Navigando sulle cime dei monti

Come la folle rabbia di un cane, che si ostina ad azzannare la gamba di un capriolo ormai morto e insiste a scuotere e a tirare con forza la selvaggina abbattuta, al punto che il cacciatore rinuncia a ogni tentativo di calmarlo, una visione si era radicata dentro di me: l’immagine di un grande battello a vapore su una montagna — la barca che si trascina tra i fumi grazie alla sua stessa forza, risalendo un ripido pendio nel cuore della giungla e, in mezzo a una natura che annienta senza distinzione i deboli e i forti, la voce di Caruso, che riduce al silenzio il dolore e il clamore degli animali della foresta amazzonica e smorza il canto degli uccelli. O meglio: le grida degli uccelli, perché in questa terra, incompiuta e abbandonata da Dio nella sua ira, gli uccelli non cantano, gridano di dolore, e colossali alberi intricati si artigliano uno con l’altro come in una gigantomachia, da orizzonte a orizzonte, tra le esalazioni di una creazione che qui non si è ancora conclusa.

(Werner Herzog, La conquista dell’inutile, 2004)

Questa è la genesi di Fitzcarraldo, questo il sogno per inseguire il quale Herzog innalzò davvero un battello a vapore fino alla cima di una montagna, per farlo passare dal Rio Camisea all’Urubamba; uno sforzo titanico che comportò morte e follia, forse la più leggendaria ed estrema lavorazione cinematografica della storia.

L’epica del contrasto (qui: la barca sulla montagna, la raffinatezza dell’opera lirica contro la barbarie della giungla) è quella che da sempre ha sedotto gli uomini a tentare l’impossibile.
Eppure ottant’anni prima di Fitzcarraldo era vissuto un uomo a cui questa stessa impresa era sembrata tutt’altro che visionaria. Un uomo che nell’idea di una nave che attraversava in salita le pendici dei monti vedeva il futuro.

Pietro Caminada (1862-1923), era nato dal matrimonio fra Gion Antoni Caminada, svizzero grigionese trapiantato in Lombardia, e di Maria Turconi, milanese. Affascinato dalla figura di Leonardo Da Vinci fin dalla tenera età, studiò ingegneria e dopo la laurea fu costretto, come tanti altri all’epoca, a emigrare verso l’Argentina assieme al fratello Angelo in cerca di lavoro. Fermatosi per una breve visita turistica a Rio de Janeiro, però, rimase folgorato dalla città. Tornò sulla nave solo per recuperare il bagaglio, e disse al fratello: “Io mi fermo qui“.

Durante i suoi quindici anni a Rio, Caminada si occupò di diversi progetti relativi al piano regolatore, all’ammodernamento del porto, ai trasporti: trasformò l’acquedotto degli Arcos da Lapa, costruito in stile romano nel 1750, in un viadotto su cui far transitare il Bonde, l’inconfondibile tram giallo che ha caratterizzato la città brasiliana fino al 2011. Fu perfino scelto per disegnare da zero la nuova capitale, Brasilia, sessant’anni prima che la città fosse realizzata.
Dopo questo brillante inizio di carriera, Caminada tornò in Italia per stabilirsi a Roma. Al suo rientro, oltre a una moglie e tre figlie, portava con sé anche il suo progetto più ambizioso: rendere le Alpi navigabili.

L’idea aveva certamente uno scopo innanzitutto pratico. Un collegamento diretto tra Genova e Costanza attraverso il Passo dello Spluga avrebbe consentito uno sviluppo commerciale altrimenti impensabile, poiché le vie d’acqua erano le più economiche.
Ma nella proposta di Caminada c’era anche un elemento di sfida alla natura che la stampa dell’epoca non mancava di sottolineare. Un articolo, apparso sulla rivista Ars et Labor (1906-1912), cominciava così:

L’uomo sembra che volga di preferenza il suo estro inventivo a turbare le più ferme intenzioni e i più saldi ordinamenti della natura. È come un ragazzo ribelle che si compiace specialmente di ciò che gli è proibito.
— Ah, tu non mi hai dato le ali, pare che l’uomo dica alla natura, ebbene io me le fabbricherò e volerò egualmente a tuo dispetto!
Tu mi hai fatto le gambe deboli e lente, ebbene io mi costruirò un cavallo di ferro che vincerà in corsa le tue creature più veloci. […] Per quanto meraviglioso possa essere un treno in movimento, esso non scombussola alcuno dei fondamentali principi del sistema naturale, ma navigare in montagna, navigare in salita, navigare superando erte pendenze e richiedendo soltanto alle energie delle acque incanalate questo miracolo, è tal cosa che sconvolge le nostre nozioni più sicure in fatto di acque, di navigazione, e contraria gli immutabili modi di essere dell’acqua […].

La bellezza dello stratagemma architettato da Caminada per portare le navi a valicare le Alpi stava nella sua semplicità. Si trattava essenzialmente di una variazione sul sistema già ben rodato della chiusa.
Se rimaneva impensabile costruire delle “scale” di chiuse su diversi livelli, secondo l’ingegnere tutto sarebbe diventato più facile sfruttando il concetto di piano inclinato:

Immaginiamo un tubo cilindrico riempito d’acqua e tenuto verticale, il piano dell’acqua sarà circolare: se si inclina il tubo il piano d’acqua pur restando sempre orizzontale assumerà una forma tanto più ellittica e allungata quanto più il tubo si avvicinerà alla posizione orizzontale. Se si fa uscir l’acqua dal tubo, qualsiasi corpo che galleggi sul piano d’acqua discenderà con essa, percorrendo una diagonale […]. In tal modo se il tubo è tenuto verticale il corpo galleggiante sale o scende seguendo una linea verticale: se è tenuto inclinato il corpo galleggiante, oltre al salire o al discendere percorre una distanza orizzontale. Su questa semplice idea di chiusa tubulare io ho costruito il mio sistema di canali a fondo inclinato a doppia via in senso opposto.

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Le due chiuse tubolari progettate da Caminada procedevano parallele, mantenedo in comune i bacini d’acqua sia a monte che a valle.

Una chiusa è piena, l’altra è vuota. In quella piena si introduce il battello che deve scendere; in quella vuota l’altro battello che deve salire. Le due chiuse comunicano mediante il fondo con condotti o sifoni. Aprendo il condotto, l’acqua della chiusa piena passa in quella vuota, abbassando e trasportando in giù il battello della chiusa piena; sollevando e trasportando in su quello della chiusa vuota, fino a che si trovano allo stesso livello […]. Si termina l’operazione chiudendo il condotto di comunicazione, vuotando completamente la chiusa portante il battello in discesa, mentre dal condotto di alimentazione del bacino a monte si fa venir l’acqua necessaria per riempire la chiusa portante il battello in salita.

Il sistema, brevettato da Caminada in tutto il mondo a partire dal 1907, ebbe larga risonanza in quegli anni. Se ne parlava in decine di articoli sulle testate internazionali, in convegni e incontri, tanto che molti davano per assodato che il progetto sarebbe stato realizzato in tempi brevissimi.
Il ticinese Cesare Bolla, critico nei confronti di Caminada, nel 1908 compose addirittura uno scherzoso poemetto sull’inevitabile, epocale trasformazione che stava per avvenire a Lugano:

Fuori il mio albergo, sai sulla vetrina
ò già stampato: Hotel della Marina.
La gente qui, da sacro foco spinta,
di vele solo parla e bastimenti.
[… ]e fra poco, pe ‘l bene del Ticino,
a piè del Sosto noi vedremo il mare.
Passeranno navigli in abbondanza
indirizzati al lago di Costanza.

L’ingegnere non smise mai per un attimo di lavorare al suo sogno.

«Caminada — nota Till Hein — lottava per la sua visione. Curava i particolari del suo progetto, costruiva in miniatura il suo sistema di chiuse in più varianti. E infine costruì, per la grande Esposizione di Architettura di Milano, un modello gigante. Con zelo instancabile portava avanti un’opera di convinzione presso politici e funzionari». Era, come scrisse il Bündner Tagblatt, «un vulcano in eruzione» e aveva «una testa sempre in fermento con i capelli fin sulle spalle» […].

(T. Gatani, Da Genova a Costanza in barca attraverso le Alpi, La Rivista, n. 12, dicembre 2012)

Ma la linea Genova-Costanza immaginata da Caminada si scontrò da una parte con gli interessi della “lobby ferroviaria” grigionese che voleva da tempo una linea ferrata sullo Spluga; dall’altra c’era l’Austria, che dominava il Lombardo-Veneto ed era decisa a impedire che il Regno dei Savoia stabilisse un collegamento diretto con la Germania, fosse via treno o via nave.

