Link, curiosità & meraviglie assortite – 1

Quasi tutti i post che pubblico su queste pagine sono il risultato di diversi giorni di studio specifico, recupero di materiali, visite alla Biblioteca Nazionale, ecc. Accade spesso che le ricerche ininterrotte mi conducano però ad imbattermi in piccole meraviglie che forse non meritano un vero e proprio approfondimento, ma che mi dispiace perdere lungo la strada.

Ho deciso quindi di riservarmi saltuariamente la possibilità di un mini-post come questo, in cui segnalarvi il meglio delle notizie bizzarre scoperte negli ultimi tempi, suggeritemi dai lettori, menzionate su Twitter (dove sono più attivo che su altri social) oppure ripescate dal mio archivio.

L’idea — lo confesso candidamente visto che siamo tra amici — mi torna anche utile perché questo è un periodo di grande fermento per Bizzarro Bazar.
Oltre al lavoro sulle bozze del nuovo libro della Collana BB, intorno al quale non posso ancora fare anticipazioni, mi sto dedicando a un progetto impegnativo ma entusiasmante, una sorta di incursione di Bizzarro Bazar nel mondo reale…  con tutta probabilità sarò in grado di darvi notizie più precise già il mese prossimo.

Quindi, bando alle ciance, ecco un po’ di materiale interessante. (Purtroppo la quasi totalità di questi link sono in lingua inglese. Così va il mondo).

  • Le peripezie della testa di Haydn: pagina Wiki, e articolo di Life Magazine del 1954 con foto della cerimonia di sepoltura del cranio. La vicenda ricorda quella del teschio di Cartesio, di cui ho parlato qui. (Grazie, Daniele!)
  • Per chi se lo fosse perso, ecco il mio articolo per Illustrati sulla pornodiva Bridget Powers, affetta da nanismo.
  • Continuando l’esplorazione dei fallimenti umani, ecco un curioso filmato d’epoca di un veicolo anfibio e volante, che avrebbe dovuto conquistare terra, acqua e aria. Spoiler: non andò molto distante.

  • Mode più recenti: infilarsi nella carcassa di una balena in decomposizione per curare i reumatismi. Ne parla in un ironico video Caitlin Doughty (che avevo intervistato qui).

  • Scoperta quella che potrebbe essere la prima autopsia mai filmata con una cinepresa (attenzione, immagini forti). L’amica anatomopatologa mi scrive: “Il filmino è una vera chicca, bellissimo, notevole la maestria con cui il patologo, il famoso dottor Erdheim, disseziona: fa tutto con il coltello compresa la disarticolazione del piastrone sternale (molto elegante! Io invece uso una specie di trinciapolli); fa una bella eviscerazione en bloc almeno degli organi toracici (non si vede l’addome) dalla lingua al diaframma, che è la tecnica migliore per mantenere i rapporti tra i visceri e… si schizza pochissimo! Ha anche il tavolo messo all’altezza giusta: non so perchè invece nelle nostre sale settorie si ostinano a mettere dei tavoli molto alti, per cui devi usare la pedana, con il rischio di cadere giù se ti sposti all’indietro. Interessante poi tutto il fervore di attività alle spalle e di fianco al patologo, evidentemente lavoravano contemporaneamente su più tavoli. Penso che il patologo mettesse le mani “in pasta” solo per ragioni didattiche, altrimenti c’erano i periti settori o gli studenti che gli preparavano i corpi.
    Certo che vederlo andare praticamente con il naso dentro la testa del cadavere, senza nessun “DPI” (Dispositivo di protezione individuale, n.d.r.), fa abbastanza effetto…

  • Un lungo, approfondito e stimolante articolo sulla crionica; se pensate che sia solo una follia da ricchi che non accettano la morte, potreste ricredervi. La questione è molto più intrigante.
  • Per finire, ecco un’intervista che mi ha fatto The Thinker’s Garden, meraviglioso sito che si occupa degli aspetti arcani e sublimi di arte, storia e letteratura.

La mia intervista per Demoncleanerzine

Demoncleanerzine è una webzine che si occupa di musica, cinema, teatro e fornisce recensioni, approfondimenti sulle novità culturali del panorama italiano e non solo.

I redattori mi hanno rivolto qualche domanda, e oggi è online il risultato dell’intervista. Eccone un estratto:

Il suo blog parla al lettore, in maniera intelligente e non comune, di antropologia, tanatologia, anatomia, cinema, storia del circo e di molto altro. Da cosa nasce la passione per questi argomenti?

