La Morgue, ieri e oggi

Riguardo al tabù occidentale per la morte, si è scritto estesamente di come la sua “rimozione sociale” sia avvenuta pressappoco in concomitanza con la Prima Guerra Mondiale e l’istituzione dei grandi ospedali moderni; eppure sarebbe forse più corretto parlare di rimozione e medicalizzazione del cadavere. Di morte, in realtà, si è continuato a parlare estesamente per tutto il ‘900: un secolo intriso di funeree meditazioni, anche a causa della sua storia di inaudita violenza. Ciò che è scomparso dalla quotidianità delle nostre vite, piuttosto, è la presenza del corpo morto e soprattutto della putrefazione.

Fino alla fine dell’800 il rapporto con le spoglie era inevitabile e accettato come parte naturale dell’esistenza, non soltanto nella preparazione delle salme svolta in casa, ma anche nell’esperienza concreta delle morti avvenute per cause non naturali.
Uno degli esempi più eclatanti di questa familiarità con la decomposizione è senza dubbio la famigerata Morgue di Parigi.

Istituita nel 1804 a sostituzione del deposito di cadaveri che nei secoli precedenti era situato nelle galere del Grand Châtelet, la Morgue si trovava nel cuore della capitale, sull’île de la Cité. Nel 1864 venne trasferita in un edificio più ampio sulla punta dell’isola, proprio dietro a Notre Dame. Il termine indicava, fin dal ‘500, la cella in cui venivano identificati i criminali; nelle carceri, i prigionieri venivano messi “alla morgue” per essere riconosciuti. Dal ‘600 invece la parola cominciò ad essere usata esclusivamente per designare il luogo in cui si svolgeva il riconoscimento delle salme.

Visto il grande numero di morti violente e di corpi ripescati nella Senna, questo obitorio era costantemente rifornito di nuovi “ospiti”, e ben presto la sua funzione originaria venne trascesa. La maggior parte dei visitatori, cioè, non avevano familiari scomparsi da riconoscere.
I primi che avevano motivi diversi da quelli ufficiali per recarsi ad osservare i cadaveri, allungati su dodici tavoli di marmo nero dietro la grande vetrata, erano naturalmente gli studiosi di medicina e di anatomia.

Questo ricettacolo per i morti sconosciuti trovati a Parigi e nei sobborghi della città contribuisce non poco all’avanzamento delle scienze mediche, grazie al vasto numero di corpi che fornisce, che, di media, ammontano a circa duecento all’anno. Il processo della decomposizione nel corpo umano alla Morgue può essere seguito attraverso ogni stadio fino alla sua soluzione da coloro che dal gusto, o dalla ricerca della scienza, son condotti fino a quella triste esibizione. I medici frequentano spesso il posto, non per mera curiosità, ma a fini di osservazione medica, poiché ferite, fratture e lesioni di ogni sorta si presentano occasionalmente, come effetti di un incidente o di un assassinio. A malapena un giorno passa senza l’arrivo di cadaveri freschi, trovati principalmente nella Senna, e molto probabilmente uccisi per essere stati lanciati o fuori dalle finestre che affacciano sul fiume, oppure già dai ponti, o da quelle chiatte di legno a cui generalmente ritornano con le tasche piene di soldi quegli uomini che vendono le merci […]. I vestiti dei morti portati in questo edificio vengono appesi, e il cadavere esposto in una stanza pubblica per essere ispezionato da chi visita il posto in cerca di un amico perduto o di un familiare. Se non viene riconosciuto nel giro di quattro giorni, viene dissezionato pubblicamente, e poi seppellito.

(R. Sears, Scenes and sketches in continental Europe, 1847)

Questa descrizione, però, è fin troppo “pulita”. Nonostante i provvedimenti presi per mantenere i corpi a una bassa temperatura, e i bagni in cloruro di calcio, le esalazioni erano tutt’altro che piacevoli:

Per la maggior parte del XIX secolo, e fin da un’epoca ancora precedente, l’odore dei cadaveri fa parte del quotidiano della Morgue. A causa del suo scopo e del suo modo di funzionamento, la Morgue è il luogo privilegiato del fetore cadaverico a Parigi […]. In effetti, i cadaveri che hanno soggiornato nell’acqua costituiscono la realtà ordinaria della Morgue. La loro putrefazione è particolarmente spettacolare.

(B. Bertherat, Le miasme sans la jonquille, l’odeur du cadavre à la Morgue de Paris au XIXe siècle,
in Imaginaire et sensibilités au XIXe siècle, Créaphis, 2005)

Quello che per noi oggi risulta più curioso (e per certi versi incomprensibile) è il fatto che la Morgue divenne ben presto una delle attrazioni parigine più alla moda.
Vero e proprio teatro della morte, pubblica esibizione dell’orrore, accoglieva frotte di visitatori appartenenti a ogni ceto sociale, e offriva certamente il brivido di uno spettacolo unico. Era tappa fissa nei tour della capitale, come dimostrano i diari dell’epoca:

Abbiamo lasciato il Louvre e siamo andati alla Morgue dove tre cadaveri attendevano di essere identificati. Erano una vista orribile. In una teca di vetro c’era un bambino che era stato ucciso, il suo volto paurosamente fracassato.

