Macchine viventi: gli automi fra natura e artificio

Articolo a cura di Laura Tradii
University of Oxford,
MSc History of Science, Medicine and Technology

In una delle Operette Morali meno conosciute, il grande Leopardi immagina una proposta di premi annunciata dalla fittizia Accademia dei Sillografi. Essendo il diciannovesimo secolo “l’età delle macchine”, e disperando di migliorare l’essere umano, l’Accademia premierà gli inventori di tre automi, descritti in un parossismo di amara ironia. Il primo dovrà essere una macchina capace di fare le parti di un amico fidato, che non parli alle spalle dell’amico assente, e che non scompaia nel momento del bisogno. La seconda macchina dovrà essere un “uomo artificiale a vapore” programmato per compiere atti virtuosi, mentre la terza sarà una donna fedele. Data la grande varietà di automi in circolazione, Leopardi afferma, tali opere non dovrebbero risultare difficili.

Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, gli automi (o automati, dal greco automaton, “che si muove da sé”) erano divenuti una vera mania in Europa, soprattutto nei circoli nobiliari. Già in tempi molto più antichi, automi idraulici venivano spesso installati nei giardini dei palazzi per divertire i visitatori. Jessica Riskin, autrice di vari scritti sugli automati e la loro storia, descrive i marchingegni che si trovavano nel castello francese di Hesdin nel quattordicesimo e quindicesimo secolo:

tre personaggi che sputano acqua e bagnano i passanti”; una “macchina per inzuppare le signore quando ci passano sopra”; un “meccanismo [engien] che, quando i suoi pomelli vengono toccati, colpisce in faccia quelli che vi si trovano sotto e li ricopre di bianco o nero [farina o polvere di carbone].1

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Nel quindicesimo secolo, sempre secondo Riskin, l’Abbazia di Boxley (Kent) esibiva un Gesù meccanico azionato tirando fili. Il Gesù borbottava, batteva le palpebre, muoveva mani e piedi, annuiva e poteva sia sorridere che divenire accigliato. In quest’epoca, il fatto che gli automati richiedessero l’intervento umano, anziché muoversi da soli come suggerito dall’etimologia, non era visto come un trucco, ma come “una necessità”, dato che ciò che contava era creare l’illusione del movimento.2

Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, invece, ingegneri e meccanici cercarono di creare automi che, una volta caricati, si muovessero per conto proprio. Questo cambiamento può essere contestualizzato in un’epoca in cui, a partire dal tardo settecento/inizio ottocento, le teorie meccanicistiche si erano andate diffondendo. Secondo tali teorie, la natura poteva essere concepita in termini fondamentalmente meccanici, come un grande marchingegno le cui dinamiche e processi non erano molto differenti da quelle di una macchina. Secondo Cartesio e altri, infatti, un’unica filosofia meccanica poteva spiegare le azioni sia degli esseri viventi che dei fenomeni naturali.3
Inventori ed ingegneri cercarono dunque di comprendere e replicare artificialmente i movimenti di animali ed esseri umani, e miriadi di automi fecero la loro comparsa in Europa.

L’anatra meccanica costruita da Vaucanson é un ottimo esempio di questo tentativo. Con questo automa, Vaucanson si proponeva di replicare il meccanismo della digestione: l’animale mangiava semi, li digeriva, e li defecava. In realtà, l’automa si limitava a simulare questi meccanismi, e le feci erano preparate in anticipo. Il cigno argentato costruito da John Joseph Merlin (1735-1803), invece, imitava con un realismo impressionante i movimenti dell’animale, che muoveva (e muove tutt’ora) il collo una disinvoltura sorprendente. Tramite sottili tubetti di vetro, Merlin riuscì addirittura a ricreare artificialmente i riflessi dell’acqua su cui il cigno sembrava fluttuare.

