Pingu vs. La cosa

Punto primo: Pingu è una serie animata svizzera per bambini, realizzata in claymation.

Punto secondo: La cosa (1982) di John Carpenter è senza dubbio uno dei migliori film horror di sempre e ha indelebilmente marcato l’immaginario cinematografico.

Punto terzo: arriva il geniale Lee Hardcastle e ci propone l’incontro fra il pinguino preferito dai bambini e il mostruoso alieno, rivisitanto le sequenze da antologia del film di Carpenter, con risultati esilaranti.

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La biblioteca delle meraviglie – II

Mell Kilpatrick

CAR CRASHES & OTHER SAD STORIES

(2000, Taschen)

Kilpatrick era un fotografo che operò nell’area di Los Angeles dalla fine degli anni ’40 fino all’inizio degli anni ’60. Seguendo le pattuglie della polizia nelle loro chiamate, ebbe l’occasione di documentare suicidi, omicidi, ma soprattutto incidenti stradali mortali.

Questo splendido volume illustrato sella Taschen offre una selezione dei suoi scatti, quasi sempre notturni, che mostrano l’inizio di una piaga che arriva fino ai giorni nostri. È difficile descrivere le emozioni che si provano di fronte a queste fotografie. Da una parte c’è ovviamente l’empatia per le vittime, mentre la nostra mente cerca di immaginare cosa possano aver provato; ma dall’altra, ed è questo che rende affascinante la collezione di immagini, interviene il filtro del tempo. Questi incidenti provengono da un’epoca lontana, sono grida anonime nello scorrere del tempo, e il flash dona alle scene dell’impatto un’atmosfera mutuata dai film noir dell’epoca (sarà un caso, ma Kilpatrick, come secondo lavoro, faceva il proiezionista in un cinema). Eppure anche una certa amara ironia scorre talvolta in alcuni scatti, come quando i cadaveri sono fotografati sullo sfondo di allegre pubblicità commerciali.

Forse le fotografie hanno acquisito, nel tempo, più significato di quanto non fosse negli originari intenti dell’autore; ma viste oggi, queste auto d’epoca, con i loro grovigli di lamiere e di carne, non possono non ricordare le pagine memorabili dedicate da James G. Ballard agli incidenti automobilistici intesi come nuova mitologia moderna, ossessionante e intimamente sessuale. Immagini bellissime ma destabilizzanti, appunto perché saremmo tentati di iscriverle nel mito (del cinema, della letteratura, della fotografia) proprio quando ci mostrano il lato più reale, banale e concreto della morte.

Paul Collins

LA FOLLIA DI BANVARD

(2006, Adelphi – Fabula)

Il meraviglioso libro di Paul Collins ha come sottotitolo la frase: “Tredici storie di uomini e donne che non hanno cambiato il mondo”. Le sue tredici storie sono davvero straordinarie, perché raccontano di alcuni individui che sono arrivati a tanto così dal cambiare il corso della storia. E poi, hanno fallito.

Scritto in una prosa accattivante e piacevolissima, La follia è tutto una sorpresa dietro l’altra, e ha la qualità dei migliori romanzi. Di volta in volta malinconico ed esilarante, ha il merito di provare a ridare dignità ad alcuni “dimenticati” della scienza e della storia, ognuno a modo suo geniale, ma per qualche motivo vittima di un fatale errore, e delle sue amare conseguenze.

A partire da John Banvard, il folle del titolo: non l’avete sicuramente mai sentito nominare, ma a metà dell’Ottocento era il pittore vivente più famoso del mondo… René Blondlot, insigne professore francese di fisica, che fece importanti e apprezzate scoperte prima di prendere un clamoroso abbaglio, annunciando di aver scoperto i “raggi N”… oppure Alfread Beach, inventore della metropolitana pneumatica, che non prese mai piede non perché non funzionasse, ma perché lui si inimicò il sindaco di New York, tanto da sfidarlo costruendo di nascosto un tratto di metropolitana proprio sotto il municipio… e ancora, cialtroni e imbroglioni da premio Nobel per la lettaratura: William H. Ireland, ad esempio, ossessionato da Shakespeare, ne imparò talmente bene la calligrafia e lo stile da riuscire a produrre falsi e intere opere teatrali, giudicate all’epoca fra le migliori del Bardo; oppure George Psalmanazar, che si inventò di essere originario di Formosa (all’epoca ancora inesplorata, e in cui nemmeno lui aveva mai messo piede), arrivando a descriverne la cultura, le tradizioni, la religione, la flora e la fauna e perfino inventandosi un complesso linguaggio.