Nel 1923, all’età di sessant’anni, Caminada morì a Roma senza che le sue idrovie inclinate fossero mai diventate realtà.
Il progetto, che solo quindici anni prima sembrava avere un futuro certo, finì assieme al suo inventore nella fossa comune del ricordo — se si esclude qualche sporadica mostra sul lavoro dell’ingegnere italo-svizzero e una viuzza di campagna a suo nome, nei pressi dell’areoporto intitolato all’amato Leonardo Da Vinci.

Oggi suona particolarmente poco felice e quasi beffarda la profezia del re Vittorio Emanuele III, a cui il piano era stato esposto in udienza privata il 3 gennaio 1908. In quell’occasione il re, impressionato, aveva detto a Caminada: “Quando io sarò da molto tempo del tutto dimenticato, si parlerà ancora di lei“.

La frase, il motto che quest’uomo aveva ripetuto per tutta la vita rimane però attuale. In due semplici parole latine, racchiude ogni anelito, ogni tensione verso il limite umano, ogni desiderio d’esplorazione di ardite frontiere: Navigare necesse.

Per l’essere umano salpare verso nuovi orizzonti è, ancora e sempre, una necessità e un imperativo.

(Grazie, Emiliano!)

Macchine viventi: gli automi fra natura e artificio

Articolo a cura di Laura Tradii
University of Oxford,
MSc History of Science, Medicine and Technology

In una delle Operette Morali meno conosciute, il grande Leopardi immagina una proposta di premi annunciata dalla fittizia Accademia dei Sillografi. Essendo il diciannovesimo secolo “l’età delle macchine”, e disperando di migliorare l’essere umano, l’Accademia premierà gli inventori di tre automi, descritti in un parossismo di amara ironia. Il primo dovrà essere una macchina capace di fare le parti di un amico fidato, che non parli alle spalle dell’amico assente, e che non scompaia nel momento del bisogno. La seconda macchina dovrà essere un “uomo artificiale a vapore” programmato per compiere atti virtuosi, mentre la terza sarà una donna fedele. Data la grande varietà di automi in circolazione, Leopardi afferma, tali opere non dovrebbero risultare difficili.

Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, gli automi (o automati, dal greco automaton, “che si muove da sé”) erano divenuti una vera mania in Europa, soprattutto nei circoli nobiliari. Già in tempi molto più antichi, automi idraulici venivano spesso installati nei giardini dei palazzi per divertire i visitatori. Jessica Riskin, autrice di vari scritti sugli automati e la loro storia, descrive i marchingegni che si trovavano nel castello francese di Hesdin nel quattordicesimo e quindicesimo secolo:

tre personaggi che sputano acqua e bagnano i passanti”; una “macchina per inzuppare le signore quando ci passano sopra”; un “meccanismo [engien] che, quando i suoi pomelli vengono toccati, colpisce in faccia quelli che vi si trovano sotto e li ricopre di bianco o nero [farina o polvere di carbone].1

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Nel quindicesimo secolo, sempre secondo Riskin, l’Abbazia di Boxley (Kent) esibiva un Gesù meccanico azionato tirando fili. Il Gesù borbottava, batteva le palpebre, muoveva mani e piedi, annuiva e poteva sia sorridere che divenire accigliato. In quest’epoca, il fatto che gli automati richiedessero l’intervento umano, anziché muoversi da soli come suggerito dall’etimologia, non era visto come un trucco, ma come “una necessità”, dato che ciò che contava era creare l’illusione del movimento.2

Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, invece, ingegneri e meccanici cercarono di creare automi che, una volta caricati, si muovessero per conto proprio. Questo cambiamento può essere contestualizzato in un’epoca in cui, a partire dal tardo settecento/inizio ottocento, le teorie meccanicistiche si erano andate diffondendo. Secondo tali teorie, la natura poteva essere concepita in termini fondamentalmente meccanici, come un grande marchingegno le cui dinamiche e processi non erano molto differenti da quelle di una macchina. Secondo Cartesio e altri, infatti, un’unica filosofia meccanica poteva spiegare le azioni sia degli esseri viventi che dei fenomeni naturali.3
Inventori ed ingegneri cercarono dunque di comprendere e replicare artificialmente i movimenti di animali ed esseri umani, e miriadi di automi fecero la loro comparsa in Europa.

L’anatra meccanica costruita da Vaucanson é un ottimo esempio di questo tentativo. Con questo automa, Vaucanson si proponeva di replicare il meccanismo della digestione: l’animale mangiava semi, li digeriva, e li defecava. In realtà, l’automa si limitava a simulare questi meccanismi, e le feci erano preparate in anticipo. Il cigno argentato costruito da John Joseph Merlin (1735-1803), invece, imitava con un realismo impressionante i movimenti dell’animale, che muoveva (e muove tutt’ora) il collo una disinvoltura sorprendente. Tramite sottili tubetti di vetro, Merlin riuscì addirittura a ricreare artificialmente i riflessi dell’acqua su cui il cigno sembrava fluttuare.

Il Suonatore di Flauto di Vaucanson, invece, suonava un flauto vero, soffiando aria nello strumento grazie a polmoni meccanici e muovendo le dita. All’inizio del Novecento, inoltre, un modellino con le sembianze di Napoleone venne esibito nel Regno Unito: il pupazzetto respirava, ed era coperto di un materiale che imitava la consistenza della pelle. La sua esibizione alla Dublin’s Royal Arcade veniva pubblicizzata così: una “splendida Opera d’Arte” che “produce una sorprendente imitazione della natura umana, nella sua Forma, Colore, e Consistenza, animata dall’atto della Respirazione, dalla Flessibilità degli Arti, dall’Elasticità della Pelle, tale da indurre a pensare che questa piacevole e meravigliosa Figura sia un essere vivente, pronto ad alzarsi e parlare“.4

Il tentativo di ricreare processi naturali artificialmente includeva altre funzioni oltre al movimento. Nel 1779, l’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo indisse un concorso per meccanizzare la più umana di tutte le facoltà, il linguaggio, premiando chi avesse costruito una macchina capace di pronunciare le vocali. Kempelen, l’inventore del famoso Giocatore di Scacchi, costruì nel 1791 una macchina che pronunciava 19 consonanti (almeno stando a quanto affermava Kempelen stesso).5

In virtù di questo tentativo di imitare, comprendere e ricreare meccanicamente il mondo naturale, gli automati si trovano al centro della tensione fra artificio e natura che da secoli anima il pensiero occidentale. Il tentativo di non solo manipolare, ma perfezionare l’ordine naturale, tipico della wunderkammer o del laboratorio alchemico, trova espressione nell’automato, ed è questa presunzione che Leopardi commenta con sarcasmo. Per Leopardi, come per alcuni suoi contemporanei, l’idea che l’essere umano possa migliorare ciò che la natura ha già creato perfetto è una nozione estremamente dannosa. La tradizionale narrativa di progresso, per cui uno stato più elevato di benessere può essere ottenuto attraverso la tecnologia, che separa l’essere umano dal crudele stato della natura, è ribaltata da Leopardi tramite la sua critica degli automi. Con il suo proverbiale ottimismo, Leopardi sostiene che tutto ciò che ci allontana dalla natura può solo causare sofferenza, e l’autore critica dunque l’idea che il miglioramento della condizione umana si possa ottenere tramite la meccanizzazione e modernizzazione.

A questa critica si aggiunge il timore che l’uomo divenga vittima della sua stessa creazione, un timore diffuso durante la Rivoluzione Industriale. Lo scrittore romantico Jean Paul (1763-1825), ad esempio, usa gli automati in una satira della società del tardo ottocento, immaginando un mondo distopico in cui le macchine vengono utilizzate per controllare i cittadini e per adempiere a ogni minima funzione: per masticare cibo, per fare musica, e perfino per pregare.6

Le metafore meccaniche diffuse nel settecento per descrivere il funzionamento dello stato, concepito come un macchinario composto da vari ingranaggi – o istituzioni, acquisiscono qui una connotazione distopica, divenendo la manifestazione di un ordine burocratico, meccanico, e dunque disumanizzante. È interessante constatare come osservazioni di questo tipo ricorrano oggi nei dibattiti sull’Intelligenza Artificiale, e come, citando Leopardi, si palesi un futuro in cui ”in successo di tempo gli uffici e gli usi delle macchine [verranno] a comprendere oltre le cose materiali, anche le spirituali”.

Un futuro molto più vicino di quanto pensiamo, dato che la tecnologia sta già modificando in direzioni inedite il nostro modo di vivere, la nostra concezione di noi stessi ed il nostro ruolo nell’ordine naturale.

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[1]  Jessica Riskin, Frolicsome Engines: The Long Prehistory of Artificial Intelligence.
[2]  Grafton, The Devil as Automaton: Giovanni Fontana and the Meanings of a Fifteenth-Century Machine, p.56.
[3]  Grafton, p.58.
[4]  Jennifer Walls, Captivating Respiration: the “Breathing Napoleon”.
[5]  John P. Cater, Electronically Speaking: Computer Speech Generation, Howard M. Sams & Co., 1983, pp. 72-74.
[6]  Jean Paul, 1789. Discusso in Sublime Dreams of Living Machines: the Automaton in the European Imagination di Minsoo Kang.