Il Suonatore di Flauto di Vaucanson, invece, suonava un flauto vero, soffiando aria nello strumento grazie a polmoni meccanici e muovendo le dita. All’inizio del Novecento, inoltre, un modellino con le sembianze di Napoleone venne esibito nel Regno Unito: il pupazzetto respirava, ed era coperto di un materiale che imitava la consistenza della pelle. La sua esibizione alla Dublin’s Royal Arcade veniva pubblicizzata così: una “splendida Opera d’Arte” che “produce una sorprendente imitazione della natura umana, nella sua Forma, Colore, e Consistenza, animata dall’atto della Respirazione, dalla Flessibilità degli Arti, dall’Elasticità della Pelle, tale da indurre a pensare che questa piacevole e meravigliosa Figura sia un essere vivente, pronto ad alzarsi e parlare“.4

Il tentativo di ricreare processi naturali artificialmente includeva altre funzioni oltre al movimento. Nel 1779, l’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo indisse un concorso per meccanizzare la più umana di tutte le facoltà, il linguaggio, premiando chi avesse costruito una macchina capace di pronunciare le vocali. Kempelen, l’inventore del famoso Giocatore di Scacchi, costruì nel 1791 una macchina che pronunciava 19 consonanti (almeno stando a quanto affermava Kempelen stesso).5

In virtù di questo tentativo di imitare, comprendere e ricreare meccanicamente il mondo naturale, gli automati si trovano al centro della tensione fra artificio e natura che da secoli anima il pensiero occidentale. Il tentativo di non solo manipolare, ma perfezionare l’ordine naturale, tipico della wunderkammer o del laboratorio alchemico, trova espressione nell’automato, ed è questa presunzione che Leopardi commenta con sarcasmo. Per Leopardi, come per alcuni suoi contemporanei, l’idea che l’essere umano possa migliorare ciò che la natura ha già creato perfetto è una nozione estremamente dannosa. La tradizionale narrativa di progresso, per cui uno stato più elevato di benessere può essere ottenuto attraverso la tecnologia, che separa l’essere umano dal crudele stato della natura, è ribaltata da Leopardi tramite la sua critica degli automi. Con il suo proverbiale ottimismo, Leopardi sostiene che tutto ciò che ci allontana dalla natura può solo causare sofferenza, e l’autore critica dunque l’idea che il miglioramento della condizione umana si possa ottenere tramite la meccanizzazione e modernizzazione.

A questa critica si aggiunge il timore che l’uomo divenga vittima della sua stessa creazione, un timore diffuso durante la Rivoluzione Industriale. Lo scrittore romantico Jean Paul (1763-1825), ad esempio, usa gli automati in una satira della società del tardo ottocento, immaginando un mondo distopico in cui le macchine vengono utilizzate per controllare i cittadini e per adempiere a ogni minima funzione: per masticare cibo, per fare musica, e perfino per pregare.6

Le metafore meccaniche diffuse nel settecento per descrivere il funzionamento dello stato, concepito come un macchinario composto da vari ingranaggi – o istituzioni, acquisiscono qui una connotazione distopica, divenendo la manifestazione di un ordine burocratico, meccanico, e dunque disumanizzante. È interessante constatare come osservazioni di questo tipo ricorrano oggi nei dibattiti sull’Intelligenza Artificiale, e come, citando Leopardi, si palesi un futuro in cui ”in successo di tempo gli uffici e gli usi delle macchine [verranno] a comprendere oltre le cose materiali, anche le spirituali”.

Un futuro molto più vicino di quanto pensiamo, dato che la tecnologia sta già modificando in direzioni inedite il nostro modo di vivere, la nostra concezione di noi stessi ed il nostro ruolo nell’ordine naturale.

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[1]  Jessica Riskin, Frolicsome Engines: The Long Prehistory of Artificial Intelligence.
[2]  Grafton, The Devil as Automaton: Giovanni Fontana and the Meanings of a Fifteenth-Century Machine, p.56.
[3]  Grafton, p.58.
[4]  Jennifer Walls, Captivating Respiration: the “Breathing Napoleon”.
[5]  John P. Cater, Electronically Speaking: Computer Speech Generation, Howard M. Sams & Co., 1983, pp. 72-74.
[6]  Jean Paul, 1789. Discusso in Sublime Dreams of Living Machines: the Automaton in the European Imagination di Minsoo Kang.

Archeologia misteriosa

OOPArts (Out of place artifacts) è l’acronimo che indica tutti quei manufatti la cui datazione risulta “impossibile” o anacronistica secondo la Storia dell’umanità così come viene accettata dalla comunità scientifica.

