Lo strano mondo di Hurricane

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Ivan Manuppelli, in arte Hurricane, è un disegnatore, editore e cartoonist che porta avanti da anni la sua visione di fumetto underground. Il suo mondo sgangherato e weird è affollato di personaggi la cui anatomia è ufficialmente in crisi, corpi sciolti sotto la cui pelle si agita una moltitudine di esseri mostruosi che cercano di emergere. Esilarante e violento, Hurricane non rinuncia mai a quel gusto un po’ infantile della provocazione; rispetto ai simboli del capitalismo e della vita odierna il suo è più sberleffo che satira, una sorta di assalto lisergico al buon costume, uno spernacchiamento catartico.

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Eppure nei sorrisi posticci che spuntano da questi ammassi di carne e budella è facile intravvedere, in filigrana, tutta l’angoscia, lo spaesamento e l’impotenza di un uomo contemporaneo che sembra condannato a un perenne, grottesco inferno.

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Hurricane pubblica le sue tavole su Linus, Il Male, Frigidaire. Ma “clandestinamente” ha dato vita alla rivista Puck, la cui più straordinaria incarnazione è Puck Comic Party, un progetto ambizioso e sorprendente che ha coinvolto più di 170 autori underground italiani, europei e americani. L’idea è simile al “cadavere squisito” dei surrealisti: a ciascun disegnatore vengono mostrate le vignette precedenti, a cui egli aggiunge due o tre quadri che proseguono la storia. La trama, com’è prevedibile, si presenta fin da subito delirante e onirica, e fa da pretesto per una sciarada visiva davvero unica. Il bello di ogni pagina sta nel gustarsi il nuovo cambio di stile, nello scoprire come il prossimo autore rielaborerà gli elementi a disposizione. Piacere metanarrativo, certo, e gioco per intenditori; ma anche un esperimento folle che assomiglia a una grande festa collettiva. E non può non scendere una lacrimuccia quando si incrocia fra le vignette il segno inconfondibile del compianto Carlo Peroni di Zio Boris.

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A novembre dello scorso anno Hurricane mi ha contattato per scrivere un’introduzione alla sua mostra Inferno domestico allestita all’interno del Festival internazionale del fumetto Bilbolbul. I pezzi centrali dell’installazione erano dieci tavole che rivisitavano le piaghe d’Egitto in chiave moderna, dissacrando il luogo dell’intimità e del comfort per eccellenza: la casa.

Ripropongo qui il pezzo scritto allora per Inferno domestico, e vi invito a scoprire il lavoro di Hurricane sul suo sito ufficiale e sulla sua pagina Facebook.

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LA RIVINCITA DI PINCO PANCO

CASA, s.f. Edificio cavo eretto come abitazione per l’uomo,
il ratto, il topo, lo scarafaggio, la blatta, la mosca,
la zanzara, la pulce, il bacillo e il microbo.
(Ambrose Bierce, Il Dizionario del Diavolo, 1911)

Ovunque appoggerò la testa, amici
Quella sarà casa mia.
(Tom Waits)

La casa, nata come rifugio e tana del mammifero-uomo, da tempo ha trasceso questa sua funzione basilare. La casa è un’estensione concreta del fisico e della mente di chi la abita, prolungamento psichico nell’impulso di riorganizzazione del mondo, barriera contro il caos. In casa, tutto ha un senso, un’economia, un motivo. Nella casa, tutto è rassicurante, ci rincuora – sì, ogni cosa è al suo posto. Non come là fuori.

La casa è una bolla. È la nostra personale capsula all’interno della grande Astronave Terra che sfreccia nel vuoto, il cui suolo è stato parcellizzato dagli esseri umani in infinite sub-unità abitative. La casa delimita i confini della nostra vita, della cosiddetta privacy, è il luogo sacro e inviolabile in cui siamo noi a decidere a chi è concesso o non è concesso entrare. La casa è un filtro.

