Le fantasiose tombe di Ischia

Arte, costruzione e riscatto

Articolo e foto a cura del nostro guestblogger Mario Trani

L’Isola d’Ischia, perla del golfo di Napoli, serba un segreto.
È come un raptus, una devianza forse dovuta allo spazio vitale così limitato dal mare o forse originatasi da un desiderio istintivo di marcare il territorio: è la piaga della frauca, ovvero “il flagello edificatorio”.

L’Isclano non è considerato tale (dalla comunità locale come da se stesso) se non edifica, non costruisce, non erige.
Basta almeno un massetto, un muro a secco, un secondo piano o un quartierino per il figlio in età da matrimonio; sempre rigorosamente abusivi, a dispetto delle rigide ed asfissianti norme in materia, che strozzano le sue velleità cementifere e spesso lo costringono a coatti abbattimenti di quanto eretto con fatica.

Non vi è famiglia che sia sprovvista di un esperto in questo mestiere, anzi, spesso anche più di un componente è mastro fraucatore o mezza cucchiara.
Ma la zona franca, il limbo legis dove le brame edificatorie dell’isclano medio trovano la maggiore libertà di espressione, è quello dell’estremo riposo.

Passeggiare tra i viali del cimitero del Comune di Ischia comporta la sorprendente scoperta di tombe realizzate (ovviamente dagli stessi eredi del defunto) con materiali prelevati dalla terra natia: pietre laviche del vulcanico Monte Epomeo, sassi levigati dai bagnasciuga e prelevati dalle numerose spiagge, o ancora conchiglie e sconcigli; pietre rotolate nel torrente Olmitello o pizzi bianchi di origine carsica.

conchiglie della mandra

tronco d'albero tagliato nella sua sede originale come verticale della croce

pietre levigate del bagnasciuga

pietre bianche dei pizzi bianchi

conchiglie e pietre levigate del bagnasciuga

pietra lavica del monte epomeo2

pietre levigate del torrente olmitello

Altre tombe sono invece adornate da residui o rimanenze di costruzioni abusive, come ad esempio mattoni o piastrelle inutilizzate.

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spezzoni di piastrelle

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materiali vari

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mosaici da piastrelle

mattoni

Impossibile trovare una tomba uguale a un’altra, in questa fantasia di materiali e di colori. Vi è però una speciale categoria stilistica di arte funebre, riservata a chi fu pescatore.
Infatti per i defunti che in vita, faticosamente, sfidarono il mare in cerca del pescato per la sopravvivenza e il benessere della propria famiglia, viene abitualmente edificata una tomba a forma di gozzo, l’imbarcazione tipica dei pescatori ischitani.

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Di fronte a una simile, toccante manifestazione di estremo addio, la commozione si mescola all’apprezzamento per la spontanea creatività di questi artigiani. Ma le tombe sembrano essere un ultimo ironico riscatto, da parte del popolo di Tifeo; una rivincita di quella smania di esprimersi costruendo – con cemento e calcestruzzo – che costantemente fu repressa in vita.

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L’isola che non c’era

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Scrive Umberto Eco nella sua Storia delle terre e dei luoghi leggendari (2013):

Ci sono state terre a lungo sognate, descritte, cercate, registrate sulle mappe, che poi dalle mappe sono scomparse e ormai tutti sanno che non sono mai esistite. E tuttavia queste terre hanno avuto per lo sviluppo della civiltà la stessa funzione utopica del regno del Prete Gianni, per trovare il quale gli europei hanno esplorato e l’Asia e l’Africa, trovando ovviamente altre cose.

Poi ci sono quelle terre immaginarie che hanno attraversato la soglia fra la fantasia e il nostro mondo, e per quanto sembrasse improbabile hanno fatto irruzione nella realtà condivisa – anche se per breve tempo.

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Nel 1968, a undici chilometri al largo della costa di Rimini e confinante con le acque internazionali, sorgeva l’Isola delle Rose.
Non era una vera e propria isola, bensì una piattaforma artificiale il cui innalzamento aveva richiesto dieci anni di lavoro e sacrifici. Perché così tanto tempo? Perché l’Isola delle Rose aveva qualcosa di differente rispetto ad altre piattaforme marine: era stata costruita aggirando o ignorando i necessari permessi e regolamenti, in una costante lotta contro la burocrazia. Non si trattava però, o non solo, di un estremo caso di abusivismo, quanto piuttosto di un vero e proprio progetto libertario. L’Isola delle Rose si dichiarava stato indipendente.

