Link, curiosità & meraviglie assortite – 14

  • Il 19 giugno è morta Koko, la gorilla che sapeva utilizzare la lingua dei segni, dipingeva e amava i gattini. Ma Koko non è stata l’unico primate in grado di comunicare con gli umani; il primo, storico tentativo di “far parlare” una scimmia si svolse in maniera piuttosto catastrofica, come ho raccontato in questo vecchio post.
  • Avete bisogno di bacarozzi, farfalle, blatte, millepiedi, lucciole, api, o qualsiasi altro insetto per il film che state girando? C’è questo signore che crea degli ultrarealistici prop cinematografici entomologici, scritturati anche dalle più grandi produzioni hollywoodiane. (Grazie, Federico!)
  • Se pensate che le pompette enlarge-your-penis che vi propongono nelle email di spam siano una trovata recente, eccone una del XIX° secolo (tratta da Albert Moll, Handbuch der Sexualwissenschaften, 1921).

  • I funerali del Ghana hanno goduto di una certa popolarità su internet per via delle pittoresche bare fatte a forma di vari strumenti e oggetti (io ne avevo parlato nella seconda parte di questo articolo), ma c’è un problema: ultimamente i rituali sono diventati talmente complicati e ossessivi che i corpi dei defunti vengono sepolti dopo mesi, o perfino diversi anni, dalla morte.
  • Questo tweet.
  • 1865: durante la conquista del Matterhorn, una strana e sconvolgente apparizione si verifica. Con tutta probabilità si tratta di un rarissimo evento atmosferico, ma mettetevi nei panni degli scalatori che hanno appena perso quattro dei loro compagni cercando di raggiungere la vetta, e vedono un arco e due enormi croci fluttuare nel cielo sopra la nebbia.
  • La strana bellezza dei dagherrotipi rovinati dal passare del tempo.

  • Cosa c’è di così strano in queste foto di un tizio che sta preparando dei taco per una cenetta tra amici?
    Niente, a parte il fatto che la carne proviene dal suo piede sinistro, amputato a seguito di un incidente.

Pensateci: perdete una gamba, provate a chiederla indietro dopo l’operazione, e ve la danno. Prima di cremarla, perché non assaggiarne una fettina? Dopotutto si tratta della vostra gamba, del vostro piede, non fate male a nessuno, e vi togliete una curiosità. Cannibalismo etico.
È quanto ha deciso di provare un giovane uomo, invitando alla degustazione alcuni amici “dalla mente aperta“. Poi, a distanza di due anni, si è deciso a raccontare su Reddit come si è svolta la serata. I tacos a base di carne umana sembra siano stati piuttosto apprezzati, tranne da uno dei commensali (che, nelle parole del protagonista, “mi ha dovuto sputare su un tovagliolo“).
L’esperimento, condotto peraltro nei limiti della legalità visto che negli Stati Uniti non esiste una legge che proibisca il cannibalismo, com’era prevedibile ha suscitato reazioni viscerali; il celebre auto-cannibale è stato perfino intervistato da Vice. E ha affermato che questa piccola pazzia l’ha aiutato piscologicamente a superare il trauma: “mangiare il mio piede è stato un modo divertente, strano e interessante per voltare pagina“.

  • Visto che parliamo di disgusto: una nuova ricerca ha determinato che le cose che ci fanno schifo sono organizzate in sei categorie principali. Ai primi posti, non è una sorpresa, si posizionano le ferite infette e le istanze legate all’igiene (puzza, escrementi, ecc.), probabilmente perché segnalano situazioni in cui il nostro organismo è in pericolo di contrarre malattie.
  • Qualcuno ha ordinato nuvole di gambero?
    A Qingdao, in Cina, dal cielo è caduto l’equivalente di un’intera pescheria (sotto, qualche foto). E ancora oggi le piogge di animali restano un bell’enigma.

EDIT: Quest’ultima foto è falsa (non le altre).

  • In Svezia c’è una sindrome misteriosa: colpisce esclusivamente i bambini figli di rifugiati sovietici che sono in attesa del verdetto riguardo il loro permesso di soggiorno.
    Viene chiamata “Sindrome da Rassegnazione”: lo spettro del rimpatrio forzato, lo stress di non comprendere la lingua e le estenuanti trafile burocratiche spingono questi bambini prima all’apatia, poi alla catatonia e infine al coma. All’inizio dell’epidemia si sospettava una clamorosa messinscena, ma i medici hanno compreso che questa grave alterazione psicologica è tutt’altro che una finzione; il coma può durare anche due anni, avere recidive, e l’effetto domino ha fatto sì che tra il 2015 e il 2016 si siano registrati ben 169 episodi.
    Ecco un articolo che approfondisce questa drammatica patologia, e un più veloce riassunto su Wired. (Grazie, David!)

