Macchine viventi: gli automi fra natura e artificio

Articolo a cura di Laura Tradii
University of Oxford,
MSc History of Science, Medicine and Technology

In una delle Operette Morali meno conosciute, il grande Leopardi immagina una proposta di premi annunciata dalla fittizia Accademia dei Sillografi. Essendo il diciannovesimo secolo “l’età delle macchine”, e disperando di migliorare l’essere umano, l’Accademia premierà gli inventori di tre automi, descritti in un parossismo di amara ironia. Il primo dovrà essere una macchina capace di fare le parti di un amico fidato, che non parli alle spalle dell’amico assente, e che non scompaia nel momento del bisogno. La seconda macchina dovrà essere un “uomo artificiale a vapore” programmato per compiere atti virtuosi, mentre la terza sarà una donna fedele. Data la grande varietà di automi in circolazione, Leopardi afferma, tali opere non dovrebbero risultare difficili.

Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, gli automi (o automati, dal greco automaton, “che si muove da sé”) erano divenuti una vera mania in Europa, soprattutto nei circoli nobiliari. Già in tempi molto più antichi, automi idraulici venivano spesso installati nei giardini dei palazzi per divertire i visitatori. Jessica Riskin, autrice di vari scritti sugli automati e la loro storia, descrive i marchingegni che si trovavano nel castello francese di Hesdin nel quattordicesimo e quindicesimo secolo:

tre personaggi che sputano acqua e bagnano i passanti”; una “macchina per inzuppare le signore quando ci passano sopra”; un “meccanismo [engien] che, quando i suoi pomelli vengono toccati, colpisce in faccia quelli che vi si trovano sotto e li ricopre di bianco o nero [farina o polvere di carbone].1

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Nel quindicesimo secolo, sempre secondo Riskin, l’Abbazia di Boxley (Kent) esibiva un Gesù meccanico azionato tirando fili. Il Gesù borbottava, batteva le palpebre, muoveva mani e piedi, annuiva e poteva sia sorridere che divenire accigliato. In quest’epoca, il fatto che gli automati richiedessero l’intervento umano, anziché muoversi da soli come suggerito dall’etimologia, non era visto come un trucco, ma come “una necessità”, dato che ciò che contava era creare l’illusione del movimento.2

Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, invece, ingegneri e meccanici cercarono di creare automi che, una volta caricati, si muovessero per conto proprio. Questo cambiamento può essere contestualizzato in un’epoca in cui, a partire dal tardo settecento/inizio ottocento, le teorie meccanicistiche si erano andate diffondendo. Secondo tali teorie, la natura poteva essere concepita in termini fondamentalmente meccanici, come un grande marchingegno le cui dinamiche e processi non erano molto differenti da quelle di una macchina. Secondo Cartesio e altri, infatti, un’unica filosofia meccanica poteva spiegare le azioni sia degli esseri viventi che dei fenomeni naturali.3
Inventori ed ingegneri cercarono dunque di comprendere e replicare artificialmente i movimenti di animali ed esseri umani, e miriadi di automi fecero la loro comparsa in Europa.

L’anatra meccanica costruita da Vaucanson é un ottimo esempio di questo tentativo. Con questo automa, Vaucanson si proponeva di replicare il meccanismo della digestione: l’animale mangiava semi, li digeriva, e li defecava. In realtà, l’automa si limitava a simulare questi meccanismi, e le feci erano preparate in anticipo. Il cigno argentato costruito da John Joseph Merlin (1735-1803), invece, imitava con un realismo impressionante i movimenti dell’animale, che muoveva (e muove tutt’ora) il collo una disinvoltura sorprendente. Tramite sottili tubetti di vetro, Merlin riuscì addirittura a ricreare artificialmente i riflessi dell’acqua su cui il cigno sembrava fluttuare.

Il Suonatore di Flauto di Vaucanson, invece, suonava un flauto vero, soffiando aria nello strumento grazie a polmoni meccanici e muovendo le dita. All’inizio del Novecento, inoltre, un modellino con le sembianze di Napoleone venne esibito nel Regno Unito: il pupazzetto respirava, ed era coperto di un materiale che imitava la consistenza della pelle. La sua esibizione alla Dublin’s Royal Arcade veniva pubblicizzata così: una “splendida Opera d’Arte” che “produce una sorprendente imitazione della natura umana, nella sua Forma, Colore, e Consistenza, animata dall’atto della Respirazione, dalla Flessibilità degli Arti, dall’Elasticità della Pelle, tale da indurre a pensare che questa piacevole e meravigliosa Figura sia un essere vivente, pronto ad alzarsi e parlare“.4

Il tentativo di ricreare processi naturali artificialmente includeva altre funzioni oltre al movimento. Nel 1779, l’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo indisse un concorso per meccanizzare la più umana di tutte le facoltà, il linguaggio, premiando chi avesse costruito una macchina capace di pronunciare le vocali. Kempelen, l’inventore del famoso Giocatore di Scacchi, costruì nel 1791 una macchina che pronunciava 19 consonanti (almeno stando a quanto affermava Kempelen stesso).5

In virtù di questo tentativo di imitare, comprendere e ricreare meccanicamente il mondo naturale, gli automati si trovano al centro della tensione fra artificio e natura che da secoli anima il pensiero occidentale. Il tentativo di non solo manipolare, ma perfezionare l’ordine naturale, tipico della wunderkammer o del laboratorio alchemico, trova espressione nell’automato, ed è questa presunzione che Leopardi commenta con sarcasmo. Per Leopardi, come per alcuni suoi contemporanei, l’idea che l’essere umano possa migliorare ciò che la natura ha già creato perfetto è una nozione estremamente dannosa. La tradizionale narrativa di progresso, per cui uno stato più elevato di benessere può essere ottenuto attraverso la tecnologia, che separa l’essere umano dal crudele stato della natura, è ribaltata da Leopardi tramite la sua critica degli automi. Con il suo proverbiale ottimismo, Leopardi sostiene che tutto ciò che ci allontana dalla natura può solo causare sofferenza, e l’autore critica dunque l’idea che il miglioramento della condizione umana si possa ottenere tramite la meccanizzazione e modernizzazione.

A questa critica si aggiunge il timore che l’uomo divenga vittima della sua stessa creazione, un timore diffuso durante la Rivoluzione Industriale. Lo scrittore romantico Jean Paul (1763-1825), ad esempio, usa gli automati in una satira della società del tardo ottocento, immaginando un mondo distopico in cui le macchine vengono utilizzate per controllare i cittadini e per adempiere a ogni minima funzione: per masticare cibo, per fare musica, e perfino per pregare.6

Le metafore meccaniche diffuse nel settecento per descrivere il funzionamento dello stato, concepito come un macchinario composto da vari ingranaggi – o istituzioni, acquisiscono qui una connotazione distopica, divenendo la manifestazione di un ordine burocratico, meccanico, e dunque disumanizzante. È interessante constatare come osservazioni di questo tipo ricorrano oggi nei dibattiti sull’Intelligenza Artificiale, e come, citando Leopardi, si palesi un futuro in cui ”in successo di tempo gli uffici e gli usi delle macchine [verranno] a comprendere oltre le cose materiali, anche le spirituali”.

Un futuro molto più vicino di quanto pensiamo, dato che la tecnologia sta già modificando in direzioni inedite il nostro modo di vivere, la nostra concezione di noi stessi ed il nostro ruolo nell’ordine naturale.

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[1]  Jessica Riskin, Frolicsome Engines: The Long Prehistory of Artificial Intelligence.
[2]  Grafton, The Devil as Automaton: Giovanni Fontana and the Meanings of a Fifteenth-Century Machine, p.56.
[3]  Grafton, p.58.
[4]  Jennifer Walls, Captivating Respiration: the “Breathing Napoleon”.
[5]  John P. Cater, Electronically Speaking: Computer Speech Generation, Howard M. Sams & Co., 1983, pp. 72-74.
[6]  Jean Paul, 1789. Discusso in Sublime Dreams of Living Machines: the Automaton in the European Imagination di Minsoo Kang.

