Una carogna

150 anni fa oggi, moriva Charles Baudelaire (1821-1867).

Occasione per rileggere, da I fiori del male (1857), lo straordinario Una carogna — virtuosismo di rêverie poetica sulla decomposizione e sul memento mori.

Su YouTube si trovano diverse letture della poesia, più o meno riuscite; ma tutte suonano piuttosto solenni e declamatorie.
Vi propongo invece la versione musicata e recitata da Léo Ferré, che interpreta il testo baudelairiano come una grottesca, incalzante cavalcata senza freno, un turbine di visioni e di “neri battaglioni” di insetti lanciati all’assalto dei nostri sensi.

L’Accademia dell’Incanto

Finalmente è arrivato il momento di svelarvi il progetto sul quale ho concentrato i miei sforzi per buona parte di quest’anno.

Tutto ha avuto inizio da un luogo, un curioso segreto incastonato nel cuore di Roma, a due passi dal Circo Massimo. Probabilmente il mio rifugio preferito in tutta la capitale: la wunderkammer Mirabilia, una “camera delle meraviglie” allestita secondo la filosofia e il gusto delle collezioni cinquecentesche antesignane dei moderni musei.

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Giraffe e leoni tassidermizzati, opere d’arte di alto profilo e rarità da tutto il mondo sono stati raccolti nel corso di molti anni di ricerche e avventure dal proprietario, Giano Del Bufalo, giovane collezionista di cui vi avevo già parlato in questo post.

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Questa bottega barocca in cui la bellezza si sposa con il macabro e il meraviglioso è diventata per me il luogo privilegiato in cui ritirarmi a sognare dopo una giornata faticosa.
Date le premesse, era solo una questione di tempo prima che nascesse l’idea di una collaborazione fra Bizzarro Bazar e Mirabilia.

E ormai ci siamo.
Il 9 ottobre, nel perfetto contesto di questa galleria, aprirà i battenti l’Accademia dell’Incanto.

Quello che assieme a Giano abbiamo progettato è un centro culturale alternativo, inedito nello scenario italiano, ritagliato su misura per gli amanti dell’insolito.
L’Accademia ospiterà una nutrita serie di appuntamenti con scienziati, letterati, artisti e studiosi il cui lavoro si snoda lungo i sentieri meno battuti della realtà: si spazierà dalla mummificazione ai libri magici, dall’anatomia patologica alla letteratura gotica, dalla storia della sessualità all’incontro con alcuni degli artisti più originali del panorama contemporaneo.

Potete facilmente intuire come questo progetto mi stia particolarmente a cuore, in quanto si tratta di una trasposizione fisica del lavoro sviluppato da tempo su questo blog. Ma il privilegio di immaginare questa sua “irruzione” nel mondo concreto mi è stato concesso soltanto dall’amichevole disponibilità dei numerosi spiriti affini incontrati negli anni proprio grazie a Bizzarro Bazar.
Confesso di essere rimasto sorpreso e quasi intimidito dall’entusiasmo di queste figure straordinarie, per cui nutro una stima assolutamente incondizionata: docenti universitari, illustratori, registi, prestigiatori e collezionisti di stranezze hanno tutti risposto in maniera calorosa alla mia call for action che si riassume nell’ambizioso proposito di “rieducare lo sguardo alla vertigine dello stupore”.

Rivolgo un simile appello anche a voi amici del blog: spargete la voce, diffondete la buona novella e soprattutto partecipate numerosi se potete. Sarà un’occasione unica per ascoltare, confrontarsi, discutere, per conoscere di persona gli eccezionali relatori, per allenare i muscoli del sogno… ma soprattutto per trovarci l’un l’altro.

Così, infatti, ci piace pensare all’Accademia dell’Incanto: come a un avamposto di frontiera, in cui la grande famiglia di pionieri e appassionati del meraviglioso abbia finalmente modo di radunarsi; in cui si intreccino itinerari e scoperte; e dal quale, infine, ciascuno possa incamminarsi verso nuove esplorazioni.

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Sul sito ufficiale dell’Accademia troverete presto tutti i dettagli relativi ai prossimi eventi e alle modalità di adesione.
L’Accademia dell’Incanto è anche su Facebook, Twitter e Instagram.
Keep the World Weird!

Eros nascosto

Il più delle volte, le nostre virtù sono soltanto vizi camuffati.

(La Rochefoucauld, Massime, 1665)

Siamo a favore della libertà, e contro le censure d’ogni genere.
Eppure, oggi che il sesso è onnipresente e sdoganato, ci manca qualcosa. Nell’erotismo esiste infatti uno strano paradosso: il bisogno di una proibizione da trasgredire.
Il sesso è sporco? Solo quando è fatto bene”, scherzava Woody Allen, riassumendo quanto i divieti della morale benpensante (o religiosa) abbiano in realtà giovato e insaporito i congressi carnali.

Un esempio illuminante, in questo senso, può arrivare dai terribili casi editoriali degli ultimi anni: potremmo chiederci come mai oggi la letteratura erotica sembra prodotta da gente che non sa scrivere, per gente che non sa leggere.
I più grandi capolavori dell’erotismo sono emersi quando di sesso non era concesso scrivere. Sia l’autore (spesso affermato e rispettabile) che l’editore erano costretti a operare nell’anonimato, e se scoperti rischiavano condanne pesantissime. Letteratura pericolosa, fuorilegge: non la si scriveva con il fine di vendere centinaia di migliaia di copie, ma per distribuirla sottobanco a chi era in grado di comprenderla.
Paradossalmente, quindi, era proprio la severità della censura a garantire che alla pubblicazione di un’opera erotica corrispondesse un’urgenza poetica, autoriale. Così la letteratura piccante, in molti casi, rappresentava un’espressione artistica necessaria e insopprimibile. L’attraversamento di una frontiera, di una barriera.

Visto il piatto panorama attuale, è inevitabile che finiamo per guardare con curiosità (se non addirittura con un pizzico di nostalgia) ai tempi in cui l’erotismo andava scrupolosamente occultato dagli sguardi indiscreti.
Una declinazione certamente originale di questo “immaginario sommerso” sono gli oggetti erotici che in Francia (dove ebbero particolare fortuna) vengono chiamati à système, cioè “con dispositivo”.
Si trattava di rappresentazioni oscene dissimulate dietro apparenze innocue, visibili soltanto da chi conosceva il meccanismo, il movimento segreto, il trucco necessario a svelarle.

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Qualcuno ricorderà come, una ventina d’anni fa, nei ristoranti cinesi la grappa fosse offerta a fine pasto in particolari bicchierini che avevano al loro interno una base di vetro convesso: quando le tazzine erano piene, la distorsione ottica veniva corretta dal liquido ed era possibile ammirare sul fondo una signorina discinta, che tornava invisibile a bicchiere vuoto.
Il concetto era lo stesso anche negli antichi objets à système: oggetti di uso comune o magari di arredamento che racchiudevano, celate alla vista degli eventuali ospiti, le inconfessabili fantasie dei proprietari.

Il tipo più semplice di oggetti à système erano i doppi fondi e gli scomparti segreti. Si potevano nascondere immagini scabrose negli accessori più svariati, dalle tabacchiere ai bastoni da passeggio, dalle finte scatole di formaggio ai quadri “multipli”.

Scatola in avorio con coperchio recante una doppia scena. XIX Secolo.

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 Gioco del domino, in avorio intarsiato alla maniera dei marinai, con tavole erotiche.

Gioco del domino, in avorio intarsiato alla maniera dei marinai, con tavole erotiche.

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Pomello di bastone da passeggio.

Quadri contenenti altrettante tele nascoste.

Una giovane donna legge un libro; aprendo il quadro si visualizzano le sue fantasie impudiche.

Altri oggetti, già leggermente più elaborati, presentavano invece un duplice volto: occorreva un cambio di prospettiva per scoprirne il lato indecente. Un classico esempio del primo ‘900 sono le sculture in ceramica o i posacenere che, una volta capovolti, riservavano qualche sorpresa.

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Il monaco, classica figura erotica, in questo caso nasconde il suo segreto nella gerla sulle spalle.

Pendaglio double face: le gambe della figura femminile si richiudono, ed ecco che sul retro si forma un romantico cuore fiorito.