(Diario di Adelia “Addie” Sturtevant, 17 settembre 1889)

La descrizione più illuminante emerge dalle splendide e terribili pagine che all’obitorio dedica Émile Zola. Le sue parole ci restituiscono un’immagine perfetta dell’esperienza della Morgue nel XIX secolo:

Laurent si prese la briga di passare ogni mattina dalla Morgue mentre andava al lavoro. […] Quando entrava, un odore nauseabondo, un odore di carne macerata lo disgustava, e soffi gelidi gli correvano sulla pelle; l’umidità dei muri sembrava impregnargli gli abiti che sentiva più pesanti sulle spalle. Andava difilato alla vetrata che separa gli spettatori dai cadaveri; appiccicava ai vetri la faccia pallida, guardava. Davanti a lui erano allineate grigie lastre di pietra. E sulla pietra i corpi nudi apparivano come sparse macchie verdi e gialle, bianche e rosse; certuni serbavano nella rigidità della morte le loro carni illibate; altri sembravano informi avanzi di macellazione, sanguinolenti e putrefatti. In fondo, contro il muro, pietosi brandelli di indumenti, gonne e pantaloni, pendevano raggrinziti sull’imbiancata nudità della parete. […] Sovente la carne di quei volti cadeva a brandelli, le ossa avevano perforato la pelle diventata molle, la faccia era come spappolata e disossata. […] Un mattino si prese un vero spavento. Stava osservando un annegato da qualche minuto, piccolo di statura, atrocemente sfigurato. Le sue carni erano molli e sfatte, e l’acqua corrente che le lavava le portava via pezzo dopo pezzo. Il getto che cadeva sulla faccia scavava un buco a sinistra del naso. E all’improvviso il naso si spianò, le labbra si staccarono scoprendo i denti bianchi. La testa dell’annegato si spalancò in una risata.

Zola esplora anche la malcelata tensione erotica che un simile spettacolo poteva provocare negli spettatori, sia maschi che femmine. Una zona liminale — il confine fra Eros e Thanatos — che per la nostra sensibilità odierna è ancora più “pericolosa”.

Era uno spettacolo che lo divertiva, soprattutto quando c’erano donne con il petto nudo bene in vista. Queste nudità brutalmente esposte, macchiate di san­gue, qua e là sforacchiate, lo attiravano e lo trattenevano alla vetrata. Una volta vide una giovane donna di vent’anni, una ragazza del popolo, grossa e forte, che pareva dormisse sulla pietra; il suo corpo fresco e opu­lento biancheggiava con una soavità di tinte di una grande delicatezza; accennava un sorriso, la testa appena reclinata, e offriva il petto in un modo provocante; poteva sembrare una cortigiana in una posa di molle abbandono non fosse stato per una linea nera sul collo che le metteva come un vezzo d’ombra; era una ragazza che si era impiccata per una delusione d’amore. Laurent la osservò a lungo, come accarezzandola con lo sguardo, smarrito in una sorta di trepido desiderio. […] Un giorno Laurent vide una di queste signore che se ne stava ferma a qualche passo dalla vetrata coprendosi le narici con un fazzoletto di batista. Indossava una deliziosa sottana di seta grigia e un’ampia mantellina di pizzo nero; una veletta le nascondeva il volto, e le mani guantate sembravano minute e finissime. Un dolce profumo di violetta le aleggiava attorno. Guardava un cadavere. Su una pietra non troppo distante giaceva il corpo di un ragazzo robusto, un manovale morto sul colpo cadendo da un’impalcatura; aveva un busto quadrato, muscoli grossi e tozzi, carne bianca e pingue; la morte ne aveva fatto una statua mormorea. La signora lo esaminava, lo rivoltava per così dire con lo sguardo, lo soppesava, restava assorta nella visione di quell’uomo. Alzò una punta della veletta, guardò ancora, poi uscì.

Infine, la Morgue era anche un’attrazione ironicamente democratica, proprio come la morte stessa:

La Morgue è uno spettacolo alla portata di tutte le borse, che qualunque passante, povero o ricco, si concede gratuitamente. La porta è aperta, entra chi vuole. Ci sono ammiratori che allungano il cammino pur di non perdersi una di queste rappresentazioni della morte. Quando le lastre di pietra sono spoglie, la gente esce delusa, come defraudata, biascicando proteste. Quando sono ben fornite, quando c’è sfoggio di carne umana, i visitatori accorrono numerosi per procurarsi emozioni a buon mercato – si spaventano, scherzano, applaudono o fischiano come a teatro, e per quel giorno escono soddisfatti commentando la buona riuscita della Morgue.
Laurent fece presto a conoscere il pubblico che frequentava il posto, un pubblico variopinto e disparato che lì veniva a impietosirsi e a sghignazzare in compagnia. Entravano operai diretti al lavoro, con una pagnotta e gli attrezzi sotto il braccio; la trovavano buffa la morte. In mezzo a loro qualche mattacchione di turno faceva sorridere la platea con qualche battuta sul ghigno di ogni cadavere; i morti carbonizzati li chiamavano “i carbonai”; gli impiccati, gli assassinati, gli annegati, i cadaveri sforacchiati o maciullati eccitavano il loro estro beffardo, e con una voce che leggermente si incrinava balbettavano frasi comiche nel vibrante silenzio della sala.