Speciale: Innocenzo Manzetti

Sarebbe bello pensare che il progresso scientifico proceda in maniera limpida, con l’esclusivo ausilio della ricerca e del metodo, e che l’importanza di uno studioso venga riconosciuta sulla base dei suoi risultati. Eppure, come succede per tutte le vicende umane, nel successo o meno di una teoria o di una scoperta possono intervenire imprevedibili fattori esterni – fattori umani, s’intende, sociali, politici, commerciali: insomma, che poco o nulla hanno a che vedere con la scienza.

Ci sono buone possibilità che non abbiate mai sentito parlare di Innocenzo Manzetti, nonostante egli sia stato uno tra i più fertili e vulcanici geni italiani. E se per lui le cose fossero andate diversamente, meno di un mese fa, il 29 giugno per l’esattezza, avremmo celebrato il 150° anniversario della sua invenzione di maggiore impatto sulla storia e sulle nostre vite: il telefono.

Ma, a causa di tutta una serie di eventi di cui leggerete più sotto, la paternità del primo congegno per la trasmissione a distanza del suono è stata attribuita ad altri. Si tratta di una vicenda che si svolge in un periodo di fertile cambiamento, nel bel mezzo di una corsa internazionale all’innovazione teconologica, una lotta senza esclusione di colpi per il primato sul brevetto definitivo: in questa battaglia, fra inventori in buona fede, spie, dibattimenti legali e mosse strategiche, c’è chi inevitabilmente rimane tagliato fuori. Magari perché vive in una regione particolarmente isolata, o perché non è facoltoso come i suoi avversari. Oppure semplicemente perché, da inguaribile idealista, le dispute lo interessano meno della ricerca.

La figura di Innocenzo Manzetti fa parte di quella eterogenea famiglia di innovatori, scienziati e pensatori che, per queste o altre ragioni, la Storia ha relegato a un immeritato oblio. Eppure la sua creatività e il suo ingegno furono tutto fuorché ordinari.

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Nato ad Aosta il 17 marzo 1826, Innocenzo era il quarto di otto figli. Da sempre appassionato di fisica e meccanica, ottenne il diploma di geometra a Torino, per poi stabilirsi definitivamente nella sua città natale. La vita di Manzetti si divise quindi fra il lavoro di impiegato al genio civile (all’epoca una sorta di soprintendenza per le opere pubbliche), e la sua vera passione: gli esperimenti di fisica da una parte, e la progettazione e costruzione di apparecchi meccanici dall’altra.

Gli interessi di Innocenzo Manzetti spaziavano in ogni direzione, e la sua mente fervida non conosceva riposo. Nel 1849 presentò al pubblico il suo “suonatore di flauto”: un automa in ferro e acciaio, ricoperto di pelli di camoscio, con tanto di occhi in porcellana. L’uomo meccanico era in grado di muovere le braccia, togliersi il cappello, parlare ed eseguire fino a dodici arie diverse con il suo strumento. Un risultato straordinario, che grazie a un contributo comunale Manzetti riuscì ad esibire perfino all’Esposizione Universale di Londra nel 1851; ma destinato, come tante altre sue invenzioni, a non ottenere la sperata risonanza.

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Il suo amore per gli ingranaggi automatici lo portò a realizzare anche un pappagallo meccanico volante e un carillon con pupazzo animato. Ma al di là di queste pur brillanti invenzioni, che si proponevano di meravigliare gli spettatori e di far sfoggio di un’eccezionale perizia meccanica, Manzetti ideò anche soluzioni di enorme utilità pratica: mise a punto una nuova calce idraulica, costruì una pompa idrovora utilizzata per prosciugare gli allagamenti nelle miniere di Ollomont, ma anche una macchina per la pasta, i sistemi di filtraggio dell’acqua potabile cittadina, il pantografo con cui riuscì a incidere un medaglione con l’immagine di Pio IX su di un grano di riso.

Estratto dal brevetto della macchina per la pasta di Manzetti.

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Ricostruzione 3D della macchina per la pasta.

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Ricostruzione 3D del velocipede a tre posti.

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Ricostruzione 3D dell’autovettura a vapore.

Nel corso degli anni, i valdostani impararono a rimanere sbalorditi dalle invenzioni dell’eccentrico personaggio.
Ma fu nel 1865 che Manzetti presentò i due prototipi che avrebbero potuto, almeno sulla carta, garantirgli fama e successo: un’automobile a combustione interna, la prima vettura stradale a vapore dotata di un sistema sterzante maneggevole; e soprattutto il “telegrafo vocale”, vero e proprio antesignano del telefono – con sei anni di anticipo su Antonio Meucci (che ne depositò l’idea nel 1871) e ben undici su Alexander Graham Bell (1876).

Allora perché, se rimane celebre la battaglia legale fra questi due ultimi inventori sulla paternità del telefono, il nome di Manzetti non viene quasi mai menzionato? Quali sono le ragioni per cui questo precursore non figura in posizione di rilievo nella storia delle telecomunicazioni? E quanto c’è di vero nelle voci che lo vorrebbero vittima di un complesso caso di spionaggio internazionale?

I fattori che condannano uno scienziato, anche brillante, alle retrovie della storia possono essere molteplici.
Abbiamo deciso di parlarne con uno dei massimi esperti della vita e dell’opera di Manzetti, Mauro Caniggia Nicolotti, autore assieme a Luca Poggianti di una serie di libri biografici sull’inventore valdostano. Quella che segue è la trascrizione dell’interessante conversazione telefonica avuta con Mauro.

A cavallo fra ‘800 e ‘900 si assiste a una serie di straordinarie innovazioni tecnologiche, che generano altrettante spettacolari battaglie di brevetti – non prive di colpi bassi – per assicurarsi i diritti di sfruttamento delle rivoluzionarie invenzioni: dalla radio al cinema, dall’automobile al telefono.
In effetti, diversi studiosi, fisici, ingegneri, inventori in diverse parti del globo arrivano negli stessi anni a conclusioni simili, e il più delle volte a vincere sulla lunga distanza non è tanto la novità del progetto in sé, quanto magari un piccolo perfezionamento che ne decreta il successo rispetto agli avversari.
Com’era l’atmosfera in quel periodo di grandi cambiamenti tecnologici? Il fermento era avvertito anche in Italia? Nella poca fortuna e nella marginalizzazione di Manzetti ha giocato un ruolo anche la condizione economica e culturale della Valle d’Aosta all’epoca dell’unità d’Italia?

Quello che hai detto credo ricalchi ciò che avviene in quasi tutti i contesti di “invenzione”. È come se ci fossero mille pezzi sparsi nel cielo, e soltanto qualcuno è in grado di afferrare quelli giusti.
La Valle d’Aosta era isolatissima. Pensa che le strade maggiori hanno compiuto o stanno compiendo un secolo oggi. Aosta era quello che all’epoca si definiva cul de sac, il fondo del sacco, un vicolo cieco. Manzetti opera in questo contesto “fuori mano”, ricco culturalmente a livello locale ma non troppo avanzato tecnologicamente. Le prime testate giornalistiche valdostane nascono proprio in quel periodo, e offrono notizie riprese da altri quotidiani internazionali; Manzetti assorbe tutte le invenzioni di cui legge sui giornali. Lui è una specie di Archimede Pitagorico di Topolino. In poche parole, un genio. In tutti i campi, non soltanto quelli prettamente scientifici: è un fine cesellatore, viene chiamato come calligrafo in Svizzera, ha interessi a tutto tondo.
Nel suo “laboratorio delle meraviglie” cerca di risolvere innanzitutto i problemi della città, come l’illuminazione pubblica, oppure quelli di approvvigionamento idrico dal torrente Buthier, la cui acqua è, come diciamo noi, bourbeuse, cioè non è limpida, e quindi realizza dei filtri… prova a perfezionare alcune soluzioni che apprende dai giornali, oppure inventa cose originali. È un assorbitore, un miglioratore e un realizzatore.
Quindi pur in un contesto limitato Manzetti è un’esplosione di inventiva. I giornali locali ripetono che dovrebbe vivere altrove, il Comune gli paga il viaggio per l’Esposizione di Londra, quindi in realtà il suo talento viene anche riconosciuto, ma per tutta la vita è costretto a operare con mezzi poverissimi.

La mente di Manzetti era senza dubbio prolifica: la sua carriera sarebbe stata diversa se egli avesse goduto di un maggiore acume imprenditoriale? Era una persona integrata nel tessuto sociale del suo tempo? Come veniva visto dai concittadini?

