Svelando Gorini, il Pietrificatore

Questo post è apparso originariamente su The Order of the Good Death

Molti anni fa, quando avevo appena cominciato a esplorare la storia della medicina e delle preparazioni anatomiche, mi trovai terribilmente affascinato dai cosiddetti “pietrificatori”: anatomisti del Diciannovesimo e Ventesimo secolo che misero a punto oscuri procedimenti chimici per conferire ai loro preparati una solidità quasi lapidea ed eterna.
Il fine era quello di risolvere due problemi in uno: la costante penuria di corpi da dissezionare, e i problemi igienici relativi a questa pratica (all’epoca la dissezione era una faccenda non proprio pulita).
Ogni pietrificatore perfezionò la sua propria formula segreta per ottenere preparazioni anatomiche virtualmente incorruttibili: l’arte della pietrificazione divenne un’eccellenza squisitamente italiana, una branca dell’anatomia che fiorì grazie a una serie di fattori culturali, scientifici e politici.

Quando mi imbattei per la prima volta nella figura di Paolo Gorini (1813-1881), feci l’errore di presumere che il suo lavoro fosse molto simile a quello dei suoi colleghi pietrificatori.
Ma appena misi piede nella meravigliosa Collezione Gorini di Lodi, fui sorpreso nel vedere relativamente poche preparazioni scientifiche: molti dei pezzi esposti erano in realtà teste intere non sezionate, piedi, mani, corpi di bambini, ecc. Non si trattava insomma di studi strettamente medici: questi erano tentativi di preservare il corpo per sempre. Che Gorini stesse cercando di trovare il modo di trasformare i cari estinti in vere e proprie statue? Perché?
Dovevo saperne di più.

Qualsiasi ricerca biografica è di per sé una strana esperienza: scavare nel passato alla ricerca del segreto di un individuo è un’impresa inevitabilmente destinata al fallimento. Non importa quanto si legga della vita di una persona, i suoi desideri e i sogni più profondi rimangono comunque inaccessibili.
Eppure più esaminavo libri, carte, documenti su Paolo Gorini, più sentivo di poter in qualche modo relazionarmi con la ricerca di quest’uomo.

Sì, era un genio eccentrico. Sì, viveva solitario nel suo tenebroso laboratorio, circondato da “corpi d’uomo e di bestie, membri e organi di corpi, teste con intatta capigliatura […] oggetti per dama e scacchi fatti con sostanze animali; fegati e cervella pietrificati, pelli indurite, nervi di bue ecc.“. E sì, per certi versi egli si compiaceva di incarnare il personaggio dello scienziato un po’ pazzo, soprattutto a beneficio dei suoi amici scapigliati – scrittori e intellettuali che lo veneravano. Ma c’era di più.

Era necessario spogliare l’uomo dalla leggenda. Quindi, visto che una delle grandi passioni di Gorini fu la geologia, decisi di approcciarlo come se fosse un pianeta: procedendo sempre più a fondo, scendendo attraverso i diversi livelli di sedimenti che compongono il suo stratificato enigma.

La crosta esteriore era il frutto della mitopoiesi folklorica nutrita dalle storie sussurrate, dalle visioni d’orrore colte di sfuggita, dalle dicerie popolari. “Il Mago”, lo chiamavano. L’uomo che trasformava i cadaveri in pietra, che sapeva creare le montagne dalla lava fusa (come effettivamente faceva nelle sue dimostrazioni pubbliche di “geologia sperimentale”).
Lo strato immediatamente sottostante svelava l’immagine di uno scienziato “anomalo” eppure radicato entro i confini dello Zeitgeist, immerso nello spirito e nelle dispute del suo tempo, con tutti i vizi e le virtù che ne derivano.
Il livello più intimo – l’uomo vero e proprio – rimarrà forse per sempre oggetto di speculazione. Ma alcuni aneddoti erano talmente coloriti da permettermi di aprire uno spiraglio sulle sue paure e speranze.

Però ancora non sapevo come mai avvertissi un’affinità così curiosa con Gorini.

Le sue preparazioni, dal nostro punto di vista, possono apparire certamente grottesche e macabre. Egli aveva accesso ai cadaveri non reclamati dell’obitorio, fu in grado di sperimentare su un inconcepibile numero di corpi (“Alla compagnia dei viventi per la maggior parte della mia vita ho sostituito, senza troppo dolore, quella dei morti…“), e molti dei volti che possiamo vedere nel Museo sono quelli di contadini e gente povera. Questo è uno dei motivi per cui molti visitatori possono trovare la Collezione di Lodi piuttosto disturbante, rispetto a un’esposizione anatomica più “classica”.
Eppure, ecco quella che sembra una contraddizione macroscopica: verso la fine della sua vita, Gorini brevettò il primo forno crematorio realmente funzionale. Il suo modello era talmente efficiente che venne implementato in diverse parti del mondo, da Londra all’India. Ci si potrebbe chiedere perché quest’uomo, che aveva dedicato la sua vita intera a rendere i corpi eterni, tutto a un tratto aveva deciso di distruggerli con il fuoco.
Evidentemente Gorini non stava combattendo la morte: la sua era una crociata contro la putrefazione.

Quando Paolo aveva solo dodici anni, vide suo padre morire rovesciato da una carrozza in un orribile incidente: “Quel giorno è il punto nero della mia vita: segna la separazione della luce dalle tenebre, il dissiparsi d’ogni bene, il principale d’una infinita processione di mali. Dopo quel giorno io mi trovai sulla terra come un estraneo…
Il pensiero del corpo del suo amato padre che marciva nella tomba probabilmente lo perseguitò per sempre. “È una cosa orribile il rendersi conto di ciò che succede al cadavere allorché sia rinchiuso nella sua prigione sotterranea. Se attraverso un qualche spiraglio si potesse gittare là dentro uno sguardo, qualunque altro modo di trattamento dei cadaveri si giudicherebbe meno crudele, e l’uso del seppellimento sarebbe irremissibilmente condannato.”

Ed è qui che, all’improvviso, ho capito.

Questo era esattamente il motivo per cui trovavo il suo lavoro così rilevante: l’intento di Gorini era elaborare un modo per vincere lo “scandalo” del cadavere.
Egli inseguì instancabilmente un nuovo, più consono modo di relazionarsi con i resti dei cari scomparsi. Per un certo periodo, credette veramente che la pietrificazione potesse essere la risposta. Chi avrebbe più avuto bisogno di un ritratto, pensava, se la stessa persona amata poteva essere eternata per sempre?
Gorini suggerì perfino di usare le sue teste pietrificate per adornare le lapidi del cimitero di Lodi – una sfortunata ma innocente proposta, avanzata con la convinzione più genuina e un personale senso di pietas. (Non c’è bisogno di dire che quest’idea non venne accolta con molto entusiasmo).

Gorini era di sicuro eccentrico e un po’ strano ma, lungi dall’essere pazzo, era anche stimato dai suoi concittadini lodigiani in virtù della formidabile gentilezza e della sua generosità. Insegnante amato e appassionato patriota, era perennemente preoccupato che le sue invenzioni tornassero utili alla comunità.
Quindi appena comprese che la pietrificazione poteva forse avere i suoi vantaggi in campo scientifico, ma non era né pratica né particolarmente ben accetta come modo di rapportarsi con i defunti, si rivolse alla cremazione.