Archeologia misteriosa

OOPArts (Out of place artifacts) è l’acronimo che indica tutti quei manufatti la cui datazione risulta “impossibile” o anacronistica secondo la Storia dell’umanità così come viene accettata dalla comunità scientifica.

Normalmente, come sa bene chi ci segue, rifuggiamo dall’affrontare su queste pagine i “misteri da supermercato” come cerchi nel grano, alieni, fantasmi o profezie millenaristiche. Facciamo un’eccezione in questo caso, perché l’archeologia misteriosa è materia che non si rifà per forza e direttamente al paranormale, e pone invece domande e dubbi interessanti sulla nostra Storia, e su quanto conosciamo veramente di essa.

Secondo i sostenitori dell’esistenza di inspiegabili oggetti anacronistici, vi sarebbero alcuni indizi, ritrovati nei modi e nei posti più vari, che metterebbero in discussione la cronologia dell’evoluzione della specie umana accettata dalla storiografia ufficiale. Alcuni di questi dimostrerebbero ad esempio che gli uomini erano presenti contemporaneamente ai dinosauri: se questo fosse vero, andrebbe riscritta l’idea convenzionale che i primi ominidi siano apparsi sulla Terra 60 milioni di anni dopo l’estinzione dei grandi rettili. Altri proverebbero in maniera sconcertante che le civiltà antiche possedevano tecnologie avanzatissime. Ma quanto c’è di vero in tutto questo?

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Uno degli esempi di OOPArts più interessanti (e che, a rigore, non è nemmeno un OOPArt, come vedremo) è senza dubbio il meccanismo di Antikythera. Nel 1900 un manipolo di pescatori di spugne si era rifugiato su un isolotto roccioso a cavallo fra mare Ionio ed Egeo, a seguito di una tempesta; sul fondale intorno all’isola scoprirono il relitto di una nave, naufragata nel I secolo a.C., e che trasportava oggetti di grande valore. Fra i tesori recuperati dal relitto, anche una scoperta che spiazzò la comunità scientifica: una macchina, corrosa e incrostata dai millenni passati sott’acqua, costituita da ruote ed ingranaggi di notevole complessità. Si tratta del più antico calcolatore meccanico conosciuto al mondo: veniva utilizzato per determinare il calendario solare, le fasi lunari, le eclissi, gli equinozi, e perfino le date dei giochi olimpici. La particolarità davvero unica del meccanismo è che include un tipo di ingranaggio studiato per computare la differenza fra il movimento della ruota che seguiva la posizione del sole e quella relativa alla posizione della Luna nello zodiaco. Questo ingranaggio è quello che in meccanica oggi chiamiamo differenziale, e venne brevettato ufficialmente soltanto nel 1827. Come facevano i Greci del I Secolo a.C. a possedere una scienza ingegneristica così progredita?

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La risposta degli storici è che questo meccanismo, per quanto sorprendentemente raffinato, si iscrive alla perfezione nelle conoscenze del tempo e non ha nulla di anacronistico. Che i popoli dell’area mediterranea fossero tecnologicamente avanzati è ben documentato, e di macchine ed automi abbondano i resoconti sugli inventori del tempo. Il planetario di Archimede è l’esempio che per primo viene in mente, ma anche il geniale Erone aveva progettato meccanismi pneumatici, distributori automatici a moneta relativamente simili a quelli odierni, automi teatrali e via dicendo. Del resto il numero dei corpi celesti del sistema solare rappresentati sul meccanismo di Antikythera riflette le conoscenze del tempo, raffigurando esclusivamente i cinque pianeti visibili ad occhio nudo.

Ciò che questo artefatto antico prova realmente è una verità che spesso sottovalutiamo, e cioè che le tecnologie possono andare perdute. Il progresso non è una linea in continua ascesa, ma può conoscere alti, bassi e addirittura dei momenti di involuzione: se una scienza viene dimenticata, ci possono volere millenni perché qualcun altro inventi o scopra nuovamente ciò che le generazioni più antiche conoscevano già.

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Per quanto intrigante, nella maggior parte dei casi l’anacronismo degli OOPArts sta esclusivamente nella mente di chi vuole vedercelo ad ogni costo. Prendiamo ad esempio il famigerato martello di London, trovato nell’omonima cittadina del Texas nel 1936 all’interno di un blocco di arenaria. Secondo Carl E. Baugh, che acquistò il martello intorno al 1983, la roccia che lo inglobava sarebbe databile fra i 500 e i 300 milioni di anni. Baugh, creazionista convinto, esibisce l’utensile come prova di una tecnologia antecedente al Diluvio Universale. Peccato però che il proprietario non permetta che sul misterioso martello vengano svolte analisi approfondite, fatto quantomeno sospetto. Lo stesso Baugh, poi, è in possesso di un vaso in metallo che sarebbe stato ritrovato all’interno di un blocco di carbone vecchio di 300 milioni di anni. Anche per questo artefatto è stata applicata la stessa politica di riserbo e segretezza nei confronti degli scienziati che richiedono di esaminare il reperto.

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Il problema degli OOPArts ritrovati nella roccia, a cui Baugh non vuole dare credito, è che una spiegazione per questi “misteri” archeologici esiste già.

La coppa è in ghisa, e la tecnologia della ghisa cominciò nel XVIII secolo. Il suo design è molto simile ai vasi usati per contenere metalli fusi e può essere stato usato da un lattoniere, uno stagnino o una persona che forgiava proiettili… la coppa è stata probabilmente gettata da un operaio dentro una miniera di carbone oppure nel cantiere di superficie della miniera. La mineralizzazione è comune nel carbone e nei sedimenti attorno alle miniere di carbone perché l’acqua piovana reagisce con i minerali esposti, e produce soluzioni altamente mineralizzate. Carbone, sedimenti e rocce si cementano assieme nel giro di pochi anni. Può capitare facilmente che il vaso, cementato in una simile concrezione, sembri incastonato nel carbone.

(Mark Isaac, 2005, citato in questo articolo)

Anche il martello di London ha una forma simile a quelli utilizzati nelle miniere americane nel XIX secolo; ed è probabile, se vogliamo credere alle storie sul suo ritrovamento, che una soluzione di limo e sedimenti si siano solidificati attorno all’artefatto – proprio come altrove è successo anche per oggetti risalenti soltanto alla Seconda Guerra Mondiale.

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Ancora Baugh, assieme ad altri creazionisti, continua inoltre ad affermare che a Paluxy, Texas, esisterebbero delle serie di orme umane impresse nella pietra proprio di fianco ad orme di dinosauro. Ecco la prova che Dio ha creato tutto il mondo assieme, in una sola volta, come afferma la Bibbia, e che la teoria dell’evoluzione delle specie è smentita!
I paleontologi hanno però riconosciuto le presunte impronte “umane” come in realtà appartenenti anch’esse a dinosauri; il solco impresso dal metatarso della zampa del rettile sarebbe stato addolcito dall’infiltrazione di fango, alterando la forma dell’impronta e dandole un’apparenza vagamente simile ad un piede.