Poi venivano gli oggetti che avevano al loro interno una cerniera o un meccanismo da azionare, oppure delle parti staccabili da sollevare. Alcune statuette, come ad esempio i bellissimi bronzi creati dalla celebre fonderia austriaca Bergman, restavano perfetti per decorare un ambiente in stile liberty, pur conservando il loro piccolo e vivace segreto.

 

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La parte alta di questa ceramica policroma forma un coperchio che, una volta tolto, mostra la signora Marchesa accovacciata nella posizione detta de la pisseuse, resa popolare da una famigerata stampa di Rembrandt.

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Tabacchiera, scultura marinara. Qui il meccanismo fa “cadere” il cappello del militare, scoprendo la vera natura della scena galante.

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Pipa di schiuma. Introducendo il curapipe nel fornello, si fa scattare una levetta.

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Con il tempo gli artigiani ricorsero ad idee sempre più fantasiose.
C’erano ad esempio i gruppi composti da due statuette distinte, che mostravano una casta e bella fanciulla in compagnia di un fauno galante. Ma bastava cambiare posto ai due protagonisti per visualizzare il seguito della vicenda, e constatare quanto le arti seduttive del satiro fossero in verità efficaci.

 

Esistevano poi altri stratagemmi, ancora più elaborati, per rendere piccanti gli oggetti comuni. L’immagine seguente mostra un finto libro (fine XVIII secolo) che nasconde uno scrigno segreto. Le chiavette a molla sulla parte inferiore permettono di srotolare un nastro contenente sette quadretti licenziosi, visibili attraverso una cornice ovale.

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Le figure seguenti invece sono un vero classico, e in molte varianti furono stampate su scatole, piatti, porta fiammiferi e utensili vari. A prima vista non tradiscono nulla di osceno; il loro segreto diventa evidente soltanto se si capovolgono, e si nasconde la parte bassa del disegno con una mano (potete provarci più sotto).

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Le medaglie della foto qui sotto erano particolarmente ingegnose. Ancora una volta, le immagini impresse sui due lati non avevano nulla di sconveniente se esaminate da un non iniziato. Facendo girare a mulinello la medaglia sul proprio asse, però, esse si “combinavano” come fotogrammi di un film, e apparivano assieme. Con risultati facilmente immaginabili.

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Per finire, ecco dei sorprendenti ventagli cinesi.
Nel suo La magia dei libri Mariano Tomatis riporta innumerevoli esempi storici di “libri manomessi”, cioè modificati in modo da ottenere effetti di illusionismo. Questi ventagli magici funzionano con un meccanismo simile: presentano su entrambi i lati delle figure innocue, a patto che il ventaglio venga aperto come di consueto da sinistra a destra. Ma se si apre il ventaglio da destra a sinistra, lo spettacolo cambia.

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La caratteristica principale di queste creazioni artigianali, rispetto all’arte erotica classica, era il loro costante elemento di ironia. Nell’idea di questi oggetti è ben visibile, cioè, una vena piuttosto beffarda e dissacrante.
Pensateci: chiunque poteva tenere delle opere pornografiche sotto chiave in cassaforte. Ma esibirle in salotto, di fronte a parenti e conoscenti ignari? Esporle in bella vista sotto gli occhi della suocera o del prete in visita?

Evidentemente questo era il piacere sopraffino, il vero trionfo della dissimulazione.

Carta da gioco con nudo in filigrana, visibile usando una candela.

Simili oggetti hanno subìto la stessa perdita di senso sofferta dalla letteratura libertina; senza più alcun motivo di venire prodotti, sono ormai poco più che una curiosità per collezionisti.
Eppure ci possono ancora aiutare a comprendere un po’ meglio il paradosso di cui parlavamo all’inizio: gli objets à système sono in grado regalare un piccolo brivido unicamente in presenza di un tabù, nella necessità di esistere sotto copertura, come i fantasmi sessuali che secondo Freud si agitano dietro le innocue immagini elaborate in sogno.
Dovremmo leggere questi oggetti come simbolo dell’ipocrisia borghese, della smania di mantenere a tutti i costi una facciata onorevole? O erano invece un sotterraneo tentativo di ribellione?
Più in generale, siamo sicuri che la trasgressione sessuale sia così rivoluzionaria come appare a prima vista, o magari riveste in realtà un ruolo di conservazione sociale della norma?

In fondo, rendere il sesso accettabile e portarlo alla luce del sole – privarlo cioè della sua parte di ombra – non impoverirà certo il desiderio, capace di trovare sempre e comunque la sua strada. Probabilmente non impoverirà nemmeno l’arte o la letteratura che (speriamo) sapranno costruire nel tempo un nuovo immaginario simbolico, adatto a un erotismo di “dominio pubblico”.
L’aspetto più a rischio di estinzione è proprio la buona, vecchia trasgressione che animava anche questi gingilli pruriginosi. E, a guardare le odierne convention sulle sessualità alternative, sembra proprio che la caduta dei tabù sia già avvenuta. In assenza di divieti, senza più regole da infrangere, il sesso sta perdendo il suo carattere virulento e pericoloso; sta conquistando però possibilità di esplorazione inedite e una fondamentale serenità.

E noi?
Noi pretendiamo come al solito la botte piena e la moglie ubriaca: siamo a favore della libertà, contro le censure d’ogni genere,  ma segretamente bramiamo ancora lo squisito frisson del pericolo, del peccato.

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Le foto contenute nell’articolo sono per la maggior parte tratte dal volume di Jean-Pierre Bourgeron Les Masques d’Eros – Les objets érotiques de collection à système (1985, Editions de l’amateur, Paris).
La straordinaria collezione di oggetti erotici di André Pieyre de Mandiargues (scrittore e poeta vicino ai surrealisti) è stata immortalata dal regista Walerian Borowczyk nel cortometraggio
Une collection particulière (1973), visibile su YouTube con sottotitoli in italiano.

Scheletri e fanciulle

Avanti! Si legga il rito della sepoltura – si canti il funebre canto!
Un inno per la più regale tra quante così giovani morirono,
Un lamento per colei che doppiamente è morta, così giovane morendo.

(E. A. Poe, Lenore, 1831)

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Non potrà mai contare i capelli che si fanno bianchi, né le rughe che gli anni e le esperienze imprimono sul volto; non conoscerà le delizie delle nozze, non sarà mai madre: lei è la fanciulla morta.
E quando, per qualsiasi motivo, vediamo la morte cogliere là dove non c’è ancora stato modo di vivere, il sentimento di ingiustizia ci pervade. “Non è giusto”, si dice allora, “è un crimine, non è naturale”, perché l’ordine delle cose (almeno così pensiamo) vuole che il padre parta prima del figlio.
L’innocenza e la dolcezza del giovane volto, che non meritava un tale tragico destino, ci fanno gridare al sacrilegio.

Eppure, fermando il cuore della fanciulla, la morte l’ha salvata dalle rovine e le angherie del tempo, le ha risparmiato le nostalgie della vecchiaia e il peso del corpo che si fa decrepito. Ha fissato la sua immagine nel momento di maggiore grazia e fulgore: il ricordo che ella lascia dietro di sé è sublime. La bellezza che svanisce, in fondo, è la bellezza più straziante e più alta.

Per questo motivo la figura della fanciulla morta ha sempre avuto un certo successo nelle arti letterarie e figurative; coniuga il rimpianto con l’avvenenza del soggetto, e possiede un’ineguagliabile carica emotiva.

La vergine, in effetti, ha incontrato la Morte nell’antichità sotto molte forme, dal rapimento della dea Persefone da parte di Ade, dio degli Inferi, fino al sacrificio di Ifigenia. Poi nel bel mezzo del XIV secolo, quando peste, epidemie e guerre devastavano l’Europa, la morte divenne l’ossessione centrale di quei tempi bui: e in quasi tutte le danze macabre almeno uno degli scheletri chiama a ballare una magnifica dama o una dolce pulzella.

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Ma è alla fine del XV secolo che comincia ad apparire un’inedita, esclusiva raffigurazione dell’incontro fra questi due “personaggi”; se fino ad allora infatti essi avevano più volte inaspettatamente incrociato i loro cammini, con la nascita di un tema iconografico specifico, chiamato appunto “la Morte e la fanciulla”, si crea un passaggio davvero epocale nella mentalità dell’epoca.
Perché l’appuntamento fra i due comincia, a sorpresa, ad assumere un evidente carattere sessuale.