Ridefinire le prassi sociali di interazione con i defunti, focalizzare l’attenzione sul modo in cui trattiamo i cadaveri, esplorare nuove tecnologie in campo funerario – tutte queste preoccupazioni moderne erano già al cuore della sua ricerca.
Era un uomo del suo tempo, ma anche per certi versi un precursore. Gorini, lo scienziato e ingegnere interessato al destino dei morti, avrebbe paradossalmente incontrato condizioni più fertili oggi che non se fosse vissuto nel Ventesimo secolo. Non è difficile figurarselo mentre sperimenta entusiasta con l’idrolisi alcalina o con altre tecniche all’avanguardia per trattare i resti umani. E anche se alcune delle sue soluzioni, come la pietrificazione, appaiono ora inevitabilmente datate e lontane dal sentire contemporaneo, sembrano quasi rappresentare il seme di un’urgenza tuttora pertinente, e di una ricerca che continua anche oggi.

Il Pietrificatore è il quinto volume della Collana Bizzarro Bazar. Testo (in italiano e inglese) di Ivan Cenzi, fotografie di Carlo Vannini.

Il pietrificatore: La Collezione Anatomica Paolo Gorini

 

Il 16 febbraio uscirà Il pietrificatore, quinto volume della Collana Bizzarro Bazar, dedicato alla Collezione Anatomica Paolo Gorini di Lodi.

Pubblicato da Logos e ancora una volta impreziosito dalle meravigliose foto di Carlo Vannini, il libro racconta la vita e l’opera di Paolo Gorini, uno dei più celebri “pietrificatori” di corpi umani, e situa la straordinaria collezione nel contesto culturale, sociale e politico del tempo.

A breve scriverò qualcosa di più approfondito sul motivo che mi fa ritenere Gorini così importante ancora oggi, e così particolare anche rispetto ai suoi colleghi pietrificatori. Per adesso, ecco la descrizione nella scheda del libro:

Corpi interi, teste, neonati, giovani donne, contadini, la loro carne mutata in pietra, immune alla putredine: sono i “morti di Gorini”, fissati per sempre in un’eternità lapidea che li salva dalla famelica devastazione del Verme Conquistatore.
Li troviamo a Lodi, in un piccolo museo che raccoglie, sotto la volta cinquecentesca affrescata a grottesche, una collezione unica al mondo, lo straordinario lascito di Paolo Gorini (1813-1881).
Personaggio eccentrico, dai forti contrasti, Gorini si occupò di matematica, vulcanologia, geologia sperimentale, conservazione delle salme (imbalsamando quelle illustri di Mazzini e di Rovani) ma anche della progettazione di uno dei primi forni crematori italiani. Schivo eremita nel suo laboratorio ricavato da una vecchia chiesa sconsacrata, eppure amante delle donne e uomo di scienza capace di intrecciare stretti rapporti con i letterati del suo tempo, nell’immaginario popolare Gorini rimane ancora in bilico tra la figura del negromante e il cliché romantico dello “scienziato pazzo”, amato e temuto al tempo stesso. Proprio a causa dei suoi misteriosi procedimenti e delle segretissime formule in grado di “pietrificare” i cadaveri, la vita di Paolo Gorini è stata spesso offuscata da un alone di leggenda.
Questo libro ricostruisce, grazie anche ai contributi del curatore museale Alberto Carli e dell’antropologo Dario Piombino-Mascali, il peculiare periodo storico in cui il metodo della pietrificazione poté godere di una certa fortuna, nonché l’interesse e il valore che la collezione di Lodi riveste oggi. Perché questi preparati non sono affatto testimoni muti: raccontano la storia dell’antica ossessione umana per la conservazione delle spoglie documentando un momento seminale in cui il rapporto con la morte, in Occidente, si preparava a cambiare. E svelano, infine, l’enigma di Paolo Gorini stesso: “mago”, uomo e scienziato, che sconvolto in tenera età dalla morte del padre passerà tutta la vita a cercare di penetrare i segreti della Natura e sconfiggere il decadimento.

Potete prenotare la vostra copia de Il pietrificatore a questo link.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 10

Ecco una nuova portata di link e bizzarrie da divorare in un sol boccone, un po’ come fa la rana col serpentello qui sopra.

  • In Madagascar si effettua un tipo di doppia sepoltura chiamata famadihana: simile per certi versi alle più celebri tradizioni dello Sulawesi, anche la famadihana consiste nel riesumare la salma di un caro estinto, fornirla di un sudario nuovo e pulito, e seppellirla nuovamente. Non prima, però, di aver ballato con il morto un’ultima, ritmata danza.

  • Altro che blocco dello scrittore: Francis van Helmont, amico intimo del celebre filosofo Leibniz, nonché alchimista imprigionato dall’Inquisizione, scrisse un libro tra una sessione di tortura e l’altra. Oltre ad essere evidentemente un tipetto tosto, aveva anche idee originali: secondo la sua teoria, le antiche lettere ebraiche erano in realtà diagrammi che mostravano come la bocca e le labbra dovevano essere posizionate per pronunciare le lettere corrispondenti. Dio, insomma, avrebbe impresso l’alfabeto ebraico nella nostra stessa anatomia.

  • Ragione n.4178 per amare il Giappone: le sculture giganti in paglia di riso.
  • All’inizio del secolo scorso, negli USA era legale spedire i bambini via posta. (Vediamo se la regia ci può agevolare una foto, ecco, grazie.)

  • In Francia, invece, a quanto pare nel 1657 i fanciulli si dedicavano al simpatico Giuoco del Peto in Faccia (“Ah, ai miei tempi, ci bastava poco per divertirci“).

  • Se pensate che i musei delle cere abbiano sempre qualcosa di sinistro, leggetevi la storia di Madame Tussaud, una donna che fece fortuna con la ghigliottina.
  • Ok, è ora di preparare i fazzoletti: uno scimpanzè femmina, che sta morendo di vecchiaia, riconosce un amico venuto a darle l’ultimo addio.
  • Parlando di primati: in un parco faunistico italiano una mamma macaco ha tenuto con sé per 25 giorni il figlioletto morto, cullandolo e abbracciandolo. Quando ormai il piccolo era irriconoscibile, ne ha mangiato i resti. Un altro tassello interessante nello studio del lutto tra i mammiferi.
  • L’intagliatore Caspicara, vissuto in Ecuador nel 1700, è probabilmente l’autore di quest’opera spettacolare in cui sono rappresentati morte, paradiso, purgatorio e inferno. Non so a voi, ma a me quello di destra sembra proprio Keith Richards.

  • James Ballard era appassionato di quella che chiamava “letteratura invisibile”: scontrini, liste della spesa, report di autopsia, istruzioni di assemblaggio, eccetera. Io trovo un brivido simile nei manuali per imbalsamatori dell’Ottocento: un tipo di pubblicazione “tecnica” che letta ora ha sempre un non so che di surreale. E in cui si trovano talvolta fotografie eccezionali, come queste tratte da un testo del 1897.

