Le sventure della Willie Dee

Mentre discendevo lungo fiumi indifferenti,
M’avvidi di non essere più in mano ai manovranti.

(A. Rimbaud, Le Bateau ivre, 1871)

Nell’ipotetico Museo del Fallimento che proponevo qualche tempo fa, la famigerata nave cacciatorpediniere USS William D. Porter (DD-579) avrebbe un posto d’onore.
Il resoconto delle sue imprese belliche è talmente tragicomico da sembrare frutto di una sceneggiatura, ma se pure alcuni aneddoti sono con tutta probabilità leggende, la nomea che l’accompagnò nei suoi quasi due anni di servizio fu purtroppo meritata.

La carriera della “Willie Dee“, com’era soprannominata la Porter, cominciò con un incarico formidabile.
Appena dopo il varo, infatti, la nave venne assegnata a una missione segretissima e di vitale importanza: scortare Franklin Delano Roosevelt attraverso l’Atlantico — infestato dai sottomarini nazisti — fino al Nord Africa, dove il Presidente avrebbe dovuto incontrare per la prima volta Stalin e Churchill. Il vertice dei Tre Grandi sarebbe passato alla storia come la conferenza di Teheran, e assieme agli incontri successivi (il più celebre dei quali tenutosi a Jalta) avrebbe contribuito a modificare l’assetto europeo post-bellico.
Eppure, proprio a causa della Willie Dee, il meeting rischiò di non accadere mai.

Le cacciatorpediniere sono navi agili e veloci, pensate appositamente per fare scudo e proteggere vascelli più grandi. La Porter dunque ricevette il 12 novembre 1943 l’ordine di raggiungere il resto della flotta che scortava la nave da guerra USS Iowa, una corazzata di 45.000 tonnellate a bordo della quale era già salito il Presidente assieme al Segretario di Stato e a una moltitudine di altissime cariche politiche e amministrative.


L’equipaggio della Willie Dee all’epoca era composto da 125 marinai, capitanati dal comandante Wilfred Walter. Ma in quei tempi di guerra, necessitando di un vasto numero di soldati, l’esercito arruolava anche ragazzi che erano ancora studenti, o che si erano sempre e soltanto occupati della fattoria di famiglia. Gran parte degli incidenti militari era causato proprio dall’inesperienza delle reclute, senza adeguato addestramento e costrette a imparare sul campo dai propri errori. La quasi totalità dell’equipaggio della Willie Dee non era mai salito su una nave prima di allora (inclusi i 16 ufficiali, di cui soltanto 4 avevano precedenti esperienze in mare), e il battesimo di fuoco di una missione top secret aumentò sicuramente la pressione psicologica nella ciurma.

Fatto sta che la Willie Dee debuttò fin dall’inizio sotto una cattiva stella. Dimenticandosi di salpare l’ancora.
Mentre il comandante Walter stava facendo manovra per uscire dal porto di Norfolk, si udì un terribile fracasso di lamiere contorte. Affacciandosi, l’equipaggio vide che l’ancora non era stata sollevata del tutto e, restando a mezz’aria sul lato della nave, aveva sventrato il parapetto del vascello ormeggiato al suo fianco, distruggendo le scialuppe di salvataggio e squarciando vari altri equipaggiamenti. La Willie Dee aveva riportato soltanto dei graffi e, dato il ritardo, il comandante Walter poté soltanto porgere delle affrettate scuse prima di salpare di gran carriera verso la Iowa, lasciando alle autorità portuali il compito di risolvere il pasticcio.
Ma non era finita lì. Durante le successive 48 ore, la Willie Dee sarebbe precipitata in un maelstrom di vergognosa incompetenza.

