Cronache di un corpo inesatto

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Francesco è un nostro affezionato lettore, e una delle migliori amicizie di penna che abbiamo avuto la fortuna di instaurare grazie a questo blog. Giovane, brillante, simpatico – in breve, una persona piena di idee interessanti. Un esempio: sei mesi fa, Francesco decide di tagliarsi i capelli, fino ad allora molto lunghi, e questo fatto che per qualsiasi altra persona sarebbe tutto sommato banale e scontato, diventa per lui un vero e proprio atto magico, un’occasione per instillare un po’ di meraviglia nella sua vita: invece di farli spazzolare via dal pavimento come rifiuti, decide di donare i propri capelli alla Banca dei Capelli, un’associazione che si occupa di fabbricare parrucche per i malati di cancro. “È strano pensare come questa persona, che non conosco, porterà in testa ogni giorno una parte così intima, in fondo, di me. Qualcuno avrà accanto a sé ben sei anni di emozioni e ricordi, e fra quelle ciocche tesserà anche il suo futuro di speranza. Saranno non solo un oggetto d’uso, ma una muta consolazione, una carezza a distanza ad uno sconosciuto”.

Francesco è una persona affascinante, e non vi abbiamo ancora detto tutto.

Francesco è biologicamente una femmina di nome Silvia.

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Potrebbe sembrare che “siamo tutti uguali” oppure “siamo tutti differenti” siano due espressioni il cui risultato in fondo non cambia, eppure qui su Bizzarro Bazar abbiamo sempre dato più valore alla seconda. Sono le visioni alternative, le esperienze non conformi, le vite non allineate che stimolano la nostra ricerca (oltre a cambiare veramente le cose, visto che spesso sono proprio le minoranze che fanno la storia).

Abbiamo quindi deciso di approfondire la strana condizione di chi ogni giorno deve fare i conti con un corpo in cui non si riconosce: Francesco ha accettato di rispondere al fuoco di fila delle nostre domande. La doverosa premessa è che il nostro interlocutore si definisce gender-fluid, vale a dire che non si sente strettamente transessuale ma piuttosto un mix dinamico di elementi di entrambi i generi sessuali al tempo stesso (da questo il suo peculiare uso intercambiabile di pronomi e aggettivi maschili/femminili).

Quando si sono manifestati i primi turbamenti della sfera identitaria? Come e in che modo hai cominciato a comprendere che eri in parte estraneo al tuo genere biologico di nascita? Quali conseguenze pratiche (di socializzazione, di integrazione, di autoimmagine) ha comportato all’inizio? Che rapporto avevi con il tuo corpo durante la pubertà?
Io sono nata in un paese veramente piccolo: le conseguenze dei pettegolezzi e delle aspettative sono facili da immaginare. Ci sono state persone tanto invidiose della mia nascita da femmina da odiarmi.
La prima volta che ho avvertito il disagio di essere qualcosa che non mi corrispondeva è stato quando, in terza elementare mi sono dovuto confrontare per la prima volta con la guerra “maschietti contro femminucce”.
I maschi hanno cominciato ad evitarmi, ad accomunarmi alle bambine, a pretendere (insieme agli adulti) che io mi conformassi a loro ed ai loro giochi: a me non interessava, non volevo, l’ho fatto a forza per sembrare normale.
Non volevo mettere la gonna per uscire, non volevo imparare a truccarmi per essere bella anche se mi piaceva farlo per giocare. Ho provato per anni e anni a conformarmi, ma… non era semplicemente possibile farlo. Anche vestita da donna, sembravo (e sembro) una specie di mostro, qualcosa che non veste la sua vera pelle. Sembrare normale è la cosa che cerco di combattere ora: sono ossessionata dallo sguardo onnipresente e giudicante del mondo.
Poi a 14 anni ho provato a giocare con i vestiti da uomo e, beh, è stata una scoperta incredibile. Ci stavo bene, in un modo sorprendente. Solo adesso, che sono molto più grande, ho capito che quello non era un semplice cambio d’abito.

