La Grotta Gino: nell’antro del popolo di pietra

Articolo a cura delle guestblogger Alessia Cagnotto e Martina Huni

È una bella giornata di ottobre, il cielo è terso e il sole scalda ancora come fosse inizio settembre. Ci troviamo a Moncalieri, di fronte a un edificio meticolosamente salvato dal trascorrere del tempo. La facciata è illuminata in modo omogeneo; le ombre dei decori e delle finestre non sono eccessivamente calcate e le insegne verde Irlanda risaltano nette contro le pareti di mattoni color salmone, proprio come le lettere bianche della scritta “Ristorante La Grotta Gino”.
La porta d’ingresso non presenta nulla di strano, ma non ci lasciamo ingannare da questa apparente normalità: sappiamo che ciò che ci attende all’interno è tutto fuorché ordinario.

Entrando nella piccola saletta bar, una ragazza sorridente ci accoglie e ci indica il percorso per addentrarsi nel fiabesco ristorante.
A sinistra c’è qualche tavolo apparecchiato, circondato da pentole antiche appese ai muri, insieme ad altri utensili e fotografie: sono pedine su cui rimbalza lo sguardo fino ad arrivare all’ingresso dell’antro che ci porterà all’interno di un altro mondo.
Si ergono qui due cariatidi rosso cupo che segnano l’inizio del tragitto, oltre le quali l’intonaco rassicurante delle pareti muta in una volta di pietra grigio scuro, mentre gli occhi si perdono all’interno di un tunnel illuminato da pochi faretti incastonati nel soffitto.

Oltrepassate le cariatidi del Mondo Vero, per proseguire all’interno della grotta — come in tutte le avventure che si rispettino — c’è una barca ormeggiata che aspetta di prendere il largo; ci ritroviamo quindi a galleggiare su un sentiero di acqua incerta, sul nostro traghetto personale. Decidiamo di goderci con calma il percorso, a nostro agio nei panni di Jim Hawkins, e ci soffermiamo a guardare le statue che costeggiano il canale.


Dietro una leggera curva del percorso (circa 50 metri su un rivolo di acqua sorgiva) incontriamo il primo gruppo di personaggi rocciosi, del quale fanno parte l’artefice dello scavo in persona, cioè il Signor Lorenzo Gino, assieme al Re Galantuomo e a un putto in carne che sorregge un’iscrizione dedicata al Re Vittorio Emanuele.

La storia della Grotta è infatti incredibile: nell’arco di trent’anni, tra il 1855 e il 1885, Lorenzo Gino scavò da solo il suo pertugio, con il pretesto di voler ampliare la sua bottega di falegname. I lavori si svolsero con numerose e notevoli difficoltà, senza piani o progetti architettonici da seguire, e tuttavia furono portati a termine con questo straordinario risultato.
Nel 1902 il figlio Giovanni volle dedicare al padre e ai suoi sforzi un busto, proprio quello che abbiamo appena sorpassato; durante l’inaugurazione della statua intervennero i giornali, che pubblicizzarono con due libretti la strabiliante Grotta Gino.

Già allora il pubblico guardava con meraviglia quei tunnel improvvisati, all’interno dei quali Gino aveva inserito raffigurazioni di personaggi reali e all’epoca ben noti.
La luce che viene dall’alto scolpisce ulteriormente i lineamenti delle statue, l’incavatura degli occhi sembra più profonda e da quelle fessure ombrose le pietre personificate ricambiano, fiere, il nostro sguardo curioso.
Proseguiamo sul nostro canale in miniatura fino ad attraccare in un piccolo slargo pianeggiante che fa da molo. Scendiamo un po’ dispiaciute dalla barca e ci ritroviamo a guardare dentro una nicchia buia, che si incurva proprio davanti a noi: dall’oscurità emergono, severi, due uomini baffuti in compagnia di un fedele cane da caccia con in bocca una lepre.

Realizziamo con stupore di aver iniziato un nuovo percorso avventuroso, saliamo un paio di gradini e ci imbattiamo in un altro gruppo di statue disposte in cerchio: ballano felici sotto una volta forata che fa entrare qualche raggio di luce naturale che, in quel buio contesto, risulta così inaspettata da sembrare magica.

Da lì si diramano altri nuovi cunicoli. Alla nostra destra c’è un rettilineo che ospita ancora un po’ di acqua calma, sulla quale si specchiano bottiglie e piccole creature pietrificate, incastonate nella parete soprastante. I mezzi busti, gli omini alti come i loro cilindri e una dama elegantemente malinconica si sporgono sul rigagnolo, nel quale un bambino impertinente sguazza giocoso.

Forse sorridiamo, con la sensazione di essere dentro la pancia della balena. Lo straniamento è aiutato dall’illuminazione: neon coloratissimi rendono la pietra rossa, verde, blu, viola, e così osserviamo quel che ci circonda come quando da piccoli si guarda il mondo attraverso la carta colorata delle caramelle. L’unica cosa che ci potrebbe ancorare alla realtà del XXI secolo è il sonoro della radio, ma il volume discreto non riesce a rompere l’incantesimo, e a toglierci di dosso la sensazione che quelle creature ci stiano guardando, divertite dal nostro stupore.

Ci incamminiamo nei cunicoli come in cerca di un forziere magico, guardandoci attorno ipnotizzate da ogni dettaglio; ci accompagnano le onnipresenti bottiglie impolverate e la folla di sculture umanizzate, quasi volessero indirizzarci lungo il giusto percorso. Ci imbattiamo in un antro a mezza sfera, ricolmo di un’enorme quantità di bottiglie che ci sovrastano, le osserviamo appoggiate su più piani, etichetta dopo etichetta: fanno da festone a una serie di nicchie abitate da basse creature bizzarre, tutte sorridenti, il viso che si sporge a guardare i curiosi come noi. Al centro di questa sorta di portico in miniatura sta un giovinetto di pietra bianca, ancora più gioioso dei suoi compagni di stanza, intento a festeggiare eternamente il vino che lo circonda.

 

Proseguiamo per raggiungere un nuovo gruppo di statue: i personaggi, questa volta, sono più numerosi, sempre disposti in un festoso girotondo — signori dai grossi baffi e dagli alti cilindri accompagnano un ragazzetto smodato e una signora ben vestita, dall’abito ingombrante; le ombre sul tessuto richiamano la dettagliata acconciatura della gran dama. Nella penombra, le statue suscitano una leggera melanconia: ci sembra di scorgervi l’eterno tentativo dell’Uomo di scolpire il tempo, di imprimere nella pietra un istante, una visione che non si vorrebbe finisse consumata; una missione purtroppo destinata a fallire perché, come recita il detto, “il ricordo della felicità non è più felicità”.
Per qualche minuto, però, riusciamo davvero a diventare parte della festa, giriamo in tondo attorno ai convitati di pietra, seguendo il turbinio che suggeriscono i loro movimenti fissati in eterno.
Ce ne andiamo, infine, in silenzio, come fanno gli intrusi, senza essere riuscite a comprendere del tutto il motivo della celebrazione.

I cunicoli ci portano verso una leggera salita, il sentiero umido si trasforma in una scala. Saliamo i gradini, ormai avvezze ai mezzi busti imponenti che ci accompagnano nell’ultima parte della nostra avventura.


Una piccola scala a chiocciola in ferro battuto, verde come le insegne in superficie, ci riporta alla contemporaneità. La sua presenza contrasta con quella di un’ultima, piccola statua posta sulla parete di sfondo: un putto bianco, paffuto e diroccato, rimane immobile sotto una finestrina, la luce del sole non lo sfiora che per poco. Dalla sua nicchia, è destinato a immaginarsi il mondo senza mai poterlo conoscere.

Il viaggio finisce di lì a poco, quando ci troviamo in una grande sala rotonda, sovrastata da un’alta cupola. Eccoci nel luogo deputato ai ricevimenti e agli eventi che qui si possono organizzare.

Il percorso a ritroso, seguito a malincuore, ci regala un’ultima magia prima di ritornare con i piedi per terra: dalla barca, la luce che proviene dall’esterno oltre le cariatidi rosse, appare eccessivamente bianca, si riverbera nell’acqua creando un riflesso stranamente allungato, come quelli rappresentati nelle illustrazioni dei libri antichi di favole e leggende.

All’uscita dall’antro fiabesco, di ritorno al Mondo Vero, la giornata di ottobre che ci attende sa ancora di inizio settembre.
Con un sorriso ringraziamo mentalmente il Signor Lorenzo Gino per aver scavato una piccola favola nella realtà, e per aver dato sostanza, nella pietra, al desiderio che tutti abbiamo: quello di potere, per un poco, giocare e fantasticare come quando eravamo bambini.
Come quando distorcevamo il mondo guardandolo da dietro una carta di caramella, dolciastra e colorata.

