Impostori: due finzioni animali

Immaginate un essere mitologico, un ibrido per metà serpente e per metà ragno, capace di togliere il sonno contemporaneamente ad aracnofobici ed erpetofobici. Immaginate la sua coda, da cui spuntano otto zampe mutanti, e al cui apice si aprono tanti, piccoli occhi neri e lucidi che squadrano la preda. Potrebbe sembrare una fantasia lovecraftiana, o una nuova incarnazione dell’alieno protagonista del celebre film La cosa.
E invece un essere simile esiste davvero. Anche se ovviamente la realtà è un po’ diversa.

Nel 1968, William e Janice Street si trovavano in Iran. Era la loro seconda spedizione naturalistica per conto del Field Museum di Chicago (nel decennio successivo ne avrebbero effettuate altre tre, in Afghanistan, Perù e Australia), con l’obiettivo di arricchire di nuovi esemplari la collezione del museo. La missione era focalizzata principalmente sui mammiferi, ma nel loro viaggio i coniugi Street stavano prelevando anche diversi rettili.
Un giorno, notarono un serpente alla cui coda sembrava fosse rimasto aggrappato un solifugo — un tipo di aracnide tipico delle regioni aride e sabbiose. Una volta riportato l’esemplare al museo, però, lo studioso Steven Anderson lo esaminò meglio e si accorse che il presunto ragno faceva in realtà parte della morfologia stessa della vipera: poteva trattarsi (a quanto si poteva speculare, dato che un solo esemplare era noto) di un tumore, un difetto congenito, o un parassita. Il serpente venne identificato come Pseudocerastes persicus, la vipera cornuta persiana, e dimenticato fra gli scaffali del museo per quasi quarant’anni.

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Nel 2003, però, il ricercatore Hamid Bostanchi si ritrovò fra le mani un secondo esemplare, identico a quello già catalogato. Cominciò dunque a sospettare che la mutazione, visti i 35 anni passati dal primo ritrovamento, fosse qualcosa di più di un difetto fisico. Fu il primo dunque a formulare l’ipotesi che si trattasse di una specie sconosciuta.
Un terzo esemplare venne poi scoperto nella sezione animali velenosi del Razi Institute a Karaj, Iran: era stato erroneamente catalogato come una vipera cornuta del deserto.
A questo punto Bostanchi, insieme al primo scopritore Steven Anderson e ad altri colleghi, pubblicò le sue ricerche battezzando il nuovo serpente Pseudocerastes urarachnoides (“dalla coda di ragno”) in un saggio del 2006.

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Le radiografie mostravano le vertebre caudali, prive di qualsiasi segno di malformazione, estendersi fino all’interno di questa struttura anomala, formata evidentemente da scaglie modificate. Visto che molte vipere utilizzano i movimenti della coda per attirare le prede, Bostanchi ipotizzò che questa strana appendice a forma di ragno non fosse altro che un’elaborata esca di caccia.
Nel 2008 venne catturato uno P. urarachnoides vivo, e in cattività l’animale pareva effettivamente usare la sua coda per far avvicinare passeri e pulcini; poi, con uno scatto repentino, li mordeva avvelenandoli in meno di mezzo secondo. Nel suo stomaco vennero trovate tracce di altri uccelli, segno che forse l’esca era “pensata” appositamente per ingannare i volatili.

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A dirimere qualsiasi dubbio e verificare l’ipotesi, si susseguirono altre osservazioni, anche in natura. Ecco un recente e straordinario video in cui vediamo la vipera dalla coda di ragno utilizzare la sua esca caudale per ingannare e catturare un uccello.

Se la vipera che imita un minuscolo aracnide può sembrare un caso eccezionale di mimetismo, la cosa davvero stupefacente è che in natura si può trovare un esempio esattamente speculare: un insetto, cioè, che imita un serpente.
Si tratta del Dynastor darius, una farfalla che durante il suo stadio di pupa si rinchiude in una crisalide dall’aspetto decisamente poco raccomandabile per eventuali predatori: quello, appunto, di una testa di rettile.

