Gli scorticati di Fragonard

La città di Grasse, in Provenza, già considerata la capitale mondiale dei profumi, divenne celebre nel XVIII secolo per aver dato i natali al famoso pittore rococò Jean Fragonard (una delle tre maggiori profumerie locali è oggi chiamata Fragonard in suo onore). Pochi però conoscono la storia del cugino di questo celebre pittore, che divenne rinomato per motivi completamente diversi.

Honoré Fragonard, classe 1732, laureato in chirurgia, nel 1762 incontra l’uomo che farà svoltare la sua carriera. Si tratta di Claude Bourgelat, stalliere di corte di Luigi XV e fondatore a Lione della prima Scuola Veterinaria al mondo. Questo eminente studioso di cavalli era il più grande esperto in materia, e aveva già pubblicato diversi trattati ritenuti eccellenti. Si era però convinto che, per comprendere a fondo questi splendidi animali, avrebbe dovuto studiarne l’anatomia fin nei minimi dettagli. Recluta quindi Fragonard affinché esegua per lui alcune dissezioni sui cadaveri di cavalli. In breve tempo, Bourgelat nomina Fragonard docente di anatomia alla sua Scuola Veterinaria, e in seguito direttore. Qui Fragonard comincia a realizzare le sue prime preparazioni anatomiche, ma è con l’apertura di una seconda scuola a Parigi che Fragonard, nuovamente nominato direttore e professore, può dedicarsi alla sua arte in modo più continuativo.

Honoré Fragonard realizza a Parigi migliaia di preparati anatomici veterinari e umani; ma è con la serie degli écorchés (gli scorticati) che impressiona non soltanto il mondo accademico ma anche l’aristocrazia, che comincia a comprare i suoi pezzi per inserirli nelle diverse camere delle curiosità in giro per l’Europa. In effetti i suoi “scorticati” sono dei preparati davvero unici e mozzafiato.

Si tratta di cadaveri sezionati e imbalsamati secondo una ricetta segretissima: i corpi vengono aperti e fissati da Fragonard con un misterioso fluido, in modo da permettere di scorgere tutti i vari strati di muscolatura superficiale e profonda, i tendini, l’apparato vascolare e circolatorio. Fragonard non si accontenta del risultato scientifico, e riesce a donare ai suoi corpi pose artistiche ispirate a quadri e miti celebri. L’homme à la mandibule (“L’uomo con la mandibola”), ad esempio, si rifà all’episodio di Sansone che combatte i Filistei: la posa minacciosa e lo sguardo allucinato e folle rendono il cadavere scorticato minaccioso e drammatico.

Fragonard realizza anche delle celebri composizioni incentrare sull’equitazione; per spingersi ancora oltre nel risultato sconcertante, attornia il suo Cavaliere dell’Apocalisse di una piccola “armata” di cadaveri di feti umani che cavalcano feti di cavallo (oggi andati perduti).

Le cose, però, non vanno bene tra lui e il suo mentore, Bourgelat. Voci di corridoio cominciano a insistere sul fatto che quest’ultimo debba gran parte della sua fama alle dissezioni di Fragonard. Dall’altra parte, si sussurra che uno dei più celebri “cavalieri” di Fragonard fosse in realtà il cadavere di una giovane fanciulla di cui l’anatomista era innamorato, che egli avrebbe disseppellito e “fissato” in una preparazione anatomica per averla sempre con sé. Fra pettegolezzi e litigate, l’inimicizia tra i due diviene sempre più acre, finché nel 1771 Bourgelat licenzia Fragonard, con l’accusa di essere divenuto folle.

Honoré continua quindi a seccare e preparare cadaveri per le collezioni private degli aristocratici, e negli ultimi anni di vita accarezza il sogno di riunire tutti i suoi vecchi pezzi in uno sterminato Gabinetto di Anatomia. Ma il progetto fallisce, e i suoi preparati si disperdono in giro per l’Europa. Affranto e disilluso, Fragonard si spegne a Charenton nel 1799.

