Link, curiosità & meraviglie assortite – 1

Quasi tutti i post che pubblico su queste pagine sono il risultato di diversi giorni di studio specifico, recupero di materiali, visite alla Biblioteca Nazionale, ecc. Accade spesso che le ricerche ininterrotte mi conducano però ad imbattermi in piccole meraviglie che forse non meritano un vero e proprio approfondimento, ma che mi dispiace perdere lungo la strada.

Ho deciso quindi di riservarmi saltuariamente la possibilità di un mini-post come questo, in cui segnalarvi il meglio delle notizie bizzarre scoperte negli ultimi tempi, suggeritemi dai lettori, menzionate su Twitter (dove sono più attivo che su altri social) oppure ripescate dal mio archivio.

L’idea — lo confesso candidamente visto che siamo tra amici — mi torna anche utile perché questo è un periodo di grande fermento per Bizzarro Bazar.
Oltre al lavoro sulle bozze del nuovo libro della Collana BB, intorno al quale non posso ancora fare anticipazioni, mi sto dedicando a un progetto impegnativo ma entusiasmante, una sorta di incursione di Bizzarro Bazar nel mondo reale…  con tutta probabilità sarò in grado di darvi notizie più precise già il mese prossimo.

Quindi, bando alle ciance, ecco un po’ di materiale interessante. (Purtroppo la quasi totalità di questi link sono in lingua inglese. Così va il mondo).

  • Le peripezie della testa di Haydn: pagina Wiki, e articolo di Life Magazine del 1954 con foto della cerimonia di sepoltura del cranio. La vicenda ricorda quella del teschio di Cartesio, di cui ho parlato qui. (Grazie, Daniele!)
  • Per chi se lo fosse perso, ecco il mio articolo per Illustrati sulla pornodiva Bridget Powers, affetta da nanismo.
  • Continuando l’esplorazione dei fallimenti umani, ecco un curioso filmato d’epoca di un veicolo anfibio e volante, che avrebbe dovuto conquistare terra, acqua e aria. Spoiler: non andò molto distante.

  • Mode più recenti: infilarsi nella carcassa di una balena in decomposizione per curare i reumatismi. Ne parla in un ironico video Caitlin Doughty (che avevo intervistato qui).

  • Scoperta quella che potrebbe essere la prima autopsia mai filmata con una cinepresa (attenzione, immagini forti). L’amica anatomopatologa mi scrive: “Il filmino è una vera chicca, bellissimo, notevole la maestria con cui il patologo, il famoso dottor Erdheim, disseziona: fa tutto con il coltello compresa la disarticolazione del piastrone sternale (molto elegante! Io invece uso una specie di trinciapolli); fa una bella eviscerazione en bloc almeno degli organi toracici (non si vede l’addome) dalla lingua al diaframma, che è la tecnica migliore per mantenere i rapporti tra i visceri e… si schizza pochissimo! Ha anche il tavolo messo all’altezza giusta: non so perchè invece nelle nostre sale settorie si ostinano a mettere dei tavoli molto alti, per cui devi usare la pedana, con il rischio di cadere giù se ti sposti all’indietro. Interessante poi tutto il fervore di attività alle spalle e di fianco al patologo, evidentemente lavoravano contemporaneamente su più tavoli. Penso che il patologo mettesse le mani “in pasta” solo per ragioni didattiche, altrimenti c’erano i periti settori o gli studenti che gli preparavano i corpi.
    Certo che vederlo andare praticamente con il naso dentro la testa del cadavere, senza nessun “DPI” (Dispositivo di protezione individuale, n.d.r.), fa abbastanza effetto…

  • Un lungo, approfondito e stimolante articolo sulla crionica; se pensate che sia solo una follia da ricchi che non accettano la morte, potreste ricredervi. La questione è molto più intrigante.
  • Per finire, ecco un’intervista che mi ha fatto The Thinker’s Garden, meraviglioso sito che si occupa degli aspetti arcani e sublimi di arte, storia e letteratura.

Gli ammutinati della Batavia

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Il viaggio della Batavia era partito male fin dall’inizio.
Quando questa nave della Compagnia Olandese delle Indie Orientali salpò da Texel, nei Paesi Bassi, il 29 ottobre 1628, una violenta tempesta la separò dalle altre sei imbarcazioni della flotta. Tornata la calma, soltanto tre navi erano in vista: la Batavia, appunto, Assendelft e la Buren. Proseguirono il loro viaggio fino al Capo di Buona Speranza, arrivandoci perfino in anticipo di un mese sulla tabella di marcia. Ma già a questo punto era chiaro che c’era sangue amaro fra il comandante Francisco Pelsaert e il capitano Adrian Jacobsz.
Pelsaert era uno degli uomini di maggiore esperienza di tutta la Compagnia, e mal sopportava l’amore del capitano per la bottiglia: l’aveva ripreso severamente, in pubblico e di fronte alla ciurma. Jacobsz, pur facendo buon viso a cattivo gioco, covava la sua vendetta.