(É. Zola, Thérèse Raquin, 1867)

 

Nell’arco della sua attività, la Morgue non venne criticata se non sporadicamente, e soltanto per la posizione ritenuta troppo centrale. La curiosità di vedere le salme non era evidentemente avvertita come morbosa, o perlomeno non era considerata particolarmente sconveniente: del famoso obitorio e dei suoi corpi scrivevano volentieri i giornali, dedicando spazio ai ritrovamenti più misteriosi.
Il 15 marzo 1907 la Morgue venne definitivamente chiusa al pubblico, per questioni di “igiene morale”. I tempi, evidentemente, stavano già cambiando: di lì a poco l’Europa conoscerà purtroppo una saturazione di cadaveri tale da non poter essere più considerata uno spettacolo di intrattenimento.

Eppure, il desiderio e l’impulso a osservare gli effetti della morte sul corpo umano non sono mai del tutto scomparsi. Oggi sopravvivono nelle “morgue” virtuali dei siti internet che propongono fotografie e video di violenze e incidenti. Riparati non più da una vetrata a muro, ma dalla distanza offerta dallo schermo di un computer, i visitatori contemporanei osservano questi iperrealistici obitori in cui la fragilità corporea è declinata in tutte le sue possibili varianti, testimoni della sfrenata fantasia della morte.
La cosa che più colpisce, navigando in queste bacheche in cui l’osceno è messo in vetrina, sono le reazioni degli utenti. In questo sottobosco estremo (che sarebbe interessante studiare seriamente, con gli strumenti della psicologia sociale) si trova una vasta gamma di persone, dall’avventore più o meno casuale in cerca di brividi fino ai gorehound più esperti, che sembrano collezionare queste immagini quasi fossero figurine e che, a ogni nuovo video postato, fanno gli “scafati” disquisendo della qualità tecnica ed estetica della realizzazione.
Sarà forse per esorcizzare il disgusto, ma un’altra costante è il ricorso a uno humor sgraziato e fuori luogo; ed è impossibile leggere queste battute, oscene e apparentemente irrispettose, senza pensare ai “mattacchioni” di cui parlava Zola, che scherzavano di fronte all’orrore.

Gli aggregatori di immagini brutali fanno discutere sulla libertà di informazione, sull’etica e la liceità dell’esibizione del cadavere, e ci si può domandare se abbiano davvero un qualche scopo “educativo” oppure siano soltanto derive morbose, abnormi, patologiche.
Ma simili fascinazioni non sono affatto inedite: mi pare anzi che questo tipo di curiosità sia in un certo senso intrinseco alla specie umana, come ho già avuto modo di sostenere.
E, a ben vedere, si tratta in fondo dello stesso istinto autoptico, la stessa voglia di “vedere con i propri occhi” che in un tempo non certo lontano (l’epoca, per intenderci, dei nonni dei nostri nonni) faceva della Morgue parigina una sortie en vogue, un’uscita alla moda di gran richiamo.

Le nuove morgue virtuali costituiscono certamente una nicchia e, rispetto alle folle che sfilavano a vedere i corpi gonfi degli annegati, in generale la nostra attitudine è più complessa. Di sicuro, come detto in apertura, è coinvolto un elemento di tabù che a quei tempi era molto meno presente.
Il cadavere, ai nostri occhi, rimane ancora una realtà scomoda, scandalosa e spesso troppo dolorosa da accettare. Eppure, consciamente o no, torniamo sempre a fissare il nostro sguardo su di esso, come se racchiudesse un misterioso segreto.

Un’intervista a Bizzarro Bazar

sdangher

Se c’è qualcosa di folle, assurdo o malato noi ne parliamo o ne abbiamo già parlato o di sicuro ne parleremo.

Così si presenta il sito Sdangher (pron.: Sdengher), fanzine online senza peli sulla lingua, dedicata alla weird music e all’heavy metal, con frequenti digressioni nei territori della cronaca nera, dei film porno, dei clisteri (!), dei b-movies e in generale da ogni tipo di notizia bizzarra dal mondo. Il tutto con tono scanzonato, divertito e divertente, che nasconde però una seria preparazione culturale.

Francesco Ceccamea, uno dei curatori di Sdangher, mi ha rivolto una lunga serie di domande particolarmente gustose, e l’intervista è stata pubblicata oggi. Abbiamo chiacchierato soprattutto di cosa significhi gestire un blog, ma anche di libri, arte, cinema, musica… e ovviamente del gusto del macabro e del meraviglioso. Ecco un estratto:

La tua passione per il bizzarro ti ha condotto materialmente in posti insoliti, quali ti hanno lasciato un’impressione maggiore?

L’Italia, quanto a luoghi insoliti, non si batte. La nostra penisola è una vera e propria wunderkammer traboccante di meraviglie poco conosciute. È ciò che mi propongo di documentare con la collana di libri. Prendi ad esempio Roma: ad ogni angolo c’è una chiesa, e basta infilarsi in una a caso per scoprire capolavori spesso macabri. Scene di martirio, reliquie, cadaveri di santi esposti nelle teche, cripte decorate con autentici teschi… questi tesori nascosti mi danno un senso di continuità […].