Delle svariate decine di scorticati da lui fabbricati, e per la maggior parte distrutti durante la Rivoluzione Francese, ce ne restano soltanto 21. Il numero maggiore di pezzi si trova al Musée Fragonard di Maison-Alfort, a 3 km da Parigi. Ciò che rimane ancora in parte sconosciuto è il metodo con cui Fragonard fu capace di creare simili opere. L’unico dato certo è che, nella miscela da lui creata per fissare i tessuti vascolarizzati, non faceva uso di cera fusa (che avrebbe distrutto i vasi sanguigni con il suo calore) ma di sego di montone, che fonde a temperature più basse e che poteva essere iniettato senza scaldare troppo il corpo. Pare inoltre che le particolari vernici utilizzate per seccare i cadaveri fungessero anche da repellente per parassiti, garantendo una straordinaria tenuta nel tempo.

E, in caso ve lo foste chiesti, un’attenta analisi ha rivelato le vestigia di un pene legato all’interno del bacino del “Cavaliere dell’Apocalisse”. Con buona pace dei romantici, il misterioso Cavaliere non era dunque una ragazzina, il perduto amore di Fragonard, come da secoli esigeva la leggenda.

Happy Tree Friends

Con 12 anni e più di 160 episodi alle spalle, gli Happy Tree Friends sono ormai uno show classico, benché tuttora controverso, che ha segnato la storia di Internet e della televisione. Nati nel 1999 dalla fantasia di Kenn Navarro e Rhode Montijo, inizialmente erano stati pensati come dei piccoli corti realizzati in Flash, esclusivamente per la rete. I due animatori lavoravano per Mondo Mini Shows, ed erano entusiasti di avere ottenuto la loro prima serie; nessuno però si sarebbe aspettato il successo clamoroso che gli “amici dell’albero felice” avrebbero ottenuto.

L’idea era semplice: creare un mondo da libro animato per bambini, coloratissimo e pieno di allegri e teneri animaletti antropomorfi, sempre entusiasti e felici. E poi massacrarli tutti nei modi più violenti, fantasiosi ed efferati. Ma tranquilli, bambini… li ritroveremo nella puntata successiva sani ed integri, pronti a farsi macellare in una nuova sanguinosa circostanza.

Questo concept, politicamente scorretto ed esilarante, sarebbe rimasto soltanto una piccola burla se Navarro non avesse avuto un’immaginazione sfrenata e particolarmente weird: a distanza di tanti anni, le soluzioni visive adottate per far fuori l’uno dopo l’altro i simpatici personaggi sono ancora sorprendenti e spesso imprevedibili. Poco dopo il loro debutto sulla rete, nel 2000, fu chiaro che in brevissimo tempo questa serie si stava trasformando in un fenomeno di culto.

Ogni episodio raggiunse in poco tempo i 15 milioni di visualizzazioni, e ben presto la Happy Tree Friends mania raggiunse il suo apice. La serie venne acquistata dalle televisioni, cominciò a guadagnarsi premi nei festival specializzati, venne infine distribuita in cofanetti DVD. Tra i 22 personaggi di Happy Tree Friends, quelli ricorrenti (chiamiamoli le “star” principali) sono ormai diffusi anche come gadget di ogni tipo nei negozi di fumetti. L’affetto dei fan non accenna a diminuire nel tempo, tanto che uno degli amministratori della Mondo Media arriva a paragonare lo show ai grandi classici: “Penso che i bambini guarderanno gli Happy Tree Friends fra 20 o 30 anni nello stesso modo in cui guardano Tom & Jerry oggi”.

Ecco, appunto, i bambini. La serie evidentemente è pensata per un pubblico adulto, ma molti bambini hanno finito per diventare degli appassionati fruitori di questo show. La controversia in America si è scatenata quando alcuni preoccupati genitori hanno scoperto che i colorati cartoni animati che i figlioletti stavano guardando terminavano invariabilmente con una carneficina. In Canada si è rischiata la censura, nonostante lo show presenti la violenza in maniera comica ed eccessiva. Ma per una serie iconoclasta come gli Happy Tree Friends, ovviamente, ogni scandalo fa buon gioco.