Dopo neanche un giorno di viaggio, proprio mentre la Iowa e le altre navi stavano entrando in una zona notoriamente infestata dagli U-boat tedeschi, una fortissima esplosione scosse le acque. Tutte le unità, convinte di essere sotto attacco, cominciarono frenetiche manovre diversive, mentre i tecnici radar in massima allerta scandagliavano i fondali alla ricerca dei sottomarini nemici.
Finché un’imbarazzata comunicazione non arrivò alla Iowa da parte del comandante Walter: la detonazione era dovuta a una delle loro cariche di profondità che era accidentalmente caduta in acqua, perché la sicura non era stata inserita in maniera corretta. Per fortuna l’esplosione era avvenuta senza danneggiare la nave.
Come se sganciare una bomba involontariamente non fosse abbastanza, le cose si fecero ancora più disperate nelle ore successive. Poco dopo infatti un’onda anomala scaraventò fuori bordo un marinaio, che non venne più ritrovato. A neanche un’ora da questa tragedia, la sala macchine della Willie Dee subì un’avaria e perse di potenza, lasciando la cacciatorpediniere ad arrancare in posizione arretrata rispetto al resto della flotta.

A questo punto, a bordo dell’Iowa il nervosismo per le gaffe della Willie Dee era palpabile. Sotto gli occhi di tutte quelle alte cariche, il Capo delle Operazioni Navali, l’Ammiraglio Ernest J. King, prese personalmente il microfono radio per redarguire il comandante Walter. Quest’ultimo, conscio che le opportunità di una missione di alto profilo come quella stavano velocemente trasformandosi in una catastrofe, promise mestamente di “migliorare la performance della nave“. E, in un certo senso, lo fece, causando il disastro definitivo.

La flotta in missione attraverso l’Oceano, pur proseguendo a tutta velocità, avrebbe impiegato più di una settimana ad arrivare a destinazione. Era dunque di cruciale importanza svolgere delle esercitazioni di guerra, in modo che gli equipaggi (come si era già visto, piuttosto inesperti) fossero preparati a un eventuale attacco a sorpresa.
Il 14 novembre, al largo delle Bermuda, il capitano della Iowa decise di dimostrare a Roosevelt e agli altri passeggeri come la sua nave fosse in grado di respingere un attacco aereo. Furono liberati dei palloni sonda come bersagli, mentre il Presidente e gli altri funzionari venivano fatti accomodare sul ponte a godersi lo spettacolo dei cannoni che li abbattevano a uno a uno.
Il comandante Walter e il suo equipaggio, a più di cinque chilometri di distanza, restavano a guardare mentre cresceva la loro voglia di partecipare all’esercitazione e riscattare la propria immagine. Quando la Iowa mancò alcuni palloni, che entrarono nel raggio di tiro della Willie Dee, Walter ordinò di fare fuoco. Allo stesso tempo, diede il via a un’esercitazione di siluri.

Sottocoperta due membri dell’equipaggio, Lawton Dawson e Tony Fazio, si assicurarono che gli inneschi fossero disattivati — altrimenti i siluri sarebbero partiti veramente — e comunicarono l’ok al ponte di comando. L’ufficiale di coperta ordinò il fuoco, e il primo “finto” torpedine venne attivato. Poi il secondo, “fuoco!“. E il terzo.
A quel punto, l’ufficiale di coperta sentì l’ultimo rumore che avrebbe voluto udire. L’inconfondibile sibilo di un vero siluro che prendeva il largo.
Comprendere appieno l’orrore che l’ufficiale deve aver provato in quel momento non è difficile, se si tiene conto di un dettaglio. La simulazione di norma richiedeva che si stabilisse come bersaglio di prova una delle navi in vista. Il bersaglio più vicino era la Iowa.

La Porter aveva appena sparato un siluro contro il Presidente degli Stati Uniti.