Credi che vi sia nel tuo caso un qualche tipo di rapporto fra il genere che avverti come tuo, e il tuo orientamento sessuale?
Non esattamente. Mi ha creato e mi crea problemi, questo sì. La mia omosessualità (in realtà sono bisessuale, ma caso ha voluto che ultimamente abbia avuto solo compagne donne) è stata una specie di trauma.
Tutt’oggi sono in terapia per gli attacchi di panico, per il terrore, che mi provoca anche solo ammettere che mi piacciano le donne… figurarsi il resto.
Il fatto che io sia poi gender-fluid peggiora la situazione: ti porta a pensare che non sarai mai abbastanza per una persona. Chi vorrebbe stare con un ibrido che non è né uomo né donna?

L’androgino o l’ermafrodito sono figure simboliche estremamente potenti (certo, potresti dirmi che c’è differenza fra la simbologia e la vita pratica e quotidiana; ma non ne sono così convinto). Tu ti vedi davvero come “un ibrido che non è né uomo né donna”, oppure potresti pensarti positivamente come un ibrido che è sia uomo che donna?
Dipende dalle giornate. Ci sono volte in cui mi vedo in modo molto positivo, in cui mi sento parte della bellezza del tutto. In quei momenti mi sento un essere completo e felice, ma più spesso…
Più spesso è soltanto doloroso, perché non è facile capirsi, perché semplicemente non sono un ermafrodito perfetto quindi ci sono cose che mi sono precluse dal mio stesso corpo. È come essere spezzati. Mi ci è voluto tempo per comprendere che non si trattava di doppia personalità o qualcosa di simile: Francesco e Silvia non sono due entità separate, ma una sfumatura di colore che va dall’una all’altro.

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Come gestisci il divario (se c’è) fra il privato e l’immagine che di te hanno gli altri?
Lo sto affrontando da quando mi sono trasferito: ora riesco a vestirmi come voglio (che non vuol necessariamente dire sempre da uomo, anzi; il mio stile è maglione sformato, jeans e scarpa da ginnastica), a parlare e a comportarmi come voglio.
Attualmente, per quanto riguarda il fisico, sto lavorando un po’ di più: la mia forma non mi permette di fingermi facilmente un ragazzo. Dopo un mese di pianti (l’ho già detto che sono pauroso?), ho comprato un binder (un accessorio simile a una canottiera che serve per modellare il petto) ed i miei primi veri vestiti da uomo. Ho tagliato i capelli proprio per non dover indossare una parrucca… e per sentirmi più me stesso.
Al lavoro e in famiglia mi chiamano tutti Silvia, ma i miei amici e talvolta anche altre persone mi chiamano col mio nome maschile, Francesco, e alcuni usano anche (per rispetto) il maschile per parlare. Per me il genere è indifferente, anche se mi piacerebbe che ci fosse un neutro o un modo per non doverlo specificare, come in inglese.

I movimenti LGBT, le lotte sociali, ti interessano oppure, pur riconoscendone l’importanza, sei uno di quelli che preferisce mantenere certe questioni nel privato?
Credo che il modo migliore di combattere sia far vedere al mondo che circonda me cosa voglia dire la vera felicità e la normalità della mia vita.

Alcune culture non distinguevano soltanto due generi sessuali, come la nostra, ma ne contemplavano un terzo, una via di mezzo fra i due principali, che spesso veniva considerato sacro: hai sentito o senti la nostra società come un peso oppressivo?
Sì, decisamente, perché tutti ti chiedono di scegliere. Io invece… non credo di voler MAI scegliere. Non ho bisogno di farlo, non ne provo il desiderio. Sono una via di mezzo e trovo SPLENDIDE le vie di mezzo come me. Un ragazzo con la gonna, un Kathoey, una ragazza vestita da uomo o meglio ancora un androgino/a sono quanto di più bello io possa contemplare.
Questa è una realizzazione degli ultimi mesi: finalmente ho capito che, se gli altri scelgono (per così dire) un ruolo preciso, non lo devo per forza fare anch’io.
Nella vita di tutti i giorni, in fondo, i caratteri sessuali non sono così definiti: anche le donne hanno i baffi, gli uomini possono avere il seno, i peli crescono anche sulla pelle femminile, così come gli uomini in molte culture si truccano. È troppo facile dividere tutto con una riga netta, senza la minima sfumatura.