Nella solitudine della casa, in grado di tenere lontani gli estranei (“l’enfer, c’est les autres”), possiamo andarcene in giro nudi come prima che ci fosse inculcata qualsiasi vergogna, come prima della società. Non ci è proibita alcuna bassezza, né alcuna ascensione mistica, svanisce il timore di venire giudicati.

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E poi. La casa deve essere anche funzionale, come uno strumento. Efficiente nel liberarci dalle fatiche superflue. Ipertecnologica, con i suoi utensili robotizzati e le macchine che lavano, cuociono, asciugano, sterilizzano, regolandosi e programmandosi da sé. La casa lavora per noi. Ci solleva dagli ammennicoli quotidiani, di modo che noi possiamo dedicarci a ben più solenni imperativi…

La casa è una protesi; ma non ci si può illudere di usare una protesi senza che essa ci cambi, che rivoluzioni i limiti della nostra identità. Il cieco si orienta e sente la strada con la punta del bastone: dove finisce l’uno e inizia l’altro, resta un mistero.
Di (con)fusioni tra organico e meccanico, fisiologico e tecnologico, sapeva qualcosa J. G. Ballard, secondo il quale dimensione interna ed esterna non sono mai separate ma anzi si compenetrano senza soluzione di continuità. Nel suo racconto L’enorme spazio (1989), l’abitazione del protagonista si curva e si allunga fino a raggiungere distanze siderali, tanto che per passare dalla cucina al salotto ci vorrebbero secoli di cammino. Siamo sicuri di essere dentro la casa? O la casa sta dentro di noi? Abitiamo o siamo abitati?

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In fondo, forse, la casa dovrebbe semplicemente proteggerci, ma ha fallito. Ciò che è là fuori – la violenza, la disumanizzazione, la psicopatologia, la miseria umana – ha finito o finirà per fare irruzione fra queste fragili quattro mura. Non basteranno le porte blindate e i sistemi di sorveglianza per impedire che l’assurdo del cosmo faccia irruzione nel nostro baluardo, nel nostro bozzolo privato. L’assurdo è Pinco Panco che si ostina a incendiare la Casetta in Canadà, mentre il solerte Martino della canzone lavora sodo per ristabilire il decoro piccolo borghese, ricostruendo infinite abitazioni.

È una lotta contro i mulini a vento, sembrano suggerire i quadri apocalittici e gioiosamente sovversivi di Hurricane: la casa forse non è mai veramente esistita, è soltanto un’illusione, miope e meschina, che prima o poi si ritorcerà contro chi vi ha visto un ideale di vita, un’oasi finale – giardino all’inglese e bianco steccato inclusi.
Perché le piaghe d’Egitto, in realtà, non sono nulla di miracoloso o eccezionale.
Sono ovunque, in ogni luogo e in ogni tempo.
Sono la vita, che si fa strada.

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Inferno fresco: Dante Alighieri e la cultura goth

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Quest’anno ricorre il 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri.

Il vero miracolo della Commedia non è strettamente poetico, ma risiede soprattutto nella incredibile portata che ha avuto, e ha tuttora, nel plasmare l’immaginario occidentale. Il termine “classico” è noioso e invecchiato male, ma difficilmente un testo ha trasceso a questo modo epoche e popoli: Dante è un classico nel senso più attivo della parola, la sua opera dopo sette secoli è viva tutta attorno a noi ed è capace di influenzare ancora oggi le nuove generazioni di artisti.

Certo, i giovani apprezzano soprattutto l’Inferno.
E questo perché l’Inferno è un turbine di emozioni crudeli, di sensi strappati, di terrori e pietà. Lontano dalla simpatica verve buonista di alcune divulgazioni, che pure riempiono le piazze strizzando l’occhio all’attualità (quando abbiamo conosciuto ben altre letture), l’Inferno è rimasto un coltello che scava nel profondo degli errori dell’anima, che mette a nudo un’umanità fallace e fallata con cui non possiamo che identificarci. E al tempo stesso dipinge un sulfureo affresco, dalla forza terribile e violenta.
Anche secondo Emil Cioran non c’è paragone fra i tre libri: “l’Inferno – esatto come un verbale. Il Purgatorio – falso come ogni allusione al Cielo. Il Paradiso – sfoggio di invenzioni e di insulsaggini… La trilogia di Dante è la maggiore riabilitazione del diavolo che un cristiano abbia intrapreso” (in Sillogismi dell’amarezza, 1952).