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Se nelle danze macabre, o nelle raffigurazioni delle tre età della vita, non vi era alcuna traccia di erotismo, qui la figura femminile è invece sedotta o insidiata dalla Morte. Spesso il cadavere putrefatto la bacia, talvolta le sfiora i seni, quando le sue mani ossute non si spingono addirittura più in là. Il candore della pelle della fanciulla contrasta con la carnagione bruna del corpo mummificato, e il senso di repulsione viene esaltato dall’oscenità del consesso.

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Certo, la morale vorrebbe evidentemente sottolineare l’aspetto effimero della vita, la vanità della bellezza e dell’orgoglio. Al di là di questa facciata, però, il tema evoca pensieri ben più cupi, fra visioni di vermi che strisciano e sangue marcio che cola. La fragilità della bellezza dà spazio alla fascinazione per il macabro: come accadrà nei Fiori del Male di Baudelaire, anche qui sembra quasi che la morte e la bruttezza siano già racchiusi, in seme, nelle forme sensuali della fanciulla.
E di fatto questa è la prima volta che viene riconosciuto, ed espresso in modo così aperto, il rapporto fra Eros e Thanatos – che diverrà un tema culturale fondamentale, per poeti e pensatori.

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Ghermita dalle secche dita, la fanciulla cede alla seduzione della Morte.
L’amplesso a cui assistiamo diventa, per estensione, quello fra la vita e la morte: associare la Venere attraente allo spaventoso scheletro vuol dire ridefinire la sessualità. Così distante ormai dalla pudicizia dell’amor cortese, questa immagine di un nuovo erotismo prefigura il concetto del sesso come ritorno all’unione (dopo la cesura della nascita) di cui parlerà Freud, l’annullamento del sé nell’altro, di cui parlerà Bataille, e quel misto di pulsioni di vita e di morte che tanto ammalieranno i romantici e i maledetti.

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Anche oggi la Morte e la fanciulla, ritratte assieme, non hanno perso nulla del loro fascino morboso e inquietante. E continuano a parlare alla parte più nascosta della nostra anima, da una parte ammonendoci sulla fuggevolezza delle forme, ma dall’altra suggerendo una segreta complicità fra bellezza e repulsione, fra luce e ombra, fra amore e morte.

Corpi estatici: erotismo e agiografia

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Il corpo, nella tradizione cristiana, riveste un ruolo centrale.
Fra le tre grandi religioni monoteiste, infatti, quella cristiana è l’unica che contempli un Dio fattosi uomo, mostrando così di concedere alla carne e al sangue un valore fondamentale. Nella dottrina, la resurrezione non sarà soltanto spirituale, ma riguarderà anche il fisico. Eppure, la carne non si è mai liberata di un’intrinseca duplicità: se da un lato vi si intravede la perfezione dell’opera divina – tanto che il corpo può “trattenere” parte della santità dell’anima, da cui il culto delle reliquie – dall’altro si tratta dell’elemento umano più debole e suscettibile di cadere in tentazione. La corruzione della carne non si può evitare se non mortificando la sensualità o, nei casi più estremi, con il sacrificio finale, più o meno volontario.

In effetti nel Medioevo si assiste a una distinzione sempre più netta fra il corpo carnale e il corpo che risorgerà alla fine dei tempi. Come ricorda Le Goff, “il corpo del cristiano, vivo o morto, è in attesa del corpo di gloria che esso rivestirà se non si compiace nel corpo di miseria. Tutta l’ideologia funeraria cristiana giocherà tra questo corpo di miseria e questo corpo di gloria e si organizzerà attorno allo sradicamento dell’uno verso l’altro”.
Così, nelle vite dei santi, prevale uno sdegnoso rifiuto della fisicità e della vita terrena. Ma, e qui le cose si fanno interessanti, c’è un’evidente differenza fra i santi e le sante.
Se il santo è visto normalmente accettare il martirio, con coraggio e abnegazione, è nelle vite delle sante che si mette in opera invece a una programmatica distruzione o svilimento dei corpi femminili, che assume nell’immaginario agiografico dei contorni sovrumani.
Come ricorda Elisabeth Roudinesco (in La parte oscura di noi stessi. Una storia dei perversi, 2007):

Allorché furono adottati da certi mistici, i grandi rituali sacrificali – dalla flagellazione all’ingestione di immondizie – divennero la prova di una santa esaltazione. […] E se i santi – sotto la spinta di un’interpretazione cristiana del libro di Giobbe – ebbero quale principale dovere quello di annichilire in loro stessi ogni forma di desiderio e fornicazione, le sante si condannarono, mediante l’incorporazione di escrementi o mediante l’esibizione dei loro corpi straziati, a una sterilizzazione radicale dei loro ventri divenuti putridi.

Gilles Tétart nel suo Saintes coprophages: souillure et alimentation sacrée en Occident chrétien (2004, in Corps et Affects, a cura di F. Héritier e M. Xanthakou) riporta svariati esempi di questa parossistica crociata contro la carne e le sue tentazioni.

Margherita Maria Alacoque, monaca francese del ‘600 nota per le sue estasi mistiche, era “talmente delicata che la più piccola sporcizia le faceva balzare il cuore”. Ma dopo che Gesù l’ebbe richiamata all’ordine, riuscì a pulire il vomito di una malata facendo di quest’ultimo il proprio alimento. Più tardi, sorbì la materia fecale di una donna affetta da dissenteria. Per grazia divina, ciò che un tempo l’avrebbe disgustata a morte, provocava ora in lei visioni di Cristo mentre le tiene la bocca incollata alla sua piaga: “Se avessi mille corpi, mille amori, mille vite, le immolerei per essere asservita a Voi”.

Secondo alcuni resoconti, Caterina da Siena un giorno succhiò il pus dei seni di una malata di cancro, e dichiarò di non aver mai mangiato nulla di più delizioso. Infatti Cristo le apparve, rincuorandola: “Mia diletta, hai sostenuto per me grandi lotte e, con il mio aiuto, ne sei uscita vittoriosa. Mai mi fosti più cara e gradevole… Non solo hai disprezzato i piaceri dei sensi, ma hai vinto la natura sorbendo con gioia, per amor mio, un orribile beveraggio. Ebbene, poiché hai compiuto un’azione al di sopra della natura, voglio offrirti un liquore al di sopra della natura”.

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Prima di approfondire il discorso, è necessario tenere sempre a mente un concetto fondamentale: le agiografie dei santi non sono la Storia. Si tratta cioè di opere letterarie in cui ogni elemento è collocato all’interno della narrazione con uno scopo preciso – che non è affatto quello dell’accuratezza dei fatti. La motivazione di questi racconti è piuttosto quello di creare un legame con il lettore, che non solo doveva provare ammirazione per il santo ma immedesimarsi nelle sue sofferenze, sentirle quasi sulla propria pelle, identificarsi nel corpo martoriato.

In secondo luogo non va dimenticato che le vite delle sante erano perlopiù redatte da autori monastici maschi, e riflettono evidentemente l’entusiasmo e le fantasie maschili. Tutto questo ha portato alcuni studiosi (B. Burgwinkle e C. Howie, G. Sorgo, S. Schäfer-Athaus, R. Mills) a sondare i parallelismi nascosti fra agiografia e pornografia, in quanto i due generi sarebbero (fatte le dovute proporzioni) accomunati da alcuni fattori: ad esempio l’estrema attenzione per il corpo, la proposta di immedesimazione, le descrizioni dettagliate, l’utilizzo di personaggi stilizzati (personaggi-funzione), e via dicendo.

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Sarah Schäfer-Althaus, nel suo saggio Painful Pleasure. Saintly Torture on the Verge of Pornography (in Woods, Ian et alii, Mirabilia 18 2014/1) si concentra in particolare su tre sante martiri: Sant’Agata, Sant’Apollonia e Santa Cristina.
Anche nel caso di Sant’Agata, secondo alcune versioni, durante il supplizio avviene un’inversione significativa. Se Santa Caterina, come abbiamo visto, riusciva a trovare “delizioso” l’orrendo pus, in Sant’Agata è il dolore a tramutarsi in piacere.

