Speciale: Claudio Romo

claudio1

Il 4 aprile all’interno della Libreria Modo Infoshop a Bologna ho avuto l’occasione di incontrare l’artista cileno Claudio Andrés Salvador Francisco Romo Torres, per aiutarlo a presentare il suo ultimo libro di illustrazioni intitolato Viaggio nel fantasmagorico giardino di Apparitio Albinus di fronte a una folla di suoi fan.

Non voglio dilungarmi sul suo lavoro, perché ne parlerà direttamente lui nelle righe successive. Vorrei solo aggiungere una piccola nota personale. Nella mia vita sono stato abbastanza fortunato da conoscere molti scrittori, registi, attori, disegnatori: alcuni erano miei eroi personali. E nonostante sia vero che il creatore è sempre un po’ più povero della sua opera (nessuno è senza difetti), ho peraltro potuto notare che gli artisti più visionari e originali mostrano spesso un’inattesa gentilezza, discrezione, dolcezza d’animo. Claudio è il tipo di persona che quasi si imbarazza quando è al centro dell’attenzione, e la sua immensa fantasia si intuisce dietro uno sguardo elettrico, entusiasta e perennemente infantile. È il tipo di persona che, alla fine della presentazione del libro, chiede il permesso di scattarsi un selfie assieme al pubblico, perché “altrimenti a casa nessuno dei miei amici e studenti crederà che tutto questo è successo veramente“.
Sono convinto che uomini simili siano più preziosi dell’ennesimo maudit.

Quella che segue è la trascrizione della nostra chiacchierata.

alebrijido

Eccoci qui con Claudio Romo (il nome intero io non lo ricorderò mai perché è lunghissimo…) per parlare della sua ultima opera Viaggio nel fantasmagorico giardino di Apparitio Albinus, un libro che ho amato particolarmente perché è una sorta di commistione di universi molto differenti: ci si trovano viaggi nel tempo, meduse giganti, un po’ di alchimia, città telepatiche volanti e molte creature e mostri fin troppo umani… e, come ne Le città invisibili di Calvino, questo giardino è una sorta di luogo della mente, luogo dell’anima… proprio come l’anima, la mente è un luogo misterioso, complicato, anche un po’ perverso a volte. Ed è un luogo in cui i referenti letterari e artistici si mescolano e  si confondono.
Dal punto di vista artistico, questo lavoro di sicuro fa venire in mente il Topor de Il pianeta selvaggio, filtrato però da una sensibilità latino americana, attraverso le iconografie precolombiane. Dall’altra parte ci sono alcune tavole che ricordano magari Hieronymus Bosch per il loro affastellamento e affollamento di piccoli esserini mutanti e con menomazioni fisiche e anatomiche. Poi ci sono i referenti letterari. È impossibile non pensare al Borges del Manuale di zoologia fantastica, ma anche a La biblioteca di Babele nel finale; così come alcuni incontri di corpi mutanti e alcune copule ricordano il Burroughs del Pasto nudo, e il finale rimanda all’alchimia vera, la tavola smeraldina di Ermete con la famosa frase “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli della cosa una”. Il giardino, nel finale, si scopre essere infinito come il cosmo, ma anche collegato a un’infinità di altri infiniti, non soltanto il suo giardino personale ma anche il mio, i vostri giardini. In un certo senso l’universo che ne emerge è un compenetrarsi di meraviglie in cui si fa fatica a capire dove finisca la realtà e dove cominci l’immaginazione, perché anche la fantasia ha una sua concretezza. È come se Claudio facesse da cartografo del suo ecosistema mentale, e in un certo senso lo fa con il piglio del biologo, dell’etnologo e dell’entomologo, che studia e descrive tutti i dettagli e  i comportamenti della fauna che lo abita… e da questo punto di vista, la prima domanda che vorrei fargli è proprio relativa alla realtà e alla fantasia. Per te come interagiscono? Perché per molti artisti questa dicotomia è importante, e come l’affrontano ci fa capire molto della loro arte.