Normalmente, come sa bene chi ci segue, rifuggiamo dall’affrontare su queste pagine i “misteri da supermercato” come cerchi nel grano, alieni, fantasmi o profezie millenaristiche. Facciamo un’eccezione in questo caso, perché l’archeologia misteriosa è materia che non si rifà per forza e direttamente al paranormale, e pone invece domande e dubbi interessanti sulla nostra Storia, e su quanto conosciamo veramente di essa.

Secondo i sostenitori dell’esistenza di inspiegabili oggetti anacronistici, vi sarebbero alcuni indizi, ritrovati nei modi e nei posti più vari, che metterebbero in discussione la cronologia dell’evoluzione della specie umana accettata dalla storiografia ufficiale. Alcuni di questi dimostrerebbero ad esempio che gli uomini erano presenti contemporaneamente ai dinosauri: se questo fosse vero, andrebbe riscritta l’idea convenzionale che i primi ominidi siano apparsi sulla Terra 60 milioni di anni dopo l’estinzione dei grandi rettili. Altri proverebbero in maniera sconcertante che le civiltà antiche possedevano tecnologie avanzatissime. Ma quanto c’è di vero in tutto questo?

Anticitera

Uno degli esempi di OOPArts più interessanti (e che, a rigore, non è nemmeno un OOPArt, come vedremo) è senza dubbio il meccanismo di Antikythera. Nel 1900 un manipolo di pescatori di spugne si era rifugiato su un isolotto roccioso a cavallo fra mare Ionio ed Egeo, a seguito di una tempesta; sul fondale intorno all’isola scoprirono il relitto di una nave, naufragata nel I secolo a.C., e che trasportava oggetti di grande valore. Fra i tesori recuperati dal relitto, anche una scoperta che spiazzò la comunità scientifica: una macchina, corrosa e incrostata dai millenni passati sott’acqua, costituita da ruote ed ingranaggi di notevole complessità. Si tratta del più antico calcolatore meccanico conosciuto al mondo: veniva utilizzato per determinare il calendario solare, le fasi lunari, le eclissi, gli equinozi, e perfino le date dei giochi olimpici. La particolarità davvero unica del meccanismo è che include un tipo di ingranaggio studiato per computare la differenza fra il movimento della ruota che seguiva la posizione del sole e quella relativa alla posizione della Luna nello zodiaco. Questo ingranaggio è quello che in meccanica oggi chiamiamo differenziale, e venne brevettato ufficialmente soltanto nel 1827. Come facevano i Greci del I Secolo a.C. a possedere una scienza ingegneristica così progredita?

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La risposta degli storici è che questo meccanismo, per quanto sorprendentemente raffinato, si iscrive alla perfezione nelle conoscenze del tempo e non ha nulla di anacronistico. Che i popoli dell’area mediterranea fossero tecnologicamente avanzati è ben documentato, e di macchine ed automi abbondano i resoconti sugli inventori del tempo. Il planetario di Archimede è l’esempio che per primo viene in mente, ma anche il geniale Erone aveva progettato meccanismi pneumatici, distributori automatici a moneta relativamente simili a quelli odierni, automi teatrali e via dicendo. Del resto il numero dei corpi celesti del sistema solare rappresentati sul meccanismo di Antikythera riflette le conoscenze del tempo, raffigurando esclusivamente i cinque pianeti visibili ad occhio nudo.

Ciò che questo artefatto antico prova realmente è una verità che spesso sottovalutiamo, e cioè che le tecnologie possono andare perdute. Il progresso non è una linea in continua ascesa, ma può conoscere alti, bassi e addirittura dei momenti di involuzione: se una scienza viene dimenticata, ci possono volere millenni perché qualcun altro inventi o scopra nuovamente ciò che le generazioni più antiche conoscevano già.

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Per quanto intrigante, nella maggior parte dei casi l’anacronismo degli OOPArts sta esclusivamente nella mente di chi vuole vedercelo ad ogni costo. Prendiamo ad esempio il famigerato martello di London, trovato nell’omonima cittadina del Texas nel 1936 all’interno di un blocco di arenaria. Secondo Carl E. Baugh, che acquistò il martello intorno al 1983, la roccia che lo inglobava sarebbe databile fra i 500 e i 300 milioni di anni. Baugh, creazionista convinto, esibisce l’utensile come prova di una tecnologia antecedente al Diluvio Universale. Peccato però che il proprietario non permetta che sul misterioso martello vengano svolte analisi approfondite, fatto quantomeno sospetto. Lo stesso Baugh, poi, è in possesso di un vaso in metallo che sarebbe stato ritrovato all’interno di un blocco di carbone vecchio di 300 milioni di anni. Anche per questo artefatto è stata applicata la stessa politica di riserbo e segretezza nei confronti degli scienziati che richiedono di esaminare il reperto.