Certamente Manzetti non è imprenditore di se stesso. Io penso che sia stato tutto sommato un sognatore: pur essendo povero, non ha mai cercato denaro. Ha provato invece a rendersi utile, tanto che poi è stato eletto all’ufficio che oggi chiameremmo di assessore ai lavori pubblici. Quindi sì, in un certo senso era socialmente integrato.
Di recente però ho scovato un articolo d’epoca (che non abbiamo pubblicato sul nuovo libro) in cui un viaggiatore, parlando dei valdostani, utilizza un termine dispregiativo: li chiama “buzzurri”, racconta che sono ignoranti e mal vestiti. Sempre in questo articolo l’autore precisa che, escluso il vescovo che veniva da Ivrea (la sede era vacante in quel periodo) e che dunque doveva sembrare un alieno, l’unico altro cittadino elegantemente vestito era Manzetti. Quindi la sensazione è che venisse visto non dico come un corpo estraneo, ma comunque come una persona una spanna sopra agli altri.

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Nel 1865 Innocenzo Manzetti presentò il suo “telegrafo vocale”, dopo averlo progettato alla fine del 1843 e aver speso più di una quindicina d’anni in esperimenti e perfezionamenti. Qualche anno prima (1860-62) Johann Philipp Reis aveva dimostrato l’utilizzo del suo telefono sperimentale, forse in parte basato sulle ricerche di Charles Bourseul: questo apparecchio però era pensato come un prototipo, utile per ulteriori studi, e non era pienamente funzionale. In cosa differiva la versione di Manzetti? Ho letto che il suo telegrafo risentiva di alcune imperfezioni, in particolare nella resa delle consonanti: è vero?

È vero, nei primi esperimenti di trasmissione sonora di Manzetti la voce non è limpida. Bisogna però tenere conto che mancavano i filtri a carbone e tutto quello che è arrivato dopo. Il primo tentativo avviene con dei mezzi, se non proprio di fortuna, certamente non di pregio. D’altronde anche il tanto celebrato automa aveva al suo interno alcuni pezzi di qualità scadente, e a tratti smetteva di funzionare.
Il vero problema è che chi ha sperimentato il telegrafo vocale è l’amico di Manzetti, il canonico Édouard Bérard: e Bérard è un perfezionista, perfino un po’ pignolo.
Per questo motivo egli non riporta soltanto la notizia della trasmissione del suono ma, invece di cedere all’eccitazione di essere stato il primo uomo in grado di sentire una voce a distanza, ci tiene a precisare che la resa sonora “non è chiara”. Visto a posteriori, è come lamentarsi del fatto che il primo aereo sia in grado di volare soltanto per qualche centinaio di metri.

Perché Manzetti non brevettò la sua invenzione?

Non la brevettò per tutta una serie di motivi. Primo, i brevetti costavano davvero moltissimo e Manzetti non poteva permettersi la spesa. Le uniche cose che ha brevettato sono quelle che potevano portare un po’ di denaro subito: la macchina per la pasta, che di fatto ancora oggi è un suo brevetto, e la calce idraulica che sembrava promettente.
Il telefono gli è stato stroncato fin dall’inizio.
Fra luglio e agosto del 1864 viene riportata la visita in Val d’Aosta del Ministro Matteucci, che vede il telefono di Manzetti: quindi c’è stata una presentazione ufficiosa, un anno prima di quella pubblica. Il Ministro però affronta apertamente Manzetti, e il succo del suo discorso è a grandi linee questo: “Sei matto? Abbiamo appena unito l’Italia, ci sono stati i moti rivoluzionari… l’ufficiale del telegrafo oggi è in grado di trasmettere un messaggio, ma al contempo controllarlo. Una telefonata fra due persone, senza intermediari, senza alcun controllo, potrebbe essere di pericolo per lo Stato”. Anche alcuni giornali di Firenze si chiedono a chi possa tornare utile una simile invenzione: forse ai fidanzatini che si vogliono dare la buonanotte? C’è, insomma, tutta una critica su di lui e su questo strumento che non sarebbe mai servito a niente e a nessuno.

Poi bisogna anche ricordare che all’inizio Manzetti non ha esattamente in testa tutti gli sviluppi che potrebbe avere la sua invenzione: la progetta semplicemente come espediente per far parlare il suo automa. Tanto che i primi giornalisti chiamano l’apparecchio “bocca”, in quanto per l’appunto era adattato all’automa. Non credo che lui abbia capito subito che cosa aveva inventato. Sono gli amici a fargli comprendere che il suo congegno potrebbe servire ad altro.

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Lettera del fratello di Innocenzo che racconta dei primi esperimenti risalenti al 1843.

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Alexander Graham Bell brevetta ufficialmente il telefono il 14 febbraio 1876. Un anno dopo, il 15 marzo 1877, Manzetti si spegne ad Aosta, dimenticato e in povertà. E qui le acque cominciano a intorbidirsi, perché si scatena la disputa fra Bell e Meucci sulla paternità del telefono: conoscevano entrambi Manzetti? Dalle tue ricerche, emergono elementi che portino a pensare a un caso di spionaggio industriale? E quale attendibilità hanno?

Nella battaglia per la paternità del telefono ci sono due momenti. Il primo è tutto italiano, nel senso che Manzetti presenta nel giugno 1865 il suo “telegrafo vocale” (dopo che finalmente gli amici l’hanno convinto); la notizia viaggia per il mondo, e ad agosto arriva a New York sul giornale italo-americano L’eco d’Italia. Meucci si trova là come “esule”, e apprende di questa notizia. Controbatte con una serie di articoli in cui afferma di aver inventato anche lui qualcosa del genere, descrive il suo apparecchio – che però è limitato rispetto a quello di Manzetti, perché al posto della cornetta ha una lamina, cioè un conduttore che si tiene fra i denti per trasmettere le parole tramite vibrazione. Gli articoli si concludono con l’invito a Manzetti, da parte di Meucci, di collaborare assieme. Non si sa se Manzetti abbia mai letto questa serie di articoli, dunque la questione è chiusa fino al 1871, quando Meucci deposita un caveat, cioè una specie di pre-brevetto, della sua rudimentale invenzione, che non è ancora esattamente un telefono.

In un secondo momento avviene la disputa fra Meucci e Bell. Quest’ultimo frequenta la stessa compagnia presso la quale Meucci ha depositato la sua invenzione, e guarda caso appena il caveat di Meucci scade, Bell deposita il suo brevetto nel 1876. Negli anni ’80 poi ci sono tutta una serie di processi, perché spuntano fuori come funghi inventori, precursori o presunti tali. Quando si screma il tutto, rimangono in piedi Bell e Meucci che si confrontano.

Infine c’è la questione dell’ “intrigo americano”. I giornali di Aosta riportano nel 1865 il viaggio di alcuni “meccanici” (leggi: scienziati) inglesi che arrivano ad Aosta per assistere alla presentazione del telegrafo di Manzetti, e forse per carpirne i segreti: secondo alcuni, fra loro ci sarebbe anche lo stesso Bell, all’epoca ancora sconosciuto, visto che Manzetti dirà in seguito di aver conservato il suo biglietto da visita.
Preciso che non siamo sicuri al 100% che sia stato proprio Bell a venire ad Aosta nel ’65, per quanto le carte mai rese pubbliche sembrerebbero corroborare questa ipotesi (ed essendo questi documenti degli appunti privati, non ci sarebbe stato motivo di mentire).

Ma è molto tempo dopo che accade qualcosa di ancora più “scandaloso”. Il 19 dicembre 1879 si presenta da Bell un certo Horace H. Eldred che è direttore dei telegrafi a NY: si fa nominare presidente della Bell Telephone Company del Missouri, e intraprende immediatamente un viaggio verso l’Europa. Ad Aosta arriva il 6 febbraio, si reca da un notaio, incontra la vedova Manzetti e acquista tutti i diritti relativi al telegrafo vocale: l’intesa è quella che egli si farà promotore presso la Corte Suprema degli Stati Uniti per riconoscere Manzetti come il vero inventore del telefono. Ovviamente non le dice che è un emissario di Bell.
Forse Bell aveva calcolato che acquistando i diritti esclusivi di Manzetti, ormai appurato come primo inventore, avrebbe messo in scacco tutti gli altri che gli stavano dando battaglia.

Eldred dunque si porta via i progetti, tutto.
Ad un certo punto però credo che Eldred si sia reso conto di quello che aveva comprato. Capisce che ciò che ha nelle mani è una miglioria del telefono e infatti rientra subito, il 14 aprile. In barba a Bell, brevetta il perfezionamento a suo nome. Come si può immaginare, segue una controversia fra Bell e lui: vince Eldred, apre una bella fabbrica in Front Street a New York, pubblicizza il suo telefono avanzato, diventa vicepresidente dei telefoni in America e rappresentante in Europa. Insomma, abbandona Bell ma fa una carriera folgorante.

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Secondo te, Innocenzo Manzetti è destinato a rimanere all’interno di quella grande galleria di personaggi dal talento prodigioso – ma sconfitti proprio sulla soglia della gloria – di cui è disseminata la storia del progresso, oppure e ci potrà essere un tardivo risarcimento e una riscoperta della sua figura? Avete in programma qualche iniziativa per l’anniversario?

