Dirty Dick, l’uomo che smise di lavarsi

Questo articolo è apparso originariamente su The LondoNerD, il blog italiano dedicato ai segreti di Londra.

Ho all’incirca un’ora per portare a termine la missione.
Uscito dalla stazione della metro di Liverpool Street, mi guardo attorno in attesa che le pupille si adattino al riverbero della strada. In questo momento la luce è stranamente forte, nonostante le nubi londinesi si adagino sui palazzi vittoriani come una tela cerata. O come un sudario, mi viene da pensare — un’associazione naturale, dato che mi trovo a pochi passi dalle zone (gli slums ottocenteschi tra Whitechapel e Spitafields) in cui era attivo lo Squartatore.
La mia missione però non ha nulla a che fare con il vecchio Jack.
L’incarico mi è stato affidato da The LondoNerD in persona: sapendo che avrei avuto un po’ di tempo libero prima della mia coincidenza, mi ha scritto un laconico messaggio:

Dovresti andare da Dirty Dicks. E scendere nella toilette.

Chiariamo: avere come amico The LondoNerD è sempre una garanzia, quando ci si trova nella capitale britannica. Le sue dritte sono spesso più preziose di quelle di chi a Londra ci vive davvero.
Tuttavia devo ammettere che recarmi nei cessi di un posto chiamato Dirty Dicks (c’è bisogno di tradurlo?) non è esattamente una prospettiva che mi riempie di entusiasmo.

Ma d’altro canto in quella proposta deve per forza nascondersi qualcosa che può risvegliare il mio interesse. Un segreto macabro, molto probabilmente.
Per chi non mi conosce, è di questo che mi occupo: di cose macabre e bizzarre. Il mio (poco serio) biglietto da visita recita: Esploratore del perturbante, collezionista di meraviglie.

La collezione a cui fa riferimento il biglietto è certamente composta di oggetti concreti, provenienti da tempi lontani e latitudini esotiche, stipati nei miei armadietti; ma è anche una metafora per le strane storie dimenticate che raccolgo e racconto da tanti anni — storie che dimostrano come il mondo non abbia in realtà mai smesso di essere un luogo incantato e straripante di sorprese.

Ma lasciamo stare, il tempo stringe.

Mi dirigo a veloci falcate verso il Dirty Dicks, al 202 di Bishopsgate. E non è una gran scoperta constatare che, con un nome simile sulle insegne, la facciata del locale sia tra le più fotografate dai turisti, fra risatine e ammiccamenti finto-puritani.

La lavagna all’entrata rimarca una verità troppo spesso ignorata: “Le persone smilze sono più facili da rapire — vai sul sicuro — mangia una braciola di maiale!

Non sono affatto paranoico (non potrei esserlo, visto che passo il mio tempo tra mummie, cripte e musei anatomici), ma decido comunque di seguire il consiglio, che mi sembra di una logica ferrea.

L’interno del Dirty Dicks coniuga la classica atmosfera da pub inglese con un arredamento rétro, singolare e vagamente hipster. Vecchie stampe alle pareti, mongolfiere sulla tappezzeria, un bel lampadario che penzola attraverso i due piani del locale.

Ordino velocemente, e mi dirigo alla famosa toilette.

L’anticamera dei bagni veri e propri è soffusa di una fioca luce giallastra, ma ecco che finalmente in un angolo riconosco l’obiettivo della mia missione. Il motivo per cui sono stato inviato qui.

Un armadietto a due ante, immerso nella semioscurità, è decorato con una scritta: “Nathaniel Bentley’s Artefacts”.

Qui dentro è così buio che perfino a occhio nudo è quasi impossibile distinguere cosa contengano le vetrine. (Provo a scattare qualche foto, ma il sensore, spinto al limite delle sue capacità, restituisce soltanto immagini confuse — di cui mi scuso con il lettore.)

Riconosco, questo sì, un gatto mummificato. Ed eccone un secondo. Ricordano il gatto e il topo morti dietro l’organo della Christ Church di Dublino e conservati nella stessa chiesa.

Qui di topi non ne vedo, ma c’è un inquietante scoiattolo rinsecchito che mi guarda con gli occhietti fuori dalle orbite.

E diversi animali tassidermizzati, uccellini, teschi di mammiferi, stampe naturalistiche antiche, chimere costruite con parti di bestie diverse, boccette e boccali contenenti non meglio specificati preparati che fluttuano nell’alcol intorbidito da chissà quanto tempo.

Cosa ci fa questo impolverato e ammuffito armadietto di curiosità, all’interno di un pub? Chi era Nathaniel Bentley, indicato dalla scritta come il creatore degli “artefatti”?

La vicenda di questa piccola e bizzarra collezione è strettamente legata alle origini del bar, e al suo infame nome.
Il Dirty Dicks ha infatti perso (in un’ottima e goliardica scelta di marketing) l’antico apostrofo genitivo che evidenziava il riferimento a un personaggio realmente esistito.
Dirty Dick era in realtà proprio il nostro misterioso Nathaniel Bentley.

Vissuto nel Diciottesimo Secolo, Bentley era il proprietario originario del pub, oltre a possedere un negozio di ferramenta e un magazzino adiacenti alla locanda. Dopo aver vissuto una gioventù spensierata da vero dandy, decise di prendere moglie. Ma, nel più drammatico degli scherzi del destino, la sua sposa morì il giorno stesso delle nozze.

Da quel momento in poi Nathaniel, sprofondato negli abissi di un lutto disperato, smise di lavarsi e di pulire la sua taverna. Divenne talmente famoso per la sua sporcizia da vedersi affibbiato il soprannome di Dirty Dick — e conoscendo lo stato igienico di Londra a quell’epoca, il lerciume della sua persona e del suo punto di ristoro dovevano essere davvero inimmaginabili.
Le lettere spedite al suo magazzino venivano semplicemente indirizzate a “The Dirty Warehouse”. Sembra che perfino Charles Dickens, nel suo Great Expectations, abbia preso ispirazione da Dirty Dick per il personaggio di Miss Havisham, la sposa abbandonata all’altare che rifiuta di togliersi l’abito nuziale per il resto della sua vita.