Uomini straordinari, folli, herzoghiani, che per un attimo hanno sfiorato la grandezza (magari con intuizioni scientifiche quasi corrette), prima di terminare la loro parabola nel dimenticatoio della Storia. Un divertito elogio della fallibilità umana intesa come voglia di tentare, di esplorare il limite; perché se anche si cade, la caduta testimonia talvolta l’irriducibile vitalità dell’essere umano.

Elephant Man

Fra tutte le meraviglie umane, Joseph Carey Merrick rimane la più celebre e riconoscibile; la sua vicenda, adattata e portata sullo schermo da David Lynch nel 1980, ha commosso milioni di spettatori, oltre ad ispirare innumerevoli libri e pièces teatrali. Ma qual è la vera storia di questa enigmatica figura ottocentesca?

Joseph Merrick nacque il 5 Agosto 1862 a Leicester, figlio di Mary Jane e Joseph Rockley Merrick. Aveva un fratello e una sorella più piccoli, e rimase completamente normale fino ai tre anni di età. Poi, alcune cisti cominciarono ad apparire sul lato sinistro del suo corpo, simili a piccoli bernoccoli (come ricordava una nota autobiografica sul retro del pamphlet che Joseph utilizzava nei freakshow).

All’età di 12 anni, quando sua madre morì, la deformità di Joseph era già grave; suo padre si risposò, e la nuova matrigna cacciò Joseph di casa, costringendolo ad affrontare non soltanto un handicap fisico in continuo aumento, ma anche una vita fatta di fame e freddo. Dopo un periodo passato in strada vendendo lucido da scarpe, tormentato dai ragazzini e dai loro sberleffi, Joseph trovò lavoro in un freakshow, sotto il nome di “Uomo Elefante”. Così, esibendosi come fenomeno da baraccone, riuscì a mettere da parte una somma di denaro e ad essere trattato con un minimo di dignità. Durante uno dei suoi spettacoli, incontrò il dottor Frederick Treves, medico dell’ospedale di Whitechapel, che gli chiese di esaminarlo; Merrick rifiutò cortesemente, e Treves gli diede un suo biglietto da visita, casomai cambiasse idea.

Ma nel 1886 il Regno Unito dichiarò fuori legge i freakshow; non potendosi permettere il viaggio fino agli Stati Uniti (dove l’esibizione circense delle meraviglie umane sarebbe continuata fino ben oltre la metà del ‘900), Merrick si spostò in Belgio. Qui venne maltrattato, derubato ed abbandonato dal suo “manager”, e se ne ritornò in Inghilterra sconfortato.

Solo, senza casa, e con una grave infezione bronchiale, Merrick causò l’isteria della folla in una stazione ferroviaria a Liverpool Street, per via del suo fisico deforme e del panno con cui celava il suo viso. Quando le autorità lo fermarono, Joseph non poteva parlare per l’infezione bronchiale, ma riuscì a consegnare loro il biglietto da visita del Dottor Treves, che aveva conservato.

Quella fu la mossa giusta, e l’unica vera fortuna nella vita di Joseph Merrick. Il dottor Treves venne a tirarlo fuori dai pasticci, e si rivelò, in seguito, l’unico amico sincero che Joseph avrebbe mai avuto. Dispose che Merrick avesse una stanza permanente all’ospedale – per poterlo studiare, certo, ma anche per garantirgli la privacy e il decoro che spettavano ad ogni essere umano.

Anche se la sua vita era un continuo inferno di dolori fisici ed emotivi, Merrick possedeva uno spirito indomabile. In poco tempo si guadagnò la compassione pubblica e la simpatia dell’alta società vittoriana. Diventò una specie di celebrità. Alexandra, allora Principessa del Galles, dimostrò il suo interesse per Joseph, portando altri membri reali ad accoglierlo con entusiasmo. Joseph divenne addirittura un protetto della Regina Vittoria. Eppure il suo sogno, come avvalora la testimonianza di Treves, rimaneva quello di trovare una giovane donna non vedente, che potesse amarlo senza essere disgustata dalla sua apparenza fisica. Nei suoi ultimi anni, Merrick trovò conforto nella scrittura, componendo pagine di prosa e poesia, rimarchevoli per calore e commozione.