“La Grotta Gino” si trova in Piazza Amedeo Ferdinando 2, a Moncalieri (TO). Ecco il sito ufficiale e la pagina FB.
Segnalo che sul blog dell’associazione Egeria Centro Ricerche Sotterranee si accenna al mistero di una seconda Grotta Gino in Lombardia.
Vi consiglio anche di dare un’occhiata alle belle fotografie delle due autrici di questo articolo: Alessia Cagnotto e Martina Huni.

Figli della tomba

Partoriscono a cavallo di una tomba,
il giorno splende un istante,
ed è subito notte.

(S. Beckett, Aspettando Godot)

Una storia dell’orrore italiana

Castel del Giudice, Italia.
Il 5 agosto 1875 una donna incinta, indicata nei documenti con le iniziali F. D’A., morì nel bel mezzo delle doglie, prima di riuscire a dare alla luce il suo bambino.
Senza osservare i tempi minimi di attesa prima della tumulazione, il giorno seguente il corpo della donna venne calato nella fossa carnaria del cimitero. Questo era un tipo di sepoltura collettiva per le classi meno abbienti, all’epoca ancora in uso in centinaia di comuni italiani: consisteva in un ambiente sotterraneo, una sorta di stanza o di pozzo sigillato, dove i cadaveri venivano deposti e lasciati a imputridire l’uno sull’altro (alcuni all’interno di casse, altri avvolti da semplici sudari).

Per il corpo di F. D’A., le cose presero una brutta piega fin dall’inizio:

Bisognava scenderla nella fossa e si credette di affidare ad una corda il voluto cadavere, però la corda si ruppe ed il povero corpo della D’A. cadde ad una certa altezza in modo da urtare con il cranio contro una cassa mortuaria. Discese alcune persone, ripresero la D’A. e la deposero supina su di altra cassa mortuaria vicina, dove restò col volto cadaverico, colle mani legate e poggiate sull’addome e colle gambe strettamente riunite mercé cucitura delle due calze. In tal modo e non altrimenti la D’A. fu lasciata dai presenti che la seppellirono.

Ma quando un paio di giorni dopo si riaprì la fossa per seppellire un’altra ragazza da poco defunta, la visione che si presentò agli astanti fu terribile:

Accorse la germana della F. D’A. per dare l’ultimo saluto alla sorella defunta, ma appena le fu possibile spingere lo sguardo verso il luogo dove la sorella venne deposta ebbe ad osservare il miserando spettacolo della sorella situata in posizione ben diversa da quella in cui fu lasciata ed avente tra le gambe il feto che nella tomba aveva dato alla luce e col quale nella tomba stessa miseramente morì. […] Accorse immediatamente la giustizia che trovò il cadavere della D’A. posare nella tomba sul lato sinistro ed il volto fortemente contratto, colle mani che legate con il nastro di cotone bianco formavano arco colle braccia e poggiavano sulla testa, con dei brandelli di nastro bianco tra i denti […]. Ai piedi della madre giaceva il neonato di sesso maschile col funicolo ombelicale e con le membra ben proporzionate e sviluppate.

Provate a immaginare l’orrore della poveretta nel risvegliarsi al buio, in preda ai dolori del parto; con le ultime forze che le rimanevano la donna aveva fatto nascere il bambino, per morire poco dopo “assediata da cadaveri, per la mancanza di aria, per mancanza di aiuto e nutrimento e per le perdite conseguenti allo sgravo”.
La fantasia fatica a figurarsi una fine più terribile.

Il caso ebbe ampia eco in tutta Italia; il medico, sindaco e becchino, a termine di un processo che si svolse nel Tribunale di Isernia, vennero riconosciuti colpevoli di due omicidi involontari “accompagnati da circostanze gravissime” e condannati a sei mesi di carcere e a 51 lire di multa – pena che però fu dimezzata in appello nel novembre del 1877 dal Tribunale di Napoli.
Questa inaudita diminuzione della pena venne aspramente criticata dal corrispondente del Times in Italia, che osservò come “le circostanze del caso, se ben analizzato, mostrano lo scarso valore attribuito alla vita umana in questa nazione“; della vicenda parlarono anche il New York Times e decine di altri quotidiani britannici e americani.

Questa storia, per quanto spaventosa – anzi, proprio perché è così spaventosa – andrebbe presa con le pinze.
C’è più di una ragione per essere cauti al riguardo.

Sepolti vivi?

Innanzitutto il tema della donna gravida creduta morta che partorisce nella tomba era già un motivo ricorrente nel Diciannovesimo secolo, quando la tafofobia (ovvero la paura di essere sepolti vivi) aveva raggiunto al suo culmine.

Il folclorista Paul Barber nel suo Vampires, Burial, and Death: Folklore and Reality (1988) sostiene che il numero di persone realmente sepolte vive sia stato largamente esagerato dalle cronache; una posizione condivisa anche da Jan Bondeson che in uno dei libri più completi sull’argomento, Buried Alive, illustra come la stragrande maggioranza dei racconti ottocenteschi riguardo alle esequie premature non siano attendibili.

In buona parte si tratterebbe dunque di un vero e proprio topos letterario, romantico e decadente, sebbene nato da un pericolo che era certamente reale nei secoli passati: interpretare i segni della morte era un procedimento complesso e spesso approssimativo, tanto che già dal Settecento esistevano alcuni trattati (il più celebre quello di Winslow), che proponevano una serie di misure per constatare con maggiore sicurezza l’effettivo decesso.

Una conoscenza superficiale dei processi decompositivi poteva inoltre portare a malintesi.
Quando si riesumavano dei corpi, non era infrequente ritrovarli in posizioni diverse da quella di sepoltura; questo era dovuto alla naturale tendenza del cadavere a muoversi durante la decomposizione, e talvolta a essere soggetto addirittura a piccole “esplosioni” a causa dei gas derivanti dalla putrefazione – scoppi abbastanza potenti da far ruotare gli arti superiori. Allo stesso modo, i segni lasciati da roditori o altri necrofagi (terra smossa, graffi, morsi, vesti rovinate, capelli caduti) potevano venire scambiati per i disperati tentativi del defunto di liberarsi.

Eppure, come detto, un fondo di verità c’era, e qualche sfortunato sarà sicuramente finito vivo in una bara. Perfino con tutti i nostri avanzati strumenti diagnostici, di tanto in tanto capita ancora che qualcuno si risvegli su un tavolo d’obitorio. Ma si tratta, oggi come allora, di eventi rarissimi, e in genere queste storie ci parlano di una paura culturale più che di un rischio concreto.

Il parto in bara

Se già venire sepolti vivi era dunque un fatto eccezionale, le probabilità che una donna incinta potesse addirittura partorire nel sepolcro risultano ancora più scarse. Anche questa idea – talmente carica di pathos da esercitare un fascino irresistibile per la sensibilità dell’epoca – deve essere nata da osservazioni reali, e di certo aprire la tomba di una donna e trovarvi un neonato doveva sembrare una prova definitiva della sua sepoltura prematura.
Quello che all’epoca non si sapeva è che il feto può in rarissime circostanze essere espulso post-mortem.

I microorganismi anaerobici, che danno avvio alla fase putrefattiva del cadavere, rilasciano durante la loro attività metabolica diversi gas. In questa fase enfisematica i tessuti interni si tendono e stirano; il torso, l’addome e le gambe si possono gonfiare; la pressione interna causata dall’accumulo di gas nel corpo di una donna in stato di gravidanza avanzato può determinare la separazione delle membrane amniotiche, il prolasso dell’utero e la conseguente estrusione totale o parziale del feto.
Questo evento sembrerebbe essere più probabile se la defunta aveva già avuto gravidanze in passato, per via della maggiore elasticità della cervice.
Lo strano fenomeno viene chiamato Sarggeburt (nascita in bara) nella letteratura forense tedesca.

Il primo caso di parto post-mortem cui siamo a conoscenza risale al 1551, quando una donna impiccata sul patibolo rilasciò, quattro ore dopo l’esecuzione capitale, i corpicini di due gemelli, entrambi morti. (Un episodio molto simile accadde nel 2007 in India, quando una donna si suicidò durante il travaglio; in quel caso il bambino nacque vivo e sano.)
A Bruxelles, nel 1633, una donna morì di convulsioni e tre giorni dopo il feto fu spontaneamente espulso. La stessa cosa avvenne a Weißenfels, in Sassonia, nel 1861. Altri casi sono citati nel primo testo medico in cui si parla di questa strana evenienza, cioè Anomalies and Curiosities of Medicine, pubblicato nel 1896, ma per la maggior parte si tratta di parti avvenuti quando la salma della madre non era ancora stata tumulata.
È John Whitridge Williams che, nel suo fortunato Obstetrics: a text-book for the use of students and practitioners (1904), indica la possibilità che il parto post-mortem avvenga dopo la sepoltura.

L’espulsione spontanea del feto dopo la morte della madre è stato osservato anche in tempi recenti.