Prima di tutto ringrazio Ivan perché ha fatto una buona lettura del mio libro.
Ho sempre pensato che nessun autore è autonomo, tutti dipendiamo da qualcuno, veniamo da qualcuno, abbiamo un’eredità che non è del sangue, ma spirituale, concettuale, un’eredità ricevuta sin dalla nascita della cultura. Borges è il mio punto di partenza, l’incisione alchemica, la fantascienza, la letteratura fantastica, la letteratura popolare… sono tutti elementi che costituiscono il mio lavoro. Quando costruisco queste narrazioni sto facendo un collage, un montaggio, per costruire delle realtà parallele.
E per rispondere alla domanda di Ivan: credo che la realtà sia una costruzione del linguaggio e quindi la dicotomia tra realtà e fantasia non esiste, perché noi come esseri umani abitiamo il linguaggio, e il linguaggio è una costruzione permanente e delirante.
Detesto chi parla della realtà della natura, o della natura statica, per me la realtà è una costruzione permanente e il linguaggio è lo strumento con cui questa costruzione si genera.
Per questo prendo come modelli dei personaggi come Borges, Bioy Casares, Athanasius Kircher (un gesuita alchimista nominato maestro di un centinaio d’arti che creò il primo teatro anatomico e costruì una wunderkammer), persone che dalle loro diverse provenienze hanno costruito delle realtà.

ginoide

hornos
In questo senso la cosa interessante è che i disegni e i racconti di Apparitio Albinus rimandperchéhanno una patina diciamo – che li fa assomigliare ai resoconti degli esploratori del passato. Albinus potrebbe essere quasi un Marco Polo che visita una terra lontana e l’immagine che ne riporta è simile a quella dei bestiari medioevali; bestiari in cui l’animale non veniva descritto in maniera realistica, ma nella sua funzione simbolica, come ad esempio il leone che veniva rappresentato come un animale onesto e che non dormiva mai, perché doveva rimandare alla figura del Cristo… in effetti gli animali di Claudio spesso si mettono in posa proprio come nei bestiari medioevali. C’è anche uno sguardo che mi pare sempre infantile, uno sguardo pronto a meravigliarsi, a ricercare la magia dell’interconnessione fra le cose, e vorrei chiederti se c’è davvero questo bambino dentro di te, e quanto spazio gli concedi nel processo creativo.

Quando ho iniziato a fare libri, mi dedicavo solo all’incisione, e l’incisione era molto forte a livello tecnico in me, ero ortodosso nella mia pratica, ma la bellezza delle graphic novel è che il pubblico è adulto ma anche infantile, e quello che mi interessa in fondo è far conoscere e far capire ai bambini che la realtà è morbida.
Il primo libro che feci su questo tema si chiama El Álbum della Flora Imprudente, ed è un bestiario pensato e realizzato per attrarre i bambini e condurli alla scienza, la botanica, la meraviglia della natura… non come qualcosa di statico ma come qualcosa di mobile. Ad esempio descrivevo alberi che contenevano nei loro rami nazioni di portoghesi che si erano persi cercando l’Antartide: si erano poi rimpiccioliti per aver mangiato fragole di Lilliput, e quando morivano tornavano in un luogo speciale chiamato Portogallo… c’erano anche altre piante che si nutrivano di paura e che inducevano gli spiriti di Saturno al suicidio e gli spiriti di Marte a uccidere e poi morire. Ho creato una serie di personaggi e piante, che avevano come scopo quello di affascinare l’infanzia. C’era anche un fiore che aveva nel pistillo un pezzo di ectoplasma, e se mettevi un topo di fronte a quel fiore, il pistillo si trasformava in un pezzo di formaggio, e quando il topo mangiava il formaggio la pianta mangiava il topo… e poi davanti a un gatto il pistillo si trasformava in un topo e così via. La mia idea era quella di creare piante e fiori che fossero caleidoscopiche.
C’era anche un’altra pianta a cui ho messo il nome di una mia zia, molto brutta, e in onore a lei ho dato a questa pianta la capacità di mutare costantemente: di giorno si trasfigurava e in alcuni momenti la sua materia era colloidale, mentre in altri era come una struttura geometrica, un fiore assolutamente mutante. Tutto ciò è mostruoso, ma allo stesso tempo affascinante, ragion per cui chiamai questo libro “la flora imprudente”, cioè che andava oltre la natura. Credo che in fondo quando disegno lo faccio per i bambini, per costruire un modo di leggere la realtà ampio e ricco.