Anatomia del corsetto.

  • Simulatore di bombe atomiche: decidete dove sganciare l’ordigno, il tipo e i kilotoni, se farlo esplodere al suolo o in aria. Poi inorridite, e scoprite gli effetti.
  • Mari Katayama è un’artista giapponese. Fin da piccola ha cominciato a cucire oggetti particolari, incorporando conchiglie e gioielli nelle sue creazioni. Affetta da ectrodattilia, all’età di nove anni ha subito l’amputazione di entrambe le gambe. Oggi il suo corpo è entrato a far parte dei suoi progetti, e i suoi autoritratti sono di una bellezza a mio parere sconvolgente. Ecco alcuni dei suoi lavori.
    (Sito ufficiale, Instagram)

Quando gli studenti di medicina organizzavano delle goliardate mica male. (Tratto da questo libro meraviglioso.)

  • Il grande scheletro che vedete sulla sinistra, qui sotto, è quello del gigante irlandese Charles Byrne (1761–1783), e appartiene allo Hunterian Museum di Londra. Si tratta del reperto più discusso dell’intera collezione anatomica, e per un buon motivo: quando era ancora in vita, Byrne aveva chiaramente espresso il desiderio che le sue spoglie venissero gettate in mare, e che per nessun motivo fossero mai messe in mostra in un museo — un’idea che lo orripilava.
    Quando Byrne morì, gli amici organizzarono il suo funerale nella città costiera di Margate, ignorando che la cassa conteneva soltanto pietre: l’anatomista William Hunter aveva pagato un becchino perché rubasse il prezioso cadavere del gigante. Da allora, lo scheletro è rimasto esposto al museo e, nonostante abbia certamente contribuito agli studi sull’acromegalia e il gigantismo, è sempre stato un pezzo “scomodo” dal punto di vista etico.
    Ecco la notizia: pare che, approfittando di una chiusura triennale per restauri, il comitato scientifico del museo stia valutando un’eventuale sepoltura dei resti ossei di Byrne. Se così fosse, si tratterebbe di una decisione spartiacque nel campo dell’esposizione museale etica di resti umani.

  • Come in un romanzo giallo: spunta il diario segreto ritrovato scritto sul retro delle assi di un pavimento in un castello francese, contenente storie criminali e torbidi intrighi di paese. (Grazie, Lighthousely!)
  • La lettura più simpatica degli ultimi tempi ci è gentilmente offerta dal grande Thomas Morris, che ha scovato un delizioso report medico del 1852. Riassumo per chi non mastica l’inglese: un signore, sposato con figli ma segretamente dedito all’onanismo più sfrenato, prova innanzitutto di inserire un pezzo di pene di toro all’interno del suo pene, tramite l’uretra. Il pezzo di carne però si incastra, e il gentleman deve ricorrere all’aiuto del medico per estrarlo. Non contento del risultato, decide qualche tempo dopo di infilarsi un tubo di 28 centimetri attraverso lo stesso pertugio, ma la sonda gli scivola tra le dita, scomparendo dentro di lui; prima che si riesca a operarlo, il ferro finisce per lacerargli la vescica e perdersi nell’addome. Una fine ingloriosa, oppure orgogliosamente libertina, decidete voi.
    A me ha ricordato un vecchio adagio: “non fare mai niente che non vorresti essere trovato morto mentre lo stai facendo“.

E con questo è tutto, alla prossima!

Daikichi Amano

Daikichi Amano è un fotografo nato in Giappone nel 1973; dopo gli studi in America, torna in patria e si dedica inizialmente alla moda. Stancatosi delle foto patinate commissionategli dalle riviste, decide di concentrarsi su progetti propri e comincia fin da subito a scandagliare il lato meno solare della cultura nipponica: il sesso e il feticismo.