Sono tutti argomenti che hanno a che fare con la meraviglia, che non deve essere per forza e comunque quella di stampo ottimista e luminoso. Quando Aristotele parlava della meraviglia come “spunto per filosofare”, cioè le assegnava il ruolo di scintilla originaria per qualsiasi indagine conoscitiva, utilizzava il termine thauma, che ha in sé i connotati del terrore, del dubbio. Il meraviglioso è ciò che toglie il terreno sotto i piedi, fa tremare le fondamenta delle nostre più intime convinzioni, produce una spaccatura nella nostra visione delle cose. Per questo la mia visione della meraviglia non può prescindere da tutto ciò che ci spaventa, dalle nostre stesse paure. In questo senso, l’antropologia è una scienza che ci insegna proprio quello che non vorremmo mai sentire, cioè che tutto ciò che crediamo è relativo. La tanatologia ci mette di fronte alla ferita ultima ed eterna, quella dell’impermanenza. L’anatomia è anch’essa tabù, perché l’interno del nostro corpo, che abbiamo deciso di ignorare, ci scandalizza. Il cinema, la pittura, il circo (con le sue mostruosità e le sue iperboli), la letteratura, sono tutte discipline artistiche che, se sincere, ci spingono a confrontarci con i nostri demoni. E, ultimo ma non meno importante dettaglio, indagare simili campi significa far emergere delle storie fantastiche e incredibili, capaci di sfidare la logica comune. Che poi sono le storie che più amo raccontare.

Potete leggere l’intervista integrale sul sito di Demoncleanerzine.

Caitlin Doughty e la Buona Morte

Non dovremmo temere le autopsie.
Non mi riferisco a questo termine in senso medico-legale (anche se consiglio a tutti di assistere a una vera autopsia), quanto piuttosto al suo significato etimologico: l’atto di “vedere con i propri occhi” è il fondamento di ogni conoscenza, e il primo passo per sconfiggere la paura. Fissando ciò che ci spaventa, studiandolo, addomesticandolo si può scoprire talvolta che il nostro timore era infondato fin dall’inizio.
Per questo motivo ho spesso, in queste pagine, affrontato direttamente la morte, con tutte le sue complesse sfaccettature culturali; perché l’atto autoptico è sempre fecondo e necessario, soprattutto quando parliamo del più grande “rimosso collettivo” della nostra società.

Portando avanti queste stesse rilessioni, c’è chi oltreoceano ha dato vita a un vero e proprio movimento attivista per sollecitare un più sano confronto con la morte: Caitlin Doughty.

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Caitlin, classe 1984, ha deciso di intraprendere la carriera di operatore funebre proprio per sconfiggere le proprie paure sulla morte; anche quando era alle prime armi, recuperando le salme nelle abitazioni con un furgone, preparandole e affrontando le peculiari fatiche del forno crematorio, questa ragazza tutt’altro che timida aveva un progetto in mente – cambiare il settore funerario americano dall’interno. La fobia moderna per la morte, di cui Caitlin ha avuto esperienza diretta, ha infatti raggiunto livelli paradossali, rendendo il processo di elaborazione del lutto un’impresa quasi impossibile. L’ansia irrazionale riguardo al cadavere ha fatto sì che i professionisti di fatto rimuovano totalmente la presenza “scandalosa” della salma dall’ambito familiare, privando i parenti del tempo necessario a comprendere la propria perdita. Fino ai casi estremi delle cremazioni ordinate online, in cui un genitore può spedire il corpo del figlio morto e ricevere l’urna a casa qualche giorno dopo: nessun rituale, nessun contatto, nessuna ultima immagine, nessun ricordo di questo fondamentale momento di passaggio. Come si può venire a patti con un lutto, se si evita perfino di guardarlo?

Da queste premesse nasce dunque il suo progetto, per certi versi “sovversivo”: riportare la morte nelle case, dare la possibilità alle famiglie di riappropriarsi delle spoglie dei loro cari, e trasformare le pompe funebri in un servizio che non si sostituisca ai parenti nelle varie fasi di preparazione della salma, ma li assista in maniera non invasiva. Passare del tempo a contatto con un cadavere non pone in pratica alcun problema igienico, e anzi può aiutare a processare concretamente la perdita. Poter svolgere rituali privati, poter lavare, vestire il corpo, parlarci un’ultima volta, e infine avere maggiori opzioni riguardo al destino delle spoglie: questo approccio più sereno è possibile soltanto se si incomincia a parlare apertamente di morte.

