La biblioteca delle meraviglie – XI

AnatomieHugh Aldersey-Williams

ANATOMIE – Storia culturale del corpo umano

(2013, Rizzoli)

Restiamo sempre sorpresi quando leggiamo che, per gli antichi, la sede delle emozioni non era il cuore o il cervello, ma il fegato. Ci coglie infatti il sospetto che il modo in cui guardiamo al nostro stesso corpo sia influenzato dalla cultura in cui siamo cresciuti. Ma la profondità e la portata di questa verità ci sfugge quotidianamente.

L’aspetto più stupefacente, leggendo questa densa ma appassionante “storia culturale del corpo umano”, è scoprire di pagina in pagina quante cose diamo per scontate: dal valore imprescindibile che assegniamo alla testa, all’importanza del nostro naso, all’ignoranza pressoché totale sui nostri organi interni, “esoterici” e in un certo senso inquietanti, l’autore ci conduce attraverso un percorso che si snoda dall’antichità ad oggi, fra difficili scoperte, clamorose smentite ed errori stupefacenti.

I primi anatomisti si scoprirono “esploratori” di una sconosciuta geografia interna, fino ad allora nascosta, e cominciarono a dare il proprio nome ad organi, appendici, insenature e “isole” proprio come i conquistatori di un Nuovo Mondo. Ma questa ricognizione non è ancora finita, e il libro di Aldersey-Williams svela con stile preciso e piacevole come non soltanto la scienza ma anche le belle arti, la letteratura e perfino il linguaggio facciano della forma umana un oggetto complesso, sfaccettato, che partendo dalle proporzioni ideali di Leonardo Da Vinci cerca oggi una perfezione ancora maggiore, un affrancamento dalla vecchiaia e dalla morte le cui suggestioni ricordano il mito di Frankenstein. Una storia variegata, che dalla lezione di Tulp di Rembrandt alle sopracciglia di Mona Lisa, dagli esperimenti di Mengele ai moderni impianti biomeccanici ci racconta quanto mutevole, ibrido ed essenzialmente indefinibile sia questo corpo che abitiamo.

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Fritz Kahn

FRITZ KAHN

(2013, Taschen)

Sempre nell’ambito delle scienze anatomiche, è interessante considerare come la scienza odierna utilizzi dei modelli tecnologici per rapportarsi alle varie parti del corpo: il cuore come pompa meccanica, il cervello come computer, il sistema osteo-muscolare come perfetta macchina in movimento, e via dicendo. Questo tipo di metafore sono state spesso criticate come fuorvianti, soprattutto dai fautori di una visione più olistica della medicina, ma accostare il meccanico e l’organico ha sicuramente il pregio di spiegare in maniera chiara il funzionamento di un determinato sistema, anche ai non addetti ai lavori.

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Lo aveva compreso perfettamente Fritz Kahn, classe 1888, ginecologo, scrittore, artista, che a partire dagli anni ’20 si dedicò alla divulgazione scientifica in maniera completamente inedita ed originale. Cosciente dell’importanza delle immagini nell’educazione, Kahn si prefissò il compito di rendere finalmente visibili e comprensibili i processi fisiologici creando delle analogie con qualcosa di familiare: i processi industriali. Ecco allora che nella sua illustrazione più celebre, L’uomo come palazzo industriale, il corpo è rappresentato come una serie di luoghi di lavoro moderni, organizzati in catene di montaggio, pannelli di controllo, circuiti, macchinari. Nel tempo Kahn affinerà queste metafore architettoniche e industriali, con una capacità e una fantasia per l’accostamento analogico che ha dell’incredibile.

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Ad ogni pagina di questo sontuoso volume che ripercorre l’intera carriera di Kahn, ci si trova di fronte a nuove invenzioni iconografiche, trovate surrealiste, connessioni improbabili, sempre però concepite con spirito divulgativo, per ridurre la complessità e rendere i processi vitali accessibili al pubblico più vasto.