Nel 1804 Nathaniel chiuse tutte le sue attività commerciali, e se ne andò da Londra. Dopo la sua morte avvenuta nel 1809 a Haddington, Lincolnshire, il pub venne rilevato da altri gestori che decisero di lucrare sulla celebre leggenda urbana. Ricrearono il look dello squallido magazzino, mantenendo le bottiglie di liquori perennemente impolverate e ricoperte di ragnatele, e lasciando in giro (come simpatici oggetti d’arredo) i logori animali impagliati o mummificati che Dirty Dick non si era mai curato di buttare nell’immondizia.

Oggi che il Dirty Dicks si presenta lindo e curato, e gli unici odori sono quelli della buona cucina, le reliquie sono state spostate nell’armadietto di fianco ai bagni. A ricordo di una di quelle innumerevoli vicende, eccentriche e spesso tragiche, di cui è disseminata la storia di Londra.

Come cambiano i tempi. Adesso la specialità della casa non è più la sporcizia, ma l’invitante e deliziosa pork T-bone ricoperta di champignon che mi attende quando ritorno al mio tavolo.

E che affronto di buona lena, giusto per scongiurare eventuali rapimenti.

The LondoNerD è un blog giovane ma già pieno di spunti meravigliosi: storie strambe, curiose e poco conosciute sulla capitale britannica. Seguitelo su Facebook e Twitter, non ve ne pentirete. 

Una sfortunata esecuzione

Il volume Celebrated trials of all countries, and remarkable cases of criminal jurisprudence (1835) raccoglie 88 resoconti di fatti di sangue e curiosi processi.
Diversi aneddoti sono interessanti, ma una doppia impiccagione avvenuta nel 1807 è particolarmente stupefacente per gli inattesi effetti collaterali che provocò.

Il 6 novembre 1802 John Cole Steele, proprietario di un deposito di acqua di lavanda, stava viaggiando da Bedfont, alla periferia di Londra, alla sua casa di Strand. Era notte fonda e il commerciante, non avendo trovato una carrozza, camminava da solo.
La luna era appena sorta, quando Steele fu accerchiato da tre uomini che si nascondevano nei cespugli. Erano John Holloway e Owen Haggerty — due piccoli criminali che vivevano di espedienti, continuamente dentro e fuori dal carcere; assieme a loro, il complice Benjamin Hanfield, reclutato qualche ora prima a una locanda.
E proprio Hanfield si sarebbe rivelato l’anello debole. Quattro anni più tardi, su promessa amnistia per altri reati, avrebbe vividamente raccontato agli inquirenti la scena a cui aveva assistito quella notte:

Vedemmo un uomo venire verso di noi e, avvicinatici, gli ordinammo di fermarsi, cosa che fece immediatamente. Holloway gli passò attorno, e gli disse di darci i soldi. Lui rispose che li avremmo avuti, e che sperava che non gli avremmo fatto del male. [Steele] mise una mano in tasca, e diede i soldi a Haggerty. Io gli chiesi il portafoglio. Lui rispose che non ne aveva uno. Holloway insistette che doveva avere un portafoglio e che se non gliel’avesse consegnato, l’avrebbe steso a terra. A quel punto io gli presi le gambe. Holloway stava alla sua testa, e giurò che se avesse gridato gli avrebbe spaccato il cervello. [Steele] ripeté che sperava che non lo avremmo maltrattato. Haggerty si mise a perquisirlo quando [Steele] fece qualche resistenza, e si divincolò così tanto che finimmo dall’altra parte della strada. Si mise a gridare forte, e siccome stava arrivando una carrozza, Holloway disse “Attenti, farò star zitto io questo bastardo”, e immediatamente gli inferse diversi violenti colpi sulla testa e sul corpo. [Steele] lanciò un pesante grugnito, e si allungò senza vita. Io mi allarmai, e dissi, “John, l’hai ucciso”. Holloway replicò che era una bugia, che era solo stordito. Io dissi che non sarei rimasto più a lungo, e subito partii verso Londra, lasciando Holloway e Haggerty con il corpo. Arrivai a Hounslow, e mi fermai alla fine della città per quasi un’ora. Holloway e Haggerty arrivarono, e dissero che avevano finito il lavoro, e come prova mi misero in mano il cappello del morto. […] Io dissi a Holloway che era stato un affare crudele, e che mi dispiaceva avervi partecipato in alcun modo. Girammo per una strada, e tornammo a Londra. Mentre camminavamo, chiesi a Holloway se avesse preso il portafogli. Lui rispose che non importava, perché siccome avevo rifiutato di condividere il pericolo, non avrei condiviso il bottino. Arrivammo al Black Horse di Dyot Street, ci facemmo mezza pinta di gin, e ci lasciammo.

Una rapina finita male, dunque, come ce ne sono tante. Holloway e Haggerty l’avrebbero di certo passata liscia: le investigazioni non portarono a nulla per quattro anni, finché Hanfield non si mise a spifferare tutto.
I due vennero arrestati grazie alle deposizioni di Hanfield , nonostante si fossero dichiarati innocenti, la giuria emise il verdetto di morte per entrambi gli imputati: Holloway e Haggerty sarebbero stati impiccati un lunedì, il 22 febbraio 1807.
Durante tutta la notte di domenica, i condannati continuarono a gridare la loro estraneità ai fatti, lacerando “la terribile calma della mezzanotte“.

La mattina del 22 febbraio 1807, i due vennero portati al patibolo di Newgate. Assieme a loro sarebbe stata impiccata anche Elizabeth Godfrey, colpevole di aver accoltellato il suo vicino di casa Richard Prince.
Tre esecuzioni in contemporanea: era uno spettacolo raro, da non perdere. Per questo motivo circa 40.000 persone si erano radunate per assistere all’evento, stipate in ogni centimetro di spazio fuori da Newgate e davanti all’Old Bailey.

