Welcome To The Dollhouse

Anatoly Moskvin, linguista e filologo nato nel 1966 a Nižnij Novgorod, si era guadagnato la stima incondizionata dei suoi colleghi accademici.
Parlava correntemente tredici lingue ed era l’autore di importanti studi e testi universitari. Grande esperto di folklore celtico e di costumi funerari russi, a 45 anni viveva ancora da solo con i genitori; non beveva né fumava, collezionava bambole e si mormorava che fosse ancora vergine. Ma si sa, i veri geni sono sempre un po’ eccentrici.

Eppure Anatoly Moskvin nascondeva un segreto. Una personale missione da compiere, dettata dalla compassione e dall’amore, ma che certamente sarebbe sembrata folle agli occhi dei suoi concittadini e della legge.
Fu quel segreto che sigillò il suo destino, dietro le mura dell’ospedale psichiatrico dove Anatoly Moskvin oggi passa le sue giornate.

Nižnij Novgorod, capoluogo del Distretto del Volga e quinta città russa per dimensioni, è un importantissimo centro culturale. Nelle aree circostanti si trovano diverse centinaia di cimiteri, e nel 2005 a Moskvin venne commissionato il censimento delle lapidi: in due anni visitò più di 750 cimiteri.
Era un lavoro duro. Anatoly era costretto a camminare in solitaria anche per 30 km al giorno, facendo fronte a condizioni spesso difficili. Dovette passare diverse notti all’addiaccio, abbeverandosi dalle pozzanghere e riparandosi nei molti fienili abbandonati dell’inospitale regione. Una notte, sorpreso dall’arrivo del buio, per non rimanere assiderato dal freddo non trovò di meglio che fare irruzione nella camera ardente del cimitero e dormire in una bara già preparata per il funerale della mattina successiva. Quando all’alba i necrofori arrivarono a scavare la fossa, lo trovarono che dormiva: Anatoly scappò a gambe levate, gridando le sue scuse – fra le risate generali dei becchini che per fortuna non lo inseguirono.

La mole di dati accumulati in questo periodo da Moskvin era senza precedenti, e lo studio si preannunciava “unico” e “inestimabile” a detta di chi aveva potuto seguirlo. Non venne mai pubblicato, ma servì da base per una lunga serie di articoli sulla storia dei cimiteri di Nižnij Novgorod pubblicati da Moskvin fra il 2006 e il 2010.
Nel 2011 però la carriera accademica dell’esperto di necropoli finì per sempre, quando la polizia decise di perquisire la sua abitazione.

Tra i 60.000 libri della sua biblioteca personale, ammassati alle pareti e sul pavimento, tra montagne di fogli sparsi e nella confusione di oggetti e documenti, gli agenti trovarono anche 26 strane, grandi bambole che emanavano un odore inconfondibile.
Erano in realtà i cadaveri mummificati di 26 bambine, di età compresa fra i tre e i quindici anni.
La missione segreta di Anatoly Moskvin, che durava ormai da vent’anni, era stata scoperta.

I druidi celti – così come gli sciamani siberiani – dormivano sulle tombe per comunicare con gli spiriti dei morti. Per molti anni Anatoly aveva fatto la stessa cosa. Si sdraiava sulla tomba di una bambina seppellita di recente, e parlava con lei. Come si sta in questa fossa, piccola? Hai freddo? Vorresti fare una passeggiata?
Alcune bambine gli rispondevano di stare bene, e in quel caso Anatoly condivideva la loro felicità.
Altre volte però piangevano, ed esprimevano il desiderio di ritornare in vita.
Chi avrebbe avuto il cuore di lasciarle là sotto, sole e spaventate nel buio di una cassa?

Anatoly aveva studiato i metodi di imbalsamazione. Dopo aver riesumato i corpi, li essiccava con una mistura di sale e bicarbonato, nascondendoli nei dintorni del cimitero. Quando si erano del tutto seccati, li portava a casa sua e li vestiva, dando spessore alle membra prosciugate con strati di panni. In alcuni casi aveva costruito delle maschere di cera, dipinte con lo smalto, per coprire i loro volti decomposti; aveva comprato parrucche, vestiti colorati nell’intento di ridare a quelle fanciulle la perduta bellezza.