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La pupa è ancora cosciente del mondo fuori dalla crisalide, e se avverte di essere in pericolo è in grado di scuotere la sua “maschera” per renderla più realistica e convincente.

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L’uomo, si sostiene talvolta, sarebbe l’unico animale capace di menzogna.
Eppure, dal criptismo al mimetismo, sembra che la finzione e l’impostura siano estremamente diffuse nel resto degli esseri viventi: armi affinate nel tempo sia per l’attacco che per la difesa. Il predatore deve camuffare la sua presenza, la preda confondere i sensi dell’avversario, e così via in un incessante gioco di specchi in cui nulla è ciò che sembra.

Mentire, forse, è in realtà più “naturale” di quanto immaginiamo.

La baby-sitter zombi

Il mondo degli insetti, così fantasioso e variopinto, si rivela ad un’occhiata più attenta spesso crudele e sconcertante: dotati di armi terrificanti, gli insetti sono costantemente impegnati in una sanguinosa lotta che non conosce distrazioni o riposo.

Alcuni tipi di vespe hanno sviluppato delle tecniche di riproduzione parassitaria che si basano sulla modifica del comportamento dell’ospite – in quello che potrebbe apparire come un vero e proprio “controllo della mente”. La vespa Hymenoepimecis argyraphaga inietta le sue uova all’interno del ragno Plesiometa argyra. Le larve, una volta schiuse, avranno intorno a sé tutto il nutrimento che necessitano, e si faranno strada all’interno dell’addome del ragno fino ad uscirne. Ma questo non è tutto. La sostanza tossica iniettata dalla vespa assieme alle uova, alterando il sistema nervoso, “costringe” il ragno morente a creare una ragnatela con una conformazione del tutto diversa da quelle che realizza normalmente: la nuova, particolare configurazione è adatta affinché le larve, una volta venute alla luce, possano creare i loro bozzoli in tutta sicurezza. Nella foto sottostante, la ragnatela normale e quella “modificata” ad uso e consumo delle vespe.

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Ma la vespa Dinocampus coccinellae, che assomiglia un po’ a una formica volante, si spinge ancora più in là. Come suggerisce la sua nomenclatura tassonomica, il bersaglio preferito di questa vespa è la coccinella: quando è pronta a deporre le uova, ne cerca una che sia adulta, e femmina. L’uovo della vespa viene impiantato nell’addome della coccinella, e dopo una settimana le larve si schiudono.

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Dotate di grosse tenaglie mandibolari, come prima cosa queste larve divorano le uova della coccinella; in seguito cominciano a mangiarne la carne dall’interno, facendo però attenzione a non ledere organi vitali. Dopo essersi nutrite degli strati lipidici della coccinella per 18-27 giorni, le larve sono finalmente pronte ad uscire dal corpo che le contiene: paralizzano quindi la coccinella, e cominciano a farsi strada mangiando attraverso l’addome, fino ad uscirne. Ma i tormenti della coccinella non sono ancora finiti, perché la sua presenza è ancora utile alle larve.

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Le larve creano il bozzolo proprio sotto alla coccinella, assicurandolo  bene alle sue zampe. L’insetto, paralizzato, non può far altro che rimanere immobile sopra il bozzolo, in preda ad occasionali tremori. Dopo un’altra settimana, le vespe sono sviluppate ed escono dal loro rifugio. Ma qual è il motivo di questa complessa strategia parassitaria?

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Alcuni entomologi, in uno studio del 2011 coordinato dall’Università di Montreal, hanno scoperto che i colori sgargianti e gli spasmi della coccinella tengono le larve al riparo dai predatori.
In laboratorio, più di 4.000 sfortunate coccinelle sono state portate a contatto con le vespe, in modo che venissero loro impiantate le uova. Una volta formati i bozzoli, i ricercatori hanno fatto entrare in scena i predatori: i Crisopidi, ghiotti di larve.