Haggerty fu il primo a salire sulla forca, silenzioso e rassegnato. Il boia, William Brunskill, gli coprì il capo con il cappuccio di tela bianca. Poi fu il turno di Holloway, che invece perse il suo sangue freddo, e cominciò a urlare “Sono innocente, innocente, per Dio!”, mentre il suo volto veniva coperto con il sacco. Infine anche la tremante Elizabeth Godfrey fu fatta accomodare accanto agli altri due.
Alla fine delle preghiere, il prete fece cenno al carnefice di compiere la sua opera.
Alle 8.15 circa, le botole si aprirono sotto ai piedi dei condannati. Haggerty e Holloway morirono sul colpo, mentre la donna si agitò convulsamente per qualche tempo prima di spirare. “Dying hard“, morire difficile, era il modo di dire all’epoca.

Ma i tre non sarebbero stati le uniche vittime di quella fredda mattinata di morte: la folla, d’un tratto, cominciò a muoversi come un’immensa marea fuori controllo.

La pressione della folla era tale che prima che i malfattori apparissero, numerose persone urlavano in vano per sfuggirvi: il tentativo aumentava soltanto la confusione. Diverse donne di bassa statura, che erano state così imprudenti da inoltrarsi nella folla, erano in una penosa situazione: le loro grida erano terribili. Alcune fra loro, che gli uomini non riuscirono più a proteggere, caddero e vennero calpestate a morte. Fu così anche per molti uomini e ragazzi. Ovunque c’erano grida continue di “Assassinio! Assassinio!” in particolare dalle spettatrici e dai bambini, alcuni dei quali furono visti spirare senza possibilità della minima assistenza, poiché tutti erano intenti a preservare la propria stessa vita. La scena più toccante fu vista a Green-Arbour Lane, quasi all’opposto del patibolo. La deplorevole catastrofe che accadde in quel punto venne ricondotta al fatto che mentre due uomini vendevano torte al pubblico, a uno di loro cadde il cesto, e una parte della folla, ignara di quello che era successo e al tempo stesso pressata, cadde sul cesto e sull’uomo che stava raccogliendolo con le torte che conteneva. Coloro che caddero una volta non poterono alzarsi mai più, vista la pressione esercitata dalla folla. In questo punto fatale, un uomo di nome Herrington fu gettato a terra mentre aveva in braccio il suo figlio più giovane, un bel giovinetto di circa dodici anni. Il pargolo fu presto calpestato a morte; il padre si riprese, anche se ricoperto di lividi, e finì tra i feriti al St. Bartholomew’s Hospital.

Il passo seguente è particolarmente agghiacciante:

Una donna, che era stata così avventata da portare con sé il figlioletto al seno, fu tra gli uccisi: mentre cadeva, forzò il bambino fra le braccia dell’uomo vicino a lei, chiedendogli in nome del Cielo di salvargli la vita; l’uomo, accorgendosi di necessitare di tutta la sua fatica per rimanere in vita, lanciò l’infante lontano da sé, il quale fu fortunosamente preso al volo da un altro uomo che, parimenti trovando difficile assicurarsi la salvezza, se ne sbarazzò allo stesso modo. Il bambino venne di nuovo preso da una persona, la quale trovò il modo di lottare fino a un carro, sotto il quale depose il bambino fino a che il pericolo non era passato, e la folla dispersa.

Altri si salvarono fortunosamente, come riporta The Annual Register del 1807:

Un giovanotto […] era caduto […] ma aveva tenuto la testa scoperta, e si era fatto strada sopra ai cadaveri, che giacevano in un mucchio alto quanto la folla, finché non fu in grado di arrampicarsi sulle teste della gente fino a un lampione, da cui entrò nella finestra del primo piano di Mr. Hazel, fabbricante di candele di sego, all’Old Bailey; era molto malconcio, e avrebbe sofferto lo stesso destino del suo compagno, se non fosse stato posseduto da grande forza.

La turba impazzita lasciò una scena di devastazione apocalittica.

Dopo che i corpi furono tirati giù dalle corde, e il patibolo rimosso dal cortile dell’Old Bailey, i marescialli e gli sceriffi liberarono le strade dov’era successa la catastrofe, quando quasi un centinaio persone, morte o in stato di incoscienza, furono trovate sulle strade. […] Una madre fu vista mentre portava via il corpo senza vita di suo figlio; […] un giovane marinaio era rimasto ucciso dall’altra parte di Newgate, per soffocamento; in una piccola sacca che portava c’era una buona quantità di pane e formaggio, e si pensa che fosse venuto da lontano per assistere all’esecuzione. […] Fino alle quattro di pomeriggio, la maggior parte delle case adiacenti contenevano feriti, che vennero poi portati via dai loro amici sulle barelle o in carrozze a pagamento. Al Bartholomew’s Hospital, dopo che i cadaveri furono spogliati e lavati, vennero ordinati in una sala, coperti da lenzuoli, e i loro vestiti furono posti come cuscini sotto le teste; i loro volti erano scoperti, e c’era un corrimano al centro della stanza; le persone che erano ammesse allo scioccante spettacolo, e che ne identificarono molti, entravano da una parte e ritornavano dall’altra. Fino alle due, gli ingressi dell’ospedale furono assediati da madri che piangevano i loro figli! mogli che piangevano i mariti! e sorelle i loro fratelli! e vari individui, i loro parenti e amici!

C’è però un ultimo colpo di scena in tutta questa storia: c’è un’alta probabilità che Holloway e Haggerty fossero davvero innocenti.
Henfield, il testimone chiave, potrebbe infatti aver mentito al fine di vedersi prosciolto dalle sue imputazioni.

L’avvocato difensore James Harmer (lo stesso che, per inciso, ispirerà Charles Dickens per il suo Great Expectations), pur sicuro inizialmente della colpevolezza degli imputati, continuò a investigare dopo la loro morte e finì per cambiare parere, pubblicando addirittura un pamphlet a sue spese per denunciare l’errore della giuria. Tra le altre cose, Harmer scoprì che Hanfield aveva già provato il trucchetto in precedenza, quando era stato accusato di diserzione nel 1805: aveva tentato di confessare una rapina per evitare la punizione marziale.
La Corte stessa era consapevole della probabilità che i veri criminali non fossero mai stati puniti, visto che nel 1820, 13 anni dopo la rovinosa impiccagione, dell’omicidio di Steele venne accusato un certo John Ward, poi prosciolto per mancanza di prove (cfr. Linda Stratmann in Middlesex Murders).