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C’è da dire che perfino la maggior parte dei creazionisti evita ormai di parlare di OOPArts, rendendosi conto della dubbia provenienza di questi indizi e temendo una “figuraccia” poco dignitosa, in caso di smentita. D’altronde è davvero lunga la lista dei falsi storici, e dei misteri pseudo-fanta-archeologici che la scienza ha archiviato come tranquillamente e convincentemente spiegati: dalle mappe, fra cui la celebre di Piri Reis, che mostrerebbero conoscenze geografiche impossibili per l’epoca, ai teschi di cristallo precolombiani, dal geode di Coso al papiro di Tulli che descrive avvistamenti di UFO nell’antico Egitto, dalle sfere metalliche di Klerksdorp alle pietre di Ica, che si scoprirono essere in realtà prodotte dagli abitanti del luogo per venderle agli archeologi; dall’elicottero e il carro armato incisi in bassorilievo nel tempio egiziano di Abydos, alla straordinaria città sommersa che negli anni ’60 venne scoperta negli abissi di Bimini, rinfocolando il mito di Atlantide… e che probabilmente tutto era fuorché una città.

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Certo, nello studio delle vicende umane rimangono molti enigmi e punti oscuri che gli storici, gli archeologi, i paleontologi e gli etnografi devono ancora dissipare: forse è naturale che il fascino esercitato dalle civiltà più remote e ormai scomparse catturi anche chi non è addetto ai lavori e, talora, spinga qualcuno a improvvisarsi “esperto” e a formulare bislacche teorie. Va riconosciuto che l’idea di un artefatto “fuori posto” o “fuori dal tempo”, che d’un solo colpo smentisca tutto ciò che sappiamo del passato, è un concetto estremamente poetico.
Ma, come dimostra il meccanismo di Antikythera, le sorprese che la Storia ci riserva non hanno forse bisogno di ulteriori colpi di scena, e sono spesso più che sufficienti a regalarci la più profonda meraviglia.

(Grazie, Sara!)

On the Midway

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Abbiamo spesso parlato dei sideshow e dei luna-park itineranti che si spostavano di città in città attraversando l’America e l’Europa, assieme ai circhi, all’inizio del secolo scorso. Ma cosa proponevano, oltre allo zucchero filato, al tiro al bersaglio, a qualche ruota panoramica e alle meraviglie umane?
In realtà l’offerta di intrattenimenti e di spettacoli all’interno di un sideshow era estremamente diversificata, e comprendeva alcuni show che sono via via scomparsi dal repertorio delle fiere itineranti. Questo articolo scorre brevemente alcune delle attrazioni più sorprendenti dei sideshow americani.

Step right up! Fatevi sotto signore e signori, preparate il biglietto, fatelo timbrare da Hank, il Nano più alto del mondo, ed entrate sulla midway!

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All’interno del luna-park, i vari stand e le attrazioni erano normalmente disposti a ferro di cavallo, lasciando un unico grande corridoio centrale in cui si aggirava liberamente il pubblico: la midway, appunto. Su questa “via di mezzo” si affacciavano i bally, le pedane da cui gli imbonitori attiravano l’attenzione con voce stentorea, ipnotica parlantina e indubbio carisma; talvolta si poteva avere una piccola anticipazione di ciò che c’era da aspettarsi, una volta entrati per un quarto di dollaro. Di fianco al signore che pubblicizzava il freakshow, ad esempio, poteva stare seduta la donna barbuta, come “assaggio” dello spettacolo vero e proprio.
A sentire l’imbonitore, ogni spettacolo era il più incredibile evento che occhio umano avesse mai veduto – per questo il termine ballyhoo rimane tutt’oggi nell’uso comune con il significato di pubblicità sensazionalistica ed ingannevole.

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Aggirandosi fra gli schiamazzi, la musica di calliope e i colori della midway, si poteva essere incuriositi dalle ultime “danze elettriche”: ballerine i cui abiti si illuminavano magicamente, emanando incredibili raggi di luce… il trucco stava nel fatto che l’abito della performer era completamente bianco, e un riflettore disegnava pattern e fantasie sul suo corpo, mentre danzava. Con l’arrivo dei primissimi proiettori cinematografici, l’idea divenne sempre più elaborata e spettacolare: nel 1899 George La Rose presentò il La Rose’s Electric Fountain Show, che era descritto come

una stupefacente combinazione di Arte, Bellezza e Scienza. Lo show è l’unico al mondo equipaggiato con un grande palco girevole che si alza dall’interno di una fontana. Nel turbinare dell’acqua stanno alcune selezionate artiste che si producono in gruppi statuari, danze illuminate, danze fotografiche e riproduzioni dal vivo dei più raffinati soggetti.

Lo show contava su effetti scenici, cinematografici e si chiudeva con l’eruzione del vulcano Pelée.

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L’affascinante e tenebroso esotismo delle tribù “primitive” non passava mai di moda. Ecco quindi i Musei delle Mummie (in realtà minuscoli spazi ricavati all’interno di un carrozzone) che proponevano le tsantsa, teste rimpicciolite degli indios Jivaro, e stravaganze mummificate sempre più fantasiose. Si trattava, ovviamente, di sideshow gaff, ovvero di reperti falsificati ad arte (ne abbiamo parlato in questo articolo) da modellatori e scultori piuttosto abili.

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Uno dei migliori in questo campo era certamente William Nelson, proprietario della Nelson Supply House con cui vendeva ai circhi “curiosità mummificate”. Fra le finte mummie offerte a inizio secolo da Nelson, c’erano il leggendario gigante della Patagonia a due teste, King Mac-A-Dula; King Jack-a-Loo-Pa, che secondo la descrizione avrebbe avuto una testa, tre volti, tre mani, tre braccia, tre dita, tre gambe, tre piedi e tre dita dei piedi; il fantastico Poly-Moo-Zuke, creatura a sei gambe; il Grande Cavalluccio Marino, ricavato a partire da un vero teschio di cavallo, la cui coda si divideva in due lunghe pinne munite di zoccoli; mummie egiziane di vario tipo, come ad esempio Labow, il “Doppio Ragazzo Egiziano con Sorella che gli Cresce sul Petto”.

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Più avanti la cartapesta verrà soppiantata dalla gomma, con cui si creeranno i finti feti deformi sotto liquido, e dalla cera: nel decennio successivo alla Seconda Guerra, famose attrazioni includevano il cervello di Hitler sotto formalina, e riproduzioni del cadavere del Führer.

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Altri classici spettacoli erano le esibizioni di torture. Pubblicizzati dai banner con toni grandguignoleschi, erano in realtà delle ricostruzioni con rozzi manichini che lasciavano sempre un po’ l’amaro in bocca, rispetto alle raffinate crudeltà annunciate. Ma con il tempo anche i walk-through show ampliarono l’offerta, anche sulla scia dei vari successi del cinema noir: ecco quindi che si poteva esplorare i torbidi scenari della prostituzione, delle gambling house in cui loschi figuri giocavano d’azzardo, scene di droga ambientate nelle Chinatown delle grandi città americane, dove mangiatori d’oppio stavano accasciati sulle squallide brandine.

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La curiosità per il fosco mondo della malavita stava anche alla base delle attrazioni che promettevano di mostrare straordinari reperti dalle scene del crimine: la gente pagava volentieri la moneta d’entrata per poter ammirare l’automobile in cui vennero uccisi Bonnie e Clyde, su cui erano visibili i fori di proiettile causati dallo scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Peccato che quasi ogni sideshow avesse la sua “autentica” macchina di Bonnie e Clyde, così come circolavano decine di Cadillac che sarebbero appartenute ad Al Capone o ad altri famigerati gangster. Anzi, crivellare di colpi una macchina e tentare di venderla al circo poteva rivelarsi un buon affare, come dimostrano le inserzioni dell’epoca.

