Simone Unverdorben, il falso martire

Guestpost a cura di La cara Pasifae

Un bambino un giorno andò fuori a giocare.
Quando aprì la porta di casa, egli vide il mondo.
Nel passare attraverso la porta per uscire, egli causò un riflesso.
Il male era nato!
Il male era nato e seguiva il bambino.
(D. Lynch, Inland Empire, 2006)

È un bel pomeriggio di tarda estate, anno 2013. Lo ricordo bene.
Un amico mi ha invitato all’inaugurazione della sua ultima mostra. Singolare la scelta del luogo deputato all’evento: una pieve, un’antica isolata chiesetta, in posizione alquanto rilevata, restaurata di recente e aperta ormai solo per specifiche occasioni pubbliche. L’antica Pieve di Nanto.
Una volta lì, viene subito voglia di dare un’occhiata attorno. Lo sguardo giunge lontano, ma deve subire le inevitabili conseguenze dell’impatto con l’edilizia (stavo quasi per scrivere “architettura”), industriale e non, che la pianura veneta s’è fatta così lietamente tatuare addosso. Meglio entrare a guardare i quadri.

Sono in anticipo sull’orario di apertura e ho le opere, l’artista e l’area espositiva tutti per me. Posso girare e guardare con calma, eppure qualcosa di cui non ho subito coscienza mi disturba: sembra insinuarsi nello spazio visivo, provando a richiamare la mia attenzione. Su un muro, nel passare da una tela all’altra, alla fine scorgo un improvviso, rapido e indefinito mutamento cromatico. Un affresco. Dunque un’immagine era posta lì ben prima dei quadri in mostra e di chi su di essi esercitava l’atto del vedere!

Nonostante il restauro, come in tanti affreschi medievali e rinascimentali, alcuni elementi risultano confusi, dai contorni vaporosi. Ma una volta messo a fuoco, ecco emergere la perturbante visione: l’affresco raffigura un singolarissimo supplizio, di una specie che mai mi è capitato di riscontrare in nessun altro manufatto artistico (non vorrei comunque dare qui l’erronea impressione di essere un esperto in materia).
Due figure femminili, poste ai margini laterali, tengono sospeso per le braccia un biondo fanciullo (una sorta di Cristo giovinetto, o un santo bambino, o un puer sacer, o un mistico infante, proprio non saprei) che subisce tortura a opera di due giovani uomini: ognuno col proprio stiletto, gli incidono la pelle in ogni parte del corpo, non escluso il viso, su cui anzi sembra esserci stato un certo accanimento.


Dai piedi legati il sangue scorre copioso in una coppa di raccolta, appositamente posta sotto le membra del suppliziato.

L’espressione solo apparentemente estatica del suo volto tumefatto (l’unico peraltro ben visibile) fa appena per un attimo da contrappeso all’orrore dell’emorragia e della scena tutta: sullo sfondo una sesta figura maschile, autorevolmente barbuta, è colta nell’atto del tendere una fascia di tessuto intorno alla gola del prigioniero. Il pargoletto sta soffocando! Maggiore attenzione spende l’osservatore, più stupefacente è l’effetto che ne ricava.

Qual è la storia di questo affresco? Cosa racconta realmente?
I cinque attori non sembrano popolani; gli strumenti non sono scelti a caso: son sottili, affilati, professionali. Troppo regolari le incisioni nella carne. Chi doveva essere l’obiettivo della reazione di sdegno o rabbia che l’autore premeditava nel pubblico della pieve? Forse è la raffigurazione, magari un po’ roboante e destinata a una platea con esigenze estetiche da tenere in debito conto, di un pasticciaccio brutto realmente accaduto. Lo strozzare, lo scorticare e il dissanguare vanno visti idealmente, correlati a forme di sfruttamento parassitario, oppure come il richiamo alle stravaganze di un potente un po’ “eccentrico”? Metafora politica o cronaca sadiana?
L’aureola intorno al capo della triste preda in primo piano ne fa un innocente o un’anima salva. Un omaggio, una lusinga compiacente volta ad esaltare la virtù del committente? E intenzione di costui era celebrare l’onorata memoria dei soggetti in azione disposti su tre lati per un inspiegabile, intenzionale, penosissimo programma, o quella dell’individuo al centro della raffigurazione, oggetto oscenamente passivo delle loro dolorose attenzioni? Guardiamo i cinque emissari di qualche brutale ma ordinata giustizia nell’esecuzione di una funzione salvifica, o la sventura di un indifeso nelle mani di una feroce masnada mentre si avvia al martirio?

