La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 9

Nel nono episodio della web serie di Bizzarro Bazar: l’incredibile storia dell’acqua tonica; un commovente manufatto funebre; la misteriosa “sabbia urlante” del deserto.

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Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 5

Nel quinto episodio della web serie di Bizzarro Bazar: l’incredibile caso di Mary Toft, uno dei più grandi scandali della medicina degli albori; un macabro vaso antico; la statua più sorprendente mai realizzata.

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Link, curiosità & meraviglie assortite – 18

Io, mentre preparo questo post.

Bentrovati con la rubrica responsabile — a detta dei lettori — di diverse ore di lavoro perse, ma anche di amorosi idilli: infatti già due o tre persone mi hanno scritto affermando che questi spunti di conversazione sono ottimi per rimorchiare. Galeotto fu Bizzarro Bazar e chi lo scrisse.

Permettetemi come al solito un veloce riassunto di quello che mi è successo in quest’ultimo periodo: oltre a un’ospitata a Miracolo Italiano su RaiRadio2, e a un’intervista per Radio Cusano Campus, un paio di giorni fa sono stato invitato a Terza Pagina — trasmissione che amo molto condotta dalla straordinaria Licia Troisi, astrofisica e scrittrice fantasy.
Assieme a Federica Gentile e Alessandro Masi abbiamo chiacchierato del significato oscuro e profondo del carnevale, della nuova serie TV tratta da Il nome della rosa, di una ricerca scientifica piuttosto weird e di un libro che mi sta particolarmente a cuore. La puntata è disponibile in streaming su RaiPlay.

E partiamo con i link meravigliosi che, nonostante queste piacevoli distrazioni, ho raccolto per voi.

  • Ogni settimana, puntualmente per ben quarant’anni, una lettera veniva recapitata all’Hotel Spaander in Olanda da parte di un signore giapponese, Mr. Kaor. Il testo era sempre lo stesso: “Cari signori, come state e com’è il tempo questa settimana?”. Finalmente nel 2018 dei giornalisti si misero sulle tracce del misterioso mittente, scoprendo che 1) non aveva mai messo piede in quell’hotel in vita sua, e 2) dietro quei 40 anni di missive si nascondevano delle motivazioni alquanto eccentriche. Oggi Mr. Kaor ha addirittura un suo ritratto all’interno dell’hotel. Ecco la storia completa. (Grazie, Matthew!)
  • Mai sentito parlare della Estinzione dell’Olocene, la sesta estinzione di massa avvenuta sul nostro pianeta?
    Dovreste, perché sta succedendo adesso, e l’abbiamo causata noi.
    Da parte mia, forse a causa di tutta la semiotica studiata all’università, non ho potuto che essere intrigato da un risvolto linguistico: la situazione è talmente allarmante che gli scienziati, nei loro studi, hanno smesso di usare il classico vocabolario freddo e distante. Il linguaggio formale non si addice all’Apocalisse.
    Per esempio una nuova ricerca sul rapido declino nella popolazione di insetti su scala globale usa dei toni sorprendentemente forti, che gli autori motivano così: “Volevamo davvero svegliare la gente. Se si considera che l’80% della biomassa degli insetti è scomparsa in 25-30 anni, è una preoccupazione enorme. È molto rapida. In 10 anni avremo un quarto di insetti in meno, in 50 anni soltanto la metà e tra 100 anni non ne resterà nessuno.
  • Su una nota più ottimista, a partire dalla seconda metà di quest’anno arriveranno sui nostri smartphone delle nuove emoji, dedicate alla disabilità e alla diversità. E ci sarà anche, finalmente, la tanto attesa emoticon per le mestruazioni.
  • Nonostante si fosse proclamato innocente, Hew Draper fu imprigionato nella Torre di Londra per stregoneria. Una volta in cella, si mise a incidere sul muro questa roba. Certo, certo, innocente, come no, caro Draper.

  • Un bell’articolo di Barbara Milano su morte e lutto in epoca digitale che menziona Capsula Mundi, l’Ordine della Buona Morte nonché il sottoscritto.
  • Il blog Thomas Morris rimane sempre una delle mie letture preferite. Setaccia instancabilmente le pubblicazioni mediche dell’Ottocento alla ricerca di storielle simpatiche — come questa dell’uomo schiacciato dalla ruota di un carro che gli spinse il pene fin dentro l’addome, lasciando la pelle completa a penzolare fuori, vuota come un guanto.
  • C’è una foto drammatica e straziante, che non posso riguardare senza commuovermi. È stata scattata dalla fotografa freelance Taslima Akhter durante i soccorsi alle vittime coinvolte nel terribile crollo del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013 (il bilancio finale fu di 1129 morti, più di 2500 feriti). La foto in questione, intitolata Final Embrace, ha vinto numerosi premi e potete vederla cliccando qui.
  • Jack Stauber è un matto: fa dei video musicali nonsense che sembrano provenire da VHS anni 80 rovinate, e sono tra le cose più genuinamente creepy ed esilaranti che esistano su YouTube. Qui sotto vi propongo Cooking with Abigail, ma una visita al suo canale vi regalerà molto altro.

  • In Gran Bretagna è uscito un nuovo libro su Jack Lo Squartatore.
    “Ancora?”, direte.
    Sì, ma questo è il primo che parla delle vittime. Donne alle cui vite nessuno studioso si è mai interessato davvero perché, detta schiettamente, in fondo erano solo puttane. (Un’edizione italiana sarebbe una gran bella cosa.)
  • Mettiamo che state andando a caccia di farfalle, tutti allegri col vostro retino, e vi imbattete in un cadavere. Cosa fare?
    Ecco un’utile infografica:

  • Quelle che vedete qui sopra sono alcune opere di Lidia Kostanek, artista polacca che vive a Nantes, e che attraverso la ceramica indaga il corpo e la condizione femminile. (Scoperta via La Lune Mauve)
  • Su questo blog ho parlato a più riprese di trapianti di testa. Quello che ancora ignoravo è che da ben 90 anni questi trapianti vengono effettuati con successo, mantenendo in vita sia donatore che ricevente. Benvenuti nel magico mondo dei trapianti di testa tra insetti. (Grazie, Simone!)

  • Probabilmente sapete che i canarini venivano utilizzati nelle miniere per rilevare la presenza di monossido di carbonio. Essendo più sensibili dell’uomo, in presenza di gas tossici gli uccellini svenivano per primi e davano il tempo ai minatori di correre ai ripari. A dispetto della pratica che oggi ci appare crudele, i minatori spesso si affezionavano a questi canarini cui dovevano la vita: una testimonianza di questo affetto è l’apparecchio qui sotto, che serviva per rianimare i poveri uccellini.