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Amici, parenti, genitori: come hanno affrontato la cosa, e come si è evoluta la loro posizione nel tempo? Come vivi oggi la tua condizione e quali progetti hai per il futuro (“piccole” e “grandi soluzioni” incluse, ma non solo)?
La maggioranza non sa della mia condizione. Questo a volte mi fa star male, perché vengono dette piccole cose (come insinuare che fingo, o chiedermi costantemente di prendere una decisione, di avere un figlio, di adeguarmi o rassegnarmi al fatto che io sia solo donna e che non possa essere altrimenti) che mi feriscono a fondo.
È anche vero che non posso biasimarli. Non è un modo di vivere che conoscono, non possono capire cosa si provi. Non è colpa loro, se mi feriscono.
Per il momento solo la mia compagna e alcune amiche sanno di me. Hanno avuto reazioni molto diverse, ma sostanzialmente tutte e tre dicono la medesima cosa: sii quello che ti senti. Sono la mia forza per combattere la paura. Parlarne è già un modo di sconfiggerla e cercare di andare oltre.
Attualmente la vivo con meno disagio rispetto a prima: qui posso anche infilarmi i vestiti da uomo e uscire, perfino parlare al maschile, nessuno osa dirmi nulla. Sul sesso (inteso come rapporto fra le coperte) ho ancora molti dubbi, molte paure.
Vorrei semplicemente continuare a capirmi, sconfiggere il terrore, operarmi e… beh, essere ME.

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Aspetta un secondo… “operarmi”? Hai appena detto che non vuoi scegliere, che vorresti rimanere per sempre una “via di mezzo”…
Vorrei farmi sistemare il seno. È veramente di troppo per me, e qualunque cosa io faccia al proposito falsa la mia impressione sugli altri. Per i fianchi larghi, il sedere e la pancia posso anche soprassedere o al limite lavorarci dimagrendo e andando in palestra, per questo maledetto seno non posso fare nulla se non operarmi. Il problema è che, come saprai, queste operazioni sono abbastanza pericolose, hanno una degenza lunga, costano molto e se non sono eseguite bene il risultato è spesso deludente. Vorrei sostanzialmente adeguare il mio aspetto a me stesso… e poi si vedrà. Non credo di avere la necessità (né la voglia) di operarmi anche ai genitali.

Mi hai confidato che sei credente: Dio, se c’è, ti ha fatto un’ingiustizia o un regalo? La tua è una battaglia o un percorso di crescita? Nasciamo e moriamo su questo piccolo pianeta: c’è una risposta che sei riuscito a darti, sul perché nello schema delle cose ti sia capitata questa strana avventura?
Non credo che Dio abbia deciso di farmi soffrire. E lo dico semplicemente perché, da credente, SO che è un essere che mi ama, qualunque sia la sua forma, il suo nome, il suo aspetto.
Se mi ha creata così, se mi ha messa in questo corpo, c’è una ragione. Gli chiedo spesso perché l’abbia fatto proprio con me, ma in definitiva le mie domande a Lui non sono di solito riferite a me stessa: mi ritengo una persona molto fortunata.
Non credo neppure, dal momento che sono cattolico, che mi odi per come vivo. È stata certamente una cosa che mi ha molto pregiudicato, e lo fa tutt’ora. Io non mi cambio con le donne negli spogliatoi, né accarezzo bambini, perché, purtroppo, mi vedo come un germe contagioso. Non voglio rischiare di infettarli, anche se razionalmente so che, beh, sono solo un po’ sfasato.
Sì, è vero, ho dei problemi, ma non sono nulla di paragonabile al dolore che provano altri: non so cosa sia la fame, non so cosa sia la paura, né ho provato la guerra, nessuno mi ha mai fatto del male (consapevolmente).
Dio ha messo sulla mia strada le persone più belle che io abbia mai visto, e di questo e di molto altro posso essere grato: mi ha regalato un mondo che è talmente pieno di bellezza, amore e sogni, che sono fortunato anche solo a poterlo gustare.

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La sconosciuta della Senna

Parliamo oggi di una delle più romantiche ed enigmatiche figure di inizio ‘900: l’inconnue de la Seine.