Eccovi alcuni classici episodi, fra i più celebri.

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La biblioteca delle meraviglie – I

A seguito delle molte richieste ricevute dai nostri lettori, inauguriamo oggi una nuova rubrica, La biblioteca delle meraviglie. In ogni “puntata” vi consiglieremo due libri particolari, strani o fantastici, nella speranza di potervi aiutare a comporre la vostra personale biblioteca bizzarra. Buona lettura a tutti!

Carlo Dogheria

SANTI E VAMPIRI – Le avventure del cadavere

(2006, Nuovi Equilibri – www.stampalternativa.it)

Cos’hanno in comune i vampiri e i santi? Molto più di quello che crediamo, a quanto pare. Sono figure di esseri straordinari sui quali le normali leggi della vita e della morte non sembrano avere effetto.

L’affascinante saggio di Carlo Dogheria ci riporta nel pieno dell’epidemia di vampirismo che colpì l’Europa nel 1600, rivelandoci l’immagine di un vampiro radicato nel folklore, molto distante dall’icona che ne hanno dato letteratura e cinema dall’800 in poi. Demone rurale e contadino, il vampiro seicentesco non ha nulla del fascino aristocratico e un po’ dandy dei vari Dracula; sulla base di una dettagliata e precisissima ricerca sui documenti e i resoconti dell’epoca, l’autore ci guida alla scoperta di una delle più strane e particolari isterie di massa della nostra storia.

Nella seconda parte del libro, invece, si affronta la spinosa questione dei santi e dei loro cadaveri miracolosi. Cadaveri incorrotti, proprio come quelli dei vampiri (come se la soprannaturale assenza di putrefazione potesse indicare sia una particolare vicinanza a Dio che a Satana). Cadaveri smembrati per ricavarne reliquie, i cui pezzi seguitano ad avere magiche virtù. Cadaveri talvolta abusivi, di “finti” santi. Cadaveri miracolosi… e qui arriva la parte più sorprendente del libro.

Tratti da una vastissima letteratura agiografica, i miracoli postumi dei santi sono molto diversi da ciò che ci aspetteremmo. Ci sono santi che cantano dalla loro tomba, durante la messa, assieme ai fedeli; altri che, spogliati dopo la morte, provvedono ripetutamente a coprirsi da sé le vergogne. Dalla quarta di copertina: “santi che storpiano bambini colpevoli di giocare nei pressi della loro tomba, santi che espellono altri defunti di cui non gradiscono la sotterranea vicinanza, santi che accecano il custode della chiesa reo di avere spento la lampada davanti al loro sepolcro…”

Una lettura illuminante ed estremamente documentata, che ci fa riflettere sul ruolo del cadavere nella nostra cultura e sulle paure e superstizioni ad esso collegate.

John Harley Warner, James M. Edmonson

DISSECTION: Photographs of a Rite of Passage in American Medicine 1880-1930

(2009, Blast Books)

Fin dall’avvento della fotografia nel XIX e XX secolo, gli studenti di medicina americani, spesso in segreto, si scattavano foto che li ritraevano assieme ai cadaveri che avevano appena dissezionato, i loro primi “pazienti”. Le foto venivano poi spedite a casa, per “dimostrare” ai parenti che i loro ragazzi stavano diventando dei veri medici – e che avevano pelo sullo stomaco.

Lo splendido Dissection raccoglie 138 storiche fotografie, e alcuni saggi illuminanti su queste pratiche studentesche. C’è qualcosa di commovente in questi volti giovani, sorridenti, spesso orgogliosi, radunati attorno a una salma smembrata dopo un’autopsia; un’atmosfera sospesa, antica, assolutamente straniante. Particolarmente destabilizzanti, infine, sono le immagini contenute nella sezione dedicata alla goliardia: invertendo i ruoli in una specie di umoristica rivincita dei morti sui vivi, gli studenti più burloni si facevano fotografare stesi sul tavolo settorio, attorniati dai cadaveri in procinto di “vendicarsi”.


