Nelle viscere di Cristo

Nell’ottava puntata della web serie di Bizzarro Bazar, ho mostrato un pezzo davvero particolare della mia collezione di curiosità: un crocifisso in cera del Seicento, il cui addome è dotato di uno sportellino che, aprendosi, lascia intravvedere gli organi interni di Gesù.
Nel presentarlo usavo la definizione più diffusa per questo genere di manufatti, cioè quella di “Cristo anatomico”. Riassumevo brevemente la sua funzione dicendo che l’intento allegorico era quello di dimostrare l’umanità del Redentore fin nelle sue viscere.

Qualche tempo prima di registrare quella puntata, però, ero stato contattato dallo storico dell’arte Teodoro De Giorgio, il quale stava conducendo il primo accurato censimento di tutti gli esemplari di crocifissi simili. Durante il nostro incontro egli aveva esaminato il mio Cristo in cera, promettendo gentilmente di avvisarmi al momento della pubblicazione del suo studio.

La ricerca, intitolata L’origine dell’iconografia in visceribus Christi. Dai prodromi medievali della devozione cordicolare alla rappresentazione moderna delle viscere di Cristo, è infine apparsa in agosto sulle Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz, una tra le più antiche e prestigiose riviste della storia dell’arte internazionale.

Ed ecco la sorpresa: l’affascinante analisi che il Prof. De Giorgio ha condotto rifiuta sia la denominazione di “Cristo anatomico” sia la funzione dell’oggetto così come io l’avevo esposta basandomi sui pochi studi allora esistenti.
Il suo saggio svela invece come questi crocifissi in cera fossero investiti di una valenza simbolica e teologica ben più profonda, che desidero riassumere qui. (Nota: nonostante il paper sia corredato da un generoso apparato fotografico, per rispetto dei diritti d’immagine dei proprietari inserirò in questo articolo solo foto del mio crocifisso.)

Lo studio di De Giorgio annovera e descrive minuziosamente i pochi crocifissi di cui siamo a conoscenza: diciannove esemplari in tutto, prodotti tra il XVII e il XIX secolo nel Sud Italia, presumibilmente riferibili in larga parte alle botteghe ceroplastiche siciliane.

Per comprendere la complessa stratificazione di senso che collega l’immagine del Cristo dalle viscere esposte al concetto della divina misericordia, l’autore esamina innanzitutto l’antologia biblica. Qui scopriamo che

nelle Sacre Scritture le viscere sono una potente immagine verbale dalla duplice accezione: figurata e reale. Il medesimo termine, in funzione del contesto e del referente dialogico, può qualificare tanto l’infinità divina quanto la finitezza umana. […] nella Septuaginta, che è in larga parte fedele al testo originale ebraico dell’Antico Testamento, si ha una sostanziale omologia semantica tra i termini greci σπλάγχνα (viscere), καρδία (cuore) e κοιλία (ventre). Alla base di tale equivalenza vi è la concezione biblica della misericordia: ‘provare misericordia’ equivale a essere compassionevoli ‘fin nelle viscere’ […] Nelle lingue semitiche, in particolare nell’ebraico, nell’aramaico e nell’arabo, la divina misericordia non possiede valenza solo viscerale, ma anche – e soprattutto – uterina.

Rintracciando vari esempi, sia veterotestamentari che neotestamentari, De Giorgio mostra come la misericordia “viscerale” sia prerogativa sia di Dio che di Cristo, e come il ventre si faccia di volta in volta sede della compassione divina o metaforico utero per alludere alla premura materna nei confronti di Israele. Cuore e viscere – di Dio, e di Cristo – sono dunque la fonte di misericordia a cui si disseta il fedele, perché da lì scaturisce l’amore.

Nel Medioevo questo concetto si declinò nella devozione al Sacro Cuore di Gesù, che comicniò ad acquistare fortuna e diffusione soprattutto grazie alle visioni celesti di alcune mistiche come Lutgarda di Tongres, Matilde di Magdeburgo, Gertrude di Hackeborn, Matilde di Helfta e Gertrude la Grande.

Nella tradizione della Chiesa latina una espressione contrassegna la misericordia di Cristo: in visceribus Christi. Con questa formula latina, […] il cristiano implorava Gesù Cristo al fine di ottenere grazie per mezzo della sua divina misericordia. Pregare in visceribus Christi significava intessere una relazione spirituale privilegiata col Salvatore nella speranza di smuovere le sue viscere di misericordia, che sulla croce aveva manifestato in pienezza.

Tra le prime congregazioni ad aderire al nuovo culto e alla pratica di dirigere le preghiere al Sacro Cuore e alle viscere del Cristo furono i Gesuiti, e proprio alla Compagnia di Gesù l’autore attribuisce i particolari crocifissi in cera muniti di sportellino addominale. Fu proprio nel XVI-XVII secolo che la necessità di individuare un’iconografia adeguata per il culto si fece pressante.