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Nulla, però, fermava le folle come il frastuono delle moto che giravano a tutto gas nel motodromo.
Evoluzione di quelli progettati per le biciclette, già in circolazione dalla metà dell’800, i motodromi con pareti inclinate lasciarono il posto a loro volta ai silodrome, detti anche Wall of Death, con pareti verticali. Assistere a questi spettacoli, dal bordo del “pozzo”, era una vera e propria esperienza adrenalinica, che attaccava tutti i sensi contemporaneamente con l’odore della benzina, il rumore dei motori, le motociclette che sfrecciavano a pochi centimetri dal pubblico e gli scossoni dell’intera struttura in legno, vibrante sotto la potenza di questi temerari centauri. Con lo sviluppo della tecnologia, anche le auto da corsa avranno i loro spettacoli in autodromi verticali; e, per aggiungere un po’ di pepe al tutto, si cominceranno a inserire stunt ancora più impressionanti, come ad esempio l’inseguimento dei leoni (lion chase) che, in alcune varianti, vengono addirittura fatti salire a bordo delle auto che sfrecciano in tondo (lion race).

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Ogni sideshow aveva i suoi live act con artisti eclettici: mangiaspade, giocolieri, buttafuoco, fachiri, lanciatori di coltelli, trampolieri, uomini forzuti e stuntman di grande originalità. Ma l’idea davvero affascinante, in retrospettiva, è l’evidente consapevolezza che qualsiasi cosa potesse costituire uno spettacolo, se ben pubblicizzato: dalla ricostruzione dell’Ultima Cena si Gesù, ai primi “polmoni d’acciaio” di cui si faceva un gran parlare, dai domatori di leoni alle gare di scimmie nelle loro minuscole macchinine.

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Certo, il principio di Barnum – “ogni minuto nasce un nuovo allocco” – era sempre valido, e una buona parte di questi show possono essere visti oggi come ingannevoli trappole mangiasoldi, studiate appositamente per il pubblico rurale e poco istruito. Eppure si può intuire che, al di là del business, il fulcro su cui faceva leva il sideshow era la più ingenua e pura meraviglia.

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Molti lo ricordano ancora: l’arrivo dei carrozzoni del circo, con la musica, le luci colorate e la promessa di visioni incredibili e magiche, per la popolazione dei piccoli villaggi era un vero e proprio evento, l’irruzione del fantastico nella quotidiana routine della fatica. E allora sì, anche se qualche dime era speso a vanvera, a fine serata si tornava a casa consci che quelle quattro mura non erano tutto: il circo regalava la sensazione di vivere in un mondo diverso. Un mondo esotico, sconosciuto, popolato da persone stravaganti e pittoresche. Un mondo in cui poteva accadere l’impossibile.

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[Gran parte delle immagini è tratta da A. W. Stencell, Seeing Is Believing: America’s Sideshows]

Il Messia Meccanico

Le mie idee religiose si limitano a questa assurda convinzione:
che Dio abbia creato l’uomo, e viceversa.
(André Glucksmann)

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Massachussetts, 1853. High Rock era una collinetta rocciosa alta 52 metri da cui si poteva godere di un bel panorama: ai suoi piedi si stendeva l’industriosa cittadina di Lynn, Massachussetts, piuttosto famosa all’epoca per la produzione di calzature e come tranquillo luogo di villeggiatura. Proprio qui, all’inizio di ottobre, un gruppo di uomini si riunì per dare inizio ad  un progetto, lungo e particolarmente delicato, che avrebbe rivoluzionato il mondo. Lo scopo della loro missione era di portare un Nuovo Messia sulla Terra. Ma non l’avrebbero pregato né invocato: l’avrebbero costruito.

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La loro guida nell’incredibile impresa era John Murray Spear, un uomo gentile, anticonvenzionale ed eccentrico. Un tempo ministro della Chiesa Universalista (che predicava la salvezza finale di tutti gli uomini, senza esclusione), si era già fatto notare per alcune prese di posizione poco ortodosse: nei suoi sermoni, infatti, parlava di diritti delle donne, di liberazione degli schiavi, di uguaglianza fra razze, di abolizione della pena di morte. Tutte opinioni poco condivise dalla folla, che nel 1844 a Portland, Maine, lo pestò a sangue a causa di un suo discorso contro lo schiavismo. Dalle prigioni, in cui portava conforto ai detenuti, alle iniziative clandestine per far passare in Canada gli schiavi fuggitivi, la vita di Spear era tutta dedicata a combattere quelle che avvertiva come ingiustizie.

Ma, nella sua battaglia contro i pregiudizi del tempo, anche Spear sentiva di aver bisogno di certezze. Fu così che egli si lasciò affascinare dalla nuova moda che stava esplodendo proprio in quel periodo: lo spiritismo. Nel 1851 lasciò la Chiesa Universalista, e divenne un medium.
Il suo scopo non era mutato. Cercava ancora di aiutare gli indifesi, e portare sollievo ai sofferenti, però questa volta non era solo: gli spiriti lo guidavano durante le sessioni di trance, ed egli viaggiava di villaggio in villaggio, “curando” gli ammalati secondo le prescrizioni che gli arrivavano dall’aldilà. I defunti che lo consigliavano non erano certo i primi venuti: si trattava nientemeno che di Emanuel Swedenborg, e soprattutto Benjamin Franklin. Spear dava pubbliche dimostrazioni dei suoi poteri medianici entrando in trance e lasciando che gli spiriti parlassero, attraverso la sua bocca, di temi che (guarda caso) lo avevano sempre interessato – politica, salute, uguaglianza. I suoi nuovi sermoni, nonostante fossero ora ammantati della veste spiritista, poco sorprendentemente ricevettero la stessa accoglienza dei primi. Il pubblico era convinto che fosse Spear a parlare, e non le anime dei famosi defunti, e la carriera del medium faticava a decollare.

In effetti, a una prima occhiata Spear potrebbe sembrare il classico ciarlatano; ma tutti coloro che lo conobbero non misero mai in dubbio la sua fede sincera nella scrittura automatica, nella trance medianica e nelle voci autorevoli che guidavano le sue azioni. Fatto sta che nel 1853 a Rochester, New York, le cose cambiarono. Spear cominciò a ricevere da un gruppo di spiriti, come al solito capitanati dal buon vecchio Ben Franklin, una serie di comunicazioni che gli svelarono quale fosse la sua vera missione.

Tramite la scrittura automatica, gli spiriti lo proclamarono rappresentante terrestre della “Banda degli Elettrizzatori”, una cerchia di anime di ampie vedute scientifiche. Nell’aldilà, infatti, esisteva un’Associazione di Beneficienza che contava nelle sue file – oltre agli Elettrizzatori – anche i Salutizzatori, gli Educatizzatori, gli Agricolturizzatori, gli Elementizzatori, i Governatizzatori; ogni gruppo avrebbe scelto il suo rappresentante nel mondo dei vivi, per far progredire e rendere finalmente divina e perfetta la società umana.

Gli Elettrizzatori cominciarono a rivelare al medium i loro piani per il futuro dell’umanità.  La commissione di fantasmi gli indicò come lanciare messaggi al mondo degli spiriti tramite una sorta di armatura ricoperta di batterie di rame e zinco: grazie a questo strumento di avanzatissima tecnologia, Spear riceveva consigli che spaziavano dalla progettazione urbanistica di vaste città circolari alla costruzione di macchine da cucire perfezionate, dai metodi per eliminare il terribile sintomo dei “peli che si rizzano sul collo” (molto nocivo, a detta degli spiriti, per la memoria) al brevetto di una barca elettrica, fino al fantascientifico programma per stabilire una rete telepatica intercontinentale.

Ma il primo, e il più importante compito, che gli Elettrizzatori affidarono al fervente spiritista era la costruzione di un Nuovo Messia, “l’ultimo dono del Cielo agli uomini”, che avrebbe infuso nuova vitalità in tutte le creature, animate e inanimate, della Terra.