Il terzo uomo più importante sulla nave, dopo il comandante e il capitano, era un certo Jeronimus Cornelisz. La sua era una storia strana, perché non era davvero un marinaio: aveva sempre svolto l’attività di farmacista, come suo padre prima di lui. Ma nel 1627 il suo figlioletto di pochi mesi era morto a causa della sifilide, e Cornelisz si era impuntato nel voler dimostrare che era stata l’infermiera a contagiare il bambino, e non sua moglie. Invischiato in azioni legali, era presto andato in bancarotta. Si era imbarcato sulla Batavia proprio per scappare dall’Olanda e fuggire i suoi guai finanziari.
A bordo della nave, Cornelisz divenne amico di Jacobsz; assieme, i due cominciarono a tramare un piano di ammutinamento per spodestare il comandante Pelsaert.

Le navi ripartirono da Città del Capo dirette verso Java, ma poco dopo aver lasciato la terra si persero di vista. La Batavia ora era sola nell’Oceano Indiano. Durante la traversata, Pelsaert si ammalò e restò per gran parte del tempo chiuso nella sua cabina. Fra gli uomini della ciurma, senza il rigido controllo del comandante, le cose cominciarono a precipitare.

Dei 341 passeggeri circa due terzi erano ufficiali ed equipaggio, circa un centinaio erano soldati e il resto era costituito da civili tra cui alcune donne e bambini. Come si può immaginare, essere donna in così stretta minoranza su una nave che ospitava centinaia di uomini, lasciati a se stessi senza una vera disciplina, era piuttosto rischioso. La prima a fare le spese di questa pesante situazione fu Lucretia Jans, una ventisettenne dell’alta società oladese che viaggiava per raggiungere suo marito a Giacarta. Jacobsz ce l’aveva con lei perché aveva rifiutato le sue avances; così nel pieno dell’oceano Lucretia venne assalita da uomini mascherati che la “appesero fuori bordo per i piedi e maltrattarono indecentemente il suo corpo“. Più tardi la donna dichiarerà di aver riconosciuto Jacobz e un suo scagnozzo dalle voci dei molestatori. Non è chiaro se questo incidente facesse in realtà parte del piano di ammutinamento: se Lucretia non avesse riconosciuto gli assalitori, il comandante Palseart avrebbe dovuto punire tutta la ciurma, e forse Jacobz puntava su un’eventualità simile per diffondere il malcontento fra i marinai.
Ma Palseart, a causa della sua malattia, non arrestò né punì i colpevoli. Mentre Cronelisz e Jacobsz architettavano nuovi espedienti per scatenare l’ammutinamento, la notte del 4 giugno 1629 successe qualcosa di imprevisto.

Il 4 di Giugno, un lunedì mattina, il secondo giorno di Pentecoste, con luna piena e chiara circa due ore prima dell’alba durante la veglia del capitano (Ariaen Jacobsz), giacevo ammalato nella mia cuccetta e tutto d’un tratto sentii, con un duro e terribile movimento, l’urto del timone della nave, e immediatamente dopo sentii la nave incagliarsi nelle rocce, tanto che caddi giù dalla branda. A quel punto corsi di sopra e scoprii che tutte le vele erano spiegate, il vento da sudovest […] e che stavamo nel mezzo di una densa nebbia. Attorno alla nave c’era soltanto una rada schiuma, ma poco dopo sentii il mare infrangersi violentemente intorno a noi. Dissi, “Capitano, cosa avete fatto, a causa della vostra incauta sbadataggine avete passato questo cappio attorno al nostro collo?”

(Diario di Pelsaert)

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La Batavia si era incagliata sulla barriera corallina di Morning Reef, nell’arcipelago di Houtman Abrolhos, quaranta miglia al largo della costa ovest dell’Australia. A poco a poco i sopravvissuti vennero trasportati su due isole vicine, Beacon Island e Traitor’s Island. Alcuni uomini, fra cui Cornelisz, rimasero a bordo del relitto. Ma l’arcipelago non offriva a prima vista possibilità di sostentamento per tutti quegli uomini: il cibo scarseggiava (sulle isole si potevano trovare soltanto degli uccelli e qualche leone marino), e il problema più grave era la mancanza d’acqua dolce. Palseart decise, coraggiosamente, di tentare un’impresa impossibile – raggiungere Giacarta con le scialuppe di salvataggio che rimanevano a disposizione.