Un caso del 2005 riguarda una donna morta nel suo appartamento a causa di intossicazione acuta da eroina: al momento del ritrovamento fu notato che la testa del feto (morto) spuntava da sotto le mutande della madre; ma più tardi, durante l’autopsia, anche la parte superiore del busto del bambino era emersa – segno che i gas sviluppatisi nella regione addominale avevano continuato a esercitare pressione dall’interno.
Nel 2008 una donna di 38 anni, al settimo mese di gravidanza, venne trovata assassinata in un campo e in stato avanzato di decomposizione per via del clima tropicale. Durante l’autopsia, il feto fu rinvenuto all’interno degli indumenti intimi della donna, ugualmente putrefatto e con il cordone ombelicale ancora attaccato alla placenta (qui il case study dei patologi forensi – ATTENZIONE immagini esplicite).

 

Vita in morte

Per tornare infine alla sventurata di Castel del Giudice, cosa le era accaduto veramente?
Certo, l’autopsia svolta all’epoca e citata negli atti del processo parlava della presenza di aria nei polmoni del neonato, che quindi sarebbe stato partorito vivo. Ed è possibile che le cose siano davvero andate così.

Eppure da una parte il racconto si inserisce fin troppo perfettamente in una specifica narrativa popolare dell’epoca, la cui reale incidenza statistica è messa in dubbio dagli studiosi; dall’altra, potrebbe essersi trattato di parto post-mortem, evento ben documentato – tanto che perfino gli archeologi faticano spesso a interpretare i ritrovamenti di scheletri antichi che mostrano resti di feti ancora parzialmente inseriti nelle ossa pelviche.

L’unica cosa certa è che queste storie atroci – autentiche o inventate – hanno una qualità quasi archetipica; morte e nascita, intrecciate in un singolo luogo e momento.
Forse ci affascinano perché, a livello simbolico, ci ricordano una verità, cioè quella espressa da un celebre verso degli Astronomica di Manilio:

Nascentes morimur, finisque ab origine pendet.

“Nascendo moriamo, e la fine dipende dall’inizio.”

Inanimus, mostri & chimere del presente

Guardo in alto, verso i ganci mobili a cui venivano appese le carni, e immagino il sangue e la sofferenza che queste mura hanno dovuto contenere – sopportare – per lunghi anni. Morte e dolore sono gli strumenti che la vita ha per procedere, mi dico.

Mi trovo nei locali dell’ex-macello di Padova: uno spazio specificamente progettato come luogo di massacro e in cui oggi gli animali vivono una seconda, bizzarra vita grazie alle opere di Alberto Michelon.
Quando lo incontro, mi investe subito con il febbrile entusiasmo di chi ha la fortuna (e il coraggio) di lavorare per vocazione. È evidente che quello che esce dalla sua bocca dev’essere un quinto di ciò che gli passa per la testa. Come dice John Waters, “la vita è nulla senza ossessione”.
L’ossessione di Alberto sono gli animali, e la tassidermia.

La tassidermia è tradizionalmente legata a due ambiti di impiego: i trofei di caccia, e le installazioni didattiche museali.
Oggi la domanda di preparazioni tassidermiche, però, va esaurendosi in entrambi questi contesti. Da una parte assistiamo al declino delle attività venatorie, che ormai trovano sempre meno posto nella cultura occidentale a fronte delle preoccupazioni ecologiche, e di un’evoluzione della sensibilità etica nei confronti degli animali. Dall’altra, anche i grandi musei di storia naturale hanno già le loro collezioni ben stabilite e raramente acquisiscono nuovi esemplari: spesso si limitano a chiamare il tassidermista quando è necessario effettuare operazioni di restauro sugli animali già musealizzati.

Per questo – mi spiega Alberto – oggi lavoro principalmente per privati che vogliono conservare i propri animali domestici. È più difficile, perché bisogna ricreare fedelmente l’espressività originaria del cane o del gatto, a partire dalle foto che mi danno; imbalsamare un animale da compagnia, conosciuto e amato, richiede il massimo scrupolo. Ma la soddisfazione è enorme quando riesce bene. Spesso i clienti piangono, parlano con l’animale – quando presento il lavoro ultimato, mi faccio sempre da parte e lascio alle persone un po’ di intimità. È una cosa che aiuta a superare la perdita”.

La cosa non mi sorprende: in un mio post sulle wunderkammer ho collegato la seconda giovinezza di cui sta godendo oggi la tassidermia (dopo un’epoca in cui sembrava ormai un’arte superata) al bisogno sociale di riconfigurare il rapporto con la morte.
Ma se sono venuto fin qui è perché Alberto non è solo un tassidermista tradizionale: è anche l’unico vero esponente italiano di tassidermia artistica.

Fino al 5 novembre, qui all’ex-macello, è possibile visitare la sua mostra Inanimus – un bestiario contemporaneo, una raccolta di tutti i suoi principali lavori.
A uno sguardo superficiale la tassidermia artistica, ossia non naturalistica, potrebbe sembrare non pienamente rispettosa dell’animale. In realtà la maggior parte degli artisti che utilizzano come medium il materiale organico animale, lo fa proprio per riflettere sul nostro rapporto con le altre specie, realizzando le loro opere a partire da fonti etiche (animali deceduti di morte naturale, raccolti in natura, ecc.).

Anche Alberto adotta un simile approccio deontologico, visto che ha iniziato i suoi esperimenti utilizzando gli scarti del suo atelier. “Mi dispiaceva dover buttare delle parti di pelle, o degli esemplari che non avrebbero trovato collocazione”, mi dice. “Ho cominciato quasi per passatempo, in maniera istintiva, seguendo un’urgenza intima.
Confessa candidamente di non conoscere bene né la scena della Rogue Taxidermy americana, né quella delle gallerie moderne. E che Alberto sia in realtà una specie di alieno rispetto all’universo dell’arte contemporanea, così spesso supponente e presuntuoso, è evidente: mi parla di istinto, di gioco, ma soprattutto – orrore e sacrilegio! – si permette di fare quello che nessun artista “serio” mai si sognerebbe: mi spiega il messaggio delle sue opere, una dopo l’altra.

Le sue opere hanno davvero molto da dire: più che di messaggi, però, si tratta di inviti alla riflessione, di una continua e multiforme rielaborazione della contemporaneità, del tentativo di usare queste spoglie di animali come uno specchio in cui indagare il nostro stesso volto.
Alcuni suoi lavori mi colpiscono immediatamente per la franchezza con cui affrontano temi di attualità: dal dramma dei migranti agli OGM, dall’eutanasia fino alla fobia odierna degli attentati terroristici.

Non credo di aver mai visto alcun artista usare la tassidermia per parlare del presente in una declinazione così diretta.
Una testa di capriolo rivestita di pelle di serpente, con una casacca arancione come quella dei prigionieri degli estremisti islamici, ha una catena al collo. Il riferimento è ovvio: le teste degli infedeli decapitati sono assimilate a trofei di caccia.
Ad essere sincero, questo rimando esplicito alle immagini di attualità (che, volenti o nolenti, sono divenute “pop”) mi turba non poco, e non sono nemmeno sicuro che mi piaccia – ma se qualcosa mi toglie il terreno sotto i piedi, la benedico comunque. Questo è quello che l’arte migliore dovrebbe fare.

Altre installazioni, invece, vogliono raccontare le contraddizioni dell’Occidente, a metà strada fra la satira e la critica aperta a un sistema capitalistico ormai sempre più difficilmente sostenibile.
Una testuggine, rappresentata come una vecchia ingioiellata dai seni cadenti, è l’emblema di una società conservatrice basata sul privilegio economico: una concezione “preistorica” che, proprio come il rettile in questione, ha rifiutato qualsiasi evoluzione.

Un cavallo conquistatore, fiero e rampante, esibisce un pomposo manto a scacchi, composto a partire da diversi equini.
Un cavallo arrivista: per trovarsi dov’è, deve per forza aver fatto la pelle ad altri cavalli”, mi dice Alberto con un sorriso.

Un’installazione mostra gli organi interni di una tigre, conservati in liquido e disposti seguendo l’anatomia dell’animale stesso: occhi, lingua e cervello all’estremità dove dovrebbe trovarsi la testa, e così via. Alcune chimere sembrano sottoporsi a una sessione di bondage erotico: allusione al bracconaggio per approvvigionarsi di fantomatici elisir afrodisiaci come il corno di rinoceronte, e al fil rouge che ci lega a questi massacri.

Un cinghiale, seduto sulla tazza del water, è intento a sfogliare una rivista alla ricerca di un paio di occhi di vetro per riempire le suo orbite vuote.
L’importanza della libertà di scelta riguardo al fine vita è incarnata da due visoni che si sono impiccati – piuttosto che finire a far parte di una pelliccia.
Tre teschi di animali da allevamento sono appesi come trofei, e dai fori delle pistole da macello escono fiori di plastica (“li ho raccolti dalle tombe del cimitero, sostituendoli con fiori nuovi”, racconta Michelon).