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Il problema degli OOPArts ritrovati nella roccia, a cui Baugh non vuole dare credito, è che una spiegazione per questi “misteri” archeologici esiste già.

La coppa è in ghisa, e la tecnologia della ghisa cominciò nel XVIII secolo. Il suo design è molto simile ai vasi usati per contenere metalli fusi e può essere stato usato da un lattoniere, uno stagnino o una persona che forgiava proiettili… la coppa è stata probabilmente gettata da un operaio dentro una miniera di carbone oppure nel cantiere di superficie della miniera. La mineralizzazione è comune nel carbone e nei sedimenti attorno alle miniere di carbone perché l’acqua piovana reagisce con i minerali esposti, e produce soluzioni altamente mineralizzate. Carbone, sedimenti e rocce si cementano assieme nel giro di pochi anni. Può capitare facilmente che il vaso, cementato in una simile concrezione, sembri incastonato nel carbone.

(Mark Isaac, 2005, citato in questo articolo)

Anche il martello di London ha una forma simile a quelli utilizzati nelle miniere americane nel XIX secolo; ed è probabile, se vogliamo credere alle storie sul suo ritrovamento, che una soluzione di limo e sedimenti si siano solidificati attorno all’artefatto – proprio come altrove è successo anche per oggetti risalenti soltanto alla Seconda Guerra Mondiale.

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Ancora Baugh, assieme ad altri creazionisti, continua inoltre ad affermare che a Paluxy, Texas, esisterebbero delle serie di orme umane impresse nella pietra proprio di fianco ad orme di dinosauro. Ecco la prova che Dio ha creato tutto il mondo assieme, in una sola volta, come afferma la Bibbia, e che la teoria dell’evoluzione delle specie è smentita!
I paleontologi hanno però riconosciuto le presunte impronte “umane” come in realtà appartenenti anch’esse a dinosauri; il solco impresso dal metatarso della zampa del rettile sarebbe stato addolcito dall’infiltrazione di fango, alterando la forma dell’impronta e dandole un’apparenza vagamente simile ad un piede.

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C’è da dire che perfino la maggior parte dei creazionisti evita ormai di parlare di OOPArts, rendendosi conto della dubbia provenienza di questi indizi e temendo una “figuraccia” poco dignitosa, in caso di smentita. D’altronde è davvero lunga la lista dei falsi storici, e dei misteri pseudo-fanta-archeologici che la scienza ha archiviato come tranquillamente e convincentemente spiegati: dalle mappe, fra cui la celebre di Piri Reis, che mostrerebbero conoscenze geografiche impossibili per l’epoca, ai teschi di cristallo precolombiani, dal geode di Coso al papiro di Tulli che descrive avvistamenti di UFO nell’antico Egitto, dalle sfere metalliche di Klerksdorp alle pietre di Ica, che si scoprirono essere in realtà prodotte dagli abitanti del luogo per venderle agli archeologi; dall’elicottero e il carro armato incisi in bassorilievo nel tempio egiziano di Abydos, alla straordinaria città sommersa che negli anni ’60 venne scoperta negli abissi di Bimini, rinfocolando il mito di Atlantide… e che probabilmente tutto era fuorché una città.

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Certo, nello studio delle vicende umane rimangono molti enigmi e punti oscuri che gli storici, gli archeologi, i paleontologi e gli etnografi devono ancora dissipare: forse è naturale che il fascino esercitato dalle civiltà più remote e ormai scomparse catturi anche chi non è addetto ai lavori e, talora, spinga qualcuno a improvvisarsi “esperto” e a formulare bislacche teorie. Va riconosciuto che l’idea di un artefatto “fuori posto” o “fuori dal tempo”, che d’un solo colpo smentisca tutto ciò che sappiamo del passato, è un concetto estremamente poetico.
Ma, come dimostra il meccanismo di Antikythera, le sorprese che la Storia ci riserva non hanno forse bisogno di ulteriori colpi di scena, e sono spesso più che sufficienti a regalarci la più profonda meraviglia.