  • E concludo ricordandovi due prossimi appuntamenti: il 29 ottobre alle ore 19 sarò alla Giufà Libreria Caffe’ (in via degli Aurunci 38 a Roma) per presentare La Tavola Smeraldina, l’ultimo visionario libro illustrato dell’amico Claudio Romo.
    Dal 3 al 5 Novembre, invece, mi troverete come di consueto al Lucca Comics & Games, stand NAP201, per firmare copie di Paris Mirabilia e fare due chiacchiere con i lettori di Bizzarro Bazar. Vi aspetto!

 

Inanimus, mostri & chimere del presente

Guardo in alto, verso i ganci mobili a cui venivano appese le carni, e immagino il sangue e la sofferenza che queste mura hanno dovuto contenere – sopportare – per lunghi anni. Morte e dolore sono gli strumenti che la vita ha per procedere, mi dico.

Mi trovo nei locali dell’ex-macello di Padova: uno spazio specificamente progettato come luogo di massacro e in cui oggi gli animali vivono una seconda, bizzarra vita grazie alle opere di Alberto Michelon.
Quando lo incontro, mi investe subito con il febbrile entusiasmo di chi ha la fortuna (e il coraggio) di lavorare per vocazione. È evidente che quello che esce dalla sua bocca dev’essere un quinto di ciò che gli passa per la testa. Come dice John Waters, “la vita è nulla senza ossessione”.
L’ossessione di Alberto sono gli animali, e la tassidermia.

La tassidermia è tradizionalmente legata a due ambiti di impiego: i trofei di caccia, e le installazioni didattiche museali.
Oggi la domanda di preparazioni tassidermiche, però, va esaurendosi in entrambi questi contesti. Da una parte assistiamo al declino delle attività venatorie, che ormai trovano sempre meno posto nella cultura occidentale a fronte delle preoccupazioni ecologiche, e di un’evoluzione della sensibilità etica nei confronti degli animali. Dall’altra, anche i grandi musei di storia naturale hanno già le loro collezioni ben stabilite e raramente acquisiscono nuovi esemplari: spesso si limitano a chiamare il tassidermista quando è necessario effettuare operazioni di restauro sugli animali già musealizzati.

Per questo – mi spiega Alberto – oggi lavoro principalmente per privati che vogliono conservare i propri animali domestici. È più difficile, perché bisogna ricreare fedelmente l’espressività originaria del cane o del gatto, a partire dalle foto che mi danno; imbalsamare un animale da compagnia, conosciuto e amato, richiede il massimo scrupolo. Ma la soddisfazione è enorme quando riesce bene. Spesso i clienti piangono, parlano con l’animale – quando presento il lavoro ultimato, mi faccio sempre da parte e lascio alle persone un po’ di intimità. È una cosa che aiuta a superare la perdita”.

La cosa non mi sorprende: in un mio post sulle wunderkammer ho collegato la seconda giovinezza di cui sta godendo oggi la tassidermia (dopo un’epoca in cui sembrava ormai un’arte superata) al bisogno sociale di riconfigurare il rapporto con la morte.
Ma se sono venuto fin qui è perché Alberto non è solo un tassidermista tradizionale: è anche l’unico vero esponente italiano di tassidermia artistica.

Fino al 5 novembre, qui all’ex-macello, è possibile visitare la sua mostra Inanimus – un bestiario contemporaneo, una raccolta di tutti i suoi principali lavori.
A uno sguardo superficiale la tassidermia artistica, ossia non naturalistica, potrebbe sembrare non pienamente rispettosa dell’animale. In realtà la maggior parte degli artisti che utilizzano come medium il materiale organico animale, lo fa proprio per riflettere sul nostro rapporto con le altre specie, realizzando le loro opere a partire da fonti etiche (animali deceduti di morte naturale, raccolti in natura, ecc.).

Anche Alberto adotta un simile approccio deontologico, visto che ha iniziato i suoi esperimenti utilizzando gli scarti del suo atelier. “Mi dispiaceva dover buttare delle parti di pelle, o degli esemplari che non avrebbero trovato collocazione”, mi dice. “Ho cominciato quasi per passatempo, in maniera istintiva, seguendo un’urgenza intima.
Confessa candidamente di non conoscere bene né la scena della Rogue Taxidermy americana, né quella delle gallerie moderne. E che Alberto sia in realtà una specie di alieno rispetto all’universo dell’arte contemporanea, così spesso supponente e presuntuoso, è evidente: mi parla di istinto, di gioco, ma soprattutto – orrore e sacrilegio! – si permette di fare quello che nessun artista “serio” mai si sognerebbe: mi spiega il messaggio delle sue opere, una dopo l’altra.

Le sue opere hanno davvero molto da dire: più che di messaggi, però, si tratta di inviti alla riflessione, di una continua e multiforme rielaborazione della contemporaneità, del tentativo di usare queste spoglie di animali come uno specchio in cui indagare il nostro stesso volto.
Alcuni suoi lavori mi colpiscono immediatamente per la franchezza con cui affrontano temi di attualità: dal dramma dei migranti agli OGM, dall’eutanasia fino alla fobia odierna degli attentati terroristici.

Non credo di aver mai visto alcun artista usare la tassidermia per parlare del presente in una declinazione così diretta.
Una testa di capriolo rivestita di pelle di serpente, con una casacca arancione come quella dei prigionieri degli estremisti islamici, ha una catena al collo. Il riferimento è ovvio: le teste degli infedeli decapitati sono assimilate a trofei di caccia.
Ad essere sincero, questo rimando esplicito alle immagini di attualità (che, volenti o nolenti, sono divenute “pop”) mi turba non poco, e non sono nemmeno sicuro che mi piaccia – ma se qualcosa mi toglie il terreno sotto i piedi, la benedico comunque. Questo è quello che l’arte migliore dovrebbe fare.

Altre installazioni, invece, vogliono raccontare le contraddizioni dell’Occidente, a metà strada fra la satira e la critica aperta a un sistema capitalistico ormai sempre più difficilmente sostenibile.
Una testuggine, rappresentata come una vecchia ingioiellata dai seni cadenti, è l’emblema di una società conservatrice basata sul privilegio economico: una concezione “preistorica” che, proprio come il rettile in questione, ha rifiutato qualsiasi evoluzione.

Un cavallo conquistatore, fiero e rampante, esibisce un pomposo manto a scacchi, composto a partire da diversi equini.
Un cavallo arrivista: per trovarsi dov’è, deve per forza aver fatto la pelle ad altri cavalli”, mi dice Alberto con un sorriso.

Un’installazione mostra gli organi interni di una tigre, conservati in liquido e disposti seguendo l’anatomia dell’animale stesso: occhi, lingua e cervello all’estremità dove dovrebbe trovarsi la testa, e così via. Alcune chimere sembrano sottoporsi a una sessione di bondage erotico: allusione al bracconaggio per approvvigionarsi di fantomatici elisir afrodisiaci come il corno di rinoceronte, e al fil rouge che ci lega a questi massacri.