I primi scatti di questa nuova piega nel suo lavoro sono dedicati al cosiddetto octopus fetish (di cui avevamo già parlato brevemente in questo post): belle modelle nude vengono ricoperte di piovre e polpi, che talvolta sottolineano con i tentacoli le loro forme, ma più spesso creano una sorta di grottesco e mostruoso ibrido. Le immagini sono al tempo stesso repellenti e sensuali, quasi archetipiche, e il raffinato uso della luce e della composizione fa risaltare questa strana commistione di umano e di animale, sottolineando la sessualità allusa dalla scivolosa e umida pelle dei cefalopodi.

Poi gli animali cambiano, si moltiplicano, proliferano sui corpi delle modelle che sembrano sempre più offerte in sacrificio alla natura: anguille, rospi, rane, insetti, vermi ricoprono le donne di Amano, in composizioni sempre più astratte e surreali, ne violano gli orifizi, prendono possesso della loro fisicità.


Con il passare del tempo, la fotografia di Daikichi Amano rivela sempre di più il valore mitologico che la sottende. Le donne-uccello ricoperte di piume ricordano esplicitamente l’immaginario fantastico nipponico, ricco di demoni e fantasmi dalle forme terribili e inusitate, e la fusione fra uomo e natura (tanto vagheggiata nella filosofia e nella tradizione giapponese) assume i contorni dell’incubo e del surreale.

Mai volgare, anche quando si spinge fino nei territori tabù della rappresentazione esplicita dei genitali femminili, Amano è un autore sensibile alle atmosfere e fedele alla sua visione: non è un caso che, così pare, alla fine di ogni sessione fotografica egli decida di mangiare – assieme alle modelle e alla troupe – tutti gli animali già morti utilizzati per lo scatto, siano essi polpi o insetti o lucertole, secondo una sorta di rituale di ringraziamento per aver prestato la loro “anima” alla creazione della fotografia. Il mito è il vero fulcro dell’arte di Amano.


Le sue fotografie sono indubbiamente estreme, e hanno creato fin da subito scalpore (soprattutto in Occidente), riesumando l’ormai trito dibattito sui confini fra arte e pornografia: qual è la linea di separazione fra i due ambiti? È ovviamente impossibile definire oggettivamente il concetto di arte, ma di sicuro la pornografia non contempla affatto il simbolico e la stratificazione mitologica (quando si apre a questi aspetti, diviene erotismo), e quindi ci sentiremmo di escludere le fotografie di Amano dall’ambito della pura sexploitation. Andrebbe considerata anche la barriera culturale fra Occidente e Giappone, che pare insuperabile per molti critici,  soprattutto nei riguardi di determinati risvolti della sessualità. Ma nelle fotografie di Amano è contenuta tutta l’epica del Sol Levante, l’ideale della compenetrazione con la natura, il concetto di identità in mutamento, l’amore per il grottesco e per il perturbante, la continua seduzione che la morte esercita sulla vita e viceversa.


Le sue immagini possono sicuramente turbare e perfino disgustarci, ma di certo è difficile licenziarle come semplice, squallida pornografia.

Ecco il sito ufficiale di Daikichi Amano.

The Dangerous Kitchen – IV

Esiste un tipo di cibo che probabilmente voi non avete mai assaggiato, ma che la maggioranza degli esseri umani mangia regolarmente: gli insetti. Secondo molti studiosi potrebbero essere proprio gli insetti la chiave per risolvere la malnutrizione in molte parti del mondo, per la facilità nell’allevamento, la loro resistenza praticamente a tutte le latitudini e l’importante apporto calorico e proteico della loro carne. Ma mangiare insetti potrebbe anche avere un ulteriore effetto positivo: potrebbe aiutare a salvare l’ecosistema.

Avrete certamente sentito parlare del temibile scarafaggio parassita che attacca le palme: si tratta del punteruolo rosso, un coleottero proveniente dal sud est asiatico che in breve tempo si è diffuso in tutto il mondo, arrivando qualche anno fa anche in Italia. La sua riproduzione incontrollata e l’aggressiva voracità pongono seri problemi in tutto il mondo per la coltivazione delle palme da frutto, in quanto un’infestazione di punteruoli può distruggere una palma secolare in brevissimo tempo. Visto che la disinfestazione è problematica e difficoltosa, avanziamo qui la nostra “modesta proposta“, alla maniera di Jonathan Swift: mangiamoli da piccoli!

Questo, almeno, è quello che fanno le popolazioni dell’Asia sudorientale, della Malesia, della Papua Nuova Guinea e di molti paesi amazzonici (Perù, Ecuador). La larva, chiamata sago in Asia e suri in Sudamerica, viene deposta dalla femmina all’interno del tronco della palma e, quando si schiude, comincia a divorare il legno verso l’esterno. Più legno mangia, più diventa grassa e gustosa.

