Specchiarsi nell’Ombra

(Articolo a cura della nostra guestblogger Jennifer Bertasini)

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Ovunque andrai, sarò con te,

sempre, sino alla fine dei tuoi giorni.

E, allora, mi poserò sulla tua tomba.

(de Musset, La nuit de décembre)

C’è un corvo, posato su una pietra tombale; un giovane uomo si china sulla lapide su cui sono incisi i versi di de Musset: il ritratto del defunto si specchia negli occhi del curvo visitatore. I loro lineamenti coincidono alla perfezione.

Questa la scena finale de Lo studente di Praga (1913), sperimentale film horror in bianco e nero basato su uno script di Hanns Heinz Ewers. La silhouette del giovane appena sepolto e della sua ombra aberrante coincidono con quella di Balduin, studente spadaccino che, dilapidato il patrimonio in notturne dissolutezze, baratta il suo riflesso con una somma ingente di denaro, firmando un contratto con Scapinelli – novello demonio oscarwildiano – e sancendo, così, la sua disfatta. Tra eteree contesse annegate, ballerine caucasiche e duelli da drammatica operetta, si consumano delitti e incomprensioni: il colpevole non può che essere il riflesso di Balduin, incarnante la materializzazione dei suoi antichi disagi esistenziali e della scissione interiore che gl’impedisce, tra l’altro, di vivere una soddisfacente intimità con la sua amata. Impossibile sfuggire a colpe pregresse, né al proprio lato istintivo (che può finire per guidarci, indipendentemente dalla ragione): dopo un incontro rivelatore col suo doppio, nelle suggestive vesti del vetturino della carrozza su cui Balduin sta viaggiando, il giovane spara al phàsma, all’apparizione. Prevedibilmente, è dalle sue stesse arterie che il sangue finisce per fluire; un ghignante Scapinelli strappa il contratto sul cadavere.

Tangibile, all’interno della pellicola, l’influsso di Hoffmann (La storia del riflesso perduto), ma la letteratura Otto-Novecentesca appare ampiamente costellata di opere analoghe, in cui la perdita dell’ombra, la fuga del riflesso e lo sdoppiamento rappresentano la cedevolezza dell’autocontrollo rispetto alle pulsioni, e i personaggi appaiono in balia di terrificanti Doppelgänger che agiscono in loro vece, portandoli alla morte, o – soluzione ancor più aberrante! – a forme terribili di psicosi e follia.

Si pensi ai testi di Chamisso (Storia meravigliosa di Peter Schlemil), Andersen (L’ombra), Jean Paul (Espero), Richard Dehmel (Masken), Ferdinand Raimund (Il re delle Alpi e il misantropo), Oscar Wilde (Il ritratto di Dorian Gray), Poe (William Wilson), Dostoevskij (Il sosia). La personalità di ognuno di questi autori era venata da disturbi psichici, nervosi, sessuali, aggravati dall’abuso d’alcool e d’oppiacei; tratto in comune: frequenti allucinazioni sulla scissione di sé. Jean Paul, ad esempio, si perdeva in solipsistiche elucubrazioni sull’Io, rabbrividendo d’orrore nel non riuscire a riconoscersi riflesso nelle iridi di un interlocutore; Maupassant tremò nell’osservare se stesso strisciare notturnamente all’interno della sua camera al fine di dettare nuovi appunti; Goethe intercettò l’inquietante figura del Sé del futuro cavalcargli incontro lungo il sentiero per Drusenheim; Chamisso, trascinatosi a letto in seguito a una notte brava, accusò il colpo di trovarvi il suo doppio e di esser costretto a convenire che Quello fosse il reale se stesso; in Eines Nachts, Poritzky cedette alla superstizione infantile di osservare il proprio riflesso nello specchio a mezzanotte: perso nei ricordi della giovinezza, la sua figura parve sdoppiarsi tra passato e presente, sino a che il poeta non inorridì innanzi all’improvvisa realizzazione del suo terrificante invecchiamento.

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Il terrore d’impazzire, di perdere il controllo della propria coscienza, sembrano dunque essere alla radice del timore della perdita dell’ombra, del pensiero di un doppio libero d’agire indipendentemente dalla nostra volontà, della cessione del proprio riflesso agli altri – demoni, solitamente, che essendo originariamente loro stessi ombre, al pari di spiriti, spettri, elfi e maghi, desiderano averne altre per sé. Ed è questo, dunque, il germe del terrore primigenio: non possedere un’ombra implicherebbe l’astrazione dal mondo sensibile, quello dei vivi. Solo le anime (si pensi a leggende persiane, o allo stesso Inferno dantesco) e i morti, giacendo, non proiettano mobili riflessi.