“I dolori sono la mia delizia”, esclama letteralmente, “è come se udissi buone nuove” – un annuncio che imbestialisce il suo aguzzino maschio, tanto che egli riporta la sua attenzione non soltanto sul corpo di lei, già mutilato, ma specialmente sui suoi seni – l’elemento principe della sua femminilità – e li taglia brutalmente. Ancora una volta, i lettori contemporanei potrebbero aspettarsi una reazione di angoscia e dolore, un grido a chiedere il sollievo divino da quella tortura, eppure Agata in diverse versioni della sua leggenda replica irosa: “Non ti vergogni di tagliare ciò che tu stesso vorresti succhiare?”

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Ecco quindi che l’aggressione assume dei connotati sessuali, o perlomeno che vi è una certa tensione erotica nel martirio, il quale può essere letto come una simbolica deflorazione della femminilità della santa. Deflorazione o penetrazione, va aggiunto, che non può avvenire effettivamente – la santa cioè non può subire realmente lo stupro, perché è essenziale per il racconto agiografico che ella preservi fino alla morte la sua verginità.

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  Lo stesso accade per Sant’Apollonia e Santa Cristina: anche qui la penetrazione deve diventare simbolica, affinché le protagoniste arrivino a Cristo illibate, e ad essere violata è quindi la bocca. Alla prima vengono estirpati tutti i denti, alla seconda è tagliata la lingua.
Ad un primo sguardo l’allusione sessuale di queste due sevizie potrebbe non risultare evidente, ma Schäfer-Athaus svela il codice metaforico che le sottende:

Nell’immaginario comune del Medioevo, la bocca era da un lato considerata un “lucchetto”, con i denti a fungere da “barriera” finale, che decideva quali idee e pensieri dovessero entrare ed uscire dal corpo. Dall’altro, invece, dall’antichità fino al diciannovesimo secolo, la bocca era correlata ai genitali femminili, e la lingua spesso paragonata al clitoride. Il clitoride, a sua volta, era spesso descritto come una “piccola lingua” e apparteneva alle “parti femminili vergognose”.

Ecco quindi che anche questi due supplizi potrebbero significare una violenza di carattere sessuale, seppure ancora una volta simbolica, al fine di permettere il ricongiungimento con Gesù. Si tratta, insomma, di torture che violano quei punti del corpo che sono più femminili, ma lasciano intatta la purezza dell’anima.
Tanto che Santa Cristina può perfino permettersi di raccogliere la sua lingua appena mozzata, e tirarla in faccia al suo aguzzino.

E la sua lingua, questo strumento di parola, e simbolico clitoride, toglie la vista al suo torturatore.

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Se il paragone fra agiografia e pornografia è – ammettiamolo – interessante ma piuttosto azzardato, è innegabile peraltro che questi iperbolici resoconti, scritti come ricordato principalmente da uomini in ambito monastico, ci raccontino almeno in parte qualcosa delle fantasie maschili medievali.
Tanto che c’è chi, come la già citata Roudinesco, arriva a vedervi addirittura un’anticipazione dei temi sadiani o, meglio, una fonte di ispirazione per l’opera del Marchese:

È proprio per questo che La legenda aurea, opera pia che riporta la vita dei santi, può essere letta come una sorta di prefigurazione di quel ribaltamento perverso della Legge che sarà effettuato da Sade in Le centoventi giornate di Sodoma. Vi si trovano gli stessi corpi suppliziati, denudati, lordati. Martirio rosso, martirio bianco, martirio verde. Sul modello di questo grande internamento monastico pieno di macerazioni e dolori, il marchese inventerà, privandolo della presenza di Dio, una sorta di giardino sessuologico abbandonato alla combinatoria di un godimento illimitato dei corpi.

D’altronde, piacere e dolore si confondono spesso, e nella letteratura agiografica questo è ancora più vero in quanto, nel martirio, il dolore del sacrificio è inseparabile dal piacere del ricongiungimento con Dio.
E nel lettore il nascosto compiacimento per i dettagli più atroci, per il linguaggio pittoresco e per le colorite descrizioni doveva infine generare, almeno negli intenti, il desiderio: desiderio di emulare questi santi impavidi e queste vergini potenti, incorruttibili e capaci di tramutare la sofferenza in estasi.

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(Avevamo già parlato di martiri in questo articolo.)

Arrabal: intervista panica

Raramente mi è successo, andando in spiaggia,
di vedere la parola “mare” dipinta di nero sull’acqua.
Altrettanto raramente mi è successo, avvicinandomi alla montagna,
di vedere dipinta sui suoi fianchi la parola “monte”.
Ogni volta che mi siedo a scrivere, però,
vedo sul foglio di carta bianca due grandi lettere, IO.
(La pietra della follia, 1962)

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Il Novecento è stato un secolo denso di stimoli al tempo stesso atroci e fertili, un secolo di contraddizioni e di rivoluzioni che hanno più volte ribaltato il senso comune.
Se dovessimo pensare a un artista che racchiude in sé tutta la follia e la razionalità, tutta la repressione e la libertà che hanno attraversato il movimentato periodo dalla Seconda Guerra in poi, poche figure avrebbero la capacità di riassumere un intero secolo come Fernando Arrabal.

Scrittore spagnolo esiliato in Francia, ha pubblicato un centinaio di opere teatrali oggi rappresentate in tutto il mondo, una quindicina di romanzi, quasi ottocento libri di poesie, diversi saggi, prefazioni a libri d’arte, articoli sui principali giornali europei. Oltre a questo, ha diretto sette lungometraggi, fra cui il capolavoro Viva la muerte (1970), ha dipinto quadri e redatto testi teorici sul gioco degli scacchi.
Ma una delle cose più sorprendenti di questo poliedrico personaggio è come la sua figura si ponga sempre ai crocevia più significativi fra le varie correnti artistiche: Arrabal ha in un modo o nell’altro fatto parte, o ripreso i temi, di tutti i principali gruppi creativi del secolo, vale a dire il Dadaismo di Tzara, il Surrealismo di Breton e la Pop art di Warhol. Ha anche fondato il suo personale movimento, il Panico, assieme a Topor e Jodorowsky (ne avevamo parlato in questo articolo). Come una calamita, e a sentire lui in maniera totalmente ingenua e involontaria, ha attratto intorno a sé tutti i principali artisti, scrittori e scienziati del dopoguerra. Da casa sua sono passati Dalì, Ionesco, Buñuel, Welles, Magritte, Baj, Pasolini, Beckett, Saura, più recentemente Kundera e Houellebecq
Arrabal stesso è considerato oggi fra i più importanti scrittori contemporanei.

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E pensare che l’inizio della sua vita fu tutt’altro che incoraggiante.
Fernando non ha ancora quattro anni quando suo padre viene condannato a morte all’inizio della guerra civile spagnola; la pena viene poi trasformata in trent’anni e un giorno di prigione. Ma il padre di Arrabal nel 1941 evade dall’ospedale di Burgos e scompare per sempre – di lui non si saprà più nulla, nonostante le ricerche. Questo evento traumatico segnerà per sempre il piccolo Fernando, che passerà il resto della sua vita alla ricerca del fantasma di quest’uomo astratto, e costituirà un motivo più volte ricorrente della sua arte: letteratura e teatro come taumaturgia che si propone di guarire l’anima dell’uomo, o perlomeno liberarla dai lacci soffocanti della realtà condivisa.

Ma la sua opera è fin da subito troppo scandalosa: il suo teatro folle e senza freni, popolato da personaggi che scambiano in continuazione i loro ruoli di carnefici e di vittime, si propone di distruggere gioiosamente qualsiasi tabù, e affronta a pieno petto morte, sessualità e politica. In alcune delle prime rappresentazioni paniche vengono addirittura uccisi degli animali sul palco, per rendere l’esperienza teatrale insostenibile e orgiastica, archetipica e terrificante. Arrabal è autore infantile e visionario, rivoluzionario e onirico, e la beffarda brutalità delle sue pagine deride apertamente autorità e convenzioni. Nonostante viva da esule a Parigi fin dal 1955, nel 1967 il regime di Franco decide che le sue impudenze vanno punite: Arrabal è arrestato e processato (“in realtà scrissi solamente “merda alla patria”, una dedica che mi ha fatto finire in galera. Se avessi scritto “merda a Dio” non sarebbe stata la stessa cosa: probabilmente sarebbe stato considerato meno grave“).