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A bordo della Willie Dee, scoppiò il pandemonio. Un luogotenente si avvicinò di corsa al capitano Walter, e gli chiese se avesse dato il permesso di lanciare una torpedine. La risposta non fu certo un aforisma bellico di quelli che passano alla storia: “Diamine, no, io… aaaah… io — COSA?!“.
Rimanevano due minuti scarsi prima che il siluro esplodesse sulla fiancata della Iowa, affondandola assieme alle più importanti personalità dell’America intera.
Walter ordinò immediatamente che venisse lanciato l’allarme, ma il più stretto silenzio radio era stato decretato per scongiurare il rischio di intercettazioni, vista la pericolosa posizione in cui si trovava la flotta. Così si decise di utilizzare una lampada di segnalazione.
Ma, in preda a un giustificato panico, il giovane marinaio che aveva il compito di avvertire la Iowa del tragico errore andò in confusione. Così alla nave madre cominciarono ad arrivare messaggi incomprensibili: “Un siluro sta allontandosi dalla Iowa!“; poi, poco dopo “La nostra nave sta andando indietro tutta!“.
Il tempo era agli sgoccioli e, comprendendo che con il codice Morse non ne sarebbero mai venuti fuori, il comandante Walter decise di rompere il silenzio radio. “Lion, Lion, virate a destra!” “Idetificatevi e ripetete. Dov’è il sottomarino?” “Siluro in acqua, virate a destra! Emergenza, virate a destra, Lion, virate a destra!
A quel punto il siluro era stato avvistato anche a bordo della Iowa. La nave eseguì una manovra di emergenza, aumentando la velocità e virando a dritta, mentre tutti i cannoni sparavano verso il proiettile in arrivo. Il Presidente Roosevelt chiese all’agente dei Servizi Segreti che lo accompagnava di spostare verso il parapetto la sua sedia a rotelle, così da poter vedere meglio il siluro. A quanto si racconta, il bodyguard si mise addirittura a sparare in acqua con la sua pistola, come se i suoi proiettili avessero potuto fermare il missile.
Nel frattempo sulla Willie Dee era sceso il più spettrale silenzio, mentre tutti osservavano impietriti la scena, trattenendo il fiato in attesa dell’esplosione.

Quattro minuti dopo essere stato sparato il proiettile scoppiò nell’acqua, poco distante alla Iowa, provvidenzialmente senza danneggiarla. Il Presidente annotò in seguito sul suo diario: “Lunedì scorso esercitazione d’armi. La Porter ha sparato una torpedine verso di noi per sbaglio. L’abbiamo vista — ci ha mancato di 300 metri“.

Con tutta la buona volontà, un simile incidente non poteva passare in sordina — anche perché a quel punto era forte il sospetto che nella ciurma della Willie Dee si nascondesse un infiltrato, e che il maldestro errore celasse un vero e proprio tentativo di attentato. Così la Iowa ordinò alla Porter di lasciare il convoglio e di ritornare a una base americana nelle Bermuda; a orecchie basse, Walter e il suo equipaggio fecero inversione e, una volta entrati in porto, vennero accolti da un plotone di Marines che li arrestarono in blocco. Seguirono giorni di interrogatori e indagini, e Dawson, il marinaio ventiduenne che aveva dimenticato di disinserire l’innesco del siluro, venne condannato a 14 anni di lavori forzati. Venuto a sapere della pena, fu Roosevelt in persona che si attivò per concedere la grazia al povero ragazzo.

Il resto del convoglio nel frattempo arrivò illeso in Africa e Roosevelt (nonostante un tentativo, questa volta reale, di attentato) riuscì a siglare con Churchill e Stalin i primi fra quegli accordi che, a guerra finita, avrebbero cambiato il volto dell’Europa.
La Willie Dee fu invece spedita al largo dell’Alaska, dove non avrebbe potuto arrecare danni, e divenne a poco a poco una sorta di mito marinaresco. Altri aneddoti, mai verificati, cominciarono a circolare sul conto di questa “pecora nera” della flotta statunitense, come quello del marinaio ubriaco che una sera per sbaglio sparò un colpo di cannone verso la base militare sulla costa, distruggendo le aiuole di un comandante. Ironiche leggende via via più esagerate, che la resero il perfetto capro espiatorio, la farsesca antieroina su cui sublimare ogni timore di fallimento.
L’eco delle infami gesta precedeva la Willie Dee in ogni porto, in cui invariabilmente la nave veniva salutata via radio con lo sberleffo “Non sparate! Siamo repubblicani!“.

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Finì per inabissarsi durante la battaglia di Okinawa — ingloriosamente affondata da un aereo già abbattuto, che le esplose sotto la chiglia.
E probabilmente, quel giorno, molti marinai tirarono un sospiro di sollievo. La nave americana più sfortunata della storia riposava infine sul fondo dell’oceano.

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(Grazie, Andrea!)