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Il Presidente di questa micronazione era Giorgio Rosa, classe 1925, ingegnere fin dal 1950. Nel 1958 aveva cominciato a dar forma al suo sogno, l’impresa della sua vita. Tra difficoltà economiche e tecniche, nei dieci anni successivi era riuscito a gettare le fondamenta, cioè i nove pali, su cui aveva poi fatto sorgere la struttura della piattaforma: 400 metri quadri di cemento armato sospeso a otto metri dal livello dell’acqua. Rosa e i suoi complici avevano perfino trovato una falda d’acqua dolce utile a rifornire l’isola e a creare un approdo più mite per lo sbarco (che chiamarono “Porto Verde”).

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L’idea di Giorgio Rosa era al tempo stesso anarchica e pacifica: “il mio progetto iniziale era questo: costruire qualcosa che fosse libero da lacci e lacciuoli e non costasse molto. Sulla terra ferma la burocrazia era soffocante. […] Volevamo aprire un bar e una trattoria. Mangiare, bere e guardare le navi da Trieste che passano vicine, a volte anche troppo. Il ricordo più bello è la prima notte sull’isola in costruzione. Venne un temporale che sembrava portasse via tutto. Ma al mattino tornò il sole, ogni cosa pareva bella e realizzabile. Poi cominciarono i problemi”, ricorda.

Perché la burocrazia ritornò alla carica, più agguerrita di prima e determinata a rintuzzare i ribelli che volevano vivere fra le onde senza pagare dazio allo Stato.
Mentre veniva ultimato il secondo piano della piattaforma, l’Isola delle Rose guadagnava notorietà, tra battelli e motoscafi che vi facevano scalo incuriositi. Inquietati dal crescente traffico, capitaneria di porto, Guardia di Finanza e Governo erano ormai all’erta.

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E così, nel (disperato) tentativo di lasciarsi alle spalle l’Italia e i suoi divieti una volta per tutte, Rosa dichiarò unilateralmente l’indipendenza della sua Isola il 1° maggio del 1968. Nonostante egli fosse distante anni luce dai capelloni delle controculture, la sua mossa rifletteva lo spirito battagliero dei tempi: un paio di giorni dopo, al grido di “Vietato vietare”, sarebbero cominciati i movimenti di rivolta del Maggio francese.
La neonata “nazione” adottò l’esperanto come lingua ufficiale. Stampò i suoi francobolli, e si accinse a coniare la propria valuta.

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Ma i guai si fecero improvvisamente seri. Interrogazioni parlamentari arrivarono dalla destra e dalla sinistra, per una volta unite contro i trasgressori; i Servizi segreti erano sicuri che la piattaforma fosse in realtà una base per i sommergibili russi; secondo altri, l’Isola delle Rose nascondeva un’oscura manovra dell’Albania.
Una volta scoppiato il caso mediatico, le autorità reagirono duramente.

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L’11 febbraio 1969 vennero demolite tutte le parti in muratura, segati i pali e i raccordi in acciaio, e furono fatti brillare 75 chili di esplosivo per palo. L’Isola delle Rose, però, si imbarcò, si inclinò… ma non accennò a crollare.

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153658370-49b5c893-a551-4b6e-ba86-455099d8d866Allora, due giorni dopo, gli artificieri applicarono 120 chili di esplosivo ad ogni palo – più di una tonnellata in totale. Ancora una volta, l’Isola resistette. Come un sogno che, testardo, non vuole piegarsi sotto i colpi della realtà concreta.
Non fu all’opera dei militari, ma ad una tempesta che l’Isola delle Rose decise finalmente di arrendersi, inabissandosi nell’Adriatico. Era il 26 febbraio 1969.