maquina_crononautica

automata_jerizaro

Questa fluidità del corpo si nota anche nell’ultimo libro, ma c’è anche un altro elemento che mi sembra interessante, ed è l’inversione che molto spesso Claudio opera. Ad esempio Lazzaro che non viene resuscitato ma finisce trasformato in spettro dalla macchina fantasmagorica; abbiamo automi guerrieri che però rifiutano la violenza e diventano pacifisti e disertori; e allo stesso tempo, in uno dei capitoli che preferisco, c’è una macchina del tempo costruita per portarci nel futuro e che in realtà fa l’opposto, cioè porta il futuro nel presente – ed è un futuro che non vorremmo mai conoscere, perché ad arrivare nel presente è proprio il cadavere che saremo. Mi sembra chiaro che l’ironia è importante nel tuo universo e vorrei che ce ne parlassi.

È un’ottima domanda, sono felice che tu me la faccia, sono due temi molto belli.
Uno è il tema del fantasma, perché per la macchina fantasmagorica mi sono basato su un autore argentino, Bioy Casares, e L’invenzione di Morel. Nel libro lo scienziato Morel si innamora di Faustine e siccome lei non lo corrisponde, lui inventa una macchina che assorbe il suo spirito, lo registra e più tardi, in un’isola fantasmagorica, lo replica per l’eternità… ma la macchina uccide le persone che ha filmato e allora Morel si suicida filmandosi insieme a Faustine, finendo così in quest’isola in cui ogni giorno si ripete la stessa scena di questi fantasmi che la abitano. Ma la storia inizia davvero quando un uomo arriva sull’isola e si innamora del fantasma di Faustine, impara a maneggiare la macchina e riprende se stesso nel momento in cui Faustine guarda il mare. Così anche lui si suicida per restare nel paradiso della coscienza di Faustine.
Questo è un tema allucinante, mi affascinava la volontà di un uomo che si toglie la vita per abitare la coscienza della donna amata, perfino quando la donna in questione è un fantasma.
E sull’altra domanda… sull’ironia… La maggioranza delle macchine che costruisco nel libro sono fatue, sono errori: chi vuole cambiare il tempo finisce conoscendo se stesso anziano nel momento della morte, chi invece voleva inventare una macchina per essere immortale muore immediatamente e finisce in un limbo eterno… mi piace parlare di fantasmi ma anche di avventure fallite, come metafora della vita, perché nella vita reale le imprese falliscono tutte… tranne questo viaggio in Italia che si è rivelato una meraviglia!

demiurdo_y_humunculos

jardin_final
Qualche giorno fa su Facebook ho visto uno stralcio di conversazione in cui tu, Claudio, affermi che il disegno e la parola non sono in realtà differenti, ma questa distanza tra logos e disegno è fittizia, e per questo usi entrambi i mezzi per veicolare il tuo significato. Li utilizzi come due binari paralleli, allo stesso modo, e questo è evidente perché nel tuo libro anche i testi hanno una qualità pittorica, e se non fosse per la carta nuova dell’edizione, potremmo pensare di sfogliare una enciclopedia fantastica di due o tre secoli fa.
Volevo appunto fare un’ultima domanda su questo argomento, forse la più banale, quella che si fa anche ai cantautori – se nasca prima il testo o la musica… ecco, vorrei sapere se le tue visioni emergono dalla carta di disegno e soltanto in seguito ci trovi una sorta di testo esplicativo? Oppure nascono come narrazioni fin dall’inizio?

Se dovessi definirmi, direi che sono un animale del disegno. Tutti i libri che ho realizzato li ho progettati e disegnati prima, e il senso concettuale nasce dal disegno, perché in realtà non sono uno scrittore, io non ho mai scritto. Non volevo scrivere neppure questo libro, solo disegnarlo, ma Lina [l’editrice, ndr] mi ha obbligato a scriverlo! Le ho detto: Lina, ho un amico bravissimo con le parole, e lei in modo dittatoriale mi ha risposto: “Non mi interessa, voglio che lo faccia tu”. Cosa di cui ora le sono grato.
Io parto sempre dal disegno, sempre, sempre…

cover_apparitio_it alta

Il nuovo libro di Claudio Romo è acquistabile qui.

Toshio Saeki

1026710

Fra tutti gli artisti che operano nelle zone liminali dell’osceno e del tabù, pochi hanno esplorato il perturbante in tutte le sue declinazioni con la stessa sistematicità di Toshio Saeki.