Più che i posti in sé, però, sono le esperienze che contano, e la mia passione mi ha portato a viverne di indimenticabili. Ho passato giorni e notti fra centinaia di mummie a Palermo. In un Museo di Anatomia Patologica, ho tenuto in mano la testa disseccata di un bambino, e imparato come far cambiare posizione a un feto deforme dentro un barattolo di formalina senza aprirlo. Sono salito in treno con una placenta nella borsa termica, dono di una cara amica che aveva appena partorito… Anche se forse l’esperienza più vera, essenziale e a suo modo sacra è stata assistere a un’autopsia.

Qui trovate l’intervista integrale.

Morte 2.0

Considerazioni sulla morte all’epoca dei social media

Chart

Guardate la Top Chart qui sopra.
Blackbird
è una canzone pubblicata dai Beatles all’interno del White Album nel 1968.
Nonostante Paul McCartney l’abbia scritta 46 anni fa, la settimana scorsa il brano è arrivato al primo posto delle classifiche iTunes per il genere Rock. Perché?

La risposta sta qui sotto:

Chris è un ragazzo che vive in California: ha perso sua moglie Ashley, morta dando alla luce il piccolo Lennon, nato prematuro. Il 12 novembre viene pubblicato su YouTube il video di Chris che canta Blackbird di fronte all’incubatrice dove il figlioletto sta lottando per rimanere in vita; il bambino morirà a soli quattro giorni dal parto.
Il video diventa virale in pochissimo tempo, raggiunge presto 15 milioni di visualizzazioni, rimbalzando dai social network alle testate giornalistiche e viceversa, con sentita partecipazione degli utenti e gran dispendio di emoticon e faccine tristi e piangenti. Soltanto l’ultimo episodio di una nuova e ormai consolidata tendenza di pubbliche esposizioni del dolore e del lutto.

Brittany Maynard (1984-2014), malata terminale e attivista per il diritto al suicidio assistito.

Un recente articolo di Kelly Conaboy, nell’affrontare il fenomeno dei video o delle storie di lutto e tragedia che diventano virali, utilizza il termine grief porn, come se si trattasse di una vera e propria pornografia del lutto: questi video magari possono anche nascere come qualcosa di diverso, ma diventano presto puro intrattenimento, regalando allo spettatore una scarica di adrenalina immediata e breve; una volta finita la “masturbazione emotiva”, spesa la lacrimuccia, commentato, condiviso, ci si sente meglio. Si chiude il browser e si va avanti con la propria giornata.
Se il grief porn, sottolinea la giornalista, è un filone da tabloid vecchio quanto gli scandali sessuali, fino ad oggi si era sempre limitato a lucrare sui resoconti di morti particolarmente tragiche, violente, fuori dall’ordinario; la rete, invece, rende possibile la messa in vetrina del privato della gente comune. Questi video sarebbero cioè parte di un esibizionismo ormai diffuso, in cui alla voglia di mostrare il dolore corrisponde, da parte degli altri utenti, una voglia di assistervi – e di poter poi esprimere il proprio “Like”, per dimostrare di essere persone sensibili.

Durante il XX secolo si è osservata una rimozione della morte in ambito collettivo. Di questa rimozione si è così estesamente parlato che non è necessario dilungarsi sulla questione. La domanda è invece: vi è qualche cambiamento al riguardo? Cosa ci dicono questi nuovi fenomeni sul nostro rapporto con la morte? Come si sta evolvendo?

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Se la morte, vera ed esperita personalmente, resta ancora un doloroso mistero, territorio proibito che investe sia la realtà del cadavere (vero “scandalo”) sia l’elaborazione del lutto (non più rigidamente codificata come un tempo), dall’altra parte è innegabile che stiamo assistendo a una pervasività inedita della rappresentazione della morte stessa.
Al di là dei giudizi di mercificazione o di banalizzazione, dobbiamo far fronte alla sempre più disinibita presenza dell’immagine della morte nella società odierna: dai teschi che decorano borse, spille, T-shirt così come le teche dei Musei d’arte moderna, passando per la morte come espediente di comunicazione/marketing/propaganda (le videodecapitazioni terroristiche e i filmati delle esecuzioni dei cartelli della droga, fino ai siti web che propongono un archivio sterminato di foto, video e materiale riguardante incidenti, omicidi e suicidi). Tutto questo non è morte, sottolineiamo, è immagine, simulacro – che non necessita nemmeno del filtro della narrazione. E parlare di pornografia della morte non è così insensato, visto che questa messe di rappresentazioni propone di fatto l’elemento che più è eccitante nella pornografia classica, ovvero l’iperrealtà di matrice baudrillardiana, un’immagine così realistica da sostituirsi alla realtà stessa. (Pensiamo, nel cinema porno, alle inquadrature che permettono punti di vista che sarebbero “impossibili” nella realtà del coito, alla risoluzione HD che esalta ogni minimo dettaglio della pelle degli attori, addirittura al porno in 3D, ecc. – così va con la morte in simulacro).

Damien Hirst posa con il suo celebre For the love of God.