I suoi anziani genitori, che erano quasi sempre fuori casa, non avevano compreso cosa stesse facendo. Se il figlio aveva come hobby quello di costruire dei grossi pupazzi, che c’era di male? Anatoly aveva perfino travestito uno dei corpi da orsacchiotto di peluche.

A questi corpicini trasformati in bambole Moskvin parlava, comprava dei regali. Assieme guardavano i cartoni animati, cantavano canzoni, festeggiavano compleanni.

Ma sapeva che quella era una soluzione temporanea. La sua speranza era che la scienza trovasse il modo di riportare in vita le “sue” bambine – o magari lui stesso sarebbe riuscito a scoprire, nelle sue ricerche accademiche, un antico incantesimo di magia nera che sortisse lo stesso effetto. Ad ogni modo, nell’attesa, le ragazzine andavano confortate e coccolate.

Non si può nemmeno immaginare”. Queste, durante il processo, furono le parole della madre di una delle bambine che Moskvin aveva sottratto dal cimitero e mummificato. “Non si può immaginare che qualcuno tocchi la tomba di tua figlia, il posto più sacro del mondo per te. Siamo andati a visitare la tomba di nostra figlia per nove anni e non avevamo idea che fosse vuota. Invece, lei era nell’appartamento di questa bestia. […] Per nove anni ha vissuto con la mia bambina mummificata nella sua camera da letto. Io l’ho avuta per dieci anni, lui per nove”.

Anatoly le rispose dal banco degli imputati: “Avete abbandonato le vostre bambine al freddo – e io le ho portate a casa e le ho riscaldate”.

Accusato di profanazione di tombe e di cadavere, Moskvin rischiava fino a cinque anni di carcere. Nel 2012 però venne dichiarato affetto da schizofrenia paranoide, e vista l’infermità mentale si dispose per lui il trattamento sanitario coercitivo. Con ogni probabilità non uscirà mai più dall’istituto psichiatrico in cui è rinchiuso.

Le bambine non si risvegliarono mai.

La storia di Moskvin può ricordare per certi versi quelle raccontate in questa serie di post:
L’amore che non muore – I
L’amore che non muore – II
L’amore che non muore – III

Le fantasiose tombe di Ischia

Arte, costruzione e riscatto

Articolo e foto a cura del nostro guestblogger Mario Trani

L’Isola d’Ischia, perla del golfo di Napoli, serba un segreto.
È come un raptus, una devianza forse dovuta allo spazio vitale così limitato dal mare o forse originatasi da un desiderio istintivo di marcare il territorio: è la piaga della frauca, ovvero “il flagello edificatorio”.

L’Isclano non è considerato tale (dalla comunità locale come da se stesso) se non edifica, non costruisce, non erige.
Basta almeno un massetto, un muro a secco, un secondo piano o un quartierino per il figlio in età da matrimonio; sempre rigorosamente abusivi, a dispetto delle rigide ed asfissianti norme in materia, che strozzano le sue velleità cementifere e spesso lo costringono a coatti abbattimenti di quanto eretto con fatica.

Non vi è famiglia che sia sprovvista di un esperto in questo mestiere, anzi, spesso anche più di un componente è mastro fraucatore o mezza cucchiara.
Ma la zona franca, il limbo legis dove le brame edificatorie dell’isclano medio trovano la maggiore libertà di espressione, è quello dell’estremo riposo.

Passeggiare tra i viali del cimitero del Comune di Ischia comporta la sorprendente scoperta di tombe realizzate (ovviamente dagli stessi eredi del defunto) con materiali prelevati dalla terra natia: pietre laviche del vulcanico Monte Epomeo, sassi levigati dai bagnasciuga e prelevati dalle numerose spiagge, o ancora conchiglie e sconcigli; pietre rotolate nel torrente Olmitello o pizzi bianchi di origine carsica.

conchiglie della mandra

tronco d'albero tagliato nella sua sede originale come verticale della croce

pietre levigate del bagnasciuga

pietre bianche dei pizzi bianchi

conchiglie e pietre levigate del bagnasciuga

pietra lavica del monte epomeo2

pietre levigate del torrente olmitello

Altre tombe sono invece adornate da residui o rimanenze di costruzioni abusive, come ad esempio mattoni o piastrelle inutilizzate.