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Oggi, dopo quarant’anni di oblio, l’Insulo de la Rozoj – questo il nome della micronazione in esperanto – conosce una seconda giovinezza, fra documentari, romanzi, spettacoli teatrali, mostre e allestimenti museali, pagine Facebook e blog dedicati. C’è chi dibatte sulla natura idealistica del progetto, sospettando che l’intera operazione non fosse in realtà nient’altro che il tentativo di costruire un paradiso fiscale (Rosa in realtà non ha mai negato le ambizioni commerciali e turistiche dell’Isola); chi, come i curatori del Museo Civico di Vancouver, ne rileva le corrispondenze con gli scritti di Tommaso Moro; e chi infine sostiene che l’impresa di Rosa abbia prefigurato la perdita di fiducia nella democrazia rappresentativa attraverso un mix di attivismo politico, architettura e tecnologia.

Giorgio Rosa ha 90 anni, e guarda divertito la riscoperta della sua avventura. Dopo aver perso la sua guerra (“l’unica che l’Italia sia stata capace di vincere”, sottolinea sarcasticamente) ed essersi sobbarcato i costi della demolizione, ha seguitato a praticare il suo lavoro di ingegnere. “Non chiedetemelo neanche, anzi, ve lo dico subito: niente più isole!

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Eppure, se l’interesse per il suo esperimento è ancora vivo, significa che quel sogno di evasione, di libertà, di indipendenza suona ancora oggi seducente. Possiamo attribuire il suo fascino odierno all’insofferenza per una burocrazia sempre più asfissiante, all’idea allettante di sfuggire alla crisi, al disincanto per le istituzioni, al timore dell’interferenza delle autorità nella nostra privacy; ma forse la verità è che l’Isola delle Rose è la concretizzazione di uno dei sogni umani più antichi, quello dell’utopia. Che è al tempo stesso “luogo perfetto” (eu-topia), al riparo dalle miserie e dalle disfunzioni del consorzio sociale, e “non-luogo” (ou-topia), cioè inesistente.

Ed è sempre piacevole accarezzare un’idea impossibile, irraggiungibile – nonostante, o a patto che, rimanga una fantasia.

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Le dichiarazioni di Giorgio Rosa sono tratte da qui e qui. (Grazie Daniele!)

Ivanov e lo Scimpanzuomo

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Nell’Isola del Dr. Moreau, di H.G. Wells, il folle scienziato che dà il titolo al romanzo insegue il progetto di abbattere le barriere fra gli esseri umani e gli animali; con gli strumenti della vivisezione e dei trapianti, vuole sconfiggere gli istinti bestiali e trasformare tutte le belve feroci in innocui servitori dell’umanità. Certo, detto così il piano a lungo termine sembra piuttosto nebuloso, e capiamo che in realtà è la vertigine della ricerca a muovere e motivare l’allucinato Dottore:

Io mi ponevo una domanda, studiavo i metodi per ottenere una risposta e trovavo invece una nuova domanda. Era mai possibile? Voi non potete immaginare quanto ciò sia di sprone ad un ricercatore della verità e quale passione intellettuale nasca in lui. Voi non potete immaginare gli strani e indescrivibili diletti di tali smanie intellettuali.
La cosa che sta qui davanti a voi non è più un animale, una creatura, ma un problema. […] Quello che io volevo, la sola cosa che io volessi, era trovare il limite estremo della plasticità delle forme viventi.

Gli esperimenti di Moreau non hanno, nel romanzo, un lieto fine. Ma sarebbe possibile, almeno in via teorica, l’ibridazione fra l’uomo e le altre specie animali?

Fino a poco tempo fa, si credeva che i rapporti sessuali interspecifici fossero poco diffusi in natura: alcune recenti ricerche, però, sembrerebbero indicare nell’ibridazione un fattore più significativo di quanto sospettato per l’evoluzione delle specie.
Questo accade fra piccoli insetti, quando ad esempio nasce una “nuova” farfalla, risultato dell’incrocio di specie differenti, che mostra colorazioni impercettibilmente modificate rispetto ai genitori; ma ovviamente, per animali di stazza maggiore le cose sono più complicate. Se escludiamo i rari episodi di “stupro” dei rinoceronti da parte degli elefanti, o gli incroci fra grizzly e orsi polari, nei mammiferi gli accoppiamenti fra specie diverse sono stati osservati quasi esclusivamente in cattività (anche se questo non significa che non esistano in natura comportamenti sessualmente opportunistici). E in cattività, infatti, hanno visto la luce tutti quegli ibridi dai nomi bislacchi e un po’ ridicoli, che ricordano un fantasioso libro per bambini: il ligre, il tigone, il leopone, il zebrallo, e via dicendo (al riguardo, Wiki ospita una breve lista).