Sono passati i tempi in cui Bazin, sul legame fra pornografia e “morte in diretta”, scriveva: “come la morte, l’amore si vive e non si rappresenta – non è senza ragione che lo si chiama la piccola morte – o almeno non lo si rappresenta senza violazione della sua natura. Questa violazione si chiama oscenità. La rappresentazione della morte reale è anch’essa un’oscenità, non più morale come nell’amore, ma metafisica. Non si muore due volte.” (Morte ogni pomeriggio, 1949).
Oggi, si può morire milioni di volte, in punta di cursore, ad ogni click che fa partire un video o che apre un’immagine. L’onnipresenza odierna della rappresentazione della morte può però non essere la degenerazione di una società votata all’oscenità, bensì una naturale reazione ed un superamento della rimozione messa in atto nel secolo scorso. Non potendo risolvere il mistero in sé, si sfalda a poco a poco l’osceno (che viene così rimesso “in scena”) fino a farlo diventare figurazione quotidiana. Per continuare il parallelo con la pornografia, Davide Ferrario raccontava (all’interno del libro-inchiesta Guardami. Storie dal porno) che il fatto di assistere all’incontro carnale di due persone su un set a luci rosse non era per lui affatto eccitante; ma gli bastava guardare nella loupe della macchina da presa, ed ecco che tutto sembrava differente, più reale. Anche alcuni reporter di guerra affermano che le esplosioni non sembrano vere finché non le si osserva attraverso un obbiettivo fotografico. È il magistero dell’immagine che ha preso il sopravvento sugli oggetti concreti, e se in Baudrillard questo epocale passaggio pareva avere talvolta dei colori compiaciutamente apocalittici, oggi si può cominciare a vedere questo sopravanzo dell’immaginario sul reale non più come una fine, ma come un nuovo inizio.

Pian piano la nostra cultura sta evolvendo verso una mitologia globale e globalizzata. L’intelligenza – almeno quella del “genio” classico, individuo che da solo compie imprese straordinarie – sta pian piano diventando un mito sorpassato, e cede il passo alla supercoscienza dell’organismo-rete, che lavora di più, e più efficacemente, del singolo. Sempre meno saranno i monumenti ad epici personaggi, se questa tendenza dovesse confermarsi, sempre meno gli eroi. Sempre più comuni saranno invece le innovazioni e scoperte da imputarsi a intere comunità virtuali (ma esiste più una virtualità che si contrapponga alla realtà?), e le grandi conquiste in cui l’impresa è stata parcellizzata e distribuita su tutta una rete di individui.

Allo stesso modo la morte sta mutando di peso e significato.
La conservazione e il rispetto delle spoglie, per quanto tradizioni ben radicate, sono già messi in discussione dalla nuova e diffusa sensibilità del riciclo, del riutilizzo ecologico, che in fondo è un riappropriarsi della decomposizione – da secoli aborrita dall’uomo Occidentale, l’unico che si sia mai sottratto ad essa tramite sepolcri che preservavano la salma dal contatto con la terra. La Risurrezione della carne, motivazione teologica principale per la sepoltura intatta, lascia il posto all’idea, nobile a suo modo, del compostaggio. Il rispetto delle salme non si esercita più nell’idea di devozione, di soggezione verso le ossa, di inviolabilità del corpo; passa invece per l’idea dell’utilità del cadavere, sia essa esplicitata tramite espianto degli organi, donazione alla scienza, oppure minima incidenza sull’inquinamento ambientale. Distruggere il corpo non è più un tabù, ma un vero e proprio atto di generosità verso gli altri.

Allo stesso modo, questa nuova rappresentazione tende a liberarsi dai toni misterici, seriosi e cupi d’un tempo. Anche la “moda” del macabro, il turismo nero o le diverse iniziative di intrattenimento legate alla morte (vedi ad esempio il London Month of the Dead), sono metabolizzazioni che tentano di risolvere una volta per tutte il rimosso novecentesco. Perfino l’umorismo e le baracconate, che possono sembrare offensivi, sono passi obbligati in questa trasformazione.

Ceneri umane pressate in un vinile.

Ceneri umane trasformate in diamante.

E così la rete propone quotidianamente una morte non più censurata e negata, ma affrontata a viso aperto, finanche a trasformarla in spettacolo.
Nel riferirsi al vertiginoso successo delle immagini di sofferenza e morte, si usa spesso la parola voyeurismo. Ma si può parlare di voyeurismo quando lo sguardo degli sconosciuti è ormai cercato e desiderato anche dalle “vittime” di tale attenzione, per esempio dai malati terminali che vogliono sensibilizzare l’opinione pubblica sulla propria condizione, cercare conforto, lasciare una testimonianza o, più semplicemente, dare voce al proprio dolore?

Jennifer Johnson, madre di due bambini e malata terminale, nell'ultimo video prima della morte.

Jennifer Johnson, madre di due bambini, nell’ultimo video prima della morte (2012).

In queste esibizioni di esperienze personali difficili, si può leggere l’espediente inedito che la nostra società sta utilizzando per rapportarsi alla morte e alla sofferenza: non più tabù da occultare e metabolizzare esclusivamente nell’ambito della sfera privata, ma coacervo di sentimenti che vale la pena condividere con il mondo intero. Se al tempo delle grandi famiglie allargate di inizio Novecento il lutto spesso veniva, per così dire, “spalmato” sull’intera comunità, e nella seconda metà del secolo era ricaduto invece sull’individuo singolo, che si ritrovava senza strumenti adeguati per la sua elaborazione, ecco che la comunità online si propone come nuova valvola di ripartizione della sofferenza. Si ricevono condoglianze e messaggi di affetto e vicinanza anche da perfetti sconosciuti, in una sorta di nuovo paradigma di “superficiale” ma solerte solidarietà.
Chris Picco, il “papà Blackbird“, di certo non vede con occhio negativo l’attenzione che gli è stata dedicata, anche perché la generosità degli utenti gli ha permesso di raccogliere i 200.000 $ necessari a coprire le spese mediche.