Se la misericordia di Dio si è rivelata in tutta la sua magnificenza nella figura di Gesù di Nazareth, che – come attestato dai Vangeli – nutriva ‘compassione viscerale’ nei confronti dell’umanità, esistevano ragioni ben precise per contemplare tutte insieme le viscere del Salvatore e nel XVII secolo, con la crescente libertà delle rappresentazioni del Sacro Cuore e il parallelo progresso nelle conoscenze anatomiche e fisiologiche, i tempi erano maturi per farlo avvalendosi di una iconografia ad hoc.

Pompeo Batoni, Sacro Cuore di Gesù (1767), Chiesa del Gesù, Roma.

Eppure il compito non era scevro da pericoli:

Negli ambienti spirituali europei, specie in quelli legati all’associazionismo confraternale, altre immagini dovettero circolare in forma ufficiosa ed essere riservate alla devozione personale o a quella di ristretti gruppi di adepti […]. In questa temperie di emozionale e appassionato fervore popolare, manifesto nelle pie pratiche dei fedeli, e al tempo stesso di razionale dissenso di una parte delle alte gerarchie ecclesiastiche, che nell’adorazione del cuore carneo di Cristo scorgeva i germi dell’eresia ariana, deve aver visto la luce l’iconografia in esame.

Lungi dall’essere mere rappresentazioni anatomiche volte a mostrare la sofferenza umana del Salvatore, i crocifissi avevano invece la funzione ben più rilevante di

invitare i devoti, nei cosiddetti ‘tempi forti’ (come quello quaresimale o durante la Settimana Santa, e in particolare nel Triduo Pasquale o, ancor più, il Venerdì Santo) o nei momenti di necessità, a contemplare, aprendo l’apposito sportello, le viscere di misericordia del Salvatore. Lì dovevano essere indirizzate preghiere e suppliche, lì doveva compiersi il rito del bacio dei fedeli e sempre lì dovevano essere poste, secondo i costumi dell’epoca, pezzuole e bambagia, che venivano poi custodite come vere e proprie reliquie da contatto. L’iconografia in esame, che possiamo definire in visceribus Christi, non poté che essere formulata in un preciso contesto devozionale di matrice gesuitica, legato alla sfera delle confraternite. Era quello il luogo appropriato nel quale doveva compiersi, considerata la scabrosità dell’immagine, la venerazione delle sacre viscere di Cristo, la cui esplicita visione rischiava di provocare lo sdegno di molti, ecclesiastici compresi, impreparati sul piano (in primis) teologico rispetto ai dotti gesuiti o, più semplicemente, deboli di stomaco. Il piccolo formato, invece, è comprensibile proprio in ragione della circoscritta destinazione devozionale delle opere, riservate a ristretti gruppi di persone o al culto privato.

De Giorgio afferma dunque che questi crocifissi non costituivano semplicemente un “Ecce homo anatomicus”, ma avevano uno scopo preciso: erano uno strumento per dirigere le preghiere alla fonte stessa della misericordia divina.

Da parte mia posso aggiungere che essi apparvero in un periodo, quello rinascimentale, in cui l’iconografia era spesso tesa a rilanciare il mistero dell’incarnazione e l’umanità di Gesù tramite un sempre più marcato realismo, come ad esempio nella cosiddetta ostentatio genitalium, vale a dire la rappresentazione dei genitali di Cristo (bambino o in croce).

Due crocifissi lignei attribuiti a Michelangelo (Crocifisso di Santo Spirito e Crocifisso Gallino).

Mostrare il corpo sacrificato di Cristo in tutta la sua fragile nudità aveva come scopo ultimo il favorire l’immedesimazione e la imitatio del fedele, invitato a “seguire nudo il Cristo nudo“. E quale nudità è più estrema del disvelamento anatomico?
D’altro canto, come rimarca Leo Steinberg nel suo classico saggio sulla sessualità di Cristo, per gli artisti questo era anche un modo  per trovare un fondamento e una giustificazione teologica al realismo figurativo propugnato dal Rinascimento.

Grazie al contributo di De Giorgio, scopriamo quindi come i crocifissi in visceribus Christi nascondano un denso significato simbolico. Sacri accessori di un culto in odore di eresia, in quanto non ancora avallato dalle gerarchie della Chiesa (l’adorazione del Sacro Cuore sarà ufficialmente consentita solo a partire dal 1765), erano segreti oggetti di devozione e contemplazione.
E rimangono una testimonianza particolarmente toccante del tentativo, forse disperato, di far commuovere “fino alle viscere” quel Dio che troppo spesso sembra abbandonare l’uomo al suo destino.