(Grazie, Sara!)

Le strabilianti macchine di Mr. Ganson

Arthur Ganson, classe 1955, ha  sempre avuto un debole per i meccanismi. Fin da quando, bambino introverso e timido, decise di superare la solitudine raccogliendo materiali di recupero e costruendo macchine incredibili, “mettendo le mie idee e passioni dentro agli oggetti, e imparando a parlare attraverso le mie mani”. Anche oggi, dopo che i suoi lavori sono stati esposti in sedi prestigiose attraverso tutto il mondo, e che alcune sue opere sono raccolte permanentemente in diversi musei scientifici, Ganson mantiene intatti l’entusiasmo e la meraviglia infantili di fronte a un qualsiasi complesso congegno meccanico.

Ma le sue “macchine cinetiche”, o sculture, o come vogliate chiamarle, sono molto più che semplici macchinari – sembrano avere un’anima. Ganson descrive il suo lavoro come l’incontro fra ingegneria e coreografia: automi che danzano, dunque. Eppure per spiegare la spiazzante bellezza di queste macchine occorre afferrare il nodo centrale dell’opera di Ganson – l’inutilità.

Tutte le macchine create dall’uomo assolvono a uno scopo specifico, sono progettate per compiere un lavoro, e la loro struttura è strettamente collegata con la loro funzione. Quelle di Arthur Ganson, invece, non hanno un fine preciso e, per quanto complessa ed elaborata sia la progettazione, per quanto minuzioso e difficoltoso l’assemblaggio, tutta questa fatica di lavoro e di intelletto è diretta alla costruzione di un oggetto senza scopo; tutto questo affollarsi d’ingranaggi, molle e meccanismi ad orologeria si risolve nella chiara, semplice, bellezza del movimento. Ed è in questo momento, quando realizziamo che la macchina non è più nostra schiava, non serve a qualcosa, che essa comincia a parlare.

Ognuna delle decine e decine di opere ha la sua voce distinta. Molto spesso la macchina si muove per il puro piacere di farlo, magari assumendo di volta in volta forme casuali che probabilmente non si ripeteranno mai più.

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In altri casi sembra quasi che la macchina diventi addirittura simbolo della condizione umana: guardate questa Macchina con Petalo di Carciofo, con la foglia rinsecchita destinata a camminare, camminare senza sosta e senza meta, come un moderno Sisifo “on the road”.

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Altri marchingegni si oliano da soli, altri ancora introducono l’elemento del tempo. In Machine with Concrete, nonostante la macchina continui instancabilmente a muoversi, la riduzione di ghiera in ghiera è talmente estrema che l’ultima rotellina ha potuto essere incastonata nel cemento: si muove così lentamente che compierà una rivoluzione completa soltanto fra 2.3 trilioni di anni.

“Tutti questi pezzi cominciano nella mia mente, nel mio cuore, e io faccio del mio meglio per trovare il modo di esprimerli, ed è sempre approssimativo, è sempre una battaglia, ma alla fine riesco a concretizzare questo pensiero in un oggetto, e allora eccolo lì. Non significa nulla. L’oggetto in sé non vuol dire niente. Ma una volta che viene percepito, e qualcuno lo trasferisce nella sua mente, ecco che allora il ciclo si è completato”.

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Le macchine di Arthur Ganson ci parlano della nostra stessa fragilità – sono, come noi, macchinari perfetti ma senza uno scopo definito. E forse è proprio l’assenza di una ragione, di un motivo d’essere, che ne rende poetica l’esistenza. Se la vita avesse un senso, sembrano suggerire questi meravigliosi automi, non saremmo altro che macchine programmate e senz’anima. Che miracolo, che liberazione, potere danzare per il solo gusto di farlo!

Ecco il sito ufficiale di Arthur Ganson.

(Grazie, Yoana!)

Sculture tassidermiche – II

Continuiamo la nostra panoramica (iniziata con questo articolo) sugli artisti contemporanei che utilizzano in modo creativo e non naturalistico le tecniche tassidermiche.

