Una sfortunata esecuzione

Il volume Celebrated trials of all countries, and remarkable cases of criminal jurisprudence (1835) raccoglie 88 resoconti di fatti di sangue e curiosi processi.
Diversi aneddoti sono interessanti, ma una doppia impiccagione avvenuta nel 1807 è particolarmente stupefacente per gli inattesi effetti collaterali che provocò.

Il 6 novembre 1802 John Cole Steele, proprietario di un deposito di acqua di lavanda, stava viaggiando da Bedfont, alla periferia di Londra, alla sua casa di Strand. Era notte fonda e il commerciante, non avendo trovato una carrozza, camminava da solo.
La luna era appena sorta, quando Steele fu accerchiato da tre uomini che si nascondevano nei cespugli. Erano John Holloway e Owen Haggerty — due piccoli criminali che vivevano di espedienti, continuamente dentro e fuori dal carcere; assieme a loro, il complice Benjamin Hanfield, reclutato qualche ora prima a una locanda.
E proprio Hanfield si sarebbe rivelato l’anello debole. Quattro anni più tardi, su promessa amnistia per altri reati, avrebbe vividamente raccontato agli inquirenti la scena a cui aveva assistito quella notte:

Vedemmo un uomo venire verso di noi e, avvicinatici, gli ordinammo di fermarsi, cosa che fece immediatamente. Holloway gli passò attorno, e gli disse di darci i soldi. Lui rispose che li avremmo avuti, e che sperava che non gli avremmo fatto del male. [Steele] mise una mano in tasca, e diede i soldi a Haggerty. Io gli chiesi il portafoglio. Lui rispose che non ne aveva uno. Holloway insistette che doveva avere un portafoglio e che se non gliel’avesse consegnato, l’avrebbe steso a terra. A quel punto io gli presi le gambe. Holloway stava alla sua testa, e giurò che se avesse gridato gli avrebbe spaccato il cervello. [Steele] ripeté che sperava che non lo avremmo maltrattato. Haggerty si mise a perquisirlo quando [Steele] fece qualche resistenza, e si divincolò così tanto che finimmo dall’altra parte della strada. Si mise a gridare forte, e siccome stava arrivando una carrozza, Holloway disse “Attenti, farò star zitto io questo bastardo”, e immediatamente gli inferse diversi violenti colpi sulla testa e sul corpo. [Steele] lanciò un pesante grugnito, e si allungò senza vita. Io mi allarmai, e dissi, “John, l’hai ucciso”. Holloway replicò che era una bugia, che era solo stordito. Io dissi che non sarei rimasto più a lungo, e subito partii verso Londra, lasciando Holloway e Haggerty con il corpo. Arrivai a Hounslow, e mi fermai alla fine della città per quasi un’ora. Holloway e Haggerty arrivarono, e dissero che avevano finito il lavoro, e come prova mi misero in mano il cappello del morto. […] Io dissi a Holloway che era stato un affare crudele, e che mi dispiaceva avervi partecipato in alcun modo. Girammo per una strada, e tornammo a Londra. Mentre camminavamo, chiesi a Holloway se avesse preso il portafogli. Lui rispose che non importava, perché siccome avevo rifiutato di condividere il pericolo, non avrei condiviso il bottino. Arrivammo al Black Horse di Dyot Street, ci facemmo mezza pinta di gin, e ci lasciammo.

Una rapina finita male, dunque, come ce ne sono tante. Holloway e Haggerty l’avrebbero di certo passata liscia: le investigazioni non portarono a nulla per quattro anni, finché Hanfield non si mise a spifferare tutto.
I due vennero arrestati grazie alle deposizioni di Hanfield , nonostante si fossero dichiarati innocenti, la giuria emise il verdetto di morte per entrambi gli imputati: Holloway e Haggerty sarebbero stati impiccati un lunedì, il 22 febbraio 1807.
Durante tutta la notte di domenica, i condannati continuarono a gridare la loro estraneità ai fatti, lacerando “la terribile calma della mezzanotte“.

La mattina del 22 febbraio 1807, i due vennero portati al patibolo di Newgate. Assieme a loro sarebbe stata impiccata anche Elizabeth Godfrey, colpevole di aver accoltellato il suo vicino di casa Richard Prince.
Tre esecuzioni in contemporanea: era uno spettacolo raro, da non perdere. Per questo motivo circa 40.000 persone si erano radunate per assistere all’evento, stipate in ogni centimetro di spazio fuori da Newgate e davanti all’Old Bailey.

Haggerty fu il primo a salire sulla forca, silenzioso e rassegnato. Il boia, William Brunskill, gli coprì il capo con il cappuccio di tela bianca. Poi fu il turno di Holloway, che invece perse il suo sangue freddo, e cominciò a urlare “Sono innocente, innocente, per Dio!”, mentre il suo volto veniva coperto con il sacco. Infine anche la tremante Elizabeth Godfrey fu fatta accomodare accanto agli altri due.
Alla fine delle preghiere, il prete fece cenno al carnefice di compiere la sua opera.
Alle 8.15 circa, le botole si aprirono sotto ai piedi dei condannati. Haggerty e Holloway morirono sul colpo, mentre la donna si agitò convulsamente per qualche tempo prima di spirare. “Dying hard“, morire difficile, era il modo di dire all’epoca.

Ma i tre non sarebbero stati le uniche vittime di quella fredda mattinata di morte: la folla, d’un tratto, cominciò a muoversi come un’immensa marea fuori controllo.

La pressione della folla era tale che prima che i malfattori apparissero, numerose persone urlavano in vano per sfuggirvi: il tentativo aumentava soltanto la confusione. Diverse donne di bassa statura, che erano state così imprudenti da inoltrarsi nella folla, erano in una penosa situazione: le loro grida erano terribili. Alcune fra loro, che gli uomini non riuscirono più a proteggere, caddero e vennero calpestate a morte. Fu così anche per molti uomini e ragazzi. Ovunque c’erano grida continue di “Assassinio! Assassinio!” in particolare dalle spettatrici e dai bambini, alcuni dei quali furono visti spirare senza possibilità della minima assistenza, poiché tutti erano intenti a preservare la propria stessa vita. La scena più toccante fu vista a Green-Arbour Lane, quasi all’opposto del patibolo. La deplorevole catastrofe che accadde in quel punto venne ricondotta al fatto che mentre due uomini vendevano torte al pubblico, a uno di loro cadde il cesto, e una parte della folla, ignara di quello che era successo e al tempo stesso pressata, cadde sul cesto e sull’uomo che stava raccogliendolo con le torte che conteneva. Coloro che caddero una volta non poterono alzarsi mai più, vista la pressione esercitata dalla folla. In questo punto fatale, un uomo di nome Herrington fu gettato a terra mentre aveva in braccio il suo figlio più giovane, un bel giovinetto di circa dodici anni. Il pargolo fu presto calpestato a morte; il padre si riprese, anche se ricoperto di lividi, e finì tra i feriti al St. Bartholomew’s Hospital.

