Paris Mirabilia

Sono emozionato e felice di annunciarvi che in ottobre uscirà la mia ultima fatica, Paris Mirabilia – Viaggio nell’insolito incanto. Si tratta di una guida alla Parigi bizzarra e meno conosciuta, fra strane botteghe, musei oscuri ed eccentriche collezioni.

Come avrete capito, il libro non fa parte della Collana Bizzarro Bazar, ma ne inaugura una completamente nuova: la Collana Mirabilia. Ogni volume, dedicato a una città diversa, si propone non soltanto come breviario per le anime curiose ma anche come piccolo gioiellino editoriale che farà, lo spero, la gioia del bibliofilo. Infatti — visto che la squadra vincente non si cambia! — le fotografie sono affidate ancora una volta al grande Carlo Vannini.

In attesa dell’uscita ufficiale, ho aggiornato la sezione relativa alle Collane e preparato una pagina per Paris Mirabilia in cui è possibile vedere un po’ di foto in più. Se proprio non riuscite ad aspettare, potete prenotare la vostra copia a questo link. Il libro sarà disponibile anche in inglese e francese.
Bon appétit!

 

La mia settimana di meraviglie inglesi – I

L’Inghilterra, a dispetto della dolcezza con cui vi si profilano le mansuete colline o del verde piacevole delle sue campagne, ha sempre avuto ai miei occhi un che di funereo.

Una simile impressione così fumosa e irrazionale, ne sono conscio, non è altro che un’indifendibile generalizzazione; né posso peraltro impedire che sorga in me ogni volta che ritorno oltremanica.
Sarà a causa delle romantiche rovine dei conventi che caratterizzano il paesaggio fin dai tempi dello scisma, o per via del cielo di plumbea fama, o il ricordo dei lutti vittoriani; ma sospetto che a suggerirmi questa segreta affinità di un intero paese con la morte siano stati proprio gli Inglesi conosciuti negli anni, che sembravano combattere con le armi dell’ironia una congenita, filosofica rassegnazione.
John Cleese ha spesso sbeffeggiato nei suoi sketch la rispettosa severità anglosassone, la paura di ferire o ferirsi se si lascia libero corso ai sentimenti — lo stesso comportamento trattenuto che però trova il suo contraltare nella crudeltà del British humour, nelle abbacinanti esplosioni estatiche di Blake, nell’iconoclastia dandy o nel nichilismo punk. E così, per quanto faccia, non mi scrollo di dosso la sensazione che quello inglese sia un popolo che ragiona più d’altri, o forse con meno distrazioni, sulla vanitas, e che anzi dalla consapevolezza della futilità (perfino riguardo alle convenzioni sociali) sia in grado di trarre alimento per una sotterranea vena sovversiva.

Ecco perché recarmi a parlare di memento mori in Inghilterra mi è sembrato in un certo senso naturale fin dal principio.
All’Università di Winchester si è radunata un’eterogenea folla di accademici (medievalisti, storici della medicina, anatomisti, paleopatologi, esperti di letteratura o di pittura) e di artisti, tutti interessati alle relazioni fra morte, arte e anatomia.

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Questi tre giorni di memorabile fermento intellettuale hanno, per così dire, carburato una mente già per sua natura sovraeccitata.
Sono arrivato quindi in uno stato di aumentata percezione al mio appuntamento con Londra che, quasi a voler smentire i preconcetti di cui parlavo all’inizio, mi ha accolto con un sole intenso e con il blu cristallino fra i tetti dei palazzi. Eppure i giorni trascorsi nella capitale si sono dimostrati un prolungamento, e un approfondimento, delle meditazioni iniziate a Winchester.

La prima, dovuta visita, è stata chiaramente alla Wellcome Collection. Questo museo, fondato nel 2007, mi è particolarmente caro perché affronta, un po’ come faccio talvolta su queste pagine, le intersezioni fra scienza, arte e sacro. Nella collezione permanente si possono ammirare bambole anatomiche, memento mori, resti umani come ad esempio una celebre mummia peruviana vecchia di 5-7 secoli; ma anche sandali da fachiro, teste rimpicciolite, cinture di castità e oggetti religiosi.

