Eventi di dicembre

Anche quest’anno mi troverete a Roma alla fiera dell’editoria indipendente Più Libri Più Liberi.

Sarò presente per dediche e chiacchiere varie sabato 8 dicembre dalle 11 alle 14; e domenica 9 dicembre dalle 17 alle 19 presso lo stand di #LOGOSEDIZIONI (G61 F62).

Ma prima, c’è una bella sopresa: il 7 dicembre non potete perdervi un’occasione davvero speciale.
L’amico Fabio Camilletti ha infatti curato per Nova Delphi la prima traduzione italiana del Frankenstein originale di Mary Shelley.
Vi potreste chiedere, in che senso la “prima traduzione”?
Il fatto è che esistono molti Frankenstein. C’è l’edizione definitiva del 1831, praticamente l’unica nota, finora, al pubblico italiano. C’è quella del 1823 curata da William Godwin, padre di Mary Shelley. C’è la prima edizione del 1818, scritta da Mary ma profondamente rivista da suo marito Percy. E c’è, infine, il primo Frankenstein: il testo scritto da Mary, e da Mary sola, fra il 1816 e il 1817, e che qui viene proposto per la prima volta in lingua italiana.
Composto in viaggio, sullo sfondo di un’Europa devastata dalla guerra, dal gelo e dalla carestia, il primo Frankenstein è il frutto più immediato degli incubi e delle ossessioni di Villa Diodati: un testo più scarno, diretto e disperato di quello che siamo abituati a conoscere, un’opera in cui non esiste morale e in cui nulla è certo.

Ma non c’è solo Frankenstein. Il volume che contiene il testo è infatti il primo di due, intitolati Villa Diodati Files: tutti gli scritti legati alle “fatidiche notti dell’estate 1816”, animate dai coniugi Shelley, da Byron e da Polidori, vengono ricostruiti filologicamente nei due volumi, costituendo un prezioso archivio di un momento che ha cambiato per sempre l’immaginario fantastico.

Quindi, sempre a Più Libri Più Liberi nella spettacolare cornice della “Nuvola di Fuksas“, Fabio presenterà questa sua ultima fatica; a interloquire con lui saremo io e la splendida Annalisa Cignitti del blog Rocaille.

L’ultimo appuntamento da non mancare, prima di Natale, è il 16 dicembre.
Ritornerò infatti alla straordinaria wunderkammer Mirabilia di Giano Del Bufalo, a Roma, per presentare la versione aggiornata del mio talk Sante, Madri & Afroditi.
Si tratta di un work in progress che mi impegna da anni, una ricerca interdisciplinare sulla dissezione del corpo femminile come dispositivo retorico utilizzato attraverso i secoli per minare il potere seduttivo della donna.
Segnate subito tutto sul calendario, vi aspetto!

La rianimazione dei cadaveri

Il fulmine colpisce la torre più alta del castello. L’elettricità, sfrigolando lungo i cavi, si propaga attraverso i bulbi di un macchinario dai mille quadranti impazziti. L’assistente abbassa un’enorme leva, e il corpo sotto al lenzuolo ha un fremito. Il barone, vestito di un camice bianco, urla con gli occhi allucinati: “È VIVO!”, mentre una mano ricoperta di cicatrici si solleva dolorosamente…

L’idea di uno scienziato che rianima parti di cadaveri tramite le scariche elettriche è entrato nell’immaginario collettivo con il romanzo di Mary Shelley, Frankenstein, ovvero il moderno Prometeo, pubblicato nel 1818, e con tutti i film che ha ispirato – ma quest’idea non è strettamente una fantasia. Il fatto che nessuno sia ancora riuscito a rianimare un cadavere, non vuol dire che nessuno ci abbia provato.

Mary Shelley, infatti, non inventò dal nulla le basi scientifiche del suo romanzo. Si ispirò invece alle scoperte di un ricercatore italiano, il grande Luigi Galvani.

Galvani è ricordato principalmente per i suoi studi su quella che definì “elettricità animale”, e per i suoi esperimenti sulle rane: nel 1780, facendo passare una corrente elettrica attraverso i nervi di alcune rane sezionate, osservò contrazioni muscolari e movimenti delle gambe degli anfibi.

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Ma fu suo nipote, Giovanni Aldini, che portò le scoperte di Galvani ad uno spettacolare traguardo, che ricorda più da vicino le imprese del Barone Frankenstein.