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Il risultato è stato evidente: il 65% dei bozzoli protetti dalle coccinelle sopravvive, rispetto allo 0-5% di quelli lasciati da soli e immediatamente attaccati dai predatori.
Lo studio ha anche dimostrato che non è escluso un sorprendente lieto fine per queste involontarie “balie-zombi”. Nonostante infatti le coccinelle vittime di questo trattamento spesso muoiano di stenti (a causa della paralisi che impedisce loro di nutrirsi), incredibilmente il 25% sopravvive alla terribile esperienza: le larve delle vespe non hanno infatti intaccato alcuna parte biologicamente fondamentale dell’insetto ospite.

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La barba di api

Petro Prokopovych è stato l’inventore della moderna apicoltura. Studiando e osservando la biologia di questi incredibili insetti, agli inizi del 1800 progettò diverse strutture per il loro allevamento commerciale, come i favi mobili o le reti per lasciar passare le api operaie, ma non la Regina. Il suo amore per questi insetti andava ben al di là del semplice sfruttamento dei loro prodotti naturali, come cera o miele. Prokopovych fu il primo uomo a “costruire” su se stesso una barba fatta di api.

La sua performance, che fu presto riproposta nei sideshow e nei circhi itineranti di tutto il mondo, si basava su una semplice ma ingegnosa trovata: appendere sotto il mento una piccola cella contenente l’ape Regina viva. Attratte dai suoi feromoni, le altre api si dirigevano verso la minuscola scatoletta, vi si accatastavano a migliaia.

Questo spettacolo serviva innanzitutto a dimostrare che le api non erano così aggressive come la gente supponeva; esse infatti attaccano e pungono soltanto quando si sentono in pericolo. Ma di certo lo sciame di insetti pullulante che ricopriva la faccia del performer stimolava una fobia diffusa, e rendeva altamente spettacolare questo show.

Tanto che ancora oggi il cosiddetto bee bearding è un’impresa tentata da molti. Secondo il Guinness dei Primati, il record ufficiale è ancora detenuto dall’americano Mark Biancaniello. Sulla sua faccia e sul suo corpo si sono posate nel 1998 ben 350.000 api, per un totale di 40 kg di peso.

Nel filmato sottostante vi proponiamo una dimostrazione delle varie fasi del bee bearding. Una breve nota esplicativa: se l’affumicatura iniziale vi sembra strana, è in realtà un procedimento standard nell’apicoltura, mirato a calmare le api. Spruzzando del fumo sull’alveare, infatti, le api si sentono in pericolo e si ingozzano di miele per fare provvista (in caso l’alveare venisse distrutto dal presunto fuoco). Di conseguenza, con la “pancia” piena, sono meno aggressive.

Comunque, la sensazione di migliaia di api che zampettano sul vostro corpo dev’essere davvero unica… se amate gli insetti, e sapete mantenere la calma.

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La biblioteca delle meraviglie – V

Alberto Zanchetta

FRENOLOGIA DELLA VANITAS – Il teschio nelle arti visive

(2011, Johan & Levi)