Come avrete già capito, in realtà l’aspetto più interessante delle opere raccolte per Inanimus è la sperimentazione incessante a livello formale.
Ogni installazione è estremamente diversa dalla precedente, e Alberto Michelon trova sempre nuovi e sorprendenti metodi di utilizzo della materia animale: ci sono quadri astratti la cui tela è costituita da pelli di serpente o di pesci; composizioni entomologiche; tassidermie antropomorfe; un crocifisso interamente composto di frammenti ossei incollati pazientemente fra loro; maschere tribali, serpenti fallici che fanno il verso all’intimo griffato, lampadari scheletrici, testi in Braille ricavati dalle fantasie del manto di un sauro.

Ma gli altri tassidermisti, diciamo i “puristi”, non storcono il naso?
Certamente alcuni non la ritengono vera tassidermia, forse pensano che io mi sia montato la testa. Non mi importa. Cosa vuoi farci? Questo progetto sta prendendo sempre più importanza, mi diverte e mi entusiasma.

A ben vedere, non c’è poi grande differenza tra tassidermia classica e tassidermia artistica. Sia gli animali imbalsamati che si trovano nei musei di scienze naturali, che questi di Alberto, in fondo non sono altro che rappresentazioni, interpretazioni, simulacri.
Ogni tassidermista utilizza la pelle, e la forma, dell’animale per veicolare una particolare visione del mondo; e la narrativa museale (per quanto talmente consueta da essere ormai “invisibile” ai nostri occhi) non è forse più lecita di una prospettiva personale.

Per quanto Alberto mi ripeta di sentirsi ancora un artista alle prime armi, tutto sommato acerbo, i lavori di Inanimus testimoniano di una direzione artistica ben precisa. Mentre mi avvio verso l’uscita, ho la netta sensazione di aver visto qualcosa di unico, perlomeno nel panorama italiano. Quindi non posso esimermi dalla banale domanda di rito: progetti futuri?
Voglio continuare a migliorare, a imparare, a sperimentare nuove cose”, mi risponde Alberto perdendo lo sguardo tutto attorno, nella folla dei suoi animali trasfigurati.

Inanimus – un bestiario contemporaneo
Padova, Cattedrale Ex-macello, Via Cornaro 1
Fino al 17 Ottobre 2017 [Prorogato fino al 5 Novembre 2017]
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Link, curiosità & meraviglie assortite – 8

Eccoci ritrovati per una nuova edizione di LC&MA, la rubrica perfetta per darsi al cincischio e allo stupore sotto l’ombrellone!
(Perfetta anche per distrarmi un po’ dalla stesura del nuovo libro della Collana BB.) (A proposito, fino al 15 settembre c’è il 20% di sconto per chi desidera comprare tutti e 4 i libri assieme — basta inserire il codice coupon BUNDLE4 al momento dell’acquisto. Shopper di Bizzarro Bazar in omaggio.) (Ah, dimenticavo, il camaleonte qui sopra è una mano dipinta dal grande Guido Daniele, che di mestiere dipinge mani.)
Dai, cominciamo!

  • A Città del Messico, nel Templo Mayor, gli archeologi hanno finalmente trovato una delle leggendarie “torri di teschi” azteche che terrorizzarono i conquistadores spagnoli. Queste strutture (chiamate tzompantli) servivano a esibire i resti di guerrieri morti valorosamente in battaglia, o di nemici e prigionieri di guerra: ne abbiamo descrizione in diversi codici e nei resoconti dei conquistadores. La nuova “torre” appena scoperta potrebbe essere proprio lo Huey Tzompantli, il più grande di tutti, un’impressionante rastrelliera che all’epoca di Cortés, secondo i calcoli, arrivò a contenere ben 60.000 teste (immaginatevi che spettacolo raccapricciante).
    Nel nuovo sito ne sono stati contati 650, e il numero è destinato a salire con il procedere degli scavi. Ma c’è un mistero: gli esperti si aspettavano di trovare i resti, come abbiamo detto, di giovani guerrieri. Finora invece hanno riscontrato un’inspiegabile, alta percentuale di donne e bambini — cosa che ha lasciato tutti un po’ interdetti. Che la funzione degli tzompantli sia ancora da comprendere del tutto?
  • Ancora misteri archeologici: in Peru, a 200km dalle più celebri linee di Nazca, c’è questa specie di candelabro inciso nella roccia. Il geoglifo è alto 181 metri, è visibile dal mare, e nessuno sa esattamente cosa sia.

  • Durante la notte del 21 agosto 1986, in una valle nella provincia nord-occidentale del Camerun, più di 1700 persone e 3500 capi di bestiame morirono di colpo, nel sonno. Cos’era successo?
    Il vicino lago Nyos, non per nulla indicato dagli indigeni come un luogo infestato da spiriti malevoli, venne individuato come il vero responsabile dell’ecatombe.
    Sul fondo del lago Nyos, a causa del magma vulcanico ancora attivo, si forma normalmente uno strato di acqua in cui è presente un’altissima concentrazione di CO2. Le recenti piogge avevano favorito il cosiddetto “ribaltamento del lago” (o eruzione limnica): lo strato inferiore si era di colpo spostato in superficie, liberando un’immensa, invisibile nube di andride carbonica di 80 milioni di metri cubi, che aveva soffocato nel giro di pochi minuti quasi tutti gli esseri viventi della vallata. [Scoperto via Oddly Historical]

Se vi trovate nei paraggi, respirate pure tranquilli. Oggi alcuni sifoni portano l’acqua dal fondale alla superficie, in modo da liberare gradualmente e in modo costante la CO2.

  • Direte — che diavolo ci fa il catalogo di Tezenis su Bizzarro Bazar?
    Guardate meglio. Quel collo, gente.
    Un ritocco fotografico finito malissimo? Può darsi, ma mi piace pensare che la fanciulla sia in realtà l’erede dello straordinario Martin Joe Laurello, star del freakshow per i Ringlin Bros, Ripley’s Believe It Or Not, Barnum & Bailey e altri circhi itineranti.
    Qui lo vedete in azione, assieme al collega Bendyman.

  • L’ultima edizione del Godfrey’s Almanack (“periodico” dietro cui si cela il creatore del meraviglioso Thinker’s Garden) è dedicata al mare, alla navigazione antica, ai mostri marini. Ed è bellissima.
  • Si dica quel che si vuole di Caterina II di Russia, ma di sicuro aveva un certo gusto nell’arredamento.
  • Nel frattempo in Kenya c’è un avvocato che sta tentando (per la seconda volta!) di fare causa a Israele e a noi italiani per aver ucciso Gesù Cristo. Ci serva da lezione. Si può ammazzare, devastare e distruggere indisturbati  per secoli, ma guai a toccare qualcuno che ha conoscenze molto in alto.
    P.S. Consiglio agli amici della Grecia: i prossimi potreste essere voi, cominciate a far sparire ogni traccia di cicuta.
  • Su questo sito (cliccando sulla prima immagine) potete farvi un tour a 360° nella cripta di San Casimiro, Cracovia, fra bare aperte e mummie in bella vista.

  • Dal 21 al 24 luglio sarò all’Università di Winchester per le giornate organizzate da Death & The Maiden, un bellissimo blog sul rapporto fra le donne e la morte, con il quale ho collaborato in qualche occasione. L’evento omonimo si preannuncia succoso: oltre alle conferenze vere e proprie, ci saranno seminari e workshop (dal ricamo di sudari alle tecniche vittoriane di decorazione a intreccio con i capelli del defunto), visite guidate ai cimiteri monumentali della zona, concerti, performance artistiche e proiezioni di film documentari.
    Io porterò il mio talk Saints, Mothers & Aphrodites, che spero di riuscire a proporre in autunno anche qua e là in Italia.

Per ora è tutto, alla prossima!

Miraggi

Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno.
(E. A. Poe)

∼ Miraggi inferiori ∼

Aria molto calda vicina al suolo, e più fredda al di sopra. I raggi di luce rifratti dagli oggetti in lontananza vengono deviati dalla colonna di aria torrida che si sposta verso l’alto. Ecco il miraggio classico dei beduini del Sahara, le oasi fresche fra le dune e le pozze d’acqua là dove non c’è altro che sabbioso deserto.

Miraggio che accompagna anche un altro tipo di nomade, colui che non può fare a meno di viaggiare perché è in preda ai blues dell’autostrada, e che sa bene come l’asfalto possa apparire bagnato sotto il sole rovente.

Più ci si avvicina, più l’illusione svanisce. Ci affrettiamo verso l’acqua agognata per scoprire che era soltanto un inganno; e il correre nient’altro ha fatto se non peggiorare la nostra sete. “Perché l’acqua di un miraggio non è vista da chi vi sta vicino? – si domandava NāgārjunaIl modo in cui questo mondo è visto come reale da chi sta lontano non è lo stesso in cui è visto da chi sta vicino, per il quale è privo di realtà, come un miraggio”. Forse anche noi presto saremo abbastanza vicini alla verità da renderci conto che è un’illusione.