L’isola che non c’era

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Scrive Umberto Eco nella sua Storia delle terre e dei luoghi leggendari (2013):

Ci sono state terre a lungo sognate, descritte, cercate, registrate sulle mappe, che poi dalle mappe sono scomparse e ormai tutti sanno che non sono mai esistite. E tuttavia queste terre hanno avuto per lo sviluppo della civiltà la stessa funzione utopica del regno del Prete Gianni, per trovare il quale gli europei hanno esplorato e l’Asia e l’Africa, trovando ovviamente altre cose.

Poi ci sono quelle terre immaginarie che hanno attraversato la soglia fra la fantasia e il nostro mondo, e per quanto sembrasse improbabile hanno fatto irruzione nella realtà condivisa – anche se per breve tempo.

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Nel 1968, a undici chilometri al largo della costa di Rimini e confinante con le acque internazionali, sorgeva l’Isola delle Rose.
Non era una vera e propria isola, bensì una piattaforma artificiale il cui innalzamento aveva richiesto dieci anni di lavoro e sacrifici. Perché così tanto tempo? Perché l’Isola delle Rose aveva qualcosa di differente rispetto ad altre piattaforme marine: era stata costruita aggirando o ignorando i necessari permessi e regolamenti, in una costante lotta contro la burocrazia. Non si trattava però, o non solo, di un estremo caso di abusivismo, quanto piuttosto di un vero e proprio progetto libertario. L’Isola delle Rose si dichiarava stato indipendente.

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Il Presidente di questa micronazione era Giorgio Rosa, classe 1925, ingegnere fin dal 1950. Nel 1958 aveva cominciato a dar forma al suo sogno, l’impresa della sua vita. Tra difficoltà economiche e tecniche, nei dieci anni successivi era riuscito a gettare le fondamenta, cioè i nove pali, su cui aveva poi fatto sorgere la struttura della piattaforma: 400 metri quadri di cemento armato sospeso a otto metri dal livello dell’acqua. Rosa e i suoi complici avevano perfino trovato una falda d’acqua dolce utile a rifornire l’isola e a creare un approdo più mite per lo sbarco (che chiamarono “Porto Verde”).

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L’idea di Giorgio Rosa era al tempo stesso anarchica e pacifica: “il mio progetto iniziale era questo: costruire qualcosa che fosse libero da lacci e lacciuoli e non costasse molto. Sulla terra ferma la burocrazia era soffocante. […] Volevamo aprire un bar e una trattoria. Mangiare, bere e guardare le navi da Trieste che passano vicine, a volte anche troppo. Il ricordo più bello è la prima notte sull’isola in costruzione. Venne un temporale che sembrava portasse via tutto. Ma al mattino tornò il sole, ogni cosa pareva bella e realizzabile. Poi cominciarono i problemi”, ricorda.

Perché la burocrazia ritornò alla carica, più agguerrita di prima e determinata a rintuzzare i ribelli che volevano vivere fra le onde senza pagare dazio allo Stato.
Mentre veniva ultimato il secondo piano della piattaforma, l’Isola delle Rose guadagnava notorietà, tra battelli e motoscafi che vi facevano scalo incuriositi. Inquietati dal crescente traffico, capitaneria di porto, Guardia di Finanza e Governo erano ormai all’erta.

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E così, nel (disperato) tentativo di lasciarsi alle spalle l’Italia e i suoi divieti una volta per tutte, Rosa dichiarò unilateralmente l’indipendenza della sua Isola il 1° maggio del 1968. Nonostante egli fosse distante anni luce dai capelloni delle controculture, la sua mossa rifletteva lo spirito battagliero dei tempi: un paio di giorni dopo, al grido di “Vietato vietare”, sarebbero cominciati i movimenti di rivolta del Maggio francese.
La neonata “nazione” adottò l’esperanto come lingua ufficiale. Stampò i suoi francobolli, e si accinse a coniare la propria valuta.