In un solo giorno la giustizia aveva causato la morte di decine e decine di innocenti — inclusi i condannati.
Davvero una delle più sfortunate esecuzioni che Londra avesse mai visto.

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Ho già scritto di condanne capitali finite male nel mio articolo sul boia maldestro; sempre al riguardo su Bizzarro Bazar trovate anche questo post sulla stampa dell’epoca specializzata in racconti di esecuzioni.

La mia settimana di meraviglie inglesi – II

(Continua dall’articolo precedente)

Il Viktor Wynd Museum of Curiosities, Fine Art & Natural History resta ancora nella sua sede storica, in Mare Street a Hackney, East London, la stessa dove anni fa avevo spedito un inviato di fiducia che era ritornato con un ironico reportage.
Eppure da allora diverse cose sono cambiate: nel 2014, il proprietario ha lanciato una campagna Kickstarter che in un mese ha fruttato 16.000 sterline e gli ha permesso di trasformare la sede della sua eclettica collezione in un vero e proprio museo, con un piccolo cocktail bar, una galleria d’arte e un piano interrato con sala da pranzo. Soltanto un paio di tavoli, a dir la verità; ma difficile pensare a un altro luogo in cui i commensali possano banchettare attorno a un autentico scheletro ottocentesco.

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L’oltraggioso cattivo gusto dei resti umani all’interno del tavolo è un buon esempio della vena dissacrante che attraversa tutta la disposizione degli oggetti collezionati da Viktor: qui l’idea stessa del museo come istituzione di cultura “alta” viene scardinata e sbeffeggiata apertamente. Opere d’arte raffinate stanno accanto a paperback pornografici, rari e preziosi manufatti antichi sono in bella mostra di fianco alle sorprese degli Happy Meal di McDonald’s.

Ma non si tratta nemmeno di un’accozzaglia senza senso — è l’idea originaria del Museo come dominio delle Muse, dell’ispirazione, delle connessioni misteriose e inattese, dell’aggressione ai sensi. Una wunderkammer che potrebbe far infuriare perfino i puristi delle wunderkammer.

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Viktor Wynd, quando lo incontro, non ha nemmeno bisogno di parlare più di tanto, di raccontarsi. Tra ossa di dodo, granchi giganti, modelli anatomici, teschi e volumi dai titoli ineguagliabili — come ad esempio Sesso di gruppo: una guida pratica, oppure Se vuoi chiudere una relazione, comincia dalle tue gambe — il patron del locale è immerso nell’oggettivazione della sua sfrenata fantasia. Quando si muove fra le teche e la sua immensa collezione (assicurata per 1 milione di sterline) sembra che si aggiri tra le stanze della sua stessa mente.
Artista, surrealista e intellettuale dandy dalla vita affascinante tanto quanto i suoi progetti, Viktor parla del suo Museo come di una necessità inevitabile: “ho bisogno di bellezza e del perturbante, di ciò che è divertente e un po’ stupido, di ciò che è strano e raro. Le cose rare e belle sono la barriera che mi separa da un pozzo di squallore e disperazione senza fondo“.

E questo strano bistrot delle meraviglie in cui si tengono conferenze, cocktail party, balli in maschera, mostre, cene, è certamente una cosa rara e bella.

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Mi sposto dalle parti di London Bridge. Proprio di fronte al famoso Borough Market si apre St. Thomas Street, dove la vecchia chiesa di St. Thomas resta incastonata fra edifici più moderni. Ma non è la chiesa in sé che mi interessa, quanto piuttosto la sua soffitta.
Nel solaio sotto il tetto, infatti, è nascosto un museo poco conosciuto e dalla storia particolare.

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L’Old Operating Theatre Museum and Herb Garret sorge nei locali in cui venivano preparati e tenuti i medicinali utilizzati nell’annesso Ospedale di St. Thomas. Una prima parte del museo è dedicata alle piante medicinali e a tutta una serie di strumenti terapeutici d’epoca. Vi si trovano anche le testimonianze relative a molti dispositivi ormai abbandonati dalla medicina, come ad esempio le lame per il salasso, i trapani cranici, e altri congegni oggi piuttosto spaventosi a vedersi. Ma è il profumo penetrante dei fiori essiccati, delle erbe e delle spezie (così tipico anche di altre farmacie antiche) che, unito alla location davvero singolare, dona a questa parte del museo una dimensione quasi fiabesca.

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Se la farmacia, a quanto pare, fu attiva fin dal XVIII secolo, soltanto nel 1822 una parte del solaio venne trasformato in teatro per gli interventi chirurgici — uno dei più antichi visitabili ancora oggi.
Qui venivano operate le pazienti del reparto femminile dell’Ospedale. Si trattava di persone indigenti, che accettavano di finire sotto i ferri di fronte a una folla di studenti di medicina ma in cambio potevano contare sui migliori chirurghi dell’epoca, privilegio che altrimenti non avrebbero certo potuto permettersi.
Le operazioni erano spesso l’ultima spiaggia, a cui si ricorreva quando tutti gli altri rimedi non avevano avuto successo. Senza anestetici di alcun genere, ignari dell’importanza delle misure igieniche, i chirurghi erano costretti a contare unicamente sulla propria velocità e precisione (si veda ad esempio il mio articolo su Robert Liston). Il risultato è intuibile: nonostante gli sforzi, date anche le condizioni spesso già critiche dei pazienti, la mortalità operatoria e post-operatoria era altissima.

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Gli ultimi due luoghi che mi aspettano a Londra sono anche gli unici, tra quelli visitati finora, in cui non è possibile scattare fotografie. E questo è un dettaglio particolarmente interessante.