José Guadalupe Posada

José Posada è uno dei più celebri fra gli incisori messicani, e certamente precursore dei movimenti artistici e grafici nati dopo la rivoluzione del 1910. Nato ad Aguascalientes nel 1852, divenne presto maestro incisore e litografo, dapprima nella sua città natale, poi a Léon, e infine a Città del Messico.

Le sue prime opere sono praticamente impossibili da trovare, poiché vennero stampate sulla povera carta dei giornaletti sensazionalistici dell’epoca; le uniche copie rimanenti sono di proprietà di collezionisti privati, o esposte nei maggiori musei nazionali del Messico.

José Posada è celebre principalmente per le sue calaveras, icone prese a “prestito” dall’immaginario religioso e folkloristico messicano. “Reclutando” questi allegri e vitali scheletri per i suoi intenti satirici, Posada crea un originale affresco sociale, alla maniera dei famosi Capricci di Goya. Questa ironica danza macabra che non risparmia niente e nessuno è stata presa come vero e proprio manifesto da molti degli artisti messicani del ‘900.

L’innovazione posadiana è più complessa di quanto potrebbe sembrare a una prima occhiata. Da una parte, opera un connubio fra i teschi e gli scheletri che già erano presenti nell’iconografia precolombiana, e le rappresentazioni occidentali della morte di matrice cristiana (memento mori, danza macabra, ars moriendi, ecc.). Dall’altra, utilizza questi elementi per prendersi gioco, in maniera grottesca, dei valori borghesi, del progresso, delle differenze di classe. E, infine, pare ricordare comunque che, ricchi o poveri, potenti o sfruttati, non siamo nient’altro che ossa che camminano.

L’opera più famosa di José Posada è senza dubbio la Calavera Catrina. Questa nobildonna dall’imponente cappello all’ultima moda (ma ovviamente destinata, come tutti, a ritrovarsi scheletro) è divenuta nel tempo una delle più riconoscibili figure dell’immaginario messicano. Nel Giorno dei Morti vengono costruiti altari e dolci a forma di Calavera Catrina, e indossati costumi che ne ricordano le fattezze.

Posada, oltre che incisore, era anche vignettista; ancora oggi, il primo premio dell’Encuentro Internacional de Caricatura e Historieta (Incontro Internazionale di Cartoon e Fumetti) è chiamato “La Catrina”.

Kapala

I kapala (in sanscrito, “teschio”) sono coppe rituali caratteristiche del tantrismo di matrice induista o buddista, utilizzate in diversi rituali sacri, e ricavate normalmente dalla calotta cranica di un teschio umano.

Tipiche del tantrismo tibetano, quello più specificatamente magico e sciamanico, queste coppe sono spesso scolpite in bassorilievo con figure sacre (soprattutto Kali la dea dell’eterna energia, Shiva il distruttore e creatore, principio primo di tutte le cose, e Ganesha colui che rimuove gli ostacoli), e talvolta montate con elaborati orpelli e abbellimenti in metallo e pietre preziose.

Gli utilizzi rituali di queste coppe sono molteplici: vengono impiegate nei monasteri tibetani come piatti di offerta di libagioni per gli dèi – pane o dolci a forma di occhi, lingue, orecchie – come oggetti di meditazione, o per iniziazioni esoteriche che prevedono che dai kapala si beva sangue o vino. A seconda di cosa contengono, le coppe vengono chiamate con differenti appellativi.

Gli dèi tantrici vengono talvolta rappresentati mentre reggono dei kapala nelle mani, o bevono il sangue da simili coppe. Esistono kapala ricavati da teschi di scimmie o di capre, che come quelli umani debbono essere consacrati prima che si possano utilizzare per scopi religiosi.