  • E concludiamo con l’arrivo nelle sale di un documentario che personalmente aspettavo da un pezzo, e che schiude le porte di alcune delle più esclusive e sontuose wunderkammer del mondo: si intitola Wunderkammer – Le Stanze della Meraviglia, è prodotto da Magnitudo Film, e sarà distribuito nei cinema soltanto il 4, 5 e 6 Marzo. Tra i collezionisti intervistati nel film ci sono un bel po’ di amici, tra cui anche quel Luca Cableri che avete imparato a conoscere nella web serie di Bizzarro Bazar.
    Ecco qui sotto il trailer, e qui trovate la lista dei cinema italiani che lo proiettano. Buona visione!

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 3

Nel terzo episodio della web serie di Bizzarro Bazar parliamo di alcuni scienziati che hanno tentato di ibridare l’uomo con le scimmie, di un incredibile impermeabile fatto di budella, e del Prepuzio di Gesù Cristo.

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Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
Prodotto da Ivan Cenzi, Francesco Erba, Theatrum Mundi & Onda Videoproduzioni

La web serie di Bizzarro Bazar: Episodio 2

Nel secondo episodio della serie web di Bizzarro Bazar: mummie officiali e derivati del corpo umano usati in medicina; un misterioso artista; un teatro ricavato dalla carcassa di una balena.

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Scritto & condotto da Ivan Cenzi
Diretto da Francesco Erba
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La carne e il sogno: anatomia del surrealismo

Qualche giorno fa sono stato invitato a parlare al Roma Tatttoo Museum nell’ambito di Creative Mornings, evento culturale che si tiene ogni mese in tutto il mondo; si tratta di una colazione gratuita e informale abbinata a una conferenza su un tema stabilito globalmente, lo stesso per tutte le 196 città in cui si svolge l’iniziativa. Il tema di gennaio era SURREAL, e ho dunque deciso di parlare dei rapporti tra anatomia e surrealismo. Ecco la trascrizione riveduta del mio discorso.

Bruxelles, 1932.
Nei pressi della stazione ferroviaria si tiene l’annuale Foire du Midi, che raduna nella capitale tutti i luna park itineranti che girano il Belgio.


Il nostro protagonista è quest’uomo, di poco più di trent’anni, che si aggira tra le giostre e le varie attrazioni finché il suo sguardo non viene catturato da un poster che pubblicizza il museo anatomico del Dottor Spitzner.

Il Dottor Spitzner in realtà non è nemmeno un dottore, ma un anatomista che ha provato a mettere in piedi un museo a Parigi; non ci è riuscito, e si è messo a viaggiare con il luna park. La sua collezione, dietro la facciata pedagogica (il museo sulla carta dovrebbe informare la popolazione dei rischi relativi alle malattie veneree o all’abuso di alcol), è pensata soprattutto per stuzzicare il voyeurismo degli spettatori.


La prima cosa che attira l’attenzione del nostro uomo è una bellissima donna addormentata realizzata in cera: un meccanismo le fa sollevare e abbassare il petto come se stesse respirando. L’uomo paga il biglietto ed entra nel baraccone. Ma una volta superate le tende di velluto rosso, si presenta ai suoi occhi una visione di meraviglia e orrore. Cere patologiche mostrano i danni della sifilide, corpi mostruosi come quelli dei gemelli Tocci uniti alla vita, scene di operazioni chirurgiche. Donne vengono operate da mani “fantasma”, prive di braccia o corpi. La stessa Venere dormiente vista all’entrata viene smontata sotto gli occhi del pubblico, organi dopo organo, in una specie di spettacolare dissezione.

 

Quell’uomo è sconvolto, e la visione del museo Spitzner cambierà per sempre la sua vita.
Il nostro protagonista, infatti, si chiama Paul Delvaux ed è un pittore che fino a quel momento ha realizzato paesaggi bucolici post-impressionisti, francamente poco personali.

Dopo la sua visita al museo Spitzner, invece, la sua arte prenderà una strada del tutto differente.
I suoi quadri divengono visioni oniriche, in cui quasi tutti gli elementi sembrano rimandare a quel trauma originario o, meglio, a quell’epifania originaria. Gli strani non-luoghi in cui sono calate le figure sembrano sospesi a metà strada fra i paesaggi metafisici di De Chirico e le scenografie fintamente neoclassiche delle fiere di paese; i quadri sono popolati di veneri dormienti e nudi femminili dall’erotismo freddo e ieratico; vi si affollano di decine di scheletri; senza contare che proprio la stazione del treno diventerà un altro chiodo fisso dell’artista.

Riguardo a quell’esperienza Delvaux dichiarerà, molti anni dopo:

Quella atmosfera inquietante, perfino un po’ morbosa, l’insolito di quella esposizione di cere anatomiche in un luogo dove per elezione esplodono la gioia, il rumore, le luci, la giovialità […] Tutto ciò ha lasciato delle tracce profonde per moltissimo tempo nella mia vita. La scoperta del museo Spitzner mi ha fatto virare completamente nella mia concezione della pittura.

(citato in H. Palouzié e C. Ducourau, De la collection Fontana à la collection Spitzner, In Situ [En ligne], n.31, 2017)

Ma perché Delvaux è rimasto talmente toccato dalla visione dell’interno del corpo umano?
Nel Dittatore dello stato libero di Bananas (1971), Woody Allen si risveglia dopo aver preso una botta in testa, si tocca la ferita e guardandosi le dita esclama: “Sangue! Dovrebbe essere dentro!”. Credo non esista una definizione più sintetica dell’anatomia come rimosso freudiano.


Quello che sta dentro al corpo dovrebbe rimanere fuori scena (osceno). Non dovremmo mai vederlo, perché altrimenti significa che qualcosa è andato storto. L’interno del nostro corpo è un territorio misconosciuto e un tabù – e più avanti vedremo anche perché.
Quindi certo, c’è la fascinazione per l’osceno, soprattutto per un uomo come Delvaux che proviene da una famiglia rigida e puritana; una mescolanza di impulsi erotici e di morte.


Ma c’è di più: quelle cere hanno qualcosa che va al di là della realtà. Quello di cui Delvaux ha fatto esperienza è il surrealismo dell’anatomia.
In effetti quando entriamo in un museo anatomico, accediamo a una dimensione totalmente aliena, spiazzante, assurda.

Non stupisce dunque che i surrealisti, a cui Delvaux era vicino, abbiano sfruttato l’anatomia per destabilizzare: il surrealismo è alla perenne ricerca di questo tipo di elementi e di esperienze che liberino e facciano esplodere l’inconscio.
E il surrealismo ha anche una fascinazione per la morte, a partire dal Poisson soluble, la silloge a opera di Breton che accompagna il Manifesto (l’idea di un “pesce solubile” può far sorridere, ma è in verità disperatamente drammatica) o dal celebre gioco creativo del “cadavere squisito”.
D’altronde nel Manifesto del Surrealismo è scritto a chiare lettere: “Il surrealismo v’introdurrà nella Morte, che è una società segreta”.