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Questi animali ibridi, creati o meno dall’uomo, sterili o fertili, esistono soltanto in virtù della vicinanza e compatibilità di codice genetico fra i genitori. Il mulo nasce perché cavalla e asino hanno un patrimonio cromosomico similare fra di loro, e la cosa interessante è che la differenza nel numero dei cromosomi non sembra costituire una barriera, una volta che i geni si “assomigliano” abbastanza.

Se ci guardassimo attorno con l’occhio famelico del Dr. Moreau, alla ricerca del candidato ideale da ibridare con l’essere umano, gli animali su cui il nostro sguardo si poserebbe immediatamente sarebbero i cugini primati. Gli scimpanzé, per esempio, condividono con noi il 99,4% del patrimonio genetico, tanto che c’è chi discute sull’opportunità o meno di farli rientrare nella categoria tassonomica dell’Homo. Quindi, se proprio volessimo cominciare gli esperimenti, sarebbe necessario partire dalle scimmie.

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Alla stessa conclusione, anche se a quel tempo ancora non si parlava di DNA o cromosomi, era arrivato il dottor Il’ja Ivanovič Ivanov. Biologo, ricercatore, professore ordinario dell’Università di Kharkov, Ivanov era un’autorità nel campo dell’inseminazione artificiale. All’inizio degli anni ’20 aveva dimostrato come si poteva far accoppiare un singolo stallone con 500 cavalle, portando la tecnica della riproduzione “assistita” a livelli stupefacenti per l’epoca.

Ivanov conduceva contemporaneamente altri tipi di sperimentazioni: era interessato all’idea dell’ibridazione, e fu tra i primi ad incrociare con successo ratti e topi, cavie e conigli, zebre ed asini, bisonti e mucche, e molti altri animali. La genetica muoveva allora i suoi primi passi, ma già prometteva bene, tanto che anche i vertici del PCUS si erano mostrati interessati alla creazione di nuove specie domestiche. A quanto ci racconta lo storico Kirill O. Rossianov, però, Ivanov voleva spingere i suoi esperimenti ancora oltre – desiderava essere il primo scienziato della Storia a creare, mediante inseminazione artificiale, un ibrido uomo-scimmia.

Muovendosi con circospezione, un po’ per conoscenze private e un po’ attraverso richieste ufficiali, Ivanov era riuscito a farsi accordare dall’Istituto Pasteur di Parigi il permesso di utilizzare per i suoi esperimenti la stazione primatologica di Kindia, nella Guinea Francese. Dopo circa un anno di corteggiamento dei vari burocrati del governo sovietico, nel 1925 finalmente lo scienziato riuscì a far stanziare un finanziamento alla sua ricerca da parte dell’Accademia delle Scienze dell’URSS per l’equivalente di 10.000$. Così, a marzo dell’anno successivo, Ivanov partì speranzoso per la Guinea.

Ma le cose andarono male fin dall’inizio: appena arrivato, comprese subito che il laboratorio di primatologia non ospitava alcuno scimpanzé sessualmente maturo. Non fu prima del febbraio dell’anno successivo che Ivanov riuscì a procedere con i primi tentativi di inseminazione artificiale: assistito da suo figlio, Ivanov inserì dello sperma umano nell’utero di due esemplari di scimpanzé e nel giugno del 1927 inoculò lo sperma in una terza femmina della colonia. Di chi fosse il seme umano non è dato sapere, l’unica cosa certa è che non era né di Ivanov né di suo figlio. Nessuno dei tre tentativi di inseminazione andò a buon fine, e Ivanov ripartì, probabilmente amareggiato, portandosi a Parigi tutte le scimmie che poteva (tredici esemplari).