Vittorio Sermonti, uno dei maggiori esegeti della Commedia, intervistato nel 2006 sulle pagine del Corriere stimava che “i giovani capiscono Dante meglio di tanti accademici […] L’Inferno è più splatter di certi fumetti o videogiochi”. Quattro anni dopo, a riprova dell’appeal che il libro può ancora avere nella cultura pop giovanile, esce il videogame Dante’s Inferno.

Per esplorare le influenze dantesche sul mondo dell’immaginario contemporaneo apre il 25 settembre al MIAAO (Museo Internazionale delle Arti Applicate Oggi) di Torino una mostra curata da Lorenza Bessone dal titolo Inferno fresco.

Abbiamo deciso di segnalare questa iniziativa per due motivi.
Innanzitutto questa mostra è curiosa in quanto si propone di esplorare l’impatto del primo libro della Commedia sull’immaginario delle sottoculture dark/goth, spesso poco considerate ma che rappresentano una declinazione giovanile fertile e interessante.
In secondo luogo, il taglio dato alla mostra è eminentemente femminile: con l’eccezione di tre artisti maschi, tutte le opere presentate sono a firma di illustratrici più o meno affermate. La dimensione femminile, lungi dall’edulcorare i toni, apporta alle rappresentazioni infernali una visceralità e un’intensità sicuramente uniche.

 

Pablo Echaurren, Mutilati ignavi (Dante’s Inferno Canto XXVIII), 2004, tarsia di panni e plastiche imbottite eseguita da Marta Pederzoli, 113x66 cm. Courtesy MIAAO.

Pablo Echaurren, Mutilati ignavi (Dante’s Inferno Canto XXVIII), 2004, tarsia di panni e plastiche imbottite eseguita da Marta Pederzoli, 113×66 cm. Courtesy MIAAO.

 

Pole Ka Hell Canto XXXIV

Alice Richard aka Pole Ka, Lucifer (Dante’s Inferno Canto XXXIV), 2014, grafite e inchiostri di china su carta, 42×29 cm.

Lo chiarisce il comunicato stampa della mostra:

A proposito degli esiti di questa dantesca chiamata alle arti, si anticipa una interessante riflessione della curatrice Lorenza Bessone, che appartiene alla stessa generazione di molte tra le disegnatrici invitate, tutte under 40: “nonostante l’approccio oltranzista del brief di progetto, che si riferiva all’ horror-splatter anche per evitare ogni insopportabile visione ‘benigna’ di Dante, molti elaborati sono sorprendenti pure per la sofisticazione nelle scelte di alcuni personaggi e la dissimmetria delle varie referenze culturali, tra pop e top”. A esempio la francesina Pole Ka, a partire da Semiramis lussuriosa compone una suite perturbante, fondata anche su una sua dichiarazione di poetica: L’Enfer est intime, ed è la ricorrente rappresentazione dell’apparato uterino come luogo di destino ferale. Oppure Beatrice è ritratta da Helbones all’età del primo incontro con Dante, a 9 anni, caratterizzata da Big Eyes, evidente citazione di pittura Lowbrow, con però delle stelline di dentro a cinque punte, e un’iscrizione in provenzale che presuppone frequentazioni di filologia fromanza…E ancora un’altra subalpina, Elisa Scesa, con una sua araldica Aracne provoca il brivido dell’ibrido, gemmato da accoppiamenti assolutamente non giudiziosi… E così via, con prove tutte, ci si sente persino di azzardare, di nuova Stilmischung, di quella mescolanza di stili sublimi, medi, e umili che secondo un altro grande lettore di Dante, Erich Auerbach, caratterizza anche la Commedia dantesca.

Finamore Hell Canto IX

Giorgio Finamore, Le feroci Erine (Dante’s Inferno Canto IX), 2015, matita su carta, editing e pittura digitale, 42×29,5 cm.