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Caitlin ha quindi deciso di agire su più fronti.
Da una parte, ha fondato The Order of the Good Death, un’associazione di professionisti funebri, artisti, scrittori e accademici riuniti dalla voglia di cambiare l’atteggiamento occidentale nei confronti della morte, dei funerali, del lutto.
L’Ordine della Buona Morte promuove seminari, workshop, conferenze e organizza ogni anno il Death Salon, giornate di incontro e di discussione in cui storici, intellettuali, artisti, musicisti e ricercatori approfondiscono i più disparati aspetti culturali legati alla morte.
Dall’altra, Caitlin ha aperto un fortunato canale YouTube in cui risponde alle domande degli utenti sui retroscena del settore funebre. La sua webserie Ask a Mortician non arretra di fronte ad alcun dettaglio raccapricciante (si parla dell’annosa questione delle feci post-mortem, dell’esistenza o meno di necrofili nel settore funebre, ecc.), ma il taglio ironico e dissacrante riesce a stemperare i toni e a far passare il messaggio sotterraneo: non bisogna aver paura di parlare della morte.

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Infine, per raggiungere un numero ancora più vasto ed eterogeneo di persone, Caitlin ha pubblicato il brillante Smoke Gets In Your Eyes, un resoconto autobiografico del suo periodo da apprendista in una ditta di pompe funebri: con il consueto humor che la contraddistingue, Caitlin dissemina le pagine di numerosi aneddoti macabri e dettagliate disavventure per deliziare la segreta curiosità del lettore (sì, alcuni capitoli andrebbero letti a stomaco vuoto), non esitando però a raccontare anche i momenti più tragici e umanamente emozionanti vissuti grazie al suo lavoro. Ma il vero interesse del libro sta soprattutto nell’evolversi del suo pensiero riguardo alla morte, fino alla decisione di scendere in campo attivamente per cambiare le cose. Smoke Gets In Your Eyes è diventato immediatamente un bestseller, a riprova della voglia di conoscere ciò che è socialmente mantenuto fuori scena.

Per introdurre anche al pubblico italiano il suo lavoro, e l’importante dibattito che solleva, ho rivolto qualche domanda in esclusiva a Caitlin.

Il tuo lavoro nel settore funebre ha cambiato il modo in cui guardi alla morte?

Mi ha consentito di essere più a mio agio con i morti. Ma, ancor di più, mi ha fatto apprezzare il cadavere e realizzare quanto sia strano che facciamo di tutto, come “industria funebre”, per nasconderlo. Saremmo una cultura più felice e più sana, in Occidente, se non cercassimo di mascherare la mortalità.

Hai dovuto mettere in atto qualche tipo di meccanismo psicologico di difesa per rapportarti ogni giorno con i cadaveri?

No, non credo. Non sono i morti il vero problema psicologico. È molto più difficile gestire le emozioni quando si lavora con i vivi, farsi carico del loro lutto, delle loro storie, del loro dolore. Devi trovare un equilibrio fra l’apertura verso le famiglie, e la necessità di non portarti a casa tutto questo.

“Sembra che stia dormendo” dev’essere il miglior complimento per un necroforo. Essenzialmente si sostituisce il cadavere con un simbolo, un simulacro. La nostra cultura ha deciso molto tempo fa che la morte debba essere un Grande Sonno: nella Grecia antica, Tanathos (la morte) e Hypnos (il sonno) erano fratelli, e con l’avvento del Cristianesimo questa analogia si è definitivamente solidificata – basti vedere ad esempio la parola “cimitero”, che letteralmente significa “dormitorio”. Quest’idea della morte come simile al sonno è chiaramente di conforto, ma è soltanto una storia che continuiamo a raccontare a noi stessi. Senti il bisogno di nuove narrative sulla morte?

“Sembra che stia dormendo” non è per forza il complimento che vorrei sentirmi dire. Mi piacerebbe davvero se qualcuno mi confidasse: “si vede che è morto, ma è così bello. Sento che vederlo così mi sta aiutando ad accettare il fatto che se ne sia andato”. Accettare la perdita diventa più difficile se insistiamo a pensare che i nostri cari stiano dormendo all’infinito. Non stanno dormendo. Sono morti. Può essere devastante pensarlo, ma è parte del processo di accettazione.