Non potrei mai trovare le parole per esprimere quanto il vostro supporto e la vostra forza e le vostre preghiere e le vostre email e i vostri messaggi su Facebook e i vostri SMS – non so come molti di voi abbiano recuperato il mio numero, ma molte volte il mio messaggio si limitava a un “Ah, ok, grazie, uhm.”… Non ho voluto entrare nel merito, tipo “Non so chi sei”, ma grazie. Io credo che – ha significato così tanto per me, e quindi quando dico “grazie” so che sapete cosa vuol dire.

Dall’altra parte dello schermo del PC c’è la segreta curiosità di chi guarda le immagini di morte. Di chi i video li condivide, li apprezza più o meno velatamente. Davvero, come abbiamo già detto, si tratta di pura “masturbazione emotiva”? Di curiosità oscena e morbosa?
Non esiste, a nostro parere, curiosità che possa essere morbosa, cioè ammalata. La curiosità è uno strumento evolutivo che ci permette di elaborare strategie per il futuro, e in questo senso è sempre sana e salutare. Se proviamo a considerare il cosiddetto voyeurismo sotto questa luce, esso si rivela in realtà una vera e propria risorsa. Quando le macchine rallentano in autostrada per guardare un incidente stradale appena avvenuto, non è sempre e soltanto nella speranza di vedere sangue e budella: il nostro cervello ci intima di frenare perché sente la necessità di esaminare la situazione, di elaborare l’accaduto, di capire cosa sia successo. È quello che è equipaggiato per fare, inferire dati da utilizzare in futuro nel caso dovesse trovarsi in situazioni analoghe.

road-accidents

D’altra parte la storia del teatro, della letteratura, del cinema, straborda di tragedie, violenze, catastrofi: l’interesse sta tutto nello scoprire come reagiscono i personaggi alle difficoltà che si trovano di fronte. Abbiamo ancora bisogno del Viaggio dell’Eroe, di scoprire in che modo egli supererà di volta in volta le prove del cammino, e come risolverà i suoi problemi. Se da bambini studiavamo attentamente i nostri genitori per imparare il modello di risposta appropriato in qualsiasi situazione, da adulti la nostra mente continua ad ammassare quanti più dettagli possibile, a fine di esercitare il maggior controllo possibile sugli ostacoli futuri.

Identificandoci con il padre californiano che suona per il figlio morente, ci confrontiamo con noi stessi. “Cosa sta provando quell’uomo? E io, cosa farei in un simile frangente? Sarei in grado di superare il terrore in questo modo? È una strategia che potrebbe funzionare, nel mio caso?”
L’elemento di costruzione della nostra auto-immagine in rete, la nostra online persona, arriva soltanto in un secondo momento, a video finito. È importante allora dimostrare a tutti i contatti e ai follower che noi siamo umani e simpatetici, che ci commuoviamo, e a questa seconda fase sono ascrivibili tutte le esternazioni di dolore, le lacrime vere o finte, la partecipazione. Questo è un nuovo paradigma, un lutto moderno, che costa poco tempo e poche risorse ma che forse funziona meglio di quanto pensiamo (si veda appunto il successo della raccolta fondi di Chris Picco). Ma questa condivisione del lutto è possibile soltanto grazie alla curiosità iniziale che ci ha fatto cliccare quel video.

E che differenza c’è con chi si addentra ancora più a fondo nel dark side of the web, nell’offerta sterminata di immagini di morte, confrontandosi con video estremi e sanguinosi?
Lo stimolo fondamentale implicato nella visione di un filmato di un uomo che viene, diciamo, mangiato da un coccodrillo, è probabilmente identico. Ad un livello basilare, stiamo sempre cercando di acquisire dati utili per rispondere al meglio all’imprevisto, e la curiosità è la nostra arma di difesa e di adattamento ad un futuro incerto; futuro in cui quasi certamente non dovremo mai lottare contro un alligatore, ma avremo comunque il compito di affrontare sofferenza, morte e tutto ciò che meno ci aspettiamo.
I filmati più scioccanti talvolta ci tentano anche con la promessa di mostrarci ciò che è di norma precluso o censurato: come reagisce un corpo umano ad una caduta dal decimo piano? Guardando il video, è come se cadessimo anche noi per procura; così come, per procura, ma a un livello più accettabile, possiamo assistere alla reazione tragica di un individuo che vede morire suo figlio, e identificarci con lui.

Un sollevatore sta alzando un manubrio con i pesi. Di colpo il suo ginocchio cede e si spezza. Gridiamo anche noi, saltiamo sulla sedia, avvertiamo una fitta allo stomaco. Distogliamo lo sguardo, poi guardiamo di nuovo, nella nostra mente ripercorriamo l’orribile scena ed ogni volta è come se provassimo almeno un po’ del dolore dell’atleta (un celebre studio neurologico sull’empatia ha dimostrato che in parte è proprio così). Questo non è masochismo, o bisogno di procurarsi uno stato di malessere: l’anticipazione del dolore è uno dei nostri modi di prepararci al suo arrivo, e guardare un video è in fondo una soluzione innocua ed economica.