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spezzoni di piastrelle

porfido da giardino

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mosaici da piastrelle

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Impossibile trovare una tomba uguale a un’altra, in questa fantasia di materiali e di colori. Vi è però una speciale categoria stilistica di arte funebre, riservata a chi fu pescatore.
Infatti per i defunti che in vita, faticosamente, sfidarono il mare in cerca del pescato per la sopravvivenza e il benessere della propria famiglia, viene abitualmente edificata una tomba a forma di gozzo, l’imbarcazione tipica dei pescatori ischitani.

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Di fronte a una simile, toccante manifestazione di estremo addio, la commozione si mescola all’apprezzamento per la spontanea creatività di questi artigiani. Ma le tombe sembrano essere un ultimo ironico riscatto, da parte del popolo di Tifeo; una rivincita di quella smania di esprimersi costruendo – con cemento e calcestruzzo – che costantemente fu repressa in vita.

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Bizzarro Bazar a Parigi – III

Eccoci al nostro terzo ed ultimo appuntamento con la Parigi più insolita e curiosa.

Quando ci troviamo nel cuore di una metropoli, tutto ci aspetteremmo tranne che poter osservare… gli animali selvaggi nel proprio habitat. Eppure, nel centralissimo quartiere di Les Halles a pochi passi del Centre Pompidou, esiste un luogo davvero unico: il Museo della Caccia e della Natura.

Prima di approfondire le implicazioni filosofiche ed artistiche di questa stupefacente istituzione, lasciatevi raccontare quello che attende il visitatore che decida di varcare la soglia del Museo.
Mentre ci si avventura nella luce soffusa della prima stanza, gli arazzi alle pareti, le ricercate poltrone antiche e i raffinati mobili d’ebano intarsiati di splendide fantasie in avorio danno l’impressione di essere appena entrati in un’abitazione privata di un ricco collezionista dell’800. Eppure, a sorpresa, ecco un cinghiale proprio nel bel mezzo di questo nobile salotto – l’animale ci fissa, la sua enorme massa scura è minacciosa ed imponente. Chiaramente si tratta di un esemplare tassidermico, ma il contrasto con l’ambiente circostante è spiazzante.
Lì vicino si può notare un armadio diverso dagli altri: è il pannello dedicato proprio al cinghiale. I cassetti e le ante di questo particolare mobiletto si possono aprire liberamente: facendo scivolare un largo e basso cassetto, ecco una ricostruzione del terreno del sottobosco – in cui all’inizio si stenta a scorgere alcunché se non del fango e delle foglie secche, ma ecco, guardando meglio si possono distinguere le impronte lasciate dal passaggio degli zoccoli del cinghiale. È la pista che dovremmo saper riconoscere e seguire se volessimo dare la caccia a questa difficile preda. In un altro cassettino, ecco una riproduzione degli escrementi della bestia.

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Vi è anche una specie di binocolo integrato all’interno del legno dell’armadio. Accostando gli occhi, vediamo un paesaggio naturale in tre dimensioni. Sembra tutto piuttosto statico, i rami ondeggiano un poco e le acque di un lago si increspano, finché, con un po’ di pazienza, scorgiamo qualcosa che si muove in lontananza, fra le foglie… che sia proprio un cinghiale?

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Lasciata la stanza del cinghiale, si entra in quella del cervo, e lo strano senso di spaesamento si rinnova.
A parte le due bellissime plance esplicative ai lati del mobile, marchiate a fuoco nel legno, che raccontano le abitudini e le caratteristiche dell’animale, non vi è traccia delle classiche e pedisseque targhette da museo. Alcune sottili associazioni sono liberamente lasciate alla sensibilità del visitatore, come ad esempio quando a due passi dal teschio del cervo s’incontra una statua che rappresenta un satiro: molti passeranno oltre, senza accorgersi che le corna della statua antica sono perfettamente somiglianti a quelle del cervo… ma quando nella mente dell’osservatore prende forma questa analogia, ecco che senza bisogno di tante parole quella stanza svela l’importanza fondamentale dell’animale (il cervo, in questo caso) nell’immaginario umano. E mano a mano che ci si aggira per le sale, risulta sempre più evidente che, più che un Museo della Caccia, questo luogo è un tributo al complesso e stratificato rapporto fra esseri umani ed animali, e a come esso sia mutato nel corso dei millenni.