Jane Howarth, artista britannica, ha finora lavorato principalmente con uccelli imbalsamati. Avida collezionista di animali impagliati, sotto formalina e di altre bizzarrie, le sue esposizioni mostrano esemplari tassidermici adornati di perle, collane, tessuti pregiati e altre stoffe. Jane è particolarmente interessata a tutti quegli animali poveri e “sporchi” che la gente non degna di uno sguardo sulle aste online o per strada: la sua missione è manipolare questi resti “indesiderati” per trasformarli in strane e particolari opere da museo, che giocano sul binomio seduzione-repulsione. Si tratta di un’arte delicata, che tende a voler abbellire e rendere preziosi i piccoli cadaveri di animali. La Howarth ci rende sensibili alla splendida fragilità di questi corpi rinsecchiti, alla loro eleganza, e con impercepibili, discreti accorgimenti trasforma la materia morta in un’esibizione di raffinata bellezza. Bastano qualche piccolo lembo di stoffa, o qualche filo di perla, per riuscire a mostrarci la nobiltà di questi animali, anche nella morte.

Pascal Bernier è un artista poliedrico, che si è interessato alla tassidermia soltanto per alcune sue collezioni. In particolare troviamo interessante la sua Accidents de chasse (1994-2000, “Incidenti di caccia”), una serie di sculture in cui animali selvaggi (volpi, elefanti, tigri, caprioli) sono montati in posizioni naturali ma esibiscono bendaggi medici che ci fanno riflettere sul valore della caccia. Normalmente i trofei di caccia mostrano le prede in maniera naturalistica, in modo da occultare il dolore e la violenza che hanno dovuto subire. Bernier ci mette di fronte alla triste realtà: dietro all’esibizione di un semplice trofeo, c’è una vita spezzata, c’è dolore, morte. I suoi animali “handicappati”, zoppi, medicati, sono assolutamente surreali; poiché sappiamo che nella realtà, nessuno di questi animali è mai stato medicato o curato. Quelle bende suonano “false”, perché quando guardiamo un esemplare tassidermico, stiamo guardando qualcosa di già morto. Per questo i suoi animali, nonostante l’apparente serenità,  sembrano fissarci con sguardo accusatorio.

Lisa Black, neozelandese ma nata in Australia nel 1982, lavora invece sulla commistione di organico e meccanico. “Modificando” ed “adattando” i corpi degli animali secondo le regole di una tecnologia piuttosto steampunk, Lisa Black si pone il difficile obiettivo di farci ragionare sulla bellezza naturale confusa con la bellezza artificiale. Crea cioè dei pezzi unici, totalmente innaturali, ma innegabilmente affascinanti, che ci interrogano su quello che definiamo “bello”. Una tartaruga, un cerbiatto, un coccodrillo: di qualsiasi animale si tratti, ci viene istintivo trovarli armoniosi, esteticamente bilanciati e perfetti. La Black aggiunge a questi animali dei meccanismi a orologeria, degli ingranaggi, quasi si trattasse di macchine fuse con la carne, o di prototipi di animali meccanici del futuro. E la cosa sorprendente è che la parte meccanica nulla toglie alla bellezza dell’animale. Creando questi esemplari esteticamente raffinati, l’artista vuole porre il problema di questa falsa dicotomia: è davvero così scontata la “sacrosanta” bellezza del naturale rispetto alla “volgarità” dell’artificiale?

Restate sintonizzati: a breve la terza parte del nostro viaggio nel mondo della tassidermia artistica!

Automi & Androidi

La storia degli automi meccanici si perde nella notte dei tempi, e non è nostra intenzione affrontarla in maniera sistematica o esaustiva. È interessante però notare che nella Grecia classica, così come nella Cina antica, l’ingegneria meccanica era forse più avanzata di quanto non sostenga la storia ufficiale. Gli archeologi sono sempre più aperti alla nozione di scienza perduta – vale a dire una conoscenza già raggiunta in tempi antichi e poi, per cause diverse, persa e “riscoperta” in tempi più recenti. Meccanismi come quello celebre di Anticitera sono “sorprese” archeologiche che fanno soppesare daccapo l’avanzamento tecnologico di alcuni nostri antenati così come è stato supposto fino ad ora (senza peraltro arrivare alle fantasiose ipotesi extraterrestri o a ingenue rivisitazioni esoteriche o new-age delle epoche passate).