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Fu così che, nell’ottobre del 1853 ad High Rock, in un capanno per gli attrezzi presso il cottage della famiglia Hutchinson (anch’essi appassionati di spiritismo), cominciò la fabbricazione dell’automa messianico. Oltre a Spear e ad alcuni suoi fedelissimi, il gruppo di costruttori includeva anche due editori di testate spiritiste e una misteriosa donna chiamata “la Maria della Nuova Legge Divina”, che secondo alcune versioni sarebbe stata, più prosaicamente, la signora Spear.

Gli Elettrizzatori inviavano a Spear ogni giorno una nuova parte di precise e dettagliate istruzioni sui materiali da usare, sulla forma che i diversi ingranaggi avrebbero dovuto avere, e su come montarli. Il gruppo lavorava alla cieca, perché non c’era un piano completo: si procedeva pezzo per pezzo alla costruzione e all’assemblaggio, “come si decora un albero di Natale”. Il fatto che Spear non avesse la benché minima preparazione scientifica o tecnica era la garanzia che i progetti degli Elettrizzatori non sarebbero stati alterati da interpretazioni fallaci – o dalla logica.

Dopo una gestazione di nove mesi, la Nuova Forza Motrice era completata e pronta per essere “vivificata”. Putroppo nessuna immagine di questo Messia elettrico è giunta fino a noi, ma si trattava certamente di una macchina impressionante, seppure bislacca:

Dal centro del tavolo si alzavano due pali metallici collegati in alto da una sbarra rotante in acciaio. La sbarra sosteneva un braccio trasversale alle cui estremità erano sospese due grosse sfere d’acciaio con dei magneti al loro interno. Sotto alle sfere appariva […] una curiosa costruzione, una specie di piattaforma ovale formata da una combinazione peculiare di magneti e metalli. Direttamente sopra a questo erano sospese alternativamente un certo numero di placche di zinco e rame, che fungevano come riserva elettrica per il cervello. Erano equipaggiate con conduttori metallici, o attrattori, che dovevano raggiungere un alto strato dell’atmosfera per ricavarne direttamente l’energia. In combinazione con queste parti principali erano assemblate varie sbarre di metallo, placche, cavi, magneti, sostanze isolanti, strani composti chimici, ecc. In alcuni punti lungo la circonferenza di queste strutture, e connesse con il centro, erano appese piccole palle d’acciaio che racchiudevano magneti. Due connessioni metalliche finivano dentro il terreno, una positiva e una negativa, corrispondenti agli arti inferiori, destro e sinistro, del corpo.

La Nuova Maria, dopo aver annunciato di essere incinta, giacque accanto alla macchina per due ore in preda alle doglie, mentre Spear, rinchiuso in un elaborato pastrano rigido costellato di gemme grezze e strisce metalliche, entrava in stato di trance profonda e creava un legame psichico “ombelicale” con l’automa. Quando il “parto” giunse al termine, Maria si alzò, impose le mani sull’automa, e il Nuovo Messia… si mosse!

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O, perlomeno, questo fu quello che vide Spear. Gli altri astanti, a dir la verità, rimasero un po’ meno impressionati: ci fu chi disse di aver notato soltanto un leggerissimo movimento nelle sfere sospese; chi raccontò di non aver visto proprio un bel nulla.
Spear annunciò alla stampa con toni entusiastici “la Nuova Forza Motrice, il Salvatore Fisico, l’Ultimo Dono del Cielo all’Uomo, la Nuova Creazione, la Grande Rivelazione Spirituale dell’Era, la Pietra Filosofale, Arte di ogni Arte, Scienza di ogni Scienza, il Nuovo Messia” – e riuscì a fare in modo che qualche testata titolasse “LA COSA SI MUOVE!”.
Peccato però che già le prime lettere ai giornali facessero notare che questo straordinario Messia non era in grado nemmeno di girare un macinino per il caffè.
Un giornalista analizzò attentamente l’intero progetto e, concedendo il beneficio del dubbio al simpatico Spear, che certamente aveva operato in buona fede, concluse che forse gli spiriti si erano presi gioco di lui. Anche se non si muoveva, concluse, il Nuovo Messia era comunque un’opera di eccellente e ammirevole artigianato.

Gli Elettrizzatori, vista la mala parata, consigliarono a Spear che forse un cambio d’aria avrebbe giovato al Messia. L’automa venne spostato a Randolph, New York, dove sarebbe riuscito a nutrirsi grazie a una “posizione elettrica migliore”. Ancora una volta, un consiglio poco preveggente: una volta a Randolph, il Messia venne alloggiato temporaneamente in un fienile; ma, nella migliore tradizione frankensteiniana, una folla inferocita fece irruzione nel rifugio e distrusse completamente il macchinario, spargendo ovunque i suoi pezzi. Alla violenta aggressione non sopravvisse nemmeno un ingranaggio.

Questa è la versione narrata dallo stesso Spear al Lynn News del 27 ottobre 1854: in realtà gli storici che hanno indagato sul caso non hanno trovato alcuna fonte che corrobori la sua dichiarazione – nessun articolo che parli della distruzione di un automa, di un’orda furibonda, nessun accenno all’accaduto nemmeno nelle lettere o nei diari privati dell’epoca. Il Messia, dunque, potrebbe essere stato – molto meno romanticamente – smontato e gettato via dopo il clamoroso insuccesso.

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Sia che abbia assistito impotente alla Passione del suo meccanismo divino, sia che abbia inventato di sana pianta l’intera leggenda della folla vendicativa, Spear comunque abbandonò ogni progetto di ingegneria redentrice. Tornò a predicare le riforme sociali che gli stavano a cuore, a combattere per i diritti delle donne, continuando contemporaneamente a tenere sedute spiritiche. Fino a quando, nel 1887, non passò egli stesso dall’altra parte dell’invisibile soglia che ci separa dal mondo ultraterreno.

Il sarto volante

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Fra tutti i sogni umani, quello del volo è stato per millenni il più grandioso e irraggiungibile. E affinché riuscissimo a staccarci dal suolo, e librarci al di sopra della terra a cui sembravamo condannati, sono stati necessari incalcolabili sacrifici, innumerevoli vite perdute nel tentativo testardo di liberarsi dalla forza di gravità. Questi individui coraggiosi e spavaldi, entusiasticamente proiettati verso il futuro, sperimentarono per primi macchine volanti non perfezionate, spesso con risultati catastrofici: uomini pronti a rischiare la pelle perché la posta in gioco travalicava i confini della loro singola esistenza. L’attrattiva di “scrivere la storia”, di cambiare l’uomo e allargare l’orizzonte delle sue possibilità è il motore stesso dell’esistenza, per gli appartenenti alla stirpe di Icaro.

Allo stesso tempo, c’era chi si industriava per rendere questi tentativi di volo più sicuri, progettando i primi sistemi di salvataggio. Nel 1910, a sette anni dal primo volo dei fratelli Wright, i pionieri ai comandi dei velivoli a motore rischiavano ancora grosso. In caso di incidente, non esisteva nessun tipo di paracadute perfettamente funzionante: era morte pressoché sicura.

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Certo, l’idea esisteva già dalla fine del XVIII secolo, da quando Louis-Sébastien Lenormand (fisico e inventore) si era gettato con successo dalla torre dell’osservatorio di Montpellier utilizzando una specie di ombrellone costituito da un telaio in legno su cui era tesa della stoffa. Nel 1907 Charles Broadwick, esperto pilota di mongolfiere, mise a punto un prototipo del paracadute come lo conosciamo oggi: ripiegato in uno zaino, con tanto di corda statica per la sua apertura. Il 18 febbraio 1911, dalla Torre Eiffel venne lanciato un manichino che, grazie al paracadute di Broadwick, atterrò senza problemi.