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Un’affascinante esibizione temporanea intitolata States of mind: Tracing the edges of consciousness introduce il visitatore al mistero del sé, di ciò che chiamiamo “coscienza”, attraverso i territori liminali dell’incubo, del sonnambulismo e del suo contrario — la paralisi ipnagogica —, fino alle spiagge inesplorate dello stato vegetativo. Nell’ultima sala apprendo con un brivido come recenti studi suggeriscano che i pazienti sospesi fra la vita e la morte potrebbero essere ben più coscienti di quanto immaginato finora.


Il Grant Museum of Zoology, a 5 minuti a piedi dalla Wellcome Collection, è l’unico museo zoologico universitario rimasto nella capitale. Lo spazio aperto al pubblico non è molto grande, ma è stipato all’inverosimile con migliaia di esemplari che coprono l’intero spettro del regno animale. Scheletri, preparati in liquido e tassidermie restano muti — ma eloquenti — testimoni della vertigine della biodiversità.

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Altri 10 minuti di cammino, e raggiungo il numero 1 di Scala Street, dove si apre quello che probabilmente è il più particolare e suggestivo museo londinese: il Pollock’s Toy Museum.

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La visita procede salendo strette scale, passando all’interno di stanze e corridoi, in una sorta di labirinto che si dipana su più piani attraverso due diverse case, una costruita alla fine dell’Ottocento e l’altra risalente addirittura al secolo precedente. Ovunque, giocattoli antichi: bambole, soldatini, modelli di treni, peluche, cavalli a dondolo, pupazzi e caleidoscopi.
Venendo dal Museo di Zoologia, non posso impedirmi di pensare a quanto il gioco sia un’attività fondamentale per il mammifero uomo. Ma quello che potrebbe essere soltanto un curioso excursus nella storia e nelle diverse tipologie di giocattoli si trasforma ben presto in qualcos’altro.

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Sommersi dall’incredibile quantità di dettagli, di fronte alle teche affollate da centinaia di pupazzi logorati dal tempo, ci si trova facilmente in preda a una vaga inquietudine. E non si tratta nemmeno di quella fobia che alcuni provano di fronte al vitreo sguardo delle bambole vecchie; è una sottile, antica malinconia.

Che ne è stato dei bambini che hanno stretto quegli orsacchiotti, inscenato storie fantastiche sui teatrini di cartone o spalancato gli occhi di fronte a una lanterna magica?

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Forse è soltanto una suggestione dovuta ai giorni appena trascorsi fra animate discussioni riguardo ai simboli e ai simulacri della morte; forse sono ancora una volta i miei preconcetti.
Ma perfino in un museo dedicato al divertimento infantile, è il senso dell’impermamenza a trionfare.

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(Questo articolo continua qui)

La biblioteca delle meraviglie – X

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Evertrip
TEGUMENTA
(2013, Edizioni Esperidi – www.tegumenta.it)

Oggi tutti leggono libri. Si legge tantissimo, spesso tomi di centinaia e centinaia di pagine, basta guardarsi in giro in spiaggia. Non è della quantità che dovremmo preoccuparci, ma della qualità. E se il panorama editoriale mainstream, in Italia, è avvilente, spesso anche quello underground non è migliore: i piccoli editori, che non se la passano benissimo, sono disposti a pubblicare qualsiasi cosa a pagamento. Quindi, oggi tutti scrivono libri.

Il problema di chi si immagina di saper scrivere, come risulta spesso evidente fin dalle righe iniziali, è che l’autore non è mai stato innanzitutto un vero lettore – dettaglio che l’avrebbe forse portato a cimentarsi con timore ed umiltà maggiori nell’arte letteraria, per amore e rispetto dei maestri che venera. Il difetto che maggiormente opprime questi “nuovi autori” è l’assoluta mancanza di una forma: talvolta un embrione di idea può anche far capolino fra le pagine, ma l’amore per la ricerca espressiva è un sentimento che davvero pochi sembrano conoscere o coltivare.

Per questo motivo salutiamo come un’insperata sorpresa il libriccino di Evertrip, al secolo Paolo Ferrante, classe 1984. Un libro che ricorda i surrealisti, a tratti le poesie di Arrabal, le sperimentazioni di Burroughs o del Ballard degli anni ’70. Il suo “dizionario emozionale” è un brillante tentativo di far respirare assieme parole e immagini (illustrazioni di cui l’autore stesso è responsabile), cercando costantemente la forma più inaspettata per setacciare le dialettiche interne di un rapporto sentimentale.