Lungo la base: «ADI ⋅ 3 ⋅ APRILE 1479».
Questo dato storico mi riporta al presente. La sala della pieve è ormai gremita dell’atteso pubblico.
Mi sento ancora schiacciato tra lo stupore per un così inesplicabile sovraccarico semantico e la frustrazione per l’inadeguatezza delle competenze esegetiche disponibili. Scatto (fugacemente) una foto. Un cordiale saluto e poi esco, nella speranza che le chiavi di interpretazione non si siano irrimediabilmente smarrite nel tempo.

L’affresco raffigura il martirio di San Simonino da Trento, scoprirò all’inizio delle mie deboli ricerche su questo controverso prodotto dell’iconografia locale. Simone Unverdorben, un bambino di due anni e mezzo di Trento, scomparve il 23 marzo del 1475. Il suo corpo fu rinvenuto il giorno di Pasqua. Si disse che fosse straziato e con segni di strangolamento. Nel Nord Italia, in quegli anni, abusi e persecuzioni antigiudaiche trovavano terreno di coltura nei sermoni e nelle prediche del clero, seguitissimi dai fedeli cristiani. L’accusa dell’efferato delitto cadde immediatamente sulla comunità ebraica di Trento. Tutti i suoi membri furono sottoposti a uno dei più grandi processi dell’epoca, subendo torture che indussero confessioni e reciproche accuse.

Nella fase istruttoria del processo tridentino venne rivolta a un ebreo convertito la domanda se esistesse la pratica dell’omicidio rituale di bambini cristiani nel culto ebraico. […] Il convertito, alla fine dell’interrogatorio, confermò con dovizia di particolari la pratica dell’omicidio rituale nella liturgia pasquale ebraica.
Dall’interrogatorio di uno dei presunti colpevoli dell’omicidio di Simone, il medico ebreo Tobia, emerge un’altra testimonianza. Egli, sotto tortura, dichiarò che esisteva tra gli ebrei un mercato di sangue cristiano. Un mercante ebreo di nome Abraam, avrebbe lasciato Trento poco prima della morte di Simone e sarebbe stato diretto, intenzionato a vendere sangue cristiano, a Feltre o a Bassano e avrebbe chiesto quale tra le due città fosse la più vicina a Trento. Il ragionamento di Tobia avvenne sotto la minaccia terrorizzante della tortura e nel tentativo disperato di evitarla: egli doveva quindi risultare sempre collaborativo, anche a costo di inventare; le sue testimonianze però, laddove inventate, dovevano essere non contraddittorie e verosimili.
[…] Venne interrogato sotto tortura, tra gli altri, un altro convertito di nome Israele e, dopo la conversione, ribattezzato Wolfgang. Egli dichiarò di aver sentito parlare di altri casi di omicidi rituali […]. I casi di omicidi rituali erano invenzioni i cui protagonisti erano nomi della memoria dell’interrogato, presi a prestito per popolare in modo verosimile storie fittizie.

(M. Melchiorre, Gli ebrei a Feltre nel Quattrocento. Una storia rimossa, in Ebrei nella Terraferma veneta del Quattrocento, a cura di G.M. Varanini e R.C. Mueller, Firenze University Press 2005)

Molti vennero condannati al rogo. I sopravvissuti furono banditi dalla città, ogni bene confiscato.
Secondo i giudici la raccolta del sangue del bimbo dovette servire alla celebrazione rituale della pasqua ebraica.