Ecco allora che Max Ernst nei suoi collage per Una settimana di bontà utilizza spesso ritagli di illustrazioni anatomiche; Roland Topor taglia e spella i suoi personaggi con crudeltà sadiana, per portare alla luce l’inconscio minaccioso e mostruoso che si agita sotto la pelle; Réné Magritte copre il volto dei suoi due amanti con un panno, come fossero già cadaveri sul tavolo autoptico, donando così alla coppia un aspetto funereo.

Ma è soprattutto Hans Bellmer a fare dell’anatomia il fulcro del suo lucido universo espressivo, dapprima con la serie di foto delle bambole artigianali scomponibili, mediante le quali reinventa il corpo femminile; e in seguito con le sue acqueforti dove i vari dettagli anatomici si fondono e si confondono in nuove configurazioni di carne e di sogno. Tutta l’arte di Bellmer è ossessivamente e feticisticamente tesa a scoprire quale sia l’algoritmo che rende il corpo femminile così seducente (l’algebra del desiderio, secondo la sua stessa definizione).

Nel ciclo di litografie intitolato Rose ouverte la nuit, in cui una ragazza solleva la pelle del ventre per scoprire gli organi interni, Bellmer rimanda direttamente all’iconografia delle terrecotte o delle cere anatomiche, e delle tavole dei primi trattati di medicina.

Quest’idea che il corpo umano sia un territorio da esplorare e cartografare deriva direttamente dagli albori della disciplina anatomica. Il primo a spalancare a fini di studio questo spazio segreto, in maniera davvero programmatica, fu Vesalio. Di lui ho scritto spesso, e rimando a questo articolo per comprendere la portata della sua rivoluzione.


Eppure nonostante tutto, anche dopo Vesalio i sensi di colpa legati all’atto della dissezione non diminuiscono – aprire un corpo umano è ancora visto come un atto sacrilego.
A questi sensi di colpa, secondo diversi studiosi, è da attribuire la “vivificazione” degli écorché, gli scorticati rappresentati nelle tavole anatomiche, che vengono mostrati in pose plastiche come se fossero vivi e vegeti – un’iconografia mutuata in parte da quella dei santi che esibiscono le mutilazioni del martirio.

Nelle tavole anatomiche del Sei-Settecento questa tendenza diviene talmente visionaria da sfociare in una sorta di fantastico involontario (cfr. R. Caillois, Nel cuore del fantastico, 1965).
Un esempio eclatante è l’illustrazione seguente (dalla Historia de la composicion del cuerpo humano di Valverde, 1556) che mostra un cadavere sezionato che a sua volta ne disseziona un altro: surrealismo ante litteram, fantasia macabra di livello straordinario.

Del problema estetico si era coscienti già all’epoca: due tra i più grandi anatomisti di fine Seicento, Govert Bidloo e Frederik Ruysch, furono acerrimi nemici proprio perché avevano idee diametralmente opposte sull’estetica giusta da dare alla disciplina anatomica.


Bidloo, nei suoi trattati, aveva preteso delle illustrazioni che fossero il più realistiche possibile. La dissezione vi era mostrata in maniera del tutto concreta, con tanto di corpi legati e spilli per il fissaggio delle parti. La visione era tutto tranne che idealizzata, anzi il realismo veniva spinto all’estremo in una tavola in cui è addirittura inclusa una mosca che si posa sul cadavere.

Dall’altra parte la sensibilità di Ruysch era quella tipica delle wunderkammer, e così come egli abbelliva i suoi preparati animali con composizioni di coralli e conchiglie, così faceva anche con i preparati umani per renderli più gradevoli all’occhio.

Le sue preparazioni anatomiche erano artistiche, quando non apertamente allegoriche; rimangono celebri i suoi diorami, oggi purtroppo andati perduti, realizzati interamente a partire da materiali organici (calcoli usati come rocce, arterie e vene essiccate a fare da alberi, scheletrini fetali che si asciugano le lacrime su fazzoletti ricavati dalle meningi, ecc.).

Spesso le parti preservate venivano impreziosite di pizzi e merletti che cuciva la figlioletta di Ruysch, Rachel, la quale fin dalla tenera età aiutava il padre nelle sue dissezioni (tanto da venire immortalata con uno scheletro in mano, sulla destra, nella Lezione di Anatomia del Dottor Frederik Ruysch di Jan van Neck).

Si può dire che Ruysch fosse un anatomista ma anche uno showman (antesignano quindi di quel Dottor Spitzner il cui museo tanto colpì Delvaux), abile nel rendere spettacolare la sua arte in modo da riscuotere maggiore successo nelle corti europee. E in un certo senso fu lui a vincere la disputa con Bidloo, perché la qualità surreale delle illustrazioni anatomiche rimase pressoché incontrastata fino all’avvento del positivismo.

Se torniamo al Novecento, però, le cose cambiano radicalmente a partire dalla metà del secolo. Due conflitti globali hanno minato la fiducia nell’uomo e nella storia; si comincia a sfaldare la società tradizionale, la tecnologia entra nelle case e il lavoro si meccanizza sempre di più. Emerge dunque un sempre più pressante problema identitario, che coinvolge per forza di cose anche il corpo.


Se negli anni ’30 Fritz Kahn (qui sopra) poteva ancora vedere l’anatomia in maniera ingegneristica, come una macchina perfetta, nella seconda metà del secolo tutto vacilla. Il corpo si fa più mutevole, indefinito, fluido, come nelle lastre dipinte da Xia Xiaowan, che cambiano a seconda della prospettiva, rendendo l’anatomia incerta.

A partire dagli anni 60/70, la ricerca identitaria passa attraverso la riappropriazione del corpo come tavolozza per raccontare sé stessi, come materia espressiva: è l’avvento della body art e della customizzazzione del corpo (chirurgia plastica, tatuaggi, piercing).
Il corpo diviene preda di ibridazioni tra organico e meccanico, mentre la visione oscilla tra distopiche fusioni di carne e metallo come in Tetsuo o i film Cronenberg – e profezie cyberpunk, fino alla tragica disumanizzazione della società ormai completamente meccanizzata dipinta da Tetsuya Ishida.

In barba ai millenaristi, però, il mondo non finisce né nel 2000 né nel tanto temuto 2012. La società continua a mutare, e l’ibridazione è un concetto ormai entrato nell’immaginario; così un artista come Nunzio Paci può utilizzarlo non più in ottica distopica, ma per rispondere alle preoccupazioni ecologiche dimostrando l’intima comunione e la continuità con la natura, intersecando l’anatomia umana con il regno animale e vegetale; come fa peraltro anche Kate McDowell nelle sue ceramiche.

L’immaginario anatomico e scientifico continua a mantenere una sua carica disturbante nei dipinti dello spagnolo Dino Valls, i cui personaggi sono vittime di esoterici esperimenti, continuamente sottoposti a esami invasivi, mentre gli occhi velati di lacrime suggeriscono una dimensione tragica, ancestrale e ripetuta.