Ed è proprio la forma a farsi contenuto, perché Tegumenta si presenta a una prima occhiata come un dizionario minimo, in cui ogni lettera contiene soltanto uno o due vocaboli o locuzioni; all’asetticità del glossario si somma la propensione scientifico-clinica del linguaggio, che si propone di descrivere con piglio analitico le correlazioni fra sentimenti e anatomia.

Ma, ed è questo lo scarto poetico più interessante, ecco che di colpo l’oggettività delle “definizioni” subisce una deviazione improvvisa: passa, imprevedibile, dalla terza alla seconda persona singolare, rivolgendosi direttamente all’oggetto/soggetto del desiderio; fino a che, tra etimi implausibili (intriganti per lo sfaglio di senso che operano), distorsioni della realtà e sottili invenzioni iconografiche, tra involuzioni e rivoluzioni, è il linguaggio stesso ad implodere.

Ad esempio ecco che la definizione di bezoario diviene d’un tratto il simbolo per esprimere la vertigine sentimentale:

BEZOAR: 1. s.n. agglomerato di fibre vegetali (fibrobezoari) o di peli animali (tricobezoari) che si forma nello stomaco dell’uomo a seguito dell’ingestione abnorme di tali componenti. Nello stomaco genera uno stato di infiammazione cronico, seguito da lesioni sanguinanti della mucosa.
2. ti sento vera come il panico, infatti scivolo, scivolo nello stagno, ho le stoppie in gola, scivolo e non sono ancora pazzo, l’acqua è fredda e sembra un suicidio […]

Alla voce “epidermide” leggiamo:

EPIDERMIDE: s.f. lo strato morbido che ti separa dalle mie mani, situato fra la mia lingua e il tuo sangue.

In Tegumenta si percepisce la presenza di una “voce narrante”: è quella di un personaggio (mai esplicitato, visto che forse si confonde in parte con l’Autore) che potremmo definire il Catalogatore Psichico, ossessionato da un’impresa impossibile: quella di costruire un manuale per orientarsi fra gli strazi fisici, i dolori dell’anima e le convulsioni emotive che accompagnano ogni passione erotica. E se qua e là, in virtù degli slanci poetici e dei non detti, si riesce ad intravvedere il bagliore di un’illuminazione, ciò che rimane di tutto questo tortuoso classificare ogni piccolo moto dello spirito è il sentimento di impotenza al cospetto di misteri più grandi dell’umana comprensione: il corpo, la carne e le sue inconcepibili escrescenze, e l’amore che ne emerge come il più inspiegabile e irrazionale dei fenomeni.

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D. von Schaewen, J. Maizels, A. Taschen
FANTASY WORLDS
(1999, Taschen)

Fra gli splendidi volumi illustrati della Taschen, questo è uno fra i più preziosi. Un viaggio attraverso i cinque continenti, alla scoperta dei luoghi più affascinanti  e “incantati”: opere d’arte multiformi, barocche, oppure infantili, ma sempre sorprendenti. Il libro ci guida fra palazzi di conchiglie, bestiari fantastici scolpiti nelle falesie, parchi delle meraviglie, strane abitazioni dall’aspetto alieno, e si sofferma sui più interessanti esempi di outsider art. Molto spesso, infatti, dietro queste bizzarrie architettoniche si cela la mente di una sola persona, assillata dal “progetto di una vita”, e che partendo da materiali riciclati e umili ha saputo costruire qualcosa di unico. Sia che cerchiate qualche meta turistica fuori dalle classiche mappe, o che preferiate starvene sprofondati nel divano a fantasticare, questo libro è un compagno perfetto.

Tristan da Cunha

Aprite un atlante e guardate bene l’Oceano Atlantico, sotto l’equatore. Notate nulla?

Al centro dell’oceano, praticamente a metà strada fra l’Africa e l’America del Sud, potete scorgere un puntino. Completamente perduta nell’infinita distesa d’acqua, ecco Tristan da Cunha, l’ultimo sogno di ogni romantico: l’isola abitata più inaccessibile del mondo.