Vita, miracoli e morte del teschio. Lo splendido volume di Alberto Zanchetta racconta la storia di una trasformazione. Attraverso un unico elemento simbolico, l’effigie del teschio nella storia dell’arte, e seguendone le mutazioni di senso e di significato nel corso dei secoli, ci parla di come la nostra stessa sensibilità abbia cambiato forma con il passare del tempo. Da icona funebre a dettaglio centrale delle vanitas, fino alla moderna ubiquità che ne fa vacua decorazione e ne appiattisce ogni forza oscena, il teschio ha accompagnato dalla preistoria fino ad oggi la nostra cultura: vero e proprio specchio, le cui orbite vuote fissano l’osservatore spingendolo a meditare sull’inesorabilità del tempo e sulla morte. Come si sono serviti gli artisti di questo prodigioso elemento iconografico? Quando e perché è cambiato il suo utilizzo dal Medioevo ad oggi? C’è il rischio che l’attuale proliferare indiscriminato dei teschi, dalla moda, ai tatuaggi, ai graffiti, possa renderli “innocui” e alla lunga privarci di un simbolo forte e antico quanto l’uomo? L’autore ripercorre questa particolare storia esaminando e approfondendo di volta in volta tematiche e autori distanti fra loro nel tempo e nello spazio: da Basquiat a Cézanne, da Picasso a Witkin, da Mapplethorpe a Hirst (per citarne solo alcuni). Abbiamo parlato di tanto in tanto, qui su Bizzarro Bazar, di come la morte sia stata negata e occultata nell’ultimo secolo in Occidente; e di come oggi la sua spettacolarizzazione tenda a renderla ancora meno reale, più immaginata, pensata cioè per immagini. Zanchetta aggiunge un tassello importante a questa idea, con il suo resoconto di un simbolo che era un tempo essenziale, e si presenta ormai stanco e abusato.

Bill Bass e Jon Jefferson

LA VERA FABBRICA DEI CORPI

(2006, TEA)

Non lasciatevi ingannare dalla fuorviante traduzione del titolo originale (che si riferisce invece alla “fattoria dei corpi”). Il libro di Bass e Jefferson non parla né di androidi né di clonazioni, ma della nascita e dello sviluppo della rete di cosiddette body farms americane, fondate dallo stesso Bass: strutture universitarie in cui si studia la decomposizione umana a fini scientifici e, soprattutto, forensici. Il lavoro e la specializzazione del professor Bass è infatti comprendere, a partire da resti umani, la data e/o l’ora esatta della morte, nonché le modalità del decesso. Per raggiungere la precisione necessaria a scagionare o accusare un imputato di omicidio, gli antropologi forensi hanno dovuto comprendere a fondo come si “comporta” un cadavere in tutte le situazioni immaginabili, come reagisce agli elementi esterni, quale fauna entomologica si ciba dei resti e in quale successione temporale si avvicendano le ondate di larve e insetti. Nelle body farms, un centinaio di cadaveri all’anno vengono lasciati alle intemperie, bruciati, immersi nell’acqua, nel ghiaccio… Negli anni il dottor Bass ha ottenuto una serie di risultati decisivi per far luce su innumerevoli misteri, confluiti in un archivio consultato da tutte le polizie del mondo. Questo simpatico vecchietto oggi, guardando i resti di un cadavere, riesce a capire in breve tempo come è morto, se è stato spostato dopo la morte, da quanto tempo, eccetera.

Questo libro è uno di quelli che si leggono tutti d’un fiato, e per più di un motivo. Innanzitutto, lo stile scorrevole e semplice degli autori non è privo di una buona dose di umorismo, che aiuta a “digerire” anche i dettagli più macabri. In secondo luogo, le informazioni scientifiche sono precise e sorprendenti: non potremmo immaginare in quanti e quali modi un cadavere possa “mentire” riguardo alle sue origini, finché Bass non ci confessa tutte le false piste in cui è caduto, gli errori commessi, le situazioni senza apparente spiegazione in cui si è ritrovato. Perché La vera fabbrica dei corpi è anche un libro giallo, a suo modo, e racconta le investigazioni svoltesi in diversi casi celebri di cronaca nera. E, infine, il grande valore di queste pagine è quello di raccontarci una vita avventurosa, strana e particolare, di caccia ai killer, in stretto contatto quotidiano con la morte; la vita di un uomo che dichiara di conoscere ormai fin troppo bene il suo destino, e dice di trovare conforto nell’idea che, una volta morto, vivrà negli esseri che si sfameranno con il suo corpo. Un uomo dalla voce ironica e pacata che, nonostante tutti questi anni, continua “ad odiare le mosche”.