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Le larve sono esposte vive nei mercati, e vengono spesso preparate sul momento. C’è chi si arrischia a mangiare queste larve proprio così, ancora vive, ma essendo questa una rubrica di alta cucina, preferiamo consigliarvi alcuni metodi di cottura per rendere ancora più prelibata questa raffinata pietanza. Il metodo classico, se avete un barbecue, è lo spiedino: cucinate alla brace, le larve assumono un sapore simile alla pancetta affumicata e una consistenza piuttosto tenace.

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In Perù, invece, vengono pulite (si toglie il condotto intestinale, che corre lungo la parte alta della larva, un po’ come facciamo con i gamberi), e scottate alla brace in un cartoccio di foglie di palma per 5 minuti. Questo metodo mantiene la carne più tenera e “cremosa”, ma ovviamente meno magra.

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Sempre in Sudamerica il suri viene anche condito con l’aglio e fritto nell’olio, servito poi con rondelle di banana fritta. Se cotte in pentola, senza aggiunta di olio, le larve rilasciano comunque abbastanza grasso da friggersi praticamente da sole; la loro carne si accompagna bene anche con il chili o la salsa di soia.

Le larve sono altamente caloriche, e in Nuova Guinea fanno parte integrante della dieta, fornendo oltre il 30% dell’apporto proteico per la popolazione locale. Sono anche una buona fonte di ferro, zinco e altri nutrienti, e vengono considerate un buon rimedio per le infezioni bronchiali dei bambini. Di cos’altro avete bisogno per convincervi?

La barba di api

Petro Prokopovych è stato l’inventore della moderna apicoltura. Studiando e osservando la biologia di questi incredibili insetti, agli inizi del 1800 progettò diverse strutture per il loro allevamento commerciale, come i favi mobili o le reti per lasciar passare le api operaie, ma non la Regina. Il suo amore per questi insetti andava ben al di là del semplice sfruttamento dei loro prodotti naturali, come cera o miele. Prokopovych fu il primo uomo a “costruire” su se stesso una barba fatta di api.

La sua performance, che fu presto riproposta nei sideshow e nei circhi itineranti di tutto il mondo, si basava su una semplice ma ingegnosa trovata: appendere sotto il mento una piccola cella contenente l’ape Regina viva. Attratte dai suoi feromoni, le altre api si dirigevano verso la minuscola scatoletta, vi si accatastavano a migliaia.

Questo spettacolo serviva innanzitutto a dimostrare che le api non erano così aggressive come la gente supponeva; esse infatti attaccano e pungono soltanto quando si sentono in pericolo. Ma di certo lo sciame di insetti pullulante che ricopriva la faccia del performer stimolava una fobia diffusa, e rendeva altamente spettacolare questo show.

Tanto che ancora oggi il cosiddetto bee bearding è un’impresa tentata da molti. Secondo il Guinness dei Primati, il record ufficiale è ancora detenuto dall’americano Mark Biancaniello. Sulla sua faccia e sul suo corpo si sono posate nel 1998 ben 350.000 api, per un totale di 40 kg di peso.

Nel filmato sottostante vi proponiamo una dimostrazione delle varie fasi del bee bearding. Una breve nota esplicativa: se l’affumicatura iniziale vi sembra strana, è in realtà un procedimento standard nell’apicoltura, mirato a calmare le api. Spruzzando del fumo sull’alveare, infatti, le api si sentono in pericolo e si ingozzano di miele per fare provvista (in caso l’alveare venisse distrutto dal presunto fuoco). Di conseguenza, con la “pancia” piena, sono meno aggressive.

Comunque, la sensazione di migliaia di api che zampettano sul vostro corpo dev’essere davvero unica… se amate gli insetti, e sapete mantenere la calma.