Nato nel 1945 nella prefettura di Miyazaki, si trasferì a Osaka all’età di 4 anni e poi a 24 approdò a Tokyo, al momento del boom dell’industria del sesso. Dopo qualche mese di lavoro in un’agenzia pubblicitaria, Saeki decise di dedicarsi esclusivamente all’illustrazione per adulti. I suoi disegni vennero pubblicati su Heibon Punch e altre riviste, e man mano si guadagnarono l’interesse internazionale. Oggi, con quarant’anni di attività alle spalle, Toshio Saeki è fra gli artisti erotici giapponesi più stimati, con personali allestite anche fuori dal Giappone – a Parigi, Londra, Tel Aviv, New York, San Francisco e Toronto.

135

414

1111

1027372

Per Saeki l’arte, come la fantasia, non può e non deve conoscere limitazioni.
Considerata la natura sulfurea dei suoi disegni, egli ha avuto sorprendentemente pochi guai con la censura: a parte qualche “avvertimento” notificato della polizia alle riviste che avevano pubblicato le sue tavole, Saeki non ha mai subito particolari pressioni a causa della sua opera. E questo è comprensibile una volta preso in considerazione il contesto culturale in cui egli opera, perché il suo lavoro, per quanto moderno, ha radici profonde nella tradizione.
Come asserisce il critico Erick Gilbert, “se si guarda all’arte di Saeki al di fuori della sua sfera culturale, si può rimanere sconvolti dalla sua violenza. Ma appena entrati in quella sfera culturale, si sa che quella violenza è ben compresa, che sono solo ‘linee sulla carta’, per citare il fumettista Robert Crumb. Questo immaginario estremo degli artisti giapponesi, e il loro caratteristico bisogno di spingersi il più lontano possibile, può essere rintracciato fino a qualche secolo addietro negli ukiyo-e sanguinosi del diciannovesimo secolo“.

Per comprendere appieno Toshio Saeki è infatti indispensabile risalire ai muzan-e, un sottogenere sanguinoso di stampe (ukiyo) che cominciò ad apparire verso la metà dell’Ottocento anche ad opera di grandi maestri come Tsukioka Yoshitoshi. Proprio quest’ultimo firmò i Ventotto omicidi famosi con poesia, in cui vengono rappresentate ogni sorta di atrocità e morti violente tratte dalla cronaca o dal teatro Kabuki. Ecco alcuni esempi del filone “estremo” di Yoshitoshi.

Furuteya-Hachirōbei-murdering-a-woman-in-a-graveyard-9

Inada-Kyūzō-Shinsuke-woman-suspended-from-rope-12

Two-women-of-Nojiri-who-were-set-upon-while-travelling-robbed-tied-to-trees-and-eaten-by-wolves

YOSHITOSHI-Reizei-Takatoyo-committing-seppuku-from-the-series-Selections-from-One-Hundred-Warriors.
Ai muzan-e, spesso di rara crudeltà, si dedicarono anche Utagawa Yoshiiku, Kawanabe Kyōsai, e più marginalmente Hokusai; questa corrente avrebbe poi influenzato tutta la generazione più recente di artisti e mangaka interessati a sviluppare le tematiche dell’ero guro – erotismo condito di elementi surreali, bizzarri, grotteschi e difformi. Fra gli attuali nomi di spicco certamente vanno citati Shintaro Kago e il grandissimo (e iperviolento) Suehiro Maruo.
Il nostro Toshio Saeki è dunque in buona compagnia, e mescola la solida tradizione dei muzan-e con le classiche figure di demoni nipponici, esplicitando la tensione erotica che già era presente nelle antiche tavole, rendendola al contempo evidente e ossessiva.

doorofperception.com-toshio_saeki-58-840x1380-820x1347

doorofperception.com-toshio_saeki-59

start_bild_Toshio

doorofperception.com-toshio_saeki-32-840x1357-820x1325

toshio01

La sua opera è un vortice visionario in cui sesso e tortura sono inscindibili, in cui la pulsione erotica non può prescindere dal delirio e dalla psicopatologia. L’intensità maniacale delle sue raffigurazioni si sposa però a un’eleganza formale del tratto che raffredda e cristallizza l’incubo: le sue stampe non sono partorite di getto, perché una simile precisa raffinatezza tradisce uno studio approfondito sull’immagine. “Spesso rimandano agli incubi che avevo da bambino, o a fantasie estreme della mia adolescenza. Queste immagini mi sono rimaste impresse, e vengono esagerate all’estremo fino a diventare quelle opere che sembrano avere un fortissimo impatto su chi le vede“, ha dichiarato l’artista. Si tratta quindi di visioni attentamente considerate da Saeki, prima di essere trasposte su carta. Per questo motivo il suo lavoro si configura come una sorta di cartografia degli estremi limiti della fantasia erotica, quelle frange in cui il desiderio si trasforma definitivamente in cupio dissolvi e cupio dissolvere.