 

Tutte le citazioni sono tratte da Teodoro De Giorgio, “L’origine dell’iconografia in visceribus Christi. Dai prodromi medievali della devozione cordicolare alla rappresentazione moderna delle viscere di Cristo”, nelle «Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz», LXI, 2019, 1, pp. 74-103. La rivista è acquistabile contattando la casa editrice Centro Di, a questo link.

La morte in musica – II

Nella prima puntata di questa rubrica abbiamo ascoltato le parole di un colto e raffinato poeta, Leonard Cohen. L’approccio al tema della morte del Reverendo Gary Davis è diametralmente opposto: preparatevi ad ascoltare uno dei blues più cupi, viscerali ed emozionanti che siano mai stati scritti.

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Death Dont Have No Mercy

Davis è l’unico di otto fratelli ad essere sopravvissuto fino all’età adulta, ma nemmeno lui passò indenne il periodo dell’infanzia: divenne cieco quando era ancora un bambino. Se i blues parlano della sofferenza, ecco un uomo che di certo la conosceva bene.

Il suo caratteristico modo sincopato di suonare con sole due dita (il pollice tiene la linea di basso, l’indice pizzica le corde più alte), mutuato dal ragtime e da vecchie tecniche di banjo, è all’origine del cosiddetto Piedmont blues, una vera e propria corrente formatasi negli anni ’20-’30; il suo timbro potente, vibrante, sembra più che in altri bluesman incarnare la vera voce di un popolo, tenuto in catene per secoli. Per questi motivi Davis è stato amato dichiaratamente da moltissimi musicisti successivi – Bob Dylan, Grateful Dead, Hot Tuna, soltanto per citarne alcuni.

Nel folk americano delle radici (non soltanto quello dei neri), il tema della morte è onnipresente: poche altre tradizioni musicali possono vantare un così ossessivo e costante richiamo al morire, in molteplici varianti e con diversi effetti. Ci sono morti che preludono alle delizie del paradiso con tanto di apparizioni angeliche e squilli di tromba, come in innumerevoli gospel e spiritual; morti che invece porteranno dritti all’inferno; ci sono le murder ballad, che raccontano storie di omicidi, e canzoni tradizionali che si concentrano invece sulle ultime ore dei condannati all’impiccagione. Una musica talmente intrisa di questo sentimento di transitorietà è espressione delle difficili condizioni di vita dell’epoca, della povertà diffusa in America fino agli anni ’40, e di una cultura popolare che alcuni hanno voluto riassumere nell’espressione the pistol & the Bible, la pistola e la Bibbia.

La morte, in tutte queste canzoni, è quasi immancabilmente vista attraverso le lenti della fede cristiana, è un “tornare a casa a vivere assieme a Dio”, a meno che la coscienza di aver commesso un peccato non arrivi a venarla di rassegnazione per l’inevitabile punizione divina. Ma Death Don’t Have No Mercy di Gary Davis non dà spazio né a paradisi né a inferni, è tutta incentrata su cosa accade “in questa terra”. E qui, in questo mondo, la morte non guarda in faccia a nessuno. Entra prepotente in tutte le case, in tutte le famiglie, ricche o povere, sempre di fretta, non lascia nemmeno il tempo di salutare un’ultima volta i propri cari. In questo brano la morte personificata, come nelle raffigurazioni antiche, è un vero e proprio personaggio che ha la funzione metaforica di incarnare un nemico che non dà tregua, invisibile, inarrestabile, che colpisce tutti e ovunque senza che vi possa essere alcuna difesa.

La scelta di concludere ogni verso con l’espressione “in questa terra” è terribilmente definitiva e desolata: qui è dove siamo condannati a vivere, qui è così che vanno le cose, è stato deciso che le persone a cui teniamo dovranno morire.

Prima di ogni battuta di assolo, Gary Davis invita la sua chitarra a parlare. La tradizione blues, infatti, ha assorbito i “botta e risposta” tipici delle work song, e in alcuni casi fra il bluesman e il suo strumento si sviluppa una sorta di dialogo responsoriale. Eppure durante l’assolo finale ecco che le esortazioni di Davis hanno una deviazione inattesa – d’un tratto, si rivolge direttamente alla morte stessa. Talk to me, Death: parlami, o Morte. Spiegati. Qual è il tuo movente? Qual è il tuo significato?

Se la morte abbia effettivamente risposto per mezzo della chitarra, guidando le dita del Reverendo in quell’assolo, rivelando la sua essenza attraverso il dolore delle note e delle corde, è difficile dirlo.

Gary Davis morì nel 1972 a 76 anni, età ragguardevole che molti altri bluesman suoi contemporanei non raggiunsero mai. Nel suo caso, la morte aveva mostrato un po’ di pietà.