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Ma i guai si fecero improvvisamente seri. Interrogazioni parlamentari arrivarono dalla destra e dalla sinistra, per una volta unite contro i trasgressori; i Servizi segreti erano sicuri che la piattaforma fosse in realtà una base per i sommergibili russi; secondo altri, l’Isola delle Rose nascondeva un’oscura manovra dell’Albania.
Una volta scoppiato il caso mediatico, le autorità reagirono duramente.

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L’11 febbraio 1969 vennero demolite tutte le parti in muratura, segati i pali e i raccordi in acciaio, e furono fatti brillare 75 chili di esplosivo per palo. L’Isola delle Rose, però, si imbarcò, si inclinò… ma non accennò a crollare.

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153658370-49b5c893-a551-4b6e-ba86-455099d8d866Allora, due giorni dopo, gli artificieri applicarono 120 chili di esplosivo ad ogni palo – più di una tonnellata in totale. Ancora una volta, l’Isola resistette. Come un sogno che, testardo, non vuole piegarsi sotto i colpi della realtà concreta.
Non fu all’opera dei militari, ma ad una tempesta che l’Isola delle Rose decise finalmente di arrendersi, inabissandosi nell’Adriatico. Era il 26 febbraio 1969.

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Oggi, dopo quarant’anni di oblio, l’Insulo de la Rozoj – questo il nome della micronazione in esperanto – conosce una seconda giovinezza, fra documentari, romanzi, spettacoli teatrali, mostre e allestimenti museali, pagine Facebook e blog dedicati. C’è chi dibatte sulla natura idealistica del progetto, sospettando che l’intera operazione non fosse in realtà nient’altro che il tentativo di costruire un paradiso fiscale (Rosa in realtà non ha mai negato le ambizioni commerciali e turistiche dell’Isola); chi, come i curatori del Museo Civico di Vancouver, ne rileva le corrispondenze con gli scritti di Tommaso Moro; e chi infine sostiene che l’impresa di Rosa abbia prefigurato la perdita di fiducia nella democrazia rappresentativa attraverso un mix di attivismo politico, architettura e tecnologia.

Giorgio Rosa ha 90 anni, e guarda divertito la riscoperta della sua avventura. Dopo aver perso la sua guerra (“l’unica che l’Italia sia stata capace di vincere”, sottolinea sarcasticamente) ed essersi sobbarcato i costi della demolizione, ha seguitato a praticare il suo lavoro di ingegnere. “Non chiedetemelo neanche, anzi, ve lo dico subito: niente più isole!

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Eppure, se l’interesse per il suo esperimento è ancora vivo, significa che quel sogno di evasione, di libertà, di indipendenza suona ancora oggi seducente. Possiamo attribuire il suo fascino odierno all’insofferenza per una burocrazia sempre più asfissiante, all’idea allettante di sfuggire alla crisi, al disincanto per le istituzioni, al timore dell’interferenza delle autorità nella nostra privacy; ma forse la verità è che l’Isola delle Rose è la concretizzazione di uno dei sogni umani più antichi, quello dell’utopia. Che è al tempo stesso “luogo perfetto” (eu-topia), al riparo dalle miserie e dalle disfunzioni del consorzio sociale, e “non-luogo” (ou-topia), cioè inesistente.

Ed è sempre piacevole accarezzare un’idea impossibile, irraggiungibile – nonostante, o a patto che, rimanga una fantasia.

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Le dichiarazioni di Giorgio Rosa sono tratte da qui e qui. (Grazie Daniele!)

La nave nel buio

Trascorse il logorìo di giorni e giorni.
Ogni gola riarsa e vitreo ogni occhio.
Il logorìo di giorni e giorni!
(S.T. Coleridge, La ballata del vecchio marinaio)

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Talvolta la storia supera qualsiasi racconto folkloristico per macabra fantasia e inaudite coincidenze.

Le Rodeur partì dal golfo del Biafra nell’aprile del 1819, diretto all’isola di Guadalupa. Era una nave schiavista francese, e ospitava a bordo 22 uomini dell’equipaggio e 162 schiavi.
Stipati nel buio della stiva in condizioni igieniche orribili, gli schiavi venivano nutriti poco e male: cibo scarso e spesso avariato, e mezzo bicchiere d’acqua al giorno.