Il passo seguente è particolarmente agghiacciante:

Una donna, che era stata così avventata da portare con sé il figlioletto al seno, fu tra gli uccisi: mentre cadeva, forzò il bambino fra le braccia dell’uomo vicino a lei, chiedendogli in nome del Cielo di salvargli la vita; l’uomo, accorgendosi di necessitare di tutta la sua fatica per rimanere in vita, lanciò l’infante lontano da sé, il quale fu fortunosamente preso al volo da un altro uomo che, parimenti trovando difficile assicurarsi la salvezza, se ne sbarazzò allo stesso modo. Il bambino venne di nuovo preso da una persona, la quale trovò il modo di lottare fino a un carro, sotto il quale depose il bambino fino a che il pericolo non era passato, e la folla dispersa.

Altri si salvarono fortunosamente, come riporta The Annual Register del 1807:

Un giovanotto […] era caduto […] ma aveva tenuto la testa scoperta, e si era fatto strada sopra ai cadaveri, che giacevano in un mucchio alto quanto la folla, finché non fu in grado di arrampicarsi sulle teste della gente fino a un lampione, da cui entrò nella finestra del primo piano di Mr. Hazel, fabbricante di candele di sego, all’Old Bailey; era molto malconcio, e avrebbe sofferto lo stesso destino del suo compagno, se non fosse stato posseduto da grande forza.

La turba impazzita lasciò una scena di devastazione apocalittica.

Dopo che i corpi furono tirati giù dalle corde, e il patibolo rimosso dal cortile dell’Old Bailey, i marescialli e gli sceriffi liberarono le strade dov’era successa la catastrofe, quando quasi un centinaio persone, morte o in stato di incoscienza, furono trovate sulle strade. […] Una madre fu vista mentre portava via il corpo senza vita di suo figlio; […] un giovane marinaio era rimasto ucciso dall’altra parte di Newgate, per soffocamento; in una piccola sacca che portava c’era una buona quantità di pane e formaggio, e si pensa che fosse venuto da lontano per assistere all’esecuzione. […] Fino alle quattro di pomeriggio, la maggior parte delle case adiacenti contenevano feriti, che vennero poi portati via dai loro amici sulle barelle o in carrozze a pagamento. Al Bartholomew’s Hospital, dopo che i cadaveri furono spogliati e lavati, vennero ordinati in una sala, coperti da lenzuoli, e i loro vestiti furono posti come cuscini sotto le teste; i loro volti erano scoperti, e c’era un corrimano al centro della stanza; le persone che erano ammesse allo scioccante spettacolo, e che ne identificarono molti, entravano da una parte e ritornavano dall’altra. Fino alle due, gli ingressi dell’ospedale furono assediati da madri che piangevano i loro figli! mogli che piangevano i mariti! e sorelle i loro fratelli! e vari individui, i loro parenti e amici!

C’è però un ultimo colpo di scena in tutta questa storia: c’è un’alta probabilità che Holloway e Haggerty fossero davvero innocenti.
Henfield, il testimone chiave, potrebbe infatti aver mentito al fine di vedersi prosciolto dalle sue imputazioni.

L’avvocato difensore James Harmer (lo stesso che, per inciso, ispirerà Charles Dickens per il suo Great Expectations), pur sicuro inizialmente della colpevolezza degli imputati, continuò a investigare dopo la loro morte e finì per cambiare parere, pubblicando addirittura un pamphlet a sue spese per denunciare l’errore della giuria. Tra le altre cose, Harmer scoprì che Hanfield aveva già provato il trucchetto in precedenza, quando era stato accusato di diserzione nel 1805: aveva tentato di confessare una rapina per evitare la punizione marziale.
La Corte stessa era consapevole della probabilità che i veri criminali non fossero mai stati puniti, visto che nel 1820, 13 anni dopo la rovinosa impiccagione, dell’omicidio di Steele venne accusato un certo John Ward, poi prosciolto per mancanza di prove (cfr. Linda Stratmann in Middlesex Murders).

In un solo giorno la giustizia aveva causato la morte di decine e decine di innocenti — inclusi i condannati.
Davvero una delle più sfortunate esecuzioni che Londra avesse mai visto.

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Ho già scritto di condanne capitali finite male nel mio articolo sul boia maldestro; sempre al riguardo su Bizzarro Bazar trovate anche questo post sulla stampa dell’epoca specializzata in racconti di esecuzioni.

La mia settimana di meraviglie inglesi – II

(Continua dall’articolo precedente)

Il Viktor Wynd Museum of Curiosities, Fine Art & Natural History resta ancora nella sua sede storica, in Mare Street a Hackney, East London, la stessa dove anni fa avevo spedito un inviato di fiducia che era ritornato con un ironico reportage.
Eppure da allora diverse cose sono cambiate: nel 2014, il proprietario ha lanciato una campagna Kickstarter che in un mese ha fruttato 16.000 sterline e gli ha permesso di trasformare la sede della sua eclettica collezione in un vero e proprio museo, con un piccolo cocktail bar, una galleria d’arte e un piano interrato con sala da pranzo. Soltanto un paio di tavoli, a dir la verità; ma difficile pensare a un altro luogo in cui i commensali possano banchettare attorno a un autentico scheletro ottocentesco.

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L’oltraggioso cattivo gusto dei resti umani all’interno del tavolo è un buon esempio della vena dissacrante che attraversa tutta la disposizione degli oggetti collezionati da Viktor: qui l’idea stessa del museo come istituzione di cultura “alta” viene scardinata e sbeffeggiata apertamente. Opere d’arte raffinate stanno accanto a paperback pornografici, rari e preziosi manufatti antichi sono in bella mostra di fianco alle sorprese degli Happy Meal di McDonald’s.

Ma non si tratta nemmeno di un’accozzaglia senza senso — è l’idea originaria del Museo come dominio delle Muse, dell’ispirazione, delle connessioni misteriose e inattese, dell’aggressione ai sensi. Una wunderkammer che potrebbe far infuriare perfino i puristi delle wunderkammer.

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Viktor Wynd, quando lo incontro, non ha nemmeno bisogno di parlare più di tanto, di raccontarsi. Tra ossa di dodo, granchi giganti, modelli anatomici, teschi e volumi dai titoli ineguagliabili — come ad esempio Sesso di gruppo: una guida pratica, oppure Se vuoi chiudere una relazione, comincia dalle tue gambe — il patron del locale è immerso nell’oggettivazione della sua sfrenata fantasia. Quando si muove fra le teche e la sua immensa collezione (assicurata per 1 milione di sterline) sembra che si aggiri tra le stanze della sua stessa mente.
Artista, surrealista e intellettuale dandy dalla vita affascinante tanto quanto i suoi progetti, Viktor parla del suo Museo come di una necessità inevitabile: “ho bisogno di bellezza e del perturbante, di ciò che è divertente e un po’ stupido, di ciò che è strano e raro. Le cose rare e belle sono la barriera che mi separa da un pozzo di squallore e disperazione senza fondo“.