Il primo è lo Hunterian Museum.
Sui due piani visitabili sono esposti migliaia di preparati anatomici, veterinari e umani, raccolti dal celebre chirurgo scozzese John Hunter (a Leicester Square è possibile vedere il suo busto scolpito).
Tra questi, spiccano i preparati acquistati a Padova da John Evelyn, che sono reputati i più antichi d’Europa e che illustrano il sistema vascolare e quello nervoso. L’altra “star” del museo è lo scheletro di Charles Byrne, il “gigante irlandese” morto nel 1783. Byrne era talmente terrorizzato alla prospettiva di finire in un museo anatomico che assoldò dei pescatori affiché gettassero il suo cadavere al largo. Questo non fermò purtroppo John Hunter che, deciso ad impossessarsi di quel corpo fuori dall’ordinario, corruppe i pescatori e pagò una cifra astronomica pur di ottenere il suo trofeo.

I reperti, alcuni dei quali patologici, sono estremamente interessanti eppure tutto mi sembra un po’ freddo rispetto al fascino degli antichi musei di anatomia italiani, o anche soltanto della soffitta appena visitata nella chiesa di St. Thomas. Quello che manca è l’atmosfera, la narrativa: il corpo umano, soprattutto quello patologico, è ai miei occhi un vero e proprio testo teatrale, una rappresentezione tragica, ma qui la dimensione del dramma viene attentamente evitata. Si avverte anzi una certa insistenza, all’interno dei pannelli informativi, nel sottolineare il valore e il fine eminentemente scientifico della collezione. Questo è forse una reazione alle critiche, sorte negli ultimi anni, sull’eticità dell’esposizione di resti umani nei musei. Lo Hunterian è dopotutto il luogo in cui ancora oggi le ossa del gigante irlandese, sottratte a tradimento alle onde, restano in una grande vetrina, “indifese” sotto lo sguardo dei visitatori.

L’ultimo mio luogo della meraviglia, e uno dei segreti meglio mantenuti di Londra, è la Wildgoose Memorial Library.
Opera di una sola persona, l’artista Jane Wildgoose, la biblioteca si trova all’interno della sua abitazione privata, è visitabile su appuntamento e raggiungibile seguendo una serie di indicazioni che assomigliano a quelle di una caccia al tesoro.
E di un tesoro vero e proprio si tratta.

Jane è uno spirito gentile e dolce, dalla serena ospitalità.
Prima di scomparire a preparare un caffè, mi sussurra: “prenditi il tuo tempo per scorrere i titoli, per sfogliare qualche pagina… e per leggere gli oggetti“.
Gli oggetti a cui si riferisce sono in realtà il cuore della libreria, che oltre ai volumi ospita calchi in gesso, sculture, memento ottocenteschi composti con i capelli dei defunti, antichi ventagli e accessori di moda, dagherrotipi, incisioni, conchiglie, urne, maschere mortuarie, crani animali. Eppure, rispetto a tante altre collezioni di meraviglie viste negli anni, la sua mi colpisce per la grazia compositiva, per l’attenzione maniacale alla disposizione degli oggetti. E c’è anche qualcos’altro, che mi sfugge.

Jane ritorna con il vassoio del caffè e mi lancia un sorriso un po’ inquieto. Nel suo sguardo si mescolano attesa e un lieve imbarazzo. Sono, dopotutto, un estraneo che lei ha fatto volontariamente entrare nell’intimità della sua casa. Se si avverasse il miracolo di una sintonia, l’incontro potrebbe divenire uno di quei rari momenti di contatto autentico tra sconosciuti; ma l’azzardo è grosso. Questa donna sta esponendo alla mia vista tutto ciò che le è più sacro — “un poeta è un uomo nudo“, scriveva Bob Dylan — e ora tutto dipende dalla mia sensibilità.

Cominciamo a parlare, mi racconta della sua vita passata a custodire oggetti, a cercare di comprenderli, di capirne le nascoste connessioni: da quando, ancora bambina, raccoglieva conchiglie sul bagnasciuga delle coste meridionali dell’Inghilterra, fino alle sue più recenti installazioni d’arte. A poco a poco comincio a intuire quale sia il carattere così specifico di quella collezione, che in un primo momento non avevo individuato con precisione: l’empatia, l’umanità.
La Wildgoose Memorial Library non è un luogo in cui si esplora il concetto di morte, bensì quello di lutto. Jane è interessata alle tracce del passaggio, ai segni lasciati dal dolore, dall’assenza, dalla mancanza. È ciò che sta alla base dei suoi tanti lavori, commissionati dalle più prestigiose istituzioni, e nei quali mi sembra che lei cerchi di metabolizzare e risolvere dei lutti rimasti incompleti, o sconosciuti. È per scovare queste tracce che passa ore a scandagliare pazientemente gli archivi; è questa attenzione all’anima delle cose che l’ha resa capace di comprendere, per esempio, come un arido catalogo di beni messi all’incanto nel 1786 dopo la morte della Duchessa Margaret Cavendish fosse in realtà il ritratto più intimo di quella donna, delle sue passioni e delle sue amicizie.

Questo salotto, mi rendo conto, è il luogo in cui Jane tenta di medicare i dolori — non soltanto i propri, ma anche quelli dei suoi simili, e perfino dei defunti.

Ecco che di colpo mi ritorna in mente lo Hunterian Museum.
Anche là, come in questo salotto, sono presenti resti umani.
Anche là, come in questo salotto, i reperti ci parlano di sofferenza e morte.
Anche là, come in questo salotto, non è concesso scattare fotografie, per rispetto e pudore.

Eppure le due collezioni non potrebbero essere più distanti fra loro, collocate come sono agli opposti estremi dello spettro. Da una parte le vetrine asettiche, gli ambienti moderni da cui ogni emozione è rimossa, dove per far comprendere ed accettare al pubblico l’osceno del corpo si è costretti a filtrarlo attraverso lo sguardo distaccato della scienza. Lo stesso museo che, paradossalmente, si ritrova a fare i conti con la mancanza di etica dei suoi fondatori, vissuti in un’epoca in cui una collezione anatomica poneva ben pochi dilemmi morali.
Dall’altra, quest’oasi di meditazione, la personale visione dell’uomo e della sua impermanenza racchiusa nel caldo e scuro legno della vecchia libreria di Jane Wildgoose; un luogo in cui la compassione diventa tangibile, entra sotto pelle, un luogo che esiste soltanto in virtù di un’etica. Una ricerca in cui la morte è vista come un confronto essenziale che in fondo non deve spaventarci: la libreria non a caso è dedicata a Persefone perché, mi ricorda Jane, “non c’è inverno senza estate“.