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Nelle altre stanze si possono trovare opere d’arte e installazioni moderne proposte di fianco a carabine d’epoca, saloni che esplorano la tradizione venatoria del trofeo (rappresentazione ed esposizione della gloria del massacro, inquietante ed infantile al tempo stesso), teche piene di maschere di carnevale dalle fattezze animalesche che dimostrano come, a livello simbolico, la bestia sia radicata nel nostro inconscio – tanto da spingerci a dare vita anche ad animali e chimere di fantasia, di cui facciamo la conoscenza nello splendido gabinetto dell’unicorno.

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Ma qual è la storia dietro a questo eccentrico museo? La fondazione si deve a François Sommer e a sua moglie Jacqueline: ricco collezionista e appassionato cacciatore, Sommer fu tra i primi a sostenere attivamente la necessità di una caccia etica, rispettosa dell’equilibrio naturale. Il cinghiale e il cervo, in via di estinzione, ritornarono a popolare le foreste francesi proprio grazie a Sommer e alle sue tenute, in cui voleva che gli animali selvaggi potessero moltiplicarsi al riparo dalla venagione indiscriminata.

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Eppure, per quanto rispettoso e appassionato naturalista, egli era pur sempre un amante della caccia: da qui l’idea di un museo che mostrasse quanto questa attività avesse contribuito alla civilizzazione, e che allo stesso tempo esplorasse la nostra percezione degli animali e come si è radicalmente evoluta dalla preistoria ai giorni nostri.

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Oggi che è venuto a mancare il suo fine sostentativo, rifiutiamo la caccia come superflua e crudele (affidandoci per l’approvvigionamento di carne ad altri metodi, bisogna vedere se meno crudeli), e consideriamo gli animali come vittime: ma un tempo il cinghiale, ad esempio, era un fiero e pericolosissimo avversario, capace di sbudellare il cacciatore con le sue zanne in pochi minuti. Esisteva dunque un naturale rispetto per l’animale che si è venuto a modificare.
Nel nostro Occidente ipertecnologico ed industrializzato, la caccia sta progressivamente perdendo ogni motivo di esistere; questo non cancella però il peso fondamentale che questa attività ha rivestito nei secoli. La storia della caccia, in fondo, è la storia del faticoso tentativo dell’uomo di prevalere nella gerarchia naturale, ma anche la storia delle nostre paure più ancestrali, dei nostri sogni, dei nostri miti.

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Per approfondire e completare questa riflessione sui rapporti fra esseri umani e animali, ci rechiamo nuovamente nella banlieue, questa volta a nord-ovest di Parigi sulla rive gauche, ad Asnières-sur-Seine. Qui si trova il Cimitero dei Cani che, nonostante il nome, ospita anche molte altre specie di animali da compagnia.

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Ufficialmente aperto alla fine dell’estate del 1899, il cimitero rispecchia il trasformarsi della funzione dell’animale (da utilitario ad animale di compagnia) avvenuta nel corso del XIX secolo. Se in quegli ultimi decenni le condizioni di vita degli “amici a quattro zampe” erano infatti migliorate, si avvertiva l’esigenza di una sistemazione più consona anche per le spoglie degli animali deceduti, e che fino a quel momento venivano squartati, o abbandonati nell’immondizia, o gettati nella Senna.

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Nonostante alcune croniche difficoltà che continueranno, nel corso del secolo successivo, ad affliggerlo, il Cimitero dei Cani conoscerà un successo crescente, popolandosi di monumenti e sepolture sempre più prestigiose. Nel 1900 ad esempio viene eretto all’entrata del cimitero un monumento alla memoria di Barry, un San Bernardo che all’inizio del secolo precedente aveva “salvato la vita a 40 persone, restando ucciso dalla 41ma!”; a quanto pare, cioè, il coraggioso cane morì stremato da quest’ultimo sforzo. Alla sua morte, il suo corpo venne imbalsamato e conservato presso il Museo di storia naturale di Berna.
Un’altra tomba commemora un cane randagio che il 15 maggio del 1958 venne a morire proprio alle porte del cimitero: casualità straordinaria, si trattava del quarantamillesimo animale ad essere seppellito lì.