Un cinghiale, seduto sulla tazza del water, è intento a sfogliare una rivista alla ricerca di un paio di occhi di vetro per riempire le suo orbite vuote.
L’importanza della libertà di scelta riguardo al fine vita è incarnata da due visoni che si sono impiccati – piuttosto che finire a far parte di una pelliccia.
Tre teschi di animali da allevamento sono appesi come trofei, e dai fori delle pistole da macello escono fiori di plastica (“li ho raccolti dalle tombe del cimitero, sostituendoli con fiori nuovi”, racconta Michelon).

Come avrete già capito, in realtà l’aspetto più interessante delle opere raccolte per Inanimus è la sperimentazione incessante a livello formale.
Ogni installazione è estremamente diversa dalla precedente, e Alberto Michelon trova sempre nuovi e sorprendenti metodi di utilizzo della materia animale: ci sono quadri astratti la cui tela è costituita da pelli di serpente o di pesci; composizioni entomologiche; tassidermie antropomorfe; un crocifisso interamente composto di frammenti ossei incollati pazientemente fra loro; maschere tribali, serpenti fallici che fanno il verso all’intimo griffato, lampadari scheletrici, testi in Braille ricavati dalle fantasie del manto di un sauro.

Ma gli altri tassidermisti, diciamo i “puristi”, non storcono il naso?
Certamente alcuni non la ritengono vera tassidermia, forse pensano che io mi sia montato la testa. Non mi importa. Cosa vuoi farci? Questo progetto sta prendendo sempre più importanza, mi diverte e mi entusiasma.

A ben vedere, non c’è poi grande differenza tra tassidermia classica e tassidermia artistica. Sia gli animali imbalsamati che si trovano nei musei di scienze naturali, che questi di Alberto, in fondo non sono altro che rappresentazioni, interpretazioni, simulacri.
Ogni tassidermista utilizza la pelle, e la forma, dell’animale per veicolare una particolare visione del mondo; e la narrativa museale (per quanto talmente consueta da essere ormai “invisibile” ai nostri occhi) non è forse più lecita di una prospettiva personale.

Per quanto Alberto mi ripeta di sentirsi ancora un artista alle prime armi, tutto sommato acerbo, i lavori di Inanimus testimoniano di una direzione artistica ben precisa. Mentre mi avvio verso l’uscita, ho la netta sensazione di aver visto qualcosa di unico, perlomeno nel panorama italiano. Quindi non posso esimermi dalla banale domanda di rito: progetti futuri?
Voglio continuare a migliorare, a imparare, a sperimentare nuove cose”, mi risponde Alberto perdendo lo sguardo tutto attorno, nella folla dei suoi animali trasfigurati.

Inanimus – un bestiario contemporaneo
Padova, Cattedrale Ex-macello, Via Cornaro 1
Fino al 17 Ottobre 2017 [Prorogato fino al 5 Novembre 2017]
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Il pietrificatore di pazzi

Abbiamo già parlato dei più famosi pietrificatori in questo articolo. Ritorniamo sull’argomento per esaminare la figura del torinese Giuseppe Paravicini (1871-1927), e la peculiare storia dei suoi preparati.

Paravicini ricoprì la carica di anatomista presso l’Istituto di Anatomia Patologica del più grande manicomio d’Italia, a Mombello di Limbiate, dal 1901 al 1917, e dal 1910 al 1917 fu appuntato direttore del suddetto nosocomio. Avendo accesso diretto ai cadaveri dei pazienti deceduti da poco all’interno dell’istituto, Paravicini sperimentò su di essi alcune tecniche conservative, costituendo una notevole collezione di preparati.

Fra i reperti perfettamente conservati, si contavano (nelle parole del Paravicini stesso), “una bella serie di encefali di idioti, epilettici, paralitici, dementi precoci, dementi senili, alcoolisti […] intestini con ulcere tifose e tubercolari […] polmoni […] con vaste caverne, fegati affetti da cirrosi atrofica, ipertrofica, da sarcomi e noduli cancerigni, una milza sarcomatosa di eccezionali dimensioni, reni con neoplasmi, cisti, ecc.“; i cervelli, in particolare, erano tutti suddivisi lombrosianamente secondo la malattia mentale che li aveva afflitti. Vi erano anche uno scheletro deforme affetto da nanismo e delle preparazioni in liquido di teste e feti.

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Ma i pezzi più straordinari erano i busti interi, che ancora mostravano perfette espressioni del volto. Fra di essi, anche il busto di un acromegalico e quello di alcune donne.

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E, infine, i due corpi interi pietrificati dal Paravicini: quello di Angela Bonette, morta il 3 giugno del 1914 e affetta da demenza senile, e Evelina Gobbo, un’epilettica morta di polmonite il 16 novembre 1917.

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Giuseppe Paravicini pare fosse gelosissimo del suo metodo segreto, e come altri pietrificatori ne portò le formule nella tomba.
Quello che si può dedurre dai documenti e dalle testimonianze oculari è che per la conservazione dei corpi interi egli utilizzasse una pompa a pressione costante per iniettare, mediante un’incisione sull’inguine del defunto, soluzioni a caldo di cera, solventi e paraffina (secondo altri, olii balsamici e qualche tipo di fissante). Il liquido entrava dall’arteria femorale, attraversava tutti gli organi, il derma e lo strato sottocutaneo per poi uscire dalla vena.
Per quanto riguarda le parti anatomiche più piccole, invece, egli si affidava all’uso di formolo, alcol e glicerina. Si trattava di metodi complessi e non certo rapidi, molto simili per alcuni versi a quelli utilizzati dal suo ben più celebre predecessore Paolo Gorini.

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Il risultato era, se possibile, ancora più incredibile delle pietrificazioni del Gorini. Scrive infatti Alberto Carli: “le opere di Paravicini appaiono al tatto più morbide e umide di quelle goriniane, che dimostrano, invece, un eccezionale stato di secchezza lignea.” Le sue preparazioni mantenevano un aspetto talmente realistico che, immancabile, si diffuse la leggenda che egli eseguisse le sue mummificazioni mentre il soggetto era ancora in vita, essendo in grado di sperimentare in corpore vili (cioè su corpi di persone di scarsa importanza). Certo è che la sua collezione, proprio per il fatto d’esser stata realizzata sui cadaveri di degenti del manicomio, aveva un elemento disturbante ed eticamente imbarazzante che spinse i responsabili a tenerla sempre nascosta negli scantinati dell’istituto.

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I reperti vennero in seguito trasferiti all’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, il cui direttore prof. Antonio Allegranza fece installare delle teche a protezione dei corpi interi, e dei supporti in legno per i busti. Sempre Allegranza sostiene di aver visto la pompa con cui presumibilmente Paravicini iniettava la sua formula, prima che andasse persa nel trasloco da Mombello al Paolo Pini.
Dal Paolo Pini, la collezione venne spostata brevemente al Brefiotrofio di Milano, poi nella Facoltà di Scienza Veterinaria.
In tutti questi decenni, gli straordinari preparati rimasero dietro porte chiuse, visibili soltanto agli studiosi.
Infine, l’Università di Milano li affidò in deposito gratuito alla Collezione Anatomica Paolo Gorini. Oggi sono conservati all’interno dell’Ospedale Vecchio di Lodi, nelle sale adiacenti alla collezione Gorini.