La leggenda vuole che a Parigi, a fine ‘800, il corpo di una donna venisse ripescato dalla Senna – avvenimento non straordinario per l’epoca. Portata all’obitorio, un operatore funebre restò affascinato dalla sua bellezza, ma sopratutto rimase impressionato dal sorriso della ragazza: un sorriso che restituiva una tale idea di pace e serenità da ricordare quello della Gioconda. La giovane suicida doveva aver trovato, nel suo ultimo gesto, quella felicità che le era stata negata in vita.

Così l’impiegato della morgue eseguì una maschera mortuaria della bella sconosciuta, cioè un calco in gesso del suo viso. Dopodiché il corpo fu esposto nella vetrina dell’obitorio, com’era uso fare a quei tempi, affinché qualcuno dei passanti potesse identificarlo (vista con occhi contemporanei, una simile usanza può sembrare strana ma la morte, allora, non era ancora il tabù occultato e nascosto che è al giorno d’oggi).

Nessuno riconobbe la salma, che trovò una sepoltura comune e anonima.

Da quando la leggenda si diffuse, la “sconosciuta della Senna” divenne in breve tempo un clamoroso caso che stimolava la fascinazione macabra della Parigi bohémienne dei primi del ‘900. Cominciarono a circolare molte copie della maschera mortuaria, che andarono a ruba. Una seconda serie di calchi venne addirittura fatta a partire da una fotografia di quello originale, e queste “copie di copie” riproducevano dei dettagli compleamente irrealistici – ma tant’è, anche questa seconda ondata fu esaurita nel giro di pochi mesi. Pareva che tutti gli intellettuali e gli artisti fossero innamorati di questo viso enigmatico, e mille dissertazioni furono fatte sul suo sorriso e su quello che poteva rivelare della vita, della posizione sociale o della morte della povera ragazza. Le maschere mortuarie dell’inconnue addobbavano case e salotti esclusivi: secondo quanto riportato da alcune testimonianze, la ragazza divenne addirittura un ideale erotico, tanto da ispirare l’acconciatura dei capelli di un’intera generazione femminile, e da suggerire ad attrici del teatro e del cinema il look vincente.

La sconosciuta della Senna apparve in poemi, romanzi, pièce teatrali, novelle – ma non stiamo parlando di libriccini scandalistici. Per farvi capire la statura degli autori che ne scrissero, basta un veloce elenco di nomi: Rilke, Nabokov, Camus, Aragon, più recentemente Palahniuk

Ma chi era veramente la sconosciuta della Senna? Mille teorie sono state avanzate, tra cui quella che vuole che la giovane donna non fosse morta suicida, ma vittima di un omicidio. Il dottor Harry Battley è convinto di aver trovato in un negozio di anticaglie una fotografia della sconosciuta ancora in vita. Secondo le sue “ricerche” si tratterebbe di un’artista ungherese di music-hall, invischiata in un torbido adulterio di cui avrebbe pagato le conseguenze… insomma, vi risparmiamo i dettagli: la fotografia è interessante, ma la teoria che ci sta dietro è quantomeno bislacca.

La verità è probabilmente molto lontana dalla leggenda, e sicuramente molto meno romantica. Chiunque abbia un minimo di familiarità con le scienze forensi avrà già capito che il volto dell’inconnue ha davvero poche possibilità di essere il volto di un’annegata. Georges Villa, illustratore, dice di avrer saputo dal suo maestro Jules Lefebvre che il modello era in realtà una giovane donna morta di tubercolosi nel 1875.

Che il pesante calco utilizzato per le maschere mortuarie potesse poi immortalare un lieve e delicato sorriso come quello della sconosciuta, è altrettanto improbabile. Il sorriso potrebbe, in effetti, essere stato scolpito a posteriori sul negativo del calco. Secondo Claire Forestier, che lavora nella ditta di modelli in gesso che probabilmente all’epoca prese il calco, la sconosciuta non era affatto morta, ma era una viva e vegeta modella di 16 anni.

Non sapremo mai con certezza l’identità della sconosciuta che appassionò e fece innamorare mezza Europa. Ma la sua macabra storia finisce con un inaspettato, surreale happy ending.