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Oggi che siamo abituati all’infografica, nei testi scolastici come nelle riviste scientifiche, nei manuali di istruzioni come nei giornali, possiamo comprendere ancora meglio l’importanza di questo pioniere dalla fantasia sfrenata, spinto da una incontenibile voglia di condividere con tutti le meraviglie dell’anatomia umana.

PIG 05049

È proprio vero, come recita l’adagio popolare, che del maiale non si butta via nulla?
Partendo dalla voglia di verificare questo assunto, la designer olandese Christien Meindertsma è divenuta autrice di un progetto davvero sorprendente, intitolato PIG 05049. Il nome deriva dal numero assegnato ad un maiale, che la Meindertsma ha scelto come oggetto del suo studio.

Cresciuto in un allevamento olandese, il maiale 05049 ha avuto la sorte che aspetta tutti i suoi consimili: macellato una volta adulto, le sue parti sono state spedite in tutta Europa per essere utilizzate… sì, ma come?
Per tre anni Christien ha seguito, pezzo per pezzo e con grande dedizione, ogni singola parte del suo maiale – pelle, carne, ossa, e tutto il resto – mentre veniva scomposta e utilizzata nei modi più disparati, entrando in processi produttivi sempre più distanti fra loro, comprata e rivenduta, di ditta in ditta, di fabbrica in fabbrica. E indovinate un po’. Le bistecche e gli insaccati, pur essendo il destino più ovvio, non sono che uno delle centinaia e centinaia di prodotti in cui il nostro maialino ha finito per ritrovarsi.

Dalla vernice per pareti alle statuine in porcellana, dai freni dei convogli ferroviari ai pennelli dei migliori pittori, dalle caramelle gommose al collagene delle iniezioni, fino ad arrivare agli estremi opposti: proiettili… e protesi cardiache salvavita. Le differenti parti del maiale vengono riutilizzate in questi ed altri oggetti di uso più o meno comune, e la Meindertsma ha documentato e fotografato ognuno di questi prodotti per inserirli, in scala 1:1, in un catalogo che porta sulla costola una replica dell’etichetta che il maiale 05049 aveva sull’orecchio.

La sua complessa ricerca, spiega l’artista e designer olandese, serve a mostrare come il nostro rapporto con gli oggetti sia inesorabilmente mutato con l’avvento della produzione di tipo industriale: non soltanto non sappiamo di cosa siano fatte le cose che utilizziamo, né quale lavorazione abbiano subìto, ma nemmeno gli stessi anelli di questa catena produttiva sono consci dell’intero processo. Gli allevatori di maiali, infatti, sono i primi a non sapere affatto che fine fanno i loro animali, e sono convinti di servire esclusivamente l’industria alimentare.

Il maiale 05049 diviene quindi simbolo di questa frammentazione, la difficoltosa tracciabilità del suo corpo “esploso” e ormai invisibile dimostra quanto tutti noi siamo tagliati fuori dagli stessi meccanismi produttivi che abbiamo messo a punto. Ed inquieta il pensiero che forse non ci sia nessuno che abbia davvero una visione d’insieme. Sono stati necessari tre anni di dure ricerche, e la puntigliosità di un’artista, per comprendere esclusivamente come funziona lo sfruttamento di un maiale; d’istinto, il pensiero corre quindi alle misteriose e paurose oscillazioni della Borsa, le altalenanti sorti dei diversi mercati internazionali… Quanti altri processi, enormemente più complessi e ramificati, restano nascosti e si organizzano, come dotati di vita propria, senza che nessuno possa rendersi veramente conto della loro totalità?

Ecco la pagina del progetto PIG 05049 sul sito ufficiale di Christien Meindertsma. Qui sotto trovate due video: nel primo viene sfogliato il volume PIG 05049, nel secondo l’autrice presenta (in inglese) il proprio lavoro al pubblico.

(Grazie, Dino!)