Di qui il fiorire di leggende e superstizioni, contemporanee, antiche, esotiche o tribali. Per l’assenza di ombre al suo interno, il sacro recinto degli Arcadi (il Liceo), era assimilato al regno dei morti: chi osava avventurarvisi sarebbe deceduto entro un anno. La stessa sorte toccherebbe, secondo credenze diffuse presso popoli germanici e slavi, nonché presso gli ebrei, a chi durante particolari ricorrenze (la Vigilia di Natale, S. Silvestro, Sukkot, l’intervallo tra Natale e l’Epifania) non proietta alcuna ombra sui muri o ne mostra una sdoppiata; chi possiede un’ombra debole o incerta verrebbe invece considerato malato, e dovrebbe quindi essere esposto al sole per richiamare l’energia – il doppio – sfuggente.

Secondo Frazer (Il ramo d’oro), presso gli abitanti delle Isole Salomone vige il divieto di calpestare l’ombra del re – pena la morte, per oltraggio al corpo dello sovrano stesso -, mentre Ambonya e Uliase evitano di uscire a mezzogiorno, quando il sole, perpendicolare, rende le ombre evanescenti (ed è proprio a quell’ora che il guerriero leggendario Tukaitawa, per i Mangaiani, venne assassinato, in quanto la sua forza variava d’intensità a seconda della definizione del suo umbratile doppio, a sua volta dipendente dall’inclinazione del sole).

Per il primitivo, l’ombra è infatti un’entità tangibile e reale, in grado d’agire indipendentemente, o addirittura di prendere il controllo sulla coscienza, nei sogni e nelle visioni, prima di distaccarsi definitivamente dal corpo al momento del trapasso. E dove sceglie di rifugiarsi, allora, questa mobile e ambigua entità? Sulle pareti di una tomba egizia, forse, dipinta in colori sgargianti per non essere dimenticata. Oppure in una dimensione alternativa, tramutandosi, magicamente, in ciò che religiosamente si definisce anima.

Ed è appunto per il timore di perderla anzitempo che gli Zulù evitano di riflettersi nelle torbide paludi, che non restituirebbero chiaramente i loro lineamenti, e gli antichi Greci interpretavano il sognare il proprio eìdolon – separato da sé – come presagio di morte; per la stessa ragione – preservare l’anima dalla fuga – in alcune regioni tedesche vige l’usanza di velare gli specchi qualora vi sia un morto in casa: l’ombra potrebbe continuare a dimorare nella superficie riflettente, e scorgere due morti – quello reale e il suo riflesso – implicherebbe l’imminente decesso di un altro familiare.

Sia in Oriente che in Occidente si sono registrati, nel corso dei secoli, gustosi aneddoti inerenti al riconoscimento – anche giuridico – dell’ombra quale entità solida e materiale: l’antico diritto germanico prevedeva che un servo, offeso da un uomo libero, potesse rivalersi sulla sua ombra, mentre sotto l’imperatore Massimiliano era incluso, tra le pene più aspre, l’assassinio rituale di un’ombra tramite vanghe. Plutarco, infine, riferisce che il re Bochoris d’Egitto, trovatosi a giudicare il caso di un uomo che aveva goduto dei favori di un’etera durante il sonno, stabilì che la somma pattuita venisse versata dal doppio del reo – l’ombra, appunto – agente nel sogno.

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Un’ombra come riflesso in grado d’agire indipendentemente dalla volontà, dunque, capace d’incarnare il lato oscuro, istintivo, pulsionale d’ogni uomo. Perdere l’ombra, in quest’accezione, o cederla ad altri, pur attraverso il dono d’un cammeo, uno scatto fotografico, un ritratto – a cui le popolazioni tribali, non a caso, si sottraggono – assume la sinistra valenza di una terribile perdita di coscienza o di controllo e, di conseguenza, può essere alla base del timore di morire o l’orrore d’impazzire. Orrore e timore più o meno esplicitati e riconosciuti, più o meno inconsci e striscianti, ravvisabili nel substrato delle etnie più disparate, abili nel trascendere le differenze culturali, oltrepassando i limiti – limiti così labili! – del Tempo e dello Spazio.