Mentre era in Guinea, Ivanov aveva anche cercato di trovare delle volontarie umane disposte a farsi inseminare da sperma di scimmia – anche qui, stranamente, senza alcuna fortuna.
Tornato in Russia, però, non si diede per vinto e nel 1929, sempre spalleggiato dall’Accademia, ricominciò a pianificare i suoi esperimenti, riuscendo addirittura a costituire una commissione apposita con il sostegno della Società dei Biologi Materialisti. Avrebbe avuto bisogno di cinque volontarie donne: fece in tempo a reclutarne soltanto una, disposta – nel caso l’esperimento fosse andato a buon fine – a concepire un figlio metà uomo e metà scimmia. Proprio in quel momento arrivò da Parigi una terribile notizia: l’ultimo esemplare maschio fra quelli riportati in Europa dalla Guinea, un orango, era morto. Prima di poter mettere le mani su un nuovo gruppo di scimmie, avrebbe dovuto aspettare almeno un altro anno.

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Nel frattempo, però, il vento era cambiato all’interno dell’Accademia: i finanziamenti vennero revocati, Ivanov fu criticato per il suo operato e in men che non si dica, nel 1930, venne epurato dal regime stalinista. Esiliato in Kazakistan, vi morì dopo due anni.

Come dimostra la storia di Ivanov, meno di un secolo fa la barriera per questo tipo di ricerche era l’acerbo sviluppo della tecnologia; oggi, ovviamente, il principale ostacolo sarebbe di stampo etico. E così  per il momento lo “scimpanzuomo“, com’è stato battezzato, rimane ancora un’ipotesi fantascientifica.

Gli schiavi dimenticati

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Persa nell’Oceano Indiano, ad est del Madagascar, l’isola di Tromelin è tra gli ultimi posti che vorreste visitare: un basso banco di sabbia e terriccio di appena 1 km², a forma di goccia, dove non cresce altro che una rada sterpaglia e praticamente privo di vita animale, se si esclude qualche tartaruga marina e qualche uccello che vi fa scalo durante la migrazione o per nidificare.

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Nel 1761 una nave della Compagnia francese delle Indie Orientali, chiamata Utile, partì dal Madagascar alla volta delle Mauritius. Nascondeva a bordo un carico “pericoloso”: più di 150 schiavi acquistati illegalmente (all’epoca la tratta dei neri era proibita nell’Oceano indiano), che sarebbero stati venduti una volta arrivati a destinazione.

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Ma l’Utile si incagliò nella barriera corallina che circonda l’isola di Tromelin, e si inabissò velocemente nelle fredde acque dell’oceano. Circa 100 fra prigionieri (chiusi nella stiva) e marinai annegarono nel naufragio, ma qualche componente dell’equipaggio e una sessantina di schiavi riuscirono a raggiungere a nuoto l’inospitale isolotto.

I marinai e gli schiavi, costretti a collaborare alla pari per sopravvivere, cominciarono a darsi da fare per cercare cibo, acqua e un modo per accendere il fuoco; nel giro di un mese, riuscirono a costruire una scialuppa che, con un po’ di fortuna, avrebbe permesso loro di raggiungere nuovamente la costa del Madagascar. L’unico problema era che sulla barca c’era posto soltanto per poche persone. Così furono gli schiavi ad essere abbandonati sull’isola, mentre i marinai prendevano il largo, dopo aver promesso che avrebbero mandato dei soccorsi appena possibile. Promessa che, purtroppo, non fu mai mantenuta.

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I sessanta schiavi inizialmente attesero fiduciosi; ma il tempo passava, e la nave che li avrebbe tratti in salvo non appariva all’orizzonte. Forse qualcuno di loro continuò ad aggrapparsi alla speranza di un salvataggio, altri invece compresero che non sarebbe arrivato mai nessuno. Ormai senza padroni, si trovavano nella beffarda situazione di essere finalmente uomini liberi e allo stesso tempo imprigionati su un lembo di terra perduto in mezzo ai flutti, battuto dai cicloni; inoltre molti di loro avevano sempre vissuto negli altipiani, lontani dal mare, e non avevano alcuna esperienza di pesca o di caccia.

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Passò il tempo, e con esso anche la memoria del naufragio, e dei superstiti abbandonati.

Nel 1775 una piccola nave che si trovava a passare vicino all’isola vi avvistò delle persone. Una scialuppa con due marinai venne calata in mare, ma si infranse sulla barriera corallina prima di raggiungere la riva: uno dei due marinai riuscì a tornare a nuoto alla nave, l’altro si ritrovò sulla spiaggia, assieme ai naufraghi superstiti. La nave fu costretta a fare ritorno al porto. Restato sull’isola, e timoroso di venire anch’egli abbandonato, il marinaio costruì una zattera e convinse tre uomini e tre donne fra gli schiavi ad accompagnarlo nell’impresa. Morirono tutti dispersi nel mare.