Abbiamo lanciato il “centocinquantenario dimenticato” con un piccolo incontro – d’altronde qui da noi sono stati tutti abbagliati da un altro centocinquantenario, quello dell’ascesa del Cervino, festeggiato con tanto di Freccie Tricolori. Per quanto riguarda Manzetti non c’è riconoscimento alcuno; io ho intenzione di ripetere gli incontri a luglio e ad agosto, ma tanto so già che i risultati saranno anche peggiori. Non interessa a nessuno, Amministrazione compresa. Abbiamo dovuto combattere tanti anni soltanto per avere un minuscolo museo di sei metri e mezzo per sette e mezzo, nella sagrestia di una chiesa, dove c’è l’automa e alcuni pannelli digitali… nessuno ha intenzione di crederci veramente.

Nemo propheta in patria: in Valle d’Aosta, finché siamo soltanto io e Luca ad attivarci, veniamo considerati quasi come dei visionari. Magari, se si cominciasse a interessarsi a Manzetti dall’esterno le cose cambierebbero, perché quando la voce arriva da “fuori Valle”, ha sempre tutto un altro peso. Se poi addirittura si formasse un po’ di letteratura anglosassone sull’argomento… ma ci vuole tempo.
Da parte mia, io al bicentenario conto di esserci, anche se avrò quasi cent’anni. Sarò un vecchio rimbambito, ma ci sarò!

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Per approfondire la vita e le invenzioni di Manzetti, incluse le intriganti vicende relative allo “spionaggio americano”, è online il museo virtuale Manzetti, curato per l’appunto da Mauro Caniggia Nicolotti e Luca Poggianti.

Ringraziamo anche la nostra lettrice Elena.

L’automa misterioso

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Una mattina di novembre del 1928, un camion si fermò di fronte al prestigioso museo scientifico della città di Philadelphia, il Franklin Institute; la cassa che i fattorini fecero scendere dall’autocarro conteneva un complesso rompicapo.
La facoltosa famiglia Brock, infatti, aveva deciso di donare alla collezione del museo una serie di parti meccaniche che originariamente componevano una macchina in ottone. Si trattava di un vecchio automa ereditato dal loro antenato John Penn Brock o, meglio, di quello che ne rimaneva: il burattino meccanico era sopravvissuto a un incendio, riportando però gravi danni.

Il lavoro di restauro si preannunciava laborioso e complicato, anche perché non c’era nessuno schema o progetto originale su cui basarsi per comprendere come assemblare i pezzi; mentre Charles Roberts, talentuoso tecnico del Franklin Institute, si metteva pazientemente all’opera, in parallelo si cominciò a investigare la storia dell’automa. A quanto si sapeva, il burattino era stato costruito da Johann Maelzel, inventore tedesco vissuto a cavallo fra ‘700 e ‘800. Quest’uomo, seppur sprovvisto di una formale educazione, possedeva una geniale mente ingegneristica: certo, spesso prendeva “ispirazione” da idee altrui in maniera un po’ troppo disinvolta, ma sapeva perfezionarle talmente bene da sorpassare sempre l’originale. Realizzò strumenti musicali che imitavano il suono di intere bande militari, cronometri, metronomi, burattini automatici, e tutta una serie di stupefacenti meccanismi. La sua amicizia turbolenta con Ludwig van Beethoven gli aprì le porte del successo, e per molti anni Maelzel girò il mondo, esibendo i suoi automi (fra cui anche una ricostruzione del famigerato “Turco” di cui abbiamo parlato in questo articolo) dall’Europa alla Russia, dalle Americhe alle Indie.
John Penn Brock, a quanto dicevano gli eredi, aveva acquistato questo meccanismo da Maelzel in persona, durante un viaggio in Francia. In effetti quando arrivò al Franklin Institute il burattino indossava un’uniforme, ormai a brandelli, che lo faceva assomigliare vagamente a un soldato francese.

Durante il restauro, i tecnici del museo cominciarono pian piano a comprendere quale incredibile tesoro avessero ricevuto in dono. Rispetto agli altri automi, notarono infatti una grossa differenza: se normalmente gli ingranaggi contenenti la memoria di movimento si trovavano all’interno del corpo del manichino stesso, in questo caso essi erano talmente voluminosi che era stato necessario nasconderli nella base dell’automa. Era la più grande memoria meccanica di questo tipo mai vista, perlomeno in un pezzo d’epoca. Questo significava che la macchina doveva essere in grado di compiere delle azioni di una complessità senza precedenti.

La memoria dell’automa era contenuta in grandi dischi in ottone (camme), dentellati in maniera irregolare. Il motore li faceva girare, e tre lunghe dita d’acciaio ne seguivano i contorni, “traducendo” la forma dei bordi nelle tre dimensioni spaziali e veicolando, tramite un intricato sistema di leve e ingranaggi, il movimento alla mano del burattino.

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Quando i lavori furono ultimati, l’automa aveva ripreso quasi del tutto la sua forma originaria. Gli mancavano ancora le gambe, distrutte nell’incendio, e probabilmente alcuni ingranaggi che avrebbero permesso un movimento più fluido e “umano” della sua testa. Anche la penna che aveva in mano era andata perduta, e venne sostituita da una stilografica. Ma l’essenziale era stato ricostruito.

Non appena fu data carica ai motori, l’automa tornò in vita dopo decenni di inattività. Abbassò la testa, appoggiò delicatamente la punta della penna sul foglio. Quello che stava per succedere andava oltre ogni aspettativa.

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Il burattino cominciò a delineare alcuni fra i più elaborati disegni mai riprodotti da un automa. Dopo aver creato quattro diverse illustrazioni, venne il momento delle poesie: l’automa scriveva i suoi versi con un’arzigogolata e leziosa calligrafia, dimostrando di non aver perso per nulla la “mano”. Ma la sorpresa più grande doveva ancora venire.

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Dopo aver scritto il terzo e ultimo poema, l’automa sembrò fermarsi per un attimo, quasi fosse indeciso se svelare o meno il suo segreto; infine aggiunse, sul bordo, una frase. Ecrit par l’Automate de Maillardet, “scritto dall’Automa di Maillardet”.
L’inventore della macchina non era quindi Maelzel!

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Dalla profondità degli ingranaggi dell’automa stesso era emersa la sua vera storia, e l’identità del suo creatore.
Henri Maillardet (1745-1830) era un orologiaio svizzero che aveva lavorato a Londra, prima di morire in Belgio. Egli aveva costruito diversi automi, fra cui uno in grado di scrivere in cinese che fu regalato da Re Giorgio III all’Imperatore della Cina. Ma il suo lavoro più ambizioso e straordinario aveva rischiato di rimanere attribuito all’inventore sbagliato, se Maillardet non avesse deciso di lasciare nella memoria di quel burattino meccanico la traccia del suo nome.

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L’automa di Maillardet, sulla destra, a Londra nel 1826.

L’automa di Maillardet, costruito probabilmente nella prima decade del XIX secolo, aveva viaggiato da Londra in tutta l’Europa, spingendosi fino a San Pietroburgo. Dal 1821 al 1833 era stato in possesso di un certo signor Schmidt, che l’aveva esibito nuovamente a Londra. Nel 1835 l’automa faceva effettivamente parte della collezione di Maelzel, che lo portò con sé nel suo tour degli Stati Uniti nel 1835 e lo mise in mostra insieme alle sue creazioni a Boston, Philadelphia, Washington D.C. e New York. Dopodiché l’automa scomparve, anche se alcuni ritengono possibile che P. T. Barnum, che conosceva Maelzel, l’avesse acquistato per esporlo in uno dei suoi due musei (situati a Philadelphia e New York). L’ipotesi è plausibile anche perché sappiamo che l’automa aveva subìto i danni di un incendio, e in effetti entrambi i musei di Barnum finirono distrutti dal fuoco.

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Gli ingranaggi di Maillardet sono considerati precursori storici, in epoca pre-elettronica, della cosiddetta memoria ROM (Read-Only-Memory), cioè di un sistema per immagazzinare dati recuperabili in seguito. L’automa ha inoltre ispirato il pupazzo meccanico che compare in Hugo Cabret (2011) di Martin Scorsese e nel romanzo di Brian Selznick da cui è stato tratto il film.

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Per un approfondimento sugli automi, ecco un nostro vecchio post.

Il Messia Meccanico

Le mie idee religiose si limitano a questa assurda convinzione:
che Dio abbia creato l’uomo, e viceversa.
(André Glucksmann)

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Massachussetts, 1853. High Rock era una collinetta rocciosa alta 52 metri da cui si poteva godere di un bel panorama: ai suoi piedi si stendeva l’industriosa cittadina di Lynn, Massachussetts, piuttosto famosa all’epoca per la produzione di calzature e come tranquillo luogo di villeggiatura. Proprio qui, all’inizio di ottobre, un gruppo di uomini si riunì per dare inizio ad  un progetto, lungo e particolarmente delicato, che avrebbe rivoluzionato il mondo. Lo scopo della loro missione era di portare un Nuovo Messia sulla Terra. Ma non l’avrebbero pregato né invocato: l’avrebbero costruito.