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I volti di questi anonimi pazienti del manicomio di Mombello rimangono, al di là dell’interesse anatomico, una drammatica testimonianza di un’epoca: ombre di vite spezzate, spese in condizioni impensabili oggi.
L’ex-manicomio di Mombello è tutt’ora un’enorme struttura abbandonata: i lunghissimi corridoi ricoperti di murales, le scalinate fatiscenti, i cortili divorati dalla vegetazione, i padiglioni dove arrugginiscono i letti e le sedie d’epoca sono ormai esplorati soltanto da fotografi in cerca di location suggestive.

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NOTA: le foto a colori presenti nell’articolo ci sono state gentilmente offerte dal nostro lettore Eros, che ha visitato la collezione quando era ancora in stato di abbandono nei sotterranei di una palazzina della Provincia di Milano; le foto in bianco e nero (precedenti di almeno una decina d’anni) sono opera di Attilio Mina. Le foto del manicomio sono invece di Emma Cacciatori.

(Grazie, Eros!)

Animali liofilizzati

Ecco una domanda difficile per tutti i possessori di animali: quando il vostro cane o gatto morirà, cosa farete delle sue spoglie?

C’è chi decide di seppellire il proprio animale, chi opta per la cremazione – ma c’è anche chi non riesce mai ad uscire veramente dalla fase della negazione, e vorrebbe continuare ad avere il proprio cucciolo con sé, per sempre.

Fino a poco tempo fa l’unica altra soluzione possibile era la tassidermia: eppure gli imbalsamatori spesso non sono disposti a preparare gli animali da compagnia, e per un motivo evidente. Finché si tratta di preservare la testa di un cervo, il cliente non fa mai problemi, ma quando l’animale da impagliare è un gattino amato e conosciuto per anni, qualsiasi imperfezione nel risultato tassidermico salta subito all’occhio del padrone. Così questo tipo di clienti risulta essere difficile, se non quasi impossibile, da soddisfare.

Oggi però esiste una nuova tecnica di conservazione degli animali da compagnia che promette miracoli. Guardate l’immagine qui sotto: questo cane è morto, ed è stato liofilizzato.

Quando pensiamo alla liofilizzazione, ci vengono in mente subito alcuni alimenti ridotti in polvere, come ad esempio il caffè solubile. Il procedimento in realtà può essere applicato anche a qualsiasi sostanza organica, e consiste nell’essiccamento dei tessuti a temperature estremamente basse, alle quali vengono alternate fasi di riscaldamento in situazioni di pressione controllata, di modo che l’acqua contenuta nei tessuti passi direttamente dallo stato ghiacciato al vapore (sublimazione). In questo modo la struttura della sostanza viene intaccata il meno possibile e mantiene le proprie caratteristiche specifiche: ecco perché la liofilizzazione di un animale da compagnia dà questi risultati eccezionali.

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Chiaramente i costi di un simile procedimento non sono indifferenti, e in America oscillano tra 850 e 2.500 dollari; inoltre la liofilizzazione di un animale, magari di grossa taglia, non è affatto un processo veloce, e tra liste d’attesa e tempi tecnici si può aspettare anche più di un anno prima che l’esemplare ritorni al suo padrone.

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I responsabili delle ditte che offrono questo servizio descrivono una clientela meno eccentrica di quello che si potrebbe immaginare: chi si rivolge a loro è gente normale, che non sopporta l’idea della separazione definitiva, e che cerca nella preservazione dell’animale un aiuto per superare il dolore. Per alcuni di essi, l’animale era l’unica compagnia di una vita solitaria. Desiderano avere ancora una presenza fisica concreta, con cui relazionarsi e illudersi di interagire.

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Abbiamo parlato spesso dell’occultamento della morte operato nel tempo dalle società occidentali; il progressivo allontanarsi dell’esperienza del cadavere dalle nostre vite ha reso sempre più complicata l’elaborazione del lutto, e questo si riflette anche sulla morte degli animali da compagnia, dato che l’amore che portiamo verso di loro talvolta rende la separazione altrettanto traumatica che se si trattasse di una persona cara.

Così, se l’immagine di qualcuno che coccola un animale morto ci dovesse apparire patetica o peggio ancora ridicola, gli psicologi ricordano che gli esseri umani proiettano abitualmente attributi umani ad oggetti inanimati; e per quanto riguarda la morte, ovviamente, tutti noi abbiamo reso visita ad una tomba, e magari rivolto parole intime al defunto, come se potesse sentirci… come se fosse ancora vivo. E viene da domandarsi se questo “come se”, il desiderio e la capacità umana di rifiutare la realtà così com’è per costruirne una simbolica, non sia forse alla base di tutte le nostre grandezze, e di tutte le nostre miserie.

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Infinity Burial Project

Ognuno di noi è intimamente connesso con l’ambiente, e sappiamo bene che le nostre azioni influenzano l’ecosistema in cui viviamo; non sempre riflettiamo però sul fatto che i nostri corpi avranno un impatto sull’ambiente anche dopo che saremo morti. Partendo da questa idea, l’artista statunitense Jae Rhim Lee ha fondato l’Infinity Burial Project (Progetto di sepoltura infinita).

A causa dei conservanti presenti nel cibo che mangiamo, dei metalli nelle otturazioni dentali, dei prodotti cosmetici con cui si preparano le salme e dei metodi di imbalsamazione (che in America includono preservanti altamente tossici come la formaldeide), un cadavere è in sostanza una piccola bomba chimica: che venga seppellito, o cremato, l’effetto è inevitabilmente quello di liberare nell’ambiente un alto numero di tossine pericolose. Jae Rhim Lee ha deciso di proporre un’alternativa sostenibile ed ecologica a questo stato di cose.

Come prima cosa, ha cominciato a coltivare dei funghi. I funghi saprofiti infatti sono dei filtranti naturali per moltissime delle scorie tossiche presenti nei nostri corpi, sono in grado di decomporle, “digerirle” e renderle innocue. Jae in seguito ha iniziato a raccogliere le cellule di scarto del suo stesso corpo – capelli, pelle secca, unghie – e ad utilizzarle come alimento per i suoi funghetti. Ha potuto così selezionare quelli che rispondevano meglio a questa particolare e ferrea dieta, e scartare quelli dal palato troppo “raffinato”. Oggi Jae possiede un esercito di funghi pronti a divorarla in qualsiasi momento.

Va bene, direte voi, ma anche se ognuno di noi si coltivasse i propri funghi “personalizzati”, come si farebbe poi a utilizzarli? Ecco che entra in scena la Mushroom Death Suit, la tuta progettata da Jae Rhim Lee per decomporre un cadavere con i funghi. Le fantasie che arabescano e percorrono la tuta, e che ricordano proprio il micelio, sono create con uno speciale filo imbevuto di spore fungine; anche il fluido di imbalsamazione, e il make-up del defunto, contengono spore.