155

1027374

darlin_doorofperception.com-toshio_saeki-22-840x1212-820x1183

doorofperception.com-toshio_saeki-45

doorofperception.com-toshio_saeki-9-840x1289-820x1258

Ma, per quanto scioccanti, quelli ritratti da Saeki sono sempre e soltanto sogni. “Lasciate che altri disegnino fiori apparentemente belli che sbocciano all’interno di uno scenario dolce e piacevole. Io invece cerco di catturare i vividi fiori che a volte si nascondono e a volte crescono all’interno di un sogno immorale, orripilante e senza alcuna vergogna. […] Non dimentichiamo che le immagini che disegno sono finzionali“.

doorofperception.com-toshio_saeki-12

doorofperception.com-toshio_saeki-13

doorofperception.com-toshio_saeki-44

doorofperception.com-toshio_saeki-14

doorofperception.com-toshio_saeki-33-840x672-820x656

doorofperception.com-toshio_saeki-25

E ancora: “Per me è importante risvegliare la sensibilità. Non mi interessa se l’osservatore è un bigotto o meno. Voglio dare la sensazione che nella vita dell’osservatore – una vita per lo più sicura e ordinaria – ci sia “qualcosa che non va”. E magari chi osserva può scoprire un lato di sé che non conosceva“.

doorofperception.com-toshio_saeki-50-840x1350-820x1318

  doorofperception.com-toshio_saeki-51-840x672-820x656

doorofperception.com-toshio_saeki-23

doorofperception.com-toshio_saeki-21

514

Le citazioni presenti in questo post sono tratte da qui, qui e qui.
Per una trattazione approfondita dei muzan-e, ecco un articolo sul meraviglioso sito Kainowska.

Speciale: James G. Mundie

In esclusiva per Bizzarro Bazar vi proponiamo l’intervista da noi realizzata all’artista James G. Mundie, disegnatore, fotografo e incisore. I suoi lavori più noti sono due serie di opere: la prima, intitolata Prodigies, è un’iconoclasta rivisitazione di alcuni classici della pittura di ogni epoca, all’interno dei quali i soggetti originali sono stati rimpiazzati dai freaks più famosi. Quello che ne risulta è una sorta di ironica storia dell’arte “parallela” o “possibile”, in cui la deformità prende il posto del bello, e in cui per una volta gli emarginati divengono protagonisti.
Il suo altro lavoro molto noto è Cabinet of curiosities, una serie di fotografie, schizzi e incisioni riguardanti le maggiori collezioni anatomiche e teratologiche conservate nei musei di tutto il mondo.

Le fotografie fanno parte dei tuoi progetti tanto quanto i disegni. Ti ritieni più un fotografo o un illustratore?

Mi piace pensarmi come un creatore di immagini che utilizza qualsiasi strumento o mezzo sia appropriato. Questo significa talvolta disegnare, altre volte incidere su legno o fotografare. Comunque, ho cominciato ad considerare la fotografia come mezzo a sé solo da poco tempo. Ho sempre usato le fotografie come riferimenti, o come fossero dei bozzetti per altri progetti. Con il tempo, invece, ho cominciato ad apprezzare le foto che facevo nei loro propri termini estetici. Specialmente da quando sono diventato padre, la relativa immediatezza dell fotografia è stata un cambiamento benvenuto rispetto ai metodi più laboriosi che uso nei disegni e nelle incisioni, che possono prendere settimane o mesi (addirittura anni!) per emergere.

Riguardo alla serie Prodigies, come è nata l’idea di unire il mondo dei freakshow con quello dell’arte classica, e perché?