Finalmente, nel 1776, ben 15 anni dopo il naufragio dell’Utile, la nave da guerra bretone La Dauphine, guidata dal capitano Bernard Boudin de Tromelin (che avrebbe dato il suo nome al luogo, fino ad allora chiamato semplicemente l’Île des Sables) riuscì a sbarcare sull’isola. Vi trovò, incredibilmente, ancora qualche sopravvissuto: sette donne e un bambino di otto mesi. Durante l’interminabile attesa, gli schiavi avevano costruito dei ripari, aggiustato oggetti in rame recuperati dal naufragio, nutrendosi dei pochi animali che erano riusciti a cacciare e lottando con tutte le loro forze per continuare a vivere.

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L’incredibile storia degli schiavi di Tromelin sarebbe potuta rimanere sepolta per sempre. Ma un ex-ufficiale di Marina francese, Max Guérout, ne resta affascinato ed ossessionato dopo che un amico metereologo gli racconta di aver trovato un’ancora antica sull’isola. Guérout, appassionato di storia di naufragi, setaccia gli archivi della Compagnia delle Indie e riporta alla luce la drammatica vicenda storica: nel 2006 presenta quindi un progetto di campagna archeologica sull’isola Tromelin al comitato scientifico dell’UNESCO (di cui egli stesso fa parte), proprio nell’anno in cui si commemora l’abolizione dello schiavismo. La sua proposta ottiene il suffragio di tutto il comitato, e da quel momento verranno eseguite delle spedizioni scientifiche nel 2006, 2008, 2010 e 2013.

L’obbiettivo è cercare di comprendere come i naufraghi abbiano potuto sopravvivere così a lungo, e che tipo di micro-società si sia venuta a creare fra di loro. Gli alisei e i cicloni hanno sepolto sotto progressivi strati di sabbia i resti degli accampamenti, dei rifugi e degli utensili, preservandoli in maniera eccezionale: il team di ricerca è riuscito a disseppellire una quantità notevole di manufatti, resti di mura e abitazioni, utensili e perfino alcuni scheletri umani.

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Dal 2010 si aggiunge al team anche Bako Rasoarifetra, archeologa malgascia, il cui contributo è fondamentale per comprendere appieno la filosofia di vita e la cultura a cui quegli antichi schiavi appartenevano. Quando ad esempio viene scoperto fra le sabbie un pointe-déméloir, uno spillone per capelli tradizionale, l’archeologa si commuove:

Noi donne malgasce abbiamo l’abitudine di separarci i capelli con questo strumento che ci viene offerto dagli uomini. Le donne schiave avevano il cranio rasato; una volta divenute libere, hanno dunque lasciato ricrescere i capelli e i maschi hanno confezionato loro questo pointe-déméloir. Ai miei occhi, questo è un simbolo definitivo di libertà su questa isola lontana da tutto.

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Proprio grazie a lei, gli studiosi hanno perfino tenuto una piccola cerimonia funebre per gli schiavi morti, i cui scheletri sono tornati alla luce.

Non abbiamo trovato le sepolture vere e proprie, ma è importante procedere alle seconde esequie, perché così si perpetua il ricordo, si risveglia la memoria; coloro che muoiono sono i nostri antenati e continuano a proteggerci, dobbiamo onorarli.

L’isola nasconde ancora molti segreti e interrogativi, a cui Max Guérout e la sua équipe di antropologi, archeologi, genetisti e altri scienziati sperano di dare una risposta: quale fu la principale causa di decesso? Vi furono delle lotte intestine fra i sopravvissuti?

Dopo 250 anni di silenzio, gli scavi potranno finalmente raccontarci i dettagli del tragico destino di questo gruppo di uomini e donne: ridotti in schiavitù, sopravvissuti ad un naufragio, e infine abbandonati a morire su un’isola deserta, tutto questo senza mai darsi per vinti.

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Ecco la pagina (in francese) che contiene i diari giornalieri delle varie spedizioni sull’isola di Tromelin. Sempre se conoscete il francese, non perdetevi questo affascinante e dettagliato documentario, che racconta le scoperte di Max Guérot negli archivi della Marina e durante il suo lavoro sul campo.