Un fotografo come Joel-Peter Witkin ha usato il corpo – sia il corpo imperfetto e difforme dei freak, che il corpo anatomizzato, cioè letteralmente tagliato a pezzi – per rappresentare in maniera estetizzante la bellezza dell’anima. Fervente cattolico, Witkin è davvero convinto che tutto sia illuminato, e la sua ricerca è di matrice mistica. Cercando il divino anche in ciò che ci spaventa o ci fa inorridire, punta a far emergere la nostra sostanziale identità con Dio. Questo è in fondo il significato di una delle sue opere più controverse, The Kiss, in cui le due metà di una testa sezionata si baciano: amare è riconoscere il divino nell’altro, e ogni bacio non è altro che Dio che ama sé stesso. (Qui trovate la mia intervista a Witkin.)

Più propriamente surrealista è il lavoro del siciliano Valerio Carrubba, interessante in particolare perché avvicina il medium pittorico al contenuto anatomico: i suoi quadri sono infatti dipinti in diverse versioni l’una sopra l’altra, aggiungendo livelli di pittura come fossero strati epidermici, soltanto l’ultimo dei quali resta visibile.

Che l’anatomia abbia ancora un suo potere sovversivo lo testimonia l’uso diffuso che ne fa la corrente del surrealismo pop, spesso creando un contrasto tra immagini fanciullesche e laccate al disvelamento anatomico.

Anche il nostro Stefano Bessoni fa frequente riferimento all’anatomia, in particolare in uno dei suoi ultimi lavori che è dedicato proprio alla figura di Rachel, la già citata figlia di Ruysch.

Sempre in questa vena satirica e ribelle si iscrive il lavoro del graffiti artist Nychos che anatomizza, fa a pezzi e mostra le interiora delle icone sacre della cultura popolare.
Un po’ lo stesso trattamento che Jessica Harrison riserva alle porcellane della nonna, mentre Fernando Vicente utilizza il concetto di vanitas per parodiare l’immaginario sensuale delle pin up.

E proprio il corpo della donna, il più soggetto a imperativi estetici e pressioni sociali, è il fulcro del lavoro di Sally Hewett, che nelle sue creazioni di cucito si concentra sui dettagli anatomici normalmente ritenuti antiestetici – cicatrici chirurgiche, cellulite, smagliature – per riaffermare la bellezza dell’imperfezione.

L’autopsia, il “guardare con i propri occhi”, è il primo passo della conoscenza empirica.
Ma guardare al proprio corpo comporta una presa di coscienza dolorosa e difficile: significa riconoscerne anche la mortalità. In effetti la famosa massima iscritta nel tempio di Apollo a Delfi, “Conosci te stesso“, era essenzialmente un memento mori (come evidenzia anche il mosaico del Convento di San Gregorio sull’Appia). Significava “conosci chi sei, capisci dunque i tuoi limiti, ricordati della tua finitezza”.

Questa è forse la ragione per cui il sangue “dovrebbe essere dentro”, e il paesaggio interiore fatto di organi, masse adipose, tessuti vascolarizzati ci sembra ancora così poco familiare, così disgustoso, così surreale. Non vogliamo pensarci perché ci ricorda la spiacevole realtà della nostra limitatezza di animali mortali.

Ma la nostra stessa identità non può prescindere da questo corpo, per quanto esso sia fallibile e caduco; e il nostro rifiuto dell’anatomia, a sua volta, è esattamente il motivo per cui gli artisti continueranno a pescare proprio lì, nell’immaginario anatomico.
Perché l’arte migliore è quella sovversiva, quella che – nella definizione attribuita a Banksy – rassicura chi è disturbato e disturba chi si sente al sicuro.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 17

La fotomodella Monique Van Vooren gioca a bowling col suo canguro (1958).

Torna la rubrica culturale bizzarra, che vi propone le migliori letture bislacche e una nuova riserva di aneddoti macabri per rompere il ghiaccio alle feste.
Ma prima, un paio di veloci aggiornamenti.

Innanzitutto, per chi se lo fosse perso, agevolo il servizio del Venerdì di Repubblica dedicato alla web serie di Bizzarro Bazar, che debutterà sul mio canale YouTube il 27 gennaio (vi siete iscritti, vero?). Potete cliccare sull’immagine qui sotto per aprire il PDF con l’articolo completo.

In secondo luogo, sabato 19 sarò ad Albano Laziale, ospite della compagnia teatrale Tempo di Mezzo: qui presenterò il mio talk Un terribile incanto, questa volta impreziosito dagli esperimenti di mentalismo di Max Vellucci. Sarà una bella serata dedicata al meraviglioso, al macabro e soprattutto all’arte di “cambiare prospettiva”. Questo è il link per le prenotazioni.

E partiamo subito con i link e le curiosità.

  • Negli anni 80 alcuni boscaioli stavano tagliando un tronco quando trovarono qualcosa di straordinario: un segugio perfettamente mummificato all’interno del tronco. Il cane doveva essersi infilato nell’albero attraverso un buco nelle radici, magari all’inseguimento di uno scoiattolo, e si era arrampicato sempre più in alto fino a rimanere incastrato. L’albero, una quercia bianca americana, l’aveva preservato grazie alla presenza di tannini nel tronco. Oggi Stuckie (questo il nomignolo assegnato al cane) è l’ospite più famoso del Southern Forest World, piccolo museo forestale a Waycross, Georgia. (Grazie, Matthew!)

  • Restiamo in Georgia, dove evidentemente le sorprese non mancano. Abbattendo un muro in una casa che a inizio ‘900 aveva ospitato uno studio dentistico, sono saltati fuori migliaia di denti nascosti dentro la parete. Ma la cosa davvero straordinaria è che questo è già il terzo ritrovamento del genere. Tanto che qualcuno si chiede se infilare nel muro i denti cavati ai pazienti non fosse una pratica comune fra gli odontoiatri. (Grazie, Riccardo!)
  • Lo stato di Washington, invece, potrebbe essere il primo a legalizzare il compostaggio umano.
  • L’artista Tim Klein si è accorto che i puzzle sono spesso tagliati con lo stesso stampo, quindi i pezzi sono intercambiabili. Questo gli permette di hackerare le immagini originarie, creando degli ibridi che avrebbero fatto la gioia di artisti surrealisti come Max Ernst o Réné Magritte. (via Pietro Minto)