∼ Miraggi superiori∼

Il transatlantico, nella notte scura rischiarata soltanto dalle stelle, filava sull’acqua maestoso. A bordo, passeggeri in festa: all’orizzonte, una strana bruma. Reginald Lee era di vedetta:

Una notte chiara e stellata sopra di noi, ma al momento dell’incidente c’era una nebbia a prua, […] in effetti si estendeva più o meno per tutto l’orizzonte. Nessuna luna.

Foschia scura, corolla indefinibile, appena sopra l’orizzonte, ma troppo lontana per sembrare un funesto presagio. Dal nulla di quella caligine poi, senza preavviso, come un gigante che irrompesse in scena dal sipario funebre, ecco l’enorme profilo lattiginoso.

Era una massa scura che venne fuori da quella nebbia e non c’era traccia di bianco finché non fu proprio accanto al fianco della nave.

Sembra che sia andata proprio così: il Titanic probabilmente affondò per colpa di un miraggio. La montagna di ghiaccio era nascosta fino all’ultimo istante dalla luce siderale, piegata dal freddo del mare.

Ironicamente, si tratta dello stesso genere di miraggio che diede a un’altra nave, questa volta fantastica, una vita eterna, una persistenza tenace nelle fantasie dei marinai. L’Olandese Volante, che fluttuava immortale sopra le acque dell’oceano, forse deve la sua leggenda all’abbaglio chiamato “miraggio superiore”. Superiore perché le sue fantasmagorie appaiono sopra la linea dell’orizzonte, e talvolta le navi che stanno al di là della curvatura della Terra, e che non potremmo a rigore riuscire a vedere, ci appaiono sospese nell’aria.


Come gli alpinisti, che temono e rispettano la montagna, il popolo del mare conosceva un segreto che sfuggiva agli uomini di terraferma. Era conscio della natura insidiosa dell’acqua, sapeva i gorghi pronti a spalancarsi, le visioni, i fuochi magici sui pennacchi, i terribili mostri gemelli che attendevano le imbarcazioni in quella striscia di mare fra Sicilia e Calabria.

∼ Fata Morgana ∼

È proprio sullo Stretto di Messina che di tanto in tanto è avvistato il Castello nel Cielo, la dimora della Fata, crudele sorellastra di Artù figlio di Pendragon. Le arti magiche della fattucchiera fanno sì che il maniero alato sia visibile sia dalle coste dell’isola che dalle sponde calabre. Molti credettero di poter conquistare i suoi tremuli bastioni, finendo miseramente affogati.

Così la Fata Morgana ha dato il nome al più raro dei miraggi superiori, capace di accavallare tre o più strati di oggetti, invertiti e distorti, in un magma visivo in costante mutamento. Il miraggio definitivo, in cui nulla è ciò che appare; apparizioni impossibili di torri lontane e cupe, città incantate, foreste fantasma. L’orizzonte non è più una promessa, ma un beffardo abbaglio.

∼ Il miraggio del Tutto ∼

Una volta Chuang-Tzu sognò d’essere una farfalla: era una farfalla perfettamente felice, che si dilettava di seguire il proprio capriccio. Non sapeva d’essere Tzu. Improvvisamente si destò e allora fu Tzu, gravato dalla forma. Non sapeva se era Tzu che aveva sognato d’essere una farfalla, o una farfalla che sognava d’essere Tzu.

Quello che Chuang-Tzu omette di considerare è la possibilità che sia lui che la farfalla siano un sogno: il sogno di qualcun altro.
I fisici quantistici, moderni poeti, mistici, artisti, ci suggeriscono la possibilità di un cosmo olografico. Per alcuni uomini di scienza, l’intero universo sarebbe un simulacro, una sofisticata simulazione (atomi-pixel), e noi i personaggi che a poco a poco stanno prendendo coscienza di far parte di un gioco. Il metodo di Galilei abbraccia ora le lucide allucinazioni dei mangiatori d’oppio, è la matematica a dirci per prima che “la vita è sogno”.

Fra i sostenitori dell’ipotesi che vede questo universo come un’elaborata finzione all’interno di un algoritmo alieno, c’è anche un controverso, visionario innovatore che sta cercando di metterci al riparo dalla minaccia delle Intelligenze Artificiali forti. Il suo inconcepibile progetto: fondere le nostre cortecce cerebrali con la Rete, liberandoci per sempre dal virus del linguaggio e, nel tempo, riprogrammando dall’interno un corpo ormai obsoleto. Mutate or die!
E la mutazione comincerà, c’è da starne certi, non nel giro di duecento anni, ma nei prossimi dieci o quindici.

Oggi ci guardiamo attorno, e tutto è miraggio.
Da millenni si discute del Grande Sogno, ma mai come ora il velo di Maya è stato così sottile, pronto a strapparsi ad ogni istante.
Cosa può significare, per noi, accettare una possibile irrealtà del tutto? Significa forse il relativismo assoluto, che uccidere non è poi così grave, che tutto è privo di valore? Non erano le ultime parole di Hassan-i Sabbāhnulla è vero, tutto è permesso”?
[Il vecchio Uncle Bill sorride sornione dal suo universo parallelo, attorniato da seducenti ragazzi-scolopendra.]
O dobbiamo intendere il miraggio come liberazione? Che, finalmente, la morte sia davvero quel passaggio raccontato da tutti gli illuminati, e che il mondo vero non sia questo? Ma esiste, poi, un mondo vero? O è un altro miraggio dentro a un miraggio?

Di nuovo Chuang-Tzu, lo stesso della farfalla:

Gli stolti credono d’essere desti e sanno minuziosamente se sono principi o pecorai. Che certezza! Tanto io, Ch’iu, che tu sogniamo. È un sogno anche che io dica che tu sogni.

(Grazie, Bruno!)

Stupire! – Il Festival delle Meraviglie

Vi sono luoghi in cui i sedimenti del Tempo si sono venuti a depositare, con il fluire dei secoli, e che assumono un’atmosfera densa, stratificata anch’essa come le architetture di cui è possibile leggere le successive rielaborazioni: sembra quasi che in simili luoghi il passato non sia mai veramente passato, ma sopravviva ancora — o perlomeno ci immaginiamo di avvertire una sua impronta vestigiale.

La Rocca Sanvitale a Fontanellato (Parma) è uno di questi maestosi luoghi della meraviglia: teatro di congiure, battaglie, assedi, così come — certamente — di risate, amori, feste e spensieratezza; luogo d’arte (il Parmigianino fu chiamato ad affrescare le lunette della Saletta di Diana e Atteone nel 1523) e di scienza (a fine ‘800 il conte Giovanni Sanvitale installò nella torre sud una incredibile camera ottica, ancora oggi funzionante).
Qui la Storia si respira. Non ci si stupirebbe, insomma, nell’incontrare fra le stanze della Rocca uno di quei sbiaditi fantasmi che ripetono sempre lo stesso gesto, intrappolati all’infinito in una mestizia più profonda della morte stessa.

Ed è proprio fra le mura e le torri di questo castello che si terrà la prima edizione di Stupire!, il Festival delle Meraviglie: tre giorni ricchi di sorprese fra spettacoli, laboratori, esperimenti, incontri con mentalisti e scienziati pazzi. L’intento è quello di trasmettere cultura in modo divertente e inaspettato, impiegando gli strumenti dell’illusionismo.

Dietro all’iniziativa, sostenuta dal Comune di Fontanellato e organizzata in collaborazione con il Circolo Amici della Magia di Torino, ci sono due menti assolutamente fuori dall’ordinario: Mariano Tomatis e Francesco Busani.

Se seguite Bizzarro Bazar li conoscete già: sono entrambi apparsi su queste pagine, oltre a essere stati ospiti della mia Accademia dell’Incanto.
Mariano Tomatis (uno dei miei eroi personali) è il vulcanico wonder injector che sta rivoluzionando il mondo della magia restandone, per così dire, a margine. Per metà storico dell’illusionismo, per metà teorico della meraviglia, e per l’altra metà attivista dell’incanto, Mariano scandaglia le implicazioni psicologiche, sociologiche e politiche dell’arte magica riuscendo così a spostarne il baricentro verso nuovi e fecondi equilibri(smi). Da quest’anno il suo Blog of Wonders è gemellato con Bizzarro Bazar.
Se Mariano è il “teorico” del duo, il fidentino Francesco Busani è il mentalista vero e proprio, esperto di bizarre magick, indagatore dell’occulto e impareggiabile cantastorie. Come ha raccontato nell’intervista che mi ha concesso qualche mese fa, è anche stato fra i primi in Italia a proporre esperienze di mentalismo one-to-one. Dal sodalizio di questi due artisti è già nato il Progetto Mesmer, un laboratorio di illusionismo che sta riscuotendo ottimo successo. Il festival Stupire! è il coronamento di questa collaborazione, forse la loro impresa più visionaria.