A nostro parere, la curiosità di chi si ritrova a guardare l’immagine di morte o di sofferenza non andrebbe stigmatizzata come “malata”, ma come un impulso perfettamente naturale. Senza contare che è proprio questa curiosità a motivare l’offerta sempre più abbondante di tali immagini, ed è anche ciò che permette a chi sta soffrendo di mettere in scena la sua condizione.

La vera novità di questi tempi sta proprio nello sdoganamento della morte come rappresentazione pubblica, nella collettivizzazione dell’esperienza del lutto e della sofferenza, sotto il segno del confronto, della condivisione e del cosiddetto spirito social. Essa si farà sempre più presente su piattaforme quali Facebook e Twitter: già oggi molti malati decidono di postare dispacci in tempo reale sul decorso della loro terapia o di quella dei propri cari, aprendo di fatto una finestra su una parte di mondo da molto tempo occultata.

There’ll be the breaking of the ancient Western Code / Your private life will suddenly explode (“L’antico codice occidentale si spezzerà / e la tua vita privata di colpo dovrà esplodere”), preconizzava Leonard Cohen in The Future. I suoi toni erano pessimisti, per non dire apocalittici, da buon esponente del Novecento. Sembrerebbe che questa volontaria rinuncia (parziale, s’intende) alla sfera privata, si stia rivelando un efficace espediente per reagire all’assenza di codici di elaborazione del lutto. Di morte e malattia si parla sempre più frequentemente, e per ora sembra che i benefici di questo dialogo superino gli eventuali stress emotivi che una tale pervasività può comportare (si veda questo articolo).

La sensazione, seppur vaga e incerta, che ha dato vita a queste righe, è che una transizione stia avvenendo, sotto i nostri occhi, anche se ancora troppo nebulosa per essere delineata con chiarezza, e non scevra da tutti gli eccessi che ogni crisi o superamento porta con sé. Che queste nuove strategie, in parte inconsapevoli, si rivelino adeguate per convivere con il nostro ultimo destino, o che finiscano per assumere altre, diverse forme, resta da vedere. Qualcosa, però, sta cambiando.

La sfida della cannella

Sappiamo tutti come la rete favorisca talvolta il propagarsi virale di mode, tendenze e dei cosiddetti memi; se la maggior parte dei memi è innocuo e umoristico, alcuni di questi comportamenti possono essere piuttosto pericolosi, e la famigerata cinnamon challenge (sfida della cannella) ne è un buon esempio.

Diffusasi di recente, la sfida consiste in questo: si riempie un cucchiaio da tavola di cannella in polvere, e si cerca di inghiottirla. Ovviamente il tutto mentre un amico filma l’impresa, immortalandola per il popolo di YouTube. Cosa c’è di tanto pericoloso, direte? In fondo la cannella non è tossica.

La polvere di cannella non è altro che corteccia finemente macinata. Questa mistura è composta in prevalenza di cellulosa idrorepellente, e anche i restanti composti organici non sono particolarmente idrosolubili. L’aldeide cinnamica, ad esempio, che è la sostanza che dà alla cannella il gusto e il profumo, si scioglie nell’alcol ma molto poco in acqua. Un esperimento che può chiarire quanto poco la cannella ami l’acqua è contenuto in questo video:

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Questo significa, in poche parole, che una grossa quantità di polvere di cannella non può proprio essere deglutita. La saliva, che serve da lubrificante, non può scioglierla, e la polvere si attacca a tutte le pareti della bocca, del palato, della lingua… fino in gola, se cercate di inghiottirla. A questo punto, se provate a respirare, la finissima polvere verrà aspirata nei polmoni. E qui sta la parte davvero pericolosa; non solo un possibile soffocamento, cioè, ma anche il serio rischio di polmonite.

Eccovi una selezione delle centinaia di video che si possono trovare su YouTube:

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Fra tutte le varie “bravate” che si sono diffuse fra i ragazzi negli ultimi anni attraverso internet, la sfida della cannella è forse una delle più sciocche: primo, perché è truccata, e non può essere vinta; in secondo luogo, i danni provocati all’apparato respiratorio possono risultare permanenti. E se un amico si diverte tanto a vedervi soffocare, come accade nel video seguente, forse è ora di imparare a scegliere meglio le proprie compagnie.

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Arte pericolosa

La performance art, nata all’inizio degli anni ’70 e viva e vegeta ancora oggi, è una delle più recenti espressioni artistiche, pur ispirandosi anche a forme classiche di spettacolo. Nonostante si sia naturalmente inflazionata con il passare dei decenni, a volte è ancora capace di stupire e porre quesiti interessanti attraverso la ricerca di un rapporto più profondo fra l’artista e il suo pubblico. Se infatti l’artista classico aveva una relazione superficiale con chi ammirava le sue opere in una galleria, basare il proprio lavoro su una performance significa inserirla in un adesso e ora che implica l’apporto diretto degli spettatori all’opera stessa. Così l’obiettivo di questo tipo di arte non è più la creazione del “bello” che possa durare nel tempo, quanto piuttosto organizzare un happening che tocchi radicalmente coloro che vi assistono, portandoli dentro al gioco creativo e talvolta facendo del pubblico il vero protagonista.