Il dottor Treves riuscì anche a regalargli qualche mese di vacanza in una villa di Fawsley Hall, Northamptonshire. Ma la sua breve vita volgeva al termine.Venne curato ed ospitato nell’ospedale fino alla sua morte, avvenuta a 27 anni, l’11 aprile del 1890. Morì per l’accidentale dislocazione del collo, dovuta all’impossibilità di sostenere il peso della sua enorme testa durante il sonno. Merrick infatti doveva dormire seduto, ma sembra che in quell’occasione avesse tentato di dormire sdraiato, per cercare di imitare un comportamento “normale”.

Lo scheletro deforme di Joseph Merrick è custodito all’interno del London Royal Hospital, anche se non è più visibile al pubblico.

I medici hanno dibattuto sulla sua sindrome per decenni: originariamente si pensava che Merrick soffrisse di elefantiasi. La seconda teoria si concentrò sulla neurofibromatosi di tipo I; nel 1986 si arrivò alla conclusione che l’Uomo Elefante soffrisse in realtà della Sindrome di Proteo, associata forse a una forma di neurofibromatosi. Recentemente, una ricerca appoggiata da Discovery Channel basata sul DNA di capelli e ossa, ha permesso di risalire al volto che Joseph Merrick avrebbe avuto se non fosse stato soggetto a questa incredibile e deturpante malattia. Il volto di un bel giovane, pieno di vita e di speranza. Un volto che non ha mai avuto la possibilità di vedere il mondo.

I migliori mash-up

Ebbene sì, anche Bizzarro Bazar si è lasciato conquistare dalla mania dei mash-up. Proponiamo qui la nostra ideale classifica dei video più divertenti e meglio realizzati, selezionati per voi nel mare magnum di YouTube.

Al terzo posto si classifica uno dei primi e più celebri mash-up comparsi in rete: vi sarebbe mai venuto in mente di mixare il kitsch degli anni ’80 (in questo caso, Rick Astley con la sua Never Gonna Give You Up) con il grido di rabbia dei Nirvana (Smells Like Teen Spirit)?

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Si guadagna il secondo posto un’operazione di alto livello. Ecco l’unione, perfetta e intelligente, dei tempi dispari di un classico intramontabile del jazz (Take Five di Dave Brubeck) con 15 Step dei Radiohead. Thom Yorke avrà apprezzato.

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E, infine, ecco al primo posto la fusione di The Wall dei Pink Floyd con Stayin’ Alive dei Bee Gees. Pensate che sia un’accoppiata improbabile? Tutt’altro. John Travolta che balla al grido di We don’t need no education è perfettamente plausibile.  E di fronte alle immagini orwelliane di The Wall, spuntano gli ottimistici faccioni dei tre australiani, che hanno tutta l’intenzione di “rimanere vivi”.

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Little Albert

Abbiamo già parlato di quanto la medicina di inizio ‘900 andasse poco per il sottile quando si trattava di fare esperimenti su animali o sugli uomini stessi. Basta consultare, per una breve storia degli esperimenti umani, questa pagina (in inglese) che riporta le date essenziali della ricerca medico-scientifica condotta in maniera poco etica. Il sito ricorda che, dall’inoculazione di varie piaghe o malattie infettive (senza il consenso del paziente) fino agli esperimenti biochimici di massa, i ricercatori hanno spesso dimenticato il precetto di Ippocrate Primum non nocere.

Ma anche la psicologia, in quegli anni, non scherzava. Uno degli esperimenti più celebri, e divenuto presto un classico della psicologia, fu quello portato avanti da John B. Watson assieme alla sua collega Rosalie Rayner, e conosciuto con il nome Little Albert.