Crush Fetish

Su Bizzarro Bazar abbiamo già affrontato alcune parafilie e feticismi sessuali, ma quello di cui parliamo oggi è davvero una forma di feticismo estrema e controversa, eticamente discutibile nonché francamente di cattivo gusto. Ci pare giusto segnalare l’argomento perché diamo sempre spazio a tutto ciò che è sorprendente e “diverso”, ma il lettore ci perdonerà se non abbiamo voluto inserire troppe immagini o filmati in questo articolo. Di sicuro stiamo per discutere di un argomento che i più riterranno malato, morboso e crudele, moralmente inaccettabile. Per noi è qualcosa su cui vale la pena interrogarsi, dal punto di vista antropologico, perché in definitiva “anche questo è l’uomo”.

Affrontiamo quindi lo spinoso argomento del crush fetish. Si tratta di una parafilia che consiste nel desiderio di vedere altre persone (normalmente il proprio partner, o comunque di qualcuno di desiderabile) che calpesta oggetti o animali. Sì, avete letto bene, animali. I piedi (nudi o con scarpe di diversa foggia, normalmente con tacchi a spillo) divengono solitamente l’idolo feticistico, anche se alcune altre varianti sono contemplate, come ad esempio lo schiacciamento sedendosi sopra alla vittima.

Per essere ancora più espliciti, gli amanti di questo genere di macabra pornografia si eccitano generalmente vedendo belle donne che calpestano e schiacciano insetti, ragni, vermi e in alcuni casi estremi piccoli mammiferi, come topi, e cuccioli di cane e gatto, uccidendoli. Non si tratta di un’eccitazione legata direttamente alla violenza sugli animali (non avrebbe lo stesso effetto, poniamo, vedere uccidere un animale in un macello), ma è direttamente legata ad un feticismo per i piedi e per l’atto di calpestare.

Su internet, i siti dedicati al crush fetish non si contano. Contengono soprattutto filmati di piedi in cui vengono ridotti in poltiglia scarafaggi, insetti, lumache, ragni, piccoli crostacei e invertebrati di vario genere. Ma talvolta i video vedono come vittime anche serpenti, tartarughe, cavie, rane e mammiferi. Qualche anno fa esplose un caso di cui parlarono anche i giornali: tre video apparvero sulla rete, aventi per protagonista la medesima donna, dettaglianti l’abominevole morte rispettivamente di un coniglio, un cucciolo di cane e un piccolo gatto, straziati dai tacchi della donna in un’insopportabile agonia.

Gli autori dei filmati, entrambi cinesi, vennero rintracciati dalla polizia e portati in tribunale. Si trattava di un cameraman televisivo e di una infermiera d’ospedale. All’inizio caddero dalle nuvole, adducendo come motivazione che non pensavano di aver fatto nulla di male. Susseguentemente, la donna disse che la causa del suo consenso a girare quei video era la depressione dovuta al suo divorzio. Entrambi persero il lavoro, ma non essendoci una vera e propria legislazione in Cina che penalizzi la violenza sugli animali, nessuno dei due venne arrestato.

Per quanto si tratti di una fissazione piuttosto di nicchia (si parla al massimo di qualche migliaio di “adepti” in tutto il mondo), è interessante cercare di capire cosa possa spingere una persona ad eccitarsi con una pratica tanto barbara e repulsiva. Come abbiamo ribadito più volte, se ci si addentra nel mondo della parafilie qualsiasi tabù crolla e si viene a contatto con un’umanità capace delle cose più inspiegabili.

Per comprendere un po’ più a fondo il mondo dei feticisti del crush, occorre ascoltare le dichiarazioni del regista che maggiormente ha legato il suo nome a questo tipo di produzioni video: Jeff Vilencia. Si tratta di un regista americano, egli stesso feticista di questo genere di filmati, che ha prodotto un’enorme quantità di materiale di questo tipo. Nonostante si sia sempre limitato a insetti e altri invertebrati, non arrivando mai agli estremi della coppia cinese di cui parlavamo prima, e nonostante egli abbia per il momento bloccato la sua produzione in attesa di una legge statunitense che faccia chiarezza sulla legalità di questi filmati, è sicuramente un esperto in materia.