Annoiato di avere a che fare con le rane, Aldini decise di passare a qualcosa di più stimolante. Cosa succederebbe, si chiese, se collegassimo all’elettricità il cadavere di un uomo?

Fu così che Aldini divenne il pioniere della rianimazione dei cadaveri. L’elettrificazione del corpo umano divenne il suo più grande show, che portò in giro per l’Europa, offrendo al pubblico un sensazionale – e agghiacciante – spettacolo.

La dimostrazione più celebre rimane quella svoltasi a Londra, al Royal College of Surgeons, il 17 gennaio 1803. L’assassino ventiseienne George Forster, impiccato per l’omicidio di moglie e figlio, appena staccato dalla forca fu portato nella sala del collegio. Aldini collegò i poli di una batteria rame-zinco da 120 volt a diverse parti del corpo di Forster: al volto innanzitutto, quindi alla bocca e alle orecchie. I muscoli della mascella ebbero uno spasmo e l’espressione dell’assassino divenne una smorfia di dolore. L’occhio sinistro si aprì, fissando sbarrato il suo torturatore. Aldini divenne l’onnipotente burattinaio di quella marionetta disarticolata: fece battere un braccio sul tavolo, inarcare la schiena, fece aprire i polmoni in un angosciato respiro.

Poi, il gran finale. Collegò un polo ad un orecchio, e infilò l’altro nel retto. Il cadavere cominciò una danza grottesca e terribile. Scrisse l’inviato del London Times: “la mano destra si è alzata stringendo il pugno, le gambe e i fianchi hanno iniziato a muoversi. Agli spettatori non informati su quel che stava succedendo è davvero sembrato che il corpo di quel disgraziato fosse sul punto di riprendere vita”.

In un altro dei suoi spettacoli scientifici, Aldini operava su una testa tagliata di vitello. Tirava fuori la lingua con l’aiuto di un gancio, poi al momento di accendere la corrente la lingua rientrava con tanta forza da portarsi dietro il gancio, emettendo un suono di risucchio che orripilava gli astanti.

Un altro pioniere della scienza convinto che proseguendo questi studi si sarebbe giunti a sconfiggere la morte era Andrew Ure.

Le sue dimostrazioni erano, se possibile, ancora più incisive di quelle di Aldini. Nel 1818 a Glasgow, il 4 novembre, Ure collegò il cadavere dell’assassino condannato a morte Matthew Clydesdale con una batteria ancora più potente, da 270 volt. Collegò il midollo spinale al nervo sciatico, e “tutti i muscoli del corpo si agitarono all’istante secondo un movimento convulsivo, come in un violento tremore causato dal freddo”. Il collegamento fra nervo frenico e diaframma provocò “un respiro completo, no, meglio dire faticoso… il petto si sollevò e si riabbassò, la pancia si spinse in fuori e poi ricadde, con il rilassamento e il ritirarsi del diaframma”. Infine, con l’usuale senso del climax, Ure unì i poli della batteria ad un nervo scoperto sulla nuca e al tallone.

“Tutti i muscoli si gettarono simultaneamente in un movimento spaventoso: rabbia, orrore, disperazione, angoscia e sorrisi terribili si unirono in un’orribile espressione sul volto dell’omicida, producendo un effetto di gran lunga più terrificante delle rappresentazioni di Füssli o Kean”. Alcuni spettatori persero i sensi, altri fuggirono dalla sala.

Ure era convinto di poter arrivare a rianimare davvero i morti, continuando questi esperimenti. “C’è una probabilità che la vita possa essere donata di nuovo, – scriveva – e questo evento, comunque poco desiderabile nel caso di un assassino, e forse contrario alla legge, avrebbe tuttavia ricevuto il perdono in un caso: se fosse stato sommamente onorevole e utile alla scienza”.

Lo sappiamo: gli scienziati sono persone scrupolose e precise, che pazientemente esaminano risultati e dati. È difficile ammetterlo, ma la scienza ha anche contribuito alla genesi di folli visionari e imbonitori da circo, che magari qualche volta hanno cambiato la storia… ma per la maggior parte no. La rianimazione elettrica di tessuti morti sembra un traguardo ormai abbandonato dalla moderna ricerca.

Il barone Victor Frankenstein sta ancora aspettando che il fulmine colpisca la più alta torre del suo castello. Ma almeno sa di non essere solo.

Le informazioni sono tratte dallo splendido libro Elefanti in acido di Alex Boese (2009, Baldini Castoldi Dalai editore).