John Watson è il padre del comportamentismo, cioè quella branca della psicologia che nasceva dallo studio dell’etologia animale per applicarla all’uomo, nella convinzione che il comportamento fosse l’unico dato verificabile scientificamente. Ricordate il celebre cane di Pavlov, che sbavava non appena sentiva una campanella? Watson era convinto che il sistema di ricompensa e punizione fosse presente anche nell’uomo, o almeno nel bambino. Si spinse addirittura oltre, pensando di poter “programmare” la personalità di un individuo agendo attivamente sul suo sviluppo infantile. I suoi studi cercavano di comprendere come l’essere umano si sensibilizzasse a certi avvenimenti o a certe cose durante la precoce fase dei primi mesi di età. E siccome, a sentire lui, i suoi risultati gli davano ragione, arrivò ad affermare: “Datemi una dozzina di bambini sani e farò di ognuno uno specialista a piacere, un avvocato, un medico, ecc. a prescindere dal suo talento, dalle sue inclinazioni, tendenze, capacità, vocazioni e razza”. Negli anni ’20 pensare di poter programmare il futuro del proprio bambino sembrava un’utopia. Dopo il nazismo, l’opinione comune avrebbe cambiato rotta, e visto in simili idee di controllo un’offesa alla libertà individuale. Ma i campi di Buchenwald erano ancora distanti.

L’esperimento che rese celebre Watson fu compiuto durante i mesi a cavallo tra il 1919 e il 1920. Little Albert era un bambino sano di poco più di nove mesi di età. Nella prima fase dell’esperimento (i primi due mesi), Watson e Rayner misero in contatto il bambino con, nell’ordine: una cavia bianca, un coniglio, un cane, una scimmia, maschere con e senza barba, batuffoli di cotone, giornali in fiamme, ecc. Il piccolino non mostrava paura nei confronti di alcuno di questi oggetti. Ma Watson era intenzionato a cambiare le cose: nel giro di poche settimane, avrebbe forgiato per il piccolo Albert una bella fobia tutta nuova.

Quando l’esperimento vero e proprio iniziò c’erano alcune sorprese pronte per Albert, che aveva allora 11 mesi e 10 giorni. I ricercatori gli riproposero il contatto ravvicinato con uno degli stessi simpatici animaletti con cui aveva imparato a giocare: la cavia da laboratorio. Ma ora, ogni volta che tendeva una mano per accarezzare il topolino, i ricercatori battevano con un martello una barra d’acciaio posta dietro il bambino, provocando un forte e spaventoso rumore – BANG! Toccava con l’indice il topolino – BANG! Cercava di raggiungere il topolino – BANG! Ci riprovava – BANG!

Il piccolo Albert cominciò a piangere, a cercare di scappare, ad allontanare con i piedi l’animale non appena lo vedeva. Era stato efficacemente programmato per temere i topi. I ricercatori volevano però capire se si fosse instaurato un transfert che provocava l’avversione verso oggetti con qualità similari. Ed era successo proprio questo. Dopo 17 giorni la sua fobia si estese al cotone, alle coperte, alle pelliccie. Infine, anche la sola vista di una maschera da Babbo Natale con la barba lo faceva piangere a dirotto. L’insegnamento era stato recepito: le cose con il pelo sono spaventose e spiacevoli perché fanno BANG.

Dopo un mese di esperimenti, proprio quando il professor Watson voleva cominciare le sue prove di de-programmazione, riportando il bambino a una risposta normale, la madre lo portò via e più nulla si seppe di lui. Già, la madre. Il mistero intorno a chi fosse realmente Little Albert e che razza di vita abbia avuto dopo questo esperimento, e se la madre fosse consenziente, è rimasto oscuro per anni. Le leggende si sprecavano. Finalmente, dopo un’accurata ricerca, sembra che la verità sia venuta a galla. Little Albert era figlio di una balia che allattava e curava i bambini invalidi alla Phipps Clinic presso la Johns Hopkins University di Baltimora dove Watson e Rayner conducevano l’esperimento. Era a conoscenza di cosa stavano facendo al suo bambino, e probabilmente lo portò via con sé quando vide l’effetto che la ricerca aveva prodotto sul suo neonato.

L’esperimento, è doveroso segnalarlo, divenne davvero un classico e aprì la strada per nuove ricerche (con il senno di poi, meno irresponsabili) che continuano tutt’oggi. In quegli anni nessuno sembrò preoccuparsi più di tanto di Albert, ma piuttosto degli incredibili e fino ad allora inediti risultati della ricerca. Non possiamo però sapere se la vita più “normale” che lo attendeva avrebbe potuto sanare le ferite aperte dall’esperimento nel piccolo Albert, se con il tempo sarebbe forse guarito, perché nel 1925 il bambino morì di idrocefalia, sviluppatasi tre anni prima.

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L’articolo originale di Watson & Rayner è consultabile qui. E qui trovate la pagina di Wikipedia sull’esperimento.