“Il sentimento è quello di lasciarsi andare, impotenti, senza speranza, piccoli, minuscoli e simili ad insetti. Voler vedere una donna che schiaccia qualcosa con il suo piede, desiderare di essere un insetto senza via di fuga, mentre ti agiti in tondo sotto la suola del suo piede mentre lei ti schiaccia il corpo in poltiglia. Se dovessi tentare di motivare questa passione, mi vengono in mente diverse cose… incluso il complesso di Edipo, perché di sicuro abbiamo visto le nostre madri uccidere un insetto e altre persone farlo, e io penso che l’immaginario di una gigantessa, che è più comune di quanto si pensi, venga direttamente dall’infanzia. Da qualche parte si è stabilita una connessione sessuale fra il vedere tutte le donne con i tacchi e vedere noi stessi come molto piccoli…”

È chiaro da queste parole che il feticista si identifica con l’animale spiaccicato. Venire calpestato da una donna, vedersi come un piccolo insetto senza possibilità di difesa, sembra eccitare questi uomini (infatti, come da definizione, questa parafilia come gran parte delle altre è quasi esclusivamente maschile). Ma come possono coniugare gli amanti del crush questa loro ossessione con i veri e propri dilemmi morali che questa pratica comporta? Non si accorgono che questo atto, anche se compiuto su insetti e piccole creature, è comunque una crudele violenza sugli animali? Risponde ancora una volta Vilencia, forse l’unico dei feticisti crush ad avere il coraggio di esprimere il suo punto di vista.

“Penso che sia completamente innocuo, perché è una fantasia e non possiamo veramente esperirla (non possiamo farci schiacciare da un piede). Possiamo solo realizzarla nella nostra mente e penso che in definitiva sia più sicuro così. Se uno si eccita a schiacciare insetti, o vederlo fare, non ci vedo niente di più crudele che andare al supermercato e comprare un insetticida, perché gli umani odiano gli insetti”.

In altre interviste, Vilencia ha affermato che finché si uccidono gli animali per mangiare, o per ottenere capi di alta moda, in pochi si scandalizzano: appena lo stesso processo viene utilizzato per il piacere sessuale, si scatena il putiferio.

Chiaramente le sue difese non appaiono particolarmente razionali, ma sono di sicuro interesse per comprendere quale profondo desiderio scateni questo genere di attrazione. È inoltre da sottolineare che la legislazione in materia è piuttosto carente, e varia da stato a stato. In alcuni paesi questo tipo di filmati sono stati dichiarati illegali, in altri le restrizioni di legge sono state contestate perché, estendendo il veto a tutte le categorie di filmati che mostrano violenze sugli animali, potrebbero venire reputati illegali anche i filmati di denuncia riguardanti le battaglie di cani o situazioni affini. Contando sulla libertà di espressione, garantita dal primo emendamento degli Stati Uniti, questi filmati sono paragonati a quelli girati di nascosto nei mattatoi per denunciare le violenze subite dagli animali, rendendoli così ufficialmente legali.

Di sicuro rimane il dato che Vilencia ha fra gli iscritti al suo sito e alla sua fanzine almeno un migliaio di soli americani. Se si estende al mondo intero questa cifra, è chiara l’entità della parafilia di cui stiamo parlando.

Inserendo in un motore di ricerca le parole chiave “crush fetish”, appaiono diverse decine di siti che commercializzano materiale di questo genere (credeteci, non volete vederli). Contando che i filmati vengono venduti singolarmente dai 30 ai 100 dollari, il business è evidente. Le parafilie vendono sempre molto bene. La cosa che maggiormente può turbare è il fatto che in questo caso a farne le spese siano degli animali innocenti. Le varie associazioni di animalisti non hanno tardato a farsi sentire, tanto che anche il celebre attore Mickey Rooney ha parlato a sfavore di questa pratica.