Nel tuo libro, parli estesamente della medicalizzazione e rimozione della morte dalle nostre società, un argomento che è stato molto discusso in passato. Tu però hai fatto un passo ulteriore, diventando un’attivista a favore di un nuovo, più sano modo di relazionarsi con la morte e il morire – cercando di sollevare il tabù che riguarda questi temi. Ma, all’interno di qualsiasi cultura, i tabù giocano un ruolo importante: pensi che un rapporto più rilassato con la morte potrebbe rovinare l’esperienza del sacro, e svuotarla del suo mistero?

La morte sarà sempre misteriosa e sacra. Ma l’effettivo processo del morire e il cadavere, se li rendiamo misteriosi e li releghiamo al “dietro le quinte”, diventano spaventosi. Mi è capitato talvolta che qualcuno mi venisse a dire: “Ho sempre pensato che mio padre sarebbe stato cremato assieme ad altre persone, in una grande montagna di corpi. Grazie per avermi descritto nel dettaglio come funzionano le cose”. Le persone sono talmente terrificate da ciò che non conoscono. Io non posso aiutare la gente riguardo agli aspetti spirituali della vita dopo la morte, posso solo dare il mio contributo sulle realtà terrene della salma. E so che l’educazione rende le persone meno spaventate. La morte in diverse culture non è affatto un tabù, e molti studiosi ritengono che non sia nemmeno un tabù “naturale” o radicato – siamo noi a farlo divenire tale.

Internet ha cambiato il modo in cui esperiamo la morte? Siamo davvero prossimi a una rivoluzione?

Internet ha cambiato la morte, ma è qualcosa che non possiamo davvero giudicare appieno. Tutti si scandalizzano riguardo ai teenager che si scattano i selfie ai funerali, ma è soltanto un’altra espressione del nuovo panorama digitale. In America negli anni ’60 si pensava che la cremazione fosse una pratica pagana, demoniaca, peccaminosa, e adesso quasi il 50% degli americani la sceglie. Ogni generazione porta le cose avanti di un passo in una nuova direzione, anche la morte evolve.

Promuovendo la morte in casa, e l’idea che le famiglie possano prendersi cura dei propri morti, stai in un certo senso ribellandoti contro un business funerario multimilionario. Hai ricevuto feedback negativi o reazioni astiose?

Ci sono impresari funebri di tutti i tipi che di certo non mi amano, né gli piace ciò che dico. Ne comprendo il motivo, sto mettendo in discussione la loro importanza e sottolineando la loro incapacità ad adattarsi. Anch’io mi odierei. Eppure fanno molta fatica a confrontarsi direttamente con me. Fanno anche fatica ad avere un dialogo aperto e rispettoso. Immagino sia una questione che a loro sta troppo a cuore.

Diverse pagine nel tuo libro sono dedicate a sfatare un mito molto recente, eppure già estremamente radicato, riguardo alla morte: l’idea della necessità assoluta dell’imbalsamazione. L’imbalsamazione moderna, una pratica essenzialmente americana, si è diffusa durante la Guerra Civile per preservare i corpi dei soldati morti al fronte, fino al loro rientro a casa. Poiché questa procedura non ha mai preso piede in Italia, è difficile per noi comprenderne le implicazioni: perché questo problema ti sembra così importante?

Per prima cosa, l’imbalsamazione non è una tradizione americana dalla grandiosa importanza storica. Ha soltanto poco più di un secolo, quindi è sciocco pensare che sia la struttura portante della nostra cultura della morte. L’imbalsamazione è un processo altamente invasivo che finisce per riempire i corpi di pericolose sostanze chimiche. Non sono contro la scelta di eseguirla, ma alla maggior parte delle famiglie viene raccontato che è necessaria per legge, o che serve a rendere il corpo igienicamente sicuro, ed entrambe le cose sono completamente false.

Il tuo Order of the Good Death sta crescendo rapidamente in popolarità, e conta un nutrito calendario di eventi “death-positive”, conferenze, workshop e ovviamente il Death Salon. La maggior parte degli organizzatori e dei membri nell’Ordine sono femmine: perché secondo te le donne si ritrovano in prima linea, in questo movimento di presa di coscienza riguardo alla morte?