Dagli anni ’70 ad oggi il valore shock di alcune di queste provocazioni ha perso molti punti. Le performance sono divenute sempre più cruente per riflettere sui limiti del corpo, generando però un’assuefazione generale che è una vera e propria sconfitta per quegli artisti che vorrebbero suscitare emozioni forti. Ancora oggi ci si può imbattere però in qualche idea davvero coinvolgente ed intrigante. Fanno infatti eccezione alcuni progetti che pongono davvero gli spettatori al centro dell’attenzione, permettendo loro di operare scelte anche estreme.

È il 1974 quando Marina Abramović, la “nonna” della performance art, mette in scena il suo “spettacolo” più celebre, intitolato Rhythm 0. L’artista è completamente passiva, e se ne sta in piedi ferma e immobile. 72 oggetti sono posti su un tavolo, un cartello rende noto al pubblico che quegli oggetti possono essere usati su di lei in qualsiasi modo venga scelto dagli spettatori. Alcuni di questi oggetti possono provocare piacere, ma altri sono pensati per infliggere dolore. Fruste, forbici, coltelli e una pistola con un singolo proiettile. Quello che Marina vuole testare è il rapporto fra l’artista e il pubblico: consegnandosi inerme, sta rischiando addirittura la sua vita. Starà agli spettatori decidere quale uso fare degli oggetti posti sul tavolo.

All’inizio, tutti i visitatori sono piuttosto cauti e inibiti. Man mano che passa il tempo, però, una certa aggressività comincia a farsi palpabile. C’è chi taglia i suoi vestiti con le forbici, denudandola. Qualcun altro le infila le spine di una rosa sul petto. Addirittura uno spettatore le punta la pistola carica alla testa, fino a quando un altro non gliela toglie di mano. “Ciò che ho imparato è che se lasci la decisione al pubblico, puoi finire uccisa… mi sentii davvero violentata… dopo esattamente 6 ore, come avevo progettato, mi “rianimai” e cominciai a camminare verso il pubblico. Tutti scapparono, per evitare un vero confronto”.

1999. Elena Kovylina sta in piedi su uno sgabello, con un cappio attorno al collo. Indossa un cartello in cui è disegnato un piede che calcia lo sgabello. Per due ore rimarrà così, e starà al pubblico decidere se assestare una pedata allo sgabello, e vederla morire impiccata, oppure se lasciarla vivere. Sareste forse pronti a scommettere che nessuno avrà il coraggio di provare a calciare lo sgabello. Sbagliato. Un uomo si avvicina, e toglie l’appoggio da sotto i piedi di Elena. Fortunatamente, la corda si rompe e l’artista sopravvive.

L’artista iracheno Wafaa Bilal, colpito profondamente dalle sempre più pressanti dichiarazioni di odio xenofobo verso la sua cultura, definita “terrorista” e “animalesca”, decide nel 2005 di sfruttare internet per un progetto d’arte che riceve ampia risonanza. Per un mese Wafaa vive in una stanzetta simile a quella di una prigione, collegato al mondo esterno unicamente tramite il suo sito. Una pistola da paintball è collegata con il sito, e chiunque accedendovi può direzionare l’arma e sparare dei pallini di inchiostro verso l’artista. Un mese sotto il continuo fuoco di qualsiasi internauta annoiato. Il titolo del progetto è “Spara a un iracheno”, e vuole misurare l’odio razziale su una base spettacolare. Le discussioni in chat che l’artista conduce aiutano il pubblico a chiarire motivazioni e moventi delle più recenti “sparatorie”, con il risultato che molti utenti dichiarano che quel progetto ha “cambiato loro la vita”, oltre a fruttare numerosi premi all’artista mediorientale.

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Eccoci arrivati ai giorni nostri. L’artista russo Oleg Mavromatti è già assurto agli onori della cronaca per un film indipendente in cui si fa crocifiggere realmente. La crocifissione non è una prerogativa esclusiva di Gesù Cristo, rifletteva l’artista, e infatti sul suo corpo, durante il supplizio, era scritto a chiare lettere “Io non sono il vostro Dio”. Ma non è bastato e, condannato sulla base di una legge russa che tutela la religione dalle offese alla cristianità, Oleg ha dovuto autoesiliarsi in Bulgaria.

Ha iniziato da poco un nuovo progetto intitolato Ally/Foe (Alleato/Nemico): il suo corpo, attaccato a cavi elettrici, è sottoposto a scariche sempre maggiori, come su una vera e propria sedia elettrica da esecuzione. Unica variabile: saranno gli utenti che, tramite internet, decideranno con diverse votazioni quante e quali scosse dovrà subire. Quello che l’artista vuole veicolare è una domanda: quando la gente ha la piena libertà di azione, come la utilizza? Se aveste l’opportunità di decidere della vita di un’altra persona, come sfruttereste questo potere?

Oleg è sicuro che questo tipo di libertà verrà utilizzata dagli internauti per farlo sopravvivere – ma è pronto a subire seri danni o addirittura a morire se il suo sacrificio dovesse dimostrare una verità sociologica tristemente diversa.

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