Nel 1958, in America, venne costruito il primo manichino di addestramento per il pronto soccorso, chiamato Rescue Annie (o Resusci Annie). Indovinate un po’? I suoi inventori decisero di regalargli il volto della sconosciuta della Senna. Utilizzato nell’addestramento al massaggio cardiaco e alla respirazione bocca a bocca, il volto della sconosciuta (oltre ad aver contribuito a salvare molte vite) divenne così “il più baciato del mondo”.

Un sito (in inglese) che esplora in modo molto approfondito la leggenda, le teorie di omicidio ma soprattutto l’eredità lasciata da questa figura nella letteratura, nell’arte e nella musica del ‘900 è The Legend Of The Inconnue.

r. Harry Battley

Le sorelle Shepherd

Date un’occhiata a questa fotografia:

Non sembra esserci nulla di strano: sono tre sorelle, Bethony, Megand e la piccola Ryleigh. La cosa sorprendente, però, e che queste sono tre gemelle.

A seguito di alcuni problemi di endometriosi e cisti ovariche, la signora Sheperd decise assieme a suo marito di sottoporsi ad alcune terapie per l’impianto di embrioni. I medici prelevarono 24 ovuli, e ne fecondarono 14 con successo. Nel 1998, alla signora Shepherd vennero impiantati due embrioni fertilizzati, mentre gli altri vennero criogenizzati. La gravidanza andò bene, e Bethony e Megand nacquero senza problemi, anche se premature di 6 settimane.

Poi, 11 anni più tardi, gli Shepherd decisero che avrebbero voluto un terzo bambino. E utilizzarono uno degli embrioni criogenizzati all’epoca della prima gravidanza. Quindi, benché abbiano 11 anni di differenza di età, le tre sorelline sono a tutti gli effetti gemelle. O forse non possiamo definirle tali, in quanto non sono nate nello stesso momento?

Al di là del caso singolo, questo è un interessante esempio di come il progresso tecnologico ci porta a ridefinire e reinventare tutti i nostri paradigmi identitari. Come preconizzavano i grandi scrittori di fantascienza della seconda metà del ‘900 (Ballard, Dick, Burroughs), le nuove possibilità che la scienza ci offre non trovano spesso un adeguato corredo psicologico, cioè siamo ancora poco pronti a comprenderne le implicazioni. Dovremo sostituire la nostra idea di uomo e di identità, un tempo fissa, concreta e inattaccabile, con una nuova visione molto più fluida, proteiforme e indefinita?

Nel frattempo, la piccola Ryleigh se la spassa e mostra un grande appetito. “È come se stesse cercando di rifarsi del tempo perduto”, dice la mamma.

Scoperto via Oddity Central.

Modificazioni corporali estreme

Oggi parliamo di un argomento estremo e controverso, che potrebbe nauseare parecchi lettori. Chi intende leggere questo articolo fino alla fine si ritenga quindi avvisato: si tratta di immagini e temi che potrebbero urtare la sensibilità della maggioranza delle persone.

Tutti conoscono le mode dei piercing o dei tatuaggi: modificazioni permanenti del corpo, volontariamente “inflitte” per motivi diversi. Appartenenza ad un gruppo, non-appartenenza, fantasia sessuale o non, desiderio di individualità, voglia di provarsi di fronte al dolore… il corpo, rimasto tabù per tanti secoli, diviene il territorio privilegiato sul quale affermare la propria identità. Ma le body modifications non si fermano certo ai piercing. Attraverso il dolore, il corpo così a lungo negato diviene una sorta di cartina di tornasole, la vera essenza carnale che dimostra di essere vivi e reali.

E la libertà di giocare con la forma del proprio corpo porta agli estremi più inediti (belli? brutti?) che si siano mai visti fino ad ora. Ci sono uomini che desiderano ardentemente la castrazione. Donne che vogliono tagliare in due il proprio clitoride. Maschi che vogliono liberarsi dei capezzoli. Gente che si vuole impiantare sottopelle ogni sorta di oggetto. O addirittura sotto la cornea oculare. Bisognerebbe forse parlare di “corponauti”, di nuovi esploratori della carne che sperimentano giorno dopo giorno inedite configurazioni della nostra fisicità.