L’antica tradizione dei kapala è vista spesso come un retaggio di antichi sacrifici umani. Quello che ne resta al giorno d’oggi è una strana, macabra ma affascinante forma d’arte e di scultura, una sorta di memento mori ritualizzato, che dona a questi oggetti un alone di mistero e ci riconnette al senso più vero e ineluttabile del sacro.

Amore materno

Abbiamo già affrontato (in questo articolo) l’esperimento di Watson sul “piccolo Albert”: come Watson, all’epoca la maggioranza degli psicologi pensava che l’amore materno fosse un sentimento sopravvalutato, e che i bambini stessero attaccati alle madri soltanto perché fornivano loro il latte, o per ricevere protezione. L’idea comune era che dare troppe attenzioni a un bambino l’avrebbe reso un pappamolle.

Il dottor Harry Harlow, docente all’Università del Wisconsin, era interessato allo studio di questo particolare tipo di relazione che si instaura fra madre e figlio nei primi anni di vita del bambino. Al contrario dei suoi contemporanei, sospettava che vi fosse qualcosa di più, che la simbiosi fra figlio e genitrice nascondesse un tipo di bisogno primario molto più forte; che quel legame così assoluto avesse insomma uno scopo ben più profondo del ricevere cibo o protezione.

Allevando degli esemplari di macaco in laboratorio, egli aveva provato a separare i cuccioli dalla madre per lunghi periodi di tempo. Aveva posto piccoli di macaco in camere di isolamento piccole e buie (da lui chiamate pits of dispair, “pozzi della disperazione”) addirittura per 24 mesi. Le scimmiette non avevano reagito bene: depresse, aggressive, emotivamente e mentalmente turbate, avevano sviluppato attaccamento per dei “surrogati” di madre, restando abbracciate per ore ai morbidi tappetini che coprivano il fondo delle gabbie. Questo aveva portato Harlow a credere che il bisogno del contatto materno fosse uno stimolo potente quanto la fame.

Deciso ad indagare a fondo la faccenda, in una serie di celebri esperimenti che si protrassero dal 1957 al 1963, egli studiò le reazioni di piccole scimmie isolate alla nascita dalle loro madri biologiche, ma dotate di diverse “mamme-surrogato” di sua invenzione.

La prima mamma era chiamata “madre di pezza”. Consisteva in un pezzo di legno avvolto in gomma, spugna e tessuto, riscaldato con una lampadina. Questa era la mamma buona, calda, soffice, paziente, che era sempre disponibile per ventiquattr’ore al giorno. Ma aveva un piccolo difetto: non dava il latte.

Il secondo surrogato era la “madre di fil di ferro”. Una struttura di fili d’acciaio, per niente adatta alle coccole, ma con delle mammelle posticce che fornivano il latte. Cosa avrebbero scelto le scimmie? Il cibo o il calore di una madre morbida e soffice?

I cuccioli non avevano dubbi: se ne stavano per quasi tutto il tempo accoccolati sulla madre di pezza, rassicurati dal suo calore. Quando avevano fame, correvano per pochi secondi a prendere il latte dalla madre di ferro, per poi tornare precipitosamente a ripararsi al calduccio della mamma di pezza. Chiaramente per loro le coccole erano più importanti del cibo. Decenni di dogmi psicologici erano stati spazzati via.

 

Ma Harlow non si fermò qui. Le scimmie “allevate” dalla madre di pezza soffrivano comunque di seri disturbi: erano timide, antisociali, depresse, si nascondevano negli angoli, e le altre scimmie le evitavano. Le scimmie allevate dalla sola mamma di ferro stavano anche peggio. Così Harlow si decise a determinare scientificamente quali fossero le giuste qualità per una madre perfetta. Cambiando diverse variabili, costruì altrettante madri-surrogato che si distinguevano per un solo tratto fondamentale, al fine di scoprire quali madri le scimmie avrebbero preferito. Provò molti materiali di rivestimento differenti, per capire quale consistenza fosse maggiormente gradita ai cuccioli: la spugna vinse il primo posto, confermando così che una buona madre deve essere soffice. Provò poi a capire se una madre fredda potesse piacere: facendo passare in una serpentina dell’acqua fredda, abbassò la temperatura della madre-surrogato. Niente da fare. Per quello che potevano saperne, quella mamma poteva anche essere morta, e così i cuccioli la evitavano.