(Grazie, Carlo!)

Tristan da Cunha

Aprite un atlante e guardate bene l’Oceano Atlantico, sotto l’equatore. Notate nulla?

Al centro dell’oceano, praticamente a metà strada fra l’Africa e l’America del Sud, potete scorgere un puntino. Completamente perduta nell’infinita distesa d’acqua, ecco Tristan da Cunha, l’ultimo sogno di ogni romantico: l’isola abitata più inaccessibile del mondo.

L’isola, di origine vulcanica, venne avvistata per la prima volta nel 1506; le sue coste vennero esplorate nel 1767, ma fu soltanto nel 1810 che un singolo uomo, Jonathan Lambert, vi si rifugiò, dichiarandola di sua proprietà. Lambert, però, morì due anni dopo, e Tristan venne annessa dalla Gran Bretagna (per evitare che qualcuno potesse usarla come base per tentare la liberazione di Napoleone, esiliato nel frattempo a Sant’Elena). Tristan da Cunha divenne per lungo tempo scalo per le baleniere dei mari del Sud, e per le navi che circumnavigavano l’Africa per giungere in Oriente. Poi, quando venne aperto il Canale di Suez, l’isolamento dell’arcipelago diventò pressoché assoluto.

Le correnti burrascose si infrangevano con violenza sulle rocce di fronte all’unico centro abitato dell’isola, Edinburgh of the Seven Seas, chiamato dai pochi isolani The Settlement. Chi sbarcava a Tristan, o lo faceva a causa di un naufragio oppure nel disperato tentativo di evitarlo. Fra i naufraghi e i primi coloni, c’erano anche alcuni navigatori italiani.

Nel 1892, infatti, due marinai di Camogli naufraghi del Brigantino Italia infrantosi sulle scogliere dell’Isola decisero, per amore di due isolane, di stabilirsi a Tristan da Cunha; essi diedero vita a due nuove famiglie (che ancor oggi portano il loro nome, Lavarello e Repetto) che si aggiunsero alle cinque già esistenti sull’isola, completando in questo modo il quadro delle parentele che esiste uguale ancor oggi a più di un secolo di distanza. Dopo i due italiani, nessun altro si fermerà a Tristan da Cunha originando nuove stirpi.

Passarono i decenni, ma la vita sull’isola rimase improntata alla semplicità rurale. Fra i tranquilli campi di patate e le basse case di pietra giunsero lontani racconti di una Grande Guerra, poi di un’altra. Tristan rimase pacifica, protetta dal suo deserto d’acqua, una terra emersa inaccessibile che nemmeno il progresso industriale poteva guastare.

Poi, nel 1961, il vulcano al centro dell’isola si risvegliò, e gli abitanti vennero evacuati. Sfollati in Sud Africa, rimasero disgustati dall’apartheid che vi regnava, così distante dai principi solidaristici della loro primitiva e utopica comunità. Ottennero così di essere trasferiti in Gran Bretagna, e lì scoprirono un mondo radicalmente diverso: un Occidente in pieno boom economico, che si apprestava a conquistare ogni risorsa, perfino a spedire uomini sulla Luna.

Dopo due anni, gli isolani ne avevano abbastanza della rumorosa modernità. Ottennero il permesso di tornare a Tristan, e nel ’63 sbarcarono nuovamente sulla loro terra, e tornarono ad occuparsi delle loro fattorie.

E anche oggi, Tristan resta un’isola mitica e remota: è raggiungibile unicamente via mare, e se ottenete il necessario permesso per sbarcare, neanche così è molto semplice. Non c’è infatti un porto sull’isola, che deve essere raggiunta mediante piccole imbarcazioni che sfidano le violente onde dell’oceano.

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Gli abitanti, oggi poco più di 260, pur fieri ed orgogliosi della loro solitudine, si stanno lentamente aprendo alle nuove tecnologie (per molto tempo l’unico accesso a internet è rimasto all’interno dell’ufficio dell’Amministratore dell’isola). Vivono in armonia e serenità, senza alcuna traccia di criminalità. La proprietà privata è stata introdotta soltanto nel 1999. Le navi da crociera che fanno scalo a Tristan sono pochissime (meno di una decina in tutto l’anno), e le uniche imbarcazioni che vi si recano regolarmente sono quelle dei pescatori di aragoste del Sud Africa.