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Ma qui, tutte le tombe raccontano delle storie di affetto e di amore fra persone ed animali, legami forti che apparentemente nulla hanno da invidiare a quelli fra esseri umani. Alcune iscrizioni sono davvero toccanti: “Figlia mia / Amore della mia vita / Ti amo / Tua mamma“, recita la tomba di Caramel. Sulla lapide della scimmietta Kiki è iscritto il verso “Dormi mia cara / fosti la gioia della mia vita“. Il proprietario del barboncino Youpi, morto nel 2001, scrive: “Il tuo immenso affetto ha illuminato la mia vita, sono talmente triste senza di te e il tuo meraviglioso sguardo“. E ancora: “In memoria della mia cara Emma, dal 12 Aprile 1889 al 2 Agosto 1900 fedele compagna e sola amica della mia vita errante e desolata“.

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Iscrizioni commoventi, dicevamo: in certi casi l’incontro fra uomo e animale può rivelarsi una bellissima amicizia, tanto che ogni barriera specifica viene a cadere di fronte all’affetto creatosi fra due esseri viventi.
Eppure, bisogna ammetterlo, il Cimitero dei Cani fa anche un po’ sorridere. I mausolei sfarzosi e riccamente ornati, le grosse lapidi erette per un pesciolino rosso o per un criceto, i monumenti fatti scolpire appositamente per tartarughe, cavalli, topolini, uccelli, conigli e perfino gazzelle, fennec e lemuri ci possono sembrare in alcuni casi francamente esagerati.

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Ma si tratta sempre, a ben vedere, dello stesso antico bisogno (forse, sì, patetico, ma incrollabile e a suo modo eroico) che sta alla base di qualsiasi necropoli: la necessità, tutta umana, di dare valore alle cose e alla vita, cercando di impedire che il passaggio sulla terra di coloro che amiamo termini senza lasciare traccia alcuna. Una battaglia destinata a fallire, in ultima istanza, ma che offre conforto a chi si trova ad elaborare un lutto.

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Abbandoniamo il Cimitero dei Cani, non prima di aver visitato un’ultima, umile tomba: quella di una celebre star del cinema…

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Terminiamo quindi il nostro viaggio con una visita a quello che è probabilmente il luogo più magico dell’intera capitale: il Musée des Arts Forains.
Si tratta di un’enorme collezione/installazione dedicata alle  fêtes foraines, cioè quelle giostre itineranti che da noi presero il nome di luna park (dal primo parco di attrazioni della storia, a Coney Island). Un tempo le giostre non erano nemmeno itineranti, ma trovavano posto all’interno delle città; poi, in seguito alle lamentele per il rumore, vennero spostate lontano dai centri abitati, e con il nomadismo iniziò anche il loro declino.

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Il Museo è collocato all’interno dei pittoreschi Pavillons Bercy, antichi depositi di vino, e magazzini di scalo per le merci in attesa d’essere caricate sui battelli fluviali. La visita guidata (che va prenotata in anticipo, visto che i gruppi hanno un numero limitato di partecipanti) si articola in tre diversi spazi: il Teatro del Meraviglioso, il Musée des Art Forains vero e proprio, e il Salone Veneziano.

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Il Teatro del Meraviglioso accoglie il visitatore con un’esplosione di luci colorate e di strane scenografie, in una sorta di ritorno all’atmosfera delle esposizioni universali di inizio secolo. C’è da restare a bocca aperta. Un elefante, appeso ad una mongolfiera, porta sulla schiena un incredibile e fragilissimo diorama creato interamente in mollica di pane; fra le foglie e gli intricati tronchi naturali, appositamente selezionati per la loro forma curiosa e artistica, fanno la ruota i pavoni meccanici; statue di sirene montano la guardia agli antenati dei flipper; tutto intorno, macchinari e giocattoli fantastici mentre, in fondo al salone, una corsa di cavalli con le biglie impegna i visitatori in una gara all’ultimo lancio. Sì, perché tutte le giostre che si trovano nel museo, originali di fine ‘800 e inizio ‘900, sono ancora funzionanti e il tour include l’esperienza di provarne alcune in prima persona.