Forse abbiamo bisogno di entrambi gli opposti, di queste due diverse medicine. Di studiare il corpo senza dimenticare l’anima, e viceversa.
Sul treno veloce diretto all’aeroporto fisso gli occhi al cielo terso, tra gli alberi che scivolano via. Senza una nuvola.
Non c’è pioggia senza sole, mi dico. Con buona pace dei preconcetti con cui ho iniziato il mio viaggio.

Piccola gente sperduta

Qual è l’ultima volta che avete veramente prestato attenzione al selciato?
Il microcosmo attorno ai nostri piedi può riservarci ancora delle inaspettate visioni?
Guardare alle piccole cose, ai dettagli, guardare verso il basso può avere ancora qualche senso, al di là di evitarci di pestare qualcosa di spiacevole?

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In un mondo in cui ci viene insegnato che tutto, dai grattacieli alle ambizioni, deve mirare in alto, gli artisti Slinkachu e Cordal – ognuno dei due a suo modo, ognuno con un diverso e personale approccio – sembrano voler ridare valore a tutto ciò che è minuto, dimenticato, invisibile.
I lavori di questi due street artists, entrambi attivi indipendentemente l’uno dall’altro sulla scena londinese, potrebbero essere a prima vista confusi: entrambi utilizzano delle miniature, e installano le loro opere provocatorie all’interno del contesto urbano, lasciandole poi al loro destino. Eppure le similitudini si fermano qui.

Slinkachu possiede una vena satirica e beffarda inconfondibile, tanto che le sue installazioni si presentano come delle irriverenti microstorie a sé; i mini-uomini di Slinkachu sono specchi, parodie che ridicolizzano i nostri eccessi, miserie e vanità. Chissà quanto intelligenti, quanto avanzati si credono – eppure le dimensioni contraddicono le loro azioni. Che si credano criminali o supereroi, questi piccoli, miscroscopici primati non andranno da nessuna parte.

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Le loro disavventure sono evidentemente le nostre, e le figurine arrivano addirittura a riproporre, in versione pop e stralunata, alcuni dei temi di cronaca e di attualità più dibattuti del nostro tempo.

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Gli omini di Cordal, invece, sono l’incubo del rimosso che riaffiora.
Le atmosfere si fanno apocalittiche, malinconiche, surreali, e nei suoi lavori la miniatura è inseparabile dal contesto, spesso disperato, in cui è stata posizionata.
C’è qualcosa di toccante e stranamente spaventoso in questo popolo anonimo che emerge dalle pozzanghere delle nostre città, o vi si inabissa seguendo i propri leader; qualcosa di beckettiano in questi tristi fantasmi che infestano le nostre grondaie, in questi turisti sperduti, in queste vittime della crudeltà di un mondo troppo sconfinato e pesante, e nei loro piccoli cadaveri che scompaiono nel marciume che li circonda.

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Ci inquieta, in queste figurine, il fatto di riconoscerle fin troppo bene. Possiamo immedesimarci, eppure non riusciamo a toglierci di dosso il disagio di un vago senso di colpa. Il mondo, in definitiva, è fatto a nostra misura, non per loro.
I poveri, gli inquieti e gli emarginati sono abitanti di realtà troppo piccole, di scala troppo distante dalla nostra perché ci possiamo accorgere che li stiamo calpestando. Eppure, basterebbe guardare.

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Ecco il sito ufficiale di Slinkachu, e quello di Isaac Cordal.

Hananuma Masakichi

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Non molti conoscono lo scultore giapponese Hananuma Masakichi, nato nel 1832, e la sua triste e straordinaria storia. Quasi un secolo prima che nell’ambito dell’arte si incominciasse a parlare di iperrealismo, Masakichi riuscì a stupire il mondo intero con una scultura praticamente indistinguibile dalla realtà.

A quanto si racconta, la statua in questione avrebbe avuto una genesi del tutto particolare. Quando Hananuma Masakichi aveva circa cinquant’anni, si ammalò di tubercolosi: era convinto di avere ancora poco tempo da vivere. Eppure Masakichi era innamorato di una donna, e quando si ama si trova anche nei momenti più disperati la forza di reagire. Così l’artista decise che avrebbe tenuto duro, sacrificando ogni attimo che gli restava, per lasciare alla propria amata un ricordo di sé che le tenesse compagnia dopo la sua morte. Quello sarebbe stato il suo ultimo, grandioso progetto: creare un’esatta copia di se stesso, a grandezza naturale e perfetta in ogni minimo dettaglio, che potesse durare per sempre. In quel modo, non sarebbe mai veramente scomparso dalla vita e dal cuore della donna dei suoi sogni.

Masakichi cominciò a lavorare alla scultura mediante specchi girevoli, in modo da poter osservare e studiare ogni parte del proprio corpo, e replicarla con il legno. La pazienza e il sacrificio necessari per raggiungere il suo scopo lasciano sbigottiti, soprattutto se pensiamo che la statua non venne scolpita a partire da un blocco unico: l’artista incise ogni muscolo, ogni vena, ogni minima protuberanza del suo fisico servendosi di minuscoli pezzi di legno separati, striscioline che poi assemblava con incastri a coda di rondine e colla. Non usò nemmeno un chiodo metallico, ma soltanto piccoli agganci e pioli di legno per collegare l’enorme quantità di ritagli che compongono la statua, cava al suo interno. Si calcola che il numero di pezzetti utilizzati stia tra le 2.000 e le 5.000 unità. Eppure i vari dettagli sono incastrati ed uniti con una tale perfezione che perfino esaminando la superficie della statua con una lente d’ingrandimento si fatica a riconoscere la linea di “saldatura” fra un segmento e l’altro. Ogni ruga, ogni tendine, ogni increspatura della pelle venne replicata ossessivamente da Masakichi. Ma non finisce qui.