  • L’armonioso mondo dei nostri amici animali, ep. 547: da un po’ di tempo le mantidi religiose hanno cominciato ad attaccare i colibrì, e altre specie di uccelli, per mangiarne il cervello.
  • Secondo uno studio della NASA, c’è stato un momento in cui la terra era ricoperta di piante che, invece di essere verdi, erano viola.
  • Il 9 agosto di quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di uno degli omicidi più infami della storia: il massacro di Bel Air compiuto dagli adepti di Charles Manson. Aspettiamoci dunque un profluvio di morbosità mascherate da commemorazioni.
    Oltre al film diretto da Tarantino che uscirà a luglio, ci sono in preparazione almeno altre due pellicole sulla strage. Nel frattempo a Beverly Hills sono già stati messi all’asta vestiti, accessori ed effetti personali di Sharon Tate. La morte di una bella donna, che secondo Poe era “l’argomento più poetico del mondo“, nel caso della Tate è diventata merce di voyeurismo glamour, feticizzazione estrema. Le foto dell’omicidio hanno fatto il giro del mondo, la tomba in cui è sepolta (abbracciando il bambino che non ha mai potuto conoscere) è tra le più visitate, e la sua figura è per sempre inscindibile da quella di vittima femminile perfetta: giovane, dalle brillanti prospettive, ma soprattutto famosa, bellissima, e incinta.
  • Ed ecco una ipnotica danza in assenza di gravità:

  • Nel frattempo, zitti zitti, gli attori più celebri di Hollywood si stanno facendo scansionare la faccia in 3D, in modo da continuare a recitare (e a guadagnare i milioni) anche dopo la morte.
  • Nelle foreste del Kentucky un cacciatore ha sparato a un cervo a due teste. Solo che quella aggiuntiva mica era sua, ma di un altro cervo ormai putrefatto. Quindi le opzioni sono due: o il povero animale da chissà quanto tempo se ne andava in giro con questa schifezza putrefatta incastrata fra le corna, senza riuscire a liberarsene; oppure — ed è quello che mi piace pensare — siamo di fronte al più cattivo gangster cervide della storia. (Grazie, Aimée!)

  • Le illustrazioni del Dr. Frank Netter, realizzate su commissione per aziende farmaceutiche e per gli opuscoli da sala d’aspetto, sono tra le più bizzarre e stranianti immagini mediche mai realizzate.
  • Ecco un’idea di business straordinaria: per soli 50$, questa signorina promette di comparire al vostro funerale, ma rimanendo un po’ lontano, con un ombrello nero sia che piova o che ci sia il sole, in modo che la gente pensi che avevate un segreto oscuro e interessante.
  • Chi è stato il primo a utilizzare la stampa con caratteri mobili? Gutenberg, giusto? Sbagliato.
  • Sally Hewett è un’artista britannica che ricama a mano corpi imperfetti. Sono dettagli anatomici, per la maggior parte femminili, che recano cicatrici di operazioni chirurgiche, ostentano asimmetrie, modificazioni corporali, scarificazioni, mastectomie o semplici segni dell’età.
    L’amore per questa carne scolpita dalla vita e dal tempo, unito all’eleganza del medium utilizzato, rendono questi lavori di una bellezza commovente. Qui trovate il sito ufficiale, qui il profilo Instagram, e qui una bella intervista in cui Sally spiega perché include in ogni suo lavoro un pezzetto di filo che apparteneva a sua nonna. (Grazie, Silvia!)

Jules Talrich, tra anatomia e luna park

Qualche tempo fa ho scritto di quelle particolari epifanie che mettono in correlazione diversi punti della nostra mappa mentale che credevamo distanti tra loro, quelle convergenze inaspettate tra storie e personaggi apparentemente non correlati.

Eccone un’altra di incredibile: che cos’hanno in comune il cadavere preservato del filosofo inglese Jeremy Bentham (1), il celebre studio di Duchenne sulle espressioni del volto (2), il Museo dei luna park di Parigi (3) e le cere anatomiche (4)?

La congiuntura in questo caso è un solo uomo: Jules Talrich, nato a Parigi nel 1826.

La famiglia Talrich proveniva da Perpignan, nei Pirenei. Lì il nonno di Jules, Thadée, era stato capo chirurgo all’ospedale; sempre lì suo padre, Jacques, aveva operato come chirurgo militare per poi trasferirsi a Parigi, due anni prima che nascesse Jules.
Fin da bambino, dunque, Jules crebbe a contatto con la medicina e la pratica anatomica. Suo padre infatti, era diventato celebre per la fabbricazione di modelli in cera; questa sua fama gli aveva valso il posto di ceroplasta ufficiale alla Facoltà di Medicina di Parigi nel 1824. Possiamo immaginare il piccolo Jules che scorrazza per il laboratorio del padre, e che guarda il genitore con ammirazione mentre lavora ai suoi scorticati in cera.

Quando aveva solo 6 anni, nel 1832, Jules vide probabilmente il padre modellare la testa di Jeremy Bentham.
Il famoso filosofo utilitarista aveva infatti deciso, un paio d’anni prima di morire, che il suo corpo avrebbe dovuto essere dissezionato pubblicamente, imbalsamato ed esposto in una teca. Ma il processo di mummificazione della sua testa, eseguito da un anatomista amico di Bentham, Southwood Smith, non aveva dato i risultati previsti: il volto era diventato scuro e rinsecchito, e venne giudicato eccessivamente macabro. Così a Jacques Talrich – la cui fama di ceroplasta era tale da oltrepassare la Manica – era stata commissionata una testa in cera che riproducesse alla perfezione le fattezze di Bentham. La cosiddetta “auto icon” è ancora oggi esposta in un corridoio dello University College di Londra.

Fu dunque così che il giovane Jules crebbe circondato da modelli in cera, e partecipando al fianco del padre alle dissezioni sui cadaveri nella Facoltà di Medicina. Poco più che ragazzo, cominciò a lavorare come prosettore, cioè sezionando e preparando i pezzi anatomici per le lezioni all’Università; in laboratorio, imparò presto l’arte di replicare con la cera le più intricate strutture ossee, muscolari e vascolari del corpo umano.

Quando Jacques morì nel 1851, Jules Talrich ereditò l’impresa di famiglia e proseguì, com’era naturale, l’attività. Nel 1862 venne nominato ceroplasta all’Università, lo stesso posto che suo padre aveva occupato per tanti anni; proprio come suo padre, anche Jules divenne rinomato per i suoi modelli anatomici in cera o gesso, sia normali che patologici, che per la loro squisita fattura vennero commissionati ed esibiti in diversi musei e riscossero un enorme successo in diverse Esposizioni Universali.

Oltre alla vasta produzione scientifica, la Maison Talrich forniva servizi in campo funebre, modellando maschere funerarie o ricostruendo volti eccellenti come quello del Cardinale Richelieu realizzato a partire dalla sua testa imbalsamata. L’abilità del ceroplasta francese si rivelò utile anche in alcuni casi criminologici, ad esempio per identificare il cadavere di una donna tagliato a metà, trovato nella Senna nel 1876. Le cere di Talrich erano richieste inoltre in ambito religioso, e la ditta realizzò diverse, importanti effigi in cera di santi e martiri.