 

Seitzinger Hell Canto XVII

Elisa Scesa aka Elisa Ada Seitzinger, Aracne (Dante’s Inferno Canto XVII, Purgatorio Canto XII), 2015, tecnica mista su carta, 42×29,5 cm.

Inferno fresco. Nuove illustratrici dantesche
direzione artistica Enzo Biffi Gentili / a cura di Lorenza Bessone
Sede: MIAAO Galleria Sottana. via Maria Vittoria 5. 10123 Torino. Italia
Periodo di svolgimento: dal 25 settembre al 31 ottobre 2015
Orari di apertura: sabato ore 15-19.30, domenica ore 11-19
Inaugurazione venerdì 25 settembre 2015 alle ore 12
INGRESSO LIBERO
Info: Tel. 011 561 11 61 Mail: [email protected]

This Way Up

La quotidiana routine di due operatori funebri – sconvolta da una serie di improbabili eventi – non è mai stata così divertente come nel cortometraggio This Way Up (2008) diretto da Alan Smith e Adam Foulkes e vincitore di numerosi premi, fra cui la nomination agli Oscar 2009 come miglior corto di animazione. In questa folle e imprevedibile corsa contro il tempo, i toni macabri sono stemperati da un irresistibile umorismo nero, estremamente british.

[vimeo https://vimeo.com/102605293]

I soldi dei morti

Per i cinesi, ogni uomo è composto da diversi spiriti: fra tutti, i due più importanti sono quello materiale, chiamato po, con sede nel fegato e nutrito dal cibo, che al momento della morte rimane nella tomba; e l’anima spirituale, chiamata hun, con sede nei polmoni e nutrita dal respiro, che al trapasso si stacca invece dal corpo e va incontro al suo destino.
Un destino che è ovviamente conseguenza delle azioni terrene, della virtù e delle qualità del morto. Così, nell’oltretomba, esiste una gamma di possibili mutamenti che attendono lo hun del defunto: il più difficile e prestigioso è ovviamente divenire uno xiandao, un Immortale taoista – oppure raggiungere Jing-tu, la Terra Pura, se si è buddhisti. Ma, qualora in vita le azioni del morto non siano state per nulla virtuose, l’anima può finire per incrementare le fila degli egui, “spiriti affamati” che arrecano danni e problemi ai viventi a causa della fame e della sete insaziabili che li divorano.
Tutti coloro che stanno nel mezzo – né spiriti eccelsi, né peccatori senza speranza – vengono destinati alla “Via dell’Uomo” (rendao), vale a dire a reincarnarsi fino a che non saranno finalmente degni di lasciare questo mondo. Queste anime, però, prima di potersi reincarnare dovranno passare per una sorta di regno di mezzo chiamato diyu, assimilabile al nostro purgatorio.

Il diyu non è altro che una terribile “prigione sotterranea” che in qualche modo riflette specularmente la burocrazia del nostro mondo. Qui le anime vengono imputate in un vero e proprio processo in dieci differenti stadi, i Dieci Tribunali dell’Inferno: alla fine del lungo dibattimento giudiziario, il defunto viene assegnato ad un supplizio specifico a seconda delle sue colpe e mancanze. Si tratta di pene e torture dantesche sia nella crudeltà che nel contrappasso, che l’anima patisce provando dolori atroci, proprio come se avesse ancora un corpo. Fra lame che mozzano la lingua ai bugiardi, seghe che tagliano in due gli uomini d’affari scorretti, stupratori e ladri gettati in calderoni d’olio bollente o cotti al vapore, gente macinata e ridotta in polvere con mole di pietra, il diyu è una fiera degli orrori senza fine. Le anime, una volta subìto il supplizio, vengono ricomposte e la pena ricomincia.

Una volta scontato il periodo di “carcere duro” previsto dai giudici, all’anima è somministrata una pozione che le fa dimenticare quanto ha visto, e infine viene rispedita sulla terra… spesso con un bel calcio nel sedere (il che spiega le voglie violacee all’altezza delle natiche che a volte mostrano i neonati).