E questo strano bistrot delle meraviglie in cui si tengono conferenze, cocktail party, balli in maschera, mostre, cene, è certamente una cosa rara e bella.

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Mi sposto dalle parti di London Bridge. Proprio di fronte al famoso Borough Market si apre St. Thomas Street, dove la vecchia chiesa di St. Thomas resta incastonata fra edifici più moderni. Ma non è la chiesa in sé che mi interessa, quanto piuttosto la sua soffitta.
Nel solaio sotto il tetto, infatti, è nascosto un museo poco conosciuto e dalla storia particolare.

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L’Old Operating Theatre Museum and Herb Garret sorge nei locali in cui venivano preparati e tenuti i medicinali utilizzati nell’annesso Ospedale di St. Thomas. Una prima parte del museo è dedicata alle piante medicinali e a tutta una serie di strumenti terapeutici d’epoca. Vi si trovano anche le testimonianze relative a molti dispositivi ormai abbandonati dalla medicina, come ad esempio le lame per il salasso, i trapani cranici, e altri congegni oggi piuttosto spaventosi a vedersi. Ma è il profumo penetrante dei fiori essiccati, delle erbe e delle spezie (così tipico anche di altre farmacie antiche) che, unito alla location davvero singolare, dona a questa parte del museo una dimensione quasi fiabesca.

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Se la farmacia, a quanto pare, fu attiva fin dal XVIII secolo, soltanto nel 1822 una parte del solaio venne trasformato in teatro per gli interventi chirurgici — uno dei più antichi visitabili ancora oggi.
Qui venivano operate le pazienti del reparto femminile dell’Ospedale. Si trattava di persone indigenti, che accettavano di finire sotto i ferri di fronte a una folla di studenti di medicina ma in cambio potevano contare sui migliori chirurghi dell’epoca, privilegio che altrimenti non avrebbero certo potuto permettersi.
Le operazioni erano spesso l’ultima spiaggia, a cui si ricorreva quando tutti gli altri rimedi non avevano avuto successo. Senza anestetici di alcun genere, ignari dell’importanza delle misure igieniche, i chirurghi erano costretti a contare unicamente sulla propria velocità e precisione (si veda ad esempio il mio articolo su Robert Liston). Il risultato è intuibile: nonostante gli sforzi, date anche le condizioni spesso già critiche dei pazienti, la mortalità operatoria e post-operatoria era altissima.

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Gli ultimi due luoghi che mi aspettano a Londra sono anche gli unici, tra quelli visitati finora, in cui non è possibile scattare fotografie. E questo è un dettaglio particolarmente interessante.

Il primo è lo Hunterian Museum.
Sui due piani visitabili sono esposti migliaia di preparati anatomici, veterinari e umani, raccolti dal celebre chirurgo scozzese John Hunter (a Leicester Square è possibile vedere il suo busto scolpito).
Tra questi, spiccano i preparati acquistati a Padova da John Evelyn, che sono reputati i più antichi d’Europa e che illustrano il sistema vascolare e quello nervoso. L’altra “star” del museo è lo scheletro di Charles Byrne, il “gigante irlandese” morto nel 1783. Byrne era talmente terrorizzato alla prospettiva di finire in un museo anatomico che assoldò dei pescatori affiché gettassero il suo cadavere al largo. Questo non fermò purtroppo John Hunter che, deciso ad impossessarsi di quel corpo fuori dall’ordinario, corruppe i pescatori e pagò una cifra astronomica pur di ottenere il suo trofeo.

I reperti, alcuni dei quali patologici, sono estremamente interessanti eppure tutto mi sembra un po’ freddo rispetto al fascino degli antichi musei di anatomia italiani, o anche soltanto della soffitta appena visitata nella chiesa di St. Thomas. Quello che manca è l’atmosfera, la narrativa: il corpo umano, soprattutto quello patologico, è ai miei occhi un vero e proprio testo teatrale, una rappresentezione tragica, ma qui la dimensione del dramma viene attentamente evitata. Si avverte anzi una certa insistenza, all’interno dei pannelli informativi, nel sottolineare il valore e il fine eminentemente scientifico della collezione. Questo è forse una reazione alle critiche, sorte negli ultimi anni, sull’eticità dell’esposizione di resti umani nei musei. Lo Hunterian è dopotutto il luogo in cui ancora oggi le ossa del gigante irlandese, sottratte a tradimento alle onde, restano in una grande vetrina, “indifese” sotto lo sguardo dei visitatori.

L’ultimo mio luogo della meraviglia, e uno dei segreti meglio mantenuti di Londra, è la Wildgoose Memorial Library.
Opera di una sola persona, l’artista Jane Wildgoose, la biblioteca si trova all’interno della sua abitazione privata, è visitabile su appuntamento e raggiungibile seguendo una serie di indicazioni che assomigliano a quelle di una caccia al tesoro.
E di un tesoro vero e proprio si tratta.

Jane è uno spirito gentile e dolce, dalla serena ospitalità.
Prima di scomparire a preparare un caffè, mi sussurra: “prenditi il tuo tempo per scorrere i titoli, per sfogliare qualche pagina… e per leggere gli oggetti“.
Gli oggetti a cui si riferisce sono in realtà il cuore della libreria, che oltre ai volumi ospita calchi in gesso, sculture, memento ottocenteschi composti con i capelli dei defunti, antichi ventagli e accessori di moda, dagherrotipi, incisioni, conchiglie, urne, maschere mortuarie, crani animali. Eppure, rispetto a tante altre collezioni di meraviglie viste negli anni, la sua mi colpisce per la grazia compositiva, per l’attenzione maniacale alla disposizione degli oggetti. E c’è anche qualcos’altro, che mi sfugge.

Jane ritorna con il vassoio del caffè e mi lancia un sorriso un po’ inquieto. Nel suo sguardo si mescolano attesa e un lieve imbarazzo. Sono, dopotutto, un estraneo che lei ha fatto volontariamente entrare nell’intimità della sua casa. Se si avverasse il miracolo di una sintonia, l’incontro potrebbe divenire uno di quei rari momenti di contatto autentico tra sconosciuti; ma l’azzardo è grosso. Questa donna sta esponendo alla mia vista tutto ciò che le è più sacro — “un poeta è un uomo nudo“, scriveva Bob Dylan — e ora tutto dipende dalla mia sensibilità.

Cominciamo a parlare, mi racconta della sua vita passata a custodire oggetti, a cercare di comprenderli, di capirne le nascoste connessioni: da quando, ancora bambina, raccoglieva conchiglie sul bagnasciuga delle coste meridionali dell’Inghilterra, fino alle sue più recenti installazioni d’arte. A poco a poco comincio a intuire quale sia il carattere così specifico di quella collezione, che in un primo momento non avevo individuato con precisione: l’empatia, l’umanità.
La Wildgoose Memorial Library non è un luogo in cui si esplora il concetto di morte, bensì quello di lutto. Jane è interessata alle tracce del passaggio, ai segni lasciati dal dolore, dall’assenza, dalla mancanza. È ciò che sta alla base dei suoi tanti lavori, commissionati dalle più prestigiose istituzioni, e nei quali mi sembra che lei cerchi di metabolizzare e risolvere dei lutti rimasti incompleti, o sconosciuti. È per scovare queste tracce che passa ore a scandagliare pazientemente gli archivi; è questa attenzione all’anima delle cose che l’ha resa capace di comprendere, per esempio, come un arido catalogo di beni messi all’incanto nel 1786 dopo la morte della Duchessa Margaret Cavendish fosse in realtà il ritratto più intimo di quella donna, delle sue passioni e delle sue amicizie.