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Nel salone a fianco è la musica a farla da padrone. Un unicorno se ne sta ritto vicino ad un pianoforte i cui tasti si muovono da soli, mentre la guida turistica (per metà Virgilio, per metà imbonitore) dà inizio alle danze, facendo vibrare le pareti al suono di un antico organo e un carillon di tubi che si diramano lungo su tutte le pareti. Assieme ai visitatori che si cimentano in un valzer improvvisato, si muovono a tempo di musica sui loro baldacchini e parapetti anche gli automi con le fattezze di alcuni personaggi famosi degli anni d’oro di Parigi.

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Questo spazio, evocativo e misterioso, viene utilizzato per serate ed eventi ed è anche dotato, per queste occasioni speciali, di 12 video proiettori che sono in grado di trasformare i muri nelle pareti interne del Nautilus, il celebre sottomarino del Capitano Nemo.

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Ci si sposta poi in un diverso padiglione, dove è ospitato il Musée des Arts Forains, dedicato al luna park vero e proprio. Come prima cosa, si prova sui propri timpani la potenza sonora dell’Organetto di Barberia: quando il mantice soffiava nelle canne, questo strumento a rullo spandeva l’allegra musica per chilometri sottovento, annunciando con le sue note l’arrivo delle giostre in città.

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Poi, ecco comparire l’emblema e il simbolo di qualsiasi luna park: la giostra con i cavalli. Ad una popolazione divenuta urbana a seguito della rivoluzione industriale, questa attrazione ricordava le proprie origini rurali; e, al tempo stesso, prometteva alla gente comune il sogno di sentirsi nobili cavalieri per lo spazio di qualche giro di giostra.
Uno dei dettagli interessanti è il fatto che solitamente i cavalli hanno un solo lato perfettamente decorato e dipinto, quello che dà verso l’esterno. Il loro fianco interno, invece, è pitturato molto più grossolanamente – con il tipico cinismo dei circensi, i costruttori sapevano che l’importante era attirare chi sulla giostra non era ancora salito!

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I visitatori montano sulle loro selle, chiudono gli occhi, e sulle note di Mon manège à moi di Édith Piaf i cavalli di legno si mettono in moto… da quando fu creata, nel 1890, più di due milioni di persone hanno riscoperto la loro anima di bambini su questa giostra di origine tedesca.

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Dopo aver passato in rassegna innumerevoli altri tipi di attrazioni, si sale sulla giostra probabilmente più bizzarra dell’intera collezione: un manège vélocipédique del 1897. Qui sono i visitatori stessi che con le loro pedalate mettono in moto la giostra, raggiungendo velocità da capogiro.

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Infine, ecco che ci si sposta nel terzo padiglione, dedicato a Venezia, per una “corsa” molto più rilassante e serena su una giostra di gondole, mentre si ammira l’insolita ricostruzione dei canali e dei palazzi che adorna le pareti.

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La visita termina con uno spettacolo di musica lirica interpretata dagli automi di Casanova, del Doge, di Arlecchino, Pantalone, eccetera.

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Ritornati fuori, alla luce del sole, ci si accorge con sorpresa che senza l’aiuto di un orologio sarebbe impossibile dire quanto sia durata la visita. Un’ora e mezza, due ore, o ancora di più? Per qualche ragione, all’interno di questo spazio, per il quale l’aggettivo “meraviglioso” non è affatto fuori luogo, ogni cognizione del tempo è rimasta alterata.
Ci si guarda l’un l’altro, ed ecco che – ultima magia – negli occhi di tutti brilla quell’antico senso di incanto che sembrava ormai perduto.