Talrich però influenzò in qualche misura anche il mondo dell’intrattenimento e delle fiere itineranti. All’inizio del 1866 aprì sui Grands Boulevards il “Musée Français”, un museo delle cere sull’impronta del celebre Madame Tussauds di Londra.

L’esposizione proposta da Talrich aveva un taglio marcatamente popolare: al piano superiore si potevano vedere personaggi letterari, storici e mitologici (da Adamo ed Eva a Don Chisciotte, da Ercole a Vesalio) mentre con un supplemento di 5 franchi si poteva accedere al piano sotterraneo, attraverso una stretta scala a chiocciola. Qui, nella studiata semioscurità da “camera degli orrori”, si trovavano le attrazioni più morbose – scene di tortura, cere patologiche e via dicendo. La visita terminava con l’illusione del “decapitato parlante”, brevettato dal professor Pepper (lo stesso inventore del Pepper’s ghost di cui ho parlato qui); peccato che il pubblico comprese presto che l’effetto era realizzato nascondendo il corpo di un attore dietro a due specchi, e in breve tempo per la folla il vero divertimento diventò il lancio di palline di carta sulla testa del povero figurante.

Che un rinomato e serio ceroplasta, con posto fisso all’Università, si dedicasse a questo genere di intrattenimento popolare non deve stupire più di tanto. Il suo museo, in effetti, si inseriva in un più ampio movimento che nella seconda metà del Diciannovesimo secolo aveva portato l’anatomia all’interno dei circhi e dei luna park itineranti, in bilico tra educazione scientifica e sensazionalismo.

In quegli anni tra le attrazioni secondarie delle fiere di paese si contava sempre anche un museo delle cere. Qui erano raggruppate

le figure pedagogiche che dovevano fornire informazioni sulle popolazioni lontane e sui misteri della procreazione, spiegare perché bisognava lavarsi e non bere troppo, mostrare come difendersi dalle malattie veneree e dalle ambiguità della consanguineità. Era una morale illustrata, ma anche l’occasione di lustrarsi gli occhi in buona coscienza, di farsi voyeur per virtù. Un riassunto delle perversità della civilizzazione borghese.

(A. de Baecque, “Tristes cires”, Libération, 13 luglio 2001)

Una strana e ambigua commistione di scienza e spettacolo:

i musei anatomici itineranti trovarono posto nelle fiere, a fianco dei padiglioni di divulgazione scientifica, dei musei delle cere storiche e degli altri diorami, manifestazioni del passaggio dalla cultura alta alla cultura popolare. Questi nuovi tipi di musei si differenziavano dai musei pedagogici universitari per il loro scopo e per il tipo di pubblico a cui erano destinati: contrariamente a questi ultimi, dovevano toccare il grande pubblico delle fiere itineranti come attrazioni lucrative, il che spiega la natura spettacolare di alcuni pezzi. Eppure, non persero mai del tutto la loro vocazione pedagogica, sebbene ritradotta in senso moralizzatore, come testimoniano le collezioni di “igiene sociale”.

(H. Palouzié, C. Ducourau, “De la collection Fontana à la collection Spitzner,
l’aventure des cires anatomiques de Paris à Montpellier
”, in In Situ n. 31, 2017)

Il Musée Français ebbe vita breve, e Talrich fu costretto a chiudere dopo meno di due anni di attività; nel 1876, aprì un secondo museo, questa volta più scientifico (ancorché non del tutto privo di attrazioni voyeuristiche) nei pressi di Montmartre. Qui erano esposti quasi 300 modelli patologici, e alcune cere etnologiche.


Ma oltre ai suoi propri musei, Jules Talrich fornì cere e gessi per tutta una serie di altre collezioni – sia stabili che itineranti – come il Musée Grevin, il Grand Panopticum de l’Univers o il famosissimo Museo Spitzner.
In effetti, buona parte dei pezzi che circolavano nei luna park erano stati realizzati da Talrich; e alcune di queste cere anatomiche, assieme a dei veri preparati patologici e teratologici, sono oggi conservate in un “gabinetto segreto” all’interno del Musée des Arts Forains ai Pavillons de Bercy di Parigi. (Questo museo, interamente dedicato alle fiere itineranti, è a mio avviso uno dei luoghi più meravigliosi del mondo e, ça va sans dire, l’ho incluso nel mio Paris Mirabilia).

Jules Talrich andò in pensione nel 1903, ma i suoi nipoti continuarono l’attività ancora per qualche tempo. Jules e suo padre Jacques sono ricordati come i più grandi ceroplasti francesi, assieme a Jean-Baptiste Laumonier (1749-1818), Jules Baretta (1834-1923) e Charles Jumelin (1848-1924).

Per concludere, l’ultima curiosità – nonché l’ultima “congiuntura”.

Di Jules Talrich ci rimangono diverse fotografie per un motivo particolare. Appassionato di fisiognomica e frenologia, Jules si era infatti prestato nel 1861 agli esperimenti di Guillaume Duchenne sulle espressioni facciali collegate alle emozioni (di cui ho parlato in questo post). Gli scatti che ritraevano Talrich furono inclusi da Duchenne nel suo Mécanisme de la physionomie humaine, pubblicato l’anno seguente.

Ma il bel volto di Jules, dagli iconici mustacchi, è visibile anche in alcuni écorché in gesso, a cui Talrich fornì le sue stesse fattezze: se per vezzo d’artista, o come simbolica meditazione sulla sua stessa mortalità, non lo sapremo mai.

(Grazie, calliroe!)

Teste criminali

Due teste sezionate. Tavola a colori di Gautier D’Agoty (1746).

Già a partire dalla fine del Medioevo i corpi dei condannati a morte venivano comunemente utilizzati per le dissezioni anatomiche. Si trattava di una sorta di pena aggiuntiva, perché l’atto autoptico era ancora avvertito come una sorta di dissacrazione; forse proprio a causa di un certo senso di colpa che questa “crudeltà” suscitava, si accordava ai corpi sezionati quella sepoltura in terra consacrata che normalmente sarebbe stata preclusa ai criminali.

Ma nell’Ottocento si cominciò a sezionarli per un motivo specifico: comprendere in che modo l’anatomia di un criminale differisse da quella normale. Una pratica che continuò fino quasi a metà Novecento.
La foto seguente mostra la testa di Peter Kürten (1883-1931), il tristemente noto Vampiro di Düsseldorf le cui gesta ispirarono il capolavoro M (1931) di Fritz Lang. Oggi è esposta al Ripley’s Believe It Or Not di Winsconsin Dells.

Cesare Lombroso, che a dispetto delle sue teorie controverse fu uno dei pionieri e fondatori della criminologia moderna, era convinto che il criminale portasse nella sua anatomia i segni anomali di un atavismo genetico.