Il fatto, da noi con accuratezza cavato dalle deposizioni dei rei, registrate negli originali processi, passò nel modo che segue. Stranamente invaghiti i perfidi ebrei, abitanti in Trento, di solennizzare la loro Pasqua colla vittima d’un fanciullo cristiano, il cui sangue potessero mescolare nei loro azimi, diedero di ciò commissione a Tobia, riputato attissimo all’infame impresa, per la pratica che aveva della città, siccome medico di professione. Uscito costui sulle ore ventidue del Giovedì Santo, li 23 marzo, mentre i fedeli erano occupati nelle sacre funzioni, percorse le strade e i vicoli della città, e adocchiato l’innocente Simone soletto in sulla soglia della casa paterna, gli porse la mano mostrandogli un grosso d’argento, e con dolci parole e sorrisi seco lo trasse dalla via del Fossato, dove abitavano i genitori, alla casa di Samuele, ricco giudeo, che lo stava con impazienza attendendo. Ivi fu trattenuto con vezzi e mele, fino che giungesse l’ora opportuna al sacrificio. Verso l’ora prima di notte, il picciol Simone, di mesi ventinove non ancora compiti, trasportato nella camera attigua alla sinagoga delle donne, e fatta una fascia o cintura dei panni che lo coprivano, denudato il resto del corpiciuolo, e strettogli un fazzoletto alle fauci, in maniera che nè subito venisse strozzato nè coi gemiti potesse farsi sentire, Mosè il vecchio, assiso sopra uno scanno, e tenendo il fanciulletto in grembo, con tenaglia di ferro dalla guancia destra gli strappò un pezzetto di carne. Lo stesso fece Samuele dal canto suo, mentre Tobia, assistito da Moar, Bonaventura, Israele, Vitale, ed altro Bonaventura, cuoco di Samuele, raccoglieva in un catino il sangue che scaturiva dalla ferita. Poscia Samuele ed ognuno dei sette sopra accennati con un ago alla mano trafissero a gara le carni del santo martire, dichiarando in lingua ebraica che ciò operavano a dileggio dell’appeso Iddio dei cristiani; e aggiungendo: così facciasi a tutti gli inimici nostri. Dopo questa ferale funzione, il vecchio Mosè, preso un coltello, trafora con esso al bambino la punta della verga, e con una tenaglia gli strappa dalla destra gambetta un pezzo di carne, e Samuele, che a lui subentra, gliene strappa un pezzo dall’altra. Il sangue, che copioso usciva dal foro della verga puerile, fu ricevuto in un vaso a parte, mentre quello che scorreva dalla gamba fu raccolto nel catino. Intanto, ora gli si stringeva ora gli si rallentava il fazzoletto che gli turava la bocca; e non per anco satolli dell’oltraggioso scempio, rinnovarono per la seconda volta con maggiore spietatezza lo stesso genere di martirio, traforandolo in ogni parte con aghi e spilloni; finchè il pargoletto spirava l’anima benedetta fra il giubilo di quell’insana ciurmaglia.

(Annali del principato ecclesiastico di Trento dal 1022 al 1540, pp. 352-353)

Prestissimo sorse il culto per Simonino, acclamato come “beato martire”, propagatosi poi in tutto il Nordest italiano. La devozione crebbe e con essa la diffusione di pitture, ex voto, sculture, bassorilievi, componenti d’altare.

Intaglio ligneo policromo, bottega di Daniel Mauch (?), Museo Diocesano Tridentino.

Elementi spregiudicatamente tratti dalla credenza popolare si innestarono a un immaginario già ben radicato, alimentato per lo più da stereotipi.

 

Da Alto Adige, 1 aprile 2017.

Nonostante il divieto di culto espresso dal Papa, i flussi di nuovi pellegrini s’ampliarono. La fama dei miracoli del “santo” si espanse e con essa il pesante clima di antisemitismo. La lotta all’usura s’accompagnò all’accusa di strozzinaggio rivolta a tutti gli ebrei. Un secolo dopo Sisto V concesse la beatificazione formale. Il culto di San Simonino da Trento si consolidò ulteriormente. Il corpo imbalsamato del bambino venne esposto a Trento fino al 1955, insieme alle reliquie dei presunti strumenti di tortura.

Simone Unverdorben (o Unferdorben) fu ritrovato in realtà nella roggia di uno dei mercati della città, in prossimità della casa di un ebreo, probabilmente un prestavaluta. Se non fu vittima di un seviziatore che depistò i sospetti su un facile capro espiatorio, il bambino può essere caduto nel canale, annegandovi. I ratti devono aver fatto il resto. Già nell’800 accurate indagini poterono smentire la teoria dell’omicidio rituale. Nel 1965, a cinque secoli dai fatti, le autorità ecclesiastiche soppressero definitivamente il culto di San Simonino “martire”.

Anche il violento accanimento contro le raffigurazioni stesse dei “carnefici” si protrasse a lungo. Il San Simonino di Nanto non ne fu immune. Per questo, la fonte di quel confuso bisbiglio di luce apparsami durante la mostra, cioè nell’evidenza pittorica della circostanza in cui l’ho colta, ha avuto bisogno di tempo per rendersi riconoscibile.