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Dopo aver dipinto e laccato la statua in modo da replicare il colore e il tono della sua pelle, Masakichi si spinse ancora oltre. Desiderava infondere maggior vita alla statua, renderla a tutti gli effetti una parte di sé. Così cominciò a praticare dei piccolissimi fori per replicare la porosità della pelle, e ad incollarvi i propri peli e capelli. Li trasferiva, dal suo corpo alla statua, facendo bene attenzione che la posizione rimanesse la medesima: i capelli sulla tempia destra della statua provenivano dalla tempia destra dell’artista, e così via. Masakichi proseguì, donando alla sua opera capelli, ciglia, sopracciglia, fino alla peluria delle parti intime.

Certo, poi la leggenda pretenderebbe che, non ancora soddisfatto, nell’ormai ossessivo intento di consacrare alla statua (e alla donna che amava) il rimasuglio di vita che gli restava, Masakichi si fosse strappato le unghie da mani e piedi per applicarle alle dita della statua (c’è chi afferma che addirittura i pochi denti visibili fra le labbra socchiuse della statua sarebbero quelli dell’artista). Ma non c’è bisogno di arrivare a questi fantasiosi estremi per rimanere stupefatti dall’incredibile perfezionismo di Masakichi.

Finalmente, nel 1885, la sua opera fu compiuta. Come ultimo tocco, l’artista sistemò i propri occhiali sul naso del suo doppio, e gli mise uno scalpello nella mano destra. Nella sinistra invece, con perfetto senso della vertigine simbolica, Masakichi pose una maschera, che gli occhi della statua sembrano contemplare fissamente. Un doppelgänger che si specchia nella sua stessa ambigua identità.

La somiglianza era davvero strabiliante: secondo i racconti dell’epoca, quando Masakichi si metteva in posa di fianco alla sua statua, la gente faticava a comprendere immediatamente quale fosse l'”originale” e quale la “copia”. Nella fotografia qui sotto, ad esempio, la statua è quella a sinistra.

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La storia, così come ci viene tramandata, ha un triste epilogo. La donna tanto agognata, per amore della quale la titanica impresa era stata portata a termine, nonostante tutto rifiutò Hananuma. L’artista non morì di tubercolosi, ma visse ancora una decina d’anni, fino a terminare i suoi giorni in povertà nel 1895 (pare a causa di una diagnosi sbagliata).

Fu Robert Ripley, il disegnatore-avventuriero di cui abbiamo parlato in questo articolo, che all’inizio della sua carriera di collezionista dell’insolito, negli anni ’30, acquistò per dieci dollari la statua di Masakichi esposta in un saloon di Chinatown a San Francisco. L’autoritratto dell’artista giapponese rimase sempre uno dei suoi pezzi favoriti fra le migliaia che accumulò negli anni, e la esibì più volte nei suoi vari musei attraverso il mondo, e anche in casa propria.

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La statua è sopravvissuta a ben due terremoti, quello di San Francisco nel 1989 (era posizionata su una piattaforma rotante, venne sbalzata via e ci vollero quattro mesi per restaurarla) e quello di Northridge del 1994. Oggi non viene esposta se non in occasioni eccezionali: nonostante i danni subiti siano evidenti, la scultura di Hananuma Masakichi sorprende ancora oggi per realismo e perfezione del dettaglio, e si può soltanto immaginare quale effetto potesse avere sul pubblico di fine ‘800. Una replica della statua (una “copia della copia” del corpo di Hananuma…) è visibile nel London Ripley’s Odditorium a Piccadilly Circus.

Archeologia misteriosa

OOPArts (Out of place artifacts) è l’acronimo che indica tutti quei manufatti la cui datazione risulta “impossibile” o anacronistica secondo la Storia dell’umanità così come viene accettata dalla comunità scientifica.

Normalmente, come sa bene chi ci segue, rifuggiamo dall’affrontare su queste pagine i “misteri da supermercato” come cerchi nel grano, alieni, fantasmi o profezie millenaristiche. Facciamo un’eccezione in questo caso, perché l’archeologia misteriosa è materia che non si rifà per forza e direttamente al paranormale, e pone invece domande e dubbi interessanti sulla nostra Storia, e su quanto conosciamo veramente di essa.

Secondo i sostenitori dell’esistenza di inspiegabili oggetti anacronistici, vi sarebbero alcuni indizi, ritrovati nei modi e nei posti più vari, che metterebbero in discussione la cronologia dell’evoluzione della specie umana accettata dalla storiografia ufficiale. Alcuni di questi dimostrerebbero ad esempio che gli uomini erano presenti contemporaneamente ai dinosauri: se questo fosse vero, andrebbe riscritta l’idea convenzionale che i primi ominidi siano apparsi sulla Terra 60 milioni di anni dopo l’estinzione dei grandi rettili. Altri proverebbero in maniera sconcertante che le civiltà antiche possedevano tecnologie avanzatissime. Ma quanto c’è di vero in tutto questo?

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Uno degli esempi di OOPArts più interessanti (e che, a rigore, non è nemmeno un OOPArt, come vedremo) è senza dubbio il meccanismo di Antikythera. Nel 1900 un manipolo di pescatori di spugne si era rifugiato su un isolotto roccioso a cavallo fra mare Ionio ed Egeo, a seguito di una tempesta; sul fondale intorno all’isola scoprirono il relitto di una nave, naufragata nel I secolo a.C., e che trasportava oggetti di grande valore. Fra i tesori recuperati dal relitto, anche una scoperta che spiazzò la comunità scientifica: una macchina, corrosa e incrostata dai millenni passati sott’acqua, costituita da ruote ed ingranaggi di notevole complessità. Si tratta del più antico calcolatore meccanico conosciuto al mondo: veniva utilizzato per determinare il calendario solare, le fasi lunari, le eclissi, gli equinozi, e perfino le date dei giochi olimpici. La particolarità davvero unica del meccanismo è che include un tipo di ingranaggio studiato per computare la differenza fra il movimento della ruota che seguiva la posizione del sole e quella relativa alla posizione della Luna nello zodiaco. Questo ingranaggio è quello che in meccanica oggi chiamiamo differenziale, e venne brevettato ufficialmente soltanto nel 1827. Come facevano i Greci del I Secolo a.C. a possedere una scienza ingegneristica così progredita?