Questo è un grande mistero. Forse ha a che vedere con il legame storico fra le donne e la gestione della morte, e il desiderio di rivendicarlo. Magari è un atto di femminismo, una sorta di rifiuto a lasciare che i maschi controllino i nostri corpi – nella riproduzione, nell’assistenza sanitaria, nella morte. Non ci sono risposte precise, ma sarebbe bello se qualcuno ci scrivesse una tesi!

Death becomes her … mortician and activist Caitlin Doughty

Siti di riferimento:
The Order of the Good Death
Death Salon
Il canale Youtube di Caitlin Doughty e il suo libro: Smoke Gets in Your Eyes: And Other Lessons from the Crematorium.

La meraviglia nera – un’intervista

Ormai conoscete la mia ammirazione per Mariano Tomatis, storico e teorico dell’illusionismo che con i suoi libri e il suo Blog of Wonders si dedica da sempre al reality hacking: gli esperimenti, le suggestioni e le illuminazioni che propone mettono in discussione la realtà come la conosciamo, spingendoci ad addentrarci in una dimensione magica e sconosciuta.

Recentemente ho avuto occasione di parlare con Mariano sui temi della meraviglia nera e del suo potere sovversivo. È online l’audio della nostra chiacchierata, che tocca temi quali la figura del trickster nelle cosmogonie dei Nativi Americani, lo “scandalo” del Qoelet, la crudeltà e l’osceno, i Cafés maudits, i freakshow, David Lynch e Werner Herzog, la collana Bizzarro Bazar, le wunderkammer e la bellezza della morte.

Potete ascoltare l’audiointervista qui.

Un’intervista a Bizzarro Bazar

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Se c’è qualcosa di folle, assurdo o malato noi ne parliamo o ne abbiamo già parlato o di sicuro ne parleremo.

Così si presenta il sito Sdangher (pron.: Sdengher), fanzine online senza peli sulla lingua, dedicata alla weird music e all’heavy metal, con frequenti digressioni nei territori della cronaca nera, dei film porno, dei clisteri (!), dei b-movies e in generale da ogni tipo di notizia bizzarra dal mondo. Il tutto con tono scanzonato, divertito e divertente, che nasconde però una seria preparazione culturale.

Francesco Ceccamea, uno dei curatori di Sdangher, mi ha rivolto una lunga serie di domande particolarmente gustose, e l’intervista è stata pubblicata oggi. Abbiamo chiacchierato soprattutto di cosa significhi gestire un blog, ma anche di libri, arte, cinema, musica… e ovviamente del gusto del macabro e del meraviglioso. Ecco un estratto:

La tua passione per il bizzarro ti ha condotto materialmente in posti insoliti, quali ti hanno lasciato un’impressione maggiore?

L’Italia, quanto a luoghi insoliti, non si batte. La nostra penisola è una vera e propria wunderkammer traboccante di meraviglie poco conosciute. È ciò che mi propongo di documentare con la collana di libri. Prendi ad esempio Roma: ad ogni angolo c’è una chiesa, e basta infilarsi in una a caso per scoprire capolavori spesso macabri. Scene di martirio, reliquie, cadaveri di santi esposti nelle teche, cripte decorate con autentici teschi… questi tesori nascosti mi danno un senso di continuità […].

Più che i posti in sé, però, sono le esperienze che contano, e la mia passione mi ha portato a viverne di indimenticabili. Ho passato giorni e notti fra centinaia di mummie a Palermo. In un Museo di Anatomia Patologica, ho tenuto in mano la testa disseccata di un bambino, e imparato come far cambiare posizione a un feto deforme dentro un barattolo di formalina senza aprirlo. Sono salito in treno con una placenta nella borsa termica, dono di una cara amica che aveva appena partorito… Anche se forse l’esperienza più vera, essenziale e a suo modo sacra è stata assistere a un’autopsia.

Qui trovate l’intervista integrale.

Intervista sul sesso estremo

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Come sapete, da settembre dello scorso anno Bizzarro Bazar ha l’onore di compilare ogni mese una rubrica fissa sulla splendida rivista Illustrati di Logos Edizioni.

Confessiamo che il tema del numero di febbraio, “l’arte della gioia e l’amore”, ci aveva posto qualche problema, visto che questo è un blog che si occupa principalmente del macabro e del meraviglioso. Alcune strane storie d’amore le abbiamo già affrontate (ad esempio qui), e non era il caso di ripetersi.