Il Museo a lui dedicato, a Torino, ripercorre i suoi ragionamenti, le sue convinzioni influenzate da teorie in voga all’epoca, e dà conto dell’imponente collezione di teste da lui studiate e conservate. E Lombroso stesso volle entrare a far parte del suo museo, in cui è possibile vedere l’intero scheletro del criminologo in una teca; la testa, priva di cranio e preservata in formalina, non è invece visibile al pubblico.

Testa di Cesare Lombroso.

Simili autopsie sul cranio e sul cervello degli assassini portarono pressoché invariabilmente alla stessa conclusione: nessuna differenza anatomica apprezzabile rispetto all’uomo comune.

Una criminologia deterministica — la convinzione, cioè, che il comportamento delittuoso derivi da qualche anomalia anatomica, biologica, genetica — possiede un confortante appeal per chi ritiene di essere normale.
È il classico processo di creazione/etichettatura del diverso, quello che Foucault chiamava “il macchinario che effettua qualificazioni e squalificazioni“: se il criminale è differente, se la sua natura è de-viante (si allontana dalla retta via sulla quale situiamo noi stessi), allora dormiremo sonni tranquilli.

Numerose ricerche suggeriscono come in realtà chiunque sia in grado di adottare comportamenti socialmente deplorevoli, date certe premesse, e perfino di tradire i propri principi etici non appena si attivano alcuni specifici meccanismi psicologici (cfr. P. Bocchiaro, Psicologia del male, 2009). Eppure l’idea che l’individuo “anormale” contenga in sé una qualche predestinazione alla devianza continua a essere popolare ancora oggi: si tratta nei casi migliori di un bias cognitivo, nei peggiori di vera e propria malafede. Un esempio lampante di questa malafede sono gli studi scientifici finanziati dalle multinazionali del tabacco o del gioco d’azzardo, volti a dimostrare tendenziosamente che la dipendenza è il prodotto di una predisposizione caratteriale o biologica dell’individuo (sollevando così da ogni responsabilità i committenti della ricerca).

Ma torniamo all’ossessione degli scienziati ottocenteschi per le teste dei criminali.
Ciò che è interessante ai nostri occhi è che spesso nelle preparazioni anatomiche non era nemmeno la struttura interna a essere preservata, quanto le fattezze del criminale.

Nella foto qui sotto si può vedere la pelle del volto di Martin Dumollard (1810-1862), che uccise più di 6 donne. Oggi è conservata al Musée Testut-Latarjet di Lione.
Fu conciata mentre si studiava il suo cranio alla ricerca di anomalie. Era il cranio, non la pelle, il fulcro delle ricerche. Perché quindi prendersi la briga di preparare anche il viso staccato dal teschio?

Dumollard non è certo l’unico esempio. Sempre al Testut-Latarjet si trova la pelle del volto di Jules-Joseph Seringer, colpevole di aver ucciso sua madre, il patrigno e la sorellastra. Il museo espone anche un calco in gesso, che restituisce in maniera certamente più realistica le fattezze del parricida, rispetto a questa orrenda maschera.

Ai fini degli studi fisiognomici e frenologici dell’epoca, il busto in gesso sarebbe stato un supporto di certo migliore che non un volto scuoiato. Perché allora non limitarsi al calco?

L’impressione è che conservare il volto o la testa di un criminale fosse, al di là dell’interesse scientifico, un modo per far sì che il ricordo della colpa non potesse mai svanire. Una condanna alla memoria perpetua, equivalente simbolico delle buone vecchie teste infilzate sulle lance, che anticamente si esibivano alle porte della città — come deterrente, certo, ma anche e soprattutto come spettacolo della pervasività dell’ordine, prova dell’ineluttabilità della punizione.

Testa di Diogo Alves, decapitato nel 1841.

Testa di Narcisse Porthault, ghigliottinato nel 1846. Ph. Jack Burman.

 

Testa di Henri Landru, ghigliottinato nel 1922.

 

Testa di Fritz Haarmann, decapitato nel 1925.

Questa sorta di damnatio memoriæ all’incontrario, con cui si intende immortalare il criminale invece che cancellarlo dal ricordo collettivo, si può ritrovare nelle incisioni, nella pratica delle maschere mortuarie e infine, in tempi più recenti, nelle fotografie scattate ai ghigliottinati.

Maschere mortuarie di condannati all’impiccagione (fonte).

Ghigliottinati: Juan Vidal (1910), Auguste DeGroote (1893), Joseph Vacher (1898), Canute Vromant (1909), Lénard, Oillic, Thépaut and Carbucci (1866), Jean-Baptiste Picard (1862), Abel Pollet (1909), Charles Swartewagher (1905), Louis Lefevre (1915), Edmond Claeys (1893), Albert Fournier (1920), Théophile Deroo (1909), Jean Van de Bogaert (1905),Auguste Pollet (1909).

Tutte queste teste spiccate dal boia, pur rifacendosi a un ideale di giustizia, celebrano in effetti il trionfo del potere.

Ma ce ne sono quattro che si impongono come sovversivo e ironico contrappasso. Quattro ennesime teste di criminali, usate però per beffare il regime carcerario.


Sono le effigi che, sistemate sui cuscini per ingannare le guardie, consentirono la celeberrima fuga da Alcatraz di Frank Morris assieme a John e Clarence Anglin (il quarto complice, Allen West, rimase indietro). Scolpite con sapone, dentifricio, carta igienica e polvere di cemento, e decorate con capelli raccolti dal barbiere della prigione, le finte teste sono – assieme alle foto segnaletiche – l’unico ricordo rimasto dei tre carcerati che riuscirono a evadere dal carcere di massima sicurezza.

Pur senza volerlo, Morris e soci avevano operato un vero e proprio détournement di una narrativa assodata da millenni: un’iconografia che mirava a trasformare la testa e il volto del condannato in mero simulacro, per disumanizzarlo.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 14

  • Il 19 giugno è morta Koko, la gorilla che sapeva utilizzare la lingua dei segni, dipingeva e amava i gattini. Ma Koko non è stata l’unico primate in grado di comunicare con gli umani; il primo, storico tentativo di “far parlare” una scimmia si svolse in maniera piuttosto catastrofica, come ho raccontato in questo vecchio post.
  • Avete bisogno di bacarozzi, farfalle, blatte, millepiedi, lucciole, api, o qualsiasi altro insetto per il film che state girando? C’è questo signore che crea degli ultrarealistici prop cinematografici entomologici, scritturati anche dalle più grandi produzioni hollywoodiane. (Grazie, Federico!)
  • Se pensate che le pompette enlarge-your-penis che vi propongono nelle email di spam siano una trovata recente, eccone una del XIX° secolo (tratta da Albert Moll, Handbuch der Sexualwissenschaften, 1921).