Se lasciare questo mondo vestiti da ninja non è nel vostro stile, potete sempre optare per qualcosa di più sobrio e discreto: il Decompiculture Kit. Costituito da un gel nutritivo trasparente che si adatta come una seconda pelle al corpo, contiene delle capsule riempite di spore che permetteranno la crescita uniforme dei funghi.

Anche se l’Infinity Burial Project può sembrare eccentrico, ha fondamentalmente due meriti: in primo luogo Jae Rhim Lee intende diffondere una maggiore consapevolezza e accettazione della morte e della decomposizione come fatti naturali, e combattere il tabù nei confronti di un processo che è parte fondamentale del ciclo della vita. Il secondo aspetto che il progetto sottolinea è l’importanza di avere la possibilità di scegliere nuove opzioni, di riappropriarci insomma del destino del nostro corpo: dobbiamo essere liberi di decidere che fine faranno le nostre spoglie.

A riprova dell’interesse suscitato da Jae Rhim Lee, ci sono già alcuni volontari pronti a donare il loro corpo all’Infinity Burial Project per la sperimentazione; sapere che il proprio cadavere darà vita a una moltitudine di organismi a loro volta commestibili ha evidentemente le sue attrattive, siano esse l’amore per l’ecologia, un ideale romantico di fusione con la natura, o anche solo la prospettiva di schifare i parenti.

Ecco il sito ufficiale dell’Infinity Burial Project.

L’archiatra corrotto

ovvero, L’uomo che fece esplodere il Papa.

Papa Pio XII (Papa Pacelli) ebbe in sorte un pontificato particolarmente duro che coincise con gli anni della Seconda Guerra Mondiale; alcune delle sue scelte sono tutt’oggi controverse, e per gli storici rimangono ancora dibattuti il suo presunto collaborazionismo con il Terzo Reich così come il mancato riconoscimento dell’Olocausto. Ma ciò che ci interessa qui è l’incredibile scandalo che lo riguardò, non certo per sua colpa, proprio sul letto di morte.

Con l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, all’inizio del mese di ottobre del 1958, a Castel Gandolfo i dottori erano in subbuglio. Il Sacro Pontefice viene seguito, come tutti sanno, da una folta ed efficiente équipe di medici; il capomedico di questa squadra è chiamato archiatra, ed è una figura di grande spicco, esperienza ed autorità all’interno della comunità medico-scientifica. O, almeno, così dovrebbe essere.

L’archiatra pontificio di Pio XII (all’estrema destra nella foto precedente) si chiamava Riccardo Galeazzi Lisi, oculista, membro onorario della Pontificia Accademia delle Scienze, e fratello di un celebre e rispettato architetto. Ma Galeazzi Lisi sarebbe stato ricordato come l’ “archiatra corrotto”, per la sua assenza di scrupoli e per il grottesco spettacolo che causò ai funerali del pontefice.

La voglia di servirsi della sua posizione per far soldi (e far parlare di sé) era già risultata evidente fin dai primi problemi di salute di Pio XII, quando  il dottore cominciò a vendere abusivamente notizie riservate sulla salute del pontefice, e sui consulti medici che faceva, ai giornali.

Appena Papa Pacelli lo venne a sapere, non rivolse più la parola all’archiatra. Non volle cacciarlo con disonore dal Palazzo Apostolico unicamente per rispetto del fratello architetto, così lo dispensò da qualsiasi servizio sanitario – anche se di fatto non si serviva di lui già da mesi. Il Papa non lo privò ufficialmente del titolo di archiatra perché, disse, “non voglio affamare né svergognare nessuno… se vuole stare in Vaticano che stia, ma faccia in modo che io non lo veda”.

L’errore di tenere Galeazzi Lisi in Vaticano si rivela sempre più madornale man mano che la malattia si aggrava: quando il Papa è ormai agonizzante, l’archiatra, utilizzando una piccola Polaroid nascosta nella giacca, scatta due foto al pontefice. Nella prima si distingue il Papa su un lettino adattato per l’occasione e messo di traverso. Nella seconda, un impietoso primo piano, è visibile anche la cannuccia per l’ossigeno che arriva alla sua bocca. Le fotografie, definite vergognose e irrispettose, vengono vendute a Paris Match dal medico senza scrupoli. Ma è solo l’inizio dello scandalo.

Alle 3:52 del 9 ottobre 1958 a causa di un’ischemia circolatoria e di collasso polmonare, all’età di 82 anni, Pio XII muore a Castel Gandolfo. Qui comincia il vero e proprio calvario del suo corpo, affidato alle mani, manifestamente incompetenti, di Galeazzi Lisi.

Incaricato dell’imbalsamazione delle spoglie del pontefice, il medico si era inventato un metodo nuovissimo e, a sua detta, rivoluzionario, che avrebbe permesso una perfetta conservazione della salma. A quanto sosteneva, ne aveva parlato con Pacelli quando quest’ultimo era ancora in vita: siccome il Papa era restio all’idea dell’imbalsamazione, e desiderava mantenere tutti gli organi interni così come Dio li aveva voluti, Galeazzi Lisi l’aveva convinto vantandosi di aver studiato il suo metodo sperimentale a partire dagli oli e dalle resine utilizzati, udite udite, addirittura sul cadavere di Gesù Cristo.

Quando però lui e il suo collega, il professor Oreste Nuzzi, si trovarono a lavorare sulle spoglie di Pio XII, non tutto – anzi, per meglio dire, niente – andò per il verso giusto. Il “geniale” procedimento del medico consisteva nell’avvolgere il corpo dentro una serie di strati di cellophane, insieme a erbe e prodotti naturali. Così, invece di cercare di tenerlo fresco, i due innalzarono la temperatura del cadavere e accelerarono irreversibilmente il processo di putrefazione grazie a questo impacco di nylon.

Appena fu vestito ed esposto nella Sala degli Svizzeri, a Castel Gandolfo, il volto di Pio XII si ricoprì di migliaia di piccole rughe. Nessuno vi fece caso sul momento, ma da lì a pochi minuti sarebbe iniziata la “più veloce e ributtante decomposizione in diretta che la storia della medicina legale ricordi”.

Racconta il dottor Antonio Margheriti a proposito della foto qui sopra: “È iniziato un furioso succedersi di fenomeni cadaverici trasformativi: è la decomposizione in diretta sotto gli occhi inorriditi degli astanti, in seguito all’aberrante “imbalsamazione” brevettata e praticata dall’archiatra Galeazzi Lisi. In questa foto il cadavere del papa si è gonfiato nella zona del ventre in seguito ai gas putrefattivi che son venutisi creando da subito; per la stessa ragione è diventato grigio in viso, e dagli orifizi, specie dalla bocca, versa liquame scuro che gli scorre lungo il volto e si deposita nelle orbite degli occhi. È visibile sul volto delle guardie nobili l’enorme  sforzo di resistere all’odore nauseabondo che esala dal cadavere del Papa: l’alternarsi dei turni di guardia saranno da questo momento sempre più frequenti, per evitare una eccessiva esposizione ai gas mefitici, e perché molte guardie nobili regolarmente svengono sfinite da quell’odore di morte. Ma il peggio deve ancora venire”.