Il tentativo di raccogliere elementi sufficienti a chiarirmi il senso del simulacro collocato nella pieve di Nanto mi ha portato a scoprire una vicenda spesso nota solo per sommi capi agli artisti che se ne sono occupati, così come ai loro committenti e al loro pubblico; ma non è valso a smuovere di molto il peso del mio profondo sconcerto.

La cara Pasifae


Per un approfondimento storico:
– R. Po – Chia Hsia, Trent 1475. Stories of a Ritual Murder Trial, Yale 1992
– A. Esposito, D. Quaglioni, Processi contro gli Ebrei di Trento (1475-1478), CEDAM 1990
– A. Toaff, Pasque di sangue: ebrei d’Europa e omicidi rituali, Il Mulino 2008

I Misteri di Santa Cristina

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Due giorni fa si è svolta, come di consueto, una fra le più particolari solennità d’Italia: i “Misteri” di Santa Cristina a Bolsena, martire vissuta agli inizi del IV secolo.

Ogni anno, la notte del 23 luglio, la statua di Santa Cristina viene portata in processione dalla sua basilica fino alla chiesa del SS. Salvatore, nella parte alta e più antica del borgo. La mattina successiva segue il percorso inverso. La processione incontra cinque piazze, nelle quali sono stati allestiti palchi in legno: qui i bolsenesi danno vita a dieci tableau vivant che ripercorrono altrettante fasi della vita e del martirio della Santa.

Queste rappresentazioni sacre hanno intrigato antropologi, studiosi di storia del teatro e di religione per più di un secolo, e le loro origini affondano nella nebbia dei tempi.

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Nel nostro articolo Corpi estatici, dedicato ai rapporti fra le vite dei santi e l’erotismo, avevamo già menzionato il martirio di Santa Cristina: in effetti la sua agiografia è a nostro parere un piccolo capolavoro narrativo, ricco di colpi di scena e di sostrati simbolici.

Secondo la tradizione, Cristina è dunque una vergine dodicenne segretamente convertitasi al cristianesimo, contro il volere del padre Urbano che ricopre la carica di prefetto di Volsinii (l’antica Bolsena). Urbano cerca in tutti i modi di allontanare la fanciulla dalla fede e riportarla ad adorare gli Dei pagani, ma senza successo. La figlioletta “ribelle”, nella sua battaglia religiosa contro il padre, arriva perfino a distruggere gli idoli d’oro e a distribuirne i pezzi fra i poveri. Dopo alcuni sgarri di questo tenore, Urbano decide di piegarla con la forza.

Ed è a questo punto che la leggenda di Santa Cristina diviene unica, perché essa si trasforma in uno dei martiriologi più fantasiosi, brutali e sorprendenti che ci siano stati tramandati.

Inizialmente Cristina viene schiaffeggiata e battuta con le verghe da dodici uomini: ma essi cadono esausti a poco a poco, senza aver minimamente intaccato il vigore della sua fede. Quindi Urbano comanda che venga portata alla ruota, sopra alla quale la fanciulla è legata. La ruota, girando, le spezza il corpo e disarticola le ossa, ma non è sufficiente; Urbano fa accendere un fuoco sotto la ruota, alimentato con l’olio affinché sua figlia bruci più in fretta. Appena Cristina prega Dio e Gesù Cristo, però, le fiamme si rivolgono contro i suoi aguzzini, divorandoli (“istantaneamente il fuoco si allontanò da lei e uccise millecinquecento dei persecutori idolatri, mentre santa Cristina stava adagiata sulla ruota come su di un letto e gli angeli la servivano”).

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Urbano la fa allora rinchiudere in carcere, dove Cristina viene visitata dalla madre – ma nemmeno le lacrime materne la fanno desistere. Disperato, il padre manda cinque schiavi nella notte che prelevano la giovane, le legano un’enorme mola al collo e la gettano nelle cupe acque del lago.

La mattina dopo, all’alba, Urbano esce dal palazzo e triste si reca sulla riva del lago. Ma ad un tratto vede qualcosa galleggiare sulle acque, una specie di miraggio che si fa sempre più vicino. È sua figlia: come una sorta di Venere o ninfa risorta dai flutti, ella sta in piedi sulla pietra che avrebbe dovuto trascinarla a fondo, e che invece galleggia come una piccola imbarcazione. A questa vista, Urbano non regge a una sconfitta così miracolosa e muore sul colpo, mentre i demoni si impadroniscono della sua anima.