Dicevamo però che il diyu è una sorta di versione ribaltata del nostro mondo. Non crediate quindi che le delibere del Tribunale dell’Inferno siano infallibili: proprio come accade nei Palazzi di Giustizia terreni, nell’oltretomba cinese possono verificarsi degli errori giudiziari; c’è una mole impressionante di pratiche burocratiche da sbrigare, e anche fra i demoni esistono corruzione e nepotismo.
Ecco perché i cinesi hanno sviluppato uno dei rituali sacrificali più particolari e bizzarri: quello delle qian zhi, le “banconote di carta”.

Si tratta di imitazioni di banconote su cui è impresso il volto del sovrano dell’Aldilà, simili ai soldi finti dei giochi in scatola, stampate su carta di riso ed emesse dalla Banca degli Inferi, Yantong Yinhang. I tagli variano (anche a seconda dell’inflazione!) da diecimila a centinaia di miliardi di yuan – anche se ovviamente il prezzo d’acquisto è infinitamente inferiore a quello nominale. Si possono comprare in svariati empori e negozi.

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Le banconote vengono bruciate in falò rituali accesi vicino alle tombe, così che il fuoco le “trasporti” oltre il confine fra vivi e morti, recapitandole al caro estinto. L’anima del defunto potrà quindi usare i soldi inviatigli dalla famiglia per acquistare beni di consumo, per “comprare” i favori delle guardie, oppure per guadagnarsi rispetto e status sociale, o magari addirittura per corrompere un giudice e ottenere così uno sconto di pena.

Vi sono regole strette e tabù collegati al modo in cui le banconote vanno bruciate, così come ad esempio regalarne una ad una persona ancora in vita è altamente offensivo: insomma, i soldi dei morti sono un affare serio per molti cinesi.
Il defunto è in definitiva considerato come un parente vivo e vegeto, che si trova in un luogo lontano e sta attraversando un periodo di difficoltà. Quale famiglia amorevole non gli manderebbe un po’ di soldi?

Se questo approccio, tipico della pratica e concreta mentalità cinese, ci sembra strano ad un primo sguardo, si tratta in realtà di una pratica non molto distante dal nostro atteggiamento verso i cari estinti: compriamo una bella lapide, raccomandiamo a Dio la loro anima, in modo da ottenere la loro benevolenza; in cambio, li preghiamo per avere intercessioni, protezione e favori.
Il culto degli antenati è pressoché universale, e la versione cinese delle qian zhi non fa che rendere evidente il meccanismo che lo sottende.
L’appartenenza alla società è di norma sancita dallo scambio (economico, di lavoro, di sostegno e di aiuto) fra i membri della società stessa: la barriera della morte, che in teoria dovrebbe interrompere questo commercio, non è affatto insormontabile, perché in tutte le culture lo scambio fra vivi e morti non viene mai meno, diventa semplicemente simbolico.

La peculiarità non sta quindi nel tentativo di regalare qualcosa ai morti, poiché è proprio questo il nocciolo del culto dei defunti, in ogni epoca e latitudine: vogliamo continuare a proteggere i nostri cari, e a dimostrare attraverso il dono sacrificale quanto forte sia ancora l’affetto che ci lega a loro. Il vero aspetto singolare di questa tradizione sta nella somiglianza quasi comica dell’Aldilà cinese con il nostro mondo.


Con il passare del tempo e con l’evolversi della tecnologia, ormai anche all’Inferno le semplici mazzette non bastano più. Forse i diavoli sono diventati più esigenti, o forse nell’Aldilà – dove comunque è indispensabile darsi un tono – le stesse anime dei defunti si fanno influenzare dalle mode consumistiche; fatto sta che nei negozi, accanto alle banconote, sono oggi esposte delle raffigurazioni cartacee di bottiglie di champagne (conquistare la simpatia del carceriere con un goccetto funziona sempre), prodotti di bellezza, completi in gessato, ciabatte contraffatte di Louis Vuitton con cui pavoneggiarsi, carte di credito, addirittura ville in miniatura, macchine di lusso, televisori al plasma, laptop, cellulari, iPhone e iPad taroccati con tanto di custodia. Tutto in carta, pronto da bruciare, in vendita per pochi euro.