Anna Lajolo e Giulio Lombardi hanno passato tre mesi sull’isola, intessendo rapporti di amicizia con gli islanders, e sono ritornati in Italia regalandoci un documentario, e diversi testi fondamentali per comprendere le difficoltà e le delizie della vita in questo paradiso dimenticato dal mondo, e lo spirito concreto e generoso degli abitanti: L’isola in capo al mondo, 1994; Tristan de Cuña: i confini dell’asma, 1996; Tristan de Cuña l’isola leggendaria, 1999; Le lettere di Tristan, 2006.

Ecco il sito governativo dell’isola.

L’isola delle bambole

Una piccola isola messicana sul lago Teshuil, fra Xochimilco e Città del Messico, è chiamata Isla de las munecas, l’Isola delle bambole. Al centro di una affascinante leggenda, è divenuta nel tempo una curiosa e suggestiva meta turistica.

Quando il visitatore sbarca sull’isola, lo accoglie un’atmosfera sospesa: migliaia e migliaia di bambole sono appese agli alberi e penzolano in ogni dove, come piccoli impiccati senz’anima.

Eppure un’anima ce l’hanno, ed è quella della leggenda. Qui, si narra, proprio nel canale che passa di fianco all’isola, tre fanciulle stavano giocando quando una di esse annegò nelle acque scure della laguna. Molti anni dopo, un recluso e solitario uomo chiamato Don Julian Santana, si istallò sull’isola. Memore del passato oscuro del luogo, decise di costruire un santuario per lo spirito della povera bambina annegata. Cominciò ad appendere alcune bambole per cercare di placare l’anima della piccola, per donarle qualcosa con cui giocare.

Nelle terre vicine, Julian appariva soltanto per rovistare tra i bidoni della spazzatura alla ricerca di nuove bambole, o per acquistarne di antiche per pochi soldi. A poco a poco, fu la gente limitrofa che cominciò a rendere visita al solitario personaggio: gli abitanti del luogo portavano le bambole che avevano in casa per barattarle con i frutti e gli ortaggi che Julian coltivava sull’isola.

Con il passare del tempo, la collezione di bambolotti divenne enorme. L’intero isolotto fu popolato da questi giocattoli talvolta semidistrutti, rotti, esposti alle intemperie. Eppure questo tributo che Julian (e, assieme a lui, gli altri abitanti di quelle zone) offrivano allo spirito della ragazzina è la testimonianza della concezione, tutta messicana, della morte e della transitorietà.

Come il Giorno dei Morti ( di cui abbiamo già parlato) è un momento di riflessione sulla nostra caducità che si riverbera nella tradizione popolare, così anche l’Isola delle Bambole altro non è se non un luogo di meditazione sulla morte e sull’impermanenza.

Quello che è comunque notevole è l’aspetto surreale, macabro e grottesco ma al tempo stesso magico che il luogo conserva: inizialmente impressionato, il visitatore  coglie pian piano il senso di grande pietà e di raccoglimento dell’isola. La magia di queste bambole semidistrutte che ondeggiano nella brezza diviene un simbolo della nostra esistenza, e dell’amore che può legare persone che nemmeno si conoscono. Una bambina annegata, e un enorme santuario dedicato alla sua felicità, affinché possa giocare per sempre.

How sweet to be remembered that way! Wouldn’t you like to come up and see my wunderkammer? ;)Teshuilo

L’invasione dei granchi

Christmas_Island_red_crab

A Christmas Island, un’isola nell’Oceano Indiano, da ottobre a dicembre avviene un’imponente migrazione: più di 100 milioni di granchi rossi si dirigono verso il mare, attraversando città e insediamenti, per raggiungere le scogliere dove completare la fecondazione.

Ma questo è nulla in confronto a quello che succede in seguito: ogni femmina dà origine a una nidiata di 100.000 piccoli, che a loro volta si riversano su tutta l’isola…

Più sotto trovate il filmato di questa incredibile invasione. E nel caso ve lo domandaste, no, i granchi non sono commestibili – contengono tossine altamente velenose che resistono anche alla cottura.

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