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La biblioteca delle meraviglie – V

Alberto Zanchetta

FRENOLOGIA DELLA VANITAS – Il teschio nelle arti visive

(2011, Johan & Levi)

Vita, miracoli e morte del teschio. Lo splendido volume di Alberto Zanchetta racconta la storia di una trasformazione. Attraverso un unico elemento simbolico, l’effigie del teschio nella storia dell’arte, e seguendone le mutazioni di senso e di significato nel corso dei secoli, ci parla di come la nostra stessa sensibilità abbia cambiato forma con il passare del tempo. Da icona funebre a dettaglio centrale delle vanitas, fino alla moderna ubiquità che ne fa vacua decorazione e ne appiattisce ogni forza oscena, il teschio ha accompagnato dalla preistoria fino ad oggi la nostra cultura: vero e proprio specchio, le cui orbite vuote fissano l’osservatore spingendolo a meditare sull’inesorabilità del tempo e sulla morte. Come si sono serviti gli artisti di questo prodigioso elemento iconografico? Quando e perché è cambiato il suo utilizzo dal Medioevo ad oggi? C’è il rischio che l’attuale proliferare indiscriminato dei teschi, dalla moda, ai tatuaggi, ai graffiti, possa renderli “innocui” e alla lunga privarci di un simbolo forte e antico quanto l’uomo? L’autore ripercorre questa particolare storia esaminando e approfondendo di volta in volta tematiche e autori distanti fra loro nel tempo e nello spazio: da Basquiat a Cézanne, da Picasso a Witkin, da Mapplethorpe a Hirst (per citarne solo alcuni). Abbiamo parlato di tanto in tanto, qui su Bizzarro Bazar, di come la morte sia stata negata e occultata nell’ultimo secolo in Occidente; e di come oggi la sua spettacolarizzazione tenda a renderla ancora meno reale, più immaginata, pensata cioè per immagini. Zanchetta aggiunge un tassello importante a questa idea, con il suo resoconto di un simbolo che era un tempo essenziale, e si presenta ormai stanco e abusato.

Bill Bass e Jon Jefferson

LA VERA FABBRICA DEI CORPI

(2006, TEA)

Non lasciatevi ingannare dalla fuorviante traduzione del titolo originale (che si riferisce invece alla “fattoria dei corpi”). Il libro di Bass e Jefferson non parla né di androidi né di clonazioni, ma della nascita e dello sviluppo della rete di cosiddette body farms americane, fondate dallo stesso Bass: strutture universitarie in cui si studia la decomposizione umana a fini scientifici e, soprattutto, forensici. Il lavoro e la specializzazione del professor Bass è infatti comprendere, a partire da resti umani, la data e/o l’ora esatta della morte, nonché le modalità del decesso. Per raggiungere la precisione necessaria a scagionare o accusare un imputato di omicidio, gli antropologi forensi hanno dovuto comprendere a fondo come si “comporta” un cadavere in tutte le situazioni immaginabili, come reagisce agli elementi esterni, quale fauna entomologica si ciba dei resti e in quale successione temporale si avvicendano le ondate di larve e insetti. Nelle body farms, un centinaio di cadaveri all’anno vengono lasciati alle intemperie, bruciati, immersi nell’acqua, nel ghiaccio… Negli anni il dottor Bass ha ottenuto una serie di risultati decisivi per far luce su innumerevoli misteri, confluiti in un archivio consultato da tutte le polizie del mondo. Questo simpatico vecchietto oggi, guardando i resti di un cadavere, riesce a capire in breve tempo come è morto, se è stato spostato dopo la morte, da quanto tempo, eccetera.

Questo libro è uno di quelli che si leggono tutti d’un fiato, e per più di un motivo. Innanzitutto, lo stile scorrevole e semplice degli autori non è privo di una buona dose di umorismo, che aiuta a “digerire” anche i dettagli più macabri. In secondo luogo, le informazioni scientifiche sono precise e sorprendenti: non potremmo immaginare in quanti e quali modi un cadavere possa “mentire” riguardo alle sue origini, finché Bass non ci confessa tutte le false piste in cui è caduto, gli errori commessi, le situazioni senza apparente spiegazione in cui si è ritrovato. Perché La vera fabbrica dei corpi è anche un libro giallo, a suo modo, e racconta le investigazioni svoltesi in diversi casi celebri di cronaca nera. E, infine, il grande valore di queste pagine è quello di raccontarci una vita avventurosa, strana e particolare, di caccia ai killer, in stretto contatto quotidiano con la morte; la vita di un uomo che dichiara di conoscere ormai fin troppo bene il suo destino, e dice di trovare conforto nell’idea che, una volta morto, vivrà negli esseri che si sfameranno con il suo corpo. Un uomo dalla voce ironica e pacata che, nonostante tutti questi anni, continua “ad odiare le mosche”.