L’isola, di origine vulcanica, venne avvistata per la prima volta nel 1506; le sue coste vennero esplorate nel 1767, ma fu soltanto nel 1810 che un singolo uomo, Jonathan Lambert, vi si rifugiò, dichiarandola di sua proprietà. Lambert, però, morì due anni dopo, e Tristan venne annessa dalla Gran Bretagna (per evitare che qualcuno potesse usarla come base per tentare la liberazione di Napoleone, esiliato nel frattempo a Sant’Elena). Tristan da Cunha divenne per lungo tempo scalo per le baleniere dei mari del Sud, e per le navi che circumnavigavano l’Africa per giungere in Oriente. Poi, quando venne aperto il Canale di Suez, l’isolamento dell’arcipelago diventò pressoché assoluto.

Le correnti burrascose si infrangevano con violenza sulle rocce di fronte all’unico centro abitato dell’isola, Edinburgh of the Seven Seas, chiamato dai pochi isolani The Settlement. Chi sbarcava a Tristan, o lo faceva a causa di un naufragio oppure nel disperato tentativo di evitarlo. Fra i naufraghi e i primi coloni, c’erano anche alcuni navigatori italiani.

Nel 1892, infatti, due marinai di Camogli naufraghi del Brigantino Italia infrantosi sulle scogliere dell’Isola decisero, per amore di due isolane, di stabilirsi a Tristan da Cunha; essi diedero vita a due nuove famiglie (che ancor oggi portano il loro nome, Lavarello e Repetto) che si aggiunsero alle cinque già esistenti sull’isola, completando in questo modo il quadro delle parentele che esiste uguale ancor oggi a più di un secolo di distanza. Dopo i due italiani, nessun altro si fermerà a Tristan da Cunha originando nuove stirpi.

Passarono i decenni, ma la vita sull’isola rimase improntata alla semplicità rurale. Fra i tranquilli campi di patate e le basse case di pietra giunsero lontani racconti di una Grande Guerra, poi di un’altra. Tristan rimase pacifica, protetta dal suo deserto d’acqua, una terra emersa inaccessibile che nemmeno il progresso industriale poteva guastare.

Poi, nel 1961, il vulcano al centro dell’isola si risvegliò, e gli abitanti vennero evacuati. Sfollati in Sud Africa, rimasero disgustati dall’apartheid che vi regnava, così distante dai principi solidaristici della loro primitiva e utopica comunità. Ottennero così di essere trasferiti in Gran Bretagna, e lì scoprirono un mondo radicalmente diverso: un Occidente in pieno boom economico, che si apprestava a conquistare ogni risorsa, perfino a spedire uomini sulla Luna.

Dopo due anni, gli isolani ne avevano abbastanza della rumorosa modernità. Ottennero il permesso di tornare a Tristan, e nel ’63 sbarcarono nuovamente sulla loro terra, e tornarono ad occuparsi delle loro fattorie.

E anche oggi, Tristan resta un’isola mitica e remota: è raggiungibile unicamente via mare, e se ottenete il necessario permesso per sbarcare, neanche così è molto semplice. Non c’è infatti un porto sull’isola, che deve essere raggiunta mediante piccole imbarcazioni che sfidano le violente onde dell’oceano.

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Gli abitanti, oggi poco più di 260, pur fieri ed orgogliosi della loro solitudine, si stanno lentamente aprendo alle nuove tecnologie (per molto tempo l’unico accesso a internet è rimasto all’interno dell’ufficio dell’Amministratore dell’isola). Vivono in armonia e serenità, senza alcuna traccia di criminalità. La proprietà privata è stata introdotta soltanto nel 1999. Le navi da crociera che fanno scalo a Tristan sono pochissime (meno di una decina in tutto l’anno), e le uniche imbarcazioni che vi si recano regolarmente sono quelle dei pescatori di aragoste del Sud Africa.

Anna Lajolo e Giulio Lombardi hanno passato tre mesi sull’isola, intessendo rapporti di amicizia con gli islanders, e sono ritornati in Italia regalandoci un documentario, e diversi testi fondamentali per comprendere le difficoltà e le delizie della vita in questo paradiso dimenticato dal mondo, e lo spirito concreto e generoso degli abitanti: L’isola in capo al mondo, 1994; Tristan de Cuña: i confini dell’asma, 1996; Tristan de Cuña l’isola leggendaria, 1999; Le lettere di Tristan, 2006.

Ecco il sito governativo dell’isola.