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E qui entra in scena Franz Reichelt, il nostro eroe, viennese trapiantato in Francia. Reichelt non era né uno scienziato, né un provetto aviatore: era un semplice sarto. La sua boutique di abiti femminili al numero 8 di Rue Gaillon era piuttosto popolare fra le signore austriache che visitavano Parigi, ma a partire dal luglio del 1910 giacche e vestiti avevano lasciato il posto a un’altra, ben più nobile ossessione. Reichelt aveva deciso di iscrivere il suo nome negli annali del volo, sviluppando una tuta-paracadute, cioè un vestito che avrebbe contenuto già al suo interno il sistema di salvataggio.

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I primi tentativi furono incoraggianti: Reichelt gettò ripetutamente dal suo balcone al quinto piano dei manichini che indossavano la sua tuta, ed ecco che, spiegando le ali, atterravano dolcemente al suolo. Ma quando fu il momento di convertire questo prototipo in una versione praticabile per l’uomo, il sarto incontrò diverse difficoltà. La tuta pesava ben 70 chili: forse proprio a causa di questo peso eccessivo, l’Aéro-Club di Francia giudicò la vela (cioè la calotta frenante) non abbastanza resistente, e si rifiutò di testare il suo progetto. I tecnici che lo valutarono provarono anche a dissuadere Reichelt dal proseguire le sue ricerche, ma il sarto non voleva sentire ragione.

Il 1911 fu un anno denso di frustrazioni: nonostante Reichelt continuasse a modificare il design della sua tuta, i manichini su cui conduceva i suoi lanci di prova finivano invariabilmente per fracassarsi al suolo. In un paio di occasioni il sarto provò in prima persona il suo paracadute, saltando da un’altezza di 8-10 metri: la prima volta lo salvò un covone di fieno, la seconda si ruppe una gamba.

La tuta, dopo costanti perfezionamenti, pesava ora 25 chili e la vela era stata ampliata da 6 m² a 12 m². Perché diamine, allora, continuava a non funzionare? Per Reichelt, le sue abilità di designer non erano in discussione: l’insuccesso doveva – per forza – essere imputabile alla scarsa altezza da cui erano stati eseguiti i test. A suo dire, cadendo da soli 10 metri, il vestito non aveva nemmeno il tempo di prendere contatto con l’aria; ci voleva un salto molto più vertiginoso.
A forza di solleciti e domande ufficiali, Reichelt riuscì infine ad ottenere l’autorizzazione di sperimentare il suo paracadute lanciando un manichino dalla prima piattaforma della Torre Eiffel. Ma il suo piano segreto era ben più spettacolare.

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Nonostante l’esaltato e pomposo annuncio che Reichelt aveva fatto alla stampa qualche giorno prima, la mattina del 4 febbraio 1912 soltanto una trentina di persone si presentarono all’appuntamento. Di fronte a qualche personalità dell’aeronautica interessata alle questioni della sicurezza e agli scarsi giornalisti radunati sotto la Torre, Reichelt scese dalla macchina impettito, con addosso la sua tuta. La mostrò orgoglioso agli astanti: ormai era arrivato a diminuirne il peso fino a 9 chilogrammi, e l’apertura della vela era di ben 30 m². Tutti pensarono che l’inventore indossasse la sua creazione soltanto per illustrarne al meglio le caratteristiche; si accorsero però ben presto che Reichelt non aveva alcuna intenzione di utilizzare dei manichini, ma che voleva saltare lui stesso dalla piattaforma. Riporterà il quotidiano Le Gaulois: “Ci si stupì un po’ di non vedere il manichino annunciato […]. D’altronde, in materia di aviazione, non si è forse abituati a tutte le prodezze, a tutte le sorprese?”

Gli amici presenti cercarono di dissuaderlo, ma senza alcuna fortuna. “Voglio tentare io stesso l’esperimento, senza trucchi, per provare il valore della mia invenzione”, ripeteva. Di fronte alle pressanti obiezioni tecniche di un aeronauta esperto di sicurezza, Reichelt tagliò corto sorridendo: “Vedrete come i miei 62 chili e il mio paracadute daranno alle vostre critiche la più decisa delle smentite”. La fede dell’austriaco nella sua creazione era totale, incrollabile: con calma assoluta e buon umore, diede ordine affinché venisse delimitata e barricata, fra i quattro pilastri della torre, una zona sufficiente al suo atterraggio. Infine salì le scale fino alla piattaforma. Fotografi e operatori erano pronti a immortalare l’impresa eroica.

Alle 8:22 Reichelt montò su uno sgabello posto in cima ad un tavolo del ristorante; controllò l’equipaggiamento, lanciò in aria un pezzetto di carta per misurare la forza del vento. Fu preda allora di un inaspettato momento di esitazione. Rimase apparentemente indeciso per una quarantina di secondi: a cosa stava pensando?
Infine, con un ultimo sorriso, mise un piede sul parapetto e si gettò nel vuoto, a 57 metri dal suolo.

Il paracadute si attorcigliò immediatamente attorno al suo corpo, mentre precipitava, e la sua caduta libera durò una manciata di secondi. Reichelt si schiantò sul lastricato ghiacciato. Questa la descrizione del Figaro:

L’urto fu terribile; un colpo sordo, di una brutalità furiosa. All’impatto, il corpo rimbalzò e ricadde.
Ci si precipitò a soccorrerlo. La fronte insanguinata, gli occhi aperti, dilatati dal terrore, le membra spezzate. François Reichelt non dava più segni di vita.
Qualcuno si sporse, cercò di sentire il cuore. Era fermo.
Il temerario inventore era morto.
Allora la vittima, frantumata e disarticolata, venne sollevata; fu caricata su un autotaxi e il povero corpo fu trasportato a Laënnec.

La tragedia venne filmata da alcune cineprese. Ecco le immagini originali.

Oltre al danno, però, per Reichelt rimaneva ancora la beffa, ancorché postuma.
A sua insaputa, infatti, qualche mese prima era già andato a buon fine, oltreoceano, un salto da un aereo statunitense con paracadute senza telaio fisso; come non bastasse, in Russia Gleb Kotelnikov si era da poco assicurato il brevetto per il suo paracadute richiudibile, e il mese successivo l’avrebbe ottenuto anche per la Francia.

Mentre precipitava verso il selciato, il “sarto volante” non poteva sapere che la sua invenzione era già stata superata; dunque, se non altro, perì nella convinzione di aver tentato un’impresa inaudita.

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E qui esce di scena Franz Reichelt, il nostro eroe, un po’ folle ma impavido e temerario – o almeno così sarebbe stato ricordato, se soltanto il suo congegno avesse funzionato. Il lancio di Reichelt produsse, all’impatto, un avvallamento di 15 centimetri d’altezza nell’asfalto; non lasciò purtroppo alcun segno nella storia dell’aviazione.

La biblioteca delle meraviglie – XI

AnatomieHugh Aldersey-Williams

ANATOMIE – Storia culturale del corpo umano

(2013, Rizzoli)

Restiamo sempre sorpresi quando leggiamo che, per gli antichi, la sede delle emozioni non era il cuore o il cervello, ma il fegato. Ci coglie infatti il sospetto che il modo in cui guardiamo al nostro stesso corpo sia influenzato dalla cultura in cui siamo cresciuti. Ma la profondità e la portata di questa verità ci sfugge quotidianamente.

L’aspetto più stupefacente, leggendo questa densa ma appassionante “storia culturale del corpo umano”, è scoprire di pagina in pagina quante cose diamo per scontate: dal valore imprescindibile che assegniamo alla testa, all’importanza del nostro naso, all’ignoranza pressoché totale sui nostri organi interni, “esoterici” e in un certo senso inquietanti, l’autore ci conduce attraverso un percorso che si snoda dall’antichità ad oggi, fra difficili scoperte, clamorose smentite ed errori stupefacenti.