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Dunque, per celebrare San Valentino con il giusto gusto per il bizzarro, abbiamo pensato di intervistare Ayzad, una delle massime autorità italiane in campo di sesso estremo, BDSM e sessualità alternative, autore di BDSM – Guida per esploratori dell’erotismo estremo (2004-2009, Castelvecchi) e di XXX – Il dizionario del sesso insolito (2009 – Castelvecchi), entrambi testi consigliati dall’Associazione Italiana di Sessuologia e Psicologia Applicata e dall’Istituto di Evoluzione Sessuale.

L’intervista esclusiva affronta temi succulenti come la dipendenza da sesso, i rapporti di dominazione/sottomissione, passando per l’orgasmo dei ravanelli, i matrimoni gay e i danni provocati da Cinquanta sfumature di grigio. Il tutto condito con l’ironia e l’arguzia a cui Ayzad ha abituato i suoi lettori.

Illustrati è scaricabile in PDF e consultabile online sul sito ufficiale, e sarà disponibile gratuitamente nelle librerie dai primi di febbraio. Il sito ufficiale di Ayzad è invece un must per approfondire alcuni degli argomenti di cui abbiamo chiacchierato assieme.

Speciale: Fotografare la morte – III

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Joel-Peter Witkin è ritenuto uno dei maggiori e più originali fotografi viventi, assurto negli anni a vera e propria leggenda della fotografia moderna. È nato a Brooklyn nel 1939, da padre ebreo e madre cattolica, che si separarono a causa dell’inconciliabilità delle loro posizioni religiose. Fin da giovane, quindi, Witkin conobbe la profonda influenza dei dilemmi della fede. Come ha più volte raccontato, un altro episodio fondamentale fu assistere ad un incidente stradale, mentre un giorno, da bambino, andava a messa con sua madre e suo fratello; nella confusione di lamiere e di grida, il piccolo Joel si trovò improvvisamente da solo e vide qualcosa rotolare verso di lui. Era la testa di una giovane ragazzina. Joel si chinò per carezzarle il volto, parlarle e rasserenarla, ma prima che potesse allungare una mano qualcuno lo portò via.
In questo aneddoto seminale sono già contenute alcune di quelle che diverranno vere e proprie ossessioni tematiche per Witkin: lo spirito, la compassione per la sofferenza e la ricerca della purezza attraverso il superamento di ciò che ci spaventa.

Dopo essersi laureato in discipline artistiche, ed aver iniziato la sua carriera come fotografo di guerra in Vietnam, nel 1982 Witkin ottiene il permesso di scattare alcune fotografie a dei preparati anatomici, e riceve in prestito per 24 ore una testa umana sezionata longitudinalmente. Witkin decide di posizionare le due metà gemelle nell’atto di baciarsi: l’effetto è destabilizzante e commovente, come se il momento della morte fosse un’estrema conciliazione con il sé, un riconoscere la propria parte divina e finalmente amarla senza riserve.

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The Kiss è lo scatto che rende il fotografo di colpo celebre, nel bene e nel male: se da una parte alcuni critici comprendono subito la potente carica emotiva della fotografia, dall’altra molti gridano allo scandalo e la stessa Università, appena scopre l’uso che ha fatto del preparato, decide che Witkin è persona non grata.
Egli si trasferisce quindi nel Nuovo Messico, dove può in ogni momento attraversare il confine ed aggirare così le stringenti leggi americane sull’utilizzo di cadaveri. Da quel momento il lavoro di Witkin si focalizza proprio sulla morte, e sui “diversi”.

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Lavorando con cadaveri o pezzi di corpi, con modelli transessuali, mutilati, nani o affetti da diverse deformità, Witkin crea delle barocche composizioni di chiara matrice pittorica (preparate con maniacale precisione a partire da schizzi e bozzetti), spesso reinterpretando grandi opere di maestri rinascimentali o importanti episodi religiosi.

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Scattate rigorosamene in studio, dove ogni minimo dettaglio può essere controllato a piacimento dall’artista, le fotografie vengono poi ulteriormente lavorate in fase di sviluppo, nella quale Witkin interviene graffiando la superficie delle foto, disegnandoci sopra, rovinandole con acidi, tagliando e rimaneggiando secondo una varietà di tecniche per ottenere il suo inconfondibile bianco e nero “anticato” alla maniera di un vecchio dagherrotipo.