Crush Fetish

Su Bizzarro Bazar abbiamo già affrontato alcune parafilie e feticismi sessuali, ma quello di cui parliamo oggi è davvero una forma di feticismo estrema e controversa, eticamente discutibile nonché francamente di cattivo gusto. Ci pare giusto segnalare l’argomento perché diamo sempre spazio a tutto ciò che è sorprendente e “diverso”, ma il lettore ci perdonerà se non abbiamo voluto inserire troppe immagini o filmati in questo articolo. Di sicuro stiamo per discutere di un argomento che i più riterranno malato, morboso e crudele, moralmente inaccettabile. Per noi è qualcosa su cui vale la pena interrogarsi, dal punto di vista antropologico, perché in definitiva “anche questo è l’uomo”.

Affrontiamo quindi lo spinoso argomento del crush fetish. Si tratta di una parafilia che consiste nel desiderio di vedere altre persone (normalmente il proprio partner, o comunque di qualcuno di desiderabile) che calpesta oggetti o animali. Sì, avete letto bene, animali. I piedi (nudi o con scarpe di diversa foggia, normalmente con tacchi a spillo) divengono solitamente l’idolo feticistico, anche se alcune altre varianti sono contemplate, come ad esempio lo schiacciamento sedendosi sopra alla vittima.

Per essere ancora più espliciti, gli amanti di questo genere di macabra pornografia si eccitano generalmente vedendo belle donne che calpestano e schiacciano insetti, ragni, vermi e in alcuni casi estremi piccoli mammiferi, come topi, e cuccioli di cane e gatto, uccidendoli. Non si tratta di un’eccitazione legata direttamente alla violenza sugli animali (non avrebbe lo stesso effetto, poniamo, vedere uccidere un animale in un macello), ma è direttamente legata ad un feticismo per i piedi e per l’atto di calpestare.

Su internet, i siti dedicati al crush fetish non si contano. Contengono soprattutto filmati di piedi in cui vengono ridotti in poltiglia scarafaggi, insetti, lumache, ragni, piccoli crostacei e invertebrati di vario genere. Ma talvolta i video vedono come vittime anche serpenti, tartarughe, cavie, rane e mammiferi. Qualche anno fa esplose un caso di cui parlarono anche i giornali: tre video apparvero sulla rete, aventi per protagonista la medesima donna, dettaglianti l’abominevole morte rispettivamente di un coniglio, un cucciolo di cane e un piccolo gatto, straziati dai tacchi della donna in un’insopportabile agonia.

Gli autori dei filmati, entrambi cinesi, vennero rintracciati dalla polizia e portati in tribunale. Si trattava di un cameraman televisivo e di una infermiera d’ospedale. All’inizio caddero dalle nuvole, adducendo come motivazione che non pensavano di aver fatto nulla di male. Susseguentemente, la donna disse che la causa del suo consenso a girare quei video era la depressione dovuta al suo divorzio. Entrambi persero il lavoro, ma non essendoci una vera e propria legislazione in Cina che penalizzi la violenza sugli animali, nessuno dei due venne arrestato.

Per quanto si tratti di una fissazione piuttosto di nicchia (si parla al massimo di qualche migliaio di “adepti” in tutto il mondo), è interessante cercare di capire cosa possa spingere una persona ad eccitarsi con una pratica tanto barbara e repulsiva. Come abbiamo ribadito più volte, se ci si addentra nel mondo della parafilie qualsiasi tabù crolla e si viene a contatto con un’umanità capace delle cose più inspiegabili.

Per comprendere un po’ più a fondo il mondo dei feticisti del crush, occorre ascoltare le dichiarazioni del regista che maggiormente ha legato il suo nome a questo tipo di produzioni video: Jeff Vilencia. Si tratta di un regista americano, egli stesso feticista di questo genere di filmati, che ha prodotto un’enorme quantità di materiale di questo tipo. Nonostante si sia sempre limitato a insetti e altri invertebrati, non arrivando mai agli estremi della coppia cinese di cui parlavamo prima, e nonostante egli abbia per il momento bloccato la sua produzione in attesa di una legge statunitense che faccia chiarezza sulla legalità di questi filmati, è sicuramente un esperto in materia.