Questo salotto, mi rendo conto, è il luogo in cui Jane tenta di medicare i dolori — non soltanto i propri, ma anche quelli dei suoi simili, e perfino dei defunti.

Ecco che di colpo mi ritorna in mente lo Hunterian Museum.
Anche là, come in questo salotto, sono presenti resti umani.
Anche là, come in questo salotto, i reperti ci parlano di sofferenza e morte.
Anche là, come in questo salotto, non è concesso scattare fotografie, per rispetto e pudore.

Eppure le due collezioni non potrebbero essere più distanti fra loro, collocate come sono agli opposti estremi dello spettro. Da una parte le vetrine asettiche, gli ambienti moderni da cui ogni emozione è rimossa, dove per far comprendere ed accettare al pubblico l’osceno del corpo si è costretti a filtrarlo attraverso lo sguardo distaccato della scienza. Lo stesso museo che, paradossalmente, si ritrova a fare i conti con la mancanza di etica dei suoi fondatori, vissuti in un’epoca in cui una collezione anatomica poneva ben pochi dilemmi morali.
Dall’altra, quest’oasi di meditazione, la personale visione dell’uomo e della sua impermanenza racchiusa nel caldo e scuro legno della vecchia libreria di Jane Wildgoose; un luogo in cui la compassione diventa tangibile, entra sotto pelle, un luogo che esiste soltanto in virtù di un’etica. Una ricerca in cui la morte è vista come un confronto essenziale che in fondo non deve spaventarci: la libreria non a caso è dedicata a Persefone perché, mi ricorda Jane, “non c’è inverno senza estate“.

Forse abbiamo bisogno di entrambi gli opposti, di queste due diverse medicine. Di studiare il corpo senza dimenticare l’anima, e viceversa.
Sul treno veloce diretto all’aeroporto fisso gli occhi al cielo terso, tra gli alberi che scivolano via. Senza una nuvola.
Non c’è pioggia senza sole, mi dico. Con buona pace dei preconcetti con cui ho iniziato il mio viaggio.

La mia settimana di meraviglie inglesi – I

L’Inghilterra, a dispetto della dolcezza con cui vi si profilano le mansuete colline o del verde piacevole delle sue campagne, ha sempre avuto ai miei occhi un che di funereo.

Una simile impressione così fumosa e irrazionale, ne sono conscio, non è altro che un’indifendibile generalizzazione; né posso peraltro impedire che sorga in me ogni volta che ritorno oltremanica.
Sarà a causa delle romantiche rovine dei conventi che caratterizzano il paesaggio fin dai tempi dello scisma, o per via del cielo di plumbea fama, o il ricordo dei lutti vittoriani; ma sospetto che a suggerirmi questa segreta affinità di un intero paese con la morte siano stati proprio gli Inglesi conosciuti negli anni, che sembravano combattere con le armi dell’ironia una congenita, filosofica rassegnazione.
John Cleese ha spesso sbeffeggiato nei suoi sketch la rispettosa severità anglosassone, la paura di ferire o ferirsi se si lascia libero corso ai sentimenti — lo stesso comportamento trattenuto che però trova il suo contraltare nella crudeltà del British humour, nelle abbacinanti esplosioni estatiche di Blake, nell’iconoclastia dandy o nel nichilismo punk. E così, per quanto faccia, non mi scrollo di dosso la sensazione che quello inglese sia un popolo che ragiona più d’altri, o forse con meno distrazioni, sulla vanitas, e che anzi dalla consapevolezza della futilità (perfino riguardo alle convenzioni sociali) sia in grado di trarre alimento per una sotterranea vena sovversiva.

Ecco perché recarmi a parlare di memento mori in Inghilterra mi è sembrato in un certo senso naturale fin dal principio.
All’Università di Winchester si è radunata un’eterogenea folla di accademici (medievalisti, storici della medicina, anatomisti, paleopatologi, esperti di letteratura o di pittura) e di artisti, tutti interessati alle relazioni fra morte, arte e anatomia.

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Questi tre giorni di memorabile fermento intellettuale hanno, per così dire, carburato una mente già per sua natura sovraeccitata.
Sono arrivato quindi in uno stato di aumentata percezione al mio appuntamento con Londra che, quasi a voler smentire i preconcetti di cui parlavo all’inizio, mi ha accolto con un sole intenso e con il blu cristallino fra i tetti dei palazzi. Eppure i giorni trascorsi nella capitale si sono dimostrati un prolungamento, e un approfondimento, delle meditazioni iniziate a Winchester.

La prima, dovuta visita, è stata chiaramente alla Wellcome Collection. Questo museo, fondato nel 2007, mi è particolarmente caro perché affronta, un po’ come faccio talvolta su queste pagine, le intersezioni fra scienza, arte e sacro. Nella collezione permanente si possono ammirare bambole anatomiche, memento mori, resti umani come ad esempio una celebre mummia peruviana vecchia di 5-7 secoli; ma anche sandali da fachiro, teste rimpicciolite, cinture di castità e oggetti religiosi.

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Un’affascinante esibizione temporanea intitolata States of mind: Tracing the edges of consciousness introduce il visitatore al mistero del sé, di ciò che chiamiamo “coscienza”, attraverso i territori liminali dell’incubo, del sonnambulismo e del suo contrario — la paralisi ipnagogica —, fino alle spiagge inesplorate dello stato vegetativo. Nell’ultima sala apprendo con un brivido come recenti studi suggeriscano che i pazienti sospesi fra la vita e la morte potrebbero essere ben più coscienti di quanto immaginato finora.


Il Grant Museum of Zoology, a 5 minuti a piedi dalla Wellcome Collection, è l’unico museo zoologico universitario rimasto nella capitale. Lo spazio aperto al pubblico non è molto grande, ma è stipato all’inverosimile con migliaia di esemplari che coprono l’intero spettro del regno animale. Scheletri, preparati in liquido e tassidermie restano muti — ma eloquenti — testimoni della vertigine della biodiversità.

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Altri 10 minuti di cammino, e raggiungo il numero 1 di Scala Street, dove si apre quello che probabilmente è il più particolare e suggestivo museo londinese: il Pollock’s Toy Museum.

