavano talvolta livelli di lettura stratificati, tutt’altro che inconsapevoli.
Mentre i tribunali condannavano al rogo centinaia di persone, gli intellettuali dibattevano su come fosse possibile che un uomo si trasformasse in lupo. Ed erano già sorprendentemente consci che il vero problema stava nel separare la leggenda dalla realtà.

Per esempio uno dei più acuti trattati sul tema, il Discorso sulla licantropia (1599) di Jean Beauvoys de Chauvincourt, rintraccia le origini del lupo mannaro nella mitologia greca, spendendo diverse pagine a fare distinzioni tra quelle che erano certamente allegorie fantastiche inventate dagli antichi, e quei casi che invece potevano nascondere un fondo di verità.

Ma qual era esattamente questa realtà? Cosa accadeva durante un episodio di licantropia? Possiamo davvero sostenere razionalmente, si domanda Beauvoys, che un uomo abbia la facoltà magica di mutare la propria forma fisica?
La questione più delicata, poi, era di ordine teologico. Come poteva Satana trasformare ciò che Dio aveva creato, sostituendosi a lui in una sorta di “seconda creazione”? Attribuirgli un simile potere non era ammissibile, visto che soltanto l’Altissimo poteva tramutare l’acqua in vino, la moglie di Lot in sale, o la verga di Mosè in serpente.

Nel suo trattato Beauvoys escogita una soluzione estremamente ingegnosa, un vero gioiello di equilibrismo, per uscire dall’impasse.
Visto che sostenere una trasformazione sostanziale dell’uomo in lupo lo porterebbe pericolosamente vicino a posizioni blasfeme o quantomeno eretiche, opta per una doppia illusione demoniaca.

La prima illusione colpisce proprio i licantropi: Satana, “grazie alla sua pura e semplice sottigliezza, penetrando dentro i loro corpi e occupando i loro organi interni, come vero possessore di questi, li persuade di ciò che vuole. Turbando la loro fantasia e facoltà di immaginazione, fa loro credere di essere bestie brutali, generando in loro gli stessi desideri e attrazioni di queste ultime, fino ad avere ordinarie frequentazioni carnali con quelle della loro specie”. Quindi il lupo mannaro non è altro che un uomo perduto e ingannato dal diavolo; il suo corpo non si ricopre veramente di pelo, le sue unghie non si trasformano in artigli né i suoi denti in zanne. Tutto avviene nella sua testa (un’idea straordinaria, se si pensa che qualcosa di simile alla psichiatria comincerà a nascere solo due secoli dopo).

In un secondo momento, grazie a unguenti, colliri, creme polveri e pozioni che somministra a questi suoi schiavi, il demonio è in grado di creare allucinazioni anche in chi ha la sventura di incontrare il lupo mannaro: “tale è l’odore e l’aria infettata da queste porcherie che non si contentano soltanto di agire sul suo paziente, ma sono così veementi, da agire anche sui sensi esterni degli spettatori, impadronendosi dei loro occhi i quali, turbati da questo veleno, si persuadono che queste trasformazioni siano reali”.

Ecco allora che, a un livello più superficiale, il lupo mannaro rappresenta il pericolo dell’abbandonarsi agli istinti bestiali perdendo la propria umanità; è una figura morale che illustra cosa succede a rinnegare la luce divina, e più in generale è segno di recessione alla barbarie, di perdita del logos.

Ma il fatto più spaventoso e inquietante è che il licantropo confonde e capovolge le comuni categorie di senso. Secondo Beauvoys, come abbiamo visto, la sua condizione è insieme soprannaturale (c’è lo zampino di Satana) e assolutamente terrena (nessuna trasformazione, l’uomo resta uomo, ancorché abbrutito). Allo stesso modo, il lupo di Ansbach è privato della sua pelle reale, reputata finta, e gli si fa indossare una faccia d’uomo, riconosciuta come la sua natura autentica.

La carica destabilizzante del licantropo risiede dunque in questa dimensione di mistero epistemologico — il lupo mannaro è un gioco di prestigio, un’illusione; è sia vero che falso.

La strega bambina di Albenga

E forse è per vendetta, e forse è per paura
O solo per pazzia, ma da sempre
Tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu.