Il peggio arriva proprio nel momento meno opportuno, cioè quando la salma sta per essere esposta ai fedeli. Durante il trasporto da Castel Gandolfo alle porte di Roma, di colpo il cadavere del Papa, già enormemente gonfio, emette un grosso e sinistro scoppio che provoca l’esplosione del torace e lo squarciarsi del petto. Una volta arrivati al Laterano, si deve, in fretta e furia e sfidando orribili miasmi, riparare alla bell’e meglio la devastazione del papa esploso – affinché il trasporto all’interno della Basilica risulti il meno osceno possibile per l’oceanica folla assiepata a San Pietro.

Il problema è che, secondo il rito, il corpo di un Papa deve essere sempre visibile durante tutte le esequie; così, riguardo al trasporto all’interno della basilica petrina, riporta ancora Margheriti: “molti presenti all’evento ricordano ancora, lungo la navata della basilica, le zaffate tremende che si riversavano sulla folla al passaggio del cataletto nonché l’aspetto mostruoso del papa: diventato nerastro, gli cadde il setto nasale ed i muscoli facciali, orribilmente ritratti, facevano risaltare la chiostra dei denti in una risata agghiacciante”.

Nella notte fra il primo e il secondo giorno di esposizione del Papa in San Pietro, qualcuno ricorda che a porte chiuse il corpo venne tirato giù dal catafalco e sdraiato nudo sul pavimento della chiesa. Qui si procedette a una nuova imbalsamazione, che in realtà era più che altro un tentativo di limitare i danni ormai incontenibili. Per dissimulare l’aspetto eccessivamente rivoltante del cadavere, al volto venne applicata una maschera di lattice.

Dopo questi rovinosi e grotteschi funerali, cosa successe al nostro Riccardo Galeazzi Lisi? Il dottore oculista, considerato un ciarlatano e un traditore, venne licenziato in tronco, radiato dall’Ordine dei Medici e bandito a vita dal Vaticano. Per fortuna aveva scattato un’altra ventina di foto al cadavere del Papa mentre lo imbalsamava; vendette gli scatti a qualche rivista francese, e nel 1960 provò a dare la sua versione dei fatti in un libro, Dans l’ombre et dans la lumière de Pie XII … che, guardacaso, riproponeva le fotografie di Papa Pacelli durante l’agonia e l’imbalsamazione. Morì nel 1968, dieci anni dopo quei fatidici giorni in cui era passato dal nobile titolo di “archiatra pontificio” a quello, molto meno ambìto, di “archiatra corrotto”.

Gran parte delle info provengono da La Morte del Papa – Riti, cerimonie e tradizioni dal Medio Evo all’età contemporanea, di Antonio Margheriti, consultabile a questa pagina. Altre testimonianze qui.

(Grazie, TanoM e Diego!)

I pietrificatori

Fra tutte le varie forme di conservazione di resti anatomici, quella che ancora oggi suscita stupore e incredulità è la cosiddetta “pietrificazione”. Alcuni grandi scienziati hanno portato questa tecnica ad impensabili livelli, e si tratta principalmente di una tradizione tutta italiana.

Il primo e il più importante nome di questa famiglia di pietrificatori è senza dubbio Girolamo Segato (1792-1836). Nativo del bellunese, fin da ragazzo iniziò a costruire una sua personale collezione di oggetti naturalistici: semplici vestigia di animali raccolte durante le sue camminate sulle Dolomiti, che però risvegliarono nel giovane Segato la passione per la natura e le sue forme. Imbarcatosi più tardi per l’Egitto, si trovò ad esaminare e studiare numerose mummie, arrivando ad elaborare alcune personali teorie sul processo di mummificazione a cui erano state sottoposte. Così, una volta tornato in Italia, cominciò a sperimentare diverse tecniche per fissare nel tempo le forme corporee.

Mediante la sua “mineralizzazione” Segato riusciva a conservare in modo pressoché perfetto i suoi preparati, preservando in alcuni casi anche il colore naturale e l’elasticità dei tessuti. Gran parte delle sue pietrificazioni sono giunte intatte fino ai giorni nostri, e sono conservate all’interno dell’Università di Firenze (ne avevamo già parlato all’interno della nostra serie di articoli sui musei anatomici italiani).

Purtroppo Girolamo Segato portò nella tomba il segreto del suo metodo straordinario. Al di fuori della comunità scientifica, infatti, pochi si resero conto dell’importanza del suo lavoro: accusato di stregoneria, si vide negata ogni richiesta di finanziamento per la sua ricerca. Segato costruì un incredibile tavolo “di carne”, che conteneva alcune decine di preparati pietrificati e incastonati nel legno, e lo offrì al Granduca di Toscana per impressionarlo. Quando anche quest’ultimo rifiutò di sostenerlo economicamente, l’anatomista bruciò tutti i suoi appunti e le sue carte.

Fu sepolto nella Basilica di Santa Croce a Firenze. Sulla sua lapide sono incise queste tristi parole: “Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l’arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell’umana sapienza, esempio d’infelicità non insolito”.

Di poco più giovane di Segato, Giovan Battista Rini (1795-1856), originario di Salò, utilizzò una miscela di mercurio ed altri minerali (potassio, ferro, bario e arsenico) per preservare il sistema sanguigno e i tessuti dei cadaveri: queste mummie sono oggi oggetto di studi da parte di un team italo-tedesco capitanato dall’antropologo forense Dario Piombino-Mascali, ricercatore dell’Accademia Europea di Bolzano (EURAC).

Sottoponendo le mummie a TAC e altre analisi, gli scienziati stanno cominciando a penetrare i segreti di quest’arte un tempo importantissima: i preparati anatomici avevano una funzione didattica e di studio essenziale in un’epoca in cui non esistevano celle frigorifere e in cui i cadaveri si decomponevano velocemente.

Del pietrificatore, anatomista e scienziato Paolo Gorini (1813-1881), invece, conosciamo per fortuna alcuni dei procedimenti, scoperti nell’archivio delle sue carte: per i suoi preparati utilizzava tecniche diverse, ma la formula di base consisteva in un’iniezione di bicloruro di mercurio e muriato di calce direttamente nell’arteria e vena femorale; dato il numero delle successive iniezioni e delle “disinfezioni”, il processo era lungo, costoso ed estremamente tossico per chi lo praticava.

Efisio Marini (1835-1900) riusciva a pietrificare addirittura il sangue: è curioso l’aneddoto che racconta come, venuto in possesso del sangue di Giuseppe Garibaldi raccolto sull’Aspromonte, lo solidificò e lo plasmò facendone un medaglione che poi regalò a Garibaldi stesso, il quale lo ringraziò con lettera ufficiale. Pur essendo divenuto celebre grazie alle sue pietrificazioni (ci resta in particolare una mano di giovane fanciulla perfettamente conservata all’Università di Sassari), Marini era ossessionato dal mantenere segrete le sue formule, e finì la sua vita in povertà, circondato dalla sua collezione anatomica, evitato da tutti per via della sua sinistra paranoia.