Nonostante quindi ci sia pervenuta voce di automi meccanici complessi e realistici da epoche e regioni non sospette, i primi veri robot storicamente documentati risalgono ai primi del 1200 in Medioriente, e sono attribuiti al genio ingegneristico dello scienziato, artista e inventore Al-Jazari. Per intrattenere gli ospiti alle feste, si dice avesse creato una piccola nave con quattro automi musicisti che suonavano e si muovevano realisticamente; un altro suo automa aveva un meccanismo simile alle nostre moderne toilette: ci si lavava le mani in una bacinella e, tirata una leva, l’acqua veniva scaricata e il meccanismo dalle avvenenti forme di ancella riempiva nuovamente la vaschetta. (E le meraviglie inventate da questo genio non si fermavano qui).

Tra i molti inventori che misero a punto automi meccanici, fra Cina, Medioriente e Occidente, spicca anche il nostro Leonardo da Vinci, che aveva progettato un cavaliere in armatura semovente, destinato forse al divertimento per i nobili invitati ai simposi.

Nel Rinascimento, ogni wunderkammer che si rispettasse ospitava qualche automa pneumatico, idraulico o meccanico: nobiluomini di latta che fumavano, dame metalliche che cantavano, cigni e pavoni meccanici che si muovevano e drizzavano il piumaggio. Jacques de Vaucanson (inventore del telaio automatico, così come di molti altri meccanismi tutt’oggi adoperati negli utensili domestici) costruì un’anitra di metallo che ad oggi resta un automa insuperato per complessità. L’anatra poteva bere acqua con il becco, mangiare semi di grano e replicare il processo di digestione in una camera speciale, visibile agli spettatori; ognuna delle sue ali conteneva quattrocento parti in movimento, che potevano simulare alla perfezione tutte le movenze di un’anatra vera.

Nel ‘700 gli automi erano una moda e un’ossessione per molti inventori. Il loro successo non accennò mai a declinare anche nel secolo successivo. Ma da semplici curiosità o giocattoli automatizzati sarebbero divenuti molto più intriganti con l’avvento, nella seconda metà del XX secolo, delle nuove tecnologie, dell’informatica e del concetto di robot  portato avanti dalla fantascienza.

Con l’affermarsi della cibernetica e della robotica, gli automi meccanici fecero il grande passo. Autori di science-fiction quali Asimov, Bradbury, e poi Dick, Gibson e tutta la stirpe degli scrittori cyberpunk ne celebrarono il potenziale destabilizzante. Abbiamo già parlato del concetto di Uncanny Valley, ovvero quel punto esatto in cui l’automa diviene un po’ troppo simile all’essere umano, e suscita un sentimento di paura e repulsione. Gli autori di fantascienza del ‘900, trovatisi per primi a confrontarsi con i prototipi di computer in grado di tener testa a un esperto giocatore di scacchi, o alle primissime generazioni di robot capaci di azioni complesse, non potevano che descrivere un’umanità minacciata da una “presa di controllo” da parte delle macchine. Una visione piuttosto ingenua e “antica”, forse, vista alla luce della nostra realtà in cui i computer ci aiutano, ci connettono e ci sostengono in modo così pervasivo. Eppure…

…eppure. Ecco le domande interessanti. A che punto siamo oggi con gli androidi (così vengono chiamati i moderni automi)? A che livello sono giunti gli scienziati? Quali sono le novità che gli ingegneri sfoggiano alle mostre e alle convention? Ci fanno ancora paura questi esseri automatizzati che simulano le espressioni e i movimenti umani? Il fascino degli automi, e le domande che ci pongono, divengono sempre più concreti. Se fra qualche anno vi trovaste a chiedere informazioni a una signorina seduta dietro a un bancone della reception, e scopriste dopo poco che vi trovate davanti a un perfetto automa, la cosa vi darebbe fastidio? Donare un’identità sempre più definita a una macchina, confondere l’organico e il meccanico, è davvero uno scandalo, come preconizzavano gli autori di fantascienza del secolo scorso? Può davvero un automa troppo umano far vacillare la nostra sicurezza, perché toglie qualcosa alla nostra stessa unicità? Potete decidere voi stessi, dando un’occhiata a questi recenti video.

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