Alcune di queste “novità del corpo” sono già diventate famose. Ad esempio, il sezionare la lingua per renderla biforcuta: le due metà divengono autonome e si riesce a comandarle separatamente. La divisione della lingua è ancora un tipo di pratica, se non comune, comunque almeno conosciuta attraverso internet o il “sentito dire”. La maggior parte degli adepti dichiara che non tornerebbe più ad una lingua singola, per cui dovremmo credere che i vantaggi siano notevoli. Certo è che gran parte di queste modificazioni corporali avviene senza il controllo di un medico, e può portare ad infezioni anche gravi. Quindi attenti.

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Diverso è il discorso per le amputazioni volontarie di genitali o altre estremità. Nelle scene underground (soprattutto americane) si ricorre all’aiuto dei cosiddetti cutters. Si tratta di medici o di veterinari che si prestano a tagliare varie parti del corpo dei candidati alla nuova vita da amputati. E i tagli sono di natura squisitamente diversa. C’è chi decide di farsi portar via entrambi i testicoli, o i capezzoli, chi opta per sezionare il pene a metà, chi ancora si fa incidere il pene lasciando intatto il glande, chi vuole farsi asportare i lobi dell’orecchio. La domanda comincia  a formarsi nelle vostre menti: perché?

Scorrendo velocemente il sito Bmezine.com, dedicato alle modificazioni corporali, c’è da rimanere allibiti. Sembra non ci sia freno alle fantasie macabre che vogliono il nostro fisico diverso da ciò che è.

Per rispondere alla domanda che sorge spontanea (“Perché?”) bisogna chiarire che queste modificazioni rimandano a un preciso bisogno psicologico. Non si tratta  – soltanto – di strane psicopatologie o di mode futili: questa gente cambia il proprio corpo permanentemente a seconda del desiderio che prova. Se vogliamo vederla in modo astratto, anche le donne che si bucano i lobi dell’orecchio per inserirci un orecchino stanno facendo essenzialmente la stessa cosa: modificano il loro corpo affinché sia più attraente. Ma mentre l’orecchino è socialmente accettato, il tagliarsi il pene in due non lo è. Lo spunto interessante di queste tecniche è che sembra che il corpo sia divenuto l’ultima frontiera dell’identità, quella soglia che ci permette di proclamare quello che siamo. In  un mondo in cui l’estetica è assoggettata alle regole di mercato, ci sono persone che rifiutano il tipo di uniformità fisica propugnata dai mass media per cercare il proprio individualismo. Potrà apparire una moda, una ribellione vacua e pericolosa. Ma di sicuro è una presa di posizione controcorrente che fa riflettere sui canoni di bellezza che oggi sembrano comandare i media e influenzare le aspirazioni dei nostri giovani. Nel regno simbolico odierno, in cui tutto sembra possibile, anche la mutilazione ha diritto di cittadinanza. Può indurre al ribrezzo, o all’attrazione: sta a voi decidere, e sentire sulla vostra pelle le sensazioni che provate. Certo questo mondo è strano; e gli strani la fanno da padrone.

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Automi & Androidi

La storia degli automi meccanici si perde nella notte dei tempi, e non è nostra intenzione affrontarla in maniera sistematica o esaustiva. È interessante però notare che nella Grecia classica, così come nella Cina antica, l’ingegneria meccanica era forse più avanzata di quanto non sostenga la storia ufficiale. Gli archeologi sono sempre più aperti alla nozione di scienza perduta – vale a dire una conoscenza già raggiunta in tempi antichi e poi, per cause diverse, persa e “riscoperta” in tempi più recenti. Meccanismi come quello celebre di Anticitera sono “sorprese” archeologiche che fanno soppesare daccapo l’avanzamento tecnologico di alcuni nostri antenati così come è stato supposto fino ad ora (senza peraltro arrivare alle fantasiose ipotesi extraterrestri o a ingenue rivisitazioni esoteriche o new-age delle epoche passate).