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La loro guida nell’incredibile impresa era John Murray Spear, un uomo gentile, anticonvenzionale ed eccentrico. Un tempo ministro della Chiesa Universalista (che predicava la salvezza finale di tutti gli uomini, senza esclusione), si era già fatto notare per alcune prese di posizione poco ortodosse: nei suoi sermoni, infatti, parlava di diritti delle donne, di liberazione degli schiavi, di uguaglianza fra razze, di abolizione della pena di morte. Tutte opinioni poco condivise dalla folla, che nel 1844 a Portland, Maine, lo pestò a sangue a causa di un suo discorso contro lo schiavismo. Dalle prigioni, in cui portava conforto ai detenuti, alle iniziative clandestine per far passare in Canada gli schiavi fuggitivi, la vita di Spear era tutta dedicata a combattere quelle che avvertiva come ingiustizie.

Ma, nella sua battaglia contro i pregiudizi del tempo, anche Spear sentiva di aver bisogno di certezze. Fu così che egli si lasciò affascinare dalla nuova moda che stava esplodendo proprio in quel periodo: lo spiritismo. Nel 1851 lasciò la Chiesa Universalista, e divenne un medium.
Il suo scopo non era mutato. Cercava ancora di aiutare gli indifesi, e portare sollievo ai sofferenti, però questa volta non era solo: gli spiriti lo guidavano durante le sessioni di trance, ed egli viaggiava di villaggio in villaggio, “curando” gli ammalati secondo le prescrizioni che gli arrivavano dall’aldilà. I defunti che lo consigliavano non erano certo i primi venuti: si trattava nientemeno che di Emanuel Swedenborg, e soprattutto Benjamin Franklin. Spear dava pubbliche dimostrazioni dei suoi poteri medianici entrando in trance e lasciando che gli spiriti parlassero, attraverso la sua bocca, di temi che (guarda caso) lo avevano sempre interessato – politica, salute, uguaglianza. I suoi nuovi sermoni, nonostante fossero ora ammantati della veste spiritista, poco sorprendentemente ricevettero la stessa accoglienza dei primi. Il pubblico era convinto che fosse Spear a parlare, e non le anime dei famosi defunti, e la carriera del medium faticava a decollare.

In effetti, a una prima occhiata Spear potrebbe sembrare il classico ciarlatano; ma tutti coloro che lo conobbero non misero mai in dubbio la sua fede sincera nella scrittura automatica, nella trance medianica e nelle voci autorevoli che guidavano le sue azioni. Fatto sta che nel 1853 a Rochester, New York, le cose cambiarono. Spear cominciò a ricevere da un gruppo di spiriti, come al solito capitanati dal buon vecchio Ben Franklin, una serie di comunicazioni che gli svelarono quale fosse la sua vera missione.

Tramite la scrittura automatica, gli spiriti lo proclamarono rappresentante terrestre della “Banda degli Elettrizzatori”, una cerchia di anime di ampie vedute scientifiche. Nell’aldilà, infatti, esisteva un’Associazione di Beneficienza che contava nelle sue file – oltre agli Elettrizzatori – anche i Salutizzatori, gli Educatizzatori, gli Agricolturizzatori, gli Elementizzatori, i Governatizzatori; ogni gruppo avrebbe scelto il suo rappresentante nel mondo dei vivi, per far progredire e rendere finalmente divina e perfetta la società umana.

Gli Elettrizzatori cominciarono a rivelare al medium i loro piani per il futuro dell’umanità.  La commissione di fantasmi gli indicò come lanciare messaggi al mondo degli spiriti tramite una sorta di armatura ricoperta di batterie di rame e zinco: grazie a questo strumento di avanzatissima tecnologia, Spear riceveva consigli che spaziavano dalla progettazione urbanistica di vaste città circolari alla costruzione di macchine da cucire perfezionate, dai metodi per eliminare il terribile sintomo dei “peli che si rizzano sul collo” (molto nocivo, a detta degli spiriti, per la memoria) al brevetto di una barca elettrica, fino al fantascientifico programma per stabilire una rete telepatica intercontinentale.

Ma il primo, e il più importante compito, che gli Elettrizzatori affidarono al fervente spiritista era la costruzione di un Nuovo Messia, “l’ultimo dono del Cielo agli uomini”, che avrebbe infuso nuova vitalità in tutte le creature, animate e inanimate, della Terra.

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Fu così che, nell’ottobre del 1853 ad High Rock, in un capanno per gli attrezzi presso il cottage della famiglia Hutchinson (anch’essi appassionati di spiritismo), cominciò la fabbricazione dell’automa messianico. Oltre a Spear e ad alcuni suoi fedelissimi, il gruppo di costruttori includeva anche due editori di testate spiritiste e una misteriosa donna chiamata “la Maria della Nuova Legge Divina”, che secondo alcune versioni sarebbe stata, più prosaicamente, la signora Spear.

Gli Elettrizzatori inviavano a Spear ogni giorno una nuova parte di precise e dettagliate istruzioni sui materiali da usare, sulla forma che i diversi ingranaggi avrebbero dovuto avere, e su come montarli. Il gruppo lavorava alla cieca, perché non c’era un piano completo: si procedeva pezzo per pezzo alla costruzione e all’assemblaggio, “come si decora un albero di Natale”. Il fatto che Spear non avesse la benché minima preparazione scientifica o tecnica era la garanzia che i progetti degli Elettrizzatori non sarebbero stati alterati da interpretazioni fallaci – o dalla logica.

Dopo una gestazione di nove mesi, la Nuova Forza Motrice era completata e pronta per essere “vivificata”. Putroppo nessuna immagine di questo Messia elettrico è giunta fino a noi, ma si trattava certamente di una macchina impressionante, seppure bislacca:

Dal centro del tavolo si alzavano due pali metallici collegati in alto da una sbarra rotante in acciaio. La sbarra sosteneva un braccio trasversale alle cui estremità erano sospese due grosse sfere d’acciaio con dei magneti al loro interno. Sotto alle sfere appariva […] una curiosa costruzione, una specie di piattaforma ovale formata da una combinazione peculiare di magneti e metalli. Direttamente sopra a questo erano sospese alternativamente un certo numero di placche di zinco e rame, che fungevano come riserva elettrica per il cervello. Erano equipaggiate con conduttori metallici, o attrattori, che dovevano raggiungere un alto strato dell’atmosfera per ricavarne direttamente l’energia. In combinazione con queste parti principali erano assemblate varie sbarre di metallo, placche, cavi, magneti, sostanze isolanti, strani composti chimici, ecc. In alcuni punti lungo la circonferenza di queste strutture, e connesse con il centro, erano appese piccole palle d’acciaio che racchiudevano magneti. Due connessioni metalliche finivano dentro il terreno, una positiva e una negativa, corrispondenti agli arti inferiori, destro e sinistro, del corpo.

La Nuova Maria, dopo aver annunciato di essere incinta, giacque accanto alla macchina per due ore in preda alle doglie, mentre Spear, rinchiuso in un elaborato pastrano rigido costellato di gemme grezze e strisce metalliche, entrava in stato di trance profonda e creava un legame psichico “ombelicale” con l’automa. Quando il “parto” giunse al termine, Maria si alzò, impose le mani sull’automa, e il Nuovo Messia… si mosse!

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O, perlomeno, questo fu quello che vide Spear. Gli altri astanti, a dir la verità, rimasero un po’ meno impressionati: ci fu chi disse di aver notato soltanto un leggerissimo movimento nelle sfere sospese; chi raccontò di non aver visto proprio un bel nulla.
Spear annunciò alla stampa con toni entusiastici “la Nuova Forza Motrice, il Salvatore Fisico, l’Ultimo Dono del Cielo all’Uomo, la Nuova Creazione, la Grande Rivelazione Spirituale dell’Era, la Pietra Filosofale, Arte di ogni Arte, Scienza di ogni Scienza, il Nuovo Messia” – e riuscì a fare in modo che qualche testata titolasse “LA COSA SI MUOVE!”.
Peccato però che già le prime lettere ai giornali facessero notare che questo straordinario Messia non era in grado nemmeno di girare un macinino per il caffè.
Un giornalista analizzò attentamente l’intero progetto e, concedendo il beneficio del dubbio al simpatico Spear, che certamente aveva operato in buona fede, concluse che forse gli spiriti si erano presi gioco di lui. Anche se non si muoveva, concluse, il Nuovo Messia era comunque un’opera di eccellente e ammirevole artigianato.