Infine, Harlow si domandò se il movimento non avesse un qualche ruolo fondamentale nello sviluppo dell’attaccamento madre-figlio. Costruì così delle madri-surrogato appese a una certa distanza da terra, delle specie di sacchi di pezza penzolanti dal soffitto. A sorpresa, i cuccioli le adoravano. Una buona madre, quindi, dev’essere calda, soffice, e deve muoversi.

Il lavoro di Harlow, già abbastanza controverso, divenne in seguito ancora più crudele. Ancorché animato da buone intenzioni (Harlow voleva scoprire in che modo il legame madre-figlio potesse essere interrotto, al fine di aiutare i bambini di famiglie disfunzionali), egli cominciò a costruire “mamme” torturatrici. Madri-surrogato che picchiavano i propri cuccioli, che davano loro degli schiaffoni tanto forti da farli volare dall’altra parte della gabbia, madri ad aria compressa che colpivano con getti d’aria improvvisi le povere scimmiette, mamme-vergini-di-Norimberga con punte di ottone che spuntavano saltuariamente dalla pelliccia. Picchiati, spaventati, aggrediti, i piccoli ritornavano sempre e comunque dalle loro crudeli mamme. L’attaccamento era così ostinato, e il loro bisogno di affetto talmente fondamentale e profondo, che nessuna violenza li avrebbe mai separati da quei tristi fantocci che erano il loro unico punto di riferimento.

Divenne chiaro a poco a poco che, per quanto scientificamente interessanti, le ricerche di Harlow stavano progressivamente varcando una soglia etica e morale. Uno dei suoi più stretti collaboratori dichiarò che “continuò ad andare avanti al punto che molte persone si resero conto che stava violando la sensibilità comune, che chiunque avesse rispetto per la vita o per le persone avrebbe trovato tutto questo offensivo”. Nonostante nell’ultima parte della sua carriera Harlow avesse tentato di “riabilitare” e curare le scimmie da lui traumatizzate, le critiche piovvero su di lui come un uragano.

Gli esperimenti di Harlow furono un terremoto per la ricerca psicologica, e non soltanto per i loro risultati: diedero una forte spinta per la creazione di movimenti per la protezione degli animali, che garantiscono oggi (per quanto possibile) un trattamento più amorevole e dignitoso agli animali da laboratorio. Le sofferenze inflitte da Harlow alle sue scimmie ebbero quindi almeno due esiti positivi, uno dei quali involontario: da una parte, portarono effettivamente a una conoscenza scientifica più profonda degli istinti che legano una madre al proprio cucciolo; dall’altra portarono l’attenzione sull’etica dei laboratori, favorendo un’aumentata coscienza nel pubblico, e negli stessi ricercatori.

Potete leggere online il testo inglese di The Nature of Love di Harry Harlow.
(Grazie, Paola!)

Macabre collezioni

Abbiamo spesso parlato, su Bizzarro Bazar, di wunderkammer, esibizioni anatomiche, collezionisti del macabro e di oggetti conservati gelosamente nonostante il (o forse proprio a causa del) loro potenziale inquietante. È divertente notare come, nell’immaginario comune, chi si impegna in tale tipo di collezionismo sia normalmente associato alle tendenze dark o, peggio, sataniste; quando spesso si tratta di persone assolutamente comuni che mantengono intatto un quasi infantile senso della curiosità e della meraviglia.

Oggi, grazie a un articolo di Newsweek (segnalatoci da Materies Morbi) questo argomento poco battuto dalla stampa ci risolleva per un attimo dalla superficie di notizie e articoli insipidi quotidiani.