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La visita procede salendo strette scale, passando all’interno di stanze e corridoi, in una sorta di labirinto che si dipana su più piani attraverso due diverse case, una costruita alla fine dell’Ottocento e l’altra risalente addirittura al secolo precedente. Ovunque, giocattoli antichi: bambole, soldatini, modelli di treni, peluche, cavalli a dondolo, pupazzi e caleidoscopi.
Venendo dal Museo di Zoologia, non posso impedirmi di pensare a quanto il gioco sia un’attività fondamentale per il mammifero uomo. Ma quello che potrebbe essere soltanto un curioso excursus nella storia e nelle diverse tipologie di giocattoli si trasforma ben presto in qualcos’altro.

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Sommersi dall’incredibile quantità di dettagli, di fronte alle teche affollate da centinaia di pupazzi logorati dal tempo, ci si trova facilmente in preda a una vaga inquietudine. E non si tratta nemmeno di quella fobia che alcuni provano di fronte al vitreo sguardo delle bambole vecchie; è una sottile, antica malinconia.

Che ne è stato dei bambini che hanno stretto quegli orsacchiotti, inscenato storie fantastiche sui teatrini di cartone o spalancato gli occhi di fronte a una lanterna magica?

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Forse è soltanto una suggestione dovuta ai giorni appena trascorsi fra animate discussioni riguardo ai simboli e ai simulacri della morte; forse sono ancora una volta i miei preconcetti.
Ma perfino in un museo dedicato al divertimento infantile, è il senso dell’impermamenza a trionfare.

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(Questo articolo continua qui)

Piccola gente sperduta

Qual è l’ultima volta che avete veramente prestato attenzione al selciato?
Il microcosmo attorno ai nostri piedi può riservarci ancora delle inaspettate visioni?
Guardare alle piccole cose, ai dettagli, guardare verso il basso può avere ancora qualche senso, al di là di evitarci di pestare qualcosa di spiacevole?

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In un mondo in cui ci viene insegnato che tutto, dai grattacieli alle ambizioni, deve mirare in alto, gli artisti Slinkachu e Cordal – ognuno dei due a suo modo, ognuno con un diverso e personale approccio – sembrano voler ridare valore a tutto ciò che è minuto, dimenticato, invisibile.
I lavori di questi due street artists, entrambi attivi indipendentemente l’uno dall’altro sulla scena londinese, potrebbero essere a prima vista confusi: entrambi utilizzano delle miniature, e installano le loro opere provocatorie all’interno del contesto urbano, lasciandole poi al loro destino. Eppure le similitudini si fermano qui.

Slinkachu possiede una vena satirica e beffarda inconfondibile, tanto che le sue installazioni si presentano come delle irriverenti microstorie a sé; i mini-uomini di Slinkachu sono specchi, parodie che ridicolizzano i nostri eccessi, miserie e vanità. Chissà quanto intelligenti, quanto avanzati si credono – eppure le dimensioni contraddicono le loro azioni. Che si credano criminali o supereroi, questi piccoli, miscroscopici primati non andranno da nessuna parte.

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Le loro disavventure sono evidentemente le nostre, e le figurine arrivano addirittura a riproporre, in versione pop e stralunata, alcuni dei temi di cronaca e di attualità più dibattuti del nostro tempo.

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Gli omini di Cordal, invece, sono l’incubo del rimosso che riaffiora.
Le atmosfere si fanno apocalittiche, malinconiche, surreali, e nei suoi lavori la miniatura è inseparabile dal contesto, spesso disperato, in cui è stata posizionata.
C’è qualcosa di toccante e stranamente spaventoso in questo popolo anonimo che emerge dalle pozzanghere delle nostre città, o vi si inabissa seguendo i propri leader; qualcosa di beckettiano in questi tristi fantasmi che infestano le nostre grondaie, in questi turisti sperduti, in queste vittime della crudeltà di un mondo troppo sconfinato e pesante, e nei loro piccoli cadaveri che scompaiono nel marciume che li circonda.

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Ci inquieta, in queste figurine, il fatto di riconoscerle fin troppo bene. Possiamo immedesimarci, eppure non riusciamo a toglierci di dosso il disagio di un vago senso di colpa. Il mondo, in definitiva, è fatto a nostra misura, non per loro.
I poveri, gli inquieti e gli emarginati sono abitanti di realtà troppo piccole, di scala troppo distante dalla nostra perché ci possiamo accorgere che li stiamo calpestando. Eppure, basterebbe guardare.

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Ecco il sito ufficiale di Slinkachu, e quello di Isaac Cordal.

Il boia maldestro

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Londra, durante i circa trent’anni della Restaurazione (1660-1688), era una città in preda alla violenza, immersa in un clima di paranoia e terrore. Oltre ai “classici” crimini come furti, rapine, omicidi e via dicendo, si rischiava anche di venire denunciati come cattolici, o peggio ancora nemici della corona: i processi, religiosi e politici, colpivano chi non era devotamente aderente all’ortodossia anglicana, così come chi aveva avversato il ritorno di Re Carlo II. E la pena capitale era inflitta con inquietante leggerezza, soprattutto durante le famigerate “assise sanguinose” nel 1685, presiedute dal temibile giudice Jeffreys che mandò al patibolo quasi 300 uomini senza battere ciglio.

Dal 1666 al 1678, il più celebre fra i boia era certamente Jack Ketch. Forse di origini irlandesi, la sua data di nascita non si conosce, né si sa quale mestiere svolgesse prima di diventare carnefice della corona. Molto spesso gli aguzzini avevano una carriera di macellaio alle spalle, e in effetti Ketch mostrava una certa dimestichezza nello squartare i cadaveri dei condannati.

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All’epoca, infatti, la pena più severa fra tutte era riservata agli accusati di alto tradimento, e veniva denominata hanged, drawn and quartered: il condannato veniva legato a un’asse e trascinato da un cavallo fino alla pubblica piazza; qui, veniva completamente denudato e legato ad una scala in legno. (Per legge, le donne accusate del medesimo crimine andavano a questo punto arse vive – perché denudarle pubblicamente avrebbe offeso il comune pudore…).
Il collo veniva assicurato ad uno dei pioli della scala con una corda stretta a nodo corto, in modo da soffocare il suppliziato ma senza ucciderlo. Gli venivano tagliati pene e testicoli, e gettati in un braciere; ancora vivo, il condannato veniva poi sbudellato, e le sue viscere erano estratte dal boia che le bruciava di fronte ai suoi occhi. Infine si procedeva a decapitare il condannato, e a squartarne il corpo in quattro parti.

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Ma non era finita qui: i resti del giustiziato dovevano essere esposti in vari punti strategici di Londra, come ad esempio lungo il London Bridge o a Temple Bar, affinché servissero da monito. Ecco che Ketch procedeva quindi, nelle segrete della prigione di Newgate, chiamate appropriatamente Jack Ketch’s Kitchen, a bollire i “quarti” dei condannati. Nel 1661 un visitatore di nome Ellwood descrisse quanto vide, come in una scena di un moderno film horror: “teste venivano portate per essere bollite, dentro a sporchi cesti di vimini, e i boia compiaciuti e beffardi le canzonavano”. Le teste venivano gettate nelle pentole e bollite nella canfora per prevenire la putrefazione, prima di essere esposte nei luoghi di maggior passaggio.