I primi anatomisti si scoprirono “esploratori” di una sconosciuta geografia interna, fino ad allora nascosta, e cominciarono a dare il proprio nome ad organi, appendici, insenature e “isole” proprio come i conquistatori di un Nuovo Mondo. Ma questa ricognizione non è ancora finita, e il libro di Aldersey-Williams svela con stile preciso e piacevole come non soltanto la scienza ma anche le belle arti, la letteratura e perfino il linguaggio facciano della forma umana un oggetto complesso, sfaccettato, che partendo dalle proporzioni ideali di Leonardo Da Vinci cerca oggi una perfezione ancora maggiore, un affrancamento dalla vecchiaia e dalla morte le cui suggestioni ricordano il mito di Frankenstein. Una storia variegata, che dalla lezione di Tulp di Rembrandt alle sopracciglia di Mona Lisa, dagli esperimenti di Mengele ai moderni impianti biomeccanici ci racconta quanto mutevole, ibrido ed essenzialmente indefinibile sia questo corpo che abitiamo.

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Fritz Kahn

FRITZ KAHN

(2013, Taschen)

Sempre nell’ambito delle scienze anatomiche, è interessante considerare come la scienza odierna utilizzi dei modelli tecnologici per rapportarsi alle varie parti del corpo: il cuore come pompa meccanica, il cervello come computer, il sistema osteo-muscolare come perfetta macchina in movimento, e via dicendo. Questo tipo di metafore sono state spesso criticate come fuorvianti, soprattutto dai fautori di una visione più olistica della medicina, ma accostare il meccanico e l’organico ha sicuramente il pregio di spiegare in maniera chiara il funzionamento di un determinato sistema, anche ai non addetti ai lavori.

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Lo aveva compreso perfettamente Fritz Kahn, classe 1888, ginecologo, scrittore, artista, che a partire dagli anni ’20 si dedicò alla divulgazione scientifica in maniera completamente inedita ed originale. Cosciente dell’importanza delle immagini nell’educazione, Kahn si prefissò il compito di rendere finalmente visibili e comprensibili i processi fisiologici creando delle analogie con qualcosa di familiare: i processi industriali. Ecco allora che nella sua illustrazione più celebre, L’uomo come palazzo industriale, il corpo è rappresentato come una serie di luoghi di lavoro moderni, organizzati in catene di montaggio, pannelli di controllo, circuiti, macchinari. Nel tempo Kahn affinerà queste metafore architettoniche e industriali, con una capacità e una fantasia per l’accostamento analogico che ha dell’incredibile.

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Ad ogni pagina di questo sontuoso volume che ripercorre l’intera carriera di Kahn, ci si trova di fronte a nuove invenzioni iconografiche, trovate surrealiste, connessioni improbabili, sempre però concepite con spirito divulgativo, per ridurre la complessità e rendere i processi vitali accessibili al pubblico più vasto.

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Oggi che siamo abituati all’infografica, nei testi scolastici come nelle riviste scientifiche, nei manuali di istruzioni come nei giornali, possiamo comprendere ancora meglio l’importanza di questo pioniere dalla fantasia sfrenata, spinto da una incontenibile voglia di condividere con tutti le meraviglie dell’anatomia umana.

Il Turco

Nel 1770, alla corte di Maria Teresa d’Austria, fece la sua prima sconcertante apparizione il Turco.

Vestito come uno stregone mediorientale, con tanto di vistoso turbante, il Turco sedeva ad un grosso tavolo di fronte a una scacchiera, e fumava una lunghissima pipa tradizionale; da sopra la barba nerissima, i suoi occhi grigi, ancorché vuoti e privi d’espressione, sembravano osservare tutto e tutti.  Il Turco era in attesa del coraggioso giocatore che avrebbe osato sfidarlo a scacchi.

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Ciò che davvero impressionò tutti i presenti era che il Turco non era un uomo in carne ed ossa: era un automa. Il suo inventore, Wolfgang von Kempelen, lo aveva creato proprio per compiacere la Regina, con la quale si era vantato l’anno prima di essere in grado di costruire la macchina più spettacolare del mondo. Prima che cominciasse la partita a scacchi, Kempelen aprì le ante dell’enorme scatola sulla quale poggiava la scacchiera, e gli spettatori poterono vedere una intricatissima serie di meccanismi, ruote dentate e strane strutture ad orologeria – non c’era nessun trucco, si poteva vedere da una parte all’altra della struttura, quando Kempelen apriva anche le porte sul retro. Un’altra sezione della macchina era invece quasi vuota, a parte una serie di tubi d’ottone. Quando il Turco era messo in moto, si sentiva chiaramente il ritmico sferragliare dei suoi ingranaggi interni, simile al ticchettio che avrebbe prodotto un enorme orologio.

Il primo volontario si fece avanti e Kempelen lo informò che il Turco doveva avere sempre le pedine bianche, e muovere invariabilmente per primo. A parte questa “concessione”, si scoprì ben presto che il Turco non soltanto era un ottimo giocatore di scacchi, ma aveva anche un certo caratterino. Se un avversario tentava una mossa non valida, il Turco scuoteva la testa, rimetteva la pedina al suo posto e si arrogava il diritto di muovere; se il giocatore ci riprovava una seconda volta, l’automa gettava via la pedina.

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Alla sua presentazione ufficiale a corte, il Turco sbaragliò facilmente qualsiasi avversario. Per Kempelen sarebbe anche potuta finire lì, con il bel successo del suo spettacolo. Ma il suo automa divenne di colpo l’argomento di conversazione preferito in tutta Europa: intellettuali, nobili e curiosi volevano confrontarsi con questa incredibile macchina in grado di pensare, altri sospettavano un trucco, e alcuni temevano si trattasse di magia nera (pochi per la verità, era pur sempre l’epoca dei Lumi). Nonostante volesse dedicarsi a nuove invenzioni, di fronte all’ordine dell’Imperatore Giuseppe II, Kempelen fu costretto controvoglia a rimontare il suo automa e ad esibirsi nuovamente a corte; il successo fu ancora più clamoroso, e all’inventore venne suggerito (o, per meglio dire, imposto) di iniziare un tour europeo.

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Nel 1783 il Turco viaggiò fra spettacoli pubblici e privati, presso le principali corti europee e nei saloni nobiliari, perdendo alcune partite ma vincendone la maggior parte. A Parigi il più grande scacchista del tempo, François-André Danican Philidor, vinse contro il Turco ma confessò che quella era stata la partita più faticosa della sua carriera. Dopo Parigi vennero Londra, Leipzig, Dresda, Amsterdam, Vienna. A poco a poco si spense il clamore della novità, e il Turco rimase smantellato per una ventina d’anni: nessuno aveva ancora scoperto il suo segreto. Quando Kempelen morì nel 1804, suo figlio decise di vendere il macchinario a Johann Nepomuk Mälzel, un appassionato collezionista di automi. Mälzel decise che avrebbe dato nuova vita al Turco, perfezionandolo e rendendolo ancora più spettacolare. Aggiunse alcune parti, modificò alcuni dettagli, e infine installò una scatola parlante che permetteva alla macchina di pronunciare la parola “échec!” quando metteva sotto scacco l’avversario.

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Perfino Napoleone Bonaparte volle giocare contro il Turco. Si racconta che l’Imperatore provò una mossa illecita per ben tre volte; le prime due volte l’automa scosse il capo e rimise la pedina al suo posto, ma la terza volta perse le staffe e con un braccio – evidentemente incurante di chi aveva di fronte! – il Turco spazzò via tutti pezzi dalla scacchiera. Napoleone rimase estremamente divertito dal gesto insolente, e giocò in seguito alcune partite più “serie”.