Gli Elettrizzatori, vista la mala parata, consigliarono a Spear che forse un cambio d’aria avrebbe giovato al Messia. L’automa venne spostato a Randolph, New York, dove sarebbe riuscito a nutrirsi grazie a una “posizione elettrica migliore”. Ancora una volta, un consiglio poco preveggente: una volta a Randolph, il Messia venne alloggiato temporaneamente in un fienile; ma, nella migliore tradizione frankensteiniana, una folla inferocita fece irruzione nel rifugio e distrusse completamente il macchinario, spargendo ovunque i suoi pezzi. Alla violenta aggressione non sopravvisse nemmeno un ingranaggio.

Questa è la versione narrata dallo stesso Spear al Lynn News del 27 ottobre 1854: in realtà gli storici che hanno indagato sul caso non hanno trovato alcuna fonte che corrobori la sua dichiarazione – nessun articolo che parli della distruzione di un automa, di un’orda furibonda, nessun accenno all’accaduto nemmeno nelle lettere o nei diari privati dell’epoca. Il Messia, dunque, potrebbe essere stato – molto meno romanticamente – smontato e gettato via dopo il clamoroso insuccesso.

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Sia che abbia assistito impotente alla Passione del suo meccanismo divino, sia che abbia inventato di sana pianta l’intera leggenda della folla vendicativa, Spear comunque abbandonò ogni progetto di ingegneria redentrice. Tornò a predicare le riforme sociali che gli stavano a cuore, a combattere per i diritti delle donne, continuando contemporaneamente a tenere sedute spiritiche. Fino a quando, nel 1887, non passò egli stesso dall’altra parte dell’invisibile soglia che ci separa dal mondo ultraterreno.

La città dell’oscurità

Immaginate una città che si sviluppi senza alcun tipo di controllo urbanistico. Immaginate le strade e i palazzi come un organismo vivente, arterie e cellule di un corpo la cui biologia interna è completamente impazzita. Immaginate appartamenti che crescono di giorno in giorno, uno sopra l’altro, come un tumore che aumenti a dismisura, piano dopo piano, senza che alcuna intelligenza centrale abbia mai messo mano a questo incubo architettonico, totalmente anarchico e sregolato.

La cittadella in questione era Caolun (Kowloon, in inglese), e quest’anno ricorre il ventennale della sua demolizione; dopo la difficile opera di evacuazione, con il crollo degli ultimi mattoni, finiva nel 1993 la storia stupefacente dell’unica città al mondo senza legge né regole.

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Sorta prima dell’anno 1000, la città fortificata di Caolun, in Cina, era stata abbandonata e poi ricostruita a metà dell’800 dagli inglesi che controllavano Hong Kong. Abbandonata nuovamente, cominciò a ripopolarsi e divenne ben presto una zona autonoma, sviluppandosi velocemente grazie a un inspiegabile “buco” amministrativo e politico.
Le Triadi mafiose locali presero il potere proprio quando la cittadella, abitata da profughi della Seconda Guerra Mondiale e da dissidenti del regime Maoista, si stava ingrandendo; ma per fortuna nel 1974 una task force di 3.000 poliziotti sgominò le bande criminali, “liberando” Caolun dal giogo della mafia. Fu allora che la popolazione cominciò davvero a crescere.

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Nel giro di dieci anni, il numero degli abitanti era aumentato vertiginosamente: 33.000 accertati, quasi 50.000 quelli stimati, in una “cittadella” che in realtà potrebbe benissimo essere definita un quartiere, viste le sue dimensioni ridotte (soltato 26.000 metri quadrati). Con un rapido calcolo vi accorgerete che la densità della popolazione a Caolun era davvero impensabile: quasi due milioni di esseri umani per km2.

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Le case venivano costruite a velocità folle, senza ingegneri o architetti, sopraelevando, occupando qualsiasi spazio libero: la mattina avreste potuto svegliarvi e scoprire che la vostra finestra non dava più sul consueto panorama, ma su un nuovo muro dell’edificio vicino. I cortili si chiudevano progressivamente, fino a diventare dei piccoli pozzi di aerazione, i vicoli si restringevano di giorno in giorno, e la luce del sole si allontanava sempre di più, sottile linea a malapena visibile fra le case che arrivavano a più di dieci piani. Caolun cominciò ad essere chiamata HakNam, la città delle tenebre, perché nei suoi vicoli era notte anche a mezzogiorno. Vennero istallati dei tubi fluorescenti lungo le claustrofobiche stradine, tenuti accesi costantemente.
Le case che continuavano a salire in verticale, accatastate le une sulle altre, fermarono la loro folle crescita per un solo motivo: evitare le rotte di atterraggio degli aerei del vicino aeroporto Kai Tak.

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Eppure, al contrario di quanto si potrebbe pensare, la vita all’interno di questo caos architettonico era sorprendentemente tranquilla, e l’integrazione fra le diverse etnie presenti piuttosto pacifica. Sui tetti più alti erano stati piantati alberi e piccoli giardini dove i bambini potevano giocare; una settantina di pozzi garantivano l’acqua agli abitanti, finché il governo di Hong Kong non decise di portare acqua pulita e corrente elettrica fino ai margini della cittadella. La criminalità non era poi eccessivamente elevata, nonostante case da gioco, bordelli e droga fossero comuni, e lungo i vicoli nacquero negozi, piccole fabbriche, ristoranti e persino asili, scuole, anche una specie di tribunale.  Proliferavano gli studi medici senza autorizzazione, che però talvolta avevano un discreto livello di professionalità; ma, in generale, l’aspetto più disastroso era senz’altro la terribile condizione igienico-sanitaria.

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Alla fine degli anni ’80 i due governi di Hong Kong, quello inglese e quello cinese, si accordarono per mettere fine alla situazione ormai insostenibile, ed evacuarono la zona autonoma per demolirla infine nel marzo del 1993. I lavori terminarono nel 1994, con alcuni scavi archeologici che riportarono alla luce le antiche strutture preesistenti; oggi il sole finalmente splende nel parco cittadino ubicato proprio dove sorgeva l’oscuro e labirintico alveare di case.

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(Grazie, Michele!)

Le strabilianti macchine di Mr. Ganson

Arthur Ganson, classe 1955, ha  sempre avuto un debole per i meccanismi. Fin da quando, bambino introverso e timido, decise di superare la solitudine raccogliendo materiali di recupero e costruendo macchine incredibili, “mettendo le mie idee e passioni dentro agli oggetti, e imparando a parlare attraverso le mie mani”. Anche oggi, dopo che i suoi lavori sono stati esposti in sedi prestigiose attraverso tutto il mondo, e che alcune sue opere sono raccolte permanentemente in diversi musei scientifici, Ganson mantiene intatti l’entusiasmo e la meraviglia infantili di fronte a un qualsiasi complesso congegno meccanico.

Ma le sue “macchine cinetiche”, o sculture, o come vogliate chiamarle, sono molto più che semplici macchinari – sembrano avere un’anima. Ganson descrive il suo lavoro come l’incontro fra ingegneria e coreografia: automi che danzano, dunque. Eppure per spiegare la spiazzante bellezza di queste macchine occorre afferrare il nodo centrale dell’opera di Ganson – l’inutilità.

Tutte le macchine create dall’uomo assolvono a uno scopo specifico, sono progettate per compiere un lavoro, e la loro struttura è strettamente collegata con la loro funzione. Quelle di Arthur Ganson, invece, non hanno un fine preciso e, per quanto complessa ed elaborata sia la progettazione, per quanto minuzioso e difficoltoso l’assemblaggio, tutta questa fatica di lavoro e di intelletto è diretta alla costruzione di un oggetto senza scopo; tutto questo affollarsi d’ingranaggi, molle e meccanismi ad orologeria si risolve nella chiara, semplice, bellezza del movimento. Ed è in questo momento, quando realizziamo che la macchina non è più nostra schiava, non serve a qualcosa, che essa comincia a parlare.

Ognuna delle decine e decine di opere ha la sua voce distinta. Molto spesso la macchina si muove per il puro piacere di farlo, magari assumendo di volta in volta forme casuali che probabilmente non si ripeteranno mai più.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=Tcw7IvGJG9s]

In altri casi sembra quasi che la macchina diventi addirittura simbolo della condizione umana: guardate questa Macchina con Petalo di Carciofo, con la foglia rinsecchita destinata a camminare, camminare senza sosta e senza meta, come un moderno Sisifo “on the road”.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=skeI3FXz9_4]

Altri marchingegni si oliano da soli, altri ancora introducono l’elemento del tempo. In Machine with Concrete, nonostante la macchina continui instancabilmente a muoversi, la riduzione di ghiera in ghiera è talmente estrema che l’ultima rotellina ha potuto essere incastonata nel cemento: si muove così lentamente che compierà una rivoluzione completa soltanto fra 2.3 trilioni di anni.