Avrò l’onore di aprire le danze, venerdì 19 maggio, assieme a Mariano.
Durante l’incontro parlerò di collezionismo di curiosità, di oggetti macabri, di camere delle meraviglie antiche e di neo-wunderkammer. Porterò anche qualche pezzo interessante, direttamente dai miei armadietti aperti per l’occasione.

Nei giorni successivi, oltre alle conferenze e agli spettacoli di Busani e Tomatis (vanno davvero visti per comprendere la profondità che raggiungono attraverso la magia), il programma prevede: l’arte manipolatoria e le ombre cinesi di Diego Allegri, la street magic di Hyde, il Professor Alchemist e i suoi folli esperimenti; chiude il festival Gianfranco Preverino,  tra i massimi esperti mondiali sulle tecniche dei bari nel gioco d’azzardo.
Ma l’evento non è soltanto limitato al castello. Sabato e domenica saranno le strade di Fontanellato a farsi teatro delle imprevedibili azioni di guerrilla magic del collettivo Double Joker Face: esibizioni a sorpresa in spazi pubblici, progettate per creare sconcerto tra i passanti.
Se ancora non bastasse, sabato e domenica per tutto il giorno fuori dalla Rocca chi è alla ricerca di qualche piccola stranezza dimenticata potrà setacciare le bancarelle del mercatino magico e dell’antiquariato.

Infine, lo slogan di Mariano Tomatis “la Magia al popolo!” si incarna in un ultimo, gradito abracadabra: tutti gli eventi di cui avete letto qui sopra sono assolutamente gratuiti, fino a esaurimento posti.
Tre giorni di cultura, illusionismo e meraviglia in un luogo in cui, come dicevamo all’inizio, la Storia è tutta attorno. Un week-end che probailmente lascerà i partecipanti con occhi più inclini all’incanto.
Perché non è al mondo che va restituita la magia, ma al nostro sguardo.

Qui potete trovare il programma dettagliato, assieme ai link per prenotare gratuitamente i posti a sedere.

Cibi rituali napoletani

di Michelangelo Pascali

Tutti conoscono la cucina italiana, ma pochi sanno che diverse pietanze hanno anche un significato simbolico. Il guestblogger Michelangelo Pascali ci porta alla scoperta del valore metaforico di alcuni piatti partenopei.

La cultura napoletana mostra una densa simbologia che accompagna la preparazione e il consumo, soprattutto a scopo propiziatorio, di alcuni cibi durante le feste rituali, intensamente sentite e legate per lo più al passaggio delle stagioni e al percorso della vita. Feste antichissime, alcune delle quali successivamente cristianizzate.
Più precisamente, il significato simbolico dei cibi rituali può essere legato talora alla ciclicità della vita, talaltra all’eccezionalità di particolari momenti sociali.

Nella categoria dei “cibi della devozione” si inserisce a pieno diritto il bianco e duro torrone, che si mangia durante le festività dei morti, tra gli ultimi giorni di ottobre e i primi di novembre. Con le mandorle al suo interno vuole rappresentare le ossa dei defunti che vanno, secondo un’ottica antropofagica, assimilate dentro di sé (un po’ come succede con gli scheletri di zucchero messicani). Il cosiddetto torrone dei morti può assumere tradizionalmente anche una forma squadrata ricoperta di cacao scuro, che steso a rivestire la bianca pasta diventa così del tutto simile alla sagoma di un tavùto («bara»).

Le decorazioni romboidali della pastiera, dolce pasquale, richiamano invece i campi arati, alludendo, assieme al grano grosso che forma la sua base, alla venuta della stagione più mite e più affine alla vita.


La rinascita primaverile, dopo la “morte” dell’inverno, trova una sua rappresentazione anche nel casatiello, tradizionale rustico della Pasquetta, la cui lievitazione deve avvenire un’intera notte dal tramonto all’alba, e che si presenta a forma circolare bucata. Il richiamo qui è alla ciclicità del tempo, secondo la lettura tipica di una società legata alla terra (per certi versi distante dal messaggio finalistico proprio della religione cristiana); i formaggi e i salumi nell’interno rievocano ancora una volta i defunti sepolti nel terreno. Ma la vera particolarità sono le uova, che spuntano per metà dalla torta, protette da una “croce” di pasta: un elemento bizzarro, che non avrebbe ragione di esistere se non come allegoria della nascita, visto che le uova sono posizionate, per l’appunto, “da sotto la terra alla terra” o “dalla terra al cielo”.

Nel menu della vigilia partenopea “i cibi comandati si chiamano ancora ‘devozioni’, proprio come nei banchetti sacri dell’antica Grecia”, e “l’obbligo del mangiare di magro si rovescia nel suo contrario” (M. Niola, Il sacrificio del capitone, in Repubblica del 15 dicembre 2013).
Il tradizionale cenone natalizio segue la falsariga degli antichi pranzi funerari (con la presenza irrinunciabile di frutta secca e frutti di mare), e provvede alla consumazione delle scorte residue prima dell’anno nuovo, come ad esempio nella menestra maretata.

Ma il protagonista assoluto è il capitone, grossa anguilla femmina dalla peculiarissima riproduzione (dovuta ai suoi costumi migratori), legato simbolicamente all’Uroboro, dal greco οὐροβόρος. Questa somiglianza con il serpente, animale che in tantissime culture viene associato al tempo proprio per la sua capacità di comporre un cerchio, è nel caso del capitone associata anche all’acqua, elemento vitale per antonomasia.
Il capitone viene prima allevato in famiglia, per finire poi ucciso dai suoi componenti (in un rito che prevede la possibile “fuga” dell’animale), richiamando esplicitamente il sacrificio rituale intracomunitario.

Il capitone, ancora vivo, viene tagliato a pezzi e gettato in una padella colma di olio bollente, mentre ciascuna delle sue singole parti si contorce e si agita freneticamente: in questa preparazione, è come se si disaggregasse e incorporasse l’infinito ciclo mentre ancora esso si muove. L’equiparazione del capitone al serpente come allegoria del male appare invece propria di una simbologia più tarda e, in qualche modo, giustapposta.

Sugli struffoli, dolci in foggia di piccole sfere ricoperte di miele — ingrediente prezioso, tanto che il corpo di Gesù Bambino è indicato come “roccia che dà miele” —, canditi e diavulilli (piccolissimi confetti di vari colori), possiamo solo avanzare l’ipotesi che essi indichino, con il loro aspetto, una connessione con il piano stellare. Questi dolcetti si offrono infatti a Natale, un momento tanto importante per la cosmologia: il solstizio d’inverno è definito da Macrobio la “porta degli dei”, in quanto sotto il segno del Capricorno è possibile la comunicazione tra gli uomini e le divinità. È il momento in cui si dice siano nate diverse divinità solari, come il persiano Mitra, il semidio irlandese Cú Chulainn, il greco Apollo — protettore precristiano di Napoli, il cui tempio era situato proprio dove ora si trova il Duomo. E il Santo protettore Gennaro, il cui sangue è conservato proprio nel Duomo, è simbolicamente affine ad Apollo.
Ovviamente anche la Chiesa ha fissato in prossimità del solstizio la nascita di Cristo, in precedenza collocata al sei gennaio.

La sfogliatella (riccia), invece, allude evidentemente nella sua forma all’organo genitale femminile, la “valle di fuoco” (secondo la traduzione della parola napoletana di uso comune, e di origine greca). Essa ci riporta ai riti orgiastici, diffusi in quel di Napoli per oltre un millennio e mezzo dall’avvento del cristianesimo, che si svolgevano in numerosi luoghi particolari, tra cui le grotte del Chiatamone. Questo dolce era forse pensato proprio per fornire ai partecipanti un alto apporto energetico.

Di carattere squisitamente profano appare infine l’inscindibile binomio di chiacchiere e sanguinaccio. La forma delle prime ricorda le lingue (o i cartigli su cui, nei dipinti e nei bassorilievi, erano impresse le parole di chi era rappresentato). Il secondo invece era originariamente a base di sangue di maiale.
Durante il Carnevale, unica vera festa profana rimanente, questa accoppiata di dolci suona come una specie di invito all’omertà: avverte e diffida dal contaminare con logiche ordinarie la carica sovversiva di questo rito che è per eccellenza egualitario (le maschere occultano l’identità individuale, rendendo irriconoscibili ma anche indistinguibili i presenti).
Quel che accade a Carnevale, insomma, lì deve rimanere confinato — pena “affogare le lingue nel sangue”.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 6

Fatevi avanti! Nuova raccolta di notizie weird dal mondo, storie improbabili e fatti curiosi per fare i saputelli con gli amici! Garantiti per rompere il ghiaccio alle feste!