Deformazioni craniche artificiali

Abbiamo già parlato (in questo articolo) dell’antica usanza cinese di deformare i piedi femminili tramite fasciature per motivi estetici. Altri tipi di deformazioni artificiali possono ancora oggi avvenire per motivi di sostentamento economico: pensiamo in particolare ad alcune terribili pratiche di deformazione del bambino nei paesi del Terzo Mondo (e non solo) che rendono i piccoli invalidi a vita – e quindi più adatti a suscitare pietà ed elemosine. Celebre poi la leggenda dei famigerati Comprachicos (“compratori di bambini”), immortalati da Victor Hugo nel suo romanzo L’Uomo che ride, che sfiguravano i bambini per assicurare un buon tornaconto nelle fiere e nelle esibizioni di stranezze umane. Altro esempio letterario sul tema è la splendida novella di Maupassant La madre dei mostri, nel quale una diabolica donna porta busti strettissimi durante la gravidanza per ottenere figli deformi da vendere al circo.

Ma nella maggior parte dei casi, proprio come avveniva per il loto d’oro in Cina, la modificazione del corpo in tenera età era estremamente importante soprattutto a livello sociale, perché poteva denotare lo status e la provenienza del bambino. Per questo motivo, quello che i cinesi facevano ai piedi delle donne, molti altri facevano alle teste dei loro bambini.

Nelle culture primitive, e non soltanto, la modificazione corporale è intimamente connessa con l’appartenenza a una determinata società. Così la fasciatura della testa divenne per un certo periodo una pratica fondamentale per garantire al proprio figlio una posizione sociale influente.

La casistica di queste deformazioni si compone normalmente di teste allungate, teste schiacciate, teste coniche o sferiche. Il comune denominatore è la restrizione della normale crescita delle ossa del cranio durante le primissime fasi della formazione, quando le ossa sono ancora soffici, tramite diversi strumenti: ad esempio, per ottenere un figlio dalla testa allungata occorreva farlo crescere con due pezzi di legno saldamente legati ai lati del capo, in modo che il cranio si sviluppasse verso l’alto. Per avere una testa completamente rotonda occorreva stringerla in forti giri di stoffa.

I primi a utilizzare questo tipo di pratiche di modificazione corporale permanente sembra fossero gli antichi Egizi (infatti Tutankhamen e Nefertiti avevano la testa oblunga), ma alcuni studi indicano che forse anche gli uomini di Neanderthal, vissuti 45.000 anni prima di Cristo, potrebbero averne fatto uso. Nel 400 a.C. Ippocrate scrisse di abitudini simili riferendosi a una tribù che aveva denominato “i Macrocefali”. Congo, Borneo, Tahiti, Samoa, Hawaii, aborigeni australiani, Inca e Maya, nativi Americani, Unni, Ostrogoti,  tribù Melanesiane: ai quattro angoli del globo le tecniche differivano ma l’obiettivo era lo stesso – assicurare al bambino un futuro migliore. Le persone con una testa allungata, infatti, venivano ritenute più intelligenti e più vicine agli spiriti; non soltanto, erano immediatamente riconoscibili come appartenenti ad un determinato gruppo o tribù. Così, più o meno a un mese dalla nascita, i bambini cominciavano a venire fasciati fino circa all’età di sei mesi, ma talvolta oltre l’anno di età.

Non è escluso che queste pratiche avessero altri tipi di valenze – magiche, mediche, ecc. Lascia interdetti scoprire che in Francia la fasciatura della testa durò addirittura fino al 1800: nell’area di Deux-Sevres, si bendavano le teste dei bambini dai due ai quattro mesi; poi si continuava sostituendo il bendaggio con una sorta di cesto di vimini posto sulla testa del bambino, e rinforzato con filo di metallo mano a mano che il ragazzo cresceva.

Grand Guignol

A vederlo da fuori, non faceva chissà quale impressione: era un teatrino posto alla fine di un vicolo cieco nel 9° arrondissement, e poteva contenere soltanto 300 persone: una miseria, rispetto agli altri teatri parigini. Eppure il Grand-Guignol registrava il tutto esaurito, ogni sera, ad ognuno dei suoi spettacoli distribuiti su diversi orari.