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MUSEE DE LA CHASSE ET DE LA NATURE
62, rue des Archives
Apertura: Tutti i giorni tranne il lunedì.
Orari: Mar-Dom 11-18, Mer 11-21.30
Sito Web

CEMETIERE DES CHIENS
4, pont de Clichy
Asnières-sur-Seine
Apertura: tutti i giorni tranne il lunedì.
Orari: dal 16 marzo al 15 ottobre 10-18, dal 16 ottobre al 15 marzo 10-16.30

MUSEE DES ARTS FORAINS
53, Av des Terroirs de France
Apertura e orari: consultare il calendario per le prenotazioni sul sito.
Sito Web

(Questo articolo è l’ultimo di una serie dedicata a Parigi. I primi due capitoli sono qui e qui.)

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Il transi (termine francese, da leggersi accentato) è una particolare scultura funeraria diffusasi prima in Francia e poi in Europa dal XIV° al XVII° Secolo.

Nel Medioevo non tutti potevano permettersi una lapide istoriata o addirittura un busto scolpito: era un privilegio costoso, riservato alle alte cariche ecclesiastiche, ai nobili, ai reali. Solitamente, quindi, sui monumenti funebri (chiamati gisant) e le lastre tombali medievali il defunto veniva rappresentato sereno, dal pacifico sorriso, e comunque vestito di abiti e corredi che identificavano e sottolineavano la sua condizione sociale. La morte, in questa rappresentazione classica derivante dalle effigi romane, non è molto più che un sonno ad occhi aperti, in cui il dormiente sembra già bearsi delle visioni ultraterrene che lo attendono.

Invece, a sorpresa, fra il 1300 e il 1400 in Francia cominciò ad apparire un nuovo tipo di rappresentazione, detto appunto transi, termine originario che gli studiosi hanno tratto dai documenti d’epoca in cui tali sculture venivano commissionate. Si tratta, come dice il nome, di sculture incentrate sulla “transitorietà”, sul passaggio dal mondo terreno dei vivi al Regno dei Cieli. Il corpo del defunto viene quindi spogliato di ogni orpello e segno di nobiltà e raffigurato come un cadavere in piena putrefazione, rinsecchito, dalla pelle lacerata e infestata di larve.

In alcuni casi, per marcare ancora meglio questa differenza, la parte alta del monumento funebre mostra il morto com’era in vita, con tanto di corone, armature o corredi sacri, mentre la parte bassa ci rivela la vanità di questi sfarzosi simboli di potere, nella forma di uno scheletro roso dai vermi.

Con il gusto del macabro tipico del tardo gotico, il transi è inteso come un vero e proprio memento mori, e agisce non soltanto come crudele simbolo della vanità dell’esistenza ma anche come vero e proprio strumento di conversione: non a caso la maggioranza di queste sculture sono ubicate all’interno delle chiese, a servire da contemplazione e ammonimento. Le iscrizioni sulle tombe recitano immancabilmente lo stesso appello all’umiltà e al pentimento: “sarai presto come me, orrido cadavere, pasto dei vermi” (tomba di Guillaume de Harcigny), “chiunque tu sia, verrai abbattuto dalla morte. Resta qui, stai in guardia, piangi. Io sono ciò che tu sarai, un mucchio di cenere. Implora, prega per me” (transi a Clermont in Val-D’Oise).

Alcuni transi vennero realizzati addirittura quando il soggetto ritratto non era ancora deceduto. Rimane interessante il monumento funebre ordinato da Caterina de’ Medici a Girolamo della Robbia, e mai completato: la rappresentazione del corpo della regina morta, con il capo riverso e il petto scheletrico e gonfio, venne probabilmente giudicato troppo atroce da Caterina stessa, che per adornare la propria tomba si orientò verso qualcosa di più “classico”.

Il transi marca una rottura importante nell’iconografia nel Medioevo, ed è un curioso indizio di come è cambiata la visione della morte attraverso il tempo. Nato in un secolo in cui guerra, carestia e peste avevano falcidiato la metà della popolazione, propone una rappresentazione realistica e senza sconti della caducità del corpo umano. Eppure, si tratta pur sempre di una effigie sacra, che sottintende un momento di passaggio da una realtà a quella successiva, e che va inteso come strumento di meditazione e preghiera. Se violenza c’è, in questa raffigurazione, non è nei confronti del defunto ma verso i vivi che contemplano la scena, per scuotere le coscienze e ricordare che la stessa sorte attende i poveri derelitti, così come i ricchi e potenti.

(Grazie, Edo!)