Alla fine, dopo aver discusso a lungo e ponderato che non c’era speranza di portare l’acqua fuori dal relitto a meno che la nave non fosse caduta a pezzi e i barili fossero arrivati galleggiando fino a terra, o che venisse una buona pioggia quotidiana per alleviare la nostra sete (ma questi erano tutti mezzi molto incerti), decidemmo dopo lungo dibattito […] che saremmo dovuti andare a cercare l’acqua nelle isole limitrofe o sul continente per mantenerci in vita, e se non avessimo trovato acqua, che avremmo allora navigato con le barche senza indugio per Batavia [antico nome di Giacarta], e con la grazia di Dio raccontato laggiù la nostra triste, inaudita, disastrosa vicenda.

(Diario di Pelsaert)

Pelsaert prese con sé 48 uomini fra ufficiali e passeggeri, Jacobsz incluso, e salpò per Giacarta. Ci arrivò 33 giorni dopo, incredibilmente senza perdite umane. Una volta nella capitale, Jacobsz venne arrestato per negligenza. Pelsaert cominciò a organizzare il viaggio di ritorno per salvare i superstiti, ma quello che non sapeva è che nel frattempo qualcosa di davvero inimmaginabile era successo sulle isole.

Cornelisz era rimasto sulla Batavia, incagliata nel corallo; ma poco dopo la partenza di Pelsaert la nave si era completamente sfasciata, portando con sé sott’acqua 40 uomini. Cornelisz riuscì a salvarsi e ad arrivare a riva aggrappandosi ai relitti galleggianti. I naufraghi erano amareggiati e furibondi d’essere stati abbandonati nel momento del bisogno dal loro comandante; Cornelisz quindi ebbe facile gioco nel reclutare una quarantina di uomini senza scrupoli per assicurarsi il potere sul gruppo. La sua intenzione iniziale era quella di catturare qualsiasi barca fosse arrivata per salvarli, e usarla per partire per conto proprio. Ma con il passare dei giorni un altro, più oscuro e folle progetto si fece strada nella sua mente: sarebbe diventato il tiranno incontrastato di quelle piccole e sconosciute isole, e avrebbe costruito un suo privato regno di piacere e di terrore, nel quale passare il resto della sua vita.

Chiaramente Cornelisz doveva eliminare qualsiasi oppositore o individuo pericoloso; così cominciò sistematicamente a sbarazzarsi degli altri sopravvissuti. All’inizio Cornelisz procedette in maniera subdola, spedendo per esempio una quarantina di mozzi a Seal Island, con il pretesto che lì si trovavano delle fonti d’acqua dolce; egli sapeva bene che in realtà non ce n’erano, e li abbandonò al loro destino. Un gruppo di soldati al comando di un certo Wiebbe Hayes vennero mandati ad esplorare delle isole all’orizzonte (West Wallabi Island), con l’intesa che sarebbero stati recuperati appena avessero acceso dei fuochi di segnalazione. Anche questa volta Cornelisz, ovviamente, non aveva alcuna intenzione di tornare a riprenderli.

Se fino ad allora Cornelisz si era mosso discretamente, pian piano ogni scrupolo venne a cadere. Alcuni uomini furono imbarcati per finte ricognizioni, e spinti fuori bordo dai sicari di Cornelisz; altri annegati direttamente sulla spiaggia. I potenziali oppositori erano ormai debellati, il dominio di Cornelisz divenne assoluto e con esso l’escalation di violenza non conobbe più freni. Cornelisz aveva stabilito che il numero ideale di abitanti dell’isola era di 45 persone – tutti gli altri andavano decimati senza pietà. Vennero organizzate le esecuzioni, infermi e malati per primi. I bambini vennero tutti massacrati. Alcune donne furono risparmiate soltanto per diventare schiave sessuali dei nuovi padroni dell’isola; Cornelisz si riservò come ancella personale proprio quella Lucretia Jans già concupita da molti marinai sulla Batavia.
Quando ci si accorse che sulla vicina Seal Island il gruppo d’esplorazione abbandonato a morire era in realtà ancora in vita (si potevano vedere i superstiti aggirarsi sulla spiaggia), Cornelisz inviò i suoi uomini ad ucciderli; missione che essi portarono a termine senza problemi.

Il controllo di Cornelisz era totale. Nonostante non avesse commesso personalmente alcuno dei crimini (aveva provato ad avvelenare un bambino senza successo, lasciando poi ad altri il compito di strangolarlo), con il suo carisma induceva i sottoposti ad agire per lui. A dire la verità, con il passare dei giorni, non vi fu nemmeno più il bisogno di convincerli:

Con una banda devota di giovani assassini, Cornelisz cominciò a uccidere sistematicamente chiunque credeva potesse essere un problema per il suo regno di terrore, o un peso per le loro limitate risorse. Gli ammutinati divennero inebriati di omicidi, e nessuno poteva più fermarli. Avevano bisogno soltanto della minima scusa per annegare, picchiare, strangolare o pugnalare a morte le loro vittime, donne e bambini inclusi.