No, non c’erano affascinanti donnine nude in quegli spettacoli. Niente cabaret o gonne rialzate come al Moulin Rouge. Quello che il Grand-Guignol offriva era davvero unico: dalla data della sua apertura, nel 1897, il suo fondatore Oscar Métenier aveva deciso che il suo teatro avrebbe mostrato la faccia della realtà che il teatro borghese “alto” non avrebbe mai potuto rappresentare. Cominciò così ad adattare per il suo teatro quella “Mademoiselle Fifi” protagonista di un romanzo di Maupassant. Si trattava della prima prostituta protagonista su un palcoscenico. Risultato: il Guignol venne temporaneamente chiuso dalla polizia per motivi di censura. Nella seguente pièce “Lui!”, Métenier piazzava in una stanza d’hotel un’altra prostituta e un criminale.

A sostituire Métenier alla direzione del teatro arrivò quasi subito Max Maurey: fu lui che ebbe l’illuminazione – il Grand-Guignol si sarebbe trasformato in una casa dell’orrore! I suoi protagonisti sarebbero stati i derelitti – prostitute, uomini di malaffare, malviventi, trafficanti, assassini. Le storie che li vedevano protagonisti dovevano essere ancora più sordide: tradimenti, vendette, infanticidi, torture, accoltellamenti, decapitazioni, e tutto un armamentario di crudeltà assortite. Maurey decise che avrebbe misurato la riuscita di ogni spettacolo dal numero di svenimenti in sala…

Assunse così il drammaturgo André De Lorde, che scrisse e mise in scena centinaia di questi drammi nerissimi; sul palcoscenico, grazie all’uso di effetti speciali (talvolta raffazzonati, ma talvolta fin troppo convincenti), si poteva vedere una vecchia a cui veniva premuta la faccia sulla piastra ardente della cucina… una bella donna trafitta da una dozzina di coltelli… sgozzamenti fra mariti e mogli, regolamenti di conti fra luridi individui, cadaveri, urla, sangue finto e molto, molto sensazionalismo.

La formula era davvero magica. Per appagare questo segreto e inconfessabile piacere, i parigini riempivano la sala più volte a sera. Pian piano il tema centrale degli spettacoli del Grand-Guignol divenne la follia (che in quel periodo si iniziava appena a studiare), declinata in mille manie e perversioni diverse: c’era il necrofilo che disseppelliva i corpi, c’era la tata che provava l’impulso di strangolare i bambini che teneva in custodia, ecc. Allo stesso modo altre malattie fecero fortuna all’interno delle pièce: la rabbia sopra a tutte, ma anche la lebbra (faceva sempre effetto vedere gli attori che perdevano pezzi di corpo), o la vergognosa sifilide.

Nei suoi quasi 70 anni di attività, il Grand-Guignol ebbe anche la sua star: Paula Maxa.

Lungo la sua carriera al Grand-Guignol, Maxa, “la donna assassinata più volte al mondo”, subì una serie di torture senza pari nella storia del teatro: le spararono, con il fucile e con la pistola, le fecero lo scalpo. Fu strangolata, sventrata, stuprata, ghigliottinata, impiccata, squartata, bruciata, dissezionata, tagliata in 83 pezzi da una spada invisibile spagnola, morsa da uno scorpione, avvelenata con l’arsenico, divorata da un puma, strangolata con una collana di perle, e frustata.

Oltre a questo, fu soggetta ad una spettacolare mutazione che un critico teatrale dell’epoca descrisse così: “Per duecento notti di fila, lei semplicemente si decompose sul palcoscenico di fronte a una platea che non avrebbe scambiato il proprio posto con tutto l’oro delle Americhe. L’operazione durava due minuti buoni, durante i quali la giovane donna si trasformava a poco a poco in un cadavere orribile”.

Ma poi arrivò la Seconda Guerra Mondiale, che tolse l’innocenza a tutti e tutto. Se il pubblico aveva potuto essere spaventato in modo fanciullesco dagli orrori del Grand-Guignol, dopo il conflitto non fu più possibile. Nel 1962, dopo un’ultima stanca stagione, il teatro chiuse i battenti per sempre. Il suo ultimo direttore, Charles Nonon, spiegò le motivazioni della sua decisione: “Non avremmo mai potuto competere con Buchenwald. Prima della guerra, tutti credevano che quello che succedeva sul palcoscenico era puramente immaginario; ora sappiamo che queste cose sono possibili – anzi, che può esserci anche di peggio”.