Ho sempre disegnato ritratti, e intorno al 1996-97 stavo cercando nuove ispirazioni. Ho cominciato a pensare alle fotografie di strane persone, come Jojo il Ragazzo dalla Faccia di Cane, che avevo visto decadi prima, e pensai che sarebbe stato divertente lavorarci. Cominciai a fare ricerche sui sideshow, e presto scoprii qualcosa di molto più bizzarro di quello che ricordavo dalla mia infanzia. Iniziai a trovare anche dettagli sulle vite di questi performer che li fecero risultare molto più veri ai miei occhi – cioè, più di qualcosa di semplicemente anomalo e strampalato. Prodigies è cominciato come una sfida, per vedere se sarei riuscito a mescolare questi inquietanti e affascinanti performer di sideshow ai miei quadri preferiti.
Mi resi conto che la presentazione circense dei freaks era spesso basata sull’esagerazione – ai nani venivano assegnati titoli militari come Generale o Ammiraglio, le persone molto alte venivano reinventate come giganti, ecc.; e nella storia dell’arte succedeva lo stesso, quello che vediamo nei quadri era, all’epoca, una commissione commerciale all’artista da parte di una persona benestante che voleva lasciare un ricordo di sé e del suo successo. In questo senso, un ritratto di Raffaello di un qualsiasi cardinale o poeta non è molto differente dalle cartoline di presentazione dei freaks vendute dal palcoscenico. Entrambe le cose cercano di proiettare e/o vendere un’identità. “Perché non portare il tutto a uno stadio successivo, e permettere ai freaks di abitare o rimodellare le storie raccontate nei dipinti classici?”, pensai. Ovviamente non volevo procedere a casaccio. Dovevo avere un buon motivo per collegare un performer con un certo quadro, che fosse una storia in comune, o un atteggiamento, o un elemento compositivo che mi ricordava la figura di un freak. Questo significa che sto ancora cercando l’accoppiata ideale per alcuni fra i miei performer preferiti, come ad esempio Grady Stiles l’Uomo Aragosta. Dall’altra parte, ci sono dipinti così iconici che risulta difficile utilizzarli senza apparire risaputi o pigri.

La serie Prodigies è percorsa da una vena di humor iconoclasta. Potrebbe essere letta come una “legittimazione” dei diversi, a cui viene data la possibilità di essere protagonisti della storia dell’arte; ma anche come una specie di sberleffo nei confronti del concetto storico e assodato di “bellezza”. Quale interpretazione ti sembra più corretta?

Sono entrambe corrette. Anche se è di moda oggi denigrare i freakshow come una reliquia culturale barbarica da dimenticare, credo che servissero una funzione necessaria nella società – e che non è ancora sparita. E vedo queste persone che lavoravano nei freakshow – anche se spesso sfruttate – come degli eroi, per aver affrontato le circostanze peggiori e averne tratto il maggiore successo possibile. Queste erano persone che non sarebbero mai state accettate nella società beneducata, eppure trovarono una comunità che si strinse attorno a loro e li celebrò. Invece di essere chiusi negli istituti, vissero bene la loro vita con la loro famiglia, recitando sul palcoscenico un ruolo creato ad arte. C’è un certo carattere di nobiltà, in questo. Sì, la gente guardava e di tanto in tanto li scherniva, ma almeno ora pagavano per il privilegio. Quindi, chi è che era veramente sfruttato? Anche ora vogliamo guardare, ma la maggior parte di noi non è abbastanza sincero da ammetterlo.
Molte delle presentazioni utilizzate nei freakshow erano intenzionalmente umoristiche, quasi ridicole. Credo che quello humor servisse perché il pubblico si sentisse meno a disagio, e anche per dare al performer una protezione emotiva. Una parte del fascino dei freakshow è di confrontarsi con le proprie paure. Vedi qualcuno sul palco a cui mancano degli arti oppure deforme, e naturalmente pensi “E se quello fossi io?”. Quindi ho spesso inserito dei piccoli tocchi scherzosi, per aiutarmi a metabolizzare queste domande, e per tirare un salvagente allo spettatore. Allo stesso tempo sto prendendo in giro alcuni dei pilastri della storia dell’arte. C’è un sacco di materiale esilarante con cui lavorare, se lo guardi con mente aperta. Per esempio alcune convenzioni formali che troviamo in antiche istoriazioni sugli altari: è piuttosto divertente, oggi, vedere come i santi sono raffigurati cinque volte più grandi dei meri mortali. È liberatorio camminare in un museo e permetterti di ridere, anche se per molte persone è puro sacrilegio.
Gran parte di ciò che oggi reputiamo “bello” è semplicemente regolare, uniforme. Le nostre idee moderne di bellezza ci vengono propinate dai giornali di moda, televisione e affini. Eppure, in queste strane persone che io disegno – con le loro proporzioni imperfette – andiamo oltre il bello per avvicinarci al sublime. Uno dei principi guida per me in questo progetto è quello che Sir Francis Bacon scrisse nel 1597: “non c’è beltà eccellente che non abbia in sé una qualche misura di stranezza”.