L’autrice dell’articolo, la scrittrice Caroline H. Dworin, si interroga sul perché certe persone provino attrazione verso reperti anatomici, feti sotto formalina, esemplari tassidermici deformi, strumenti chirurgici, o portafogli e antichi grimori rilegati in pelle umana. Alcune parti dell’articolo ci hanno toccato personalmente, visto che anche noi nel nostro piccolo collezioniamo da anni questo tipo di oggetti e reperti. E per una volta ci sembra che le ipotesi fornite dall’articolo siano condivisibili e soprattutto molto umane.

Nell’articolo, la simpatica Joanna Ebstein di Morbid Anatomy viene interpellata sulla sua esperienza come collezionista. Qualche tempo fa noi avevamo chiesto la stessa cosa anche al proprietario del favoloso Nautilus di Torino, e la sua risposta era stata analoga. Quello che attira in questi oggetti è il fatto che sono oggetti che parlano, hanno una storia, e ci interrogano. Sono cioè piccoli pezzi di vita fossilizzata che non possono lasciarci indifferenti. “C’è qualcosa di molto eccitante in simili oggetti, aprono così tante strade differenti: divengono oggetti con un significato”. Joanna sta anche portando avanti un progetto fotografico a lungo termine che documenta i “gabinetti delle meraviglie” privati e le collezioni segrete più incredibili attraverso il globo (Private Cabinets Photo Series).

“Le persone sono veramente attratte dalle cose che creano un ponte fra la vita e la morte”, dice Evan Michelson, proprietaria di Obscura, Antiques and Oddities, un piccolo negozio nell’East Village di New York specializzato in oggetti macabri vittoriani. “Se la tua personalità ha anche solo un’ombra di malinconia, finisci per trovare conforto in cose che altre persone trovano tristi”. Evan ha anche notato che le femmine sembrano essere attratte da questo tipo di collezione in proporzione largamente maggiore dei maschi. La sua collezione personale vanta molti oggetti “malinconici”, elementi di scene del crimine, strumenti medici, stampe di malattie e lesioni incurabili, preparati in barattolo, animali siamesi. “Ho alcuni cuccioli di maiale fusi assieme che sono davvero tristi – aggiunge – sembra che stiano danzando”.

Michelson fa anche collezione di bare per infanti. “Ho a casa mia una delle più piccole bare commerciali mai realizzate. Reca l’iscrizione Soffrite bambini per arrivare a Me. Ha le sue piccole cerniere, e i sostegni per i portatori, come se fossero stati realmente necessari dei portatori”.

Altri ancora trovano in questi oggetti una fonte di ispirazione artistica. Roald Dahl, l’autore di tante favole moderne per bambini, dopo un intervento chirurgico aveva conservato la testa del suo stesso femore, così come alcuni pezzi della sua spina dorsale in un barattolo. Lo aiutavano a meditare, e a scrivere.

“C’è molto poco, a questo mondo, che sia solo bianco o nero”. Così si esprime J. Bazzel, direttore delle comunicazioni del celebre Mütter Museum di Philadelphia, e racconta che nella immensa collezione anatomica del museo trovano posto diversi esemplari di cuoio umano. “Sentiamo parlare di cuoio umano, e subito pensiamo ai Nazisti – ma c’era un periodo in cui rilegare in pelle umana un testo scientifico o medico era un segno di rispetto. Magari un paziente aveva aiutato a scoprire una nuova conoscenza, a capire qualcosa di documentato in quel testo, e utilizzare la sua pelle era un modo di commemorarlo, onorarlo, e tributargli rispetto”. Seguendo questo ragionamento, lo stesso Bazzel, 38 anni, ha donato parte del suo corpo al museo: le sue ossa del bacino, rimosse chirurgicamente anni or sono a causa di uno sfibramento osseo dovuto alla reazione ad un farmaco utilizzato contro l’AIDS, di cui è affetto. Le ha donate al museo per testimoniare e insegnare ai visitatori quanto complessa e devastante la cura di questa sindrome possa risultare. “C’è molto poco a questo mondo, che sia bianco o nero… La paura di una persona è la gioia di un’altra; l’incubo di uno è la realtà di un altro”.