Un caso singolare fra i pietrificatori fu quello di Oreste Maggio (1875-1937): palermitano, medico, oftalmologo, ostetrico, tisiologo, psichiatra e pediatra, ma anche farmacista, chimico, medico condotto e imbalsamatore “di famiglia” (era nipote di quel Salafia di cui abbiamo già parlato in questo articolo), anche Maggio mise a punto una sua tecnica di iniezione di sali minerali per conservare i reperti anatomici. Eppure, ad un certo punto, decise di interrompere bruscamente le sperimentazioni e distruggere la sua formula per dedicarsi esclusivamente ai vivi. All’origine di questa drastica inversione di rotta ci sarebbe stata una vera e propria crisi mistica: cattolico praticante, Maggio era rimasto impressionato dal celebre verso della Genesi “polvere tu sei e in polvere ritornerai”, ed era arrivato alla conclusione che impedire il disfacimento della carne andava contro i naturali precetti divini.

Francesco Spirito (1885-1962) è l’ultimo dei grandi pietrificatori. Medico e presidente dell’Accademia dei Fisiocritici di Siena, che tutt’oggi conserva la collezione dei suoi preparati, ha potuto fornire i dettagli della sua tecnica complessa e delicata in occasione di una lettura accademica. Il suo segreto è la soluzione di silicato di potassio, grazie alla quale “la massa assume un aspetto ed una consistenza lapidea che con l’evaporazione diventa una massa vetrosa trasparente”. Durante la procedura, il pezzo è sostenuto da fili opportunamente sistemati, tesi tra sostegni di legno o metallo, in modo che le singole parti del preparato rimangano nella posizione voluta.

Con le tecniche sviluppate in età contemporanea, come ad esempio la plastinazione di Von Hagens, la pietrificazione risulta ormai obsoleta; ma rimane testimonianza di un’epoca stupefacente in cui erano i singoli sperimentatori che, rinchiusi nei loro studi assieme ai cadaveri, come degli strani alchimisti, mettevano a punto queste formule segretissime e circonfuse di un alone di mistero.

(Grazie, Giacomo!)

La mummia più bella del mondo

All’interno delle suggestive Catacombe dei Cappuccini a Palermo, rinomate in tutto il mondo, sono conservate circa 8.000 salme mummificate. Fin dalla fine del Cinquecento, infatti, il convento cominciò ad imbalsamare ed esporre i cadaveri (principalmente provenienti da ceti abbienti, che potevano permettersi i costi di questa particolare sepoltura).

Forse queste immagini vi ricorderanno la Cripta dei Cappuccini a Roma, di cui abbiamo già parlato in un nostro articolo. La finalità filosofica di queste macabre esibizioni di cadaveri è in effetti la medesima: ricordare ai visitatori la transitorietà della vita, la decadenza della carne e l’effimero passaggio di ricchezze e onori. In una frase, memento mori – ricorda che morirai.

Le prime, antiche procedure prevedevano la “scolatura” delle salme, che venivano private degli organi interni e appese sopra a speciali vasche per un anno intero, in modo che perdessero ogni liquido e umore, e rinsecchissero. In seguito venivano lavate e cosparse con diversi olii essenziali e aceto, poi impagliate, rivestite ed esposte.

Ma fra le tante mummie contenute nelle Catacombe (così tante che nessuno le ha mai contate con precisione), ce n’è una che non cessa di stupire e commuovere chiunque si rechi in visita nel famoso santuario. Nella Cappella di Santa Rosalia, in fondo al primo corridoio, riposa “la mummia più bella del mondo”, quella di Rosalia Lombardo, una bambina di due anni morta nel 1920.

La piccola, morta per una broncopolmonite, dopo tutti questi anni sembra ancora che dorma, dolcemente adagiata nella sua minuscola bara. Il suo volto è sereno, la pelle appare morbida e distesa, e le sue lunghe ciocche di capelli biondi raccolte in un fiocco giallo le donano un’incredibile sensazione di vita. Com’è possibile che sia ancora così perfettamente conservata?

Il segreto della sua imbalsamazione è rimasto per quasi cento anni irrisolto, fino a quando nel 2009 un paleopatologo messinese, Dario Piombino Mascali, ha concluso una lunga e complessa ricerca per svelare il mistero. La minuziosa preparazione della salma di Rosalia è stata attribuita all’imbalsamatore palermitano Alfredo Salafia, che alla fine dell’Ottocento aveva messo a punto una sua procedura di conservazione dei tessuti mediante iniezione di composti chimici segretissimi. Salafia aveva restaurato la salma di Francesco Crispi (ormai in precarie condizioni), meritandosi il plauso della stampa e delle autorità ecclesiastiche; aveva perfino portato le sue ricerche in America, dove aveva dato dimostrazioni del suo metodo presso l’Eclectic Medical College di New York , riscuotendo un clamoroso successo.

Fino a pochissimi anni fa si pensava che Salafia avesse portato il segreto del suo portentoso processo di imbalsamazione nella tomba. Il suo lavoro sulla mummia di Rosalia Lombardo è tanto più sorprendente se pensiamo che alcune sofisticate radiografie hanno mostrato che anche gli organi interni, in particolare cervello, fegato e polmoni, sono rimasti perfettamente conservati. Piombino, nel suo studio delle carte di Salafia, ha finalmente scoperto la tanto ricercata formula:  si tratta di una sola iniezione intravascolare di formalina, glicerina, sali di zinco, alcool e acido salicilico, a cui Salafia spesso aggiungeva un trattamento di paraffina disciolta in etere per mantenere un aspetto vivo e rotondeggiante del volto. Anche Rosalia, infatti, ha il viso paffuto e l’epidermide apparentemente morbida come se non fosse trascorso un solo giorno dalla sua morte.

Salafia era già celebre quando nel 1920 effettuò l’imbalsamazione della piccola Rosalia e, come favore alla famiglia Lombardo, grazie alla sua influenza riuscì a far seppellire la bambina nelle Catacombe quando non era più permesso. Così ancora oggi possiamo ammirare Rosalia Lombardo, abbandonata al sonno che la culla da quasi un secolo: la “Bella Addormentata”, come è stata chiamata, è sicuramente una delle mummie più importanti e famose del ventesimo secolo.

E l’imbalsamatore? Dopo tanti anni passati a combattere i segni del disfacimento e della morte, senza ottenere mai una laurea in medicina, Alfredo Salafia si spense infine nel 1933. Nel 2000, allo spurgo della tomba, i familiari non vennero avvisati. Così, come ultima beffa, nessuno sa più dove siano finiti gli ultimi resti di quell’uomo straordinario che aveva dedicato la sua vita a preservare i corpi per l’eternità.

AGGIORNAMENTO: questo è un vecchio articolo, e alcuni dei dati che contiene sono imprecisi. Diversi anni dopo la stesura di questo post, ho pubblicato per Logos Edizioni un intero volume sulle Catacombe di Palermo.