  • I funerali del Ghana hanno goduto di una certa popolarità su internet per via delle pittoresche bare fatte a forma di vari strumenti e oggetti (io ne avevo parlato nella seconda parte di questo articolo), ma c’è un problema: ultimamente i rituali sono diventati talmente complicati e ossessivi che i corpi dei defunti vengono sepolti dopo mesi, o perfino diversi anni, dalla morte.
  • Questo tweet.
  • 1865: durante la conquista del Matterhorn, una strana e sconvolgente apparizione si verifica. Con tutta probabilità si tratta di un rarissimo evento atmosferico, ma mettetevi nei panni degli scalatori che hanno appena perso quattro dei loro compagni cercando di raggiungere la vetta, e vedono un arco e due enormi croci fluttuare nel cielo sopra la nebbia.
  • La strana bellezza dei dagherrotipi rovinati dal passare del tempo.

  • Cosa c’è di così strano in queste foto di un tizio che sta preparando dei taco per una cenetta tra amici?
    Niente, a parte il fatto che la carne proviene dal suo piede sinistro, amputato a seguito di un incidente.

Pensateci: perdete una gamba, provate a chiederla indietro dopo l’operazione, e ve la danno. Prima di cremarla, perché non assaggiarne una fettina? Dopotutto si tratta della vostra gamba, del vostro piede, non fate male a nessuno, e vi togliete una curiosità. Cannibalismo etico.
È quanto ha deciso di provare un giovane uomo, invitando alla degustazione alcuni amici “dalla mente aperta“. Poi, a distanza di due anni, si è deciso a raccontare su Reddit come si è svolta la serata. I tacos a base di carne umana sembra siano stati piuttosto apprezzati, tranne da uno dei commensali (che, nelle parole del protagonista, “mi ha dovuto sputare su un tovagliolo“).
L’esperimento, condotto peraltro nei limiti della legalità visto che negli Stati Uniti non esiste una legge che proibisca il cannibalismo, com’era prevedibile ha suscitato reazioni viscerali; il celebre auto-cannibale è stato perfino intervistato da Vice. E ha affermato che questa piccola pazzia l’ha aiutato piscologicamente a superare il trauma: “mangiare il mio piede è stato un modo divertente, strano e interessante per voltare pagina“.

  • Visto che parliamo di disgusto: una nuova ricerca ha determinato che le cose che ci fanno schifo sono organizzate in sei categorie principali. Ai primi posti, non è una sorpresa, si posizionano le ferite infette e le istanze legate all’igiene (puzza, escrementi, ecc.), probabilmente perché segnalano situazioni in cui il nostro organismo è in pericolo di contrarre malattie.
  • Qualcuno ha ordinato nuvole di gambero?
    A Qingdao, in Cina, dal cielo è caduto l’equivalente di un’intera pescheria (sotto, qualche foto). E ancora oggi le piogge di animali restano un bell’enigma.

EDIT: Quest’ultima foto è falsa (non le altre).

  • In Svezia c’è una sindrome misteriosa: colpisce esclusivamente i bambini figli di rifugiati sovietici che sono in attesa del verdetto riguardo il loro permesso di soggiorno.
    Viene chiamata “Sindrome da Rassegnazione”: lo spettro del rimpatrio forzato, lo stress di non comprendere la lingua e le estenuanti trafile burocratiche spingono questi bambini prima all’apatia, poi alla catatonia e infine al coma. All’inizio dell’epidemia si sospettava una clamorosa messinscena, ma i medici hanno compreso che questa grave alterazione psicologica è tutt’altro che una finzione; il coma può durare anche due anni, avere recidive, e l’effetto domino ha fatto sì che tra il 2015 e il 2016 si siano registrati ben 169 episodi.
    Ecco un articolo che approfondisce questa drammatica patologia, e un più veloce riassunto su Wired. (Grazie, David!)

Anatomia del corsetto.

  • Simulatore di bombe atomiche: decidete dove sganciare l’ordigno, il tipo e i kilotoni, se farlo esplodere al suolo o in aria. Poi inorridite, e scoprite gli effetti.
  • Mari Katayama è un’artista giapponese. Fin da piccola ha cominciato a cucire oggetti particolari, incorporando conchiglie e gioielli nelle sue creazioni. Affetta da ectrodattilia, all’età di nove anni ha subito l’amputazione di entrambe le gambe. Oggi il suo corpo è entrato a far parte dei suoi progetti, e i suoi autoritratti sono di una bellezza a mio parere sconvolgente. Ecco alcuni dei suoi lavori.
    (Sito ufficiale, Instagram)

Quando gli studenti di medicina organizzavano delle goliardate mica male. (Tratto da questo libro meraviglioso.)

  • Il grande scheletro che vedete sulla sinistra, qui sotto, è quello del gigante irlandese Charles Byrne (1761–1783), e appartiene allo Hunterian Museum di Londra. Si tratta del reperto più discusso dell’intera collezione anatomica, e per un buon motivo: quando era ancora in vita, Byrne aveva chiaramente espresso il desiderio che le sue spoglie venissero gettate in mare, e che per nessun motivo fossero mai messe in mostra in un museo — un’idea che lo orripilava.
    Quando Byrne morì, gli amici organizzarono il suo funerale nella città costiera di Margate, ignorando che la cassa conteneva soltanto pietre: l’anatomista William Hunter aveva pagato un becchino perché rubasse il prezioso cadavere del gigante. Da allora, lo scheletro è rimasto esposto al museo e, nonostante abbia certamente contribuito agli studi sull’acromegalia e il gigantismo, è sempre stato un pezzo “scomodo” dal punto di vista etico.
    Ecco la notizia: pare che, approfittando di una chiusura triennale per restauri, il comitato scientifico del museo stia valutando un’eventuale sepoltura dei resti ossei di Byrne. Se così fosse, si tratterebbe di una decisione spartiacque nel campo dell’esposizione museale etica di resti umani.

  • Come in un romanzo giallo: spunta il diario segreto ritrovato scritto sul retro delle assi di un pavimento in un castello francese, contenente storie criminali e torbidi intrighi di paese. (Grazie, Lighthousely!)
  • La lettura più simpatica degli ultimi tempi ci è gentilmente offerta dal grande Thomas Morris, che ha scovato un delizioso report medico del 1852. Riassumo per chi non mastica l’inglese: un signore, sposato con figli ma segretamente dedito all’onanismo più sfrenato, prova innanzitutto di inserire un pezzo di pene di toro all’interno del suo pene, tramite l’uretra. Il pezzo di carne però si incastra, e il gentleman deve ricorrere all’aiuto del medico per estrarlo. Non contento del risultato, decide qualche tempo dopo di infilarsi un tubo di 28 centimetri attraverso lo stesso pertugio, ma la sonda gli scivola tra le dita, scomparendo dentro di lui; prima che si riesca a operarlo, il ferro finisce per lacerargli la vescica e perdersi nell’addome. Una fine ingloriosa, oppure orgogliosamente libertina, decidete voi.
    A me ha ricordato un vecchio adagio: “non fare mai niente che non vorresti essere trovato morto mentre lo stai facendo“.

E con questo è tutto, alla prossima!