In suo sostegno si sollevano gli intellettuali di mezza Europa, Samuel Beckett scrive: “Se colpa c’è, che venga giudicata alla luce del grande merito di ieri e della grande promessa di domani e venga quindi perdonata“.
Arrabal viene infine scarcerato, ma rimane comunque nella lista dei cinque spagnoli ritenuti più pericolosi dal regime. Eppure la sua Lettera al Generale Franco, pubblicata nel 1972 mentre il dittatore è ancora in vita, è un capolavoro di una purezza emotiva senza pari: nella missiva, Arrabal si rivolge a Franco come se il Generalìsimo fosse in realtà egli stesso una vittima del mondo, come se autore e destinatario fossero uniti dall’esperienza del dolore. Il tono appassionato della lettera è la definitiva vittoria sull’orrore e la violenza: “Eccellenza, vi scrivo questa lettera per amore. Senza la più leggera ombra di odio o di rancore. Ho bisogno di dirvi che voi siete l’uomo che mi ha causato più male in assoluto…

Dopo la morte di Franco nel 1975 Arrabal può tornare ad essere pubblicato anche in Spagna, dove incontra il successo, restando comunque un autore controverso.

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Abbiamo l’onore di pubblicare qui su Bizzarro Bazar un’intervista esclusiva con il grande Arrabal. Siamo però in presenza di una delle menti più lucide e penetranti dell’ultimo mezzo secolo, conscia che il rischio di qualunque intervista è quello di finire limitata, sezionata, categorizzata: ben deciso a fuggire qualsiasi definizione, Arrabal preferisce confondere gli opposti piuttosto che dividerli. Aspettatevi quindi di tutto (proprio di tutto!) tranne che delle repliche convenzionali. Il vulcanico ottantaduenne non si è ancora piegato alla logica comune, parla per aforismi criptici, chiosa ogni singola risposta con una delle sue tipiche massime surreali (arrabalesques), se ne fotte allegramente delle domande, e si diverte come un bambino a giocare con le parole…

Per cominciare, ci parli di Pan. È l’unico dio che lei riconosca?
Pan corrisponde al tutto. Alla conciliazione dei contrari. Faceva ridere e causava il terrore panico: è la perfetta definizione di dio. In una parola, era “formidabile”. Prima di inventare le elezioni, le formiche sceglievano forse la loro regina con uno strip poker?

Come concilia il suo amore per la scienza e la sua “consacrazione” al panico? Potrebbe essere forse la Patafisica, il legame fra i due?
La scienza è un avatar dell’arte? Soltanto il rigore matematico della confusione permette di costruire o elaborare un’opera (artistica o scientifica). Perfino l’entomologo che non vuole far discriminazioni, si rifiuta di studiare l’albero genealogico degli scarafaggi di cucina. Molti scrittori giocano a scacchi. Per esempio, fra tanti altri, Lewis Carroll ha costruito il suo Alice basandosi su dei giochi di logica… come molti fra noi. Il vegetariano fa la comunione con ostie di plastica.

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Che posto occupa il dolore, nella sua opera? La sua passione per la matematica tradisce un tentativo di scoprire un’equazione della sofferenza?
Essere stato privato di mio padre è fonte, ancora oggi, di dolore. Ma senza che le mie emozioni si trasformino in equazioni. Il più lascivo fra gli scavatori di pozzi vorrebbe vestire la Verità nuda.

La sua poesia Ma fellatrice idolâtrée [qui tradotta anche in italiano] apre una finestra sugli abissi di senso che possono nascondersi dietro un semplice atto sessuale, e riesce a raggiungere proporzioni mitiche o, se preferisce, mistiche. La trascendenza, ci salva o ci ferisce? E il sesso?
La trascendenza è come una moneta a due facce. Pan concilia i contrari, il positivo e il negativo. Risulta tutto così evidente nel piacere mistico del sesso. Per dare l’illusione di avere una ruota, il pavone si finge un mazzo di fiori.

Oggi si parla ancora spesso di censura, di politically correct, ecc.; ma lei ha conosciuto il vero macello della parola vivente, la persecuzione del pensiero, e lo stupro di qualsiasi espressione artistica. Stando ai suoi scritti, è come se una sorta di Inquisizione – archetipo al tempo stesso antico e sempre attuale – avesse minacciato una parte della sua vita.
Si augura un mondo libero da qualsiasi censura, o pensa che alcune restrizioni possano stimolare la creazione artistica?
La scomparsa di Pérec [romanzo pubblicato nel 1969, nel cui testo non viene mai utilizzata la lettera “e”] mostra una regola formale… che permette di sorpassare se stessi. Anche il pappagallo ha imparato a parlare per giustificarsi.

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La lista degli artisti che lei ha conosciuto durante la sua vita, o dei quali è stato amico, è incredibile. Assomiglia a un club immaginario, e si fatica oggi a credere che tutti quei volti, quelle voci, quei corpi siano davvero esistiti. Lei è adesso il testimone della loro concretezza.
Che odore aveva Salvador Dalì? Giocava il sole con i capelli di Breton, e come? Le rockstar, come John Lennon o Jim Morrison, avevano una consistenza carnale particolare? Le ossa di Picasso o Magritte facevano rumore quando si muovevano?
Breton si prendeva molto cura della sua capigliatura leonina. La liposuzione della macchina da cucire, secondo Lautréamont, si fa con un ombrello [riferimento a un celebre passaggio dei Canti di Maldoror]. E, senza allontanarci troppo, il melo bonsai di Newton ha scoperto la gravitazione universale?

I suoi film, anche se occupano soltanto una minima parte dei suoi lavori, sono fra i suoi risultati più conosciuti in virtù della loro potenza espressiva che ha segnato diverse generazioni di cineasti. C’è un’inquadratura, un’immagine, fra quelle che ha girato, che la rappresenta maggiormente?
Tutte le mie immagini di Viva la muerte. Pavlov aspettava la sua amante salivando col suo cane.

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Cosa pensa della morte? Come immagina la morte di Arrabal?
Come sapere se il mare arriva o si ritira? Dio ha forse creato gli acquari, prima di creare i pesci? I leoni dimostrano alle pecore che, se non ci fossero più leoni, loro sarebbero ancora più pecore.

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Ecco il sito ufficiale di Fernando Arrabal.

Calendario del Lutto

Salone del Lutto è senza dubbio uno dei nostri blog preferiti. Poetico, fresco, sorprendente, con uno stile del tutto particolare e una missione ben precisa: esplorare la morte nei suoi risvolti letterari, artistici, culturali con passo lieve e ironico. Lasciamo quindi la parola alle Signore del Lutto, Silvia e Serena, affinché ci presentino il bellissimo calendario virtuale che regolarmente pubblicano a fine anno.

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La gente muore ogni giorno. Tutti i giorni. Di tutti gli anni. Ogni calendario, in fondo, è un memento mori. Un susseguirsi di martiri, vergini, beati e commemorazioni di esecuzioni. E uno scandire il tempo che ci avvicina, ogni giorno di più, alla fine. Ma il Salone del Lutto con i fatti di religione c’entra poco, pur apprezzando chiese, cimiteri, e innumerevoli altre attestazioni devozionali. E così, da un paio di anni, il calendario se lo fabbrica da sé – online –, assegnando ogni giorno a qualcuno che in quel giorno è morto e chiamandolo a dire la sua. Sulla morte. Ma anche su innumerevoli altri argomenti. È un calendario laico: zeppo di scrittori, musici, ballerine, pittori, attori, e molto altro ancora. Vi invitiamo ad andare a leggerlo e sfogliarlo, cliccando qui. Nel frattempo, qui sotto, sviluppiamo alcuni percorsi, pescando i nostri morti dall’edizione 2014 e 2015. Grazie a Bizzarro Bazar per l’ospitalità.

26 marzo 1892, 19 giugno 1937, 2 luglio 1977, gli inventori di bellezza

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Fa paura, la morte, o perlomeno, per tanti è così. Eppure chi ha il dono della scrittura, e dell’invenzione, ha costruito dei mondi di infinita bellezza. Anche per quel momento. Walt Whitman, ad esempio, che dice: «E mostrerò che nulla può accadere che sia più bello della morte» o l’immenso Vladimir Nabokov, secondo cui «La vita è una grande sorpresa. Non vedo perché la morte non potrebbe esserne una anche più grande».