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Ketch dovette occuparsi di diversi condannati a questo tipo di supplizio, perché quando Carlo II cominciò la restaurazione vennero mandati a morte tutti i regicidi (responsabili di aver firmato la condanna di Carlo I) che erano ancora in vita. Ma la maggior parte dei suoi servigi riguardavano le “semplici” impiccagioni, nelle quali eccelleva.

Purtroppo per lui, un punto debole Ketch ce l’aveva. Per quanto fosse a suo agio con cappi e coltelli, non sapeva proprio maneggiare l’ascia. A sua discolpa, c’è da dire che le decapitazioni erano relativamente rare e riservate ai nobili; fino a pochi anni prima, si faceva addirittura arrivare un boia dal Continente, esperto nell’utilizzo dell’ascia. Fatto sta che Ketch (a causa di tagli nel budget giudiziario?) si prese carico anche di quest’arte in cui non aveva alcuna esperienza, e che avrebbe macchiato per sempre il suo buon nome.

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Il primo grosso scandalo che riguardò il boia fu l’esecuzione di Lord Russell nel 1683. Secondo la legge, il nobiluomo andava decapitato con un solo fendente, e una volta sul patibolo Lord Russell pagò, com’era d’uso a quel tempo, una bella somma a Ketch affinché svolgesse il suo lavoro in maniera decisa e pulita.
Mai soldi furono spesi peggio.

Secondo alcuni, il boia esagerava spesso con l’alcol – abitudine che, come si sa, non aiuta la mira. Fatto sta che Ketch sollevò la mannaia, ma il colpo che si abbattè sul condannato ferì il collo senza staccare la testa; la seconda stoccata ancora una volta non bastò. Lord Russell era ancora vivo, fra spruzzi di sangue e urla disumane. Un altro paio di colpi, e finalmente la lama fece rotolare via la testa di Lord Russell. Quell’infinita agonia fu talmente straziante da impressionare perfino le folle abituate al sangue, che seguivano avidamente e con regolarità le esecuzioni. Ketch fu costretto a pubblicare un opuscolo intitolato Apologie, in cui si scusava per la barbarie dello spettacolo, adducendo come attenuante il fatto che Lord Russell aveva sbagliato a “posizionarsi nel modo corretto” sui ceppi.

Due anni dopo, venne il turno di James Scott, primo Duca di Monmouth, anch’egli condannato alla decapitazione. Il Duca rifiutò il cappuccio o qualsiasi altro trattamento di favore, e una volta sul patibolo allungò la solita, profumata mancia a Ketch. Le sue ultime parole furono: “Non servitemi come avete fatto con Lord Russell. Ho sentito che l’avete colpito tre o quattro volte…”

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Questa volta, se possibile, andò ancora peggio. Il primo fendente colpì addirittura la spalla del povero Duca; il secondo e il terzo non fecero che aprire nuove ferite non fatali. Fra i fischi della folla, Ketch depose l’ascia, deciso a lasciar perdere: lo fecero risalire sul patibolo a completare il lavoro. Ci vollero dai cinque agli otto colpi prima che il condannato finisse di soffrire. La gente era talmente inferocita che, se non ci fossero state le guardie a proteggerlo mentre si allontanava, Ketch sarebbe stato linciato sul posto.

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Un anno dopo, nel 1686, Ketch fu incarcerato per resistenza ad un ufficiale; il suo assistente, Paskah Rose, prese il suo posto ma venne arrestato dopo appena quattro mesi, per rapina. Una volta uscito di prigione, Ketch riprese la sua carica, e ricominciò proprio dall’impiccagione del suo assistente a Tyburn. Verso la fine dello stesso anno, Jack Ketch morì.

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A quanto si dice, Ketch fu un personaggio davvero spiacevole, costantemente ubriaco, ossessivamente avido di denaro, sempre pronto a lamentarsi del proprio compenso e a rivendere i vestiti dei condannati più nobili. Eppure, a causa delle sue ultime, maldestre performance, la figura di Ketch si guadagnò inaspettatamente un posto di rilievo nell’immaginario popolare: protagonista di ballate, poemi, pamphlet, citato da scrittori del calibro di Dickens, divenne il classico spauracchio per minacciare i bambini indisciplinati. E, grazie al tipico black humor inglese, entrò a far parte dei teatri di burattini della tradizione di Punch & Judy: in questi spettacoli, spesso il “boia pasticcione” viene ingannato e finisce immancabilmente per impiccarsi da solo.

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Il palo del barbiere

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Il palo del barbiere è un’insegna antichissima, che distingue questa attività sin dal Medioevo. Si tratta di un’asta più o meno lunga, con un pomo di bronzo all’estremità, e una spirale di strisce bianche e rosse che ne percorre la lunghezza (nella versione americana, compare anche il colore blu). Ma che significato ha?

Nell’antica Roma, farsi radere la barba era un implicito dovere di ogni adulto che non volesse sfigurare in società: se un uomo non era rasato, o era un filosofo o era un soldato, oppure… un barbone, appunto. Di conseguenza i tonsor erano fra i professionisti più pagati fra tutti, tanto che poeti satirici come Marziale o Giovenale non perdono occasione di ironizzare sugli ex-barbieri divenuti nobili cavalieri, che devono il loro successo alla forfex più che alla spada.

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Nel Medioevo, però, i barbieri assunsero anche un’altra funzione. Fra il 1123, anno del primo Concilio Lateranense, e il 1215, anno del quarto Concilio Lateranense, ai sacerdoti cattolici e ai diaconi venne proibito di praticare la medicina a discapito della loro funzione ecclesiastica. Fino ad allora, infatti (ne avevamo già parlato in questo articolo) erano proprio i religiosi che, edotti di anatomia, curavano i malati e spesso eseguivano piccole operazioni. Quando la Chiesa cominciò ad esigere il distacco da queste pratiche, furono i barbieri ad occupare la “nicchia” di lavoro appena liberatasi.

Nella bottega del barbiere quindi non ci si recava solo per tagliarsi i capelli o regolare la barba: in condizioni igieniche a dir poco aberranti, venivano svolti anche servizi quali l’incisione di ascessi, la ricomposizione delle fratture, l’estrazione di denti marci e la rimozione (lenta e paziente) di pidocchi, pulci e zecche.

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Ma nessuno di questi compiti era importante quanto la vera specialità dei barbieri: il salasso. Il prelievo di sangue (flebotomia) è un rimedio antico come il mondo, praticato già nell’antica Mesopotamia e in Egitto; la terapia, oggi ovviamente abbandonata, si basava sull’idea che il cibo si trasformasse in sangue all’interno del fegato, e venisse poi consumato con l’esercizio fisico: ma se questo sistema non funzionava correttamente, il sangue poteva ristagnare nel corpo, causando diversi disturbi, come mal di testa, febbre, fino addirittura all’infarto. Il controllo e il bilanciamento degli umori avveniva tramite l’incisione delle vene (o l’applicazione di sanguisughe, vedi questo post) in combinazione con farmaci emetici, per indurre il vomito, o diuretici.