In uno dei tuoi disegni, ti autoritrai nei panni di un anatomista dilettante, e molti dei tuoi lavori raffigurano anomalie patologiche. Qual è il tuo rapporto con i tuoi soggetti? Ritieni di avere un occhio freddo e clinico oppure c’è un’empatia con la sofferenza che spesso implica l’anatomia patologica? E, ancora, cosa vorresti che provasse chi guarda i tuoi disegni?

Anche se un certo distacco è necessario per rimanere oggettivi, non posso impedirmi di immedesimarmi nei miei soggetti. Queste erano persone reali che affrontavano circostanze che non posso nemmeno immaginare. Quando attraverso una collezione anatomica, mi ritrovo a chiedermi chi fosse la persona da cui questa o quella parte è stata tolta e preservata. Oggi, i casi sono presentati in maniera anonima, ma negli scorsi secoli era comune accludere informazioni biografiche sul paziente. Credo che in questa fissazione di proteggere la privacy degli individui stiamo inavvertitamente negando la loro umanità, perché ora ciò che vediamo è una malattia invece che una persona. Anche se non è mia intenzione forzare nello spettatore alcuna emozione o idea (e spesso la gente trova nei miei lavori dei significati che non ho mai inteso esprimere), spero che almeno porti con sé il senso che i miei soggetti sono o erano persone vere, degne di considerazione.

Il tuo nuovo progetto, Cabinet of curiosities, è basato sulle tue visite ai musei anatomici americani ed europei. Cosa ti attrae nei reperti anatomici e teratologici?

Sono sempre stato interessato a come le cose funzionano, in particolare all’anatomia. Quello che mi interessa delle collezioni patologiche o teratologiche è che questi strani esemplari ci mostrano cosa sta succedendo a livello cellulare, genetico. Esaminando il sistema danneggiato, impariamo come funziona quello in salute. Sono anche affascinato dagli antichi sistemi usati per catalogare e organizzare il mondo naturale, e la teratologia – lo studio dei mostri – è un esempio particolarmente interessante. Anche l’idea del museo, nato come collezione personale per diventare istituzione pubblica è affascinante, e condivide molti aspetti con i freakshow. Alcuni di questi preparati sono strani e bellissimi, e presentati in maniera molto elaborata. Quindi Cabinet of Curiosities è un tentativo di documentare il punto in cui questi due mondi si intersecano.

Quale pensi sia il rapporto fra medicina ed arte, e più in generale fra scienza ed arte?

La medicina è stata considerata un’arte per molto più tempo di quanto non sia stata vista come scienza. La società non si libera da una simile associazione da un giorno all’altro, così ancora oggi continuiamo a  parlare dell’abilità di un chirurgo come fosse quella di uno scultore. Ma anche da un punto di vista strettamente pratico, i dottori hanno bisogno degli artisti perché le rappresentazioni artistiche sono da sempre una componente essenziale nell’educazione medica e nella sua comunicazione. Sin dal Rinascimento gli illustratori hanno insegnato l’anatomia a generazioni di medici, e in quel modo la pratica artistica dell’osservazione ha aiutato la medicina ad uscire dalla via puramente teorica. Penso che possiamo affermare che questo ruolo comunicativo valga anche per le scienze in generale, perché l’arte può aiutare a spiegare complesse teorie anche a persone che non masticano la materia. Un artista può fungere da legame tra lo scienziato e il pubblico, rendendo comprensibili le scoperte scientifiche – ma può anche servire come critico. In questo modo, l’arte può divenire una sorta di specchio morale per la scienza.

Nelle tue parole, “questi preparati anatomici rappresentano il punto di intersezione fra scienza, cultura, emozione e mito”. Credi che ci sia bisogno di miti moderni? Pensi che questi nuovi miti possano provenire dal mondo della scienza, invece che da quello magico-religioso come nel passato? Il tuo lavoro fotografico e di illustrazione può essere letto come un tentativo di dare una dimensione mitica ai tuoi soggetti? Sei religioso?