(Edoardo Bennato, La fata, 1977)

San Calocero, Albenga. XV Secolo.
Una bambina di neanche tredici anni viene sepolta nei pressi della chiesa. Ma gli uomini che la stanno calando nella fossa decidono di inumarla a faccia in giù, di modo che il suo viso sia sigillato dal terreno. Lo fanno per impedirle di rialzarsi, di ritornare in vita. Perché la sua anima non possa sgusciarle fuori dalla bocca, e infestare quei luoghi. Lo fanno, in definitiva, perché quella ragazzina li spaventa a morte.
Poco distante, un altro corpo di donna giace in una profonda fossa. Il suo scheletro è completamente bruciato, e sopra alla sua sepoltura gli uomini hanno posto una grande quantità di pesanti pietre che le impediranno di uscire dalla tomba. Perché quelle come lei, si sa, dalla morte possono risvegliarsi.

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La “strega bambina” di Albenga e il secondo scheletro femminile che mostra profondi segni di bruciature sono due eccezionali ritrovamenti portati alla luce l’anno scorso da un’équipe del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, diretta dal professor Philippe Pergola e coordinata dagli archeologi Stefano Roascio e Elena Dellù. L’enigma che maggiormente sorprende gli studiosi è la vicinanza di queste due tombe anomale all’antica chiesa che conservava le reliquie del marire San Calocero: se queste due donne erano considerate “pericolose” o “dannate”, perché tumularle in un luogo di sepoltura di prestigio, sicuramente molto ambito?

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Un’ipotesi è quella che seppellirle lì fosse un “segnale di sottomissione alla chiesa”. Ma il lavoro di analisi da compiere sui resti è ancora molto, e già gli scheletri cominciano a dare qualche indizio che potrebbe gettare luce su una storia completamente dimenticata. Perché una bambina, alta neanche un metro e mezzo, incuteva un simile timore nei suoi compaesani?
Gli esami hanno evidenziato piccoli fori sul suo cranio che indicherebbero una forte anemia e una malattia come lo scorbuto. Questo tipo di patologie potevano risultare in svenimenti, improvvisi sanguinamenti e attacchi epilettici; facile, per l’epoca, attribuire sintomi simili a una possessione demoniaca.
Rimane inoltre da appurare un eventuale legame di parentela fra le due donne, dato che entrambi gli scheletri sembrano affetti da metopismo, ovvero la mancata saldatura delle ossa frontali, malformazione che ha cause genetiche.
Secondo la datazione al carbonio 14, le sepolture risalirebbero a un periodo compreso fra il 1440 e il 1530 — quando, cioè, la caccia alle streghe era già iniziata da un pezzo.

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Nel 1326, la bolla papale Super illius specula ad opera di Giovanni XXII pose le basi per la caccia alle streghe: potrà sembrare incredibile ma fino ad allora, infatti, gli intellettuali e i teologi avevano rigettato l’idea del commercio con il demonio come una superstizione da estirpare.

Perciò nelle chiese a loro affidate i sacerdoti devono costantemente predicare al popolo di Dio che queste cose sono completamente false. […] A chi, infatti, non è mai successo di uscire da sé durante il sonno o di avere visioni notturne e di vedere dormendo cose che da sveglio non aveva mai visto? Chi può essere tanto ottuso o sciocco da credere che tutte queste cose che accadono nello spirito avvengano anche nel corpo?

(Canon episcopi, X secolo)

A partire dal XIV Secolo, invece, anche l’intellighenzia si convince che le streghe siano reali, e inizia quella lotta senza confini non soltanto all’eresia ma anche al “maleficio”, persecuzione affidata dalla Chiesa agli ordini mendicanti (domenicani e francescani) e che durerà per quattro secoli. Sull’onda della pubblicazione del Malleus Maleficarum (1487), vero e proprio manuale per la repressione della stregoneria, i processi si moltiplicarono, ironicamente proprio in concomitanza con il Rinascimento e fino all’epoca dei Lumi. Il destino della “strega bambina” di Albenga è inserito in un questo complesso contesto storico: non si tratta dunque di un vero e proprio “mistero”, come annunciato da qualche giornale, ma di un’ennesima, tragica vicenda umana i cui dettagli sono andati perduti nel tempo. Forse almeno una parte della sua storia verrà a poco a poco ricostruita dall’équipe internazionale che oggi si occupa degli scavi a San Calocero.

(Grazie, Silvano!)