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I chirurghi veri e propri ritenevano l’arte del salasso una pratica minore, ben al di sotto del loro status, e spedivano dal barbiere tutti i pazienti a loro parere curabili con un semplice prelievo di sangue.

Come altri artigiani, i barbieri si ingegnarono presto per trovare un modo di pubblicizzare la propria attività: ma all’inizio non ci andarono tanto per il sottile. Nella Londra medievale, ogni bottega esponeva alla finestra dei grandi boccali ripieni del sangue dei clienti, in modo che anche il più distratto dei passanti li notasse.

Nel 1307, la gente di Londra decise che ne aveva abbastanza di questi vasi ripieni di sangue putrido e coagulato, e venne emanata una legge che ordinava: “nessun barbiere sarà così temerario o ardito da mettere sangue nelle finestre”. La stessa legge imponeva ai barbieri di disfarsi dei liquidi corporali portandoli fino al Tamigi, e lanciandoli nel fiume.

Così la gilda dei barbieri si organizzò per trovare un simbolo meno cruento che pubblicizzasse i servizi offerti: ecco che comparve il palo. L’asta rimandava al palo che veniva dato da stringere al paziente durante il salasso, in modo che il braccio restasse orizzontale e le vene risultassero ben visibili a causa dello sforzo. Il pomo in bronzo all’estremità simboleggiava invece il vaso in cui il sangue si raccoglieva.

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Le strisce bianche e rosse all’inizio non erano affatto pitturate: si trattava delle bende insanguinate che venivano appese al palo ad asciugare, come prova dell’operazione avvenuta con successo; le bende, nel vento, si attorcigliavano all’asta. Con il tempo, si prese a dipingere direttamente il palo con la spirale bianca e rossa.

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Nel XVIII secolo le gilde di chirurghi e barbieri vennero distinte e regolate per legge, e i barbieri furono relegati alla sola tosatura dei capelli, prima in Inghilterra e poi nel resto dell’Europa. Questa perdita di prestigio dei barbieri coincide con la nascita della cosiddetta medicina moderna, intorno alla metà del 1700; ma l’insegna con il palo è rimasta fino ai giorni nostri. Ne esistono diverse varianti, spesso luminose e motorizzate: in America, viene usata anche una striscia blu, oltre a quelle rosse e bianche, forse a distinguere il sangue venoso da quello arterioso – o, molto più probabilmente, per richiamare i colori della bandiera. Anche in Italia può capitare di vedere ancora qualche esercizio che espone il palo multicolore, anche se fortunatamente il salasso non è più annoverato fra i servizi offerti dai moderni saloni di barbiere.

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Bloody Murders

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Quando state entrando ad un concerto, o a uno spettacolo teatrale, vi viene consegnato il programma della serata. Una cosa simile accadeva, in Inghilterra, anche per un tipo particolare di spettacolo pubblico: le esecuzioni capitali.

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Nel XVIII e XIX Secolo, infatti, alcune stamperie e case editrici inglesi si erano specializzate in un particolare prodotto letterario. Venivano generalmente chiamati Last Dying Speeches (“ultime parole in punto di morte”) o Bloody Murders (“sanguinosi omicidi”), ed erano dei fogli stampati su un verso solo, di circa 50×36 cm di grandezza. Venivano venduti per strada, per un penny o anche meno, nei giorni precedenti un’esecuzione annunciata; quando arrivava il gran giorno, veniva preparata spesso un’edizione speciale per le folle che si assiepavano attorno al patibolo.

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Sull’unica facciata stampata si potevano trovare tutti i dettagli più scabrosi del crimine commesso, magari un resoconto del processo, e anche delle accattivanti illustrazioni (un ritratto del condannato, o del suo misfatto, ecc.). Usualmente il testo si concludeva con un piccolo brano in versi, spacciato per “le ultime parole” del condannato, che ammoniva i lettori a non seguire questo funesto esempio se volevano evitare una fine simile.

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La vita di questi foglietti non si esauriva nemmeno con la morte del condannato, perché nei giorni successivi all’esecuzione ne veniva stampata spesso anche una versione aggiornata con le ultime parole pronunciate dal condannato – vere, stavolta -, il racconto del suo dying behaviour (“comportamento durante la morte”) o altre succulente novità del genere.

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I Bloody Murders erano un ottimo business, appannaggio di poche stamperie di Londra e delle maggiori città inglesi: costavano poco, erano semplici e veloci da preparare, e alcune incisioni (ad esempio la figura di un impiccato in controluce) potevano essere riutilizzate di volta in volta. Il successo però dipendeva dalla tempestività con cui questi volantini venivano fatti circolare.

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Questi foglietti erano pensati per un target preciso, le classi medie e basse, e facevano leva sulla curiosità morbosa e sui toni iperbolici per attirare i loro lettori. Era un tipo di letteratura che anche le famiglie più povere potevano permettersi; e possiamo immaginarle, raccolte attorno al tavolo dopo cena, mentre chi tra loro sapeva leggere raccontava ad alta voce, per il brivido e il diletto di tutti, quelle violente e torbide vicende.

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La Harvard Law School Library è riuscita a collezionare più di 500 di questi rarissimi manifesti, li ha digitalizzati e messi online. Consultabili gratuitamente, possono essere ricercati secondo diversi parametri (per crimine, anno, città, parole chiave, ecc.) sul sito del Crime Broadsides Project.

Londonscopia

Articolo a cura del nostro inviato speciale a Londra, il guestblogger ipnosarcoma.

Benvenuti a quella che sarà la prima puntata di una lunga serie che è probabilmente già finita con questo articolo. Il titolo di questa non-rubrica si riferisce alla volontà di sondare in profondità le pareti interne dell’apparato digerente di Londra, al fine di verificarne eventuali masse tumorali.

Per questa puntata di una serie nata morta, andremo a esplorare le cavità del borough di Hackney, nell’East End. In particolare, dietro segnalazione di una persona dalla dubbia moralità (moralità? non offendiamo. NdR), mi accingerò a parlarvi di una piccola bottega degli orrori e delle meraviglie situata al numero 11 di Mare Street, a metà strada tra le stazioni di Hackney Central e Bethnal Green, ai confini quindi con il borough di Tower Hamlets.

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Il posto si chiama “The Last Tuesday Society”. Sulla vetrata dell’ingresso si può leggere: Those easily offended by death and decay should stay away . Hanno ragione. Se non vi piace vedere la morte e la decomposizione della materia organica dovreste tenervene alla larga e rimanere a casa. A vedere a ripetizione Cannibal Holocaust. Appena sotto una targhetta recita: This is not a brothel, there are no prostitutes at this address (“Questo non è un bordello, non ci sono prostitute a questo indirizzo”). Lo stesso avvertimento che si poteva leggere sulla porta d’ingresso della casa di Sebastian Horsley. Parleremo più avanti di costui. D’accordo, questo cartello diminuisce l’offerta, ma in ogni caso non ci dissuade, la promessa di esplorare un mondo “exotic, erotic & necrotic” è troppo allettante. Entriamo.