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E poi, poi anche chi scrive per i bambini ne parla, senza troppi pudori, senza giri di parole: morire è morire e anzi: «Morire sarà una splendida avventura». Parola di James Matthew Barrie. E di Peter Pan.

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11 maggio 2010, la grande vecchia

1904–2010. Nessun refuso, la più giovane delle sorelle Eaton e una delle più recenti acquisizioni della rivista Zigfield Follies è effettivamente morta a 106 anni. Dopo la rivista, e il cinema, per tre decenni fu anche in tv. Infine si ritirò in un ranch insieme al marito, dedicandosi all’allevamento di cavalli. Una vita lunghissima, dal film muto all’era del web, e innumerevoli interviste rilasciate a giornalisti e scrittori, per preservare tracce di quei tempi, che ci sono stati finché c’è stata lei.

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E, non so voi, ma io le vicende dei grandi vecchi le trovo bellissime. La signora Emma Morano (114), ad esempio, che dichiara oggi di non conoscere né Renzi né Papa Francesco, mentre si ricorda bene del re Vittorio; i vecchietti di Vilcabamba, alcuni dei quali asseriscono fieri di aver smesso di fumare da una decina d’anni, a 100 anni o più; e Doris, che candidamente ammise: «A 32 anni, mi diedi una bella occhiata e pensai: “Che sta succedendo? Questo è niente. Non è vita”. Così andai in chiesa, iniziai a studiare e a cercare me stessa. Ne ottenni una certa qual forza interiore». Alla faccia della forza, Doris, arcigna e adorabile.

1° luglio 1961 e 17 ottobre 1849, i programmi preventivi

La paura della morte porta a elaborare strani programmi. O, piuttosto, è la paura di ciò che tocca in sorte al cadavere. A tal proposito, Louis-Ferdinand Céline abbozza in Viaggio al termine della notte una teoria un po’ delirante, ma piena di fascino: «[…] Lola, così paura, vedi, che se muoio di morte naturale, io, più avanti, voglio soprattutto che non mi brucino. Vorrei che mi lasciassero nella terra, a marcire al cimitero, tranquillamente, là, pronto a rivivere, forse… Chissamai! Mentre se mi riducono in cenere, Lola, tu capisci, sarebbe finita, proprio finita… Uno scheletro, malgrado tutto, assomiglia ancora un po’ a un uomo… È sempre più pronto a rivivere che delle ceneri… Le ceneri è finita!… Che ne dici?…».

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Fryderyk Chopin, dal canto suo, l’ipotesi di un risveglio sottoterra non la vedeva troppo favorevolmente, tanto che le sue ultime parole chiarirono una precisa volontà: «Poiché la terra mi soffocherà, vi scongiuro di fare aprire il mio corpo perché non sia sepolto vivo».

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Esequie premature, zombies, e cos’altro? Io penso che se c’è un aldilà questi due stiano facendo discorsi ameni. Davvero!

10 e 11 ottobre 1963, L’amore vince la morte

Federico e Giulietta, Raimondo e Sandra. No, non voglio parlare di coppie che, semplicemente, si dissolvono, completamente e nello stesso anno: lui e lei, a pochi mesi l’uno dall’altra. C’è chi è riuscito a superarle e, personalmente, sono felice che si tratti di una coppia di amici. Due amici che, con la loro arte, hanno saputo illuminare le notti di Francia. Lei, Édith, era un usignolo; lui, Jean, poeta, saggista, drammaturgo, librettista, eccetera eccetera. Lei, Édith, fu la prima ad andarsene: una broncopolmonite e farmaci consumati in dosi massicce fino a debilitarla nel profondo. Era probabile che andasse a finire così.

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Lei era immensa. Doveva essere ricordata adeguatamente. A occuparsi del suo elogio funebre è Jean, il poeta, saggista, drammaturgo, librettista, e AMICO, e amante. In questo elogio mette dentro frasi bellissime e parole a effetto. Lei è «un’onda altissima di velluto nero», «una stella che brucia nella solitudine notturna del cielo di Francia». La pressione è fortissima. Le crepe nel cuore sono profonde. Jean se ne va poche ore dopo Édith, stroncato da un infarto. Tecnicamente, si tratta di due giorni diversi, ma è bello ricordarli insieme. Perché l’amore vince la morte e anche lo scorrere del tempo.

14 settembre 1927, La divina, e divinatrice

Lei era una vera diva. Nata nella seconda metà dell’Ottocento, viveva – così immagino – con grande difficoltà l’essere figlia di un altro tempo, il futuro. Emancipazione, passione, amori intensi ma brevi. E soprattutto un’arte che era solo sua, fatta di vesti leggere e piedi scalzi: un modo di danzare che non si era mai visto prima e che, inizialmente, la gente faticò a comprendere, come avviene con tutte le “cose” di rottura.

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Le foto che la ritraggono parlano di un corpo sinuoso e flessuoso, della capacità di assumere pose e sembianze che non sono umane ma superumane. Isadora un giorno salì in macchina, una Bugatti decappottabile. La immagino leggera ed elegante, mentre sventaglia la mano e dice: «Addio amici miei! Vado verso la gloria (o verso l’amore, poco importa)». Al collo porta una sciarpa, svolazzante, leggera, probabilmente di un tessuto pregiato. Lo direste che una sciarpa può essere un involontario strumento di morte? La macchina va, accelera, l’aria nei capelli è bella, le frange della sciarpa si impigliano nelle ruote. Ed è un attimo. Gertrude Stein, amica della Duncan, ebbe a commentare che «certi vezzi possono risultare pericolosi». È vero, ma a colpirmi di più sono le doti divinatorie della grande Isadora.

26 dicembre 2014 – Il cadavere scomparso o l’uomo che non è mai esistito

Il 26 dicembre 2004 non fu un Santo Stefano qualunque. La grande onda dello tsunami spazzò via case, e alberi e tutto quel che trovava il suo percorso devastando le coste indonesiane, tailandesi, indiane, birmane, bengalesi e maldiviane. In Sri Lanka le vittime furono moltissime. Tra di loro Pietro Psaier, pittore italiano. Il suo cadavere non fu mai ritrovato. Ma il problema è un altro: Pietro Psaier, forse, non è mai esistito, e la sua è una biografia presunta, densa di ipotesi non confermate. Su Wiki, tutte le notizie al suo riguardo premettono un generico «si afferma che…».

Eppure, le affermazioni al suo riguardo sono tutte importanti: Pietro Psaier negli anni Cinquanta disegnò auto per Enzo Ferrari – si dice; negli anni Sessanta si trasferì a Madrid e successivamente a New York dove conobbe nientepopodimeno che Andy Warhol e divenne uno degli habitués della Factory – si mormora; negli anni Settanta era ormai un artista affermato e realizzò lavori per le stars: Keith Moon, Oliver Reed, Michael Caine – così sembra. Ciononostante le economie non giravano bene, così negli anni Ottanta Psaier sfuggì ai creditori prendendo la via dell’Asia: Nepal, Tibet e finalmente Sri Lanka.

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La sua reale esistenza fu messa in dubbio solo dopo la sua scomparsa: la casa d’aste Nicholson’s, infatti, annullò la vendita dei suoi quadri, dando credito alle voci che ne mettevano in dubbio l’esistenza. E di lì fu tutto un rincorrersi di illazioni: «se fosse esistito lo avrei incontrato», «se non fosse esistito non lo avrei avuto in cura»… Se, se, se… E se l’opera d’arte fosse proprio questa? Essere così abili dar far perdere le proprie tracce fino alle origini? Ai giorni nostri sembra quasi impossibile. Ma no, Pietro Psaier ce l’ha fatta. Pietro Psaier? Chi?

Info

Il calendario del Salone del Lutto è un prodotto online e virtuale. Puoi vederlo online andando a questo link.

Pure il Salone del Lutto è online, ma un po’ meno virtuale del calendario e di Pietro Psaier. Puoi trovarci su Facebook oppure sul nostro blog.

Buon Natale e ricordatevi: non è vero che Babbo Natale non esiste. Semplicemente, Babbo Natale è morto.

Bizarro Fiction: la narrativa più weird del mondo

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Immaginate che John Waters suggerisca delle battute a Franz Kafka per il suo nuovo romanzo. Immaginate che Lewis Carroll si dedichi di punto in bianco alle droghe e alla pornografia. Immaginate i Monty Python che sceneggiano un film di David Lynch.