Nonostante i soggetti scabrosi ed estremi, lo sguardo di Witkin è sempre compassionevole e “innamorato” della sacralità della vita. Anche la fiducia che i suoi soggetti gli accordano, nel venire fotografati, è proprio da imputarsi alla sincerità con cui egli ricerca i segni del divino anche nei fisici sfortunati o differenti: Witkin ha il raro dono di far emergere una sensualità e una purezza quasi sovrannaturale dai corpi più strani e contorti, catturando la luce che pare emanare proprio dalle sofferenze vissute. Cosa ancora più straordinaria, egli non ha bisogno che il corpo sia vivo per vederne, e fotografarne, l’accecante bellezza.

Ecco le nostre cinque domande a Joel-Peter Witkin.

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1. Perché hai deciso che era importante raffigurare la morte nei tuoi lavori fotografici?

La morte è parte della vita di ognuno di noi. La morte è anche il grande discrimine fra la fede umana e gli aspetti terreni, temporali – è il sonno senza tempo, per chi è religioso, è la vita eterna assieme a Dio.

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2. Quale credi che sia lo scopo, se ce n’è uno, delle tue fotografie post-mortem? Stai soltanto fotografando i corpi, o sei alla ricerca di qualcos’altro?

Fotografare la morte e i resti umani è sempre un “lavoro sacro”. Quello che fotografo, coloro che ritraggo, in realtà siamo sempre noi stessi. Io vedo la bellezza nei soggetti che fotografo.

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3. Come succede per tutto ciò che mette alla prova il nostro rifiuto della morte, il tono macabro e sconvolgente delle tue fotografie potrebbe essere visto da alcuni come osceno e irrispettoso. Ti interessa scioccare il pubblico, e come ti poni nei riguardi della carica di tabù presente nei tuoi soggetti?

I grandi dipinti e la scultura del passato hanno sempre affrontato il tema della morte. Amo dire che “la morte è come il pranzo – sta arrivando!”. Un tempo la gente nasceva e moriva nella propria casa. Oggi nasciamo e moriamo in apposite istituzioni. Portiamo tutti un numero tatuato sul nostro polso. Muoriamo soli.
Quindi, ovviamente, le persone rimangono sconvolte nel vedere, in un certo senso, il loro stesso volto. Credo che nulla dovrebbe mai essere tabù. In realtà quando sono abbastanza privilegiato da riuscire a fotografare la morte, resto solitamente molto toccato dallo spirito che è ancora presente nei corpi di quelle persone.

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4. È stato difficile approcciare i cadaveri, a livello personale? C’è qualche aneddoto particolare o interessante riguardo le circostanze di una tua foto?

Quando ho fotografato “l’uomo senza testa”, (Man Without A Head, un cadavere, seduto su una sedia all’obitorio, la cui testa era stata rimossa a scopo di ricerca) lui indossava dei calzetti neri. Quel dettaglio rese il tutto un po’ più personale. Il dottore, il suo assistente ed io alzammo quest’uomo morto dal tavolo settorio e posizionammo il suo corpo su una sedia di acciaio. Dovetti lavorare un po’ con il cadavere, per bilanciare le sue braccia in modo che non cadesse per terra. Alla fine, nella foto, il pavimento era tutto ricoperto dal sangue fluito dal suo collo, dove la testa era stata tagliata. Gli fui molto grato di aver lavorato con me.

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5. Riguardo alle foto post-mortem, ti piacerebbe che te ne venisse scattata una dopo che sei morto? Come ti immagini una simile foto?

Ho già preso provvedimenti affinché i miei organi siano rimossi dopo la mia morte per aiutare chi ancora è in vita. Qualsiasi cosa rimanga, verrà seppellita in un cimitero militare, visto che sono un veterano dell’esercito. Quindi temo che mi perderò l’occasione di cui mi chiedi!

P.S. Io non voglio “mantenere bizzarro il mondo” (un riferimento allo slogan del nostro blog, n.d.r.)… voglio renderlo più amorevole!

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Domanda & Risposta: Charles Manson

Ecco Charles Manson che pone una domanda, forse retorica ma piuttosto pregnante: “Do you feel blame? Are you mad? Uh, do you feel like wolf kabob roth vantage? Gefrannis booj pooch boo jujube; bear-ramage. Jigiji geeji geeja geeble goog. Begep flagaggle vaggle veditch-waggle bagga?”

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=XREnvJRkif0&feature=related]

Alla domanda dell’intervistatore su chi sia veramente, Manson risponde così:

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=o2oZWpqtNi4]