Un oltretomba fin troppo familiare, che rispecchia vizi e problemi per i quali nemmeno la morte sembra essere un rimedio sicuro: non c’è da stupirsi quindi che, fra i vari gadget che si possono inviare nell’oltretomba, vi siano anche le repliche delle scatole di Viagra.

La maggior parte delle informazioni sono tratte dall’illuminante e consigliatissimo Tre uomini fanno una tigre. Viaggio nella cultura e nella lingua cinese (2014) di Nazzarena Fazzari.

Cafés maudits

La bohème dei decadentisti esercita ancora su di noi un fascino irresistibile. Nell’immaginario moderno, gli eccessi dei poeti maledetti sono indissolubilmente associati a Montmartre, ai café-concert nei quali Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Musset e compagnia bella si perdevano nel florilegio di visioni sbocciate dal loro assenzio. Pochi anni più tardi, durante la Belle Époque, Parigi era un ribollire di mode, tendenze e stimoli artistici diversi: il Novecento si annunciava ottimisticamente come un secolo di progresso, di pace e di benessere, il cinema e la radio erano appena nati, perfino la morale stava cambiando e la zona dei divertimenti notturni “proibiti”, attorno a Pigalle, conosceva il suo apogeo.

A Pigalle non c’erano soltanto il cabaret con i suoi can-can e le prostitute. All’epoca sorgevano come funghi piccoli locali “a tema”, i cui esercenti facevano a gara per attirare il pubblico superandosi l’un l’altro in fantasia e bizzarrie. C’erano cabaret di ispirazione medievale, caffè lillipuziani, oppure ambientati nei fondali marini, e via dicendo – oltre ovviamente al Grand Guignol (di cui abbiamo parlato qui).

Fra i locali più incredibili spiccavano tre piccoli caffè, fondati alla fine dell’Ottocento e gestiti da un unico proprietario, che promettevano meraviglie già dal nome: il Cabaret de l’Enfer, il Cabaret du Ciel e il Cabaret du Néant.

Il Cabaret “dell’Inferno” e quello “del Cielo” erano situati sul Boulevard de Clichy accanto all’Hotel de Place Blanche, e già a vederli dalla strada si proponevano come locali gemelli, o per meglio dire speculari.


Si poteva scegliere di rilassarsi nell’angelica atmosfera del Paradiso, dove si veniva accolti da camerieri travestiti da cherubini, con tanto di ali e parrucca bionda. Nella grande sala, simile all’interno di una cattedrale gotica e allietata dalla musica di un organo, si sorseggiava il liquore dalla “sacra coppa”; cominciavano poi vari spettacoli e pantomime che sbeffeggiavano la liturgia cristiana, balletti celestiali piuttosto “discinti”, esibizioni di cori angelici.


Alla fine di questi spettacoli, un attore che impersonava San Pietro apriva con la sua enorme chiave la porta che conduceva alla seconda sala, una sorta di grotta dorata dalle cui stalattiti pendevano statuine di angeli e altri arredi sacri. Qui un ultimo numero di varietà concludeva la serata.


Ma molti preferivano entrare attraverso le enormi fauci che portavano dritti al regno di Satana. Qui erano i diavoli a dare il benvenuto all’avventore, e a scagliarlo in una sorta di pacchiana e impressionante raffigurazione di un girone infernale.

Le pareti della cupa e oscura grotta erano ricoperte da una babele di altorilievi raffiguranti la dannazione eterna delle anime peccatrici e dei tormenti che i demoni infliggevano loro. Mani artigliate, piedi, volti contorti dall’agonia sporgevano dalle pareti proprio sopra i tavolini dove il pubblico si fermava a bere. Anche qui venivano messe in scena delle rappresentazioni grottesche: un dannato veniva cotto da alcuni diavoli in un grande calderone, e altre attrazioni prevedevano differenti e crudeli supplizi.