Nonostante quindi ci sia pervenuta voce di automi meccanici complessi e realistici da epoche e regioni non sospette, i primi veri robot storicamente documentati risalgono ai primi del 1200 in Medioriente, e sono attribuiti al genio ingegneristico dello scienziato, artista e inventore Al-Jazari. Per intrattenere gli ospiti alle feste, si dice avesse creato una piccola nave con quattro automi musicisti che suonavano e si muovevano realisticamente; un altro suo automa aveva un meccanismo simile alle nostre moderne toilette: ci si lavava le mani in una bacinella e, tirata una leva, l’acqua veniva scaricata e il meccanismo dalle avvenenti forme di ancella riempiva nuovamente la vaschetta. (E le meraviglie inventate da questo genio non si fermavano qui).

Tra i molti inventori che misero a punto automi meccanici, fra Cina, Medioriente e Occidente, spicca anche il nostro Leonardo da Vinci, che aveva progettato un cavaliere in armatura semovente, destinato forse al divertimento per i nobili invitati ai simposi.

Nel Rinascimento, ogni wunderkammer che si rispettasse ospitava qualche automa pneumatico, idraulico o meccanico: nobiluomini di latta che fumavano, dame metalliche che cantavano, cigni e pavoni meccanici che si muovevano e drizzavano il piumaggio. Jacques de Vaucanson (inventore del telaio automatico, così come di molti altri meccanismi tutt’oggi adoperati negli utensili domestici) costruì un’anitra di metallo che ad oggi resta un automa insuperato per complessità. L’anatra poteva bere acqua con il becco, mangiare semi di grano e replicare il processo di digestione in una camera speciale, visibile agli spettatori; ognuna delle sue ali conteneva quattrocento parti in movimento, che potevano simulare alla perfezione tutte le movenze di un’anatra vera.

Nel ‘700 gli automi erano una moda e un’ossessione per molti inventori. Il loro successo non accennò mai a declinare anche nel secolo successivo. Ma da semplici curiosità o giocattoli automatizzati sarebbero divenuti molto più intriganti con l’avvento, nella seconda metà del XX secolo, delle nuove tecnologie, dell’informatica e del concetto di robot  portato avanti dalla fantascienza.

Con l’affermarsi della cibernetica e della robotica, gli automi meccanici fecero il grande passo. Autori di science-fiction quali Asimov, Bradbury, e poi Dick, Gibson e tutta la stirpe degli scrittori cyberpunk ne celebrarono il potenziale destabilizzante. Abbiamo già parlato del concetto di Uncanny Valley, ovvero quel punto esatto in cui l’automa diviene un po’ troppo simile all’essere umano, e suscita un sentimento di paura e repulsione. Gli autori di fantascienza del ‘900, trovatisi per primi a confrontarsi con i prototipi di computer in grado di tener testa a un esperto giocatore di scacchi, o alle primissime generazioni di robot capaci di azioni complesse, non potevano che descrivere un’umanità minacciata da una “presa di controllo” da parte delle macchine. Una visione piuttosto ingenua e “antica”, forse, vista alla luce della nostra realtà in cui i computer ci aiutano, ci connettono e ci sostengono in modo così pervasivo. Eppure…

…eppure. Ecco le domande interessanti. A che punto siamo oggi con gli androidi (così vengono chiamati i moderni automi)? A che livello sono giunti gli scienziati? Quali sono le novità che gli ingegneri sfoggiano alle mostre e alle convention? Ci fanno ancora paura questi esseri automatizzati che simulano le espressioni e i movimenti umani? Il fascino degli automi, e le domande che ci pongono, divengono sempre più concreti. Se fra qualche anno vi trovaste a chiedere informazioni a una signorina seduta dietro a un bancone della reception, e scopriste dopo poco che vi trovate davanti a un perfetto automa, la cosa vi darebbe fastidio? Donare un’identità sempre più definita a una macchina, confondere l’organico e il meccanico, è davvero uno scandalo, come preconizzavano gli autori di fantascienza del secolo scorso? Può davvero un automa troppo umano far vacillare la nostra sicurezza, perché toglie qualcosa alla nostra stessa unicità? Potete decidere voi stessi, dando un’occhiata a questi recenti video.

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