  • Avete visto quanto carini e ciccini sono i pipistrelli della frutta? Quanto vi piacerebbe avere un cuccioletto così, che fa le sue faccine buffe mentre gli offrite pezzetti di anguria o di banana?
    Un’esperta di pipistrelli spiega in questo illuminante articolo tutti i motivi per cui tenere questi mammiferi come animali domestici sia in realtà una pessima idea.
    Non solo per ragioni etiche (praticamente rovinereste la loro esistenza) ed economiche (mantenerli costa, e più di quanto immaginiate); ma soprattutto perché, nonostante quei meravigliosi musetti da rubacuori, i pipistrelli — come posso dire — non seguono esattamente il nostro galateo.
    Mentre sono a testa in giù, si spargono la propria urina per tutto il corpo per puzzare appropriatamente. Defecano in continuazione. E soprattutto fanno sempre sesso — etero e omo, vaginale, orale e anale, e chi più ne ha più ne metta. Se li tenete da soli, i maschi si dedicheranno testardamente all’auto-fellatio. Cercheranno di accoppiarsi anche con voi.
    E se ancora pensate “Be’, insomma, cosa vuoi che sia”, vi ricordo che stiamo parlando di questo.
    La prossima volta che un vostro amico posta un video di pipistrelli coccolosi su un social, linkategli pure questa foto. Non c’è di che.
  • Sesso + animali è un binomio che offre sempre intrattenimento assicurato. Prendete ad esempio il ragno Latrodectus: dopo aver copulato, il maschio si offre volontariamente in sacrificio per essere divorato dalla femmina, a beneficio della futura prole. E non è l’unico ad aver compreso i vantaggi evolutivi del cannibalismo.
  • A Rennes in Francia, sotto un convento, sono stati ritrovati più di 1.380 corpi datati dal XIV al XVIII secolo. Uno di essi apparteneva a una nobildonna, Louise de Quengo, Signora di Brefeillac; assieme a lei, nella bara, è stato trovato il cuore di suo marito sigillato in un contenitore di piombo. La ricerca su queste sepolture, pubblicata di recente, potrebbe riscrivere quello che pensavamo della mummificazione in epoca rinascimentale. Ecco due articoli, in italiano e in inglese.

  • Restando in tema, ecco un ottimo articolo su alcune fra le meno note mummie italiane: quelle di Mosampolo.
  • E ancora riguardo ai patrimoni italiani che raramente finiscono sotto i riflettori, ecco un bell’articolo su BBC Culture riguardo le Catacombe di San Gaudioso a Napoli, i cui affreschi mostrano una sorta di danza macabra ma con un dettaglio sconcertante: là dove ora si trovano dei buchi, al posto del volto, un tempo erano posizionate delle teste essiccate e dei veri teschi.
  • Cambiamo scenario. Immaginate un futuro alla Blade Runner: un enorme cartellone pubblicitario, delle incredibili dimensioni di 1 km², orbita intorno alla Terra rischiarando le notti con le sue luci elettriche colorate, come una seconda luna, sponsorizzando una bibita gassata o l’ultima marca di shampoo. Per ora ce lo siamo evitati, ma non vuol dire che qualcuno non ci abbia pensato. Ecco la pagina Wiki dedicata allo space advertising.
  • Già che parliamo di spazio, l’ottimo pezzo The Coming Amnesia ipotizza un futuro in cui le galassie saranno così distanti l’una dall’altra da non essere più visibili con alcun telescopio. Questo vuol dire che gli abitanti del futuro saranno convinti che l’unica galassia esistente sia la loro, e non potranno mai arrivare a teorizzare qualcosa come il Big Bang. Ma un attimo: e se qualcosa di simile fosse già successo? Se qualche dettaglio fondamentale per comprendere la natura del cosmo fosse già scomparso per sempre, impedendoci di avere un quadro completo?
  • Per insegnare in maniera intuitiva cos’è il contrappunto, il programmatore Stephen Malinowski di Berkeley crea delle grafiche in cui le varie linee melodiche sono suddivise per colori. E di colpo diviene chiara anche per chi non conosce la musica quale sia la meravigliosa complessità di una fuga per organo di Bach:

  • E per finire in bellezza, non appena avete 10 minuti liberi vi consiglio di tuffarvi nelle atmosfere poetiche e fantastiche di Goutte d’Or, corto franco-danese in stop-motion diretto da Christophe Peladan. Un’ironica storia di pirati non-morti che, sapendo bene di non poter competere con i blockbuster caraibici, fa di necessità virtù e si permette qualche malizia tutta francese.

Luca Cableri, il cercatore di meraviglie

Luca Cableri è un uomo divorato da una sconfinata passione.
Gallerista e collezionista, studia la storia delle wunderkammer da decenni; eppure quando ne parla, i suoi occhi si illuminano ancora. Chi si ostina a voler cercare la meraviglia, lo fa anche perché rifiuta di dimenticare lo sguardo del bambino — del bambino che era, del bambino che tutti siamo stati.

La più spettacolare creazione di Luca è Theatrum Mundi, una wunderkammer atipica e originale che si trova in pieno centro storico ad Arezzo.
Appena varcata la soglia della galleria, si entra in uno spazio straniante: sotto le bellissime volte affrescate del palazzo signorile che ospita questa collezione, si possono ammirare meraviglie antiche e moderne — scheletri di dinosauri e tute spaziali, edizioni originali del Monstorum historia dell’Aldrovandi e forchette per il cannibalismo rituale, tassidermie esotiche e installazioni di design contemporaneo.

Questi accostamenti “eretici” tra oggetti di museologia classica e rimandi alla cultura pop non sono affatto arbitrari, ma seguono una filologia che vuole dar conto dell’evoluzione che il concetto stesso di meraviglia ha subìto attraverso i secoli. Se il coccodrillo imbalsamato appeso al soffitto era un tempo una vera e propria icona dello stupore (nessuna wunderkammer poteva dirsi completa senza un coccodrillo o un dente di narvalo!), il collezionista moderno non può ignorare le declinazioni attuali di meraviglia: ecco perché Theatrum Mundi propone anche reperti dell’era spaziale, o cimeli relativi alle arti più giovani, come il cinema.

Luca insegue questa sua estetica con spirito surrealista e un po’ irriverente, esponendo per esempio una maschera sciamanica di fianco a quella utilizzata nel film The Mask con Jim Carrey.

Theatrum Mundi testimonia quindi l’attualità del concetto di wunderkammer, e ha il grande merito di proporre un tentativo di svecchiamento. Con questo suo personale modo di infondere nuova vita al collezionismo di curiosità, Luca sta anche invitandoci a cercare il nostro.

A ottobre ho invitato Luca a parlare all’Accademia dell’Incanto, presso la galleria di Giano Del Bufalo; e nonostante tutte le nostre serate abbiano avuto un ottimo riscontro, il suo talk ha registrato il tutto esaurito nel giro di poche ore dall’apertura delle prenotazioni.
Visto l’interesse, ho pensato dunque di fargli qualche domanda per Bizzarro Bazar, anche a beneficio di chi non ha potuto partecipare alla sua lezione su come si “reinventa” una wunderkammer.

Ricordi com’è iniziata tua passione per le camere delle meraviglie?

Tutto è iniziato da piccolissimo, mio padre mi portava al fiume dove incominciai a raccogliere sassi e bastoncini dalle forme strane e quasi aliene; poi ci fu l’epoca delle conchiglie, e in seguito, in età adolescenziale, mi cimentai con i collage, ritagliando dalle riviste le figure più bizzarre che colpivano la mia immaginazione.
All’università scoprii il concetto di wunderkammer e ne rimasi affascinato, mi documentai parecchio, incominciai a visitare mostre e musei… e così oggi faccio il raccoglitore di meraviglie.

Credo che il tuo lavoro sulla galleria Theatrum Mundi abbia soprattutto il merito di smentire un assioma che molti danno per scontato: che il collezionismo di wunderkammer sia un sottogenere dell’antiquariato. Capita che i tuoi abbinamenti fra pezzi antichi e moderni facciano storcere il naso ai puristi?

La galleria Theatrum Mundi di Arezzo, che ho aperto con il mio socio Iacopo Briano, è stato un grande “azzardo ragionato” in un periodo di crisi non solo economica ma anche per l’antiquariato classico. Pensare di proporre meteoriti, tute spaziali, dinosauri, maschere precolombiane, sarcofagi egizi o oggetti originali del cinema è stato veramente innovativo, e quando si propone qualcosa di nuovo c’è sempre chi ti guarda con sospetto o ti critica. Tutto ciò che non si conosce o scardina la normalità all’inizio fa paura, destabilizza. Però molti antiquari classici, dopo aver storto il naso in un primo periodo, hanno incominciato ad apprezzare il nostro approccio alle wunderkammer. C’è anche l’indubbio vantaggio di poter esporre nella stessa stanza, con disinvoltura, un busto romano e la tuta originale di Batman, una maschera rituale della Nuova Guinea e un quadro d’arte contemporanea. L’importante è che gli oggetti siano messi in condizione di “parlare” tra loro.