“Il sentimento è quello di lasciarsi andare, impotenti, senza speranza, piccoli, minuscoli e simili ad insetti. Voler vedere una donna che schiaccia qualcosa con il suo piede, desiderare di essere un insetto senza via di fuga, mentre ti agiti in tondo sotto la suola del suo piede mentre lei ti schiaccia il corpo in poltiglia. Se dovessi tentare di motivare questa passione, mi vengono in mente diverse cose… incluso il complesso di Edipo, perché di sicuro abbiamo visto le nostre madri uccidere un insetto e altre persone farlo, e io penso che l’immaginario di una gigantessa, che è più comune di quanto si pensi, venga direttamente dall’infanzia. Da qualche parte si è stabilita una connessione sessuale fra il vedere tutte le donne con i tacchi e vedere noi stessi come molto piccoli…”

È chiaro da queste parole che il feticista si identifica con l’animale spiaccicato. Venire calpestato da una donna, vedersi come un piccolo insetto senza possibilità di difesa, sembra eccitare questi uomini (infatti, come da definizione, questa parafilia come gran parte delle altre è quasi esclusivamente maschile). Ma come possono coniugare gli amanti del crush questa loro ossessione con i veri e propri dilemmi morali che questa pratica comporta? Non si accorgono che questo atto, anche se compiuto su insetti e piccole creature, è comunque una crudele violenza sugli animali? Risponde ancora una volta Vilencia, forse l’unico dei feticisti crush ad avere il coraggio di esprimere il suo punto di vista.

“Penso che sia completamente innocuo, perché è una fantasia e non possiamo veramente esperirla (non possiamo farci schiacciare da un piede). Possiamo solo realizzarla nella nostra mente e penso che in definitiva sia più sicuro così. Se uno si eccita a schiacciare insetti, o vederlo fare, non ci vedo niente di più crudele che andare al supermercato e comprare un insetticida, perché gli umani odiano gli insetti”.

In altre interviste, Vilencia ha affermato che finché si uccidono gli animali per mangiare, o per ottenere capi di alta moda, in pochi si scandalizzano: appena lo stesso processo viene utilizzato per il piacere sessuale, si scatena il putiferio.

Chiaramente le sue difese non appaiono particolarmente razionali, ma sono di sicuro interesse per comprendere quale profondo desiderio scateni questo genere di attrazione. È inoltre da sottolineare che la legislazione in materia è piuttosto carente, e varia da stato a stato. In alcuni paesi questo tipo di filmati sono stati dichiarati illegali, in altri le restrizioni di legge sono state contestate perché, estendendo il veto a tutte le categorie di filmati che mostrano violenze sugli animali, potrebbero venire reputati illegali anche i filmati di denuncia riguardanti le battaglie di cani o situazioni affini. Contando sulla libertà di espressione, garantita dal primo emendamento degli Stati Uniti, questi filmati sono paragonati a quelli girati di nascosto nei mattatoi per denunciare le violenze subite dagli animali, rendendoli così ufficialmente legali.

Di sicuro rimane il dato che Vilencia ha fra gli iscritti al suo sito e alla sua fanzine almeno un migliaio di soli americani. Se si estende al mondo intero questa cifra, è chiara l’entità della parafilia di cui stiamo parlando.

Inserendo in un motore di ricerca le parole chiave “crush fetish”, appaiono diverse decine di siti che commercializzano materiale di questo genere (credeteci, non volete vederli). Contando che i filmati vengono venduti singolarmente dai 30 ai 100 dollari, il business è evidente. Le parafilie vendono sempre molto bene. La cosa che maggiormente può turbare è il fatto che in questo caso a farne le spese siano degli animali innocenti. Le varie associazioni di animalisti non hanno tardato a farsi sentire, tanto che anche il celebre attore Mickey Rooney ha parlato a sfavore di questa pratica.

Tabù alimentari

L’uomo è un animale onnivoro, e può mangiare e digerire cibi di origine vegetale e animale alla stessa stregua. Eppure la maggior parte degli esseri umani consuma soltanto poche varietà di prodotti alimentari.

Alcune popolazioni si nutrono di alimenti che disgustano altre popolazioni: i tabù alimentari sono fra i più radicati, e intimamente legati al gruppo etnico di cui si fa parte. Secondo alcuni antropologi (tra cui Marvin Harris) sarebbero stati i fattori ambientali a far prediligere un certo cibo a un determinato popolo. Il tabù della carne di maiale per ebrei e musulmani nel Medioriente deriverebbe dalla difficoltà nell’allevare questo animale, che è tendenzialmente stanziale e abbisogna di ombra e acqua: permettere il consumo di carne di maiale avrebbe significato mettere in pericolo l’identità stessa della tradizione nomade.