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Dopo 15 giorni di viaggio, alcuni degli schiavi cominciarono a diventare ciechi. All’inizio non venne data molta importanza alla cosa, ma la malattia degli occhi era evidentemente infettiva e l’epidemia cominciò a dilagare fra i prigionieri. Il medico di bordo, convinto che la causa fosse l’aria insalubre e impura che si respirava nella stiva, ordinò che agli schiavi fosse di tanto in tanto permesso di prendere una boccata d’aria. Ma, di fronte agli attoniti marinai, una volta portati sul ponte, molti fra questi schiavi si abbracciavano e si gettavano fuori bordo stretti l’uno fra le braccia dell’altro, impedendosi vicendevolmente di nuotare così da annegare più velocemente. Saltavano davvero “nella speranza, che prevale così universalmente tra di loro, che [i loro spiriti] sarebbero stati velocemente trasportati indietro alle loro case in Africa” – come sosteneva un anno dopo M. Benjamin Constant nel suo discorso alla Camera dei Deputati di Francia? Probabile, ma possiamo anche immaginare che per un uomo catturato, incatenato, chiuso al buio in condizioni terrificanti e i cui occhi avevano smesso di vedere la luce, le onde del mare sembrassero un destino preferibile a quello  che lo attendeva sul Rodeur.

Quale che fosse la motivazione, al capitano della nave non piaceva affatto perdere il suo prezioso carico in quel modo. Così ordinò che gli schiavi che venivano fermati mentre tentavano il suicidio, fossero poi fucilati o impiccati di fronte ai loro compagni.

Ma l’epidemia non si fermava: in breve tutti i prigionieri persero la vista, e allora fu lo stesso capitano a cominciare a gettare gli schiavi fuori bordo, nel tentativo di arginare l’avanzare della malattia (e di risparmiare sui costi di mantenimento per una “merce” ormai invendibile); 36 uomini persero la vita così, buttati alle onde.

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A poco a poco anche l’equipaggio cominciò ad essere inesorabilmente infettato dall’oftalmia, finché rimase soltanto un uomo ancora capace di vedere. L’unico in grado di stare al timone, e di cercare di riportare il Rodeur verso la salvezza – e forse anche la sua vista aveva le ore contate.

A tentoni, nelle tenebre della cecità, i marinai si diedero il cambio per giorni alle corde, senza speranza. E poi, un mattino, successe quello che il giornalista John Randolph Spears definì “uno degli incidenti più rimarchevoli della storia del commercio marino”. Mentre cercava disperatamente di recuperare la rotta, il solitario timoniere del Rodeur avvistò una nave che avanzava a vele spiegate: era la goletta schiavista spagnola Leon. La gioia esplose fra la ciurma: la fortuna aveva portato dei soccorsi proprio verso di loro!

Mentre la nave spagnola si avvicinava, però, gli occhi affaticati del timoniere si accorsero che essa sembrava andare alla deriva – le gomene erano lente e sfatte, e il ponte completamente deserto. Pareva un relitto galleggiante, abbandonato al mare, che si prendeva gioco delle loro speranze di salvataggio. Ma il Leon non era completamente deserto: arrivati a una distanza sufficiente da poter essere sentiti, i marinai francesi si misero a gridare verso la nave e finalmente degli uomini cominciarono ad apparire. Ma i passeggeri della nave straniera erano allucinati e terrorizzati tanto quanto i marinai del Rodeur: aggrappandosi alla balaustra, gli spagnoli risposero urlando che tutto il loro equipaggio era divenuto cieco a causa di una malattia sviluppatasi fra gli schiavi. In un attimo la speranza si trasformò in orrore, perché proprio dalla nave che avrebbe dovuto portare il Rodeur fuori dall’incubo, arrivava ora una preghiera di salvezza.

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Colpite dallo stesso morbo e incapaci di darsi aiuto, le due navi si separarono.
Il 21 Giugno il Rodeur raggiunse Guadalupa; secondo la Bibliothèque Ophthalmologique, l’unico uomo che era scampato all’oftalmia divenne cieco tre giorni dopo essere riuscito a ricondurre in porto la nave.
Il Leon invece si perse nell’Atlantico, e non se ne seppe più nulla.