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Nel 1826 Mälzel portò il Turco in America, dove la sua popolarità non smise di crescere su tutta la costa orientale degli States, da New York a Boston a Philadelphia; Edgar Allan Poe scrisse un famoso trattato sull’automa (anche se non azzeccò affatto il suo segreto), e numerosi “cloni” ed imitazioni del Turco cominciarono ad apparire – ma nessuno ebbe il successo dell’originale.

Ma ogni cosa fa il suo tempo. Nel 1838 Mälzel morì, e il Turco, inizialmente messo all’asta, finì relegato in un angolo del Peale Museum di Baltimora. Nel 1854 un incendio raggiunse il Museo, e ci fu chi giurò di aver sentito il Turco, avvolto dalle fiamme, che gridava “Scacco! Scacco!“, mentre la sua voce diveniva sempre più flebile. Dell’incredibile automa si salvò soltanto la scacchiera, che era conservata in un luogo separato.

Nel 1857 Silas Mitchell, figlio dell’ultimo proprietario del Turco, decise che non c’era più motivo di nascondere il vero funzionamento della macchina, visto che era andata ormai distrutta. Così, su una prestigiosa rivista di scacchi, pubblicò infine il “segreto meglio mantenuto di sempre”. Si scoprì che, fra le ipotesi degli scettici e le teorie di chi aveva tentato di risolvere l’enigma, alcune parti dell’ingegnosa opera erano state indovinate, ma mai interamente.

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Dentro al macchinario del Turco si nascondeva un maestro di scacchi in carne ed ossa. Quando il presentatore apriva i diversi scomparti per mostrarli al pubblico, l’operatore segreto si spostava su un sedile mobile, secondo uno schema preciso, facendo così scivolare in posizione alcune parti semoventi del macchinario. In questo modo, poiché non tutte le ante venivano aperte contemporaneamente, lo scacchista rimaneva sempre al riparo dagli occhi degli spettatori. Ma come poteva sapere in che modo giocare la sua partita?

Sotto ogni pezzo degli scacchi era impiantato un forte magnete, e l’operatore nascosto poteva seguire le mosse dell’avversario perché la calamita attirava a sé altrettanti magneti attaccati con un filo all’interno del coperchio superiore della scatola. L’operatore, per vedere nel buio del mobile in legno, usava una candela i cui fumi uscivano discretamente da un condotto di aerazione nascosto nel turbante del Turco; i numerosi candelabri che illuminavano la scena aiutavano a mascherare la fuoriuscita del fumo. Una complessa serie di leve simili a quelle di un pantografo permettevano al maestro di scacchi di fare la sua mossa, muovendo il braccio dell’automa. C’era perfino un quadrante in ottone con una serie di numeri, che poteva essere visto anche dall’esterno: questo permetteva la comunicazione in codice fra l’operatore all’interno della scatola e il presentatore all’esterno.

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Nel 1989 John Gaughan presentò a una conferenza sulla magia una perfetta ricostruzione del Turco, che gli era costata quattro anni di lavoro. Questa volta, però, non c’era più bisogno di un operatore umano all’interno del macchinario: a dirigere le mosse dell’automa era un programma computerizzato. Meno di dieci anni dopo Deep Blue sarebbe stato il primo computer a battere a scacchi il campione mondiale in carica, Garry Kasparov.

Oggi la tecnologia è arrivata ben oltre le più assurde fantasie di chi rimaneva sconcertato di fronte al Turco; eppure alcune delle domande che ci sono tanto familiari (potranno mai le macchine soppiantare gli uomini? È possibile costruire dei sistemi meccanici capaci di pensiero?) non sono poi così moderne come potremmo credere: nacquero per la prima volta proprio attorno a questa misteriosa e ironica figura dall’esotico turbante.

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(Grazie, Giulia!)

Le strabilianti macchine di Mr. Ganson

Arthur Ganson, classe 1955, ha  sempre avuto un debole per i meccanismi. Fin da quando, bambino introverso e timido, decise di superare la solitudine raccogliendo materiali di recupero e costruendo macchine incredibili, “mettendo le mie idee e passioni dentro agli oggetti, e imparando a parlare attraverso le mie mani”. Anche oggi, dopo che i suoi lavori sono stati esposti in sedi prestigiose attraverso tutto il mondo, e che alcune sue opere sono raccolte permanentemente in diversi musei scientifici, Ganson mantiene intatti l’entusiasmo e la meraviglia infantili di fronte a un qualsiasi complesso congegno meccanico.

Ma le sue “macchine cinetiche”, o sculture, o come vogliate chiamarle, sono molto più che semplici macchinari – sembrano avere un’anima. Ganson descrive il suo lavoro come l’incontro fra ingegneria e coreografia: automi che danzano, dunque. Eppure per spiegare la spiazzante bellezza di queste macchine occorre afferrare il nodo centrale dell’opera di Ganson – l’inutilità.

Tutte le macchine create dall’uomo assolvono a uno scopo specifico, sono progettate per compiere un lavoro, e la loro struttura è strettamente collegata con la loro funzione. Quelle di Arthur Ganson, invece, non hanno un fine preciso e, per quanto complessa ed elaborata sia la progettazione, per quanto minuzioso e difficoltoso l’assemblaggio, tutta questa fatica di lavoro e di intelletto è diretta alla costruzione di un oggetto senza scopo; tutto questo affollarsi d’ingranaggi, molle e meccanismi ad orologeria si risolve nella chiara, semplice, bellezza del movimento. Ed è in questo momento, quando realizziamo che la macchina non è più nostra schiava, non serve a qualcosa, che essa comincia a parlare.

Ognuna delle decine e decine di opere ha la sua voce distinta. Molto spesso la macchina si muove per il puro piacere di farlo, magari assumendo di volta in volta forme casuali che probabilmente non si ripeteranno mai più.

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In altri casi sembra quasi che la macchina diventi addirittura simbolo della condizione umana: guardate questa Macchina con Petalo di Carciofo, con la foglia rinsecchita destinata a camminare, camminare senza sosta e senza meta, come un moderno Sisifo “on the road”.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=skeI3FXz9_4]

Altri marchingegni si oliano da soli, altri ancora introducono l’elemento del tempo. In Machine with Concrete, nonostante la macchina continui instancabilmente a muoversi, la riduzione di ghiera in ghiera è talmente estrema che l’ultima rotellina ha potuto essere incastonata nel cemento: si muove così lentamente che compierà una rivoluzione completa soltanto fra 2.3 trilioni di anni.

“Tutti questi pezzi cominciano nella mia mente, nel mio cuore, e io faccio del mio meglio per trovare il modo di esprimerli, ed è sempre approssimativo, è sempre una battaglia, ma alla fine riesco a concretizzare questo pensiero in un oggetto, e allora eccolo lì. Non significa nulla. L’oggetto in sé non vuol dire niente. Ma una volta che viene percepito, e qualcuno lo trasferisce nella sua mente, ecco che allora il ciclo si è completato”.

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Le macchine di Arthur Ganson ci parlano della nostra stessa fragilità – sono, come noi, macchinari perfetti ma senza uno scopo definito. E forse è proprio l’assenza di una ragione, di un motivo d’essere, che ne rende poetica l’esistenza. Se la vita avesse un senso, sembrano suggerire questi meravigliosi automi, non saremmo altro che macchine programmate e senz’anima. Che miracolo, che liberazione, potere danzare per il solo gusto di farlo!

Ecco il sito ufficiale di Arthur Ganson.

(Grazie, Yoana!)

F.A.Q. – Il regalo giusto

Caro Bizzarro Bazar, mio nonno ha 90 anni ed è appassionato di automobili. Cosa potrei regalargli per il compleanno?

Il nostro consiglio è come sempre di gran classe. Regalagli un’ultima, fiammeggiante vettura, nel modello proposto qui sotto. Tuo nonno resterà certamente commosso.

Scoperto via Oddity Central.