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Ma i tormenti di Cristina non sono finiti: a Urbano succede Dione, nuovo persecutore. Egli rincara le crudeltà, facendo immergere la vergine in una caldaia di pece ed olio bollente, nella quale la santa entra cantando le lodi di Dio come se si trattasse di un bagno rinfrescante. Dione allora le fa tagliare i capelli e ordina che sia portata nuda per le strade della città fino al tempio di Apollo; una volta lì, la statua del Dio va in frantumi di fronte a Cristina, e una scheggia uccide Dione.

Il terzo aguzzino è un giudice di nome Giuliano: la fa murare viva per cinque giorni in una fornace. Quando si riapre il forno, Cristina viene trovata in compagnia di un gruppo di angeli, che sbattendo le loro ali hanno tenuto il fuoco a distanza per tutto il tempo.

Giuliano allora comanda che un “serparo” le applichi sul corpo due aspidi e due serpenti. I serpenti si attorcigliano ai suoi piedi, lambendo il sudore dei tormenti, e gli aspidi si attaccano come lattanti ai suoi seni. Allora vengono aizzate due vipere, che però si rivoltano contro il serparo e lo uccidono.

Quindi la furia e la frustrazione di Giuliano arrivano al culmine. Fa strappare le mammelle alla ragazzina, ma da esse sgorga latte invece che sangue; in seguito le fa tagliare la lingua. La santa ne raccoglie un pezzo da terra e glielo getta in faccia, accecandolo da un occhio. Infine, gli arcieri imperiali la legano ad un palo e Dio permette misericordiosamente che le pene della vergine abbiano una fine: Cristina viene uccisa con due frecce, una al petto e una al fianco, e la sua anima s’invola a contemplare il volto di Cristo.

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Avevamo già affrontato nell’articolo summenzionato l’innegabile tensione erotica presente nella figura di Cristina. Ella è la femmina intoccabile, la vergine che non è possibile deflorare in virtù del suo corpo misterioso e miracoloso. I torturatori, tutti maschi, si accaniscono su di lei per straziare e punire le sue carni, ma gli assalti si ritorcono immancabilmente contro di loro: sono gli uomini che, in ogni episodio, rimangono beffati e impotenti, quando non metaforicamente castrati (vedi la lingua che acceca Giuliano). Cristina è una santa sprezzante, splendida, ultraterrena, dalla femminilità al contempo acerba e minacciosa. I simboli del suo sacrificio (le mammelle tagliate che spargono latte, i serpenti che leccano il suo sudore) se non fossero calati nel contesto cristiano potrebbero ricordare personaggi più cupi, come i demoni femminili delle mitologie mesopotamiche, o addirittura corteggiare l’immaginario legato alle streghe (il potere di galleggiare sull’acqua): qui invece le caratteristiche soprannaturali vengono reinterpretate per rinforzare lo stoicismo e l’eroicità della martire. I miracoli sono attribuiti agli angeli e a Dio, di cui Cristina è prediletta proprio perché accetta e subisce indicibili sofferenze a riprova della sua onnipotenza. Esempio dunque di fede incrollabile, di eccellenza divina.

Senza dubbio i supplizi di Santa Cristina, con il loro incalzante climax, si prestano bene alla rappresentazione sacra.
Per questo i “Misteri”, come vengono chiamati, esercitano da sempre una magnetica attrazione sulla folla: cittadini, turisti, curiosi e comitive arrivate appositamente per l’evento assiepano le strette vie della cittadina, condividendo un’euforia del tutto singolare.

I Misteri selezionati possono variare: quest’anno, la notte del 23 sono stati messi in scena la ruota, la fornace, le carceri, il lago, i demoni, e la mattina successiva il battesimo, i serpenti, il taglio della lingua, le frecce e la gloria.

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I figuranti restano immobili, nello spirito del quadro vivente, e silenziosi. Le scenografie possono in alcuni casi essere spoglie, ma questa ostentata povertà di mezzi è bilanciata dal barocchismo delle coreografie. Decine di attori sono disposti in pose caravaggesche, e la staticità assoluta dona un particolare senso di sospensione.