Penso che noi creiamo in continuazione nuovi miti, o che ne risvegliamo e reinventiamo di vecchi. Fa parte della natura umana.
La scienza per molte persone ha sostituito la religione come fondamentale via d’ispirazione, ma in realtà sappiamo ancora così poco dell’universo, che c’è ancora molto terreno fertile per la fantascienza. Con la nascita di Scientology abbiamo visto addirittura la fantascienza trasformarsi in religione! Io non sono assolutamente una persona religiosa, ma penso che spesso cerchiamo di riporre le nostre speranze in un potere che sta al di fuori di noi. Per alcuni, questo significa una divinità che è personalmente interessata a come ci vestiamo, o a cosa mangiamo il venerdì; per altri vuol dire l’idea che il genere umano troverà finalmente la cura per il cancro e imparerà i segreti per viaggiare nel tempo. Così nel mio lavoro mi ritrovo a raccontare storie, o quantomeno a predisporre il seme di una storia che ognuno può trasformare nel racconto che desidera.

Anche tua moglie Kate è un’artista, ma i suoi quadri sembrano essere completamente distanti dal tuo mondo – solari, impressionisti, colorati. Se non sono indiscreto, come vi rapportate l’uno con l’arte dell’altra?

Siamo i migliori critici l’uno dell’altra. Siccome i nostri lavori sono così differenti, non c’è competizione fra noi, e ci diamo costantemente dei pareri e delle idee.

Chi è appassionato di stranezze, corre il rischio di essere reputato egli stesso strano. Cosa pensano delle tue passioni gli amici e i parenti?

Alcune persone amano stare a guardare i treni, o ascoltare gli Abba. Io amo i freaks. Tutte le persone più interessanti sono strambe.

Ecco i siti ufficiali di Prodigies, e di Cabinet of Curiosities.

José Guadalupe Posada

José Posada è uno dei più celebri fra gli incisori messicani, e certamente precursore dei movimenti artistici e grafici nati dopo la rivoluzione del 1910. Nato ad Aguascalientes nel 1852, divenne presto maestro incisore e litografo, dapprima nella sua città natale, poi a Léon, e infine a Città del Messico.

Le sue prime opere sono praticamente impossibili da trovare, poiché vennero stampate sulla povera carta dei giornaletti sensazionalistici dell’epoca; le uniche copie rimanenti sono di proprietà di collezionisti privati, o esposte nei maggiori musei nazionali del Messico.

José Posada è celebre principalmente per le sue calaveras, icone prese a “prestito” dall’immaginario religioso e folkloristico messicano. “Reclutando” questi allegri e vitali scheletri per i suoi intenti satirici, Posada crea un originale affresco sociale, alla maniera dei famosi Capricci di Goya. Questa ironica danza macabra che non risparmia niente e nessuno è stata presa come vero e proprio manifesto da molti degli artisti messicani del ‘900.

L’innovazione posadiana è più complessa di quanto potrebbe sembrare a una prima occhiata. Da una parte, opera un connubio fra i teschi e gli scheletri che già erano presenti nell’iconografia precolombiana, e le rappresentazioni occidentali della morte di matrice cristiana (memento mori, danza macabra, ars moriendi, ecc.). Dall’altra, utilizza questi elementi per prendersi gioco, in maniera grottesca, dei valori borghesi, del progresso, delle differenze di classe. E, infine, pare ricordare comunque che, ricchi o poveri, potenti o sfruttati, non siamo nient’altro che ossa che camminano.

L’opera più famosa di José Posada è senza dubbio la Calavera Catrina. Questa nobildonna dall’imponente cappello all’ultima moda (ma ovviamente destinata, come tutti, a ritrovarsi scheletro) è divenuta nel tempo una delle più riconoscibili figure dell’immaginario messicano. Nel Giorno dei Morti vengono costruiti altari e dolci a forma di Calavera Catrina, e indossati costumi che ne ricordano le fattezze.

Posada, oltre che incisore, era anche vignettista; ancora oggi, il primo premio dell’Encuentro Internacional de Caricatura e Historieta (Incontro Internazionale di Cartoon e Fumetti) è chiamato “La Catrina”.