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La risposta degli storici è che questo meccanismo, per quanto sorprendentemente raffinato, si iscrive alla perfezione nelle conoscenze del tempo e non ha nulla di anacronistico. Che i popoli dell’area mediterranea fossero tecnologicamente avanzati è ben documentato, e di macchine ed automi abbondano i resoconti sugli inventori del tempo. Il planetario di Archimede è l’esempio che per primo viene in mente, ma anche il geniale Erone aveva progettato meccanismi pneumatici, distributori automatici a moneta relativamente simili a quelli odierni, automi teatrali e via dicendo. Del resto il numero dei corpi celesti del sistema solare rappresentati sul meccanismo di Antikythera riflette le conoscenze del tempo, raffigurando esclusivamente i cinque pianeti visibili ad occhio nudo.

Ciò che questo artefatto antico prova realmente è una verità che spesso sottovalutiamo, e cioè che le tecnologie possono andare perdute. Il progresso non è una linea in continua ascesa, ma può conoscere alti, bassi e addirittura dei momenti di involuzione: se una scienza viene dimenticata, ci possono volere millenni perché qualcun altro inventi o scopra nuovamente ciò che le generazioni più antiche conoscevano già.

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Per quanto intrigante, nella maggior parte dei casi l’anacronismo degli OOPArts sta esclusivamente nella mente di chi vuole vedercelo ad ogni costo. Prendiamo ad esempio il famigerato martello di London, trovato nell’omonima cittadina del Texas nel 1936 all’interno di un blocco di arenaria. Secondo Carl E. Baugh, che acquistò il martello intorno al 1983, la roccia che lo inglobava sarebbe databile fra i 500 e i 300 milioni di anni. Baugh, creazionista convinto, esibisce l’utensile come prova di una tecnologia antecedente al Diluvio Universale. Peccato però che il proprietario non permetta che sul misterioso martello vengano svolte analisi approfondite, fatto quantomeno sospetto. Lo stesso Baugh, poi, è in possesso di un vaso in metallo che sarebbe stato ritrovato all’interno di un blocco di carbone vecchio di 300 milioni di anni. Anche per questo artefatto è stata applicata la stessa politica di riserbo e segretezza nei confronti degli scienziati che richiedono di esaminare il reperto.

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Il problema degli OOPArts ritrovati nella roccia, a cui Baugh non vuole dare credito, è che una spiegazione per questi “misteri” archeologici esiste già.

La coppa è in ghisa, e la tecnologia della ghisa cominciò nel XVIII secolo. Il suo design è molto simile ai vasi usati per contenere metalli fusi e può essere stato usato da un lattoniere, uno stagnino o una persona che forgiava proiettili… la coppa è stata probabilmente gettata da un operaio dentro una miniera di carbone oppure nel cantiere di superficie della miniera. La mineralizzazione è comune nel carbone e nei sedimenti attorno alle miniere di carbone perché l’acqua piovana reagisce con i minerali esposti, e produce soluzioni altamente mineralizzate. Carbone, sedimenti e rocce si cementano assieme nel giro di pochi anni. Può capitare facilmente che il vaso, cementato in una simile concrezione, sembri incastonato nel carbone.

(Mark Isaac, 2005, citato in questo articolo)

Anche il martello di London ha una forma simile a quelli utilizzati nelle miniere americane nel XIX secolo; ed è probabile, se vogliamo credere alle storie sul suo ritrovamento, che una soluzione di limo e sedimenti si siano solidificati attorno all’artefatto – proprio come altrove è successo anche per oggetti risalenti soltanto alla Seconda Guerra Mondiale.

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Ancora Baugh, assieme ad altri creazionisti, continua inoltre ad affermare che a Paluxy, Texas, esisterebbero delle serie di orme umane impresse nella pietra proprio di fianco ad orme di dinosauro. Ecco la prova che Dio ha creato tutto il mondo assieme, in una sola volta, come afferma la Bibbia, e che la teoria dell’evoluzione delle specie è smentita!
I paleontologi hanno però riconosciuto le presunte impronte “umane” come in realtà appartenenti anch’esse a dinosauri; il solco impresso dal metatarso della zampa del rettile sarebbe stato addolcito dall’infiltrazione di fango, alterando la forma dell’impronta e dandole un’apparenza vagamente simile ad un piede.

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C’è da dire che perfino la maggior parte dei creazionisti evita ormai di parlare di OOPArts, rendendosi conto della dubbia provenienza di questi indizi e temendo una “figuraccia” poco dignitosa, in caso di smentita. D’altronde è davvero lunga la lista dei falsi storici, e dei misteri pseudo-fanta-archeologici che la scienza ha archiviato come tranquillamente e convincentemente spiegati: dalle mappe, fra cui la celebre di Piri Reis, che mostrerebbero conoscenze geografiche impossibili per l’epoca, ai teschi di cristallo precolombiani, dal geode di Coso al papiro di Tulli che descrive avvistamenti di UFO nell’antico Egitto, dalle sfere metalliche di Klerksdorp alle pietre di Ica, che si scoprirono essere in realtà prodotte dagli abitanti del luogo per venderle agli archeologi; dall’elicottero e il carro armato incisi in bassorilievo nel tempio egiziano di Abydos, alla straordinaria città sommersa che negli anni ’60 venne scoperta negli abissi di Bimini, rinfocolando il mito di Atlantide… e che probabilmente tutto era fuorché una città.

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Certo, nello studio delle vicende umane rimangono molti enigmi e punti oscuri che gli storici, gli archeologi, i paleontologi e gli etnografi devono ancora dissipare: forse è naturale che il fascino esercitato dalle civiltà più remote e ormai scomparse catturi anche chi non è addetto ai lavori e, talora, spinga qualcuno a improvvisarsi “esperto” e a formulare bislacche teorie. Va riconosciuto che l’idea di un artefatto “fuori posto” o “fuori dal tempo”, che d’un solo colpo smentisca tutto ciò che sappiamo del passato, è un concetto estremamente poetico.
Ma, come dimostra il meccanismo di Antikythera, le sorprese che la Storia ci riserva non hanno forse bisogno di ulteriori colpi di scena, e sono spesso più che sufficienti a regalarci la più profonda meraviglia.

(Grazie, Sara!)