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Le carceri mostrano Cristina incatenata, mentre dietro di lei alcuni aguzzini tagliano i capelli e amputano le mani di altre sventurate prigioniere. Potrebbe stupire la presenza di bambini all’interno di queste rappresentazioni crudeli, ma il loro sguardo riesce a malapena a nascondere l’eccitazione del momento: certo, ci sono le torture, eppure qui è la santa a dominare la scena, con sguardo deciso e pronto al supplizio. I figuranti sono talmente concentrati nel loro ruolo, quasi rapiti si direbbe, che inevitabilmente c’è qualcuno fra il pubblico che cerca di farli ridere, di farli muovere. È il classico spirito tutto italiano, capace di nutrirsi al tempo stesso di sacro e di profano senza che la partecipazione venga meno: appena si richiude il tendone, tutti si incamminano nuovamente dietro la statua, intonando le preghiere.

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La scena dei demoni che si impossessano dell’anima di Urbano – uno dei pochi quadri in movimento – chiude la processione notturna ed è senza dubbio fra i momenti più impressionanti: attorno alla salma di Urbano la bolgia infernale è scatenata, mentre i diavoli seminudi si dimenano e si gettano l’uno sull’altro in una confusione di corpi; Satana, illuminato da toni accesi, incalza il putiferio con il suo forcone; quando infine compare la santa, sui bastioni del castello, una cascata pirotecnica ne incornicia la suggestiva e gloriosa figura.

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La mattina dopo, il giorno di Santa Cristina, l’icona ripercorre lo stesso cammino a ritroso per rientrare nella sua basilica, accompagnata stavolta dalla banda.

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Anche il martirio dei serpenti è animato. I rettili, che un tempo venivano raccolti nelle vicinanze del lago, sono oggi noleggiati dai vivai, accuratamente maneggiati e protetti dal caldo. Il torturatore agita i serpenti di fronte al volto impassibile della santa, prima di cadere vittima del veleno: la folla esplode in un applauso entusiastico.

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Il taglio della lingua è un altro di quei momenti che non avrebbe sfigurato in una rappresentazione al Grand Guignol. Un bambino porge il coltello al carnefice, che porta la lama alle labbra della martire: mozzata la lingua, la ragazza reclina il capo mentre il sangue sgorga dalla bocca. La folla è, se possibile, ancora più euforica.

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Ecco che Cristina trova la sua morte: con due frecce piantate nel petto, arriva all’ultimo atto della sua passio di fronte a una moltitudine di donne dallo sguardo duro e indifferente, mentre la schiera di arcieri osserva i suoi respiri fermarsi.

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L’ultima scena rappresenta la gloria della santa. Un gruppo di ragazzi ne esibisce il corpo senza vita, coperto da un drappo, mentre coreuti e bambini innalzano a Cristina offerte e lodi.

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Un aspetto che senza dubbio colpisce nelle rappresentazioni dei Misteri di Bolsena è la loro innegabile sensualità. Non soltanto, per tradizione, la santa è interpretata da giovani e belle fanciulle: anche i corpi maschili seminudi sono una presenza costante. Che indossino faretre o ali d’angelo, che siano avvolti da serpenti o che sollevino una Cristina dolcemente abbandonata alla morte, i muscoli torniti dei ragazzi scintillano sotto le luci o nel sole, perfetto contraltare alla fisicità della passione della santa. Questa sensualità, va sottolineato, non toglie nulla al trasporto della venerazione, anzi. Come accade in tante altre espressioni fideistiche popolari, un po’ ovunque nella nostra penisola, il rapporto spirituale con la divinità diviene anche intensamente carnale.

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La leggenda di Santa Cristina nasconde effettivamente una sotterranea tensione sessuale, ed è rimarchevole che anche in queste sacre rappresentazioni si mantenga (molto velata, s’intende) una simile carica simbolica.

Mentre ammiriamo le ricostruzioni delle sevizie e delle clamorose vittorie della martire bambina, patrona di Bolsena, ci rendiamo conto che a salire sul palco teatrale non è soltanto la fede sincera e spontanea di una città. Oltre ai miracoli che intendono ricordare, i quadri sembrano alludere a un altro, più grande “mistero”: potranno anche apparire fissi e immobili, ma sotto la superficie ribollono di passione, di slanci metafisici, di vita.

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