“Tutti questi pezzi cominciano nella mia mente, nel mio cuore, e io faccio del mio meglio per trovare il modo di esprimerli, ed è sempre approssimativo, è sempre una battaglia, ma alla fine riesco a concretizzare questo pensiero in un oggetto, e allora eccolo lì. Non significa nulla. L’oggetto in sé non vuol dire niente. Ma una volta che viene percepito, e qualcuno lo trasferisce nella sua mente, ecco che allora il ciclo si è completato”.

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Le macchine di Arthur Ganson ci parlano della nostra stessa fragilità – sono, come noi, macchinari perfetti ma senza uno scopo definito. E forse è proprio l’assenza di una ragione, di un motivo d’essere, che ne rende poetica l’esistenza. Se la vita avesse un senso, sembrano suggerire questi meravigliosi automi, non saremmo altro che macchine programmate e senz’anima. Che miracolo, che liberazione, potere danzare per il solo gusto di farlo!

Ecco il sito ufficiale di Arthur Ganson.

(Grazie, Yoana!)

Automi & Androidi

La storia degli automi meccanici si perde nella notte dei tempi, e non è nostra intenzione affrontarla in maniera sistematica o esaustiva. È interessante però notare che nella Grecia classica, così come nella Cina antica, l’ingegneria meccanica era forse più avanzata di quanto non sostenga la storia ufficiale. Gli archeologi sono sempre più aperti alla nozione di scienza perduta – vale a dire una conoscenza già raggiunta in tempi antichi e poi, per cause diverse, persa e “riscoperta” in tempi più recenti. Meccanismi come quello celebre di Anticitera sono “sorprese” archeologiche che fanno soppesare daccapo l’avanzamento tecnologico di alcuni nostri antenati così come è stato supposto fino ad ora (senza peraltro arrivare alle fantasiose ipotesi extraterrestri o a ingenue rivisitazioni esoteriche o new-age delle epoche passate).

Nonostante quindi ci sia pervenuta voce di automi meccanici complessi e realistici da epoche e regioni non sospette, i primi veri robot storicamente documentati risalgono ai primi del 1200 in Medioriente, e sono attribuiti al genio ingegneristico dello scienziato, artista e inventore Al-Jazari. Per intrattenere gli ospiti alle feste, si dice avesse creato una piccola nave con quattro automi musicisti che suonavano e si muovevano realisticamente; un altro suo automa aveva un meccanismo simile alle nostre moderne toilette: ci si lavava le mani in una bacinella e, tirata una leva, l’acqua veniva scaricata e il meccanismo dalle avvenenti forme di ancella riempiva nuovamente la vaschetta. (E le meraviglie inventate da questo genio non si fermavano qui).

Tra i molti inventori che misero a punto automi meccanici, fra Cina, Medioriente e Occidente, spicca anche il nostro Leonardo da Vinci, che aveva progettato un cavaliere in armatura semovente, destinato forse al divertimento per i nobili invitati ai simposi.

Nel Rinascimento, ogni wunderkammer che si rispettasse ospitava qualche automa pneumatico, idraulico o meccanico: nobiluomini di latta che fumavano, dame metalliche che cantavano, cigni e pavoni meccanici che si muovevano e drizzavano il piumaggio. Jacques de Vaucanson (inventore del telaio automatico, così come di molti altri meccanismi tutt’oggi adoperati negli utensili domestici) costruì un’anitra di metallo che ad oggi resta un automa insuperato per complessità. L’anatra poteva bere acqua con il becco, mangiare semi di grano e replicare il processo di digestione in una camera speciale, visibile agli spettatori; ognuna delle sue ali conteneva quattrocento parti in movimento, che potevano simulare alla perfezione tutte le movenze di un’anatra vera.

Nel ‘700 gli automi erano una moda e un’ossessione per molti inventori. Il loro successo non accennò mai a declinare anche nel secolo successivo. Ma da semplici curiosità o giocattoli automatizzati sarebbero divenuti molto più intriganti con l’avvento, nella seconda metà del XX secolo, delle nuove tecnologie, dell’informatica e del concetto di robot  portato avanti dalla fantascienza.

Con l’affermarsi della cibernetica e della robotica, gli automi meccanici fecero il grande passo. Autori di science-fiction quali Asimov, Bradbury, e poi Dick, Gibson e tutta la stirpe degli scrittori cyberpunk ne celebrarono il potenziale destabilizzante. Abbiamo già parlato del concetto di Uncanny Valley, ovvero quel punto esatto in cui l’automa diviene un po’ troppo simile all’essere umano, e suscita un sentimento di paura e repulsione. Gli autori di fantascienza del ‘900, trovatisi per primi a confrontarsi con i prototipi di computer in grado di tener testa a un esperto giocatore di scacchi, o alle primissime generazioni di robot capaci di azioni complesse, non potevano che descrivere un’umanità minacciata da una “presa di controllo” da parte delle macchine. Una visione piuttosto ingenua e “antica”, forse, vista alla luce della nostra realtà in cui i computer ci aiutano, ci connettono e ci sostengono in modo così pervasivo. Eppure…

…eppure. Ecco le domande interessanti. A che punto siamo oggi con gli androidi (così vengono chiamati i moderni automi)? A che livello sono giunti gli scienziati? Quali sono le novità che gli ingegneri sfoggiano alle mostre e alle convention? Ci fanno ancora paura questi esseri automatizzati che simulano le espressioni e i movimenti umani? Il fascino degli automi, e le domande che ci pongono, divengono sempre più concreti. Se fra qualche anno vi trovaste a chiedere informazioni a una signorina seduta dietro a un bancone della reception, e scopriste dopo poco che vi trovate davanti a un perfetto automa, la cosa vi darebbe fastidio? Donare un’identità sempre più definita a una macchina, confondere l’organico e il meccanico, è davvero uno scandalo, come preconizzavano gli autori di fantascienza del secolo scorso? Può davvero un automa troppo umano far vacillare la nostra sicurezza, perché toglie qualcosa alla nostra stessa unicità? Potete decidere voi stessi, dando un’occhiata a questi recenti video.

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Sculture cinetiche

Theo Jansen è l’inventore delle Strandbeest, “animali di spiaggia”. Ha creato non delle semplici sculture, ma una nuova forma di “vita”.

Le sue creature sfruttano gli elementi per muoversi. Hanno imparato a camminare fluide, sicure, armoniose. Alcune fra loro hanno la capacità di immagazzinare parte dell’energia del vento per muoversi più a lungo. Altre hanno addirittura imparato a difendersi: quando il vento si fa troppo violento e rischia di rovesciarle, affondano i loro tubi gialli nella sabbia.

Parlare quindi di mera ingegneria toglie qualsiasi poesia alle Strandbeest. Forse anche solo parlarne, limita la loro bellezza. Guardatele in movimento nei filmati qui sotto… comincerete anche voi a sperare di incontrare un giorno, mentre fate una passeggiata sul bagnasciuga, una di queste meravigliose, armoniose e gentili creature.

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Gallopin’ Gertie

Verso le 10 del mattino del 7 novembre 1940 iniziò la torsione del tratto centrale del Ponte di Tacoma.

Si trattava di un’opera di ingegneria civile comprendente due ponti sospesi paralleli, che attraversavano il canale Tacoma Narrows, Washington. Il ponte collassò un’ora e dieci minuti dopo. Le cause del crollo sono da ricercarsi nelle oscillazioni torsionali indotte dall’azione di un vento costante di circa 30 nodi, che creò una scia di vortici che  trasmettevano alla struttura delle coppie torcenti pulsanti alla stessa frequenza torsionale del ponte, innescando un fenomeno di risonanza con ampiezze via via crescenti e non compensate da un adeguato smorzamento. La sua instabilità nei venti guadagnò al ponte l’appelativo di Gallopin’ Gertie – “Gertie la galoppante”.

Fortunatamente, nessuna vittima (se si esclude un cane intrappolato in una macchina, troppo spaventato per uscirne) fu registrata.

Le immagini del crollo furono immortalate su una cinepresa 16mm da Barney Elliott, il proprietario di un negozio locale di materiali fotografici, e mostrano Leonard Coatsworth, l’unica vittima intrappolata, mentre striscia fuori dalla sua automobile e raggiunge la salvezza.

Il ponte venne poi ricostruito nel 1950 facendo tesoro della drammatica esperienza (più largo, più rigido torsionalmente e con maggiore capacità di smorzamento) con una struttura molto più stabile nei confronti degli effetti del vento.

Il filmato del 1940, che qui riproponiamo, è stato selezionato dalla Libreria del Congresso per essere preservato nel Registro dei Film degli Stati Uniti, in virtù del suo valore “culturale, storico, o estetico”. Queste riprese sono ancor oggi mostrate agli studenti di ingegneria, architettura e fisica come monito ed esempio di disastro ingegneristico che diede una significativa spinta allo studio dell’aerostatica nelle costruzioni civili.

La qualità ipnotica e angosciante di queste immagini rimane in effetti intatta a 69 anni di distanza.

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