(Mike Dash, Batavia’s Graveyard)

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Fra i testimoni, il predicatore Gijsbert Bastiaenz assistette impotente a tutte queste orribili carneficine, e vide trucidare di fronte a sé sua moglie e le sue figlie, tranne la primogenita che uno degli uomini di Cornelisz aveva preteso per sé. Scriverà il resoconto dell’eccidio in una lettera che ci è arrivata intatta.

Ma un giorno successe qualcosa che Cornelisz non aveva previsto: un fuoco di segnalazione venne avvistato su una delle isole all’orizzonte dove erano stati abbandonati Wiebbe Hayes e i suoi soldati. Chiaramente erano riusciti a trovare dell’acqua, e questo complicava le cose per Cornelisz: significava che il gruppo aveva mezzi per sopravvivere, e il pericolo era che quei soldati raggiungessero per primi le eventuali navi di salvataggio in arrivo.
Wiebbe Hayes però era stato avvisato dei massacri che avevano luogo su Beacon Island da alcuni uomini riusciti a fuggire; aveva dunque avuto il tempo di organizzare le sue difese. I suoi soldati avevano costruito armi di fortuna con i materiali arrivati a riva dal naufragio; avevano perfino costruito un piccolo fortino con pietre e blocchi di corallo. A questo punto erano meglio nutriti, e meglio addestrati, dei sicari di Cornelisz, e quando questi arrivarono per dare battaglia riuscirono a sconfiggerli facilmente in diversi scontri.

Quando Cornelisz vide tornare i suoi uomini a mani vuote, andò su tutte le furie e decise di prendere direttamente il comando delle operazioni. Attaccò Hayes, ma venne fatto prigioniero; e qui il suo regno sanguinario, durato per ben due mesi, conobbe la sua fine. A questo punto infatti comparve all’orizzonte una nave. Era Pelsaert che tornava a salvare i naufraghi, ignaro dei terribili eventi.

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Il giorno 17, di mattina all’alba, abbiamo levato ancora l’ancora, il vento a nord. […] Prima di mezzogiorno, avvicinandoci all’isola, vedemmo del fumo su un lungo isolotto due miglia ad ovest del relitto, e anche su un’altra piccola isola vicino al relitto, fatto per cui eravamo tutti molto felici, sperando di trovare un buon numero, se non tutti quanti, ancora vivi. Quindi, appena gettata l’ancora, navigai in barca fino all’isola più vicina, portando con me un barile d’acqua, pane di mais, e un fusto di vino; arrivato, non vidi nessuno, cosa che ci diede da pensare. Sbarcai a riva, e allo stesso momento vedemmo una piccola barca con quattro uomini che aggirava la punta nord; uno di loro, Wiebbe Haynes, saltò giù e corse verso di noi, gridando da lontano, “Benvenuti, ma tornate immediatamente a bordo, perché c’è un gruppo di furfanti sulle isole vicino al relitto, con due imbarcazioni, che hanno intenzione di catturare la vostra nave”.

(Diario di Pelsaert)

Haynes spiegò al comandante che aveva preso in ostaggio Cornelisz; Pelsaert catturò senza problemi gli ammutinati, e nei successivi interrogatori ricostruì l’intero accaduto. I crimini commessi, oltre ovviamente all’omicidio di svariate persone, includevano anche innumerevoli stupri e il furto di beni della Compagnia e di effetti personali dei passeggeri.
Il 2 ottobre 1629 venne eseguita, sulla stessa Seal Island, la condanna dei colpevoli. Agli ammutinati venne tagliata la mano destra, prima di essere impiccati. Per Cornelisz la pena comportò l’amputazione di entrambe le mani, prima di salire sul patibolo.

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A Giacarta infine si decisero le sorti degli ultimi protagonisti di questa vicenda.
Il capitano Jacobsz, che era già prigioniero, nonostante le torture non confessò mai di aver tentato l’ammutinamento sulla Batavia; morì probabilmente in prigione.
Il comandante Pelsaert venne ritenuto responsabile di mancanza d’autorità. Gli vennero confiscati tutti gli averi, e nel giro di un anno morì di stenti.
Wiebbe Hayes, che aveva invece combattuto coraggiosamente, divenne un eroe. La Compagnia lo promosse a sergente e in seguito a luogotenente.

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Quello della Batavia è considerato uno degli ammutinamenti più sanguinosi della storia: dei 341 passeggeri originari, soltanto 68 sopravvissero (intorno al centinaio secondo altre fonti). Alcune vittime furono ritrovate, in fosse comuni, durante gli scavi archeologici. Se il relitto e i resti umani sono esposti al Western Australian Museum, a Lelystad nei Paesi Bassi è possibile ammirare una straordinaria replica della Batavia, eseguita a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, e costruita con gli stessi attrezzi, metodi e materiali che si usavano nel Seicento.

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