L’ingresso (riservato solo ai maggiori di 21 anni) non è gratuito, se si è intenzionati a varcare la soglia del primo spazio, dedicato all’allegro shopping, per accedere all’inconscio collettivo rimosso e riposto con cura nel piccolo museo all’interno. Due pound per entrare e fare qualche misera fotarella di straforo, cinque se vuoi bullarti con gli amici scrivendo un articolo su Bizzarro Bazar e scattare foto a iosa. Pago ed entro. Ne vale la pena.

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Le prime cose che rimangono impresse: gli animali impagliati. E non stiamo parlando dei soliti animali impagliati. Parliamo di autentiche iene, orsi, pipistrelli, gatti, cani e uccelli di varie dimensioni e razze. Questo per quanto riguarda gli animali meno inquietanti: basta fare pochi passi per vedere molto di più.

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Caprette a due teste. Talpe a due teste. Enormi roditori. Gatti volanti con grandi ali innestate. Teste di varano, di quelli giganti. E altro ancora. Ah, appena scendete le scale per arrivare alle due sale inferiori, non dimenticate di buttare un occhio (che poi conserveranno amorevolmente sotto formalina) al reparto delle offerte: in questo periodo hanno una selezione di pellicce scontate al 50%. Dopodiché, potrete tranquillamente usare la vostra tessera di Greenpeace come stuzzicadenti, per togliervi dalle gengive quei fastidiosi rimasugli di carne animale.

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Fra fenicotteri, teschi di uccelli di specie varie, ossi fossili d’orso (autenticati, a quanto dicono), tartarughe e armadilli, teste umane mozze e insanguinate (finte, mica sono pervertiti qui) che non trovereste neanche nel cassetto delle mutande di Tom Savini, e serpenti conservati in barattoli di marmellata, si arriva ad autentiche chicche del posto.

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Ad esempio, i cimeli legati alla controversa figura del succitato, sovraeccitato, Sebastian Horsley, al quale dedicherò un articolo che comparirà su Donna Moderna di un mese qualsiasi. Artista perverso e controverso, noto puttaniere orgoglioso di ciò, a sua volta collezionista di stravaganze da tutto il mondo, sperimentatore di un’autentica crocefissione senza ricorrere a nessun genere di anestetico, morto di overdose di speedball. Qui abbiamo l’onore di poter vedere diversi oggetti a lui appartenuti come, ad esempio, le sue scarpe vittoriane, i suoi occhiali da sole psichedelici color rapa rossa, e la siringa con cui si è iniettato la dose che lo ha portato alla morte nel suo appartamento a Soho. Pace all’anima sua, se mai ne ha avuta una. Ma andiamo avanti.

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In un’altra vetrina possiamo ammirare un autentico baculum di tricheco, che poi non è altro che l’osso del pene del suddetto animale. Se volete potete acquistarlo: niente dice “ti amo” come un articolo degenere del genere, anche se, ahimè, San Valentino è ormai passato.

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Non lontano entriamo nel campo del mito: preziosamente incorniciato, possiamo ammirare il dito indice mummificato di Pancho Villa. La leggenda vuole che la sua testa sia stata trafugata dalla tomba da un certo Capitano Emil L. Holmdahl per venderla a un eccentrico milionario. Già che c’erano, al noto rivoluzionario è stato asportato un dito, a lungo usato dalla popolazione messicana come reliquia. Un po’ come il Sacro Prepuzio di Gesù, sul quale non mi dilungherò per riverenza e per necessità di sintesi (e perché ne abbiamo già parlato in questo articolo, NdR).

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D’accordo, mi fermo qui, molte cose le vedrete nelle foto, altre vi invito ad andare a vederle di persona quando visiterete Londra. Da segnalare alcuni preziosi libri che si possono ammirare, fra i quali ho il piacere di ricordare: Oral sadism and the vegetarian personality, What to say when you talk to your self e Sex instructions for Irish farmers, il quale però, con mio disappunto, si riferisce al sesso fra gli animali e non con il fattore – niente romanticismi alla Vase de noche, meglio conosciuto ai fan come The pig fucking movie. Altre chicche da non perdere: la cacca in barattolo di alcune celebrità (sono aperte le donazioni), fra cui quella di Kylie Minogue e niente meno che quella di Amy Winehouse, che pare aver raggiunto ora quotazioni da capogiro. Avrete il coraggio di esaminarne l’autenticità?

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Ma il reperto per me più commovente è il foglio firmato da Maria de Silva. Sono sicuro che non ne avrete sentito parlare, perché probabilmente anche i suoi parenti faranno fatica a ricordarsi di lei. Maria è (era?) l’inserviente presso un certo Hill Club, e ci ha rilasciato una dichiarazione autografa che recita, in calligrafia tremolante: “Io, Maria de Silva, ho lavorato al Hill Club il 22 Agosto 2003, ho pulito la stanza usata dai Rolling Stones e ho trovato questi preservativi e questo Viagara”. Non Viagra, Viagara. E naturalmente, nella vetrina dedicata, possiamo ammirare il barattolo contenente i preservativi e la confezione di Viagra menzionati. È questo che più ci fa amare questo posto: come nella migliore tradizione delle wunderkammer, dei freakshow e degli exploitation movies che ci hanno fatto battere il cuore quando eravamo adolescenti, non è la veridicità a contare, è il tasto dell’inconscio che viene premuto. Consigliato a tutti i lettori di Bizzarro Bazar. Ricordatevi, però, che il negozio è aperto esclusivamente di sabato, dalle 12 alle 19, oppure su appuntamento. Per i dettagli vi rimando al sito ufficiale.

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The Tiger Lillies

Band di culto formata a Londra nel 1989, i Tiger Lillies sono tra i più originali e sconcertanti gruppi musicali in circolazione. Il loro stile unico è un misto di cabaret gitano, di rimandi brechtiani e di black humor, il tutto condito dall’uso di strumenti talvolta inusuali e da arrangiamenti rétro.

I loro testi, spesso controversi, esplorano l’universo oscuro dei depravati e dei perdenti, raccontando sordide storie di violenza, morte, sesso e blasfemia. Il loro mondo è una sorta di bassofondo crepuscolare e post-apocalittico in cui prostitute, freaks, ubriachi e assassini incontrano sorti orribili. Ma l’incredibile espressività facciale del cantante Martyn Jacques, il suo look da clown “andato a male” e la sua voce in falsetto (sgradevole, inquietante, eppure magnetica) contribuiscono a stemperare i toni delle liriche, calandole in una dimensione teatrale e surreale.

Così quando i Tiger Lillies ci cantano le loro fiabe macabre piene di bambini che sanguinano a morte, prostitute ubriache dalla pelle di serpente, accoppiamenti con animali e altre simili atrocità, l’umorismo nerissimo riesce comunque a distanziarci e a lasciarci turbati, sì, ma anche ghignanti.

Sito ufficiale.