Esiste davvero un’idea — un concetto unico, ben definito — di wunderkammer? C’è un elemento che può definire una collezione come “appartenente” a questo specifico genere di collezionismo?

L’elemento fondamentale che deve assolutamente caratterizzare la wunderkammer è ovviamente la meraviglia: gli oggetti devono essere stupefacenti, che sia per il loro aspetto, la storia o la loro funzione.
Furono i Principi e l’alta nobiltà i primi a racchiudere in una stanza tutte le curiosità dell’epoca per poter sorprendere i loro attoniti ed increduli ospiti.
Se consideriamo dunque il concetto classico di wunderkammer (nato dalle kunstkammer del Quattrocento per poi conoscere nel Sedicesimo secolo la massima espansione in tutta Europa) la caratteristica fondamentale era la presenza di quattro categorie. I naturalia erano oggetti della natura provenienti dalle Indie, dalle Americhe o dall’Africa. Pensa allo stupore degli europei di fronte al primo rinoceronte o alla giraffa. I mirabilia erano invece oggetti creati dall’uomo — pensiamo ai grandi lavori di oreficeria con cui gli artigiani creavano figure fantastiche e preziose. Con exotica si indicava tutto quello che veniva da lontano, oltre le colonne d’Ercole: i costumi dei nativi, la loro produzione artistica. E infine c’erano gli scientifica, oggetti della nuova scienza, astrolabi, mappamondi, cannocchiali, automi.
Nel XXI secolo, rimangono ancora valide queste categorie per poter parlare di stanza delle meraviglie, ma io ho voluto attualizzarle. Così includo nei naturalia anche dinosauri o fossili, nei mirabilia i prop originali dei film come la maschera di Dart Fener o la corazza del gladiatore di Russel Crowe; negli exotica, che in un mondo globalizzato come il nostro hanno perso la loro connotazione originale, trovano posto le meteoriti; e negli scientifica tutto quello che è legato alla conquista spaziale, come un pezzo di una navicella o una tuta spaziale che ha veramente viaggiato nel cosmo.
I miei sono solo degli esempi, ognuno è libero di creare la sua personale wunderkammer a seconda della sua personalità, gusto, cultura e inclinazioni collezionistiche. L’importante secondo me è non scordare le quattro categorie, altrimenti il tutto si riduce a un insieme eterogeneo di oggetti.

Nella mia esperienza, più cerchi la meraviglia, più la meraviglia ti viene incontro: le situazioni in cui ci si ritrova sono spesso paradossali o surreali. Qual è l’ultima cosa strana che ti è capitato di fare, in relazione alla tua collezione?

Anni fa comprai a Parigi un manichino-reliquario, il Niombo della statuaria Bwendè, un grande fantoccio antropomorfo fatto di tessuto e paglia. Mi piaceva la sua forma bizzarra e i tatuaggi dipinti sul busto. Inoltre aveva una storia pazzesca, si narrava che questi oggetti contenessero al loro interno i resti di un defunto sciamano che con le sue braccia faceva da tramite tra le divinità e il popolo.
Misi l’oggetto in catalogo, e qualche tempo fa mi chiamò un collezionista dal sud della Francia. Mi disse di essere interessato al Niombo ad una sola condizione: che all’interno dovevano esserci le ossa, perché altrimenti voleva dire che si trattava solo di un falso decorativo, creato apposta per i turisti creduloni degli anni cinquanta.
Presi il manichino e mi recai all’ospedale di Arezzo, in reparto radiografie. Tra la curiosità e l’ilarità generale facemmo i raggi X, incominciammo a scandagliare dai piedi per risalire alla testa senza risultato… poi all’ improvviso con grande sorpresa e stupore comparve l’agognato osso. Evviva!

Avventurarsi in questo tipo di ricerche ha, sempre per quanto mi riguarda, un ulteriore “appeal”, ed è il fattore umano. Le persone che si conoscono mentre si insegue un pezzo, un particolare oggetto. Alcuni tra i collezionisti sono eccentrici quanto le loro collezioni! Qual è la persona più curiosa che hai incontrato?

Sicuramente un collezionista americano con la passione per i minerali e i fossili. Una sera, durante una fiera mi invitò nel suo immenso ranch vicino a Tucson in Arizona e mi fece vedere la sua sterminata collezione. Rimasi strabiliato per la vastità e qualità degli oggetti, aveva praticamente tutto!
Dopo cena ci sedemmo all’aperto ad ammirare un meraviglioso cielo stellato sorseggiando una birra. A quelle latitudini, nel deserto e senza alcun inquinamento luminoso, la volta celeste sembra più vicina e più bella.
Lui ad un certo punto mi confida il suo sogno proibito: mi dice che c’è un minerale che ancora non possiede. Allora io chiedo quale sia, e lui mi indica la luna. Voleva un vero pezzo di luna. Incominciai una frenetica ricerca e trovai nell’est Europa un piccolo frammento donato da un presidente americano ad un ambasciatore… per poi scoprire a malincuore che era proibito fare commercio di materiale lunare. Allora ripiegai su uno straordinario frammento di meteore lunare per assecondare la richiesta del mio interlocutore.
Lui non si demoralizzò, anzi mi disse che negli anni seguenti avrebbe contattato degli ingeneri della Nasa in pensione, per farsi costruire un razzo privato che potesse atterrare sulla luna, prelevare un pezzetto e ritornare sulla terra!

Al di là delle diverse possibilità economiche, tutti i collezionisti che incontriamo sono così: eterni sognatori.
È per questo che spesso ricordo mio padre, che quand’ero ragazzo mi diceva: “sono curioso di sapere cosa farai da grande”… Ecco, oggi posso dire in tutta franchezza che sono orgoglioso di essere un “wunderkammerista”, un cercatore dell’impossibile e del meraviglioso!

Ecco il sito ufficiale di Theatrum Mundi.

2017: un nuovo anno di meraviglie

Il capodanno, diciamolo, è una convenzione; eppure il significato ultimo di questa festa è dare conto delle stagioni, della ciclicità, ricordarci insomma che il Tempo è assieme continua fine e continuo inizio. Si ha l’impressione di voltare pagina, di poter ripartire da capo, concedendoci fantasticherie e speranze che fino al giorno prima erano soffocate. Il capodanno è il momento per sognare nuovi sogni.

Per quanto riguarda Bizzarro Bazar, il 2017 promette davvero di essere annus mirabilis: è in arrivo una cornucopia di novità.
Sulla maggior parte di questi progetti vige ancora il canonico segreto (che sorprese sarebbero, altrimenti?), ma tutto verrà svelato al momento debito nel corso dell’anno.

Una prima anticipazione è trapelata proprio ieri su Facebook.
Il format Cult+ della RSI (Radio e Televisione Svizzera) dedicherà alcune puntate della prossima stagione alla Roma macabra e curiosa: secondo voi, chi avranno interpellato come cicerone?

Lo stralunato Ronco (Stefano Roncoroni, ideatore del format), mi ha chiesto di introdurlo non soltanto al lato meno solare della Capitale e al patrimonio macabro italiano, ma anche nel sottobosco romano di cercatori, studiosi e artefici della meraviglia.
Una realtà sempre più presente, emersa — lo dico con un po’ di orgoglio — anche grazie a questo blog, che ha operato da catalizzatore, in particolare con la fortunata iniziativa dell’Accademia dell’Incanto. La troupe elvetica ha presenziato anche a uno degli incontri organizzati alla wunderkammer Mirabilia, intervistando relatori e partecipanti; sarà interessante scoprire cosa uno sguardo esterno ha intravisto nelle nostre passioni!
Potete seguire gli sviluppi sulla pagina Facebook di Cult+.

Ma ogni anno inizia anche con uno sguardo indietro.
Ecco allora che, in guisa di mio benvenuto al 2017, ho pensato di raccogliere in un e-book quattro anni di collaborazioni con la rivista d’arte Illustrati, edita da Logos.

The Illustrati Archives 2012-2016 è un’antologia che contiene tutti gli articoli firmati Bizzarro Bazar pubblicati finora sulle pagine della rivista, e mai comparsi qui sul blog.
Ecco uno scorcio di quello che vi attende:

Un abate sordomuto scolpisce in segreto un’opera monumentale; alcuni militari sopravvivono per sei anni intrappolati in un bunker; un uomo, da solo, causa più danni al pianeta di qualsiasi altro organismo nella storia del mondo. E ancora: pantaloni in pelle umana, formiche zombi, foreste maledette, mini dive del porno, strampalate teorie scientifiche, e il mistero del blu — il colore che per i Greci antichi non esisteva.

Tre euro per trenta piccole perle di meraviglia, da portare sempre con voi.
Potete acquistare l’e-book Kindle a questo link.
(La mia gratitudine a quanti sceglieranno in questo modo di sostenere il blog).

E ora al lavoro, a dissotterrare nuove stranezze, di cui la realtà non è certo avara.
Perché “più grande è l’isola della conoscenza, più lunga è la linea costiera della meraviglia“.