Forse non avete mai sentito parlare di Bizarro Fiction, ma in poche parole si può riassumere così: prendete la narrativa più assurda, folle, surreale che vi venga in mente, ed elevatela al cubo. Il Bizarro è stato anche definito “l’equivalente letterario della sezione film cult del videonoleggio”. I testi appartenenti a questo genere sono fantasiosi, spesso piuttosto pulp nei toni e negli intenti, talvolta avant-garde, talaltra sciocchi e infantili, ma comunque sempre divertenti.

Ma cosa ci sarà mai di tanto weird in questi racconti e romanzi? Basta scorrere qualche trama per rendersene conto.

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Shatnerquake, di Jeff Burk: tutti i personaggi interpretati dall’attore William Shatner (celebre nei panni del Capitano Kirk) nella sua lunga carriera, riescono ad entrare nella nostra realtà con il solo intento di uccidere il vero William Shatner.
The Haunted Vagina, di Carlton Mellick III: un uomo scopre che la vagina della sua fidanzata non solo è infestata da strane voci, ma è in realtà un vero e proprio portale verso un mondo popolato di scheletri ed altre stane creature.
The Emerald Burrito of Oz di John Skipp e Marc Levinthal: il magico mondo di Oz e il nostro vengono in contatto; la Strega Buona diventa Presidente e i munchkin finiscono a lavorare come camerieri nei fastfood.
Sex and Death in Television Town di Carlton Mellick III: una banda di pistoleri ermafroditi (“inclusa una donna samurai ninfomane modificata per sembrare uno stegosauro bipede, recita la sinossi) sopravvive a un deserto infestato da demoni per arrivare in una città i cui abitanti hanno televisori al posto della testa.

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Quando dicevamo di elevare al cubo la storia più folle che conoscete non stavamo usando un eufemismo: una delle “regole” che gli autori di Bizarro Fiction si sono autoimposti è che non basta un solo elemento weird nella trama, ce ne vogliono almeno tre per qualificare l’opera come Bizarro. E non soltanto: date le premesse surreali, la trama deve comunque avere un senso compiuto. Le stranezze, cioè, non possono essere fine a se stesse ma devono risultare integrali ed essenziali alla storia raccontata – eventi assurdi, sì, ma che alla fine della lettura “tornino” almeno un po’.

Questo genere fa leva sul gusto per il weird e il pulp, e si propone di confezionare dei testi il più possibile sorprendenti e demenziali, pervasi da un giocoso rigore. Si tratta di letteratura che rifugge dai toni alti; eppure vive di questa strana ambivalenza, l’essere cioè un genere di consumo e allo stesso tempo votato alla meraviglia più radicale e “scorretta”. Ma, almeno a sentire Carlton Mellick III, figura di spicco del movimento, lo scopo principale è sempre quello di farsi qualche sana risata.

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Marco Carrara, il “Duca di Baionette”, è il curatore del sito Baionette Librarie ed ha avuto la coraggiosa idea di portare in Italia la Bizarro Fiction all’interno della collana Vaporteppa (Antonio Tombolini Editore). Il suo lavoro di direttore editoriale, come quello dei suoi collaboratori, è puro frutto della passione – tanto che perfino i traduttori sono retribuiti in percentuale sulle vendite. Vaporteppa ha già pubblicato quattro opere in versione eBook, e diverse altre sono in lavorazione; ma l’idea del Duca è quella di riuscire a coltivare una nuova generazione di autori interessati a creare opere originali italiane nello spirito della Bizarro Fiction e del New Weird. “Siamo i primi in Italia a portare seriamente la Bizarro Fiction… e siamo convinti che ci sia pubblico (e le vendite di questi mesi ci incoraggiano a pensarlo) e che abbia solo bisogno di sapere che la Bizarro Fiction esiste.”

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Riguardo questa misconosciuta corrente letteraria, abbiamo avuto una lunga e approfondita discussione con il Duca; un po’ troppo lunga, a dir la verità, per il format di questo blog. Essendo però a nostro avviso una conversazione di estremo interesse (e non solo per chi abbia voglia di approfondire questo nuovo genere di narrativa, viste le molte digressioni di teoria narratologica), la riportiamo integralmente in PDF a questo link:

BIZARRO FICTION – Intervista a Marco Carrara

L’introduzione alla Bizarro Fiction di Chiara Gamberetta, citata più volte all’interno dell’intervista, è consultabile a questo indirizzo.
Sul sito di Vaporteppa potete trovare le prime opere tradotte e pubblicate.

Sade, diamante oscuro

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Dopo trent’anni di battaglie legali, il manoscritto delle 120 giornate di Sodoma del Marchese de Sade è ritornato in Francia. Si tratta di un rotolo di foglietti incollati l’uno all’altro, come un antico libro sacro (o, meglio, sacrilego…), lungo 12 metri e largo 11,5 centimetri, vergato in una calligrafia microscopica sul fronte e sul retro. Un’opera colossale, lunghissima, composta di nascosto dal Divin Marchese mentre si trovava prigioniero alla Bastiglia. E proprio durante l’assalto alla prigione, quel famoso 14 luglio del 1789, nel trambusto il manoscritto scomparve. Sade morirà convinto che l’opera che riteneva il suo capolavoro fosse andata perduta per sempre.
Il manoscritto, invece, ha percorso l’Europa fra rocambolesche peripezie (ben riassunte in questo articolo), fino alla notizia di pochi giorni fa dell’acquisto per 7 milioni da parte di una collezione privata e del suo probabile, prossimo inserimento all’interno della Bibliothèque Nationale. Questo significa che il libro – e di conseguenza il suo autore – saranno presto dichiarati patrimonio nazionale.

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Questo riconoscimento arriva nel duecentenario della morte dell’autore: tanto ci è voluto perché il mondo si accorgesse appieno del valore della sua opera. Sade ha pagato con il carcere e con l’infamia postuma la sua ricerca artistica, ed è per questo il caso più interessante di rimozione collettiva della storia della letteratura. La società occidentale non ha infatti potuto tollerare i suoi scritti e, soprattutto, le loro implicazioni filosofiche per ben due secoli.
Perché? Cosa contengono di tanto scandaloso le sue pagine?

Chiariamo innanzitutto che non sono le scene erotiche il problema: la tradizione letteraria libertina era già ben solida prima di Sade, e contava diversi libri che si possono certamente definire “crudeli”. Sade, in effetti, era un ben mediocre scrittore, dalla prosa ripetitiva e noiosa e dall’originalità linguistica limitata; ma anche questo è un elemento importante, come vedremo più avanti. Allora, perché tanta indignazione?
Ciò che risultava inaccettabile era la totale inversione filosofica operata da Sade: inversione dei valori, inversione teologica, inversione sociale. La visione sadiana, molto complessa e spesso ambigua, prende le mosse dall’idea del male.

Il problema del male attraversa secoli e secoli di filosofia e teologia cristiana (nel concetto di teodicea). Se Dio esiste, come può permettere che esista il male? A che fine? Perché non ha voluto creare un mondo privo di tentazioni e semplicemente buono?

Secondo gli illuministi, Dio non esiste. Esiste soltanto la Natura. Ma il bene e il male sono comunque chiaramente definiti, e per l’uomo tendere al bene è naturale.
Sade invece fa un passo ulteriore. Guardiamo, suggerisce, cosa succede nel mondo. I malvagi, i violenti, i crudeli, hanno una vita più prosperosa delle persone virtuose. Indulgono nel vizio, nei piaceri, a discapito delle persone deboli e virtuose. Questo significa che la Natura è dalla loro parte, che anzi trova giovamento dal loro comportamento, altrimenti punirebbe le loro azioni.
La Natura dunque è malvagia, e fare il male significa accordarsi al suo volere – cioè in realtà far cosa giusta. L’uomo, secondo Sade, tende al bene soltanto per abitudine, per educazione; ma la sua anima è nera e torbida, e al di fuori delle regole imposte dalla società l’uomo cercherà sempre e solo di soddisfare i suoi piaceri, trattando i suoi simili come oggetti, umiliandoli, sottomettendoli, torturandoli, distruggendoli.