Seguendo la stessa falsariga, verso la fine della serata si veniva invitati ad entrare nella seconda sala, l'”Antro di Satana”, in cui si assisteva ad un ultimo spettacolo in cui Mephisto torturava alcuni peccatori, sempre in maniera esagerata e goliardica.


Il Cabaret du Néant (“Cabaret del Nulla”) stava poco distante dagli altri due, e oltre ad essere il locale più antico fu anche quello che godette di maggior fama, tanto da inaugurare per breve tempo una succursale anche a New York.


Dopo aver pagato l’ingresso e ricevuto il gettone, l’avventore veniva introdotto nella buia sala “dell’intossicazione” da camerieri incipriati di bianco e vestiti come becchini. Qui tutto l’arredamento rimandava alla morte: bare al posto dei tavoli, pareti tappezzate di aforismi sul Tristo Mietitore, un lampadario costruito con vere ossa umane e teschi appesi ai muri. Una volta accomodatisi ad una bara, il cameriere accendeva il cero funebre e prendeva le ordinazioni: i drink offerti dal menu portavano i nomi dei più celebri bacilli, germi mortiferi e morbi incurabili. L’ospite, così, sceglieva “di che morte morire” e ordinava la dipartita a lui più congeniale.


Dopo aver bevuto il pubblico veniva fatto spostare nella cameretta sul retro, la Grotta dei Trapassati. Mentre un monaco suonava un organo, un volontario veniva fatto entrare in una bara, avvolto in un sudario e infine “trasformato” di fronte agli occhi degli avventori in uno scheletro (mediante l’effetto Pepper’s Ghost di cui abbiamo già parlato in questo articolo).


Il Cabaret de l’Enfer e quello du Ciel rimasero in piedi fino agli anni ’50, prima di essere smantellati; il Cabaret du Néant venne chiuso un po’ più tardi, all’inizio degli anni ’60.

Per questo articolo dobbiamo ringraziare uno dei nostri blog preferiti di sempre: La Rocaille, colto e curatissimo spazio dedicato alla decadenza, al kitsch e all’arte in generale (moda, architettura, design, iconografia, ecc.). Tutte le fotografie e gran parte delle info provengono da lì. Grazie, Annalisa!

Il Tempio delle Torture

Wat Phai Rong Wua.

Se visitate la Thailandia, ricordatevi questo nome. Si tratta di un luogo sacro, unico e assolutamente weird, almeno agli occhi di un occidentale. Tempio buddista, mèta annuale di migliaia di famiglie, è celebre per ospitare la più grande scultura metallica del Buddha. Ma non è questo che ci interessa. È famoso anche per il suo Palazzo delle Cento Spire, ma nemmeno questo ci interessa. Quello che segnaliamo qui sono le dozzine di figure e complessi statuari che descrivono torture e sevizie riservate dai demoni dell’inferno alle anime in pena.

Infilzate in faccia, o intrappolate nelle fauci di orrendi mostri, con le interiora esposte, trafitte da spade e lance, queste sculture lasciano ben poco all’immaginazione: se non diciamo le preghierine alla sera, non ce la passeremo tanto bene nell’aldilà. Questo macabro e violentissimo “parco di attrazioni” ha per i fedeli un valore educativo. È una visualizzazione grafica e figurativa della sofferenza e dell’inferno.

Certo, c’è da dire che il rapporto dei thailandesi con la morte è meno travagliato del nostro; eppure, per quanto a prima vista il giardino delle torture di Wat Phai Rong Wua possa sembrare una soluzione estrema per colpire la fantasia dell’uomo illetterato, ricordiamoci che anche le nostre chiese abbondano di dipinti e allegorie non meno violente o macabre. Ormai abituati all’arte del Novecento, che si è man mano astratta dal bisogno di veicolare o avere un significato, ci dimentichiamo facilmente del ruolo avuto anche nella nostra storia dell’arte figurativa: quella di educare le masse, di proporsi come libro illustrato, e di servire quindi alla formazione di un immaginario anche per quanto riguarda i mondi a venire.

Scoperto via Oddity Central.