Secondo altri antropologi (come ad esempio Steven Pinker) il tabù alimentare sarebbe alla base stessa della nostra identità. Nel primo periodo di vita di un bambino sarebbe assente la distinzione fra cibi buoni e cibi disgustosi: così, proprio nel periodo cruciale in cui si apprende a preferire dei cibi piuttosto che altri (fino ai 4 anni), i genitori escludono dalla dieta del bambino alcuni alimenti, e questo basta affinché i bambini crescano trovandoli disgustosi. La tattica, poi, si perpetua da sé: i figli, crescendo, diventano dei genitori che non danno da mangiare cibi disgustosi ai propri figli.

Nelle tribù è talmente importante questo elemento aggregativo (il pasto comunitario, le regole interne per la consumazione del cibo), che si è notato come la maggior parte dei tabù alimentari proibiscano proprio il cibo preferito dalla tribù nemica.

Oggi, nel mondo, esistono ancora fortissimi tabù alimentari. Quello che è buono e appetibile per alcuni, per altri è disgustoso e detestabile. Insetti, cavallette e lombrichi sono cibi prelibati per milioni di persone; ben quarantadue popolazioni mangiano ratti, mentre sono molte le popolazioni che non berrebbero mai un bicchiere di latte, in quanto secreto dalle ghiandole animali, come la saliva o il sudore. Per non parlare del formaggio, che altro non è se non latte andato a male. Un americano inorridisce in una nostra macelleria se gli viene proposta carne equina, e noi facciamo lo stesso di fronte a una zuppa cinese in cui galleggiano due zampe di cane. E come reagireste se in un ristorante sushi tradizionale in Giappone, vi servissero un pesce spellato e tagliuzzato, ma ancora vivo?

Praticamente tutti gli animali sono commestibili e vengono mangiati, in tutto il mondo.

L’entomofagia (il mangiare insetti) è fra le pratiche globalmente più diffuse. Questo signore ha provato ad importare questa tradizione culinaria “adattandola” ai gusti occidentali, proponendo un menu interamente a base di insetti:

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In tutto il sud-est asiatico, invece, uno dei cibi più apprezzati è il balut: si tratta di uova di anatra fecondate, che contengono cioè l’embrione quasi completamente formato del pulcino: lo stadio di sviluppo al quale sia preferibile consumare questa prelibatezza è strettamente questione di gusti personali.

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In Papua Nuova Guinea i pipistrelli si fanno arrosto:

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Anche da noi sono considerate commestibili le cosce della rana; ma ne mangereste il cuore ancora pulsante?

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Forse l’unico tabù fondamentale condiviso dalla maggior parte delle popolazioni al mondo è il divieto di mangiare carne umana; eppure perfino il cannibalismo è stato accettato, in certe culture, nonostante fosse regolato da precise condizioni, e rigidamente motivato all’interno di un determinato quadro simbolico e tradizionale.

Live feeding

Per i possessori di animali esotici, quali rettili e insetti predatori di grosse dimensioni, una delle pratiche più comuni è il cosiddetto live feeding, ossia il nutrire gli animali con prede ancora vive.

Il gesto può sembrarci disumano e crudele, ma determinate specie tenute in cattività hanno spesso il bisogno di alternare il cibo preparato (già morto) con diete a base di animali vivi, in modo da non perdere il proprio equilibrio motorio e l’istinto predatorio. Se una preda viva è inserita nella gabbia, viene ricreata una situazione parzialmente similare a quella che l’animale esperirebbe nella natura. Per questo, molti allevatori ricorrono al live feeding per mantenere inalterate le peculiarità etologiche della specie in questione.

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Decomposizione

“Ciò che il bruco chiama la fine del mondo,

per il resto del mondo è una farfalla.”

(Chuang Tzu)

Guardando questi filmati in time-lapse che ritraggono la decomposizione di differenti animali, è facile capire come la vita e la morte non siano due estremi opposti, ma siano in effetti lo stesso identico processo all’opera, yang e yin che si compenetrano e nascono l’uno dall’altro, in un movimento di danza. Ed è un fiorire, che vediamo in questi filmati, uno sbocciare di nuova vita, un mutare di forme che, se superiamo per un attimo il disgusto che il tabù della decomposizione esige da noi, non può che farci sorridere e alleggerire la nostra mente.

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