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La ricerca di Sade è stata paragonata a quella di un mistico; ma laddove il mistico si dirige verso la luce, Sade cerca al contrario l’oscurità. Nessuno prima o dopo di lui ha mai osato scendere così in fondo alla parte tenebrosa dell’uomo, e paradossalmente egli vi riesce spingendo fino alle estreme conseguenze il pensiero razionalista. Torna alla mente il famoso dipinto di Goya, Il sonno della ragione genera mostri: leggendo Sade, si ha la netta impressione che sia invece la ragione stessa a crearli, se portata all’eccesso, fino a mettere in discussione i valori morali.

Ecco quindi l’ultima spiaggia: non solo non condannare più il male, ma addirittura promuoverlo e assumerlo come fine ultimo dell’esistenza umana. Ovviamente, dobbiamo ricordare che Sade passò in carcere la maggior parte della sua vita proprio per queste idee; così, man mano che gli anni passavano, egli diveniva sempre più amaro, furibondo e carico d’odio verso la società che l’aveva condannato. Non sorprende che i suoi scritti composti in prigionia siano quelli più sulfurei, più estremi, in cui Sade sembra prendere piacere a distruggere e scardinare qualsiasi codice morale. Ne risulta, come dicevamo, una totale inversione dei valori: la carità e la pietà sono sbagliate, la virtù porta sventure, l’omicidio è il bene supremo, ogni perversione e violenza umana non solo è scusata ma proposta come modello ideale di comportamento.
Ma ci credeva veramente? Era serio? Non lo sapremo mai con certezza, ed è questo che lo rende un enigma. Di sicuro possiamo solo dire che nei suoi scritti non c’è quasi traccia di umorismo.

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La sua personalità era fiammeggiante e mai doma, perennemente inquieta e tormentata. Impulsivo, sessualmente iperattivo, anche la sua scrittura era febbrile e senza freno. Ne Le 120 giornate di Sodoma, Sade si propone di declinare tutte le possibili perversioni umane, tutte le violenze, catalogandole con precisione maniacale: un romanzo enciclopedico, colossale anche per dimensioni, compilato di straforo perché ad un certo punto le autorità gli proibirono penna, carta e calamaio. Sade arrivò a scriverlo con un pezzetto di legno utilizzando inchiostri di fortuna, e talvolta perfino con il proprio sangue, pur di non interrompere il flusso di pensieri e parole che da lui sgorgavano come un fiume in piena. Per un personaggio così, non esistevano le mezze misure.

La sua opera è contro tutto e tutti, di un nichilismo talmente disperato e terminale che nessuno ha mai avuto il coraggio di replicarla. È il nostro specchio nero, l’abisso che tanto temiamo: leggerlo significa confrontarsi con il male assoluto, la sua opera sfida continuamente qualsiasi nostra certezza. Scriveva Bataille: “L’essenza delle sue opere è la distruzione: non solamente la distruzione degli oggetti, delle vittime messe in scena […] ma anche dell’autore e della sua stessa opera.”
La sua prosa, dicevamo, non è elegante né piacevole; ma credete davvero che, viste le premesse, a Sade interessasse essere raffinato? La sua opera non è pensata per essere bella, anzi. La bellezza non gli appartiene, lo disgusta, e quanto più rivoltanti sono le sue pagine, tanto più sono efficaci. Quello che gli interessa è mostrarci il marcio, l’osceno.

Ignoro l’arte di dipingere senza colori; quando il vizio si trova alla portata del mio pennello, lo traccio con tutte le sue tinte, tanto meglio se rivoltanti. (Aline e Vancour, 1795)

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È comprensibile quindi perché, a suo modo, Sade sia assolutamente unico in tutta la storia della letteratura. C’è bisogno anche di lui, c’è bisogno della sua crudeltà, è il nostro gemello oscuro, il rimosso e il negato che tornano a galla per perseguitarci. Possiamo rimanere scandalizzati dalle sue posizioni, anzi, dobbiamo scandalizzarci: è ciò che vorrebbe anche il Divin Marchese, in definitiva. Quello che gli artisti veri fanno da sempre è appunto proporci dei dilemmi, dei dubbi, delle crisi. E Sade è un problema dall’inizio alla fine, che ha spiazzato per lungo tempo anche gli studiosi. Bataille ha paragonato l’opera sadiana a un deserto roccioso, riassumendo splendidamente il senso di smarrimento che ci fa provare:

È vero che i suoi libri differiscono da ciò che abitualmente è considerato letteratura come una distesa di rocce deserte, priva di sorprese, incolore, differisce dagli ameni paesaggi, dai ruscelli, dai laghi e dai campi di cui ci dilettiamo. Ma quando potremo dire di essere riusciti a misurare tutta la grandezza di quella distesa rocciosa? […] La mostruosità dell’opera di Sade annoia, ma questa noia stessa ne è il senso. (La letteratura e il Male, 1957)

All’inizio del ‘900 Sade è stato finalmente riconosciuto come una figura a suo modo monumentale, e la sua riscoperta (ad opera di Apollinaire, e poi dei surrealisti) ha dominato l’intero XX Secolo e continua ad essere imprescindibile oggi. L’acquisto del manoscritto diviene quindi simbolico: dopo due secoli di oscurantismo, Sade rientra trionfalmente in Francia, con tutti gli onori e gli allori del caso. Ma sarà molto difficile, forse impossibile, che un testo come Le 120 giornate venga metabolizzato nello stesso modo in cui la nostra società riesce a inglobare e rendere inoffensivi tabù e controculture – si tratta davvero di un boccone troppo indigesto. Un grido di rivolta contro l’universo intero, in grado di resistere al tempo e alle sue rovine: un nero diamante che continua a diffondere la sua luce oscura.

Bloody Murders

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Quando state entrando ad un concerto, o a uno spettacolo teatrale, vi viene consegnato il programma della serata. Una cosa simile accadeva, in Inghilterra, anche per un tipo particolare di spettacolo pubblico: le esecuzioni capitali.

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Nel XVIII e XIX Secolo, infatti, alcune stamperie e case editrici inglesi si erano specializzate in un particolare prodotto letterario. Venivano generalmente chiamati Last Dying Speeches (“ultime parole in punto di morte”) o Bloody Murders (“sanguinosi omicidi”), ed erano dei fogli stampati su un verso solo, di circa 50×36 cm di grandezza. Venivano venduti per strada, per un penny o anche meno, nei giorni precedenti un’esecuzione annunciata; quando arrivava il gran giorno, veniva preparata spesso un’edizione speciale per le folle che si assiepavano attorno al patibolo.

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Sull’unica facciata stampata si potevano trovare tutti i dettagli più scabrosi del crimine commesso, magari un resoconto del processo, e anche delle accattivanti illustrazioni (un ritratto del condannato, o del suo misfatto, ecc.). Usualmente il testo si concludeva con un piccolo brano in versi, spacciato per “le ultime parole” del condannato, che ammoniva i lettori a non seguire questo funesto esempio se volevano evitare una fine simile.

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La vita di questi foglietti non si esauriva nemmeno con la morte del condannato, perché nei giorni successivi all’esecuzione ne veniva stampata spesso anche una versione aggiornata con le ultime parole pronunciate dal condannato – vere, stavolta -, il racconto del suo dying behaviour (“comportamento durante la morte”) o altre succulente novità del genere.

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I Bloody Murders erano un ottimo business, appannaggio di poche stamperie di Londra e delle maggiori città inglesi: costavano poco, erano semplici e veloci da preparare, e alcune incisioni (ad esempio la figura di un impiccato in controluce) potevano essere riutilizzate di volta in volta. Il successo però dipendeva dalla tempestività con cui questi volantini venivano fatti circolare.

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Questi foglietti erano pensati per un target preciso, le classi medie e basse, e facevano leva sulla curiosità morbosa e sui toni iperbolici per attirare i loro lettori. Era un tipo di letteratura che anche le famiglie più povere potevano permettersi; e possiamo immaginarle, raccolte attorno al tavolo dopo cena, mentre chi tra loro sapeva leggere raccontava ad alta voce, per il brivido e il diletto di tutti, quelle violente e torbide vicende.

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La Harvard Law School Library è riuscita a collezionare più di 500 di questi rarissimi manifesti, li ha digitalizzati e messi online. Consultabili gratuitamente, possono essere ricercati secondo diversi parametri (per crimine, anno, città, parole chiave, ecc.) sul sito del Crime Broadsides Project.